UE deve fare di più per salvaguardare le acque di superficie

i legislatori dell’UE dovrebbero fare di più per proteggere le fonti delle acque superficiali dalla contaminazione. Questo è fondamentale per garantire una fornitura di acqua potabile pulita e sicura per noi ora e in futuro, scrivere Arjen Frentz e Anders Finnson.

Arjen Frentz è presidente del Comitato EUREAU sull’acqua potabile e Anders Finnson è presidente del Gruppo di lavoro congiunto EUREAU sulla direttiva quadro sulle acque.8542851496_4c737e10c0_o

Gli operatori idrici sforzano di fornire questa protezione tanto necessaria, ma abbiamo urgente bisogno robusta normativa UE per preservare le fonti d’acqua e garantire l’effettiva attuazione della direttiva quadro sulle acque. Vogliamo azione preventiva immediata invece di trattamenti costosi per evitare l’ulteriore deterioramento delle fonti d’acqua. L’acqua è un diritto umano fondamentale ed è essenziale per la vita e la dignità. operatori acqua sono responsabili per la fornitura di acqua sicura, sana e pulita, garantendo la qualità dell’acqua nei rubinetti e nei fiumi. Il nostro lavoro è supportato dalla direttiva quadro sulle acque, che stabilisce un quadro giuridico per proteggere e ripristinare l’acqua pulita in Europa. Questa legislazione vitale europea sarà riesaminato nel 2019, che dà i legislatori l’occasione perfetta per salvaguardare il nostro approvvigionamento di acqua potabile. Pari al 40% d’acqua dolce estratta per l’acqua potabile nell’Unione europea, le acque di superficie è al centro della questione della tutela delle acque. Inoltre, le acque di superficie è più esposta alla degradazione di acque sotterranee. In Europa, il suolo agisce come filtro e sotterranee richiede poco o nessun trattamento. Acqua di superficie d’altra parte, è più esposta agli agenti inquinanti delle famiglie, l’industria e l’agricoltura, il che significa che di solito ha a sottoporsi a un trattamento più intensivo. Come il trattamento dell’acqua potabile dipende dalla qualità dell’acqua, il metodo più affidabile e conveniente di fornire acqua sicura e pulita è quello di mantenere gli inquinanti di acque superficiali. Noi insistiamo sull’importanza di protezione preventiva piuttosto che di trattamento. Il ‘principio di precauzione’ dovrebbe prevalere in termini di prevenzione della contaminazione delle acque di superficie. Fine del trattamento tubi negli impianti di trattamento delle acque reflue non è sostenibile e deve essere l’ultima opzione. Pertanto, un approccio controllo del codice sorgente è il mezzo migliore per tenere inquinanti fuori del ciclo dell’acqua e garantire il sistema è sostenibile per le generazioni future. Grazie alle misure già messe in atto dalla direttiva quadro sulle acque, la qualità delle risorse europee dei bacini idrografici e l’acqua è notevolmente migliorata. Ma le debolezze sono stati identificati e la Commissione devono fare i miglioramenti indispensabili e integrali per proteggere fonti di acqua potabile. Pertanto, i partiti che influenzano la qualità dell’acqua dovrebbero sopportare il costo relativo. L’UE ha urgente bisogno di attuare la precauzione, chi inquina paga e l’utente paga principi. La legislazione in materia di acque deve essere collegato con le altre politiche, quali la legislazione PAC e le sostanze chimiche pure. Questi due settori costituiscono la principale fonte di inquinamento delle acque. Un approccio trasversale è essenziale per garantire un ambiente sicuro e ciclo dell’acqua. Mantenere inquinanti fuori del ciclo dell’acqua è una sfida. Ulteriori dura azione dell’UE può essere presa in approvazione, l’uso e lo smaltimento di sostanze, con l’obiettivo di mantenere sostanze pericolose dal ciclo dell’acqua alla fonte e / o la loro sostituzione con sostanze non pericolose alternative, ad esempio, le sostanze degradabili. Impatti pericolosi potenziali di sostanze nocive e persistenti sulla qualità dell’acqua potabile dovrebbero essere presi in considerazione come criterio nelle prove effettuate per l’approvazione, l’autorizzazione e la registrazione delle sostanze chimiche. Nell’interesse della sostenibilità, forti strategie dell’UE per la protezione dei corpi idrici dovrebbero includere:

  • migliorando l’UE di approvazione, l’autorizzazione e la registrazione delle sostanze chimiche con l’aggiunta di criteri di acqua potabile adeguata connessi;
  • il monitoraggio di inquinamento e individuare le vie attraverso le quali gli inquinanti entrano nei corpi idrici;
  • misure per impedire l’uso di particolari sostanze;
  • misure per ridurre l’inquinamento alla fonte.

I piani d’azione con misure concrete dovrebbero essere stabiliti dagli Stati membri al fine di prevenire l’ulteriore deterioramento delle risorse idriche e per rimediare l’inquinamento delle acque di superficie esistente, limitando minacce future. Il futuro della qualità delle acque dipenderà anche dalla capacità della Commissione europea di coordinare meglio le politiche europee, come la direttiva sull’acqua potabile o la direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane. Industria e agricoltura hanno una responsabilità importante nel prevenire la contaminazione delle acque e hanno bisogno di una legislazione di protezione già in atto per essere eseguita. gli operatori d’acqua hanno la salute dei cittadini europei e la cura dell’ambiente nelle loro mani. Tale missione richiede uno strumento di gestione efficace. Noi tutti – collettivamente – dobbiamo lavorare per produrre una riforma che va al di là ‘fit-for-purpose’. la sostenibilità del sistema e la fiducia dei consumatori dipenderanno da un forte quadro sulle acque revisione direttiva.

