Cambia il paniere Istat per la rilevazione dei prezzi al consumo 2019: fuori le lampadine a risparmio energetico e dentro bicicletta elettrica e scooter sharing

L’aggiornamento del paniere tiene conto dei cambiamenti emersi nelle abitudini di spesa delle famiglie, dell’evoluzione di norme e classificazioni e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Ogni anno l’Istat rivede l’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo e aggiornando contestualmente le tecniche d’indagine e i pesi con i quali i diversi prodotti contribuiscono alla misura dell’inflazione. Nel paniere del 2019 utilizzato per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.507 prodotti elementari (1.489 nel 2018), raggruppati in 922 prodotti, a loro volta raccolti in 407 aggregati.

Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato a livello europeo) si adotta un paniere di 1.524 prodotti elementari (in lieve ampliamento rispetto ai 1.506 nel 2018), raggruppati in 914 prodotti e 411 aggregati. L’aggiornamento del paniere tiene conto dei cambiamenti emersi nelle abitudini di spesa delle famiglie, dell’evoluzione di norme e classificazioni e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Per quanto riguarda l’ingresso di prodotti che hanno acquisito maggiore rilevanza nella spesa delle famiglie, sono da segnalare: tra i beni alimentari, Frutti di bosco e Zenzero; nei trasporti, Bicicletta elettrica e Scooter sharing. Entra inoltre nel paniere la Cuffia con microfono (tra gli apparecchi audiovisivi, fotografici e informatici), l’Hoverboard (tra gli articoli sportivi) e la web TV (nell’ambito degli abbonamenti alla pay tv). Ad arricchire la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati, entrano nel paniere Tavolo, Sedia e Mobile da esterno (tra i mobili da giardino), Pannoloni e Traversa salvaletto (tra gli altri prodotti medicali) e i prezzi dell’Energia elettrica del mercato libero, affiancano quelli del regime di maggior tutela nel contribuire alla stima dell’inflazione. Escono dal paniere il Supporto digitale da registrare e la Lampadina a risparmio energetico. Nel complesso, le quotazioni di prezzo usate ogni mese per stimare l’inflazione sono circa 6.000.000 e hanno una pluralità di fonti: 458.000 sono raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e 238.000 direttamente dall’Istat; oltre 5.200.000 tramite scanner data; più di 86.000 arrivano dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico.

Fonte: Istat

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Inquinamento: Pechino chiude 2500 aziende

China Daily Life - Pollution
Pechino continua a essere sotto assedio: l’inquinamento atmosferico continua e il governo cinese avrebbe deciso, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Xinhua, di combattere le polveri sottili chiudendo, entro la fine dell’anno, 2500 aziende che con la loro attività compromettono la qualità dell’aria. La cappa grigio-giallastra in cui è immersa Pechino non si dirada e l’aria irrespirabile ha già fatto scendere in piazza migliaia di manifestanti. La situazione è di emergenza cronica: le autorità consigliano ai cittadini di limitare le uscite. A dicembre era stato lanciato per ben due volte l’allarme rosso per l’inquinamento atmosferico che ha decretato misure di sicurezza come la chiusura delle scuole, sabato 9 gennaio 2016 il Ministero dell’Ambiente cinese ha avvertito che una pesante cappa di smog avrebbe avvolto la capitale, la provincia dell’Hebei e la vicina Tianjin. Nell’anno appena conclusosi il livello medio di PM2.5 a Pechino è stato di 80,6 microgrammi per metro cubo, una concentrazione 1,3 volte superiore alla media nazionale. Nonostante il taglio del consumo di carbone in programma e la chiusura delle industrie più inquinanti le misure messe in campo dalla Cina potrebbero non essere sufficienti a centrare gli obiettivi di qualità dell’aria la cui deadline è fissata per il 2030.

Fonte: Xinhua

I 10 cibi consumati dagli americani e vietati in Europa

Gli americani stanno lentamente realizzando che non tutto il cibo venduto nel loro Paese sia di ottima qualità. Ci sono alcuni alimenti che sono vietati altrove

Negli Stai Uniti gira merce di ogni genere e anche alimenti che altrove sono vietati per restrittive regole sanitarie. Con il TTIP, l’Accordo transatlantico che è discusso in queste ore tra Europa e Usa rischiamo di trovarci sul mercato italiano e europeo qualcuno di questi 10 alimenti che in Usa sono regolarmente venduti ma che da noi in Europa sono vietati. Ecco la lista dei 10 cibi consumati in Usa ma vietati altrove.

Latte con ormoni della crescita

La somatotropina ricombinante bovina (rBST) è stata sintetizzata con la tecnologia del DNA ricombinante da Monsanto che ha usato i batteri dell’E. Coli e è il farmaco da latte più venduto negli Stati Uniti con il nome di Posilac. rbGH è una versione sintetica della somatotropina bovina naturale (BST) e questo ormone sintetico è iniettato nelle mucche da latte per aumentarne la produzione. E’ vietato in almeno 30 altre nazioni, tra cui Australia, Nuova Zelanda, Israele, Unione europea e il Canada a causa dei rischi per la salute umana quali la possibilità di sviluppare cancro al colon-retto , della prostata e il tumore al seno attraverso la conversione delle cellule dei tessuti normali in cancerose. Anche le mucche da latte trattate con rBGH possono soffrire di almeno 16 diversi disturbi tra cui la mastite che viene curata con antibiotici. In molti hanno cercato di informare il pubblico circa i rischi legati all’uso di questo ormone nella vacche da latte ma i loro tentativi sono stati schiacciati dalle potenti industrie casearie e farmaceutiche e dai loro legami di governo. Nel 1997 due giornalisti Jane Akre e Steve Wilson affiliati della FOX proposero un servizio, mai andato in onda sui pericoli dell’ormone rBGH. Gliavvocati di Monsanto un inserzionista importante della rete televisiva in Florida minacciarono conseguenze disastrose se il documentario fosse stato trasmesso. Resta dunque autorizzato negli Usa e i consumatori per difendersi devono leggere molto bene l’etichetta e scegliere prodotti in cui è chiaramente indicato che il latte è senza rBGH.

