La crescita economica? Significa produrre un mare di rifiuti…

Se ve lo raccontano magari non ci credete. Ma di fronte alle immagini ci si comincia a pensare su… La Repubblica Dominicana si affaccia su un mare che è sempre di più “mare di plastica”. Le immagini, sconcertanti, sono state girate dalla Ong Parley for the Oceans. Eppure l’alternativa ci sarebbe…9876-10664

A chi crede che crescere economicamente sia la strada da perseguire, potrebbe essere utile vedere il video che vi proponiamo qui di seguito sulla invasione di plastica delle coste di Santo Domingo (il filmato è stato girato dall’Ong Parley for the Oceans per denunciare “l’emergenza plastica”).

I dati della costante devastazione ambientale sono purtroppo innumerevoli e non si fermano.  Non potrebbe essere altrimenti visto che il modello di riferimento mondiale è quello di crescere economicamente e quindi produrre qualsiasi cosa che si possa vendere. In un mondo in cui ogni ditta in costante competizione con i concorrenti deve sempre aumentare gli utili, come si fa a darsi dei limiti che sono gli unici che possono salvare l’ambiente? Praticamente impossibile. Gli aerei inquinano in maniera pesantissima, ma se li limiti, il comparto aereonautico entra in crisi, le persone vanno a spasso, quindi non si può fare. Le automobili fanno migliaia di morti in incidenti stradali, ma mica puoi mandare a casa gli operai e limitare l’uso dell’automobile che nel sistema di disvalori che abbiamo, equivale praticamente a limitare la libertà. Le navi da crociera inquinano a più non posso ma mica puoi fermare un business che dà lavoro ai nostri gloriosi cantieri navali e negare la favolosa avventura di solcare i mari anche alla casalinga di Voghera. La plastica ci sommerge ma mica si può impedire alle ditte che producono plastica o imballaggi di fermare la produzione, altrimenti vanno in crisi,  la gente non lavora, gli imprenditori non guadagnano, idem le banche e il mondo si ferma…

E così via, per ogni prodotto e servizio assurdo, superfluo e dannoso, ogni imprenditore ha le sue ragioni, ogni lavoratore ha le sue ragioni e c’è pure qualche lavoratore che dice: meglio morire di cancro che di fame, affermazione assolutamente falsa dato che si può tranquillamente lavorare senza morire né di fame, né di cancro. Ben pochi politici poi vogliono essere veramente dalla parte della natura perché la natura mica vota e salvaguardarla non paga a livello elettorale. Ambiente e ambientalisti sono irrilevanti per garantire poltrone laddove è solo il calcolo a fare da padrone, mica la salute o il benessere reale. Nemmeno catastrofi nucleari come Chernobyl o quella di Fukushima hanno fermato il nucleare, figuriamoci cosa ci può interessare un mare dove le onde sono fatte di rifiuti e il mare stesso non si vede più. Nemmeno la notizia terrificante che nel 2050 ci saranno più rifiuti di plastica in mare che pesci ha fatto intervenire drasticamente o invertire la rotta. Ma ve lo immaginate? I mari, gli oceani che consideriamo immensi, che coprono oltre il 70% del nostro mondo, sono irrimediabilmente inquinati per colpa degli esseri umani. Il solo pensiero di una tragedia del genere atterrisce, siamo riusciti per l’ennesima volta a danneggiare qualcosa di incomparabile bellezza. Stiamo devastando tutto ad una velocità incredibile e non ci fermiamo, non ci possiamo fermare perché la parla d’ordine è crescere, cioè non avere nessun limite o freno che metta in crisi gli utili. E anche quando le nostre spiagge saranno come quelle di Santo Domingo (non ci vorrà molto tempo), i politici, gli imprenditori, i lavoratori diranno: meglio fare il bagno nei rifiuti che morire di fame. E alla fine quando tutto sarà compromesso, diranno: meglio andare su Marte che morire di fame e così Elon Musk e qualche suo amichetto, partiranno con le loro navi spaziali e noi rimarremo qui ad agonizzare.  L’ambiente è la nostra casa, la natura è la nostra vita e la sua sopravvivenza cioè la nostra, è incompatibile con la crescita economica, con il pensare solo a se stessi e ai propri affari, non tenendo conto di niente e nessuno.

