L’emporio di comunità che anima Bologna

Dalla ferma volontà ed esigenza di una modalità solidale e condivisa per ragionare sui nostri modi di consumare (e per cambiarli) nasce il Progetto Camilla a Bologna. Vi spieghiamo cos’è.9567-10329

“Il progetto per un Emporio di Comunità è nato nel corso del 2016 all’interno del gruppo organizzativo di Alchemilla GAS, Gruppo di Acquisto Solidale di Bologna. L’idea riprende l’esempio ultraquarantennale della Park Slope Food Coop, nata a New York nel 1973. Da qualche anno, in Europa, sono sorte decine di nuove esperienze che si rifanno a quel modello, come La Louve di Parigi e – più vicina a noi per conoscenza diretta – la Bees Coop di Bruxelles”. Susanna Cattini ci parla così del Progetto Camilla che nasce da una lunga esperienza all’interno dei Gruppi di Acquisto Solidale e dall’esigenza di ragionare seriamente sui grandi problemi della distribuzione commerciale per immaginare insieme soluzioni concrete.

Che cos’è un emporio autogestito e solidale?

Si tratta di un punto di approvvigionamento di prodotti di elevata qualità (alimenti biologici, filiere locali, prodotti equo-solidali, sfuso di qualità, cosmesi e detergenti naturali) organizzato in forma cooperativa. E’ autogestito perché tutti i soci della cooperativa dedicheranno una quota del loro tempo alla gestione dell’emporio ed è solidale perché grazie alla collaborazione di tutti i soci, le spese di gestione dell’emporio saranno ridotte al minimo e di conseguenza anche i prezzi di vendita saranno ridotti e il più possibile alla portata di tutte le tasche.

Che cosa vi ha spinto a crearlo?

La lunga esperienza nei Gruppi di Acquisto Solidale e la presenza a Bologna di una solida rete di mercati contadini biologici promossi dall’associazione CampiAperti ci ha consentito di ragionare concretamente sul problema della distribuzione commerciale e ipotizzare una soluzione al problema a partire dalla collaborazione tra soggetti ugualmente schiacciati dal sistema economico: da un lato i consumatori, che vedono progressivamente ridursi il loro potere di acquisto e le possibilità di scelta nei consumi e dall’altro i produttori (agricoli, ma non solo), che trovano nella vendita diretta la sola possibilità di sottrarsi al ricatto della Grande Distribuzione Organizzata e salvaguardare così il loro reddito.

Quali sono le differenze con i GAS?

I Gruppi di Acquisto Solidale sono stati un importantissimo strumento di sperimentazione di democrazia economica che ha insegnato a risolvere i problemi spostando il punto di vista dall’interesse soggettivo all’interesse comune. Incrociando le rispettive debolezze, i consumatori e i produttori che si sono riconosciuti nel comune interesse alla salute propria e del pianeta, hanno gettato i semi di una nuova economia. Il progetto di emporio autogestito e solidale è un passo ulteriore, che consente di allargare l’esperienza del consumo critico, coinvolgendo molte più persone.

Che differenza c’è tra un emporio autogestito e solidale e un supermercato?

L’emporio autogestito e solidale non ha finalità di lucro e mira al bene comune della comunità che lo sostiene. Grazie alla sua organizzazione interna e al rapporto diretto con i produttori – che sostiene con patti di collaborazione – offre ai soci la possibilità di nutrirsi di buon cibo a buon prezzo e, nel contempo, garantisce ai contadini e agli altri fornitori un degno compenso del loro lavoro. Al contrario, il supermercato persegue una finalità di profitto e offre prodotti a basso prezzo grazie alla sua posizione di potere nella filiera, che consente ad esso di imporre ai produttori compensi sempre più bassi. Per molti decenni, i consumatori sono stati indotti ad inseguire il prezzo basso, come se i costi di produzione fossero comprimibili all’infinito. Ora sappiamo che questo era un inganno e il prezzo si paga sempre e comunque. Ciò che non paghiamo oggi in merce, lo pagheremo poi (noi o altri) in minor salute, minori salari, minore occupazione, minore salubrità dell’ambiente, ecc.

Che ruolo hanno i soci e quanti sono fino ad ora?

La cooperativa è ancora nella fase di progettazione e dunque non ci sono ancora soci, ma il ruolo dei soci sarà determinante in tutti gli aspetti della vita della cooperativa. I soci saranno i soli proprietari dell’emporio, ne guideranno le scelte e lo gestiranno in tutti gli aspetti. Un piccolo numero di dipendenti (anch’essi soci) sarà impegnato a tempo pieno per dare continuità all’attività di gestione che i soci svolgeranno a rotazione, con un impegno limitato a 3 ore al mese ciascuno.

Entro quale data contate di essere operativi?

E’ presto per dirlo, ma se l’interesse raccolto finora si trasformerà in partecipazione attiva e adesione alla nuova cooperativa, è possibile che già alla fine dell’anno si possa realizzare l’emporio.

Come sostenete economicamente il progetto?

Il progetto si sosterrà essenzialmente grazie all’apporto economico dei soci che immaginiamo possano versare una quota media di 100 € ciascuno. Ma non escludiamo che un sostegno economico possa arrivare anche da persone, associazioni o altri soggetti che credono nel progetto pur non aderendo alla cooperativa.

Per chi volesse saperne di più?

Chi volesse saperne di più può contattarci scrivendoci a camilla@inventati.org, o sulla nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/AlchemillaGAS/

Fonte: ilcambiamento.it

Repair Cafè, incontrarsi per dare nuova vita agli oggetti

Incontri spontanei tra persone che vogliono riparare oggetti malfunzionanti e farli tornare come nuovi. Nato in Olanda diversi anni fa, il Repair Cafè è sbarcato anche in Italia. L’iniziativa organizzata qualche giorno fa a Perugia dal Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero ha visto un’ampia partecipazione ed una percentuale di recupero degli oggetti del 100%! Voce del verbo riparare, attività che i fautori del modello di sviluppo fondato sull’ “usa e getta” hanno fatto di tutto per farci dimenticare. E ancora, “riparare costa di più che ricomprare”, credendo a questo ritornello senza approfondire le ragioni abbiamo creato montagne di rifiuti. Eppure allargando la prospettiva si scopre che è possibile riparare, anche con spesa contenuta, si scopre che l’industria produce prodotti con obsolescenza programmata ed è questa la ragione più grave perché per far girare l’economia (dell’usa e getta) facciamo pressione sull’ambiente con prelievo di materie prime, ormai in via di esaurimento, e con sempre maggiori superfici sacrificate come discariche di rifiuti. Sulla scia di queste riflessioni ha preso il via il primo Repair Cafè in Olanda diversi anni fa, nello specifico per riparare i piccoli elettrodomestici, da allora la pratica si è diffusa coinvolgendo i cittadini dal basso e sono aumentati i settori d’intervento con riparazioni di sartoria, elettrodomestici più grandi, falegnameria, telefonia varia ecc.

