The Great Reset, il futuro prossimo. Come la crisi del Covid potrebbe cambiare il mondo

Il World Economic Forum del 2021 sarà incentrato sul tema del “Great Reset”, un piano ambizioso di ristrutturazione dell’economia mondiale nell’era post-Covid-19 che potrebbe avere delle ripercussioni profonde sia a livello globale che per gli individui e le società. Cosa propone nel concreto il great reset e perché sta suscitando sospetti e timori? In questo lungo e approfondito articolo, Roberto Battista riflette sulla questione, analizzando opportunità e rischi potenziali che potrebbero derivare dall’applicazione di questo piano. Nel 2021 l’appuntamento del World Economic Forum, che di consueto apre l’anno a Davos, in Svizzera, verrà spostato a data da destinarsi, anche se dal 25 gennaio sarà aperto il forum digitale “Davos Dialogues” nel quale i principali leader mondiali condivideranno pubblicamente le loro opinioni sullo stato del mondo. Il tema di Davos sarà il “great Reset” (1) inteso a progettare un percorso di recupero condiviso e dare forma a radicali cambiamenti nell’era post-COVID-19. La definizione fu usata per la prima volta come titolo del libro “The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work” di Richard Florida (2), pubblicato nel 2010 in seguito alla crisi economica del 2008; il libro proponeva cambiamenti profondi che, partendo dall’economia, ristabilissero un equilibrio smantellato dal capitalismo neo-liberale che ha modellato il mondo negli ultimi decenni. Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum nel 1971, e Thierry Malleret partono dallo stesso concetto nel loro recente “COVID-19: The Great Reset” (3) che esamina i cambiamenti necessari ad uscire dalla crisi conseguente al covid e propone modelli di gestione della società alternativi a quelli esistenti e che proseguono idealmente il percorso indicato nel libro di Florida. Il testo di Schwab/Malleret intende fornire le basi e un filo conduttore per la discussione da tenersi a Davos e prospettare modi per fare della crisi un’opportunità di cambiamento positivo, necessario ad uscire dal vicolo cieco nel quale ci si trova attualmente. È importante considerare che l’analisi, molto dettagliata, di Florida si riferisce specificamente alla situazione degli Stati Uniti e risale a dieci anni fa, mentre quella di Schwab/Malleret adotta una prospettiva globale ed è di oggi.

Foto tratta dalla pagina Facebook del World Economic Forum

I media, a seconda della loro posizione politico-ideologica, hanno presentato il great reset principalmente in due modi antitetici (4). Uno vi intravvede la possibilità di radicali cambiamenti che portino a una maggiore attenzione per l’ambiente, una migliore distribuzione delle risorse e del capitale, una società più equa, solidale, pacifica e sostenibile. L’altro ne trae la visione apocalittica di un mondo snaturato dominato dalla tecnologia, dove gli uomini saranno solo degli accessori alle macchine che li governeranno con una dittatura globale, in un’ottica transumanista (5).

Qui cercheremo dunque di fare un po’ di luce sia sulle grandi opportunità che sui potenziali rischi dell’applicazione di questo concetto complesso, esaminandone gli elementi fondamentali, le possibili realizzazioni, e le conseguenze di queste.

Il reset si riferisce al sistema socio-economico che, con la cieca fissazione per il profitto a tutti i costi e a breve scadenza, ha causato la malfunzione del sistema capitalista e una reazione a catena di conseguenze negative su tutti i fronti della nostra presenza sul pianeta. In particolare individua una delle cause fondamentali del fallimento del sistema in uno scollamento profondo tra la realtà della produzione e quella delle necessità umane e l’astrazione del capitale speculativo basato su azzardi e bolle artificiali, un sistema basato sul debito (di individui e intere nazioni), sulla produzione di artefatti non necessari, sulla speculazione edilizia e finanziaria, sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e sulla ineguale ripartizione delle risorse. Da decenni economisti, sociologi, ambientalisti e scienziati di tutte le discipline, avvertono delle conseguenze nefaste di questo sistema e della interrelazione di elementi come il cambiamento climatico, la globalizzazione senza regole, il sistema finanziario selvaggio e il cattivo sfruttamento delle risorse. La politica, controllata dagli interessi delle multinazionali e dell’alta finanza, finora ha ignorato questi avvertimenti illudendosi di poter demandare alle prossime generazioni la soluzione dei problemi insorgenti. Le varie crisi economiche che si sono succedute con sempre maggior frequenza e intensità sono state affrontate con metodi adatti ad un passato che non esiste più. La tesi principale del libro di Florida è che, dopo la crisi del 2008, non era più possibile nascondere la testa sotto la sabbia e applicare nuovamente i metodi consueti per far riprendere l’economia, era ormai indispensabile riconsiderare il sistema nel suo insieme, prendere atto delle evidenze presentate dagli esperti e considerare un approccio radicalmente diverso. Come sappiamo questi avvertimenti non sono stati presi in considerazione, e la crisi causata dal covid ha messo in luce tutte le falle, ormai conosciute, di un sistema che non ha più ragione d’esistere.