Fonte: euractiv.com

 

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Boom di pesticidi nelle acque. E c’è il glifosato

Pesticidi nelle acque, cresce la percentuale di punti contaminati: +20% nelle acque superficiali, +10% in quelle sotterranee. Sono i dati del nuovo rapporto Ispra. Rinvenute 224 sostanze diverse, il glifosato è tra quelle che superano più spesso i limiti.

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Sono circa 130.000 le tonnellate di prodotti fitosanitari utilizzate ogni anno in Italia. Ad essi, si aggiungono i biocidi, impiegati in tanti settori di attività, di cui non si hanno informazioni sulle quantità e sulla distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio. I risultati del monitoraggio di queste sostanze sono contenuti nell’edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’ISPRA (disponibile QUI).

«La contaminazione da pesticidi è un fenomeno complesso e difficile da prevedere, sia per il grande numero di sostanze impiegate, sia per la molteplicità dei percorsi che possono seguire nell’ambiente – spiega Ispra nella nota diffusa – Il rapporto viene costruito sulla base dei dati forniti dalle Regioni e dalle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, ma la copertura del territorio non è completa né omogenea soprattutto per quanto riguarda le regioni centro-meridionali: non si dispone di informazioni relative a Molise e Calabria e mancano i dati relativi a cinque Regioni per quanto riguarda le acque sotterranee. Nel biennio 2013-2014 sono stati analizzati 29.220 campioni per un totale di 1.351.718 misure analitiche, con un sensibile aumento rispetto al biennio precedente. Nel 2014, in particolare, le indagini hanno riguardato 3.747 punti di campionamento e 14.718 campioni e sono state cercate complessivamente 365 sostanze (nel 2012 erano 335). Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti (erano 175 nel 2012): questo dato indica una maggiore efficacia delle indagini condotte».

«Gli erbicidi sono ancora le sostanze più rinvenute, soprattutto a causa dell’utilizzo diretto sul suolo, spesso concomitante con i periodi di maggiore piovosità di inizio primavera, che ne determinano un trasporto più rapido nei corpi idrici superficiali e sotterranei. Rispetto al passato, è aumentata notevolmente la presenza di fungicidi e insetticidi, soprattutto perché è aumentato il numero di sostanze cercate e la loro scelta è più mirata agli usi su territorio. Le acque superficiali “ospitano” pesticidi nel 63,9% dei 1.284 punti di monitoraggio controllati (nel 2012 la percentuale era 56,9); nelle acque sotterranee, sono risultati contaminati il 31,7% dei 2.463 punti (31% nel 2012). Il risultato complessivo indica un’ampia diffusione della contaminazione, maggior e nelle acque di superficie, ma elevata anche in quelle sotterranee, con pesticidi presenti anche nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco permeabili».

«Nelle acque superficiali, 274 punti di monitoraggio (21,3% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientali. Le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono: glifosato e il suo metabolita AMPA (acido aminometilfosforico), metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina e il suo principale metabolita, desetil-terbutilazina. Per quanto riguarda il glifosato e il metabolita AMPA, presenti rispettivamente nel 39,7% e nel 70,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali, va chiarito che sono cercati solo in Lombardia e Toscana, dove sono tra i principali responsabili del superamento dei limiti di qualità ambientali. Nelle acque sotterranee, 170 punti (6,9% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti di qualità ambientale. Le sostanze più frequentemente rinvenute sopra il limite sono: bentazone, metalaxil, terbutilazina e desetil-terbutilazina, atrazina e atrazina-desetil, oxadixil, imidacloprid, oxadiazon, bromacile, 2,6-diclorobenzammide, metolaclor».

«Diffusa è la presenza dei neonicotinoidi sia nelle acque superficiali, sia in quelle sotterranee. Tra questi, in particolare, l’imidacloprid e il tiametoxan, che hanno anche determinato il superamento dei limiti di qualità. I neonicotinoidi sono la classe di insetticidi più utilizzata a livello mondiale e largamente impiegata anche in Italia. Uno studio condotto a livello mondiale (Task Force sui Pesticidi Sistemici– 2015) evidenzia come l’uso di queste sostanze sia uno dei principali responsabili della perdita di biodiversità e della moria di api. Nel complesso la contaminazione è più ampia nella pianura padano-veneta dove, come già segnalato in passato, le indagini sono generalmente più efficaci. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale. In alcune Regioni la contaminazione è molto più diffusa del dato nazionale, arrivando a interessare oltre il 70% dei punti delle acque superficiali in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, con punte del 90% in Toscana e del 95% in Umbria. Nelle acque sotterranee la diffusione della contaminazione è particolarmente elevata in Lombardia 50% dei punti, in Friuli 68,6%, in Sicilia 76%».

«Più che in passato, sono state trovate miscele di sostanze nelle acque, contenenti anche decine di componenti diversi. Ne sono state trovate fino a 48 a sostanze in un singolo campione. La tossicità di una miscela è sempre più alta di quella dei singoli componenti. Si deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e gli altri organismi sono spesso esposti a “cocktail” di sostanze chimiche, di cui a priori non si conosce la composizione. È necessario prendere atto di queste evidenze, confermate a livello mondiale, e del fatto che le metodologie utilizzate in fase di autorizzazione, che valutano le singole sostanze e non tengono conto degli effetti cumulativi, debbono essere analizzate criticamente al fine di migliorare la stima del rischio».