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Il Repair Café nasce dunque con l’idea di avvicinare le persone ad un rapporto più consapevole e sostenibile con gli oggetti, in un’atmosfera piacevole, davanti ad un bicchiere di vino o una tazza di tè. Anche il Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero con l’obiettivo di diffondere la cultura della sostenibilità fatta di piccoli gesti quotidiani ha organizzato il Repair Cafè con il Repair man Alessandro Cagnolati, che si presenta sempre con un trolley pieno di attrezzi incredibili. Lui ha accolto il nostro invito per sondare il terreno perugino insieme a noi e capire se il progetto ha un gradimento, ma soprattutto se può essere avviato con riparatori locali che garantiscano degli appuntamenti a cadenza fissa.20170410_172824

Il Repair Cafè al PostModernissimo di Perugia

Il primo Repair Cafè si è tenuto il 10 aprile nella saletta del cinema PostModernissimo di Perugia, e ha visto la partecipazione di una decina di persone tra curiosi, riparatori appassionati e partecipanti con oggetti da riparare. La percentuale di oggetti che riesce a riparare di solito va dal 60 al 70%, la rimanente rimane in attesa di altre soluzioni prima di andare in discarica, per esempio di fare da riserva pezzi di ricambio per oggetti uguali o compatibili. La percentuale di questo incontro è stata del 100% perché gli oggetti erano pochi e tutti di facile e immediata soluzione, quindi un ottimo inizio per proseguire!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/repair-cafe-incontrarsi-dare-nuova-vita-oggetti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vivere senza supermercato… si può. E risparmiando!

Per molti di noi cambiare è un verbo che sa di nuovo. Suona come una parola definitiva e liberatoria che pronunciamo quando arriva il momento della quasi-resa, quando siamo stanchi o quando qualcosa impatta su di noi in modo improvviso, forte, qualche volta anche doloroso.supermercato

Cambiare, spesso, non è neppure una decisione ma proprio una necessità, un’evoluzione indispensabile del nostro essere al mondo. E’ per questo, forse, che chi lo fa non lo racconta come qualcosa di impraticabile elencandone le difficoltà e gli ostacoli sulla sua strada. Al contrario, chi attua il cambiamento se ne innamora perdutamente e molto raramente torna indietro. Chi attua il cambiamento, in un modo o nell’altro, è destinato a coinvolgere tutti gli altri, a cominciare dalle persone che gli sono vicine: la famiglia, gli amici, la gente in contatto sui social, i colleghi. Il contagio è inevitabile per i semi e le spore che si lasciano cadere intorno ogni volta che parliamo, agiamo o facciamo scelte in una direzione o in un’altra.

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Il cambiamento ha bisogno di condizioni favorevoli, di conoscenza, consapevolezza, sensibilità, informazione e tempo di riflessione, cose che nel modo in cui viviamo, ai ritmi velocissimi cui siamo abituati e assuefatti, sono sempre più difficili. E sono proprio queste condizioni a doppio taglio che diventano poi la giustificazione per non iniziare mai. Siamo spesso inconsapevoli del fatto che siamo quasi sempre noi stessi le condizioni all’interno delle quali il cambiamento si realizza.  Per noi e per gli altri

Il libro “Vivere senza supermercato” è il risultato di una storia di cambiamento possibile. Voluta e vissuta dall’autrice, Elena Tioli, che ha cambiato radicalmente le sue abitudini. Due anni interi senza entrare in un supermercato, destinati a diventare molti di più. Ma per quale motivo? Che senso ha? Cosa c’è di male a fare la spesa in un grande centro commerciale? E poi, come sopravvivere senza in una grande città come Roma? Fare la spesa, in realtà, è molto di più che acquistare generi alimentari e prodotti per la casa. E’ un vero e proprio atto politico e rivoluzionario con un significato preciso e con un impatto sulla nostra vita e sul nostro tempo, sull’ambiente in cui viviamo, sul lavoro delle persone in  i un tempio religioso, con prodotti nuovi e lucenti che non vediamo l’ora di portarci a casa stimola un’eccitazione cui pochi possono ormai rinunciare. Interi reparti stipati all’inverosimile di oggetti e alimenti tossici impacchettati in confezioni colorate e accattivanti e di cui ignoriamo (quasi sempre) la provenienza vengono presi letteralmente d’assalto ogni giorno. La spinta è la pubblicità martellante in tv, i bisogni spesso indotti, il poco o pochissimo tempo a disposizione per farci domande. Questo significa quantità spropositate di imballaggi spazzatura, veleni e tossine riversati nell’ambiente e nei nostri piatti ogni giorno, tempi senza fine in macchina e a cercar parcheggio, sfruttamento nelle filiere senza fine della grande distribuzione, accumulo di oggetti e alimenti in eccesso che  in buona parte butteremo, soldi spesi inutilmente.

Su questo possiamo anche essere d’accordo ma poi, nella vita di tutti i giorni, quanto è difficile iniziare a fare la spesa in modo diverso, critico ed etico? Elena Tioli, 34 anni, con un lavoro che la assorbe tutta la giornata e con un passato da consumatrice inconsapevole, è riuscita a percorrere le strade della spesa alternativa tra Gruppi di Acquisto Solidale, negozietti di quartiere, botteghe, produttori locali e la ricerca di prodotti a km zero e biologici. In due anni non è stato soltanto il portafoglio e la qualità di ciò che ha portato a casa a giovarne ma anche un diverso approccio alla spesa che ha generato, di volta in volta, sempre più conoscenza e consapevolezza sulle conseguenze di ogni piccolissimo gesto di acquisto e consumo.

“Vivere senza supermercato” è un libro scritto in uno stile semplice, leggerissimo, divertente e divertito, ironico, scorrevolissimo. Elena Tioli affronta ogni aspetto della nostra spesa: dai cibi preconfezionati e pronti ai prodotti per l’igiene personale e per la casa, dai prodotti usa e getta in plastica di cui siamo campioni di produzione e consumo all’acqua in bottiglia, dalla realtà degli orti urbani alla “necessità” del consumo di carni. Che cosa c’è dietro l’abitudine di acquistare un determinato prodotto? E quali sono le conseguenze a livello locale e globale? Il libro è anche un vero e proprio manuale con esempi, consigli, riferimenti e contatti utili per chi vuole cominciare a dare una svolta consapevole e critica al suo modo di acquistare. Non è necessario farsi sopraffare dalle difficoltà di organizzazione o da tutto quello che ci sarebbe da fare. E’ possibile iniziare anche solo soffermandosi e riflettendo sul proprio stile di consumo e gradualmente ridurre gli sprechi o cimentandosi in piccole autoproduzioni. La consapevolezza vien facendo. E si vedrà che non è poi così difficile, dice l’autrice. Anche lavorando a tempo pieno e vivendo in città, cambiare abitudini può rivelarsi, oltre che utile, estremamente creativo e divertente. Per tutti.