Ogni crisi fa delle vittime, e il più delle volte queste sono principalmente tra gli individui più vulnerabili della società. Ogni crisi, storicamente, ha però anche dimostrato la capacità creativa degli esseri umani di reinventarsi, e mediamente nel passato questo cambiamento ha richiesto circa 30 anni. Secondo quella teoria oggi ci troveremmo a metà della transizione tra il sistema andato in crisi e quello che lo sostituirà.

La crisi del covid pare avere le caratteristiche per costringere chi detiene il potere a riconsiderare metodi e strutture sociali dalle radici. Questo non perché i potenti siano diventati più saggi e umani, ma semplicemente perché lo scossone questa volta è stato troppo grande per essere assorbito. I mercati finanziari hanno perso fino al 40% del loro valore, si stima che la perdita totale causata dal covid si aggiri intorno agli 8.5 triliardi (come non pensare ai fantastiliardi di Paperon de’ Paperoni?) e per quanto alcune aziende e individui abbiano beneficiato della crisi guadagnando alcune centinaia di miliardi, questi sono insignificanti nel quadro generale e nella prospettiva futura, non solo immediata ma a lungo termine. Nell’analisi di Florida questo è il terzo reset dell’era moderna. I tre hanno una serie ben chiara di punti in comune. Il primo fu quello che seguì la drammatica crisi del 1873 e il secondo quello della grande depressione del 1929. Entrambi furono il risultato di azzardate speculazioni finanziare e immobiliari, di una accumulazione del capitale nelle mani di pochi e dello scollamento tra valori reali e valori percepiti. Nei due casi la crisi perdurò per anni nei quali la stagnazione dell’economia portò alla perdita di milioni di posti di lavoro, il fallimento di grandi imprese, i tentativi insensati di ripristinare l’ordine preesistente tramite interventi di soccorso agli istituti finanziari. In entrambi i casi però il periodo vide lo svilupparsi di nuove tecnologie, infrastrutture, modi di vivere e lavorare che finirono per convergere nella creazione di nuovi meccanismi sociali ed esplosero poi nei decenni successivi con il conseguente profondo cambiamento dello stile di vita delle popolazioni. Le condizioni attuali sono in gran parte una ripetizione degli stessi meccanismi, e l’assunto è che un terzo reset sia inevitabile e auspicabile, porterà a dei profondi cambiamenti della società, passerà attraverso un periodo difficile nel quale i settori più deboli patiranno pesanti conseguenze, ma risulterà in un generale miglioramento della qualità della vita e in un totale cambiamento della realtà del pianeta. L’analisi di Schwab/Malleret parte da dove Florida aveva lasciato e sviluppa il concetto in modo sistematico e pragmatico alla luce delle conseguenze del covid, del cambiamento climatico, del cattivo sfruttamento delle risorse naturali, della distorsione dei mercati finanziari e della crescente disuguaglianza sociale. Prendendo atto di questi elementi e del loro significato per la sopravvivenza sul pianeta, Schwab e Malleret analizzano e mettono in relazione tra di loro gli elementi necessari ad un nuovo grande reset, facendo un quadro organico della sequenza di cambiamenti e della loro interdipendenza. Alcuni di questi avranno ripercussioni profonde sulla vita di tutti, e questo spaventa molti, i critici della teoria prevedono uno scenario apocalittico, di stampo Malthusiano e transumanista, che vedrà il mondo comandato da un’oligarchia tecnocratica e popolato da un’umanità controllata in un mondo Orwelliano.

Cosa propone dunque il great reset per affrontare la problematica e come?

Innanzitutto tre aree di intervento fondamentali. La prima è un ripensamento dei principi dei mercati finanziari, spostando l’attenzione dagli interessi degli shareholders (azionisti) a quelli degli stakeholders (tutti coloro interessati dalle conseguenze delle scelte macroeconomiche) in una prospettiva di green economy e sviluppo sostenibile (5). Questo richiede un intervento coordinato dei governi per imporre una tassazione più equa, accordi sul commercio internazionale e sulle regole che riguardano il rispetto dell’ambiente più stringenti, rimozione dei sussidi ad industrie inquinanti e alle istituzioni finanziarie, assoggettandole a regole intese per il bene comune piuttosto che per il puro profitto, regole su copyright e competitività che non favoriscano i monopoli, ribilanciamento dei compensi e contratti di lavoro tenendo presente che la pandemia ha rivelato inequivocabilmente come i lavoratori più essenziali sono anche i meno pagati.

La seconda prevede che i grandi investimenti dei governi siano soggetti ad uno scrutinio che ne garantisca la sostenibilità ambientale e sociale, in favore di benefici globali (geograficamente e socialmente) piuttosto che interessi nazionali e di classe, con l’intento di creare un nuovo sistema che sia più resiliente, equo e sostenibile nel futuro, privilegiando infrastrutture ecosostenibili ed esigendo dalle industrie una diretta responsabilizzazione per quanto riguarda l’ambiente, i lavoratori e i rapporti tra interessi pubblici e privati. La terza è di fare pieno uso della quarta rivoluzione industriale (6) mettendo le nuove tecnologie al servizio dell’interesse comune, migliorando la cooperazione tra università e centri di ricerca, condividendo scienza e tecnologia in modo da moltiplicarne i benefici con particolare attenzione a educazione, salute pubblica, ambiente ed equità sociale. Quello che il great reset propone da un punto di vista di prospettiva economica è una combinazione di ESG (environmental social and governance), stakeholder capitalism, la cancellazione del debito delle nazioni, l’abbandono della metrica basata sul PIL, una forma di reddito di cittadinanza universale e una forte incentivazione dell’economia circolare. Fin qui sembrerebbe tutto idillico.