La papaya OGMCOLOMBIA-AGRICULTURE-PACIFIC ALLIANCE-SUMMIT-FEATURE

La maggior parte della papaya hawaiana è OGM e ciò per sviluppare la resistenza al virus ringspot. E’ vietata nell’Unione Europea ed è un prodotto Monsanto. Bene, nel merito degli OGM in Europa abbiamo una serie di divieti che si basano sul principio di precauzione, il che è la nostra scelta almeno per ora. Una chicca: l’amministrazione Obama ha posto l’ex avvocato della Monsanto e Vice Presidente Michael Taylor quale responsabile della sicurezza alimentare degli Stati Uniti (Deputy Commissioner for Foods at the United States Food and Drug Administration) e Clarence Thomas altro ex avvocato di Monsanto quale giudice della Corte Suprema. Nessuno dei due crede vi sia conflitto di interesse
Carne di maiale con ractopamina

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La ractopamina è farmaco beta- agonista e usato per curare l’asma ma è entrato nellle stalle quando si è scoperto che accresceva la massa muscolare e in grado di ridurre i grassi nella carne.La ractopamina è usata negli Stati Uniti per il 45% dei suini e per il 30% del bestiame. Fino al 20% di ractopamina resta nella carne che si compra al supermercato. Questo farmaco è vietato in 160 Paesi tra cui Europa, Russia, Cina e Taiwan a causa dei suoi effetti nocivi sulla salute umana poiché interferisce con il sistema cardiovascolare e si sospetta sia responsabile dell’iperattività nei bambini; causa anomalie cromosomiche e disturbi comportamentali. Negli animali interferisce con la fertilità, causa mastite e aumenta la mortalità e le disabilità.
Bevande con ritardante di fiamma BVOCoca Cola To Remove BVO From Powerade Sports Drinks
In alcune altre bibite al gusto di agrumi o negli integratori per sportivi è presente una sostanza chimica sintetica il BVO ossia oli vegetali bromurati, oli vegetali bromurati, originariamente brevettata da aziende chimiche come ritardante di fiamma. Dopo la petizione di una ragazza americana Coca Cola e Pepsi hanno bandito questa sostanza dalle loro bevande, ma ne restano molte altre in commercio. Il BVO si accumula nei tessuti e nel latte materno e studi sugli animali hanno dimostrato che interferisce con la fertilità e causa problemi comportamentali. Quando ingerito il bromo compete con gli stessi recettori utilizzati per catturare iodio e ciò porta a carenza di iodio. La tossicità del bromo può manifestarsi sotto forma di eruzioni cutanee, acne, perdita di appetito, stanchezza e aritmie cardiache. E’vietato in Europa e Giappone.

Coloranti artificiali179280755-620x350
Più di 3.000 additivi alimentari, conservanti, aromi, sono aggiunti agli alimenti inclusi quelli per lattanti e per bambini. Molti di questi sono vietati in diversi paesi, poiché considerati tossici e con effetti sulla salute pericolosi. Vietati in Norvegia e Austria mentre nel 2009 il governo britannico ha consigliato alle aziende di smettere di usare coloranti alimentari. L’Unione europea richiede che siano riportati in etichetta. Nei paesi in cui sono vietati questi coloranti le aziende alimentari come la Kraft utilizzano coloranti naturali, invece, come estratto di paprika o barbabietola.
Pollo con arsenicoUS-FOOD-CHICKEN
Farmaci a base di arsenico sono approvati per l’uso nei mangimi negli Stati Uniti, perché fanno crescere più rapidamente e fanno apparire la carne più fresca. La US Food and Drug Administration (FDA) ha dichiarato questi prodotti sono sicuri perché contengono arsenico organico considerato meno tossico rispetto agli altri in forma inorganica nono per essere cancerogeno. E’ vietato nell’Unione Europea poiché diversi studi hanno spiegato che l’arsenico organico può trasformarsi in inorganico ed è ciò che è stato trovato analizzando polli in vendita nei supermercati. L’ arsenico inorganico contamina anche il letame da dove passa nell’acqua e ciò ha causato alti livelli di arsenico nel riso coltivato negli Stati Uniti. Nel 2011 la Pfizer ha annunciato di voler interrompere volontariamente la commercializzazione del suo additivo per mangimi a base di arsenico roxarsone, ma altri prodotti sono ancora presenti sul sul mercato . Diversi gruppi ambientalisti hanno intentato una causa contro l’ FDA per richiederne la rimozione dal mercato. Nell’Unione europea i composti a base di arsenico non sono mai stati approvati come sicuri per l’alimentazione animale.
Pane al bromato di potassioHot dogs in buns at the official weigh-i

