Ecco i costi ambientali ed economici degli incendi. Le soluzioni? Ci sono, basta volerle applicare

È un’analisi agrodolce quella che tira le somme dei danni provocati dai roghi dell’estate 2021. Da un lato abbiamo milioni di euro spesi non sempre avvedutamente e politiche regionali spesso inspiegabilmente carenti nei confronti della prevenzione. Dall’altro ci sono tecnologie all’avanguardia che hanno già dimostrato la loro efficacia e una rete di cittadini e associazioni sempre più attiva nel chiedere che l’emergenza incendi venga affrontata finalmente in maniera seria e definitiva.

80.000.000 di euro è il costo del servizio aereo per i tre mesi estivi. La flotta Canadair dello stato, pilotata dalla società Babcock, ha effettuato 5547 ore di volo dal 15 giugno al 22 settembre e 1048 ore di volo con gli elicotteri dei Vigili del Fuoco, per un costo di oltre 59 milioni di euro comprensivi della quota fissa dell’appalto. Le regioni interessate dagli incendi questa estate sono state Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania, Molise, Abruzzo, Toscana e Liguria. Oltre 50.000 roghi hanno richiesto l’aiuto di forze francesi. Rispetto al 2020 si è registrato un aumento del 256% in tema di incendi. La Sicilia detiene il record: nel 2021 sono andati a fuoco 78.000 ettari. Seguono la Sardegna con oltre 20.000 – tra aree verdi e uliveti millenari – e la Calabria con oltre 11.000 ettari e 5 morti. Senza contare le migliaia di animali morti, l’impatto devastante sul territorio provocato dai fuochi e la spesa economica richiesta per fronteggiare questo disastro.

A leggere questi dati, peraltro incompleti, lo sconforto prende il sopravvento. Un’emergenza che vale non solo per l’Italia, ma anche per altri paesi dell’Europa e del mondo. Eppure esiste una rete attiva di cittadini e associazioni che si batte quotidianamente per evitare che gli incendi proliferino nel nostro territorio. Sono anche disponibili tecnologie capaci di rilevare un principio d’incendio entro 100 secondi e, grazie a un sistema di geolocalizzazione, avvertire immediatamente le sale operative. In Italia succede però che una regione come il Lazio decide di avvalersi di sistemi del genere e un’altra come la Sardegna, nonostante abbia installato dei dispositivi simili già nel 1985, decide di smantellarliLa tecnologia è un valido aiuto se è al servizio dell’uomo e se viene adattata alle singole aree e agli operatori, altrimenti può risultare poco efficace e dannosa. Claudio Becchetti – responsabile del progetto SES5G, Secure Environment supervisor empowered by Satellite and 5G technology, co-finanziato da Leonardo in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e ASI e da vari partner come EPG e Giorgio Pelosio, esperto in sistemi per la prevenzione degli incendi boschivi da più di 35 anni – in occasione dell’evento “La prevenzione degli incendi boschivi”, svoltosi lo scorso 16 ottobre in Sardegna, ha raccontato degli esiti più che vantaggiosi attuati all’interno del parco di Castel Fusano, vicino Roma, sotto il profilo dell’ordine pubblico, degli incendi e della protezione dell’ambiente attraverso tecnologie innovative, come satelliti e droni.

«Questa estate a Castel Fusano veniva innescato un incendio quasi ogni giorno. All’interno della pineta vi sono centinaia di piccole radure, luoghi perfetti per lasciare rifiuti e appiccare fuochi. Sono tanti i pini secchi, negli anni è andato distrutto circa il 30% della pineta. Quest’anno si sono ridotti parecchio gli incendi, anche perché era stato annunciato l’uso di questi dispositivi di sorveglianza e controllo del territorio attraverso anche telecamere nei punti di accesso alla pineta».

«Non ha bruciato nulla e gli interventi effettuati hanno utilizzato solo mezzi di terra. Questo tipo di tecnologia rileva un principio di incendio entro 100 secondi. Se si interviene subito non servono elicotteri e mezzi aerei. Tutti gli strumenti sono geolocalizzati e consentono di avvisare immediatamente le sale operative e i vigili del fuoco. Gli incendi sono visibili anche a 15 chilometri di distanza».