«C’è stata una sensibile diminuzione delle vendite di prodotti fitosanitari scesi nel 2014 a circa 130.000 tonnellate, con un calo del 12% rispetto al 2001. Nello stesso periodo si è ridotta del 30,9% la quantità di prodotti più pericolosi (molto tossici e tossici). Indubbiamente c’è un più cauto impiego delle sostanze chimiche in agricoltura, come richiesto dalle norme in materia, che prevedono l’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria a minore impatto, in cui il ricorso alle sostanze chimiche va visto come l’ultima risorsa. L’analisi dei dati di monitoraggio, peraltro, non evidenzia una diminuzione della contaminazione. Nel periodo 2003 –2014, infatti, la percentuale di punti contaminati nelle acque superficiali è aumentata di circa il 20%, in quelle sotterranee di circa il 10%. Il fenomeno si spiega in parte col fatto che in vaste aree del centro– sud, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata. La risposta dell’ambiente, inoltre, risente della persistenza delle sostanze e delle dinamiche idrologiche spesso molto lente, specialmente nelle acque sotterranee, che possono determinare un accumulo di inquinanti, e un difficile ripristino delle condizioni naturali».

 

Fonte: ilcambiamento.it

Colorado, il fiume Animas contaminato dopo un incidente in una miniera d’oro

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Quasi quattro milioni di litri di liquido provenienti da una miniera d’oro hanno tinto di un anomalo color senape il fiume Animas che scorre in Colorado, nei pressi di Durango. Lo sversamento del liquido contaminato è avvenuto a una velocità di 548 litri al minuto: i residui metallici di cadmio, arsenico, rame, piombo e zinco hanno contaminato il corso d’acqua alcuni giorni fa mentre gli uomini dell’EPA (l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) erano impegnati nei lavori di pulizia per trattare le acque reflue. L’incidente ha avuto gravissime conseguenze sulle città che alimentano il proprio sistema idrico grazie al fiume Animas e che si sono viste costrette a chiudere i propri impianti. Il colore giallo sta progressivamente svanendo, ma i tossicologi sostengono che ci potranno essere effetti sulla salute per molti anni a venire. “Si tratta di un vero e proprio disastro. Questi livelli sono scioccanti” ha detto Max Costa, presidente del dipartimento di medicina ambientale presso la New York University School of Medicine.L’esposizione a livelli elevati di questi metalli può causare una serie di problemi alla salute fra cui il cancropatologie renali e problemi nello sviluppo dei bambini. Il livello di piombo nel fiume Animas è 12mila volte superiore a quello consentito dall’EPA, mentre l’arsenico è presente in quantità 800 volte superiori ai livelli consentiti.

Fonte:  CNN

Foto | Youtube

Ogm. Prima la contaminazione, poi le regole: la strategia delle multinazionali dell’agritech

Dagli Stati Uniti all’India, l’industria agritech degli ogm pare proprio attuare la politica del “prima contaminiamo poi si penserà ad una regolamentazione delle autorizzazioni”. “E’ evidente dunque come la contaminazione del nostro cibo sia una strategia deliberata dell’industria” spiega Colin Todhunter (1), giornalista investigativo che ha scritto per il Deccan Herald, il New Indian Express e l’inglese Morning Star.ogm_pericolo

Malgrado la maggioranza dei cittadini europei abbia espresso chiaramente la propria contrarietà agli ogm, la discussione viene distorta e gli interessi commerciali vengono fatti passare come “bene comune”, spiega con chiarezza Todhunter. “Monsanto e le altre società dell’agritech stanno anche facendo pressioni perché passi il TTIP, il trattato transatlantico che aprirebbe tutte le porte al profitto delle multinazionali. Le stesse società vogliono indebolire il quadro regolatorio pan-europeo cercando di ottenere modalità per poter imporre gli ogm nazione per nazione (2,3)”. Peraltro la contaminazione sta già avvenendo attraverso le importazioni dagli Usa con cibi ogm che finiscono sugli scaffali dei supermercati senza dire nulla in etichetta. E non solo vegetali o lavorati industriali, ma anche carne e derivati di animali nutriti con mangimi ogm. Per non parlare degli enzimi ogm che favoriscono la lunga conservazione, degli esaltatori di sapidità, dei micro-organismi ogm che aiutano la fermentazione… L’Efsa, European Food Safety Authority, ha concluso che gli organismi geneticamente modificati sono sicuri, ma ormai la diffidenza nei confronti dei membri dell’Efsa è diffusissima a causa dei documentati conflitti di interesse (4); stessa cosa vale per le commissioni scientifiche della UE (5). Cosa fare dunque? Innanzi tutto, se avete la possibilità, coltivate voi ciò che mangiate; non acquistate in supermarket che non garantiscono l’assenza di ogm; partecipate alla mobilitazione contro il TTIP. E’ certamente meglio che sedersi e attendere che altri combattano per noi.

1]  http://www.globalresearch.ca/genetically-engineered-poison-first-regulate-later-the-criminality-of-the-gmo-biotech-industry/5412810

2]  http://www.gmfreeze.org/actions/42/

3]  http://corporateeurope.org/food-and-agriculture/2014/05/biotech-lobbys-fingerprints-over-new-eu-proposal-allow-national-gmo

4]  http://corporateeurope.org/efsa/2013/10/unhappy-meal-european-food-safety-authoritys-independence-problem

5]  http://corporateeurope.org/sites/default/files/attachments/ceo_-_sanco_sc_conflicts_of_interest.pdf

Fonte: ilcambiamento.it

Diossine dall’Ucraina in Italia in mais per animali: chi è stato contaminato?