Negli Usa anche se non si è consapevoli ogni volta che si mangia pane di provenienza industriale si ingerisce bromato di potassio comunemente usato in farine. L’uso di bromato di potassio come additivo per pane e prodotti da forno commerciali è comune. E’ vietato in Canada, Cina e nella UE. Le farine sono arricchite con bromato di potassio poiché renderebbe l’impasto più elastico e maggiormente in grado di resistere alla conservazione. Studi hanno collegato il bromato di potassio a danni ai reni e al sistema nervoso, alla tiroide, disturbi gastrointestinali e al cancro. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro classifica il bromato di potassio come un possibile cancerogeno.
Olestra il grasso senza calorie467867553-620x350
Olestra è conosciuto con il nome commerciale di Olean, è stato inventato dalla Procter & Gamble ed è un grasso senza calorie non assorbito dall’intestino umano. E’ usato negli snack senza grassi come le patatine fritte. Purtroppo però non è la panacea che si credeva, anzi è stato piuttosto deludente poiché crea diversi problemi intestinali e interferisce con l’assorbimento delle vitamine liposolubili come A, D, E e K, tanto che la FDA richiede che queste vitamine siano aggiunti a qualsiasi prodotto preparato con Olean o olestra. In compensolega con le diossine e ne asseconda lo smaltimento dall’organismo. E’ vietato nel Regno Unito e in Canada.
Conservanti BHA e BHT
BHA (butilidrossianisolo) e il BHT (butilidrossitoluolo), in etichetta indicati con le sigle E320 e E321, sono comunemente utilizzati come conservanti nei cereali per la colazione, mix di noci, gomme da masticare, burro, carne, patate disidratate e birra, farmaci e cosmetici solo per citarne alcuni. BHA è noto per essere un agente cancerogeno.Può anche scatenare reazioni allergiche e iperattività, mentre BHT può causare tossicità. Il BHA è vietato nel Regno negli alimenti per l’infanzia, mentre BHA e BHT non sono vietati in Italia ma solo in alcuni stati europei e in Giappone.
Il rosa dei salmonisalmonfan-620x350
Se proprio si vogliono avere benefici nel mangiare pesci meglio evitare il salmone di allevamento americano poiché viene nutrito con mangimi che contengono sostanze chimiche pericolose. Se il salmone selvaggio ottiene il suo brillante colore rosso-rosato dai carotenoidi naturali presenti nella dieta, il salmone d’allevamento viene cresciuto con una dieta innaturale basata anche su semi OGM, antibiotici, farmaci e sostanze chimiche. Questa dieta lascia la carne del salmone grigiastra e per ottenere quel bel colore rosato gli viene somministrata lastaxantina sintetica a base di prodotti petrolchimici, non approvata per il consumo umano e che ha tossicità ben note. E’ vietata in Australia e Nuova Zelanda. La foto che vedete in alto si riferisce alle gradazioni di rosa che possono ottenere gli itticoltori in base alla quantità di astaxantina sintetica che vanno a somministrare. Dunque è da evitare il salmone atlantico ,che proviene per lo più da allevamenti ittici. Al contrario non sono d’allevamento il “salmone dell’Alaska” e “salmone rosso”.
Foto | Edward Tufte
Fonte: Eat local grow
© Foto Getty Images

Consumo di suolo: in tre anni persi 720 kmq di terreno libero

Il rapporto “Basta case di carta” mette a nudo le incongruenze di un’economia fondata sul cemento

di ripresa? Dopo aver incontrato Domenico Finiguerra negli scorsi giorni, noi di Ecoblog torniamo sul tema della cementificazione selvaggia nella giornata in cui Legambiente ha presentato i dati sul consumo del suolo del rapporto Basta case di carta e ha lanciato il portale stopalconsumodisuolo.crowdmap.com per mappare “dal basso” l’Italia minacciata da progetti edilizi, lottizzazioni e autostrade. Il dato più contradittorio riguarda l’incongruenza fra l’“epidemia cementificatoria” che in tre anni ha sottratto ai campi 720 kmq di suolo (una superficie doppia rispetto alla provincia di Prato) e l’emergenza casa che riguarda ormai 650mila famiglie. Il tasso di consumo di suolo era del 2,9% negli anni Cinquanta, del 7,3% oggi. Dei 22mila chilometri quadrati urbanizzati del nostro paese il 30% è occupato da edifici e capannoni, il 28% da strade asfaltate e ferrovie.

Basta case vuote, fragili, dispendiose e insicure come castelli di carta che ha portato avanti alcuni blitz a Milano, Agrigento, Codevigo, Umbertide. Servono subito provvedimenti per fermare il consumo di suolo e la rigenerazione urbana. Passa da qui la risposta per uscire dalla crisi,

ha spiegato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza durante la presentazione del rapporto.