In ogni caso, dopo aver letto questo libro, entrare in un supermercato non sarà più la stessa cosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Vivere Senza Supermercato
€ 11.5

Bilanci di Giustizia: come diventare una famiglia sostenibile

Abbiamo intervistato alcuni protagonisti di Bilanci di Giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. Hanno scoperto che in questo modo si risparmia denaro, si guadagna tempo, ma soprattutto si diventa più felici!  Comincia tutto con una domanda: sono felice? Mi serve davvero tutto ciò che possiedo? Voglio un mondo più giusto? Voglio diminuire il mio impatto sul Pianeta? Una volta che ci si è posti questi quesiti, la strada è spianata. È per questo che aderire ai Bilanci di Giustizia non è un sacrificio, né una sfida, né tantomeno un obbligo. Si tratta di una scelta volontaria e motivata dal bisogno di cambiamento.bilanci4

Ma andiamo con ordine. Cosa sono i Bilanci di Giustizia? Si tratta prima di tutto di una comunità umana. Decine, centinaia di famiglie italiane che hanno deciso, nel corso degli ultimi venti anni, di modificare il proprio stile di vita in maniera etica e sostenibile e che si incontrano, si confrontano, condividono esperienze e si supportano a vicenda.

Chi sono invece i bilancisti? Persone normali, con vite e impieghi normali, ma dotati di una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. C’è chi proviene dal mondo del commercio equo-solidale, chi invece semplicemente conduceva una vita che non lo soddisfaceva e ha conosciuto per caso l’esperienza dei Bilanci di Giustizia, aderendovi. Antonella, per esempio, ne ha sentito parlare all’Università e si è legata a tal punto a questa esperienza da farci la tesi. Giuseppe proviene dal mondo dell’ambientalismo, Renato da quello della finanza etica, mentre Giancarlo dal commercio equo-solidale.bilanci6

Anche chi, come loro, aveva già esperienze pregresse di impegno civile però, ha trovato nei Bilanci una nuova ricchezza: quella della rete. “La forza del gruppo è che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare”, dice Irene. E la ricchezza di questo gruppo è la diversità: non esistono obiettivi prestabiliti che ciascun bilancista deve raggiungere. Ognuno procede fissando piccoli traguardi personali: diminuire l’uso dell’auto o il consumo di carne, aumentare gli alimenti autoprodotti rispetto a quelli acquistati, modificare i propri investimenti in banca.

Spontaneamente, gradualmente e senza forzature, il percorso di cambiamento diventa più strutturato e abbraccia un numero sempre maggiore di ambiti della vita quotidiana. Il risultato è che una famiglia di bilancisti consuma mediamente il 47% di energia elettrica in meno rispetto a una normale, spende il 30% in meno per i trasporti, il 41% in meno per il cibo, ma il 68% in più per divertimenti e cultura (dati ricavati da Prove di felicità quotidiana, Terre di Mezzo Editore, 2011).

Interpretando queste statistiche, possiamo ricavare alcune informazioni su coloro che hanno deciso di aderire ai Bilanci di Giustizia. La prima è che hanno più soldi a disposizione. Non perché questa esperienza sia ad appannaggio esclusivo di famiglie benestanti, ma perché orientando meglio i consumi, rinunciando al superfluo e autoproducendo molti beni che prima venivano acquistati, i bilancisti spendono meno: è stato calcolato che il loro reddito disponibile subisce un aumento che va dal 10% al 25%.bilanci3

Tale aumento dà accesso a una risorsa che per molte delle famiglie italiane è sconosciuta: il tempo. I bilancisti hanno più tempo – e, come abbiamo visto poco fa, anche più soldi! – per fare ciò che amano, per dedicarsi alle proprie passioni. Confrontando i loro dati con quelli dei cittadini normali, si può notare che il 42% di chi ha aderito a Bilanci di Giustizia lavora meno di 30 ore settimanali, mentre a livello nazionale solo il 25% della popolazione ha questo “privilegio”.

Meno lavoro, più denaro, più tempo libero quindi. Ma anche minore impatto ambientale e maggior giustizia sociale. Autoproducendo, consumando meno energia, acquistando prodotti etici e sostenibili, i bilancisti riducono sensibilmente la loro impronta ecologica. Questo dato evidenzia come i Bilanci di Giustizia non siano un escamotage per avere più soldi a disposizione, quanto piuttosto una modalità per vivere in maniera più consapevole che ha anche ricadute economiche positive. Partendo dall’idea di giustizia e di sobrietà, la scoperta positiva è stata che tutto questo si coniugava con maggior benessere, migliori relazioni e quindi una vita più felice.

È questo il risultato più importante che ottengono le famiglie bilanciste. E questa esperienza è così straordinaria nella sua semplicità e nel fatto che porta vantaggi per tutti – per l’individuo, per la comunità, per l’ambiente – che sono diversi i casi in cui le istituzioni si sono mosse per studiarne i meccanismi, dall’Istituto Wuppertal – che ha indagato sulla correlazione fra qualità della vita, giustizia ed etica –, all’Istat, il cui ex presidente Enrico Giovannini ha dichiarato, riferendosi ai Bilanci di Giustizia, che “partire dalle nostre scelte quotidiane di consumo e di allocazione del tempo di cui disponiamo è un modo per contribuire al cambiamento delle nostre società”.bilanci2

Ma non si tratta di un sovvertimento epocale, di un cambio drastico. È una rivoluzione silenziosa, che inizia dalla vita di tutti i giorni. I bilancisti non sono dei “disadattati” che fanno scelte estreme, poiché uno dei segreti di questo modello è che si adatta perfettamente alle condizioni sociali ed economiche in cui viene applicato. In poche parole: possono farlo tutti, dovunque. È una scelta spontanea e condivisa, prima di tutto con la propria famiglia – da questo punto di vista è molto interessante Fuori Rotta, il programma per far sperimentare la vita da bilancista anche ai ragazzi, che crescono così in maniera consapevole e informata. Come detto all’inizio, parte tutto da una domanda e dalla consapevolezza che è necessario uscire dal paradigma economico del capitalismo e del consumismo. I Bilanci di Giustizia dimostrano che questo si può fare nella vita quotidiana: si comincia con piccoli passi e, a un certo punto, ci si rende conto di essersi liberati da una vera e propria schiavitù.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/bilanci-di-giustizia-diventare-famiglia-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La filiera corta che combatte lo spreco di cibo

Consumo critico, prodotti biologici e a filiera corta, lotta allo spreco di cibo. Protagonista della storia di oggi è la bottega Poco di Buono di Rimini che affianca e sostiene le attività del Gruppo d’Acquisto Solidale RIGAS e segue il progetto SprecoZero, nato per evitare lo spreco di frutta e verdura della Grande Distribuzione Organizzata. Siamo all’interno della bottega Poco di Buono. “Ci siamo trasferiti da pochissimo in questo nuovo capannone”, ci racconta Alessandra Carlini, membro del consiglio di amministrazione della società. Prima erano una cooperativa. “Era stato tale il consenso e il successo di questa iniziativa che abbiamo ritenuto necessario offrire spazi più ampi e maggiori possibilità a tutto il pubblico”. Ecco spiegato il motivo del trasferimento.