Perché allora questo grande sospetto e timore diffuso riguardo al great reset?

I motivi ci sono, ed esaminando in dettaglio come si traducono i principi appena descritti è facile immaginare come la loro applicazione, tutt’altro che agevole, incontrerà prevedibili forti opposizioni e potrebbe essere in vari modi presa in ostaggio o manipolata. Settori come bioingegneria, fisica quantistica, naotecnologie, lo sterminato campo di applicazioni di Io T (the Internet of Things) e gli sviluppi dell’intelligenza artificiale stanno convergendo alimentandosi esponenzialmente con risultati sorprendenti, ma la potenza combinata di questi sviluppi dovrà essere messa al servizio dell’umanità e regolata con saggezza, se così non fosse le conseguenze potrebbero essere disastrose. L’incontro di Davos si propone di porre le basi per questo necessario esercizio di saggezza nello sfruttare le potenzialità di queste innovazioni che comunque cambieranno la nostra vita nel prossimo futuro, ma è un’utopia ingenua?

Le opposizioni da parte dei poteri in essere sono facilmente prevedibili, il great reset si basa su principi fondamentalmente “socialisti” anche se il WEF ha sempre fatto molta attenzione a non usare questo termine. I proponenti del piano però contano sul fatto che la combinazione degli effetti negativi sull’economia conseguenti al coronavirus e al cambiamento climatico rendano certi cambi di direzione indispensabili per la sopravvivenza stessa del sistema umano, cosa che nemmeno i più accaniti liberal-capitalisti potrebbero negare facilmente. Il diffuso e crescente malcontento, giustificato, delle popolazioni potrebbe tradursi in instabilità sociale, anche questa a detrimento degli interessi politici e finanziari. Sottointesa in questo piano però è una ben maggiore interferenza dei governi negli interessi privati, e una più grande cooperazione tra i governi, cosa che a molti fa pensare ad un futuro governo globale dai poteri illimitati e per di più probabilmente nelle mani di un’oligarchia tecnocratica. Questo preoccupa sia i capitalisti che vedrebbero ampiamente limitata la loro libertà di azione, che tutti coloro che sono istintivamente sospettosi verso qualsiasi governo centralizzato.

Un altro elemento che preoccupa molti è l’aumentata dipendenza da sistemi informatici.

Si pensi alla digitalizzazione di gran parte dei servizi, al trasferimento su cloud di larga parte del patrimonio intellettuale umano, all’eliminazione del denaro in favore di transazioni digitali e il quasi totale accesso (quindi potenzialmente controllo) al privato degli individui conseguente a questa dipendenza dal digitale. Non trascurabile è il fatto che cambiamenti nel sistema produttivo significano anche la necessità di nuove conoscenze specializzate, che escluderanno dal mercato del lavoro intere sezioni della popolazione che sono totalmente impreparate per un’economia digitale fondata su tecnologie avanzate, quindi opposizione verrà anche da tutte quelle organizzazioni, come i sindacati, che vorrebbero proteggere il lavoro tradizionale, anche quando questo non ha più valore e significato. In questo senso il great reset pone anche molta attenzione sulla necessità di aggiornare i metodi educativi e allargare l’accesso all’istruzione avanzata anche a quei settori della società che finora ne sono stati generalmente esclusi; questo sarebbe da ottenere con un investimento dei governi nell’offrire educazione di qualità estesa a tutti i giovani, oltre a prevedere progammi di re-training e riqualificazione per aggiornare le conoscenze della forza lavoro esistente adeguandola alle nuove necessità.

La tutela dell’ambiente e la razionalizzazione dello sfruttamento delle risorse e della produzione alimentare sono altri punti chiave del great reset.