Le città maggiormente cementificate sono Napoli e Milano che superano il 60% della superficie totale, seguite da Pescara e Torino, quindi da MonzaBergamoBrescia e Bariche vanno oltre il 40% di superficie urbana impermeabilizzata. Ma il dato più importante è quello che riguarda i 2,5 milioni di edifici residenziali sui quali sarebbe urgente intervenire per una riqualificazione che darebbe lavoro senza consumare altro suolo e contribuendo al risparmio energetico. A tutt’oggi sono 865mila gli edifici residenziali in aree ad alto rischio sismico, per un totale di circa 1,6 milioni di abitazioni, mentre il totale degli edifici residenziali a rischio medio e alto raggiungono i 4,7 milioni con punte di 1,2 milioni in Sicilia e di 800mila in Campania. Gli edifici a rischio frane e alluvioni – in gran parte proprio a causa della cementificazione – sono 1,1 milioni (2,8 milioni di abitazioni e 5,8 milioni di persone che ci abitano), in particolar modo in Campania ed Emilia-Romagna.Partial view of "Cretto di Burri" a big

Fonte:  Legambiente

Foto © Getty Images

Consumo e ambiente: Steve Cutts suona la sveglia. Il video

L’attività estrattiva rischia di triplicare entro il 2050. Il genio dell’artista inglese mette a nudo la follia del sistema dei consumisteve

Nessun artista al mondo, attualmente, riesce a utilizzare la computer animation per sensibilizzare il pubblico come Steve Cutts. Un paio di mesi fa vi avevamo proposto il video di Man, fenomeno virale capace di raccogliere oltre 32mila Like. Ora Cutts, sostenuto da Gaia Foundation, è tornato con una nuova clip che di Man sembra essere la naturale evoluzione. Il titolo originale Wake Up Call la dice lunga sull’obiettivo del poliedrico artista londinese: svegliare le coscienze sulle conseguenze del consumismo più sfrenato.  La grandezza di Cutts è nella sua capacità di sintetizzare con immagini di grande potenza le sue tesi. Se cercate la perfezione formale andate altrove, se, invece, cercate la potenza del messaggio provate a cercare qualcuno che abbia il dono della sintesi di Cutts: non lo troverete. In pochi minuti si parla di sfruttamento delle risorse minerarie e dei lavoratori, rifiuti, obsolescenza programmata, consumo acritico e salvaguardia della natura. Il “servizio sveglia” che Cutts ci regala inizia con il paradiso in terra di una natura incontaminata, con le proprie ricchezze custodite nel sottosuolo. È la Terra che l’uomo devasta per estrarre le risorse che vengono stoccate in camion che viaggiano su grandi navi verso fabbriche dove “eserciti” di lavoratori assemblano prodotti tecnologici programmati per durare 6 mesi. Ma il vero delirio incomincia con il consumo e il paradosso che Cutts mostra in maniera estremamente efficace è quello di un “Y-Fone” che diventa obsoleto mentre camminiamo dal negozio verso casa. La danza macabra di un’economia imposta dall’alto che ci fa credere di scegliere è quella dei notebook, degli schermi al plasma, degli smartphone, dei tablet che il sistema ci costringe a cambiare, senza soluzione di continuità. Tocca al consumatore farsi svegliare, aprire gli occhi e salvaguardare la natura. Perché è la natura che “spendiamo”, il vero costo di questa dissennata politica dei consumi. E se non si bloccherà questa spirale, nel 2050 l’attività estrattiva sarà tre volte superiore. E la sua insostenibilità, purtroppo, non sarà un cartone animato.

Fonte: Youtube

Agromafia, un business da 14 miliardi di euro

Le organizzazioni criminali controllano tutta la filiera, dalla produzione al consumo, distruggendo il mercato libero e l’economia legale159252467-586x390

Dai ristoranti all’autotrasporto, dalle mozzarelle ai terreni agricoli, in Italia il business dell’agromafia tocca ormai i 14 miliardi di euro. Nel tessuto economico indebolito dalla recessione le organizzazioni criminali trovano terreno fertile per ampliare il loro raggio d’azione. Agricoltura e alimentare sono considerati settori strategici negli investimenti della malavita, proprio perché, nelle fasi di crisi, il cibo è l’ultima voce di spesa a essere tagliata. In molti territori mafiacamorra e ‘ndrangheta controllano la distribuzione e, molto spesso, anche la distribuzione di latte, carne, mozzarella, caffè, zucchero, acqua minerale, farina, burro, frutta, verdure e persino del pane clandestino preparato in barba a qualsiasi norma igienica e venduto a 1 euro al chilo dentro i bagagliai delle automobili. Potendo contare su un’ampia disponibilità di capitale (frutto dell’economia illegale), le agromafie possono condizionare gli organismi di controllo e muoversi più agilmente rispetto all’imprenditoria legale. Secondo Coldiretti sarebbero circa 5000 i locali di ristorazione italiani in mano alla criminalità, nella maggior parte dei casi intestati a prestanome. Quasi un immobile su quattro, fra quelli estorti alle mafie, è un terreno agricolo, a dimostrazione dell’importanza data dalle mafie all’accaparramento delle campagne. Ma è tutta la filiera a essere contagiata: oltre ai 2919 terreni confiscati, ci sono 89 aziende confiscate operanti nei settori agricoltura, caccia e silvicoltura, 15 nella piscicoltura, 173 nella ristorazione e alloggio e 471 nel commercio. Tutta la filiera, dal produttore al consumatore, è in mano all’agromafia che in questo modo riesce a controllare i territori, imporre i prezzi e distruggere il mercato legale e l’imprenditoria onesta.