La cooperativa Poco di Buono era nata alla fine del 2009, dietro la necessità di offrire una casa al Gruppo di Acquisto Solidale Rigas. Aveva avuto una crescita tale che non era più possibile gestirlo attraverso l’associazione. “Così, ci si è inventato un metodo per gestirlo”.

Negli anni le richieste e il valore dell’attività sono aumentate molto, tanto da crearne una società. Essa gestisce la bottega, affianca il GAS nella distribuzione, segue il progetto SprecoZero e nel breve periodo spera di implementare la sua offerta con una cucina che proporrà prodotti di gastronomia, panetteria e formaggi . “Questo luogo è divenuto un’agorà!”, ci dice con soddisfazione Alessandra. Parallelamente alla nascita della bottega è nato anche il progetto SprecoZero. “Si è sentita la necessità di evitare lo spreco di frutta e verdura che venivano mandati al macero perché ritenuti troppo brutti per essere messi in vendita dalla Grande Distribuzione Organizzata. Intercettiamo questi carichi e li portiamo qui, operiamo una seconda scelta e quello che viene salvato viene rimesso in vendita con delle cassette miste a prezzi popolari. Una buona parte viene donata alle associazioni che si occupano di migranti o persone in difficoltà”. “Negli anni – ci dice con orgoglio – abbiamo fatto germogliare la consapevolezza che, oltre all’attenzione per il territorio, per la giustizia sociale e per l’ambiente, sia necessaria una maggiore attenzione allo spreco di cibo”.sprecozero2

La bottega si trova in una zona non facilmente raggiungibile, ma con un grande parcheggio. “Non ci passa per caso, chi viene qui è perché ha scelto di venirci”. Ad oggi lavorano in Poco di Buono cinque dipendenti a tempo pieno e una contabile a metà tempo. Pensano di ingrandirsi, in quanto è una realtà in crescita. I consiglieri hanno scelto di farlo in maniera volontaria. “Pensavamo che la mutualità, il nostro offrire questo servizio alla comunità, fosse un valore aggiunto all’eticità dell’impresa”.La grande scommessa nata con la nascita della Poco Di Buono è stata quella di creare un’impresa etica, “in cui il profitto non è l’obiettivo principale ma accessorio. Lo scopo principale è quello di promuovere un commercio giusto”.  Veniamo così a parlare del suo territorio, la Romagna. “Mi piace pensare sia terra di sperimentazione, un grande laboratorio culturale. Anche per questo motivo i GAS hanno preso piede così facilmente. La romagnolità penso sia un concetto che andrebbe studiato”. Una nuova cultura che ha coinvolto anche i nuovi agricoltori: “sono persone molto preparate e consapevoli di quello che stanno facendo”. In questo modo riescono a gestire al meglio l’agricoltura biologica, che richiede sforzo e attenzione. “Hanno dovuto recuperare una sapienza che era stata interrotta, non essendo figli di contadini. Uno sforzo notevole che ha migliorato tutto il territorio”.sprecozero1

Una tradizione contadina che venne surclassata dal turismo tempo fa, ma che ora sta tornando in auge. “Si è capito che il modello turistico proposto è giunto al capolinea, ed è quindi necessario pensare ad una economia che si fondi sul rispetto delle tradizioni, sul valore dei prodotti proposti e meno sul consumismo”. Le chiediamo qual è l’interazione tra il GAS e la bottega Poco di Buono. “Sono due realtà differenti che solo apparentemente vanno in conflitto. E’ un sistema che funziona grazie alle sue due anime: il volontariato per una richiesta più associativa e comunitaria e la bottega, che va a soddisfare richieste di un pubblico differente”.  Inoltre, continua così Alessandra, “il socio del GAS si suppone sia una persona particolarmente motivata. Aprire la bottega, invece, è stata anche una sfida per coinvolgere persone distanti a queste tematiche”.  Ed è così che Stefano ci racconta la sua esperienza all’interno di Rigas di Rimini. “Ho conosciuto il Rigas nel 2008, attraverso degli amici che mi hanno parlato di questo nuovo metodo di fare spesa. Mi sono avvicinato grazie a loro e grazie alla presenza del sito internet che dava molte informazioni”. Da lì il passo che lo ha portato a diventarne il rappresentante è stato molto rapido. “Credo molto in quello che facciamo, ritengo che questo sia un nuovo metodo di fare economia in grado di incentivare le piccole e medie realtà, generando tra i partecipanti un rapporto solidale”.  Sono molti i GAS presenti in Emilia Romagna. Non a caso nascono in Italia a Fidenza, in provincia di Parma, nel 1994. E’ nato anche un gruppo di coordinamento dei GAS a livello regionale per collaborare, scambiarsi comunicazioni e informazioni.sprecozero4

Alcuni estremi sul funzionamento e i numeri del movimento: è attivo sempre, escluse le canoniche pause di metà agosto e del nuovo anno. Due possibilità di ritirare i prodotti ogni settimana, il mercoledì e il sabato. Ad oggi vi partecipano 350 soci. Anni fa sono arrivati a 1000 soci, quando ancora il Rigas conteneva i gruppi limitrofi, che poi si sono resi indipendenti (Bellaria, Riccione, Santarcangelo di Romagna etc…). Per Stefano si sta diffondendo in Romagna la “coscienza di fondo che mangiare un prodotto biologico è meglio che quello tradizionale, le persone preferiscono comprare meno prodotti ma di qualità, che facciano bene alla propria salute”.

Nei suoi occhi traspaiono la convinzione e la felicità di questa scelta. “Credo che per il bene e la felicità di ogni persona sia giusto curare l’alimentazione. Siamo ciò che mangiamo. Vorrei che questa mia positività si diffondesse nel territorio. Lo faccio perché un po’ di follia ci vuole!”.