La Rasff il sistema di allerta rapido europeo ha lanciato un alert per una partita di mais proveniente dall’Ucraina e contaminato da diossine. L’alimento era destinato agli allevamenti animali italiani: dove è stato distribuito? Il ministero della Salute tace

La RASFF Rapid Alert System for Food and Feed, il sistema di alert rapido europeo sulle contaminazioni dei prodotti che acquistiamo è sempre attivo e quotidianamente pubblica i suoi bollettini pubblici. Capita poi che per un motivo o per un altro testate varie o associazioni si interessino nell’immensità di questi dati a alcune segnalazioni piuttosto che a altre. E’ il caso della contaminazione da diossine su un carico di mais proveniente dall’Ucraina superiore di quasi 4 volte ai limiti di legge e tracciata nell’alert della RASFF diffuso non solo in Italia, ma anche in Montenegro e Grecia.FRANCE-AGRICULTURE-CORN-FEATURE

La domanda è: questo mais a chi è stato distribuito? Allevamenti di animali? fabbriche per cibo di animali? Come è entrato nella catena alimentare? Quanto ha contaminato gli alimenti?

Da ricordare che le contaminazioni da diossina non sono rare e anche in Italia tra le produzioni di latte da Cuneo, a Acerra o a Taranto. Proprio a Taranto un paio di anni fa alcuni ragazzi hanno proposto il marchio Dioxin Free progetto premiato anche dal Senato italiano, come progetto di tutela degli alimenti e cibi liberi da diossine. In effetti le diossine sono piuttosto presenti nell’alimentazione umana a partire proprio dal latte materno. Si tenga presente che gli alimenti che maggiormente ne restano contaminati sono quelli ricchi di grassi animali, quindi latte, burro e formaggi, le uova per cui spesso possono scattare anche allerta ingiustificati o nelle cozze. Ma come si formano le diossine? Sono emesse durante la combustione a basse temperature e con la presenza di varie sostanze clorurate e assenza di zolfo, ad esempio. Se ne conoscono circa 200 e in genere però ci riferiamo a furani, diossani e PCB, sono composti cancerogeni e altamente solubili nei grassi. Dunque esiste l’effetto bioaccumulo e entrano dai grassi nella catena alimentare. Ma se come sostiene il prof. Antonio Malorni del CNR che non sia possibile avere cibi esenti al 100 per cento dalle diossine, come potrebbe un marchio come Dioxin Free attestarne la non presenza?

Aggiornamento
Il ministero della Salute Pubblica risponde così alle richieste di chiarimento(grazie a Daniela Patrucco per la segnalazione):

I controlli del Piano Nazionale Alimentazione Animale hanno portato al riscontro di una partita di mais ad uso zootecnico, proveniente dall’Ucraina, non conforme per presenza di diossine. Il mais in questione, viene normalmente miscelato con altri componenti in una percentuale variabile, a seconda della specie animale a cui è destinato, per la produzione dei mangimi completi. A seguito della positività riscontrata il 10 giugno, sono state attivate già l’11 giugno tutte le procedure operative previste dal sistema di “allerta rapido alimenti e mangimi” (RASFF), che hanno portato, grazie al tempestivo intervento delle Autorità sanitarie locali, al rintraccio ed al blocco dei mangimi a rischio. Con i rappresentanti delle Regioni interessate, il NAS ed Laboratorio Nazionale di Riferimento per le Diossine e PCB in mangimi e alimenti, sono state inoltre definite ulteriori misure a tutela della salute pubblica che hanno previsto, tra l’altro, il blocco cautelativo di alimenti provenienti da animali che hanno consumato mangime contenente una percentuale a rischio di mais ucraino.

Il Comando Carabinieri per la Tutela della salute è stato prontamente coinvolto nella vicenda.

Fonte:  Speziapolis

© Foto Getty Images

 

Parmigiano Reggiano contaminato da aflatossina: sequestrate 2440 forme

Le aflatossine contenute nel mais scadente e dato come mangime alle mucche da latte ha contaminato 2440 forme di parmigiano Reggiano prontamente sequestrato dai NAS di Parma469560541-620x350

Sono scattati gli arresti domiciliari per 4 persone, ovvero Sandro Sandri direttore del centro servizi per l’agroalimentare di Parma e tre imprenditori agricoli per la presenza di aflatossina oltre i limiti imposti dalla legge in 2440 forme di parmigiano Reggiano. Dovranno rispondere delle accuse di associazione a delinquere finalizzata al falso in atto pubblico e alla commercializzazione di sostanze alimentari nocive e tentata truffa aggravata finalizzata alla ricezione di pubbliche erogazioni per il latte qualità. Le indagini dei NAS di Parma hanno portato anche all’iscrizione nel registro degli indagati di 63 persone poiché il latte usato per la produzione del Parmigiano Reggiano era contaminato da aflatossine entrate nella catena alimentare delle mucche da latte dal mangime a base di mais. Gli inquirenti ritengono che tutte le persone siano coinvolte nella falsificazione delle analisi omettendo i controlli e lasciando che latte contaminato fosse usato per produrre uno tra i più nobili formaggi simbolo del Made in Italy. la presenza della micotossina, hanno reso noto i NAS di Parma era superiore di ben due volte ai limiti comunitari. Le aflatossine sono micotossine cancerogene prodotte da due funghi che si sviluppano in ambiente caldo umido. Le aflatossine possono contaminare arachidi, frutta a guscio, granoturco, riso, fichi, frutta secca, spezie, oli vegetali grezzi e semi di cacao prima o dopo la raccolta.