Questi sarebbero da ottenere ad un prezzo che molti sono stati finora restii ad accettare, anche in questo senso sarebbe necessario un ruolo più rilevante dei governi nel forzare da un lato le industrie a rinunciare ai profitti che derivano oggi da attività inquinanti e distruttive e dall’altro di convincere le stesse industrie ad investire in metodi e tecnologie alternative per raggiungere un punto di equilibrio sostenibile e proficuo nel futuro, mettendo in atto i principi del Green New Deal e dell’Agenda 2030 (7) delle Nazioni Unite. Il copyright industriale com’è concepito oggi paralizza vari settori produttivi e, nel caso specifico delle industrie farmaceutiche, impedisce a intere aree del mondo di svilupparsi. Il reset rivedrebbe tutte le regole del copyright, con particolare attenzione a quelle scoperte che sono di utilità universale, riducendo da un lato i profitti delle industrie che ora li detengono ma consentendo al contempo uno sviluppo più omogeneo, rapido e diffuso della società a livello globale. Per compensare le industrie della loro perdita nell’immediato i governi le dovrebbero rendere partecipi dei profitti futuri condivisi e dimostrare il potenziale di sviluppo nel tempo. I movimenti migratori dei prossimi decenni saranno di proporzioni mai viste prima. Perché questo non si tramuti in conflitto e sovraccarico insostenibile per le parti del mondo verso le quali il flusso migratorio si dirigerà è essenziale preparare un piano articolato e sovranazionale, che investa alla periferia per offrrire opportunità dove ora non esistono, diminuendo il numero di persone costrette a migrare, e allo stesso tempo preparando infrastrutture in quei luoghi dove è prevedibile che si diriga il flusso, oltre ad intervenire drasticamente per contrastare il cambiamento climatico che si prevede sarà la causa principale di future migrazioni di massa. Accordi internazionali solidi sono necessari per evitare quelle che nel prossimo futuro potrebbero essere guerre per il controllo delle risorse, in particolare l’acqua, che sarebbero devastanti. Il controllo di queste risorse non può essere demandato alle singole nazioni né tantomeno a degli interessi privati (ormai famoso è il discorso del CEO della Nestlé sul diritto alla privatizzazione dell’acqua). Visti i limiti dimostrati dalle organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, che idealmente avrebbero dovuto svolgere simili funzioni, questo nuovamente implica una qualche forma di governo sovranazionale che imponga gli interessi globali su quelli locali, che ci riporta nuovamente al timore di un vasto potere nelle mani di pochi, un concetto comprensibilmente inquietante. Uno dei fattori cruciali per la realizzazione del great reset è la diffusione capillare del sistema 5G (o meglio il già avanzato 6G).

Questo è uno degli elementi che trova maggior resistenza tra i critici del piano. La sempre più diffusa presenza di robot nella vita quotidiana, la diffusione di trasporti pubblici e privati senza guidatore, l’uso di droni, i sistemi di regolamento e distribuzione di energia, il controllo di edifici ad alta efficienza, la telemedicina e la chirurgia a distanza sono solo alcuni degli ambiti per i quali il 5G è essenziale; il dibattito sulla sicurezza e sugli usi del sistema deve dunque essere risolto affinché il great reset si possa realizzare e normative internazionali dovranno essere sviluppate rapidamente.

Future pandemie, e potenzialmente causate da virus molto più letali del covid, sono prevedibili e inevitabili, come risultato di deforestazione e sempre maggior invasione degli spazi naturali da parte degli uomini.

Questo significa che nell’era post-covid la salute pubblica, la prevenzione, la resilienza dei sistemi sanitari, l’accesso agli stessi per tutti i settori del pubblico (per evitare che le sezioni più vulnerabili siano le più colpite) saranno tutte priorità. Queste priorità implicano un più largo uso della tecnologia, e questo significa anche più monitoraggio e dunque più invasione della privacy. Sistemi solidi saranno quindi essenziali per evitare che questa invasione della privacy non diventi un’arma a doppio taglio, sfruttabile da alcuni come strumento politico e di profitto. Tutto ciò implica uno spostamento dell’attenzione dagli interessi di pochi al benessere di tutti, un grande e difficile passo da compiere. Un maggiore investimento nell’educazione, su misura per le nuove specialità emergenti, è un’altra parte fondamentale, che deve andare di pari passo con l’aumento delle retribuzioni per i lavori creativi nell’ambito di ricerca e innovazione così come in quello di arte e cultura, e una corrispondente riduzione delle retribuzioni nel campo della finanza che negli ultimi decenni ha sottratto dal mercato del lavoro, grazie ai compensi esorbitanti, una percentuale altissima dei giovani più specializzati e capaci. Sul piano teorico il great reset proposto dal WEF è ben articolato ed elaborato in un modo coerente che tiene presenti tutti i fattori necessari a risolvere dei grossi problemi urgenti e promette un miglioramento diffuso della società umana. Nella pratica la realizzazione di un tale progetto richiede la cooperazione di tutte le parti della società, al di là di classe, nazionalità, etnia, e una leadership illuminata ed estremamente competente. Se consideriamo l’esito di tutti gli accordi internazionali, come quelli sull’ambiente da Rio a Kyoto, da Copenhagen a Parigi, l’esperienza ci suggerisce che un piano di tale ambizione e universalità potrebbe realizzarsi solo se le condizioni di sopravvivenza fossero divenute così drammatiche da non lasciare alternativa.

La crisi del covid potrebbe forse essere l’evento giusto?

Ma anche se questo accadesse, se un accordo fosse raggiunto e poi rispettato dalla maggioranza degli aderenti, chi potrebbe garantire che la gestione successiva non si concentrasse nelle mani di pochi al di sopra di ogni controllo? Il beneficio in termini di benessere sociale, equa divisione delle risorse, ripristino dell’equilibrio ambientale verrebbero poi pagati con un appiattimento della società, una perdita di diversità e iniziativa personale? Ci si potrebbe davvero trovare in un comodo e sicuro pensionato per umani omologati?

