Massimo Angelini, il filosofo della terra che ha reso libero lo scambio dei semi –

Filosofo della terra e della parola, Massimo Angelini ha incentrato gran parte delle sue attività sul mondo agricolo e sulla riscoperta della cultura contadina. Un’attenzione ed una passione che hanno portato a risultati straordinari, come una storica legge sullo scambio dei semi e la nascita di una Rete che oggi riunisce ben 40 associazioni impegnate per la custodia della biodiversità. Un essere umano, quando non si arrende, può davvero cambiare il mondo. Pacificamente.

Massimo Angelini… Massimo Angelini è una persona talmente speciale che non basta una storia per raccontarla e infatti abbiamo deciso di dedicargliene due. Massimo Angelini è un uomo che ha talmente tante cose da dire che l’ho dovuto intervistare tre volte prima di scrivere questo articolo. Massimo Angelini è un attore del cambiamento talmente poliedrico che è praticamente impossibile definirlo. Ma ci proverò lo stesso.

Partiamo dalla fine, ovvero dal nostro ultimo incontro: novembre 2018, Cagliari – Scirarindi. Io e il collega e amico Paolo Cignini lo intervistiamo nella hall del B&B in cui siamo ospitati. Massimo parla a bassa voce, come di sua consuetudine, eppure tu ti sforzi di non perdere nemmeno una parola quando lo ascolti perché ti rendi presto conto che nessuna sua parola è utilizzata a caso. E infatti Massimo si descrive come un “filosofo della terra e della parola”. E continua: “È difficile definirsi… siamo abituati a darci un’etichetta quando invece siamo diamanti e abbiamo moltissime sfaccettature ed è molto bello farle rilucere tutte quante anche se queste non comunicano tra di loro se non attraverso di noi”. 

E ha ragione. Tra una sfaccettatura e l’altra, Massimo – studioso di storia e filosofia – in questi anni ha (in ordine sparso e non cronologico) creato una casa editrice dedicata al mondo agricolo (Pentàgora), guidato la Rete Semi Rurali, curato il Bugiardino (il famoso almanacco rurale), cofondato il Mandillo dei semi e il Consorzio della Quarantina, ispirato la legge che oggi permette lo scambio di semi, nonché – ovviamente – scritto libri e tenuto decine di conferenze. Capite che tutto in un articolo o in un video non può stare, per cui oggi ci concentreremo sulle sue attività più legate al mondo agricolo e nella prossima puntata (che uscirà tra qualche settimana) approfondiremo la sua attività “culturale”, anche se mi rendo conto che è una decisione arbitraria e parziale. Sfaccettature. “Mi occupo da oltre trentacinque anni di studi legati al mondo rurale e alla cultura contadina – ci spiega Massimo – e da lì sono germinati tanti interessi: la mia attenzione verso le sementi, verso le biodifferenze (1), verso un’editoria attenta a questi mondi”.

Il consorzio della quarantina

“L’attenzione verso il mondo rurale mi ha portato a viaggiare per anni tra i contadini della montagna ligure e lì mi sono accorto (allora non si sapeva) che in passato i contadini si autoproducevano le sementi, mentre in quegli anni lo facevano solo i vecchi. Tra i ‘60 e gli ‘80, è come se si fosse saltata una generazione di conoscenze: i giovani questa autoproduzione non la facevano più”. 

“Andavo in giro – continua Angelini – e pur parlando in dialetto non venivo compreso dagli anziani. Non capivano come mai un ragazzo di 20 anni invece di uscire con la fidanzata andasse a chiedere dei semi: erano diffidenti e avevano ragione visto che i contadini sono sempre stati fregati da chi veniva dalla città. Dovevo quindi conquistarmi la loro fiducia. Inoltre non capivano l’interesse verso semi che loro stessi avevano abbandonato o in qualche modo dimenticato; li tenevano in qualche scantinato, ma erano fuori dall’orizzonte del loro sguardo. E quando una cosa è fuori dall’orizzonte dello sguardo presto tende ad uscire anche dalla memoria e dalla terra. Quindi mi ero organizzato! Usavo un’oretta per guadagnare la loro fiducia e una per fare domande ai contadini che piano piano ti parlavano della migrazione e della guerra. Ti offrivano il vino nel frattempo. Un vino che non era mai troppo buono, ma non potevi né dire che era buono (o eri percepito come ipocrita), né che era cattivo (perché risultavi maleducato). Così dicevo in genovese che ‘non era male’. E potevo andare avanti. Dopo vari tentativi, cominciavano ad aprirsi”. E con l’apertura arrivavano i racconti veri che spesso non seguivano logiche facili da comprendere per un ‘cittadino’.

“Ricordo ancora – ci confida Massimo – di un uomo nato nel secolo precedente che aveva tirato fuori un po’ di semini piccolini che teneva da più di 60 anni. Ovviamente pensai che fossero di qualche varietà speciale e lui invece mi spiegò che li teneva perché li aveva portati la moglie l’anno che si erano sposati, e ogni anno era come se rifacesse il matrimonio. 

Le sementi, infatti, le portavano le donne con il corredo”. 

Un aneddoto tra mille. E infatti Massimo ce ne racconta molti. Mentre parla traspare l’amore per queste genti e anche la gratitudine verso la loro ‘pazienza’. “Avevo voglia di restituire qualcosa a queste persone che mi avevano donato informazioni, tempo, emozioni. Non volevo agire secondo una sorta di ‘attività estrattiva’ nei loro confronti”. Da qui nasce l’idea del Consorzio della Quarantina (una particolare varietà di patate tipica di quelle zone). 

“Le patate sono una sorta di esperanto. Ognuno coltiva qualcosa di specifico, ma tutti coltivano le patate. Queste diventano un linguaggio comune a tutti. Ho quindi invitato una ventina di contadini della zona di Genova a non coltivare le patate ‘commerciali’ bensì qualche varietà locale. E così è nato il progetto del Consorzio. Una struttura associativa intorno a una varietà (e poi nel tempo di più) di patate, con lo scopo di creare un mercato protetto e dare la possibilità ai contadini di ottenere da queste varietà più reddito. Coltivando varietà specifiche, infatti, il mercato e il prezzo avremmo potuto stabilirli noi, uscendo da logiche subalterne insostenibili per un’agricoltura di montagna. Contestualmente si fermava l’abbandono di queste zone e i conseguenti danni che poi subisce anche chi abita in pianura!”.

La Rete Semi Rurali e una legge che cambia il mondo

Nel 1998 la comunità europea, con la direttiva 95, ha emesso le regole per riformare le leggi sementiere. E nel primo articolo veniva stabilito, tra le altre cose, che i semi si sarebbero potuti scambiare (anche gratuitamente) solo da soggetti iscritti ai registri sementieri nazionali. Questo comportava che le varietà non iscritte e che non rientravano nelle ‘caratteristiche di uniformità’, non potevano essere né vendute né regalate.  

“Il dono di una pannocchia o dei fagioli tipici diventava reato penale” – ci spiega Massimo. – Per questo nel 2000, insieme a Isabella Dalla Ragione, Oriana Porfiri e pochissime altre persone, abbiamo deciso di lanciare un coordinamento fra chi si occupava di questi argomenti per lavorare su una proposta di legge che permettesse all’Italia di andare in deroga rispetto a quella direttiva europea. Obiettivo raggiunto nel 2007 quando la proposta approda in Parlamento e diventa legge. Oggi, quindi, si possono scambiare le sementi purché esse ‘siano di varietà conservate da una famiglia nel corso delle generazioni’. 