Maurizio Martina ministro per le Politiche agricole ha commentato:

L’operazione della Procura di Parma e dei Nas a tutela della salute dei consumatori e del Parmigiano Reggiano è la conferma che il nostro sistema di controlli funziona. Abbiamo gli anticorpi giusti per contrastare con efficacia chi viola le regole, creando danni enormi alla reputazione dei nostri prodotti. Dobbiamo anche ribadire che non c’è al mondo un sistema di verifiche come quello previsto per i prodotti di qualità italiani. Solo nel 2013 abbiamo condotto più di 130 mila controlli e tra i prodotti DOP e IGP il tasso di contraffazione mostra percentuali molto basse. Il Governo è totalmente impegnato al fianco dei produttori che rispettano la legge e sono protagonisti di quel grande successo che è il Made in Italy agroalimentare, che vale oltre 33 miliardi di euro solo di export. Allo stesso tempo l’obiettivo primario resta quello di garantire la salute e la fiducia dei consumatori italiani ed internazionali.

Fonte:  RaiNews

© Foto Getty Images

Contaminazione da arsenico, dove in Italia

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Nella tavola periodica si chiama As. Il suo nome completo è arsenico, ed è uno degli elementi chimici più amati da autori di libri e film gialli per la sua altissima pericolosità: l’esposizione acuta, infatti, può essere fatale. Ma anche la cronica, meno interessante per letteratura e cinematografia ma più rilevante nel mondo reale, è altrettanto pericolosa, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente classificato l’arsenico, specie quello inorganico trivalente, tra le sostanze “cancerogene per gli esseri umani”. Alla luce di tutto questo, non possono non destare preoccupazioni gli ultimi risultati dello studio Sepias – Sorveglianza epidemiologica in aree interessate da inquinamento ambientale da arsenico di origine naturale o antropica, condotto dai ricercatori dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr e pubblicato sulla rivista Epidemiologia e prevenzione. Nel lavoro, presentato oggi a Roma, gli scienziati hanno sottoposto a biomonitoraggio quattro aree italiane (il viterbese, l’AmiataTaranto e Gela), registrando nei residenti di ognuna di esse – seppure in misura diversa – concentrazioni di arsenico superiori ai valori di riferimento. “Le aree sono state scelte in base al tipo di inquinamento cui erano soggette”, spiega a Wired.it Fabrizio Bianchi, dirigente di ricerca dell’Ifc-Cnr. “In particolare, l’Amiata e il viterbese hanno un inquinamento di tipo naturale: l’arsenico è presente nelle rocce, nei sedimenti e nelle acque. A Taranto e Gela, invece, deriva da attività antropiche, come ammettono le stesse industrie locali, che emettono quintali di arsenico nell’ambiente”. I ricercatori, dice Bianchi, hanno sottoposto a 282 persone (scelte con un campionamento randomizzato e rappresentativo) un questionario per valutarne lo stile di vita e la situazione clinica. Su ciascuno dei partecipanti sono state inoltre effettuate analisi delle urineprelievo del sangueecodoppler e visita cardiologica. È bene ricordare che, mentre esistono delle soglie stabilite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unione Europea per quanto riguarda i valori di arsenico nelle acque e negli alimenti, per urina e sangue non ci sono valori analoghi, perché l’intossicazione dipende fortemente da meccanismi individuali di risposta. “Nonostante questo, comunque”, precisa Bianchi, “sono stati elaborati diversi valori di riferimento, in base a esposizione, possibili rischi per la salute, biomonitoraggi futuri e altri parametri. E noi abbiamo tenuto conto di tutti questi valori”. Gli scienziati, nell’analisi, hanno inoltre preso in considerazione i fattori genetici ed epigenetici che determinano la diversa risposta dei singoli soggetti all’esposizione all’arsenico. E hanno osservato“valori medi di concentrazione elevati, per quanto riguarda l’arsenico inorganico, in un soggetto su quattro del totale, ma con rilevanti differenze: 40% Gela, 30% Taranto, 15% viterbese, 12% Amiata”. Dati che sono “da usare con cautela in considerazione dei piccoli campioni”, ma che comunque“testimoniano l’avvenuta esposizione” alla sostanza. Al sud peggio che al centro, insomma. E attività antropiche molto più dannose e incidenti rispetto a quelle naturali. Incrociando i dati clinici con le risposte al questionario, gli scienziati hanno evidenziato “associazioni statisticamente significative” tra concentrazione di arsenico e fattori di rischio: “Il fattore di rischio più importante è l’esposizione occupazionale nelle aree industriali di Gela e Taranto”, dice ancora Bianchi. “Per quanto riguarda le altre due regioni, invece, i fattori di rischio sono il consumo di acqua per uso civico (cucina e igiene personale) e la contaminazione degli alimenti. Per quest’ultimo punto, comunque, sono necessari ulteriori studi più focalizzati sulle abitudini alimentari dei soggetti”. Come intervenire, dunque? “Abbiamo anzitutto sottomesso un protocollo di presa in carico dei soggetti con valori più elevati, che è già stato approvato dal Ministero della Salute”, spiega Bianchi. “Quello che suggeriamo è di intervenire al più presto per rimuovere o diminuire il più possibile le fonti da esposizione primaria, tra cui gli stabilimenti che riversano arsenico nelle falde acquifere. E poi è assolutamente necessario continuare e ampliare il biomonitoraggio, così come avviene negli Stati Uniti e in molte nazioni europee”.