Ma queste sono cose che non si possono dire, che non vanno di moda, che non fanno fare carriera; meglio continuare a prendere in giro elettori e pubblico, parlando di crescita, di produzione, di aggressione dei nuovi mercati, di competizione, di brand, di concorrenza, di aumento dei fatturati.

Tra l’altro ci sarebbero molte percorribilissime soluzioni alternative: si potrebbe lavorare, spostarsi, vivere e produrre con la massima attenzione alla natura, alla qualità della vita, senza superare i limiti della sostenibilità ambientale. Ma sono concetti e applicazioni che hanno bisogno di intelligenza, idee, lungimiranza, conoscenza, attenzione, vera capacità, coraggio, onestà intellettuale, tutta roba che troppo spesso comporta solo problemi ed è quasi controproducente avere nel mondo del lavoro, dell’imprenditoria e delle amministrazioni pubbliche.

In una visione di benessere collettivo si potrebbe guadagnare il giusto e non troppo, dove i parametri di riferimento sarebbero completamente diversi da quelli per i quali chi è ricco, potente e sa fare molti soldi è automaticamente da venerare. Ben altre sarebbero le persone da prendere come esempio, ben altri sarebbero i parametri da seguire. Si può vivere meglio con meno e lavorare affinchè  tutti (intesi come tutto il mondo, nessuno escluso) abbiano una esistenza dignitosa e non che pochi abbiano tutto e tanti poco o niente. Ma ciò non è possibile, va contro la logica dell’accumulo e dello sfruttamento, contro chi detiene enormi ricchezze e controlla ogni mezzo di informazione di massa attraverso il quale viene glorificato  l’unico, solo dio a cui credere e per cui vivere, il dio denaro.

Oggi siamo completamente circondati dal superfluo, dal banale, dall’irrazionale; bisogna darsi altri valori, altra cultura, altro lavoro, è l’unica strada.

Si può fare e sarebbe una bellissima storia da vivere.

Fonte: ilcambiamento.it

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Ispra: nel 2017 aumenta il Pil e diminuiscono le emissioni di gas serra

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Presentato l’inventario nazionale ISPRA delle emissioni in atmosfera dei gas serra e le proiezioni al 2030

In Italia, per il 2017, le prime stime delle emissioni mostrano una diminuzione pari allo 0.3%, a fronte di un incremento del PIL pari a 1,5%, che conferma il disaccoppiamento in Italia tra la crescita economica e le emissioni di gas serra. Tale andamento sembra confermato anche nel primo trimestre del 2018.

Nel 2016, le emissioni totali di gas serra sono diminuite del 17,5% rispetto al 1990, passando da 518 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, e dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Il principale contributo alla diminuzione delle emissioni di gas serra negli ultimi anni è da attribuire alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali. Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nell’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra presentato da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che fornisce anche le proiezioni al 2030. Scopo del Rapporto è fornire dati che siano utile strumento per la definizione di ottimali politiche di riduzione delle emissioni.

I settori della produzione di energia e dei trasporti sono responsabili di circa la metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti. Rispetto al 1990, le emissioni di gas serra del settore trasporti sono aumentate del 2,4%, a causa dell’incremento della mobilità di merci e passeggeri; per il trasporto su strada, ad esempio, le percorrenze complessive (veicoli-km) per le merci sono aumentate del 16%, e per il trasporto passeggeri del 19%. Sempre rispetto al 1990, nel 2016 le emissioni delle industrie energetiche sono diminuite del 23,9%, a fronte di un aumento della produzione di energia termoelettrica da 178,6 Terawattora (TWh) a 198,7 TWh, e dei consumi di energia elettrica da 218,7 TWh a 295,5 TWh. Dall’analisi dell’andamento delle emissioni di CO2 per unità energetica totale, emerge che l’andamento delle emissioni di CO2 negli anni ’90 ha seguito sostanzialmente quello dei consumi energetici.