Nel frattempo, e contestualmente, nasce la Rete Semi Rurali che si dà il compito di creare una sorta di coordinamento di secondo livello tra molte associazioni contadine. Massimo per un periodo è coordinatore nazionale. Oggi la rete è una struttura importante, che riunisce 40 associazioni, con uno staff di 10 persone che ci lavora a tempo pieno. La Rete – come spiega il sito – “sostiene, facilita, promuove il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”.

Il mandillo dei semi

In seguito all’uscita della direttiva 98/95, che di fatto vietava lo scambio o dono dei semi, era nata una giornata di libero scambio di semi autoprodotti, del tutto fuorilegge. Ovviamente tra gli ideatori troviamo Massimo.  “Lo abbiamo fatto nel 2000 come azione di resistenza, di obiezione di coscienza. Lo abbiamo chiamato Mandillo (che in genovese vuol dire fazzoletto, con cui si conservano frutto e funghi, è un po’ l’antenato del sacchetto di plastica). Abbiamo invitato anche i media comunicando loro che ci autodenunciavamo facendo qualcosa di vietato ma allo stesso tempo espressione di un diritto originario, legato alla sussistenza, che non poteva quindi essere limitato o disciplinato. La sussistenza viene prima di ogni norma”. L’evento fu subito un successo. Il Mandillo dei semi si è ripetuto anno dopo anno. In particolare dopo l’approvazione della legge del 2007 c’è stata ‘l’esplosione’ degli scambi che tutt’ora continua.

Ribellarsi alla bruttezza

Ancora una volta un uomo che non si arrende, unitosi ad altri uomini e donne pronti come lui ad attivarsi, ha dimostrato che il mondo si può cambiare eccome, partendo da un piccolo seme e arrivando ad approvare leggi in parlamento.  

“La mia idea – conclude Massimo – è che se non ci ribelliamo, in modo attivo e partecipato, alla bruttezza arriviamo ad un’anestesia che ci fa precipitare nel privato con soluzioni che ci chiudono dentro di noi. È fondamentale riflettere sulla bellezza, intesa come la definivano nel primo millennio i padri di lingua greca, ovvero espressione della luce, la luce che si rivela con i colori. È bello ciò che è vario, che esprime luce, così come fanno gli occhi di una persona. Se richiamiamo alla bellezza e alla luce abbiamo la speranza di ritrovare un mondo bello, di reagire in modo gentile a ciò che è brutto. Questo può portarci a risvegliarci all’esterno e alla politica”. 

Continua…. 

1. “Meglio utilizzare la parola biodifferenze che biodiversità”, ci spiega Massimo. La parola biodiversità, infatti, contiene diversità che viene da divergere. Quindi qualcosa che allontana i soggetti in questione. Meglio dire biodifferenza, che è un termine che indica invece ricchezza. 

Intervista: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Riprese intervista e montaggio: Paolo Cignini

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Damiano, il giovane contadino musicista

Un’agricoltura lenta e locale che pur mantenendo stretto il legame tra chi la pratica e la terra lascia all’agricoltore il tempo e lo spazio per altre passioni. È questa la strada seguita da Damiano, il giovanissimo contadino e musicista protagonista del primo documentario della serie “TERRE” che narra la vita ed il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine. Damiano Sprega ha vent’anni ed è un agricoltore. Il primo cortometraggio della serie di documentari “TERRE” è incentrato su di lui e sull’azienda agricola Casa Della Memoria Casella (San Protaso di Firenzuola – Piacenza). È una storia semplice, nel senso più positivo del termine. Damiano è genuino e spontaneo, lo si percepisce vedendolo rispondere alle domande.

Il documentario non si apre però discutendo di agricoltura. Damiano parla della sua più grande passione: la musica. Racconta delle emozioni che gli dà, di come abbia intenzione di dedicare il suo tempo e le sue energie in una carriera da musicista. Ma, allora? Stiamo andando fuori tema? No, questo documentario ha un messaggio da estrapolare dalle sensazioni del giovane agricoltore-musicista. L’agricoltore è un mestiere totalizzante, per come lo intendiamo ai giorni nostri, l’imprenditore agricolo deve produrre e guadagnare il più possibile, questo è il dogma. L’agricoltura industriale spinge a produrre sempre più, così l’agricoltura è nelle mani di poche persone che devono lavorare tantissimo, a questo siamo abituati. Ma Damiano non vuole tutto ciò. Ama la sua terra, la stessa terra che suo nonno ha coltivato e coltiva ancora con cura e dedizione. Rispetta la natura e il lavoro con cui la sua famiglia può vivere dignitosamente e sostenere la sua grande passione musicale. Non ha intenzione di lasciare questa occupazione, gli piace. Dice che continuerà a prendersene cura, anche l’agriturismo dovesse chiudere, anche se il contadino non sarà il suo primo lavoro.

Damiano Sprega

Quando diciamo che nel futuro bisognerà tornare ad un’agricoltura più lenta e locale, legata al territorio, fatta dai contadini e non dai grandi imprenditori agricoli quello che m’immagino sono tanti ragazzi come Damiano che torneranno alla terra. Come molti giovani d’oggi avranno altre passioni, ma avranno anche l’esigenza di rimanere a contatto con la natura e col cibo, prendendosi cura di un campo, di un orto o un giardino. Sarà quell’attività quotidiana che ci manterrà sani fisicamente e mentalmente. In futuro l’agricoltura non sarà per forza un lavoro full-time? Potrà essere un lavoro che svolgeremo al di fuori dalle logiche di mercato, allo scopo di produrre cibo e curare l’ambiente? Queste sono le domande che sono sorte dalla visione del corto. In passato non è stato così per vari motivi. I giovani che si affacciano all’agricoltura adesso hanno davanti un nuovo mondo, hanno vecchi schemi da archiviare e nuovi metodi da inventare. Non sarà facile, questo anche Damiano lo sa, ma è una strada che vale la pena percorrere. Il progetto indipendente di documentari “TERRE”, prodotto e ideato dalla casa di produzione MaGestic Film, si propone di narrare la vita e il lavoro di alcuni piccoli produttori agricoli, partendo dalle zone piacentine, espandendosi poi su altri territori, coinvolgendo anche enti, associazioni e fondazioni locali. Qui in seguito il link al primo episodio, scritto e diretto da Silvia Onegli, disponibile gratuitamente anche su YouTube.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/01/damiano-giovane-contadino-musicista/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Navdanya International: l’attivismo mondiale di Vandana Shiva che parte dall’Italia

È il ramo internazionale di Navdanya, l’associazione di Vandana Shiva in India, ed ha la sua stessa mission: sostenere le lotte per la transizione verso sistemi di produzione del cibo più sani per le persone e per il pianeta. Abbiamo intervistato Ruchi Shroff, direttrice di Navdanya International, che è stata fondata e ha sede a Roma. Sono in tanti a conoscere Vandana Shiva, scienziata, saggista e ambientalista indiana che da quasi 40 anni si batte per la difesa della sovranità alimentare, della biodiversità e dei diritti dei piccoli agricoltori in tutto il mondo. Alcuni conoscono l’associazione Navdanya  (letteralmente “nove semi”), il braccio operativo di Vandana Shiva in India. Ma sono certamente di meno quelli che sanno che Navdanya International – il ramo internazionale di Navdanya, che dell’associazione originaria condivide la missione – è stata fondata (nel 2011) e ha sede a Roma.