Fonte: Coldiretti

Riduzione buste di plastica: Commissione Ue lancia direttiva

La Commissione Ue ha deciso di lanciare oggi una proposta che richiede agli Stati membri di ridurre l’impiego delle buste di plastica dando ai Paesi la scelta su quale misura adottare, come una tassa, target nazionali di riduzione o un divieto.buste__plastica3

“Ottima l’iniziativa del commissario per l’ambiente UE Potocnik per combattere l’inquinamento provocato dalle buste di plastica. Quello che serve per ridurre gli shopper di plastica è un cambiamento di rotta radicale e la proposta di direttiva europea, presentata oggi, va proprio in questa direzione sancendo che il principio della tutela ambientale può derogare a quello della libera circolazione delle merci. Ben venga allora l’introduzione di misure che prevedono la possibilità di tassare, introdurre target nazionali di riduzione o di vietare l’uso delle buste di plastica prendendo esempio dai Paesi virtuosi che fanno scuola su questo fronte e che hanno già adottato da diverso tempo queste misure. L’Italia è una di queste e la sua esperienza non è più considerata un’esperienza da condannare con una procedura di infrazione ma un esempio virtuoso e ripetibile in tutti gli altri stati membri”, così Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente commenta la proposta di direttiva europea per ridurre l’uso degli shopper. “Fino al 2010 – aggiunge Ciafani – la nostra Penisola era il primo paese europeo per consumo di sacchetti di plastica usa e getta, con una percentuale di consumo pari al 25% del totale commercializzato in Europa. Grazie all’entrata in vigore del bando sugli shopper non compostabili, dal 1 gennaio 2011 questa percentuale si è ridotta e sono state tracciate le basi per una strategia integrata sulla corretta gestione dei rifiuti, sulla riduzione della plastica, sulla tutela e la salvaguardia dell’ambiente marino e della biodiversità che prende finalmente avvio con questa proposta di direttiva della Commissione Europea. Ora è dunque fondamentale procedere in fretta alla sua approvazione”.

Fonte: il cambiamento

4. Dalla miniera ai rifiuti, e oltre

Praticamente qualsiasi cosa consumiamo e produciamo ha un impatto sull’ambiente. Quando nella vita di tutti i giorni scegliamo di acquistare determinati beni e servizi, spesso non pensiamo a quella che è la loro «impronta» sull’ambiente. Il prezzo di vendita difficilmente rispecchia il costo reale. Ci sono però molte cose che possiamo fare per rendere più verdi i nostri consumi e la nostra produzione. 8

Per preparare una tazzina di caffè nei Paesi Bassi, servono 140 litri d’acqua. Per la maggior parte, sono utilizzati per coltivare la pianta del caffè. Ancor più sorprendente è che per produrre un chilo di carne bovina servono in medi 15.400 litri d’acqua.

Fonte: Water Footprint Network (Rete dell’impronta idrica)11

A maggio 2011, l’Apple Store di Fifth Avenue a New York è stato assalito dai clienti accorsi da ogni parte del mondo per acquistare il nuovo iPad2. Appena consegnati, gli articoli sparivano nel giro di poche ore. Il punto vendita di New York è stato fra quelli fortunati. Molti negozi Apple nel mondo si sono dovuti limitare a prendere gli ordini e hanno ricevuto la

merce settimane dopo. Quel ritardo non era dovuto a carenze nella pianificazione commerciale o a una campagna di marketing troppo azzeccata. È stato causato da una serie di catastrofi dall’altra parte del pianeta. Cinque dei principali componenti dell’iPad2 venivano prodotti in Giappone quando si è verificato il terremoto dell’11 marzo 2011. La  produzione di alcuni di questi componenti è stata facilmente trasferita in Corea del Sud o negli Stati Uniti, ma non quella della bussola digitale. Uno dei principali produttori sorgeva nel raggio di 20 km dai reattori di Fukushima e ha dovuto chiudere lo stabilimento.

I flussi di risorse destinate ad alimentare le linee di produzione

In un mondo interconnesso come il nostro, il viaggio di molti dispositivi elettronici parte da una miniera, generalmente in un paese in via di sviluppo, e da un centro di sviluppo del prodotto, perlopiù in un paese sviluppato. Oggi, la produzione di computer portatili, telefoni cellulari, automobili e fotocamere digitali si serve delle cosiddette «terre rare», come il neodimio, il lantanio e il cerio. Benché molti paesi dispongano di riserve non sfruttate, l’estrazione è costosa e in alcuni

casi rilascia sostanze tossiche e radioattive. Dopo l’estrazione, le risorse materiali sono generalmente trasportate presso un centro di trattamento e trasformate nelle diverse componenti del prodotto, che a loro volta vengono inviate ad altri impianti per l’assemblaggio. Quando compriamo il nostro dispositivo, i suoi vari componenti hanno già viaggiato in tutto il mondo e, a ogni tappa del loro itinerario, hanno lasciato un’impronta sull’ambiente. Lo stesso vale per il cibo sulle nostre

tavole, per i mobili delle nostre case e per la benzina delle nostre auto. Per la maggior parte, i materiali e le risorse vengono estratti, trasformati in un bene o in un servizio di consumo e trasportati nelle nostre case, perlopiù di città. Fornire acqua alle famiglie europee, ad esempio, non significa soltanto averne estratta la quantità utilizzata da un corpo idrico. Perché l’acqua sia pronta all’uso, abbiamo bisogno delle infrastrutture e dell’energia per trasportarla, immagazzinarla, trattarla e riscaldarla. Una volta «utilizzata», abbiamo ancora bisogno di altre infrastrutture e di altra energia per smaltirla.