Negli ultimi anni, al contrario, si è registrata una diminuzione delle emissioni e la sostituzione di combustibili a più alto contenuto di carbonio con il gas naturale sia nella produzione di energia elettrica che nell’industria oltre ad un incremento dell’utilizzo di fonti rinnovabili. Nel periodo 1990-2016, le emissioni energetiche dal settore residenziale e servizi sono aumentate dell’4,5% a fronte di un incremento dei consumi energetici pari al 18,3%. In Italia il consumo di metano nel settore civile era già diffuso nei primi anni ’90 e la crescita delle emissioni, in termini strutturali, è invece correlata all’aumento del numero delle abitazioni e dei relativi impianti di riscaldamento oltre che, in termini congiunturali, ai fattori climatici annuali. L’incremento dei consumi è strettamente collegato al maggior utilizzo di biomasse.

Le emissioni del settore dell’industria manifatturiera sono diminuite del 48,6% rispetto al 1990, prevalentemente in considerazione dell’incremento nell’utilizzo del gas naturale in sostituzione dell’olio combustibile per produrre energia e calore e, per gli ultimi anni, a seguito del calo o della delocalizzazione delle produzioni industriali. Per quel che riguarda il settore dei processi industriali, nel 2016 le emissioni sono diminuite del 58,1% rispetto al 1990. L’andamento delle emissioni è determinato prevalentemente dalla forte riduzione delle emissioni di Ossido di diazoto – N2O (-92,0%) nel settore chimico, grazie all’adozione di tecnologie di abbattimento delle emissioni nella produzione dell’acido nitrico e acido adipico. Le emissioni dal settore dell’agricoltura sono diminuite del 13,4% tra il 1990 e il 2016. Tale riduzione si è ottenuta per la diminuzione dei capi allevati, in particolare bovini e vacche da latte, e, grazie a un minor uso di fertilizzanti azotati. Negli ultimi anni si è registrato un incremento della produzione e raccolta di biogas dalle deiezioni animali a fini energetici, evitando emissioni di metano dallo stoccaggio delle stesse.

Nella gestione e trattamento dei rifiuti, le emissioni sono aumentate del 5,6%, principalmente a causa dell’aumento delle emissioni derivanti dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in discarica (+11,6%). Le emissioni del settore sono destinate a ridursi nei prossimi anni, attraverso il miglioramento dell’efficienza di captazione del biogas e la riduzione di materia organica biodegradabile in discarica grazie alla raccolta differenziata.

Entro il 2020 l’Italia deve ridurre le emissioni da tali settori del 13% rispetto al 2005. Tale obiettivo sarà molto probabilmente raggiunto: negli anni, infatti, dal 2013 al 2016, le emissioni di tali settori sono state pari in media a 272 Mt di CO2 equivalente contro un obiettivo al 2020 pari a 291 Mt di CO2 equivalente.

Gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 sono definiti, a livello europeo, dal pacchetto “Unione dell’energia” che prevede una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Per raggiungere l’obiettivo di una riduzione delle emissioni almeno del 40%:

→ i settori interessati dal sistema di scambio di quote di emissione (ETS) dell’UE dovranno ridurre le

emissioni del 43% (rispetto al 2005);

→ i settori non interessati dall’ETS dovranno ridurre le emissioni del 30% (rispetto al 2005) e ciò dovrà essere tradotto in singoli obiettivi vincolanti nazionali per gli Stati membri.

Per raggiungere gli obiettivi 2030, in accordo con gli ultimi scenari di proiezioni, l’Italia dovrà ridurre, rispetto al 2016, le emissioni di gas serra in questi settori di una quantità pari a circa 50 Mt di CO2 equivalente annui, che equivale alla metà delle emissioni dal trasporto stradale.

L’Inventario è disponibile sul sito web dell’ISPRA: www.isprambiente.gov.it/

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

“Green lies, il volto sporco dell’energia pulita”: cosa è bene sapere per andare…oltre la crescita

“Green lies. Il volto sporco dell’energia pulita” è un documentario che mette in luce, attraverso le testimonianze di cittadini riunitisi in comitati, le anomalie che caratterizzano le pratiche o lo sviluppo della green economy quando sono «esasperate da operazioni di speculazione economica». Da vedere per riflettere.green_lies