Intervistata da Italia che Cambia, Ruchi Shroff, che di Navdanya International è la direttrice, ci ha parlato delle tante attività della ONLUS, presente in maniera diretta o indiretta (ossia attraverso partnership), in più di 30 diversi Paesi: dalle campagne mondiali di sensibilizzazione alla promozione dell’agroecologia, dall’appoggio alle battaglie locali dei contadini alla formazione, fino alle pubblicazioni e all’organizzazione di incontri pubblici, attraverso i quali esperti di varie discipline vengono a contatto e lavorano insieme per trovare soluzioni alle tante crisi che le attività umane stanno generando sul pianeta e che sono tutte correlate fra loro e con i nostri sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Quello della sensibilizzazione sul collegamento fra le crisi che viviamo – cambiamento climatico, perdita di biodiversità, diffusione di diverse malattie, deforestazione, degrado del suolo, inquinamento delle acque – e fra esse e i nostri stili alimentari, è una delle attività fondamentali dell’associazione. “Siamo tutti abituati a vedere queste crisi in maniera disgiunta; ecco perché noi lavoriamo per mostrarne le connessioni. Sia lavorando direttamente con la terra, sia nelle attività di sensibilizzazione, la nostra strategia è quella di creare reti per affrontare i problemi in maniera sistemica”, ci ribadisce più volte, perché “non riusciremo a risolvere le crisi se non facciamo rete fra i diversi attori che se ne occupano”. Non a caso, fra i membri di Navdanya, oltre a contadini, seed-saver e attivisti, ci sono agronomi, ricercatori e altri tecnici.

E i risultati di questo lavoro, sebbene non siano mai troppi, non mancano di arrivare. “Nonostante negli ultimi anni ci sono state convergenze e fusioni di lobby per aumentare il loro potere”, continua Ruchi, “si respira dappertutto una maggiore attenzione da parte delle istituzioni. In India, per esempio, lo stato del Sikkim sta praticando la transizione al 100% verso il biologico. Un risultato inimmaginabile fino a pochi anni fa”. In Italia, che Ruchi considera culla della biodiversità, Navdanya lavora molto con i mercati contadini e, in generale, con l’agricoltura naturale. “Questo tipo di agricoltura è la soluzione più logica per rimediare alle crisi ambientali e anche per rigenerare le economie locali”, sottolinea. Molto forti sono, nel nostro Paese, le partnership di Navdanya con le comunità locali per progetti di conservazione della biodiversità e per l’organizzazione di eventi destinati alla sensibilizzazione e allo scambio di conoscenze. Un lavoro che, insieme a quello di altri soggetti con una missione simile, ha già dato diversi frutti in termini di consapevolezza dei consumatori italiani. In futuro, l’idea di Ruchi è quella di replicare anche in Italia la fattoria-laboratorio sperimentale attivata e gestita in India direttamente da Navdanya, attraverso la quale i contadini locali vengono formati all’agroecologia e alla conservazione, selezione, scambio e coltivazione di semi di varietà diverse di una stessa specie vegetale.

Vandana Shiva a Firenze

Navdanya International si finanzia talvolta attraverso contributi di enti pubblici europei, e soprattutto con donazioni da parte di privati, sia fondazioni che persone singole. Chiunque volesse contribuire al lavoro di Ruchi e degli altri attivisti impegnati a divulgare nel mondo il messaggio di Vandana Shiva, contribuendo così a sostenere i piccoli agricoltori e a diffondere la cultura del cibo locale basata sulla biodiversità e sul rispetto della natura, può farlo con una donazione attraverso il sito web della ONLUS.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/navdanya-international-attivismo-mondiale-di-vandana-shiva-io-faccio-cosi-233/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Camilla: la food coop arriva anche in Italia

Un supermercato autogestito in maniera collettiva e partecipata da una rete di persone che partecipa attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno dello spazio. Dall’incontro tra i contadini di CampiAperti ed i gasisti di Alchemilla, sta prendendo forma a Bologna Camilla, la prima food coop italiana. Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione. Una nuova idea di spesa alimentare sta giungendo in Italia: arriva dalla lontana Brooklyn, è passata attraverso il Belgio e la Francia – dove sta spopolando – e sta prendendo forma a Bologna, dove sta nascendo Camilla, la prima food coop italiana, il “supermercato autogestito” in cui i clienti non sono più tali ma diventano soci, lavoratori, co-produttori.

Siamo alla periferia del capoluogo emiliano. Sono circa le quattro di un fresco venerdì pomeriggio di inizio novembre quando un’anonima piazzetta sovrastata da grigi palazzoni anni settanta comincia ad animarsi, diventando nel giro di pochi minuti un brulicante centro di vita e di socialità. Dai furgoni i contadini di CampiAperti cominciano a scaricare verdura, frutta, torte, conserve, vini e altri generi alimentari del territorio. Gli abitanti del quartiere scendono in strada, si incontrano, fanno la spesa e si intrattengono a chiacchierare con i produttori. Strappandoli dai banchetti, ci sediamo con alcuni di loro per parlare di Camilla, il progetto pilota per portare l’idea di food coop in Italia. Come ci spiega Giovanni Notarangelo, il nome nasce dalla fusione di CampiAperti – associazione di contadini del territorio – e Alchemilla – gruppo d’acquisto solidale bolognese di cui Giovanni fa parte –, le due realtà che stanno portando avanti questo percorso. «Camilla è nata per dare un’opportunità in più sia ai produttori che ai gasisti, che grazie a un emporio – un luogo fisico, quindi con meno limitazioni rispetto a un gas –, possono acquistare un paniere di prodotti ampio, locale, biologico e garantito».foodcoop2

COME FUNZIONA UNA FOOD COOP?

L’obiettivo del progetto è costituire una cooperativa e una nuova comunità, una rete di persone che possano partecipare attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno di uno spazio fisico – l’emporio – in cui c’è una particolarità: tutti i soci, che sono gli unici che possono acquistare, sono protagonisti di ciò che succede. Sono loro infatti a definire in maniera partecipata e collettiva tutti gli aspetti organizzativi ed economici. Non solo: ogni socio fornisce il proprio contributo anche in termini di tempo, mettendo a disposizione un determinato numero di ore per svolgere i compiti adatti alle sue competenze e necessari al funzionamento della cooperativa, dallo stoccaggio alla contabilità, dalla promozione al trasporto.

CAMPIAPERTI: LA GARANZIA È IL RAPPORTO DI FIDUCIA

Il coinvolgimento di CampiAperti nel progetto è fondamentale. Dal punto di vista delle produzioni infatti, consente di avere già un contatto diretto con di più di cento produttori del territorio che, grazie all’emporio, avranno la possibilità di distribuire i loro prodotti. Dal lato di chi acquista, rappresenta invece l’opportunità di avere un sistema funzionante di selezione e di garanzia partecipata dei prodotti. Pierpaolo Lanzarini è un membro storico di CampiAperti e ci spiega meglio il concetto che sta alla base del progetto: «Attualmente gestiamo sei o sette mercati biologici a filiera corta a Bologna, dove vige un sistema di accesso basato su forme di garanzia partecipata. Questo vuol dire che non ci sono enti terzi che certificano che le aziende ammesse ai mercati rispettano determinati criteri prestabiliti; al contrario, è la comunità stessa del mercato che garantisce che quel produttore rispetta le caratteristiche richieste».