Tutti pronti a consumare

Parte dell’impatto ambientale dovuto ai nostri modelli e ai nostri livelli di consumo non è immediatamente visibile. Produrre energia elettrica per ricaricare il cellulare e conservare il cibo al freddo genera biossido di carbonio che viene

rilasciato nell’atmosfera e che a sua volta contribuisce al cambiamento climatico. I trasporti e gli stabilimenti industriali

emettono inquinanti atmosferici, fra cui gli ossidi di zolfo e di azoto, che sono dannosi per la salute umana. In estate, i milioni di vacanzieri in rotta verso sud mettono ulteriormente alla prova le località di villeggiatura che li ospitano. Oltre alle emissioni di gas a effetto serra derivanti da questi spostamenti, la loro necessità di alloggio alimenta la domanda di risorse materiali ed energia da parte del settore edile. L’aumento stagionale della popolazione locale comporta l’estrazione supplementare di acqua destinata agli impianti sanitari e per finalità ricreative durante l’arida stagione estiva. Comporta anche più acque reflue da trattare, più cibo da trasportare e più rifiuti da gestire. Malgrado l’incertezza sulla portata esatta del nostro impatto ambientale, è chiaro che gli attuali livelli e modelli di estrazione delle risorse non possono andare avanti. Molto semplicemente, disponiamo di quantità limitate di risorse vitali, come i terreni coltivabili e l’acqua. Quelli che lì per lì si presentano come problemi locali, si pensi alla scarsità d’acqua, alla conversione delle foreste in pascoli o all’emissione di inquinanti da uno stabilimento industriale, spesso possono facilmente diventare problemi di portata globale e sistemica che riguardano tutti noi. Un indicatore del consumo delle risorse è l’impronta ecologica, messa a punto dal Global Footprint Network. Fornisce una stima dei consumi dei paesi in termini di utilizzo del territorio a livello mondiale, incluso l’utilizzo indiretto per produrre beni e assorbire le emissioni di CO2. Secondo questa metodologia di calcolo, nel 2007 l’impronta di ogni essere umano corrispondeva a 2,7 ettari globali. Un valore di gran lunga superiore al dato di 1,8 ettari globali a disposizione di ciascuno di noi per sostenere i consumi senza mettere a rischio la capacità produttiva dell’ambiente (Global Footprint Network, 2012). Nei paesi sviluppati, il divario era ancora più evidente. I paesi dell’AEA consumavano 4,8 ettari globali pro capite, a fronte di una «biocapacità» disponibile pari a 2,1 a persona (Global Footprint Network, 2011).10

Consumo significa anche lavoro

La nostra smania e il nostro bisogno di consumare le risorse naturali è solo una faccia della medaglia. Costruire case vacanza in Spagna, coltivare pomodori nei Paesi Bassi, andare in vacanza in Thailandia vuole anche dire garantire un

posto di lavoro, un reddito e, in ultima analisi, una fonte di sostentamento e uno standard di vita migliore ai lavoratori del

settore edile, agli agricoltori e agli agenti di viaggio. Per molte persone nel mondo, avere un reddito più elevato significa poter soddisfare i bisogni primari. Tuttavia, non è facile definire cosa sia un «bisogno» e il concetto varia notevolmente a seconda delle percezioni culturali e dei livelli di reddito. Per chi lavora nelle miniere di terre rare della Mongolia interna in Cina, l’estrazione mineraria è sinonimo di sicurezza alimentare per la famiglia e di istruzione per i figli. Per gli operai giapponesi, può significare non soltanto cibo e istruzione, ma anche qualche settimana di vacanza in Europa. Agli occhi delle folle che accorrono all’Apple Store, il prodotto finito può rappresentare uno strumento professionale irrinunciabile per qualcuno o un gioco per il tempo libero per altri. Anche l’esigenza di svago è un bisogno dell’essere umano. Il suo impatto sull’ambiente dipende dal modo in cui soddisfiamo questo bisogno.

Dritti nel cestino

Il viaggio dei dispositivi elettronici, del cibo e dell’acqua che esce dai rubinetti non termina nelle nostre case. Conserviamo televisori e videocamere fintanto che sono di moda o sono compatibili con i nostri lettori DVD. In alcuni paesi dell’UE, circa un terzo del cibo acquistato viene gettato via. Per non parlare del cibo buttato prima ancora che venga acquistato. Ogni anno, nei 27 paesi dell’Unione europea produciamo 2,7 miliardi di tonnellate di rifiuti. Ma dove vanno a finire tutti questi rifiuti? La risposta sintetica è lontano dai nostri sguardi: alcuni rifiuti vengono effettivamente venduti, legalmente e illegalmente, sui mercati di tutto il mondo. La risposta lunga è molto più articolata: dipende da «cosa» si butta via e da «dove». Oltre un terzo del peso dei rifiuti generati nei 32 paesi dell’AEA proviene dall’attività di costruzione e demolizione, strettamente collegata ai periodi di espansione economica. Un altro quarto è rappresentato dai rifiuti dell’attività estrattiva. Benché, in ultima analisi, tutti i rifiuti provengano dai consumi umani, meno di un decimo del peso totale dei rifiuti deriva dall’ambiente domestico. La nostra conoscenza dei rifiuti è tanto incompleta quanto i dati relativi ai consumi, ma è chiaro che dobbiamo ancora impegnarci a fondo nella gestione dei rifiuti. In media, ogni cittadino dell’UE consuma 16–17 tonnellate di materiali l’anno, molti dei quali, prima o poi, diventano rifiuti. Questa cifra

salirebbe a 40–50 tonnellate a persona se si considerassero i materiali estratti inutilizzati (ad esempio lo strato di copertura di un giacimento) e il «bagaglio ecologico» delle importazioni (ovvero la quantità totale di risorse naturali prelevate dalla loro sede naturale). La normativa, fra cui le direttive dell’UE sulle discariche, sui veicoli fuori uso, sulle batterie, sugli imballaggi e sui rifiuti d’imballaggio, ha aiutato l’Unione europea a dirottare una quota maggiore dei rifiuti

urbani dalle discariche agli inceneritori e agli impianti di riciclo. Nel 2008, nell’UE è stato recuperato il 46% dei rifiuti solidi. Il resto è stato avviato agli inceneritori (5%) o alle discariche (49%).