Fonte: Wired.it

Credits immagine:  Al_HikesAZ/Flickr

OGM: sentenza del Tar boccia il mais Monsanto, vietato coltivare mais Mon810

Il Tar del Lazio nella sua sentenza respinge il ricorso di Fidenato e Dalla Libera e conferma il divieto di coltivazione del decreto anti OGM

La sentenza è definita da molti storica anche se in realtà è solo una prima parte del ricorso, poiché sebbene questa sia stata bocciata resta in atto il secondo ricorso presentato da Silvano dalla Libera. Come fa notare Fderica Ferrario di Greenpeace l’Italia ha rischiato tanto, in termini di contaminazione delle colture, con la prima coltivazione di mais MON810 portata a termine lo scorso anno nel campo di Vivaro in provincia di Pordenone. Infatti sebbene i coltivatori di OGM abbiano sostenuto attraverso loro ricerche che non vi fosse stata contaminazione con le colture dei campi vicini. Nelle 14 pagine della sentenza pubblicata dal Tar del Lazio sono rese note le motivazioni che hanno portato i giudici a respingere il ricorso sollevato da Giorgio Fidenato coltivatore friulano che ha piantato il MON810, mais OGM della Monsanto andando contro il decreto del 12 agosto 2013 di Orlando, Lorenzin e De Girolamo e quello della Regione Friuli.greenpeace-ogm-620x350

I giudici del TAR del Lazio però pur tenendo conto delle indicazioni date dai giudici della Corte europea ribadiscono e insistono su un punto: il principio di precauzione, riconosciuto in tutta la materia dall’Europa ma glissato più volte. Scrivono i giudici nella loro sentenza:

a) come affermato dalla giurisprudenza comunitaria dal principio di precauzione discende che, quando sussistono incertezze riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure protettive senza dover attendere che siano esaurientemente dimostrate la realtà e la gravità di tali rischi. L’applicazione corretta del principio di precauzione presuppone, in primo luogo, l’individuazione delle conseguenze potenzialmente negative per la salute derivanti dall’uso della sostanza attiva in questione, nonché la valutazione complessiva del rischio per la salute basata sui dati scientifici disponibili più affidabili e sui risultati più recenti della ricerca internazionale (Corte di Giustizia, sez.II, n.77/2010; sez.VI, n.24/2004); b) è palese che il contestato decreto rispecchia in toto le condizioni previste per il principio in questione in quanto:b1) sono state evidenziate le conseguenze negative per l’ambiente derivante dalla diffusione della coltura del mais MON 810;
b2) tali conseguenze negative sono state prospettate dagli studi più recenti dell’EFSA che è l’organo ausiliario della Commissione cui è devoluta in via esclusiva l’individuazione, la valutazione e la gestione del rischio conseguente alla coltivazione del mais in questione.

Dunque la novità rispetto alla sentenza dei giudici della Corte Europea che praticamente sostenevano che fosse vietato vietare la coltivazione degli OGM. Ma per il Tar del Lazio vale più rispettare il principio di sicurezza della salute pubblica che supera così la liberà individuale. Detto ciò resta da capire quali saranno i prossimi ricorsi che si dipaneranno nelle sedi europee e sopratutto come l’Italia intende intervenire a sostegno del decreto del 12 agosto 2013 che ricordo ha validità 18 mesi.

Commenta così il ministro per l’Ambiente Gian Luca Galletti:

La decisione del Tar del Lazio avalla l’operato del Governo, impegnato con risultati importanti anche in sede europea per aumentare l’autonomia decisionale degli Stati membri in materia di OGM. Ora questo divieto va attuato con decisione, anche adottando le sanzioni stabilite per le eventuali violazioni. Sin dal primo momento il Ministero dell’Ambiente è stato in campo sulla questione, operando in stretta relazione con quelli della Salute e dell’Agricoltura: i risultati si sono visti e sono positivi. Dopo questa sentenza è più forte la spinta per una nuova normativa UE che lasci piena autonomia agli Stati, anche in relazione alle tradizioni e alle vocazioni agricole del territorio.

Una Task force di 30 associazioni contro le colture OGM

Questa sentenza riguarda un primo ricorso presentato al Tar del Lazio da Giorgio Fidenato; un secondo ricorso è stato presentato da Silvano Dalla Libera e contiene le medesime motivazioni quindi si suppone non vi debbano essere considerevoli discrepanze nella seconda sentenza. A contrastare la richiesta di coltivare mais OGM e pure di ottenere risarcimento sono stati Coldiretti, Codacons, Slowfood, Legambiente, Greenpeace, Associazione Nazionale Città del Vino, Associazione Italiana Agricoltura Biologica (AIAB), Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica – Federbio, Fondazione UniVerde e ASSEME, Associazione Sementieri Mediterranei.