Questo meccanismo è molto più efficiente delle forme di garanzia comunemente intese, dove peraltro vige un grande conflitto di interessi, poiché il controllore è pagato dal controllato. «Da noi puoi avere la certificazione biologica oppure no – spiega Pierpaolo –,  ma il tuo lavoro viene valutato dalla comunità. Inoltre non ci basta considerare gli aspetti della biologicità della produzione: quando facciamo le nostre visite pre-accesso verifichiamo che siano rispettati anche i diritti dei lavoratori e che la gestione dell’azienda sia etica oltre che ecologica».foodcoop5

DA CONSUMATORE A CO-PRODUTTORE

La food coop Camilla ha anche un obiettivo che potremmo definire “politico”: riappropriarsi del rapporto diretto fra chi acquista e chi produce e vende, rapporto che attualmente è stato sostanzialmente espropriato dalla Grande Distribuzione. «Oggi ci rapportiamo unicamente con lo scaffale – sottolinea Roberta Mazzetti, una delle responsabili del progetto Camilla –, neanche più con i commessi. Tutto è basato sulla facilità e sull’immediatezza dell’acquisto. Noi vogliamo sovvertire questo modello, trasformando il consumatore in co-produttore e coinvolgendolo non solo nella scelta critica del cibo che acquista, ma addirittura nella definizione dei criteri di produzione».

Da qui il modello di cooperativa dei consumatori, che si rifà alle cooperative di inizio novecento – ben diverse dalla forma che le coop hanno assunto oggi –, che avevano una grande capacità aggregativa. «Filiera corta non è solo uno slogan – sottolinea Roberta –, è un sistema equo e rispettoso sia per chi compre che per chi produce, sia del lavoro che della qualità della vita».

«Partecipando a questi mercati – aggiunge Alessandro Nannicini, proprietario dell’azienda agricola Il Granaro e membro di CampiAperti – noto che i nostri co-produttori diventano amici, mi vengono a trovare in azienda, vogliono vedere come lavoro. In questo modo si crea un rapporto che va oltre la garanzia partecipata e diventa amicizia. Lo considero un investimento in umanità e per questo destinato al successo».foodcoop6

Il Park Slope Food Coop di New York, da cui prende esempio Camilla

SI DECIDE INSIEME, SI LAVORA INSIEME

«L’idea è nata circa un anno e mezzo fa», ricorda Giovanni. «Tramite un questionario abbiamo chiesto ai gasisti di Alchemilla se sentivano l’esigenza di un luogo fisico, andando oltre i meccanismi dei normali gruppi d’acquisto. In seguito alle loro risposte, un gruppo di una quindicina di persone ha portato avanti uno studio, analizzando le basi ideali e i progetti a cui potersi ispirare».

L’ispirazione è arrivata dalla food coop di Park Slope, a New York, che ancora mantiene l’organizzazione originale delle food coop, con il contributo di tutti i soci. Negli ultimi anni in Europa ne sono nate altre, soprattutto in Francia e in Belgio, dove c’è Bees Coop. «Abbiamo studiato gli aspetti economici per capire le spese e i costi della fase di avviamento, di quanti soci ci sarebbe stato bisogno e qual è il volume di acquisti necessario affinché il progetto sia economicamente sostenibile».

La fase di redazione dello statuto è molto complessa: «Stiamo proponendo qualcosa che ancora non esiste per la legge italiana e il fatto che i soci daranno un contributo di tempo ci renderà pionieri di questa formula». Questo introduce un altro tema importante, affascinante ma delicato: organizzare il lavoro di tutti i soci. «Ciascuno contribuirà a seconda delle proprie motivazioni. Nel questionario abbiamo chiesto al futuro socio di proporre quella cosa che avrebbe sempre voluto fare ma non ha mai fatto, a sottolineare il fatto che questo è uno spazio di tutti, in cui ognuno mette le proprie peculiarità a disposizione degli altri».foodcoop3

I PROSSIMI PASSI

Attualmente il progetto Camilla ha raggiunto una massa critica, raccogliendo l’adesione di circa 280 soci. Da alcuni giorni sono iniziati i cantieri di progettazione collettiva, nell’ambito dei quali si riuniscono ogni due settimane coloro che hanno già aderito. Il primo mattone è stato posato il 30 ottobre con la co-redazione e l’approvazione da parte di circa 120 persone della carta d’intenti, dove sono elencati principi fondamentali che vanno dal biologico al rispetto delle persone, dal diritto al giusto cibo ai diritti della comunità agricole rurali.

«Il prossimo passo – conclude Roberta – è l’individuazione del luogo fisico dove sorgerà l’emporio. Il costo è un problema, stiamo cercando sia nel pubblico che ne privato. Il nostro sogno?  Ci piacerebbe che, come è successo alla food coop di Bruxelles, ci fosse qualche mecenate che crede nel valore del progetto che ci mettesse a disposizione uno spazio».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/12/io-faccio-cosi-191-camilla-food-coop-arriva-in-italia/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Aspiranti contadini cercasi: “Antiche Terre” disponibili per giovani progetti

Terre in comodato d’uso ai giovani per portare avanti progetti di agricoltura sostenibile. Dall’incredibile risposta all’annuncio di una coppia, promotrice dell’iniziativa “Antiche Terre”, è nata l’idea di contribuire all’attivazione di simili progetti per favorire chi sta cercando un terreno… sotto i piedi.

Quante persone con la vocazione per l’agricoltura e la vita rurale e, più in generale, quanti amanti della natura hanno un sogno, un’idea, un progetto, ma spesso non hanno lo spazio in cui realizzarlo? Basterebbe un terreno, un campo, una zolla… e quell’idea comincerebbe a radicare, il sogno diverrebbe un germoglio, il progetto realtà.12494984_228911464110620_930755652009094752_n

La scorsa primavera mi è stata segnalata da un paio di amici la possibilità di accedere ad un terreno in comodato d’uso. L’iniziativa si chiama Antiche Terre”  ed è stata ideata dalla signora Lia e dal marito Franco, proprietari di alcuni appezzamenti in Piemonte e in Toscana. Gli spazi comprendono vigneti ed uliveti ed alcune pertinenze utilizzabili per la lavorazione delle materie prime o per la conservazione degli attrezzi agricoli. Lia e Franco queste terre le hanno ereditate, sono occupati nelle loro strade professionali, non hanno il tempo per dedicarsi alla terra ed i loro figli hanno intrapreso altri percorsi personali. Hanno però la sensibilità e l’acume di capire che quei terreni, di cui non vogliono privarsi per il valore affettivo ed il legame con il territorio d’origine che rappresentano, possono essere una risorsa se messi a disposizione di qualcuno. Ecco che viene loro l’idea: affidare quelle terre in comodato d’uso a chi abbia il desiderio e la volontà di prendersene cura. Inizia così il passaparola attraverso internet ed accade l’inaspettato. Le richieste cominciano ad essere talmente numerose da mettere in difficoltà i generosi proprietari: evidentemente non immaginavano neanche loro un simile risultato! Lia e suo marito decidono così di creare un blog per la raccolta dei progetti: una scheda finanziaria, comprensiva del calcolo dei costi di avviamento ed un piano di rientro dell’investimento stimato, il curriculum del richiedente e naturalmente un progetto, tale da essere sostenibile nel tempo e in linea con le caratteristiche del territorio. Il requisito indicato dai proprietari è che il progetto assicuri l’adozione di metodi di agricoltura naturale. Nel mese di luglio, allo scadere del bando, le proposte raccolte sono 604! Qualcosa di incredibile… anche soltanto da gestire!antiche_terre1