Il sistema si avvale anche dell’esperienza di Leonardo, che sviluppa tecnologie per incendi da un centinaio di anni: ha cominciato con gli elicotteri nel 1907, poi i droni, fino ad arrivare ai satelliti nel 1985. Dallo spazio viene in aiuto una serie di satelliti come Prisma, con un sensore tra i più evoluti a livello mondiale che indica qual è il livello di acqua sul territorio, dove sono le biomasse e quale vegetazione ha più difficoltà, calcolando così l’indice di rischio.

Si gioca tutto sulla tempestività: più minuti trascorrono dall’inizio del fuoco, più ingenti e gravi saranno i danni. Eppure in Sardegna – ad Arzana per l’esattezza –, dove una sperimentazione simile è partita più di vent’anni fa, si sta pensando di smantellare tutti gli impianti esistenti. Già nel 1999 c’era stata una forte opposizione da parte del Corpo Forestale Regionale che aveva portato allo spegnimento degli impianti nel 2000. Dal 2003 al 2005 9 impianti su 25 furono riaccesi per volere della Corte dei Conti e dell’Assessore all’Ambiente dell’epoca. Da allora sono completamente inutilizzati. Si tratta di 55 impianti totali e 15 centri operativi. Sono andati “in fumo” oltre 9 milioni di euro con lo smontaggio di tralicci, basamenti e sistemi di alimentazione. La rete coprirebbe un territorio di oltre 1.800.000 ettari con tre stazioni e una sala operativa, per un costo totale di 25 milioni di euro, che equivale al danno registrato la scorsa estate in Sardegna a seguito degli incendi.

«Ci siamo bruciati tutto questo in una sola estate. La tecnologia c’è e funziona, Roma è un esempio. In Sardegna siamo in una fase di pre-smantellamento, il costo per riattivare sarebbe stato di 2 o 3 milioni di euro e ci sarebbero voluti un paio di anni. Smantellando tutto ci vorranno 10 anni per ricostruire e minimo 40 milioni di euro per rifare tutto. Speriamo che qualcuno si possa rifare in seguito al decreto legge 120 dell’8 settembre scorso, che attribuisce a questo tipo di tecnologia una valenza importante per la prevenzione dei boschi», dice Giorgio Pelosio, direttore tecnico della EPG. Gli esempi virtuosi e la voglia di molti cittadini di contrastare fortemente gli incendi sono più vivi che mai. Abbiamo anche intervistato alcuni di lorosingole persone e reti che si adoperano per condividere le buona pratiche, denunciare ciò che non funziona e colmare le mancanze della macchina istituzionale. In Sicilia, ad esempio, è stato proposto anche un pool investigativo sul tema degli incendi. Al livello nazionale è appena nata la Rete Nazionale Basta Incendi, che raggruppa diversi organismi nazionali e regionali e si pone come obiettivo l’analisi degli incendi, lo studio del ripristino ambientale, la prevenzione e la tutela dei boschi. La buona notizia è che tutti, ma proprio tutti – cittadini singoli e/o associazioni, reti – possono farne parte. E bisogna agire subito perché un’altra estate è già alle porte!

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/costi-incendi-soluzioni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

L’allarme dei Paesi del Golfo sui costi ambientali dell’attività estrattiva

A Expo i paesi riuniti nel Consiglio di cooperazione GCC hanno lanciato l’allarme sulle conseguenze ambientali dell’attività estrattiva

WATFORD CITY, ND - JULY 30:  Pumpjacks are seen in an aerial view in the early morning hours of July 30, 2013 near Watford City, North Dakota. North Dakota has seen a boom in oil production thanks to new drilling techniques including horizontal drilling and hydraulic fracturing.  (Photo by Andrew Burton/Getty Images)