Sul perché in Romagna si siano diffusi così tanto i GAS, Stefano non ha dubbi: “è una terra fertile, sempre pronta alla sperimentazione e all’innovazione. La gente che ci abita è volenterosa di scoprire novità alla ricerca del benessere”.

Sulla sua regione ci dice che “la Romagna sta cercando di portare un cambiamento positivo per tutti i cittadini in molti settori: l’energia, l’alimentazione, la cultura. Romagna che cambia vuole portarti a questo: essere felice”. Osservando il volto di Stefano e degli altri volontari del Riminigas ne siamo ancora più convinti.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti
Riprese: Paolo Cignini
Montaggio: Roberto Vietti

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-154-filiera-corta-combatte-spreco-cibo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Economia e Felicità: come votare con il portafoglio!

L’associazione Economia e Felicità è dedita dalla sua nascita alla promozione della cultura del consumo critico. Dopo aver informato le persone sui temi legati all’economia sociale e civile, è passata all’azione pratica con l’organizzazione di Cash Mob, Bank Mob e SlotMob. Dal consumo, al risparmio fino alla lotta all’azzardo, storia di un movimento che cerca di educare a votare con il portafoglio.

“Sora Maria entra in un supermercato prende in mano due succhi d’ananas per i nipotini. Le coltivazioni in Congo da cui provengono sono gestite da una multinazionale della frutta che si è accaparrata la terra dei coltivatori pagandola sottocosto allo stato congolese. I contadini si sono visti costretti a lavorare nelle terre una volta loro con una paga che imbarazzerebbe buona parte dei condomini del palazzo della Sora Maria. La Sora Maria non sa nulla di tutto questo e acquista il succo d’ananas”.

Così recita una parte del manifesto dell’associazione di promozione sociale Economia e Felicità, nata nel 2013 dall’iniziativa di un gruppo di amici romani. “Questa associazione è nata quasi per scherzo questa associazione, per fare degli incontri per iniziare a parlare di economia sociale e civile e per diffondere il concetto di votare con il portafoglio” ci spiega Gabriele Mandolesi, co-founder dell’associazione. “Questo tema è piaciuto talmente tanto che, quando organizzavamo questi incontri, ci siamo trovati i teatri pieni. E quindi abbiamo deciso di cominciare a fare anche delle cose pratiche”.

Economia e Felicità ha come punto fondante l’idea che noi, con i nostri consumi, giochiamo un ruolo fondamentale all’interno del mercato e dell’economia, perché ogni volta che compriamo qualcosa stiamo implicitamente legittimando ciò che c’è dietro: se è prodotto in maniera etica e sostenibile, se i lavoratori che partecipano alla filiera produttiva hanno condizioni contrattuali e lavorative rispettose… oppure tutto il contrario di ciò. Dunque il punto di partenza dell’Associazione Economia e Felicità è stata l’educazione ad un consumo critico e consapevole, per cercare da un lato di premiare le aziende più responsabili e dall’altro far assimilare il concetto che migliaia di consumatori insieme, con i loro acquisti, possono influenzare profondamente il sistema economico ed i processi produttivi per cercare di innestare un cambiamento positivo e innescare una concorrenza virtuosa tra le aziende (e non solo) etiche che rispettano certi parametri. Il voto con il portafoglio, appunto.

Il cash mob etico

Ma come si fa a votare con il portafoglio? “La prima attività di cui ci siamo occupati, insieme all’associazione Next, è stata il cash mob etico. La proposta è stata vederci tutti insieme in un supermercato, entrare e comprare i prodotti del commercio equo e solidale. L’idea era quella di cominciare ad abituarci a consumare criticamente, però non da soli – ci spiega Gabriele – sia per mostrare l’impatto di un’azione collettiva che per farlo in maniera divertente tutti insieme, per riconoscersi in una collettività che sta facendo un percorso”. Nel primo Cash mob etico realizzato a Roma nel quartiere Monteverde parteciparono centocinquanta persone, un successo sia numerico che di contenuto perché Economia e Felicità realizzò per l’occasione delle schede prodotti, allo scopo di informare i partecipanti del cash mob etico su quali erano i processi produttivi e contrattuali che l’azienda produttrice della singola merce metteva in pratica: “la maggioranza dei partecipanti aveva studiato quelle schede, anche prima di venire al cash mob, e sceglievano anche in base alla storia del prodotto. E questo è lo scopo primario della nostra realtà”.DSC4270

Il primo cash mob etico è stato realizzato a Roma nel quartiere Monteverde

 

Il Bank Mob

E’ indubbio che come e dove spendiamo i nostri soldi sia uno strumento fondamentale che noi cittadini abbiamo ancora in mano, per premiare o punire determinate condotte. Oltre alla spesa, un altro aspetto centrale della nostra esistenza è il risparmio, dove mettiamo i nostri soldi. Un argomento molto spinoso: “la finanza è ormai pervasiva, è responsabile di molti dei problemi che oggi viviamo e le persone, per quello che abbiamo potuto constatare come Economia e Felicità, sono sempre più scettiche nei confronti delle banche. Ma anche la scelta della banca alla quale affidare i nostri soldi è una scelta che facciamo come consumatori. Anzi, l’impatto di questa scelta sulle nostre vite è enorme, perché le banche usano i nostri soldi per erogare finanziamenti!”.

Molte banche usano questi soldi per finanziare attività come gli armamenti e l’azzardo, dimenticandosi dell’economia locale e reale, spesso investendo anche in operazioni speculative. Tutto ciò, nella maggior parte dei casi, con scarsa trasparenza perché non è semplice scoprire come vengono impiegati e dove vengono investiti i soldi dei correntisti.
A partire da questa riflessione e in linea con la sua filosofia di azione, Economia e felicità organizza anche il Bank Mob: seguendo lo stesso schema, l’associazione ha organizzato prima degli incontri per approfondire il tema, dal quale si è creato un gruppo di persone che insieme un giorno hanno deciso di chiudere il proprio conto, spiegando le ragioni del perché lo facevano, e andandolo ad aprire in una banca che rispetti i principi di prossimità, di supporto alle imprese e aiuto all’economia reale. “L’unica banca che abbiamo trovato e che ha queste caratteristiche in Italia è Banca Etica, perché aderisce ai principi della finanza etica: sul sito della banca possiamo trovare l’elenco di tutti i finanziamenti erogati, cosicché se non si è d’accordo su come vengono utilizzati i tuoi soldi sei libero di andartene. L’idea a lungo termine del Bank Mob è che più siamo a trasferire il nostro conto in un’altra banca più la banca che perde clienti prima o poi dovrà soddisfare le nostre richieste di consumatori responsabili”.