Per noi di Italia che cambia non ha certo dell’incredibile il richiamo alla terra, ma senza dubbio questa esperienza va segnalata per diversi aspetti. Molti dei richiedenti sono italiani emigrati che risiedono attualmente in altri Paesi, anche extraeuropei (Stati Uniti, Sud America, Burundi!!!). Ma che strano… l’Italia non era nota per essere il Paese dato per “spacciato”, che non ha più opportunità lavorative da offrire a nessuno e pertanto con un tasso sempre più crescente di cervelli in fuga?! Altro dato sociologicamente interessante è la variegata composizione della domanda: per la maggior parte è costituita da giovani tra i 18 e i 35 anni, laureati nelle più disparate discipline (anche in ambito umanistico), tra loro vi sono precari o disoccupati ma anche cinquantenni in cerca di nuova occupazione. Una piccola percentuale di più giovani poco scolarizzati si propone, inoltre, per collaborazioni. Si presentano con progetti individuali e collettivi, in associazioni e, in piccola percentuale, cooperative già avviate. Tutti aspiranti contadini? In realtà moltissimi sono i progetti di carattere sociale, che prevedono l’inserimento di lavoratori con minori opportunità (migranti, detenuti, disabili), o, accanto a quelle rurali, attività didattiche o trasversali, come l’allevamento (api, asini…) o coltivazioni innovative (bambù, aloe…), o, infine, progetti integrati con il territorio locale e l’ambiente per la promozione di stili di vita più sostenibili. La terra è un preziosissimo patrimonio per l’intera collettività. Iniziative come quelle di Lia e Franco offrono un importante contributo per lo sviluppo di nuova occupazione, per la tutela del paesaggio e della biodiversità. Rappresentano azioni fattive di contrasto all’inquinamento e di lotta al degrado e alla cementificazione. Il comodato d’uso può rivelarsi anche un’ottima alternativa all’affitto o alla vendita e alla svalutazione cui spesso spinge l’ingenza dei costi da sostenere, in termini di tasse e di manutenzione, per un terreno che non viene più coltivato e dunque non rende.12310662_207126256289141_3554462200789835691_n

L’iniziativa Antiche Terre ha avuto pertanto una certa risonanza anche tra i proprietari, alcuni dei quali si sono dimostrati interessati a valutare l’“adozione” dei progetti non assegnatari del bando, in altre Regioni (per chi fosse interessato i loro riferimenti e contatti si trovano nel sito). Chi abbia un progetto e stia cercando uno spazio, chi voglia segnalare un terreno (privato o pubblico) e voglia metterlo a disposizione di proposte virtuose, può contattarci all’email unterrenosottoipiedi@gmail.com per poter contribuire alla divulgazione e all’attivazione di nuove simili iniziative ed esserne informato.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/contadini-cercasi-antiche-terre-giovani-progetti/

La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi. Via Campesina: “Riprendiamoci la nostra sovranità alimentare”

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.via_campesina

La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura. Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante. Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.

Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.

Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.

Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra.

Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.

La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

  1. Prendersi cura della terra.

L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

  1. Agricoltura naturale, no alla chimica.

L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

  1. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.

Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

  1. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.

Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

  1. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona

Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.

Fonte: ilcambiamento.it

Farmers market o mercati dei contadini, cosa sono?

Farmers market o mercati dei contadini, cosa sono e dove si trovano?

I farmers market, o mercatini dei contadini, sono dei mercati dove i produttori (contadini) sono essi stessi i venditori dei loro prodotti, tipicamente ortofrutticoli. Sono dei mercati dove si realizza dunque la filiera corta, ossia la vendita diretta da produttore a consumatore, il che costituisce la principale differenza rispetto ai mercati rionali, dove i venditori sono intermediari, non produttori della merce. L’altra grossa differenza è che si trovano esclusivamente prodotti locali, dato che per un contadino è pressoché impossibile frequentare mercati lontani dalle proprie terre.
Quindi si tratta di mercati dove si trova il concetto del kilometro zero, oltre alla filiera corta.farmers-market-400x250

Inoltre, ci sono una serie di caratteristiche che contribuiscono a differenziare ulteriormente i farmers market dai mercati tradizionali:

– vengono trattati prodotti prevalemente di origine biologica e trattati con tecniche biologiche di agricoltura
– si trovano spesso anche piccolissimi produttori che non commerciano solitamente i propri prodotti, se non in caso di eccedenze o raccolti particolarmente copiosi (es. gli agriturismi)

– si tratta infine di luoghi di socializzazione e convivialità, sia per chi acquista che per chi vende, tant’è vero che alcuni Comuni incoraggiano i mercati dei contadini, o farmers market, come concreta misura antidegrado nelle periferie cittadine.

I costi sono solitamente minori rispetto a quelli dei negozi e catene di distribuzione, ma dipende sempre concretamente dalla quantità e qualità della produzione disponibile.

Fonte: tuttogreen.it

L’impero delle multinazionali e le nuove guerre globali

Dall’attacco alle comunità contadine della Colombia agli interventi militari Usa per la difesa degli interessi occidentali. Se ogni conflitto sul nostro Pianeta viene programmato e sovvenzionato dall’impero delle multinazionali, per contrastare il Sistema della Guerra Globale sono necessarie una coscienza ed una responsabilità che permettano a noi ‘consumatori-consumisti’ di comprendere le implicazioni di ogni nostra scelta.colombia__contadini

In Colombia da metà agosto i contadini, che sono il sessanta per cento della popolazione, manifestano, vengono picchiati e arrestati dalla polizia, scioperano. Lottano contro il trattato di libero commercio con gli USA. Trattato che prevede l’utilizzo di sole sementi “certificate”. E le sementi certificate sono quelle della Monsanto, Cargyllecc. Sono sementi USA. Del resto, come può essere libero un trattato tra un impero e una nazione ad esso assoggettata? In tutto il paese vengono sequestrate ai contadini e distrutte le loro sementi. Per lottare contro questo sono già morti dodici contadini. La Colombia è quel paese regolarmente irrorato dai defolianti sparsi dagli aerei USA con la scusa di distruggere le piantagioni di coca. In realtà, così come irrorarono il Vietnam, provocando morte e distruzione che continuano ancora oggi coi bambini che nascono malformati e la gente che muore di cancro, gli USA spargono defolianti-veleni per distruggere la resistenza al loro Impero: una buona parte del territorio colombiano è controllato dalle FARC, un’organizzazione armata definita “terrorista”. Benché sia composta da uomini e donne colombiane, a differenza dei mercenari perlopiù stranieri chiamati “oppositori” e “ribelli” e finanziati, armati, addestrati dall’Impero, che hanno assalito la Libia e ora si danno da fare in Siria. Le FARC nacquero negli anni sessanta. In quegli anni molte comunità contadine colombiane, per difendersi dalla dittatura e dai latifondisti, si erano date un’autonoma organizzazione politica, economica, amministrativa, dichiarandosi indipendenti. Furono spazzate via nel ’64: il governo colombiano attaccö le comunità con 16.000 soldati capeggiati da consiglieri USA e assistiti dai bombardieri USA; usarono anche il napalm, come in Vietnam. Dopo il fallimento tragico e micidiale della lotta pacifica, i sopravvissuti fondarono le FARC e passarono alla lotta armata. Ora il nuovo assalto alle comunità contadine colombiane avviene tramite una legge sulle sementi che è la copia di quella che l’Unione Europea ha preparato per i suoi contadini. Si tratta sempre di guerra e di Impero. Dove le leggi e i dettami dell’Impero vengono respinti si procede col defoliante, col napalm o con gli squadroni della morte e, se neanche questi ultimi sono sufficienti, con un bell’intervento armato dei “volenterosi” di turno.esercito_armi