A Davos voci che in passato erano marginali e largamente ignorate, come quelle di scienziati, ambientalisti ed ecologisti, riceveranno questa volta molta più attenzione da parte di leader di politica, industria e finanza, che si sono visti mancare il terreno sotto i piedi e che stanno affannosamente cercando vie d’uscita. Queste voci, combinate con il crescente malcontento delle popolazioni, un congelamento delle finanze, la rottura di catene produttive commerciali e l’innegabile fallimento di un sistema, potrebbero far si che l’inevitabile reset si tramuti in un’irripetibile opportunità di cambiamento positivo.

Immaginare un futuro diverso da ciò che si conosce è sempre difficile. Al momento della prima rivoluzione industriale i milioni di individui che lasciarono le campagne per trasferirsi a lavorare nelle industrie in città non avevano idea di che vita avrebbero condotto. Lo stesso si può dire per i drastici cambiamenti in stile di vita che si concretizzarono dopo la crisi degli anni ’30 del ventesimo secolo o dopo il secondo conflitto mondiale. Siamo oggi al crocevia di un nuovo cambiamento epocale che investirà tutti i settori e tutti i paesi. Il cambiamento avverrà comunque, è necessario e inevitabile. Sta a tutti noi far si che sia un cambiamento in positivo, e mai come oggi abbiamo i mezzi e le conoscenze per rendere questo possibile.

  1. https://www.weforum.org/great-reset/
  2. The Great Reset: How the Post-Crash Economy Will Change the Way We Live and Work – Richard Florida – Harper Business – 2010
  3. COVID-19: The Great Reset – Klaus Schwab and Thierry Malleret – ISBN Agentur Schweiz – 2020
  4. Sul web si trovano dozzine di articoli anche in italiano pubblicati recentemente sul soggetto, in massima parte esprimono un giudizio negativo e si allineano su un’ipotesi di complotto elitario per una dittatura globale.
  5. Tanto per citarne alcune, le critiche più accese al great reset portano titoli come “Pericolosi leaders marxisti spingono per un great reset per distruggere il capitalismo” (Sky News Australia) o “complotto contro Trump e il cristianesimo per restaurare il socialismo” (lifesitenews) ma, considerato che nel novero dei proponenti del great reset troviamo personaggi come il Principe Carlo d’Inghilterra e vari CEOs di colossi Hi-Tech, pare difficile immaginarli come pericolosi marxisti. Allo stesso tempo altri parlano di “l’agenda fascista dietro al Great Reset” e “Schwab e il suo grande reset fascista” (Winter Oak e bitcoin.com). Nella surreale lettera di Mons. Viganò a Trump il prelato si spinge fino a definire il great reset come il piano architettato dalle forze del male per la dominazione del mondo, con la complicità del “traditore” papa Francesco. Quindi ce n’è per tutti i gusti. Molte delle critiche però sembrano concordare sul fatto che il cambiamento climatico è una invenzione usata da questi (fascisti o comunisti) per prendere controllo del mondo con l’aiuto delle organizzazioni non governative e i movimenti (“fasulli e sponsorizzati”) come Fridays for Future.
  6. United Nations Sustainable development goals
  7. Klaus Schwab “The fourth industrial revolution”, World Economic forum 2016
  8. Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development

Approfondimenti sul sito ufficiale del World Economic Forum:

https://www.weforum.org/agenda/2020/06/now-is-the-time-for-a-great-reset/

https://www.weforum.org/great-reset

https://intelligence.weforum.org/topics/a1Gb0000001TNw7EAG?tab=data

Letture utili:

Time magazine ha dedicato il suo numero di ottobre al Great Reset

Frank M. Snowden “Epidemics and Society From the Black Death to the Present”, Yale University Press, 2019

Mariana Mazzucato “The covid 19 crisis is a chance to do capitaism differently”, The Guardian, March 18th 2020

Joseph E. Stiglitz “A Lasting Remedy for the Covid-19 Pandemic’s Economic Crisis”, New York Review of Books, January 8th 2020

Dani Rodrik “The Globalization Paradox – Why Global Markets, States, and Democracy Can’t Coexist”, Oxford University Press, 2012

David Quammen “We Made the Coronavirus Epidemic”, New York Times, January 28th 2020

European Commission “A European Green Deal”

https://greatreset.com prodotto da Purpose Disruptors, un network di professionisti nell’ambito di pubblicità e marketing che si definiscono uniti nell’intento di rimodellare il mondo della comunicazione per affrontare il cambiamento climatico.

Jeanne Smits – The Great Reset: i globalisti vogliono resettare l’economia post-COVID.