Il documentario è stato proiettato di recente nell’ambito della rassegna di Oltre la Crescita e mette in luce, attraverso le testimonianze di alcuni comitati cittadini, le anomalie che caratterizzano le pratiche e lo sviluppo della green economy «esasperate nella maggior parte dei casi da operazioni di speculazione economica e che, di contro, hanno ricadute negative sui territori e le popolazioni locali» (…). Le rinnovabili potranno davvero essere una rivoluzione energetica e culturale, solo se diverranno un mezzo a portata di tutti e non un beneficio per pochi. Alla proiezione è seguita una discussione con le persone coinvolte e con i partecipanti all’incontro. Erano presenti anche Lucie Greyl (di Centro Documentazione Conflitti Ambientali CDCA e realizzatrice delle interviste) e Carlo Sessa (esperto in progetti di ricerca comunitari, analisi di lungo periodo e partecipazione dei cittadini). Due i focus principali da cui muovere per capire meglio di cosa parliamo e la posta in gioco:

– la Green economy, che nell’informazione dei media (e nelle scelte economiche) si sta affermando come la soluzione al problema di coniugare tutela ambientale e crescita economica. Ma è davvero così?

– l’importanza della partecipazione delle persone e delle comunità per fare pressione, contribuire al cambiamento, influenzare le decisioni pubbliche.

Cosa significa green economy nella sua realizzazione concreta e come si sta traducendo nelle pratiche? Molte delle esperienze esistenti in italia (ma il trend è spesso improntato allo stesso modo) rispondono a pure logiche di profitto, senza apportare benefici economici più vasti per le economie locali né i benefici ambientali reclamizzati, ma anzi contribuendo a compromettere ulteriormente la qualità della vita e il futuro del territorio. Quale i ruolo del modello economico che c’è dietro alla realizzazione delle opere? Spesso le opere definite di energie rinnovabili o alternative non si rivelano tali. Siamo di fronte a un modello predatorio che, e a ben guardare, tende troppo spesso a riprodurre lo stesso modello di sviluppo basato sul ritmo di prelievo e consumo di risorse naturali che afferma di voler superare. Scarsa incidenza delle norme e dei provvedimenti nazionali e regionali in materia. Non contribuiscono realmente a facilitare la riconversione ecologica dell’economia (ad es. la Strategia Energetica nazionale o anche quella della Regione Toscana). La (dis) informazione dei media mainstream e le strategie di comunicazione delle multinazionali dell’energia. Riescono a veicolare messaggi falsamente “green” ad un’opinione pubblica mediamente non avvezza ad andare oltre quello che si legge o si ascolta in TV. L’espropriazione del “potere” decisionale locale. Accade laddove le comunità locali direttamente investite dalla realizzazione di queste opere (pale fotovoltaiche, impianti di geotermia, ecc.) non sono coinvolte nel processo decisionale e nelle scelte su interventi che impatteranno sul loro futuro, oltre che sull’ambiente. La partecipazione delle persone si riduce, nel migliore dei casi, ad una mera consultazione e “presa d’atto” di scelte già adottate. Venendo anche meno al principio fondamentale del coinvolgimento dei cittadini per l’efficacia delle politiche ambientali e per la sostenibilità dello sviluppo. Ci sono un ruolo e responsabilità politiche nel modo in cui queste opere, presentate dai decisori locali come soluzioni per coniugare tutela ambientale e crescita economica e creare occupazione, apportino in realtà la gran parte dei benefici solo alle aziende realizzatrici, spesso multinazionali dell’energia. E gli amministratori locali,spesso finiscono con il divenire complici degli interessi economici in gioco, per ignavia, o consapevolmente. Fatta eccezione per alcuni casi e testimonianze di sindaci e amministrazioni locali virtuose, che provano e riescono anche a far prevalere gli interessi della comunità e dei suoi cittadini su quelli delle imprese. Comuni (e sindaci) ”illuminati”. Nel panorama variegato di esperienze in corso di green economy basate sull’utilizzo di energie rinnovabili, esistono e si distinguono anche amministrazioni che si impegnano nel difendere l’interesse dei territori e delle comunità che amministrano dalla speculazione ad opera e a vantaggio di pochi (ma sempre sulla spinta delle persone che si mobilitano “dal basso”). Ci sono comunità impegnate e “competenti”, in cui l’autoformazione, oltre a contribuire a fare pressione e (a volte) cambiare le cose, influenzando le scelte pubbliche finali, diventa funzionale a fare informazione , a produrre conoscenza anche dal basso e a coinvolgere e dare opportunità di re-agire, fare rete. È importante attivare e stimolare una valutazione partecipata di quanto accade, attraverso l’informazione documentata e trasparente e il coinvolgimento delle persone. Una partecipazione quindi che diventa non solo opposizione, ma capacità di essere proattivi e di fare “pubblica opinione”, moltiplicando la conoscenza. Occorre una informazione attraverso la Rete non più solo “estrattiva”, ma che, grazie alla conoscenza diffusa, diventa capace di essere filtrata. Ci pare utile concludere questa riflessione sulla Green Economy e sull’importanza di ripartire dalle parole– che avevamo già avviato nella prima edizione della Scuola Oltre La Crescita – con una considerazione di Luciano Gallino[i]: «Dipende a quale economia verde si fa riferimento. Fare riferimento a pannelli fotovoltaici e pale eoliche, piuttosto che ad altro, non è un grande passo avanti se le dimensioni energivore della nostra economia rimangono immutate. (…)».