Alla ricerca di un nuovo tipo di miniera d’oro

Gli elettrodomestici, i computer, gli impianti d’illuminazione e i telefoni contengono non solo sostanze pericolose che rappresentano una minaccia per l’ambiente, ma anche metalli di valore. Secondo le stime, nel 2005 gli apparecchi elettrici ed elettronici presenti sul mercato contenevano 450.000 tonnellate di rame e sette tonnellate d’oro, per un valore che nel febbraio 2011 la Borsa metalli di Londra avrebbe quotato a circa 2,8 miliardi di euro e 328 milioni di euro rispettivamente. Malgrado variazioni significative tra i paesi europei, oggi gli apparecchi elettronici gettati via vengono

raccolti e riutilizzati o riciclati solo in minima parte. Anche i metalli preziosi «smaltiti come rifiuti» hanno una dimensione globale. La Germania esporta ogni anno circa 100.000 autoveicoli usati, in partenza da Amburgo e diretti al di fuori dell’Unione europea, soprattutto Africa e Medio Oriente. Nel 2005, tali autoveicoli9

contenevano circa 6,25 tonnellate di metalli del gruppo del platino. Diversamente dall’UE, la maggior parte dei paesi importatori sono privi delle norme e delle capacità necessarie a demolire e riciclare autoveicoli usati. Ciò rappresenta

una perdita economica e porta inoltre a un ulteriore ricorso all’attività estrattiva, provocando danni ambientali evitabili,

spesso all’esterno dell’UE. Una migliore gestione dei rifiuti urbani offre notevoli benefici: trasformare i rifiuti in una risorsa preziosa, prevenire i danni ambientali, incluse le emissioni di gas a effetto serra, e ridurre la richiesta di nuove risorse.

Prendiamo ad esempio la carta. Nel 2006 abbiamo riciclato quasi il 70% della carta proveniente dai rifiuti urbani solidi,

equivalente a un quarto del consumo totale di prodotti cartacei. Innalzare il tasso di riciclo al 90% consentirebbe di soddisfare oltre un terzo della domanda attraverso il materiale riciclato. In questo modo si otterrebbe una riduzione della domanda di nuove risorse e della quantità di rifiuti cartacei inviati alle discariche o agli inceneritori, oltre a quella delle emissioni di gas a effetto serra.

Cosa possiamo fare?

A danneggiare l’ambiente non sono i consumi o la produzione in quanto tali. Si tratta piuttosto dell’impatto ambientale

di «ciò che consumiamo», dove e in quale quantità, e del «modo in cui produciamo». Dal livello locale a quello globale, i

responsabili politici, le imprese e la società civile sono tutti chiamati a partecipare all’impegno per rendere più verde

l’economia. L’innovazione tecnologica offre molte soluzioni. L’utilizzo di energia e trasporti puliti ha un impatto minore sull’ambiente e può soddisfare parte delle nostre esigenze, se non tutte. La tecnologia da sola, però, non basta. La soluzione non può passare solo per il riciclo e il reimpiego dei materiali, così da estrarre una minore quantità di risorse.

Non è possibile non consumare, ma possiamo farlo con un po’ di buon senso. Possiamo ricorrere ad alternative più pulite, rendere più verdi i nostri processi produttivi e imparare a trasformare i rifiuti in risorse. Servono certamente politiche e infrastrutture migliori e maggiori incentivi, ma tali strumenti bastano solo per coprire un tratto del percorso. La tappa finale del viaggio dipende dalle scelte di consumo. Indipendentemente dalla nostra estrazione ed età, le decisioni di ogni giorno di acquistare determinati beni e servizi influiscono su ciò che viene prodotto e sulle sue quantità. Anche i rivenditori possono condizionare la scelta dei prodotti che finiscono sugli scaffali e trasmettere la domanda di alternative sostenibili a monte della catena di approvvigionamento. Un istante di riflessione tra gli scaffali dei supermercati o davanti al cestino dell’immondizia può costituire un buon punto di partenza per la nostra personale transizione verso un modo di vita sostenibile. Posso usare gli avanzi di ieri invece di buttarli via? Posso prendere in prestito questo dispositivo anziché

acquistarlo? Dove posso riciclare il mio vecchio cellulare?…

Fonte: EEA (agenzia europea ambiente)

E’ documentato il grave impatto ambientale del fracking su terra, aria, acqua (e persone)

Gli 80000 pozzi di fracking scavati negli USA negli ultimi 8 anni hanno consumato territorio e prodotto enormi quantità di acque tossiche di scarto e di emissioni di gas serra.  Poichè i pozzi si esauriscono velocemente il gioco non vale la candela.Impatto-ambientale-fracking-USA-586x414