 

Guarda il video del Bank Mob di Banca Etica a Roma 

 

Lo Slot Mob

Non meno importante di tutte queste attività è il lavoro fatto da Economia e Felicità – insieme ad altri movimenti e associazioni – sull’azzardo. L’Italia negli ultimi anni è diventata il più grande mercato dell’azzardo in Europa e uno dei più grandi al mondo, con risvolti drammatici per l’economia e la salute di molte famiglie. “Ci hanno chiamato molte persone che stavano vivendo molto male questo problema, si sentivano impotenti rispetto al degrado generato dall’azzardo: ci hanno chiamato perché volevano fare un’azione pratica per denunciare il problema e cercare una possibile soluzione”. L’idea di Economia e Felicità è stata quindi di fare uno slot mob: “ci sono persone in Italia che hanno un bar o un’ attività e che hanno deciso di non vendere nessuna forma di azzardo. Sono tante, più di quanto immaginiamo, che in periodi di crisi economica hanno deciso di rinunciare ad un guadagno facile pur di non alimentare questo sistema. Perché non premiarli?”.4f648eb2-6413-4c18-8510-3b60395da7b3

Dopo il primo Slot Mob il successo è stato esponenziale

Il riconoscimento pubblico segue quindi lo stesso schema: un gruppo numeroso di persone si ritrovano e, tutte insieme, decidono di fare colazione o un aperitivo nel bar che ha detto no all’azzardo. Il successo è stato esponenziale: “eravamo partiti per fare tre slot mob – ci racconta Gabriele – e siamo finiti, dopo due anni, ad averne fatti centodiciotto. Siamo stati tempestati di telefonate da tutta Italia da persone che volevamo organizzare uno slot mob nelle loro rispettive città, noi abbiamo solo suggerito il format e li abbiamo aiutati nella comunicazione dell’evento, abbiamo insistito affinché ognuno si prendesse la responsabilità nella propria città e li organizzasse con la gente del luogo”.

I risultati di un’azione nata quasi per gioco sono stati importanti: sindaci, assessori regionali fino ad arrivare a politici di livello nazionale hanno chiesto ad Economia e Felicità e ad altri movimenti di dare una mano dal basso, allo scopo di portare avanti delle iniziative legislative per cercare di dilagare la pratica dell’azzardo. Uno degli ultimi risultati ottenuti è un divieto parziale di pubblicità: dalle 7 alle 22 sulle reti generaliste non si fa più pubblicità dell’azzardo, “noi avevamo chiesto il divieto totale, non siamo riusciti ad ottenerlo però è stato bello vedere come numerose manifestazioni locali hanno avuto un’influenza e dei risultati nazionali”.ccdcd51f-08de-4e87-8fc3-523ce6504323

“Una caratteristica dei nostri slot mob è che noi portiamo i giochi, ma quelli veri!”

In questo articolo non abbiamo mai definito l’azzardo come gioco, non per caso ma come scelta consapevole, nata da una riflessione di Gabriele Mandolesi. “Una caratteristica dei nostri slot mob è che noi portiamo i giochi, ma quelli veri! Uno dei grandi inganni dell’azzardo è che loro lo chiamano gioco, l’azzardo. Se io ti dico andiamo ad azzardare c’è un accezione negativa che fa capire la reale pericolosità dell’azione. Il gioco invece richiama a qualcosa di innocuo, positivo e leggero, caratteristiche che sono l’esatto contrario dell’azzardo. Abbiamo detto no a questa operazione di marketing, infatti noi nei nostri slot mob portiamo il biliardino, il ping pong perché il gioco è qualcosa che ti mette in relazione con le altre persone. L’azzardo, invece, ti isola”.

Per il futuro, Economia e Felicità spera di poter organizzare altri bank mob a livello nazionale e di farli diventare virali come la campagna slot mob; sull’azzardo, la speranza è quella di poter ottenere risultati ancora più forti per regolamentare il settore “e per farlo dobbiamo rafforzarci come movimento e far sentire alla politica che c’è un pezzo grosso dell’Italia che lo vuole fortemente.” Sempre, naturalmente, votando con il portafoglio.

 

Il sito dell’associazione Economia e Felicità 

 

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/03/io-faccio-cosi-112-economia-felicita-votare-con-portafoglio/

Sardex: quando una moneta virtuale muove l’economia reale

Un circuito di credito commerciale che utilizza una moneta virtuale per incentivare lo scambio di beni e servizi fra aziende, favorire il mercato locale e stimolare il consumo critico. Nato nel 2007 da un’idea di un gruppo di ragazzi sardi, Sardex ha ottenuto negli anni un incredibile successo divenendo un modello replicato in altre regioni italiane e studiato nel mondo.

Ci sono storie che ti restano particolarmente nel cuore, storie che riassumono in modo emblematico i principi e i concetti che muovono quest’Italia che Cambia, storie che sono straordinarie per i risultati ottenuti eppure incredibilmente poco note ai più, storie che dimostrano come si possano concretamente cambiare le cose partendo dal basso, da un’idea, da un pizzico di follia, storie che ogni volta che la racconti ti emozioni come la prima volta e ogni volta che chiedi aggiornamenti rimani stupito dalle ulteriori evoluzioni ottenute, storie come quella di oggi, che è talmente bella e complessa che richiederà due video anziché uno per mostrarla e raccontarla. Tutto ha inizio nel 2010, quando cinque ragazzi sardi – di Serramanna – nessuno dei quali laureato in economia, decidono di mettersi in proprio ed avviare un progetto che avrebbe ottenuto un successo clamoroso nella loro isola prima e nel resto d’Italia (e del mondo?) dopo: creare, attivare, coordinare e gestire il circuito del Sardex.  A distanza di pochi anni questo “strumento” aggrega tremila imprese sarde, dà lavoro a sessanta persone, conta quattro sedi in Sardegna (Cagliari, Sassari, Nuoro e, ovviamente, Serramanna) e “sposta” un fatturato di circa cinquanta milioni di euro equivalenti: “quest’anno chiudiamo con un volume di operazione pari a 50 milioni di euro e a dicembre dovremmo festeggiare i primi 100 milioni – ci raccontano i protagonisti di questa iniziativa nel nostro nuovo incontro avuto a fine 2015 – la crescita è esponenziale. Per dare un’idea: il primo anno abbiamo transato 350 mila crediti, ora 350 mila crediti li facciamo in un giorno. Questo fa sì che la crescita non sia mai sommatoria, ma moltiplicatoria”.

Che cos’è il Sardex?