La questione non è però risolta come fa notare Federica Ferrario di Greenpeace che ha seguito sin dall’inizio l’arrivo del mais OGM MON810 Monsanto l’unico autorizzato (per ora in Europa) e piantato nei campi di Vivaro in Friuli:

Ora le Regioni dovranno predisporre interventi sul principio di coesistenza ossia intervenire con leggi che impediscano la coltivazione del mais OGM. Poi interverremo in Europa affinché sia ribadita l’autorità di ogni Stato membro a disporre o meno delle coltivazioni OGM sul proprio territorio.

I commenti

Scrive Alfonso pecoraro Scanio ex ministro per l’Ambiente e per l’Agricoltura e contrario agli OGM:

C’è davvero Grande soddisfazione per la sentenza di oggi con cui il TAR del Lazio ha respinto le istanze di una minoranza di agricoltori filo-Ogm spalleggiati dalle multinazionali proprietarie dei Semi Ogm- lo ha dichiarato Alfonso Pecoraro Scanio,presidente della fondazione Univerde che come ministro dell’agricoltura nel 2001 varò il bando anti-Ogm -ora occorre che Governo e Regioni blocchi con fermezza ogni tentativo di nuove semine illegali di semi geneticamente modificati . La fondazione Univerde era costituita dinanzi al TAR insieme a Coldiretti,slow Food,Greenpeace ,legambiente ,Codacons per contrastare le richieste dei filo Ogm.

“In ogni caso occorre non abbassare la guardia perché le lobby pro Ogm continueranno la loro opera e serve una azione presso l’Unione Europea per evitare che il nuovo trattato commerciale con gli Usa scavalchi la sovranità di Stati e Regioni ed imponga gli Ogm contro la stragrande maggioranza delle opinioni pubbliche e degli agricoltori ,con l’aiuto palese o nascosto di molti eurodeputati”.

Il Movimento 5 stelle commenta così:

“Siamo felici di apprendere che i giudici del Tar Lazio hanno rigettato il ricorso contro il decreto interministeriale sugli Ogm. Ma non basta ancora”: è il commento dei deputati del Movimento 5 Stelle della Commissione Agricoltura alla sentenza che vieta la coltivazione di mais Mon 810 sul territorio italiano.

Secondo il dispositivo della sentenza deve essere applicato il principio di precauzione, per le incertezze sulle conseguenze sulla salute e perché «sono state evidenziate le conseguenze negative per l’ambiente derivante dalla diffusione della coltura del mais Mon 810».

“La sentenza quindi costituisce l’impalcatura giuridica necessaria per poter applicare la clausola di salvaguardia. Il ministro non ha più scuse, questa è la soluzione che chiuderà ogni spiraglio agli Ogm in Italia”.

Il Movimento 5 Stelle ha portato avanti una campagna contro gli Ogm attraverso il portale Italiaogmfree.org con la quale ha chiesto agli attivisti di rendere il proprio territorio #Ogmfree attraverso petizioni e mozioni depositate presso i comuni. Numerose le città che hanno aderito, da Torino a Roma passando per i centri più piccoli. L’Italia libera dagli Ogm, una nuova vittoria del movimento 5 Stelle.

La reazione di Slow Food:

Il Tar del Lazio ha bocciato il ricorso contro il decreto interministeriale che vieta su tutto il territorio nazionale la semina di mais Mon810, l’unica varietà geneticamente modificata di cui oggi è ammessa la semina nell’Unione Europea. Una sentenza importante che, oltre a ribadire il divieto, accoglie le istanze di tre ministeri e moltissime associazioni di categoria, ambientaliste, culturali, e soprattutto della stragrande maggioranza degli italiani che non voglio gli Ogm. Risultato frutto di una grande mobilitazione che ha coinvolto ogni angolo della nostra penisola. «Per quest’anno l’agricoltura italiana rimane libera da Ogm. Le nostre colture non correranno il rischio di contaminazioni e anche il settore del biologico può tirare un sospiro di sollievo. Ma attenzione, bisogna che il Governo intervenga al più presto perché il decreto in questione, risalente a luglio 2013, per la semina del 2015 non sarà più valido. Ci aspettiamo anche un chiarimento sul tema delle sanzioni per chi dovesse violare il divieto sancito dal decreto in oggetto. Il Governo italiano ha ora una splendida occasione che va oltre i confini della nostra penisola: durante il nostro semestre di presidenza dell’UE deve andare in porto la modifica della direttiva per consentire – senza vincoli e trappole – il libero arbitrio agli stati membri in tema di Ogm» dichiara Roberto Burdese, presidente di Slow Food Italia.

Il commento di Green Italia Verdi Europei:

“La decisione del Tar del Lazio che ha respinto il ricorso dell’agricoltore friulano che vorrebbe seminare liberamente mais transgenico prodotto della Monsanto è un’ottima notizia per l’agricoltura italiana, che per la sua qualità e unicità è famosa in tutto il mondo. La mia candidatura con Green Italia Verdi Europei alle elezioni europee mi vede impegnato con decisione per portare avanti questa battaglia, contro lo strapotere delle multinazionali degli Ogm e le insidie delle larghe intese a Strasburgo”.

Lo dichiara Francesco Ferrante, candidato nella lista Green Italia Verdi Europei per le prossime elezioni europee.

