L’allarme dei Paesi del Golfo sui costi ambientali dell’attività estrattiva

A Expo i paesi riuniti nel Consiglio di cooperazione GCC hanno lanciato l’allarme sulle conseguenze ambientali dell’attività estrattiva

WATFORD CITY, ND - JULY 30:  Pumpjacks are seen in an aerial view in the early morning hours of July 30, 2013 near Watford City, North Dakota. North Dakota has seen a boom in oil production thanks to new drilling techniques including horizontal drilling and hydraulic fracturing.  (Photo by Andrew Burton/Getty Images)

A Expo2015, proprio in concomitanza con l’Overshoot Day di ieri, i paesi del Golfo Persico riuniti nel Consiglio di cooperazione GCC – Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, Emirati Arabi, Bahrain e Oman – hanno presentato le loro strategie per affrontare le specificità ambientali dei singoli Paesi desertici e la crescente domanda di energia. Ogni giorno 100 petroliere entrano nel Golfo e questo impatta sulla vita del mare. Non possiamo tollerarlo a lungo. Diamo energia al mondo ma questo inquina. Abbiamo bisogno del petrolio, noi cerchiamo di tutelare l’ambiente ma il potere dei soldi è forte. Abbiamo animali bellissimi come lo squalo balena e le tartarughe, vogliamo proteggerli, ha detto Moshin Al-Yafei, direttore del centro studi ambientali dell’Università del Qatar. Nell’area del Golfo la popolazione è quadruplicata in mezzo secolo e l’urbanizzazione ha messo a rischio la flora e la fauna contribuendo al riscaldamento globale. Al-Yafei spiega che occorre istruire le nuove generazioni, dando loro una coscienza ambientale che le attuali generazioni non possiedono. L’80% dell’acqua consumata nei Paesi che aderiscono al GCC arriva dalla desalinificazione dell’acqua marina, mentre l’estrazione dalle falde sotterranee resta costosissima, contribuendo al 30% del consumo dell’energia dei Paesi del Golfo. La soluzione, quindi, è che anche i principali Paesi produttori di petrolio scommettano sulle energie rinnovabili, solare e eolico in particolare viste le condizioni meteo eccellenti per entrambe le fonti rinnovabili. Un’alleanza strategia che, oltre alle politiche energetiche, deve abbracciare anche l’agricoltura e la sicurezza alimentare.

fonte:  Askanews

59 miliardi di soldi pubblici per centrali a carbone. E’ civiltà?

I paesi del “primo mondo”, quelli dove le parole civilizzazione e industrializzazione hanno accezioni positive, hanno speso in 6 anni 59 miliardi di dollari di soldi pubblici per costruire centrali a carbone. Ma siamo sicuri che questa sia civiltà?centrali_carbone

Dal 2007 al 2013 oltre 59 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici sono stati erogati per sostenere la realizzazione di centrali a carbone. Il Giappone è quello che ha investito di più, poi vengono gli Stati Uniti e la Germania. E la cosa peggiore è che nella maggior parte dei casi questi impianti vengono realizzati ben lontani “da casa propria” secondo il ben noto proverbio “lontano dagli occhi, lontano da cuore”. Così, le proteste i governi più difficilmente le avranno sotto casa. Ma qual è il costo reale, complessivo dell’inquinamento provocato dalle centrali a carbone? Di sicuro ci sono i 59 miliardi di dollari gettati letteralmente sulle braci; poi ci sono i costi ambientali e quelli di salute, incalcolabili. Quindi, proviamo a ribaltare il ragionamento: quanto si risparmierebbe rinunciando al carbone? Tanto, in termini di soldi e di salute. Il flusso di denaro arriva principalmente dalle banche internazionali per lo sviluppo come la World Bank Group, la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e l’Asian Development Bank; poi ancora l’Export-Import Bank degli Stati Uniti. «E’ il momento di mettere in atto misure serie per fare in modo che I finanziamenti pubblici non possano più essere indirizzati a progetti che sostengono l’uso del carbone – ha spiegato Jake Schmidt, direttore delle politiche internazionali sul clima del Natural Resources Defense Council – Innanzi tutto occorre estendere le restrizioni a tutte le tipologie di progetti che utilizzano il carbone e non si può più prescindere dalla necessità di concentrare le risorse esclusivamente sulle fonti pulite di energie rinnovabili».
E che nessuno creda che l’Italia non debba cospargersi il capo di cenere. «Il 72 per cento dell’elettricità prodotta in Italia con il carbone è fatta da Enel, che con questo combustibile fossile produce il 41 per cento del prodotto nazionale – spiega Greenpeace – noi denunciamo da anni questo stato di cose. A partire dal 2006, Greenpeace ha contrastato la scelta a favore del carbone dell’azienda elettrica con azioni e campagne culminate – nel 2012 – nella campagna “Facciamo luce su Enel”. Poi è arrivata la bellissima vittoria di Porto Tolle, dove la Commissione VIA del ministero per l’Ambiente ha bocciato il progetto di conversione a carbone della centrale Enel. Ora Enel, se vorrà perseguire nel più catastrofico degli errori, dovrà presentare un nuovo progetto e un nuovo Studio di Impatto Ambientale. La conversione a carbone, la fonte più inquinante e dannosa per il clima e la salute umana, di una vecchia centrale a olio combustibile nel bel mezzo di un parco naturale, in un ecosistema fragile e prezioso, è sempre stata ed è ancor oggi una enorme sciocchezza».
Eppure di sciocchezze sono cosparse le vie di questo pianeta.

Fonte: il cambiamento