Facciamo un passo indietro. Che cos’è questo Sardex? È un circuito, una moneta complementare, uno strumento di “baratto multilaterale”, un accesso al credito, un incentivo a vincolare la ricchezza al territorio? Forse è tutto questo e molto altro ancora. Facciamolo raccontare a Gabriele Littera, Carlo Mancosu e Roberto Spano. “Il Sardex è un circuito con diversi partecipanti. La caratteristica principale è che i trasferimenti di denaro non avvengono come bonifici contanti o altro di tradizionale, ma come unità di conto che sono il credito sardex e che sono equiparati agli euro. Un credito Sardex equivale quindi ad un euro. Il funzionamento si basa sul presupposto che la mancanza di liquidità dovuta alla crisi finanziaria e più in generale alla scarsa circolazione degli euro nasconda un potenziale inespresso della nostra economia; noi, attraverso il servizio che mettiamo a favore degli iscritti, cerchiamo di trasformare questo potenziale in valore. Tutti gli iscritti hanno un conto on line, una carta, una linea di credito senza interessi, un servizio di area broker, un servizio di comunicazione interna al circuito e un servizio di assistenza tecnica. Questo permette alle imprese di vendere in questo mercato complementare quello che il mercato euro non ha accolto nella sua totalità e acquisire un credito spendibile in questo mercato per comprare prodotti e servizi necessari alla propria attività. Ad oggi, nel circuito, si può accedere a servizi provenienti da tutta la regione. In questo modo otteniamo un sistema di imprese complementari uno all’altra.

Il meccanismo con cui cresce il circuito è un meccanismo di crescita armonica. Deve esserci un equilibrio tra l’offerta e la domanda. La tendenza deve essere quella di portare a pareggio il bilancio. Non si può far entrare chiunque in qualsiasi momento. Non possiamo far entrare mille avvocati o mille idraulici. Ci sarebbe una concorrenza eccessiva. Così il circuito cresce in base ai bisogni del circuito stesso. Non eliminiamo comunque la concorrenza”.

Come funziona?

“Immaginiamo un azienda tipo, un ristorante. I tavoli non saranno pieni ogni sera o per pranzo, ci saranno tavoli vuoti, nonostante questo il ristoratore avrà dei costi. I costi fissi ci sono comunque. I tavoli vuoti sono perdite di profitto. Immaginiamo di mettere questi tavoli vuoti a disposizione di chi fa parte del circuito Sardex. Questi clienti pagheranno in Sardex, così il ristoratore potrà abbattere i costi delle materie prime e risparmiare liquidità. Per spiegare meglio come può funzionare questo strumento immaginiamo una triangolazione: immaginiamo che un trasportatore di una azienda del circuito Sardex si fermi a mangiare dal nostro ristoratore. Il trasportatore paga con per esempio cinquanta crediti Sardex. Il ristoratore, che avrebbe avuto quei tavoli vuoti, si trova quindi una “ricchezza aggiuntiva” che però deve spendere nello stesso circuito. Andrà quindi ad acquistare con questi cinquanta crediti il vino presso il fornitore di vini che fa parte del circuito anziché da un fornitore lontano. Il produttore di vini a sua volta si ritroverà con cinquanta crediti e magari deciderà di spenderli proprio presso il trasportatore di prima. E così si chiude il ciclo. I saldi in questo modo si azzerano, la moneta scompare ma la ricchezza prodotta attraverso questi scambi è rimasta”.12072630_496010243894335_289108124236593407_n

Uno scambio bilaterale, un atto di fiducia

“Spesso il lavoro che facciamo viene associata al baratto: ma questo è uno scambio bilaterale, in cui la reciprocità è data dalla volontà di ricavare il massimo dallo scambio; avviene qui e ora. Sardex è un sistema di credito, credito deriva da credere, quindi fiducia. Sardex è un atto di fiducia del singolo verso la comunità e viceversa; un sistema di mutuo credito. Le imprese attraverso al loro capacità produttiva inespressa, vendendo beni ad altre imprese che possono acquistarle prima di aver venduto, finanziano la rete e possono essere ricompensati dagli altri partecipanti della rete. Passiamo quindi dal paradigma del “do ut des”, al paradigma del “ti do cosicché tu possa dare agli altri”, e questa è la cosa più eccezionale”.

La storia

“L’idea nasce nel 2007, quando ci siamo interessati di moneta e credito, perché la moneta è l’unica fede riconosciuta in tutto il mondo, e lo strumento di manifestazione dell’economia. Nell’economia di mercato il denaro è lo strumento attraverso cui il consumatore sovrano esprime il proprio voto. La mercatocrazia non è una democrazia, capire come vengono distribuiti i soldi è diventato quindi fondamentale. Inoltre, si stavano manifestando i primi sintomi della crisi finanziaria e sapevamo quindi che presto sarebbe arrivata una diminuzione di liquidità e una stretta creditizia. Abbiamo così iniziato a studiare i modelli usati in passato per uscire da queste situazioni e ci siamo concentrati su due strumenti in particolare, il VIR: che nasce durante la crisi del ’29 ed è ancora in piedi nel 2007 e l’international credit union che nel 1944 propone la creazione di un sistema di compensazione tra nazioni, introducendo il trattamento simmetrico di debitori e creditori: per creare equilibrio, e quindi pace, è necessario che i creditori mettano in condizione il debitore di ripagare. E questo si può ottenere solo investendo sui debitori. Inserendo un tasso negativo, chi è in credito deve pagare per avere ripagato il debito, queste due spinte divergenti (dato che normalmente chi è in credito ha un premio) diventano convergenti e portano verso lo zero che non è più fine, ma strumento. Non ci siamo limitati però a studiare i punti di forza di questi strumenti, ma anche le loro falle. Vir, ad esempio, nel 1936 fu costretta ad assoggettarsi al sistema bancario, Sardex invece è un sistema che si basa ancora sulla fiducia. Il nostro obiettivo è semplice: cercare di fare in modo che la mancanza di liquidità non fermi il mercato reale; il denaro normalmente ci permette di veicolare beni, se questo viene meno bisogna trovare un altro sistema che rimetta in moto l’economia”.

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Serramanna e le origini del tutto

L’iniziativa di Sadex nasce a Serramanna semplicemente perché i soci fondatori erano tutti di qui! “Eravamo tutti amici che avevano deciso di trasformare una idea in una realtà di impresa. Non c’era un legame accademico, nessuno dei soci era laureato o masterizzato in materie economiche finanziare e creditizie, ma eravamo tutti appassionati di un tema in comune. Chi grazie alla capacità di leggere più lingue, chi capacità di analisi storiche e chi per altro siamo riusciti a non essere vittime di una formazione dogmatica, e siamo riusciti a ragionare con mente libera.
Non aver studiato economia ci ha permesso di essere liberi da preconcetti: quando raccontiamo quello che facciamo a chi vive nel mondo finanziario non troviamo abbastanza flessibilità per immaginare un mercato che funziona in modo diverso da quello tradizionale, dove è tutto indiscutibile”.