A Expo2015, proprio in concomitanza con l’Overshoot Day di ieri, i paesi del Golfo Persico riuniti nel Consiglio di cooperazione GCC – Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, Emirati Arabi, Bahrain e Oman – hanno presentato le loro strategie per affrontare le specificità ambientali dei singoli Paesi desertici e la crescente domanda di energia. Ogni giorno 100 petroliere entrano nel Golfo e questo impatta sulla vita del mare. Non possiamo tollerarlo a lungo. Diamo energia al mondo ma questo inquina. Abbiamo bisogno del petrolio, noi cerchiamo di tutelare l’ambiente ma il potere dei soldi è forte. Abbiamo animali bellissimi come lo squalo balena e le tartarughe, vogliamo proteggerli, ha detto Moshin Al-Yafei, direttore del centro studi ambientali dell’Università del Qatar. Nell’area del Golfo la popolazione è quadruplicata in mezzo secolo e l’urbanizzazione ha messo a rischio la flora e la fauna contribuendo al riscaldamento globale. Al-Yafei spiega che occorre istruire le nuove generazioni, dando loro una coscienza ambientale che le attuali generazioni non possiedono. L’80% dell’acqua consumata nei Paesi che aderiscono al GCC arriva dalla desalinificazione dell’acqua marina, mentre l’estrazione dalle falde sotterranee resta costosissima, contribuendo al 30% del consumo dell’energia dei Paesi del Golfo. La soluzione, quindi, è che anche i principali Paesi produttori di petrolio scommettano sulle energie rinnovabili, solare e eolico in particolare viste le condizioni meteo eccellenti per entrambe le fonti rinnovabili. Un’alleanza strategia che, oltre alle politiche energetiche, deve abbracciare anche l’agricoltura e la sicurezza alimentare.

fonte:  Askanews

59 miliardi di soldi pubblici per centrali a carbone. E’ civiltà?

I paesi del “primo mondo”, quelli dove le parole civilizzazione e industrializzazione hanno accezioni positive, hanno speso in 6 anni 59 miliardi di dollari di soldi pubblici per costruire centrali a carbone. Ma siamo sicuri che questa sia civiltà?centrali_carbone

Dal 2007 al 2013 oltre 59 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici sono stati erogati per sostenere la realizzazione di centrali a carbone. Il Giappone è quello che ha investito di più, poi vengono gli Stati Uniti e la Germania. E la cosa peggiore è che nella maggior parte dei casi questi impianti vengono realizzati ben lontani “da casa propria” secondo il ben noto proverbio “lontano dagli occhi, lontano da cuore”. Così, le proteste i governi più difficilmente le avranno sotto casa. Ma qual è il costo reale, complessivo dell’inquinamento provocato dalle centrali a carbone? Di sicuro ci sono i 59 miliardi di dollari gettati letteralmente sulle braci; poi ci sono i costi ambientali e quelli di salute, incalcolabili. Quindi, proviamo a ribaltare il ragionamento: quanto si risparmierebbe rinunciando al carbone? Tanto, in termini di soldi e di salute. Il flusso di denaro arriva principalmente dalle banche internazionali per lo sviluppo come la World Bank Group, la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e l’Asian Development Bank; poi ancora l’Export-Import Bank degli Stati Uniti. «E’ il momento di mettere in atto misure serie per fare in modo che I finanziamenti pubblici non possano più essere indirizzati a progetti che sostengono l’uso del carbone – ha spiegato Jake Schmidt, direttore delle politiche internazionali sul clima del Natural Resources Defense Council – Innanzi tutto occorre estendere le restrizioni a tutte le tipologie di progetti che utilizzano il carbone e non si può più prescindere dalla necessità di concentrare le risorse esclusivamente sulle fonti pulite di energie rinnovabili».
E che nessuno creda che l’Italia non debba cospargersi il capo di cenere. «Il 72 per cento dell’elettricità prodotta in Italia con il carbone è fatta da Enel, che con questo combustibile fossile produce il 41 per cento del prodotto nazionale – spiega Greenpeace – noi denunciamo da anni questo stato di cose. A partire dal 2006, Greenpeace ha contrastato la scelta a favore del carbone dell’azienda elettrica con azioni e campagne culminate – nel 2012 – nella campagna “Facciamo luce su Enel”. Poi è arrivata la bellissima vittoria di Porto Tolle, dove la Commissione VIA del ministero per l’Ambiente ha bocciato il progetto di conversione a carbone della centrale Enel. Ora Enel, se vorrà perseguire nel più catastrofico degli errori, dovrà presentare un nuovo progetto e un nuovo Studio di Impatto Ambientale. La conversione a carbone, la fonte più inquinante e dannosa per il clima e la salute umana, di una vecchia centrale a olio combustibile nel bel mezzo di un parco naturale, in un ecosistema fragile e prezioso, è sempre stata ed è ancor oggi una enorme sciocchezza».
Eppure di sciocchezze sono cosparse le vie di questo pianeta.

Fonte: il cambiamento