E’ stato prodotto un km³ di acque tossiche di scarto(nell’infografica in alto tale volume è confrontato con il più alto edificio del pianeta), un po’ di più della portata mensile del Ticino, il secondo fiume italiano. Queste acque contengono materiali radioattivi e cancerogeni e vengono stoccate in bacini all’aperto (vedi gallery), con possibilità di esondazione o contaminazione della falda, come è avvenuto in centinaia di luoghi dalla Pennsylvania al New Mexico. Le emissioni di CO2 equivalenti sono pari a 100 milioni di tonnellate, soprattutto sotto forma di perdite di metano (gas serra con un GWP pari a25 volte quello della CO2), paria circa il 2% delle emissioni complessive USA. A 27°C e un’atmosfera questo gas occuperebbe circa 55 km³, cioè più del volume dell’intero lago di Garda. Occorre inoltre aggiungere altre 450000 t  di inquinamento atmosferico da particolato, NOx, monossido di carbonio, diossido di zolfo e componenti organici volatili. Per la realizzazione dei pozzi e delle strade di accesso è stato consumato suolo per oltre 1450 km², un’area grande quasi quanto la provincia di Milano. L’impatto sul paesaggio è particolarmente devastante, come si può notare dalle immagini nella gallery. Anche nelle zone non produttive dal punto di vista agricolo, è comunque evidente la frammentazione degli habitat naturali. I rischi per la popolazione stanno aumentando: malattie indotte dall’inquinamento e dal traffico, rischio di esplosioni, aumento dell’attività sismica e competizione con l’agricoltura per le risorse idriche. Tutto questo avviene per pozzi che si esauriscono molto in fretta. Molti hanno già capito che il gioco non vale la candela. Occorre che questa consapevolezza si diffonda nei vari governi statali e a livello federale.fracking-devastazione-paesaggiothn_fracking-fanghi-da-scavo

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Fonte: ecoblog

Consumo del suolo: una legge contro l’edificazione selvaggia

Legambiente preme per una legge sul contenimento del consumo del suolo e per la rigenerazione urbana1585088461-586x390

Mai come in questi giorni di forti piogge e di drammi causati, in maniera indiretta, dall’impermeabilizzazione di interi territori, il dibattito sul consumo del suolo diventa di strettissima attualità. Le problematiche connesse alla lenta erosione dei territori agricoli sono molteplici e non limitate, esclusivamente, alla riduzione degli spazi riservati a coltivazioni e allevamento. Il problema del consumo del suolo è anche problema di “manutenzione” del territorio e di sicurezza del medesimo e dei suoi abitanti. Legambiente porta avanti da tempo la battaglia dello stop al consumo del suolo e oggi lancia un nuovo appello al presidente del Consiglio Enrico Letta per chiedere a Parlamento e Governo una corsia preferenziale affinché venga al più presto approvata una legge che fermi il consumo di suolo e premi (attraverso incentivi e un fisco più “morbido”) la riqualificazione edilizia, energetica e antisismica del patrimonio edilizio esistente. Il punto di partenza è il Disegno di Legge approvato dal Governo il 15 giugno di quest’anno in materia di “Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato”. A questo disegno di legge Legambiente vorrebbe affiancare alcune integrazioni e modifiche normative che rafforzino l’efficacia dei controlli e accentuino l’attenzione verso la rigenerazione urbana.

Le nostre idee e proposte vogliono tenere insieme gli obiettivi di tutela e di riqualificazione del territorio ed incrociare alcune questioni come la grave crisi che sta vivendo il settore delle costruzioni. E’ indispensabile lanciare un segnale chiaro al mondo dell’edilizia attraverso una Legge che sposti l’attenzione sulla rigenerazione urbana,

spiega Edoardo Zanchini, vice-presidente di Legambiente. Come conciliare lo stop al consumo del suolo con la crisi dell’edilizia? Semplice: rigenerando le tante aree urbane abbandonate o sotto utilizzate. Invece di allargare le aree cementificate, valorizzare e ristrutturare gli edifici preesistenti. Una trasformazione che non si potrà realizzare senza un cambiamento di prospettiva delle imprese edili. Perché come ricorda Damiano Di Simine di Legambiente

Il suolo è un bene comune e una risorsa limitata e non rinnovabile.

Lo Stato può intervenire sulle cause che determinano il consumo del suolo favorendo la rigenerazione urbana e sfavorendo invece una nuova ondata espansiva della cementificazione. Quello che Legambiente chiede è

un nuovo equilibrio tra fiscalità e incentivi che renda attraente, efficace e più semplice l’investimento nella città, impedendo che i capitali in fuga dalla città producono anonime urbanizzazioni e piastre commerciali ai danni di campagne, coste e spazi aperti.

Fondamentali, in questo iter, sono le indicazioni fornite in sede comunitaria. Nella comunicazione della Commissione Europea “Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse” [COM(2011)571] uno specifico capitolo è riservato alla terra (Land) e ai suoli (Soils). Per queste risorse viene fissato un obiettivo molto ambizioso e di vasta portata per quanto comporta a livello urbanistico e territoriale: entro il 2020, le politiche comunitarie dovranno tenere conto dei loro impatti diretti e indiretti sull’uso del territorio, a scala europea e globale, e il trend del consumo di suolo dovrà essere sulla strada per raggiungere l’obiettivo del consumo netto di suolo zero (no net and take) nel 2050. Una formula che non significa che non si potranno più occupare territori e spazi liberi, ma lo si potrà fare a saldo zero, cioè liberando e disigillando una superficie equivalente di terreno da restituire all’utilizzo agricolo o semi-naturale.

Fonte: Legambiente