Non esiste oggi sul nostro pianeta una guerra che non sia stata programmata, fomentata, sovvenzionata dall’impero delle multinazionali USA & C. Allora io mi domando se oggi si possa essere pacifisti senza essere anche antimperialisti. Le guerre di oggi non sono mai tra potenze o tra stati, né tantomeno tra religioni o tra etnie, anche se spesso vengono mascherate o aizzate in modo da apparirlo. Oggi si tratta del Nuovo Ordine Mondiale, della globalizzazione che procede a colpi di leggi e di droni, di conquista militare e culturale.

Chi sta in alto dice: pace e guerra
sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
sono come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

(Bertolt Brecht)

Nel 2007 Wesley Clark, generale statunitense in pensione, in un’intervista televisiva a Democracy Now (che chiunque può rivedersi su Internet) raccontava che dieci giorni dopo l’11 settembre, mentre si trovava al Pentagono per incontrare il ministro della difesa, un generale suo amico lo chiamò nel proprio ufficio per dirgli: “Abbiamo deciso di attaccare l’Iraq”. Perché? Non lo sapeva. Sapeva solo che il ‘programma’ del governo USA prevedeva di “far fuori” sette nazioni in cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Sudan e Iran. Non ce l’hanno ancora fatta a completarlo ma non si può dire che non ci stiano provando. Il generale Wesley Clark non è un “pentito”. Ha lavorato per trentaquattro anni nell’esercito e nel Dipartimento della Difesa, è stato pluridecorato, adesso è uno dei dirigenti delle multinazionali Growth Energy e BNK Petroleum ed è “consigliere” del governo rumeno, naturalmente sempre per conto del suo, di governo. Fa parte del sistema ed è al suo servizio. Se ha scelto di rivelare tutto ciò, di rendere di pubblico dominio le mire imperiali e guerrafondaie del suo governo è perché ormai queste mire trovano grosse resistenze nello stesso esercito USA. Un esercito combatte per vincere e per aumentare la potenza e i territori del proprio paese, nonché le sue ricchezze. L’esercito USA oggi combatte per arricchire qualche centinaio di multinazionali, distruggendo, oltre ai paesi che attacca, anche il proprio: gli Stati Uniti si stanno dissanguando nelle guerre; stampano dollari come coriandoli e ne rimpinzano la Halliburton, la Dyincorp, la Blackwater, persino (pensate un po’) la nostra Beretta. I dollari varrebbero ormai meno della carta igienica, se il terrore che ispirano i loro “produttori” non condizionasse il mondo. Tuttavia, anche stampando a pieno ritmo, per pagare tutto non bastano. Ci vogliono delle priorità. E siccome chi governa gli USA non sono né Obama né il Congresso né l’esercito ma le multinazionali, la scelta è presto fatta. O no? Forse non tutte le multinazionali guadagnano dalla guerra, forse qualcuna si perde con la guerra; forse l’esercito comincia a fare le bizze… Così iniziò la guerra civile nell’Impero Romano. Del resto tutti gli imperi si assomigliano, seguono le medesime leggi sociali, economiche, politico-militari. Come si può dunque oggi essere pacifisti senza essere antimperialisti? Non è sufficiente invocare la buona volontà, la fratellanza, la non violenza e l’educazione alla non violenza di fronte a un apparato di potere che si fomenta da sé stesso. Di fronte a un impero. La guerra è ormai essa stessa un “sistema”.bandiera__usa_gabbia

Nel 2011 le cento più importanti industrie che forniscono l’esercito USA hanno ricevuto dal governo americano 410 miliardi di dollari. E non si tratta, come molti credono, solo di “mercanti di armi e di morte”, come la Boeing che in un anno ha ricevuto 31 miliardi o la Dyincorp coi suoi 2,4 miliardi. Si tratta anche di industrie come la Coca Cola, la Colgate, la Kellogg, laJohnson Wax…Non solo perché tutti loro sono piovre dai mille tentacoli, che possiedono nello stesso tempo petrolio e cibo, elettronica e stampa, ma anche perché un esercito mangia e beve, si veste e si lava. Non è più questione di un colpo al cerchio e uno alla botte, di fronte alle guerre globali di questo Impero globale che mette in pericolo l’intera umanità. Per produrre le guerre lavorano ormai milioni di persone che “non sanno quello che fanno”. “Interverremo militarmente ovunque i nostri interessi siano messi in pericolo”, ha detto apertamente Obama alle Nazioni Unite, e nessuno ha dubitato che parlasse in nome delle multinazionali USA e non certo del popolo.

…Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?…” (Shakespeare, Macbeth)

Non si può quindi lottare contro la guerra e non lottare contro l’Impero globale che vede unite a quelle USA, naturalmente e fino a che c’è torta da spartirsi, anche le multinazionali europee ecc. Ma non si può neanche combattere il Sistema della Guerra Globale continuando ad essere consumatori-consumisti, comprando e usando auto che volatilizzano petrolio a tonnellate, andando in aereo a far le vacanze a Sharm el Sheik, continuando a comprare l’ultimo aggeggio elettronico che non è mai l’ultimo, riempiendo i carrelli al supermercato di cibi e bevande industriali, andando in crociera. Perché sono due gli eserciti che sostengono l’Impero: quello militare-politico-mediatico e quello consumista, e ambedue gli sono indispensabili per sopravvivere. Perciò è necessario essere “obiettori di coscienza” di ambedue questi eserciti, stabilire una volta per tutte che per contrastare un Impero Globale sono necessarie una coscienza e una responsabilità globali, che ci permettano di comprendere le conseguenze e implicazioni di ogni nostra scelta. Che ci permettano di non dover dire un giorno “io non lo sapevo”.consumismo22