“Il tribunale amministrativo – continua Ferrante – ha fatto valere innanzitutto una questione di legalità, mettendo nero su bianco il fatto che seminare Ogm in Italia è un reato. Grazie anche all’impegno della task force ‘Per un’Italia libera da Ogm’ il nostro Paese può mantenere integro il suo patrimonio dell’agroalimentare, e sarebbe molto importante che il Governo italiano durante la Presidenza del semestre europeo si attivi per l’adozione di una nuova regolamentazione che consenta il divieto di coltivazioni Ogm a tutti gli stati dell’Unione”

La posizione diametralmente opposta di Confeuro:

La sentenza del Tar del Lazio che ha bocciato il ricorso contro il decreto che proibisce la semina di mais biotech MON810 – dichiara il presidente nazionale della Confeuro Rocco Tiso – evidenzia ancora una volta il paradosso della legge italiana che da una parte permette l’importazione di Ogm (soprattutto dal continente americano) per i mangimi dei nostri allevamenti, mentre dall’altra ne impedisce totalmente la coltivazione sul suolo nostrano.

Rispettiamo convintamente la decisione del tribunale – sottolinea Tiso – ma vorremmo porre l’attenzione su un tema come quello degli Ogm ampiamente dibattuto e spesso oggetto di controversie anche dettate dalla scarsa conoscenza specifica dell’argomento.

Ribadiamo – continua Tiso – ancora una volta, come Confeuro, la nostra posizione non certo di appoggio incontrastato per le coltivazioni Ogm, ma riteniamo giusta la necessità di andare avanti con la ricerca e di abbandonare ogni retorica. Gli Ogm appunto – conclude Tiso – vengono regolarmente importati in Italia e non sembra utile continuare a far finta che questo non accada solo per poter contrapporre forme di ostruzionismo ancor prive di un appropriato fondamento scientifico.

Fonte: ecoblog.it

Foto |Greenpeace GL Torino

 

Fukushima, nuova fuga di acque contaminate

Circa 100 metri cubi di acque radioattive sono fuoriusciti da una cisterna, ma non ci sarebbero stati sversamenti nell’Oceano Pacifico

Nuova fuga di acque contaminate alla centrale di Fukushima. A poche settimane dal terzo anniversario dell’incidente dell’11 marzo 2011, la Tepco, la società che gestisce l’impianto d iFukushima Daiichi ha rilevato una nuova fuga di acque contaminate sulla parte superiore di una delle numerose vasche della centrale nucleare giapponese. Secondo Tepco circa 100 metri cubi di acqua sono fuoriusciti da una cisterna. La distanza fra la vasca e l’Oceano Pacifico è nell’ordine dei 700 metri. Quest’acqua che privata del cesio radioattivo, resta contaminata da altri elementi: la società di gestione ha detto di avere misurato una radioattività di 230mila becquerels di stronzio e altri emittenti di raggi beta per litro. La fuga è stata stoppata e gli operatori di Tepco stanno recuperando l’acqua fuoriuscita e la terra contaminata. Da tre anni a questa parte, il problema dell’acqua è uno dei più spinosi da risolvere. Oltre 350mila metri cubi di acque radioattive sono stoccati nei serbatoi montati sul sito, mentre decine di migliaia di altri metri cubi di acque sono tracimati finendo nel sottosuolo.fukusima

Sistemi di trattamento sono stati messi in campo per decontaminare queste acque, ma sono ancora notoriamente insufficienti. Tepco prevede di rinforzare e di costruire altre cisterne per poter garantire una capacitrà di stoccaggio di 800mila metri cubi da qui al 2016. Alcuni esperti consigliano, una volta eliminati i principali radionuclidi, di buttare l’acqua in mare. Intanto nel gennaio di quest’anno il Giappone ha toccato il nuovo livello record nel deficit commerciale: dall’incidente del 2011, infatti, il Paese si è visto costretto ad aumentare considerevolmente gli acquisti di carburanti all’estero. Dalla fine del 2012 a oggi lo yen ha perso il 25% del suo valore nei confronti di euro e dollaro. La politica conservatrice di Shinzo Abe si è finora rivelata un fallimento. E Fukushima Daiichi continua a essere una spina nel fianco per la politica, l’immagine e l’economia del Sol Levante.

Fonte:  Le Monde

Vivere senza acqua potabile: in Usa si preparano a questa evenienza

Dopo la contaminazione delle falde acquifere in West Virginia l’America si interroga sulla capacità delle comunità di affrontare l’emergenza di un giorno senza acqualimonata_1lt_candy_nat,1149

Negli Stati Uniti dopo l‘avvelenamento della falda acquifera in West Virginia l’America ha scoperto che l’acqua potabile è preziosa. Si consideri che mediamente un americano consuma 378 litri di acqua al giorno contro i 165 di un europeo e i 20 litri di un africano. La FAO stima che siano necessari 100 litri al giorni acqua per avere una vita dignitosa. Nasce così negli Usa il programma Community-Based Water Resiliency (CBWR) su iniziativa dell’EPA con l’obiettivo di formare e preparare le comunità alla necessità di apprendere il ciclo dell’acqua fornendo le informazioni per la gestione in sicurezza di questa preziosa risorsa. Lo strumento individuato è un programma da scaricare che aiuta a valutare la resilienza della propria comunità, ossia la capacità di reazione e adattamento alla interruzione del servizio idrico. Attraverso il programma si scopre come migliorare la resilienza e attraverso l’autovalutazione mette ogni partecipante nella condizione di conoscere i punti di forza e di debolezza personali e della comunità in cui vive e si rapporta. L’obiettivo finale è migliore l’accesso alle risorse alternative per aumentare la resilienza della comunità così da integrarsi nelle risposte amministrative che arriveranno alle emergenze.

Il 22 marzo 2104 sarà la giornata mondiale dell’acqua, ricordiamocene.

Fonte: ecoblog