Note:
Esistono altri libri intitolati “The Great Reset” da non essere confusi col soggetto di questo articolo. Si tratta di due racconti di fantascienza di Jason Glunk “The Great Reset: A Human Livestock Dystopia” e “The Great Reset: A Scorched Earth Dystopia” e un libro di finanza di Yadunath S “The Great Reset: The Unfolding Bear Market and the Opportunity of a Lifetime”. Sul sito Strategic Intelligence del World Economic Forum si trova una documentazione ampia e dettagliata su tutti gli argomenti che fanno parte del great reset, incluse utili mappe interattive che consentono di esplorare l’interrelazione tra le sue varie componenti e la loro complessità con un criterio sistemico.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/12/the-great-reset-futuro-prossimo-covid-cambiare-mondo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Il virologo Tarro a TPI: «Il lockdown non ha senso, il caldo e il plasma dei guariti possono fermare il Covid»

Interessante l’intervista rilasciata a Tpi.it dal virologo Giulio Tarro: «Il Coronavirus per diffondersi ha bisogno di spazi chiusi, scarsa ventilazione o sistemi di aria condizionata, temperature basse o umide. Il mare e la spiaggia sono l’esatto contrario di questo microclima propizio. Burioni? Mi diverte chi vuole dare lezioni dopo aver fatto errori come e più degli altri».

TPI.it ha intervistato, grazie a Luca Telese, il professor Giulio Tarro, 82 anni, virologo di fama internazionale, allievo di Albert Sabin (il padre del vaccino contro la poliomielite).

Vi riportiamo l’intervista che riteniamo possa fornire spunti importanti di riflessione.

Professor Tarro, lei dice che si può riaprire.

Assolutamente sí, e se vuole le spiego perché.

Pensa che non dovremo rinunciare alle vacanze?

Al contrario, dovremo usarle per combattere il Covid.

Per questo motivo lei da due giorni è in polemica con Burioni, però.

Io? No.

Come no? Battaglia su Twitter.

Ah ah ah. È lui che è in polemica non me. Io non lo sono con lui, non lo conosco.

Burioni ha detto che lei è più papabile come aspirante Miss Italia che come un premio Nobel.

È libero di pensare quello che vuole. Io mi sono semplicemente fatto una domanda.

Quale?
Questo Burioni brillante polemista è forse lo stesso famoso virologo Burioni che il 2 febbraio disse: “In Italia non ci sarà nemmeno un caso di Covid?”.

Battuta perfida.

No, semplice constatazione. Io tendo a non dare lezioni agli altri. E mi diverte molto chi vuole dare lezioni dopo aver fatto errori come e più degli altri.

Di più?

Io non ho mai pensato né detto che non avremmo avuto vittime, anzi. Ero molto preoccupato.

Ma è vero che secondo lei il contenimento dovrebbe finire?

Ne sono convinto.

Parlava di vacanze. È vero che pensa che la stagione estiva al mare non dovrebbe saltare?

Noi dobbiamo usare le armi di questo paese, il sole e il mare, per aiutarci a guarire.

Ovvero?
Invece di stare chiusi a casa ad ammalarci con il contagio familiare, usiamo il mare come una terapia.

Con le barriere di plexiglass tra gli ombrelloni?

Per l’amor di Dio no! Questa è follia pura.

Spieghi perché, secondo lei.

Perché più che camere di protezione quelle diventerebbero camere di cottura. E non solo.

Cosa?
Il virus per diffondersi ha bisogno di spazi chiusi, scarsa ventilazione o sistemi di aria condizionata, temperature basse o umide. Il mare e la spiaggia sono l’esatto contrario di questo microclima propizio.

E pensa che questo passo si possa fare anche prima che arrivi il vaccino?

Va fatto subito. Anche qui c’è un grave problema di analisi. Noi accademici in questo momento siamo tutti in attesa di questo benedetto vaccino.

E non è giusto?

Bisogna farsi un’altra domanda. Ma il vaccino che cos’è? È un anticorpo. E noi abbiamo già un vaccino naturale negli anticorpi di chi non si è ammalato, malgrado il virus, e di chi ha contratto il virus, ma è guarito.

Lei sta dicendo anche come cura?

Certo! Tutti a chiedersi quando arriveranno i vaccini, ma gli anticorpi dei guariti già ci sono! Bisogna usare il plasma dei guariti.

Con chi sta male?

L’infusione di 200 millilitri di plasma è un aiuto enorme per qualsiasi malato. Si chiama plasmaferesi, e non l’ho certo inventata io.

Quindi quella è la prima terapia?

I guariti andrebbero salassati, perché diventino donatori di anticorpi. Non trattati come appestati.

È una eresia?

Ma per chi? Ho sentito dire che in via sperimentale questo tipo di cure sono già in applicazione a Pavia, a Mantova, a Salerno.

Non solo ventilazione, dunque.

Ma ovvio. Tutti i medici stanno sperimentando. Non è normale – ad esempio – che si usi l’Eparina? A me pare una cosa scontata. È perfetto accompagnare queste terapie farmacologiche nelle terapie intensive.

Cosa ha capito di questa malattia?

Ho capito che una malattia relativamente grave controllabile è fuggita dalla stalla.

Chi ha affrontato meglio di tutti il Covid?

Non mi piace dare giudizi frettolosi con una epidemia in corso. Ma non c’è dubbio che senza troppa enfasi, il modello isreaeliano abbia prodotto ottimi risultati.

Ovvero?
Tracciare il più possibili gli infetti, isolare gli anziani e far circolare il virus tra i più giovani.

Ma i britannici e i danesi avevano provato qualcosa di simile, però non lo hanno portato fino in fondo.
Lì credo che ci sia stato un grande errore di comunicazione: è una linea che si può sostenere senza enfasi e senza cinismo. Dire “preparatevi a salutare i vostri cari” non ha portato fortuna a Boris Johnson, ma soprattutto era un messaggio del tutto sbagliato.