Perché c’è un’altra cosa in cui tutti gli imperi si assomigliano: i loro popoli, a un certo punto, diventano plebi. E le plebi sono complici dei poteri che le rimpinzano. Panem et circense dicevano i romani. La civiltà industrial-consumistica ci ha ridotti a “umani da allevamento intensivo”, ci ha ridotti a plebi. Abbiamo abbastanza pane da procurarci obesità e diabete e da svuotare i mari e riempire la terra di allevamenti intensivi; abbiamo abbastanza circenses da intasarne le strade, le montagne e le coste, oltre che gli armadi e gli scaffali. E ne vogliamo sempre di più. Perché la plebe è abituata a considerare normale tutto ciò che le viene propinato quotidianamente, senza domandarsi il perché né il come. Menenio Agrippa disse al popolo romano sceso in sciopero contro i patrizi: “Siamo un unico corpo, voi siete le membra e noi lo stomaco; se non ci nutrite, noi non vi nutriremo. E moriremo tutti”. Questo era il succo e aveva ragione. I consumatori occidentali, assieme alle poco nutrite schiere delle borghesie dei paesi poveri, sono le membra che nutrono l’orrendo stomaco delle multinazionali. Quello che un Menenio Agrippa non confesserebbe (e sono innumerevoli, oggi, i Meneni Agrippa) è che, sì, anche noi plebei finiremmo assieme all’Impero: finiremmo come plebe per ritornare ad essere popolo; finiremmo come consumatori per ritornare ad essere donne e uomini consapevoli e capaci. Non è un caso che una delle armi che il Sistema ha dimostrato di temere di più sia il boicottaggio delle sue merci. In Colombia, contro la diabolica legge di certificazione delle sementi, i contadini, oltre a manifestare ed essere picchiati e incarcerati e ammazzati, hanno indetto uno sciopero generale a oltranza; a loro si sono uniti i minatori, poi i camionisti. Dopo diciotto giorni di sciopero, il governo colombiano ha deciso di congelare la legge. Possiamo sperare che i contadini dei paesi poveri, i piccoli contadini che mangiano quello che producono, che vivono della terra e con la terra, che capiscono immediatamente e sulla loro pelle come funziona il Sistema, siano i Barbari che daranno il colpo di grazia a questo Impero?

Fonte: il cambiamento

I lavori dell’orto nel mese di settembre

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Cosa fare nel proprio orto una volta che l’estate è finita? Semplicemente preparare il terreno alle colture invernali e se il clima lo permette continuare a piantare. Si pianta all’aperto: cime di rapa, carote, cipolla, indivie, lattughe, scarola, spinaci. E ricordarsi che, seppure con minore intensità, a settembre ancora fa caldo, quindi mai dimenticarsi di irrigare con una certa frequenza. Continuate a raccogliere i frutti dalle piante e gli ortaggi estivi che ancora continuano a crescere. Man mano che le colture termineranno il loro ciclo vitale badate a estirparle dal terreno. L’orto, se non avete più nulla da raccogliere, a settembre va pulito e preparato alla vangatura. In ogni modo in questo periodo si possono mettere a dimora cicorie, lattughe, ravanelli, spinaci, carote e rape. All’aperto e con l’uso di un semenzaio si coltivano cavoli cappuccio e cipolle. Ricordatevi che andranno trapiantati tra novembre e dicembre. Seminare il finocchio in semenzaio invece richiede un’attesa di 30 e anche 40 giorni. Dopodiché quando avranno raggiunto i 10-15 cm di altezza si potranno piantare in pieno campo. Le piantine vanno disposte a 20 cm di distanza sulla fila, lasciando uno spazio di 60-70 cm tra le file. Per chi non lo sapesse il semenzaio è uno strumento davvero utile per chi vuole un prodotto naturale al 100%. Nessuno può impedirvi di costruire in casa un vero semenzaio degno dei migliori contadini. Alcuni lo comprano già pronto da chi vende prodotti per l’agricoltura; ma altri s’ingegnano in maniera diversa. Come chi usa il contenitore delle uova, lo fora nell’estremità più bassa e lo riempie con terreno fertile. Ma una volta piantati, i semini procedete sempre all’innaffiatura, senza mai esagerare. Anche sull’impiego delle sementi siate accorti, per non correre il rischio di mangiare prodotti modificati geneticamente. Ci sono poi quelle colture quasi abbandonate che rischiano l’estinzione se non si fa qualcosa per proteggerle. Magari nel nostro piccolo orto, se le caratteristiche del terreno lo permettono, potremmo coltivarci quelle varietà perdute per far posto a colture più intensive. A tal proposito esiste un’associazione Rete Semi Naturali che “sostiene, facilita, promuove il contatto, il dialogo, lo scambio e la condivisione di informazioni e iniziative tra quanti affermano i valori della biodiversità e dell’agricoltura contadina e si oppongono a ciò che genera erosione e perdita della diversità e all’agricoltura mineraria basata sulla monocoltura intensiva e/o sulle colture geneticamente modificate”. Una maniera intelligente e creativa di contribuire a salvaguardare l’ambiente in cui viviamo.

Fonte: tuttogreen

Ritornare all’agricoltura contadina, intervista a Massimo Angelini

L’industria alimentare ha ormai soppiantato la piccola agricoltura di sussistenza, schiacciata dal peso di un sistema economico e legislativo non più a misura d’uomo. Massimo Angelini, autore del libro “Minima Ruralia”, analizza il problema e propone le soluzioni.agricoltura9__3

“Se vuoi cercare le verdure, la frutta e i grani di una volta […], lascia da parte internet, dimentica il telefono, non ti curare di cosa se ne dice o se ne legge. Se li vuoi cercare, bisogna che ti muovi a piedi, paese per paese, cascina per cascina; e non ti scoraggiare quando ti dicono che sono scomparsi: qualche volta sono solo ‘invisibili’ allo sguardo e alla memoria. Ci vuole pazienza, gusto per l’ascolto e rispetto perché chi è anziano, se ancora li conserva, accetti di mostrarteli o di mostrarne la semenza”. È questo il consiglio con cui Massimo Angelini – autore, docente, studioso e “coltivatore d’idee nell’orto”, come si definisce lui stesso – accoglie i lettori nelle prime pagine di “Minima Ruralia”(Pentagora Edizioni, aprile 2013), una guida alla riscoperta delle tradizioni contadine italiane e, in particolare, della Liguria, terra natia dell’autore. Scopo del viaggio, recuperare quell’antico legame fra uomo e natura, quella dimensione oggi cancellata dall’industria del cibo, che frappone macchine e sostanze chimiche fra il contadino e il suo campo, ponendosi in una logica di mero sfruttamento delle risorse offerte dalla terra.

Da sempre l’agricoltura è un punto d’incontro fra natura e cultura, fra i cicli biologici spontanei e l’intervento migliorativo umano. È possibile individuare il ‘punto di rottura’ che ha portato dall’attività contadina tradizionale all’agroindustria?

Non so se si possa individuare un preciso punto di rottura, ma osservo che questa rottura è avvenuta e ora pare insanabile. Quello che oggi appare evidente è che l’agricoltura contadina e quella industriale non sono aspetti differenti di una medesima attività, distinguibili su parametri quantitativi – minore o maggiore estensione, produzione, marcato e capitale – ma attività del tutto differenti e, per ciò che riguarda gli effetti sociali ed ecologici, opposte. L’agricoltura contadina mira a conservare la fertilità della terra, la quantità di acqua disponibile, la diversità di colture e, all’interno di ciascuna coltura, di varietà, laddove, invece, l’agricoltura industriale agisce come un’attività estrattiva, mineraria: erode la fertilità, consuma le risorse di acqua, riduce la diversità in termini di colture e varietà. E potremmo ribaltare questa contrapposizione su molti altri piani: sociale e culturale, prima di tutto. Forse un fattore di rottura, non l’unico, può essere riconosciuto nel diverso modo di porsi dell’uomo di fronte alla natura e alla storia: prima organico, simbolico; oggi frammentario e astratto, con l’uomo separato dal cielo come dalla terra e autocentrato sul proprio sé in un vortice di scissione e isolamento. In questo caso, se questa ipotesi meritasse un approfondimento, dovremmo ricercare la rottura nelle radici della modernità, tra XII e XIII secolo.minima_ruralia

Può citare alcuni interventi pratici riguardanti la sfera normativa – regolamenti da abolire, leggi di tutela da attuare ecc. – che andrebbero effettuati in maniera urgente per salvaguardare il mondo rurale e coloro che vi appartengono?