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

La crescita economica senza fine non ci darà un’economia sana

Misurare il livello di salute di una società dalla crescita del PIL è come misurare la salute dell’oceano dalla crescita della marea.Immagine

[Tratto da un interessante articolo di Andrew Simms apparso ieri sul Guardian].

«Valutare il grado di salute di un’economia in base al fatto che cresca o diminuisca di una frazione dell’1% è come misurare l’altezza della marea per decidere se l’oceano è in buone condizioni oppure inquinato. Ironicamente, la brama per una crescita insostenibile dei profitti nel settore finanziario ha distrutto le condizioni per una più ampia e significativa crescita dell’economia reale. Il dibattito pubblico sull’economia verte oggi su chi ha il piano più convincente per ristabilire la crescita; chi, in altre parole può esercitare la maggiore attrazione lunare per ottenere una marea maggiore, nella speranza non scientifica che ciò sia la stessa cosa che ottenere un oceano in salute e pieno di vita. Il Fondo Monetario Internazionale fa previsioni economiche che si rivelano invariabilmente sbagliate. I loro pronunciamenti sono tuttavia accolti con generale credulità e i governi pendono dalle sue labbra, temendo le critiche e vantandosi degli elogi. Recentemente il FMI ha stimato che l’economia globale crescerà stabilmente del 3,3%. Un momento, con questi ritmi l’economia raddoppierà la sua scala in circa 20 anni! (1) Per sopportare l’attuale scala dell’economia stiamo già accumulando un debito ecologico, usando almeno il 50% in più di risorse e producendo più rifiuti di quanto gli ecosistemi possano permettere. A questo punto arriva la risposta standard: la tecnologia risolverà tutti i problemi, l’economia dei servizi sostituirà quella materiale, e le società più ricche sono meno inquinanti. Non è vero: nonostante gli enormi cambiamenti tecnologici e culturali, le emissioni di carbonio sono cresciute tenacemente del 2% a partire dal 1850. D’altra parte non ci possiamo aspettare altro da un modello economico crescita-dipendente alimentato dai combustibili fossili. Ogni miglioramento di efficienza viene perso, annegato dall’aumento dei consumi (2). Recentemente un rapporto ci ha ricordato che per preservare un clima adatto alla nostra civiltà, dobbiamo lasciare la maggior parte dei fossili sotto terra. La stessa Shell ammette che ci sono solo due strategie pratiche per il clima: lasciare il carbonio nel suolo, oppure estrarlo e poi rimettercelo (3), ammettendo poi che questa seconda opzione non funzionerebbe. Il regno Unito potrebbe essere leader nel mondo creando rapidamente le infrastrutture di un’economia del meglio non del “di più”, che possa essere fiorente senza essere dipendente dall’espansione senza fine.»

(1) E’ la magia terrificante della funzione esponenziale: (1+0,033)^22=2,04

(2) E’ il cosiddetto paradosso di Jevons.

(3) Si fa riferimento all’idea discutibile e del tutto teorica del carbon capture and storage.

Fonte:ecoblog