Lei cosa avrebbe detto?

“Preparatevi a difendere i vostri cari. Soprattutto gli anziani”.

Quale è secondo lei la prima misura per fermare il contagio?

Lavarsi le mani. Indossare mascherine e guanti: quando sono venuti in Lombardia i cinesi sono rimasti stupiti che così pochi cittadini indossassero le mascherine. Si presta poca attenzione ai guanti. Ed è sbagliatissimo: il Coronavirus ha la sua porta di ingresso nella nostra bocca e nelle parti inferiori delle vie respiratorie.

Quindi?
Quindi tenere le mani protette. Disinfettare la bocca con un collutorio ma anche con ingredienti naturali come il bergamotto e i chiodi di garofano.

E poi?

Vedo che in tutto il mondo – a partire dalla Cina – si provvede a igienizzare gli spazi pubblici. Da noi non si fa.

I numeri del contagio la spaventano?

Io guardo con molta attenzione i numeri e cerco di interpretarli alla luce degli studi che sono già disponibili.

Ad esempio?

L’Istituto Superiore di Sanità ha studiato 909 casi di decesso, stabilendo che solo 19 morti sono ascrivibili unicamente al Covid. Quindi il primo problema sono le patologie concorrenti.

E i dati cinesi?

Sono stati controllati anche da Fauci, il superesperto della sanità americana.

E questa percentuale torna?

Su 1.092 pazienti, l’1 per cento è morto“solo” per il Covid. Questo non significa che dobbiamo ignorare le tantissime vittime italiane, ma che molti dei nostri dati devono essere letti meglio per circoscrivere le reali proporzioni dell’epidemia.

Ad esempio?

Nelle statistiche cinesi il 14 per cento dei deceduti avevamo malattie cardiovascolari, il 7 per cento erano diabetici, eccetera…

La colpisce la differenza con altri paesi?

Non è possibile che in Germania siamo al 3 per cento di mortalità e in Lombardia al 18,7 per cento. È matematicamente impossibile.

E quale spiegazione immagina?

Da noi i contagiati reali sono molti di più di quello che non dicano i tamponi. Solo che non li monitoriamo, per via del modo in cui facciamo i tamponi.

È un dato falsato?

È un dato parziale: bisognerebbe parlare di numero di contagiati per tamponi effettuati.

Lo dice in modo induttivo?

No, esiste uno studio su un caso particolare che però può essere preso a misura. Sul Corriere della Sera due ricercatori, Foresti e Cancelli, hanno usato come modello la Diamond Princess, la nave da crociera dove lo screening ha investito il 100 per cento della popolazione censibile.

La Diamond, infatti figura come un paese nella classifica mondiale dei contagi.

Quello è l’unico luogo al mondo dove le percentuali di contagio sono “giuste” perché tutti sono stati monitorati uno ad uno con i tamponi. Il classico caso di scuola.

E cosa ne esce fuori?

Se si proiettasse quel dato, a marzo nel periodo coevo, avremmo già in Italia 11 milioni e 200mila contagiati. Una enormità. Questo dato “reale” farebbe calare la percentuale di mortalità italiana. Perché se questa è la proporzione significa che il tasso di reale mortalità è più basso di quello apparente.

Quindi lei dice: fine del lockdown subito?

Il virus può essere controllato con le normali misure igieniche e con la diffusione degli anticorpi: la dimensione del contagio verrà abbattuta dal cambio di clima indotto dalla stagione estiva, anche al nord.

Lo dice in via ipotetica?

Il fattore climatico è senza dubbio fortissimo nella diffusione di questa epidemia.

Lo spieghi.

Come si fa a non vedere che i numeri del contagio scendono drasticamente al sud? Il mare, il sole hanno difeso una parte d’Italia dal contagio. Ma non solo dai noi, anche all’estero. L’Africa – tocchiamo ferro – per ora risulta pressoché indenne. Poi ci sono gli altri fattori.

Quali?
Il Coronavirus sembra aver colpito di più quelli che avevano fatto il vaccino anti-influenzale.

Lei ha posizioni No-vax?

Ma si figuri. Io ho scritto un libro sui vaccini! Io ho combattuto il colera, e ho vaccinato migliaia di persone, come le racconterò. Parlo di un vaccino, non dei vaccini.

Da cosa trae la connessione?

Questo che le cito è un dato che si reperisce facilmente in rete, non perché lo dica qualche complottista, ma uno studio dell’esercito americano.

E come lo interpreta?

La scienza deve essere basata sul metodo scientifico sperimentale: se un dato documentato emerge, deve essere considerato un valore per i dati che lo sostengono, non per i problemi che eventualmente crea.

Perché secondo lei il mare avrebbe un effetto positivo?

Lei hai mai visto gente con la sciarpa e il fazzoletto in spiaggia? No. Ecco: questo perché i virus influenzali con il mare soffrono. Il Covid, pur con la sua specificità e la sua virulenza appartiene a quella famiglia. E soffre. Perché fatica a diffondersi. Il virus si replica a temperature basse e umide. Accade per il rinovirus, e spero che accada anche per il Coronavirus.