Il primo passo è riconoscere che esiste un’agricoltura contadina, non riducibile a quella imprenditoriale e, ancora di più, industriale. Non dimentichiamo che la parola “contadino” esiste per il lessico corrente, non per quello giuridico dove non compare in alcun provvedimento. Il secondo passo è lasciare che chi lavora per il prevalente obiettivo dell’autosussistenza e della vendita diretta e senza intermediari dell’eccedenza possa farlo senza vessazioni burocratiche e amministrative. Oggi spesso i contadini sono costretti a produrre più carta che alimenti, pagano controlli del tutto astratti per rischi del tutto ipotetici. Raccontava il dott. Ferigo, responsabile di una ASL del Friuli, che non si conosce un solo caso di avvelenamento da marmellate domestiche avariateù; per questa e altre cento ragioni aveva scritto un libro-denuncia intitolato “Il certificato come sevizia”.

Oltre alla qualifica di IAP, esiste anche quella di coltivatore diretto, più vicina all’idea di contadino ma pur sempre gravata da un’eccessiva burocrazia. Ritiene che possa essere una buona base per semplificare la legge o va ripensato tutto il quadro normativo?

Bisogna integrare il quadro normativo col riconoscimento di regole e spazi di libertà per chi esercita un’agricoltura familiare, di piccola scala economica, fondata più sul lavoro che sul denaro, dove si coltiva la terra e non i contributi, fondata sul lavoro personale di sé e della propria famiglia dove non si è dipendenti e non si hanno dipendenti, sulla prevalente autosussistenza e sulla trasformazione e vendita diretta senza intermediari. Per chi fa questo, per chi non svolge un’attività industriale, servono norme, tutele e sgravi specifici. Non servono soldi, serve che chi ha voglia di lavorare e coltivare la propria vita senza speculare sul denaro, sul lavoro degli altri e sul cibo possa farlo in pace._agricoltura9__

Pensa che possa esistere un equilibrio fra la mercificazione (e quindi banalizzazione) del ‘locale’ e la giusta diffusione di questo concetto a livello culturale e pratico?

Nel mercato di prossimità, dove può esistere un controllo diretto e la rete delle informazioni confidenziali (il “pettegolezzo”!) funziona, “locale” vuole dire qualcosa. È nel mercato generale, nelle economie di scala e nella grande distribuzione che perde significato ed è solo uno slogan pubblicitario, frusto e ingannevole.

Allo stesso modo, è possibile concepire un quadro normativo che non strangoli i contadini con cavilli burocratici ma che anche riesca a tutelarli dalla concorrenza dell’industria alimentare di bassa fascia?

Sì, è possibile. Ma quale governo ha l’autorità morale per uscire dalla sudditanza di norme sull’agricoltura scritte a Bruxelles, in buona sostanza, dai quattro paesi (Francia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca) che dettano le politiche agricole e dove l’agricoltura è pressoché solo di livello e qualità industriale?

Leggendo le sue considerazioni mi è parso di cogliere la necessità, da parte della nostra società, di sgravarsi di un’imponente mole di convenzioni, norme e consuetudini – non solo scritte ma anche astratte, di ordine sociale – e ‘decrescere’ anche nel modo in cui ci approcciamo alla vita quotidiana, recuperando genuinità e semplicità. È d’accordo?

Torno all’ultima parte della prima risposta e osservo che la conversione del nostro sistema economico e sociale può solo essere la conseguenza di una profonda conversione interiore, nella quale ci si riaccorda con la terra, con il cielo, con le generazioni che ci hanno preceduto e quelle che sono per venire. Fuori da questa conversione profonda e dolorosa come una rinascita, fuori dalla riconciliazione con noi stessi, tre passi più in là del silenzio, c’è solo spazio per agire comportamenti di moda, per il nuovo perbenismo di chi ha capito qual è ‘la cosa giusta’ e se ne fa un vanto da ostentare, un nuovo tic compulsivo di chi, per estrazione sociale o culturale, non può fare a meno di sentirsi protagonista nel teatro del mondo. Genuinità e semplicità non sono abiti buoni da indossare per una nuova austerità.

Il suo libro è giustamente incentrato sulla realtà rurale della Liguria. Conosce lavori simili che parlano di altre zone d’Italia? Ritiene possibile e utile, qualora non ce ne siano, provare a realizzarli?

Tolti pochi capitoli dove è il richiamo al caso di una varietà locale recuperata in Liguria e alcuni dove si fa menzione del lunario agricolo ligure, il Bugiardino, per il resto credo che la maggior parte delle considerazioni non siano circoscrivibili a un’area particolare. Lo stesso caso della varietà locale che ho citato è presentato nel libro come un esempio riproducibile, declinato con i dovuti adeguamenti locali, su altre regioni. Oggi si conoscono ottime pubblicazioni dove si riflette sul mondo contadino e sull’agricoltura locale, sempre utili benché spesso orientate a un approccio puramente sociologico o socio-economico.

In diversi passaggi si percepisce da parte sua un netto rifiuto delle derive quasi ideologiche di localismo e biologico. A cosa è dovuta questa posizione? Ritiene che sia comunque importante il ricorso a metodi naturali?

Negli ultimi quindici anni l’attenzione verso l’agricoltura e, in particolare, verso il mondo contadino qualche volta è degenerata in una visione astratta da arte di chi, orfano delle ideologie fiorite e sfiorite negli anni precedenti, sulla terra ha visto un nuovo ‘fronte’ di antagonismo o uno spazio di libertà refrattario alle istituzioni o un luogo privilegiato dove riconnettere i legami con la vita recisi nel tempo della virtualità. Sono espressioni di un’ideologia sostanzialmente urbana portata avanti da chi non conosce la terra e spesso non ha l’umiltà e la pazienza di avvicinarcisi sottovoce, per imparare. In questi trent’anni ho conosciuto un numero rilevante di persone che volevano ‘tornare’ sulla terra portando i nuovi credi di un’agricoltura di volta in volta naturale, sinergica, olistica, permanente senza neppure avere ancora sperimentato un orto. Non c’è niente di male, sono espressioni di fragilità e buona volontà, sono esperimenti con la vita e con se stessi. Ma questi atteggiamenti diventano sgradevoli forme di superbia quando chi non conosce l’agricoltura se non sui libri e attraverso le proprie buone intenzioni pretende di catechizzare – come tante volte ho visto – chi l’esercita per viverci, spiegandogli che per essere un ‘vero’ contadino deve anche essere biologico, consapevole, solidale, magari vegetariano…

Fonte: il cambiamento