Lei crede all’idea di vaccinare per poter dare un accesso alle spiagge?

Mi pare una follia. Ma non avendo il vaccino in tempi così brevi il tema non si potrà porre.

Cosa ci insegnò l’epidemia di colera?

L’errore di valutazione, anche lì. Inizialmente i pazienti non venivano idratati a sufficienza e morivano disidratati.

E poi?

Poi iniziammo a farlo, per fortuna, e la percentuale di mortalità crollò.

E poi?

La popolazione si mise in fila per le vaccinazioni, che furono effettuate, prevalentemente, con le pistole a siringa. Noi non le avevamo, ce le diedero gli americani.

Ci sono altre analogie?

All’inizio non avevamo il vaccino per tutti. Poi arrivarono e il contagio finì.

Il contenimento funzionò?

Dal 430 avanti Cristo con la peste di Atene, è il primo rimedio. Ma, come dice la parola stessa, è una misura contenitiva, che non può essere scambiata come una formula risolutiva di una epidemia.

Come si trovò in quell’emergenza?

Ero primario di virologia in America, lessi la notizia sul Corriere della Sera. Presi il primo aereo utile per tornare ad aiutare.

Sapeva di rischiare?

Arrivai a Fiumicino e chiesi di essere vaccinato appena messo piede a terra.

E lo fecero?

Sì, come avrebbero dovuto fare d’ufficio con tutti. Invece accettarono perché ero medico e mi raccomandarono: “Non lo dica a nessuno!”. Buffo no?

E a Napoli?

Ero l’unico che poteva entrare ed uscire dall’ospedale perché non ero nei registri al momento in cui l’epidemia esplose.

E il paziente zero?

Scoprimmo che il colera era sbarcato a Napoli con una partita di cozze tunisine. Ma quando si ritrovò il vibrione il paziente zero era già uno dei tanti morti nei nostri reparti.

Era il 1973: riusciste a domare l’epidemia e diventaste eroi nazionali.

Fecero mettere la mascherina al presidente Leone che ci venne a visitare al Cotugno. Una scelta grottesca, perché tutto il mondo sapeva che il colera non si trasmette per via respiratoria.

Ma lei voleva fare il virologo da bambino?

Io sono figlio di un anatomopatologo. Volevo fare il medico ma sono finito in laboratorio perché avevo un professore che aveva il pallino dei virus.

E cosa fece?

Fu lui che mi mandò da Sabin, cambiando, per fortuna, la mia vita. Ma ho fatto tante altre cose, compreso il medico di guardia in neurochirurgia.

Quale è stata la prima lezione che ha imparato dal suo maestro, Albert Sabin?

Massimo rigore in quello che si fa. Scrivere tutto. Soprattutto quello che ci pare irrilevante.

E cosa si imparava?

Che quando rileggi le note scritte, sistematicamente, trovi sempre qualcosa che nell’immediato non avevi capito. Non è facile.

Perché?
È una lezione di umiltà e sarà utile con il Coronavirus: non possiamo farci inibire dalle nostre convinzioni di partenza.

Traduciamola in una massima.

Da quello che scrivi, con il senno del poi, spesso capisci quello che hai fatto, e magari non avevi capito.

Ha paura delle stroncature dell’Accademia?

Ah ah ah. Francamente non me ne frega nulla. Mi hanno chiamato a curare Giovanni Paolo II, non mi posso certo far spaventare per i custodi del verbo.

Quindi Fase 2?

Bisogna aprire. Ma con intelligenza, con attenzione. Con buonsenso. Ma aprire.

Cosa è cambiato rispetto a due mesi fa?

Tutto. Prima non avevamo le mascherine: ma ormai siamo diventati produttori di mascherine.

Anche in Lombardia?

Con più vincoli, più limitazioni, più accortezze: ad esempio con l’avvertenza di non saturare i mezzi pubblici. Il problema non è il virus, ma le opportunità di contatto, che vanno abbattute con protezioni e sanificazioni.

Servono regole eccezionali?

Bisogna introdurre l’obbligo di guanti e mascherine, potremmo aprire anche lì.

E poi?

Bisogna stare all’aperto e non negli spazi chiusi. Questa potrebbe essere una soluzione vitale, ad esempio per la scuola. Sanificare le aule, ma non chiudere le scuole.

E i suoi colleghi secondo cui sarebbe un rischio drammatico perché allentando il lockdown aumentano i contagi?
Non so che dire di loro. Lo stanno facendo in tutto il mondo. Non chiedetevi perché da noi si faccia. Chiedetevi perché noi non lo facciamo mentre in tutto il resto del mondo si fa.

Giulio Tarro, infettivologo di fama, napoletano, allievo prediletto di Albert Sabin (il padre del vaccino contro la poliomielite), virologo e primario emerito dell’ospedale Cotugno di Napoli. I suoi interventi in questi giorni sono diventati controcorrente rispetto alla linea scelta dal comitato medico-scientifico.

Si ringraziano Tpi.it e Luca Telese

Fonte: ilcambiamento.it