Le ricadute locali e la rete che si respira

Il Sardex si può spendere solo in Sardegna,in questo modo si sviluppa il mercato locale, si stimola il consumo critico, si favoriscono le iniziative locali che valorizzano beni e territorio. “Quasi tutti i partecipanti utilizzano il circuito anche nell’ottica di unirsi ad altri. Abbiamo un territorio di piccolissime imprese familiari che se dovessero guardare al semplice aspetto economico non dovrebbero comprare neanche da se stesse. Se dovessero guardare i costi, non comprerebbero tra loro. La logica del prezzo più basso è assurda, esclude una serie di valori aggiunti dati dalla relazione. Ogni singolo iscritto viene messo nella possibilità di monitorare quanto sfrutta le risorse del proprio territorio. I crediti abbattono la barriera: comprare a cento in crediti da un fornitore sardo, piuttosto che a novanta da un esterno ma in euro pone un grossa differenza. Quando gli imprenditori si trovano nella pratica scelgono di scegliere localmente. Questo sistema permette alle imprese di avere a fianco un servizio di assistenza che li aiuta a trovare i fornitori, posizionare i beni che il mercato euro non ti ha fatto collocare ecc… ogni impresa ha i suoi margini di miglioramento. Noi ci mettiamo al servizio e lo facciamo con accorgimenti che possono sembrare secondari ma non lo sono. Abbiamo deciso di rimanere sul territorio; per iscriversi devono venire qui, passare per una dimensione fisica, dobbiamo conoscere gli iscritti.
Organizziamo meeting, incontri, aperitivi, ogni iniziativa da nord a sud, da est a ovest, perché è importante condividere questi momenti. Stiamo cercando di costruire questa relazione con gli iscritti e fra di loro. Questa è garanzia di solidità e forza. Sono strette di mano tra due persone, basate sulla fiducia. È entrato nel DNA delle imprese, è uno strumento oggi molto importante nella loro gestione”.10312372573_c4550433fe_h

L’etica
“L’etica per Sardex è la base. Al di là di un codice etico che è riassunto di cosa facciamo, una delle determinanti del nostro comportamento per chi vuole far parte di Sardex è cercare di capire se c’è sintonia sui principi di base. Sono indiscutibili, è la base per il punto successivo. Tu puoi fare la stessa domanda ad ognuno di noi in momenti diversi e avrai sempre la stessa risposta. E’ importantissimo per l’economia oggi salvare il mercato dalla finanza, per questo l’etica è fondamentale.

 

I nostri principi:

-rispetto per le persone

-rispetto per la comunità

-concentrazione sul valore e non sulla sua rappresentazione

 

Tutto si può riassumere con il concetto di reciprocità che si aggancia al concetto di empatia e capacità di mettersi nei panni degli altri. Non tutti, quindi, possono iscriversi al nostro circuito. Chi partecipa alla filiera degli armamenti, per esempio, non può partecipare al nostro circuito”.

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I prossimi passi

Il successo di questo strumento è davvero straordinario. Ora altre otto regioni italiane stanno replicando questo modello e altre tre si preparano a partire. Sono arrivate anche richieste dall’estero, dalla commissione europea, dalla Banca Centrale dell’Equador.

“Pensavo all’inizio che avremmo creato un’azienda e ci saremmo dati un lavoro, ma non pensavo ad una cosa così grossa. Vedere che università come Yale studiano il modello in maniera operativa, collaborando con noi è veramente molto soddisfacente”.

Ci sono storie che ti restano particolarmente impresse, storie che cambiano più di altre il mondo, storie che è impossibile raccontare con un solo video, ma anche con un solo articolo. Ecco perché prossimamente, vi racconteremo la seconda parte di questa storia.

Buon cambiamento.

Il sito di Sardex

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/03/io-faccio-cosi-113-sardex-moneta-virtuale-muove-economia-reale/

Torna a Milano la fiera della sostenibilità

Spezie nostrane ed esotiche, workshop di creatività sostenibile, territori resistenti ed economia circolare alla fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili. Italia che Cambia è tra i mediapartner della tredicesima edizione di “Fa’ la cosa giusta” che si terrà a Milano dal 18 al 20 marzo.

Dal 18 al 20 marzo prenderà il via la tredicesima edizione di “Fa’ la cosa giusta!, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, organizzata da Terre di mezzo Eventi nel centrale quartiere fieristico di fieramilanocity. Fa’ la cosa giusta! 2016 sarà luogo di incontro, scambio e condivisione. Ospiterà stand, laboratori, spazi verdi, ristoranti, spettacoli e incontri. Italia che Cambia, tra i mediapartner della fiera, terrà il 19 marzo alle ore 11 l’incontro “L’Italia che agisce e reagisce… e ce la fa!”  e alle ore 18 l’incontro “Cosa significa essere un Agente del Cambiamento?”, incentrato sulla Campagna dell’1% per cambiare l’ItaliaLaboratorio_orti-FLCG2015_credits_Alessia_Gatta

I Laboratori di Fa’ la cosa giusta (Foto di Alessia Gatta)

Il pubblico di Fa’ la cosa giusta! troverà nuovi temi e progetti, affiancati a prodotti ed iniziative negli ambiti che da sempre caratterizzano la fiera, all’interno di 9 sezioni tematiche e 8 spazi speciali: alimentazione biologica, a km zero o cruelty free, moda etica, mobilità a basso impatto, abitare green, giochi e proposte sostenibili per l’infanzia, prodotti del commercio equo e progetti delle associazioni e cooperative non profit. Tra le novità dell’edizione 2016 il progetto “Speziale”: un’area tutta da vivere, dove degustare differenti miscele di tè, sperimentare sapori esotici o nostrani, dai preziosi pistilli di zafferano sardo fino alle bacche di vaniglia del Madagascar, passando per il sapore giusto di un cioccolato che unisce la sapienza dei maître chocolatier belgi alle materie prime coltivate nel rispetto dei contadini e della terra. Un luogo di vendita, di incontro di tradizioni e di scambi culturali, dove sarà possibile scoprire l’utilizzo e le proprietà delle diverse piante, anche all’interno di laboratori e dimostrazioni pratiche. Molti i progetti speciali di Fa’ la cosa giusta!, tra cui anche un ampio spazio tematico dedicato ai Percorsi a piedi e Grandi itinerari italiani ed europei, particolarmente centrale in occasione dell’anno nazionale dei Cammini, che coincide anche con il Giubileo straordinario. Viaggiare e farlo in maniera consapevole è, infatti, una scelta che sempre più caratterizza le vacanze di italiani e non; migliaia di camminatori e pellegrini che ogni anno calcano i 6.600 km di sentieri in Italia. Cammini di storia e di fede come la Via Francigena o il Cammino di Santiago, scelti per motivi spirituali o di svago, ma anche percorsi culturali, paesaggistici e puramente ludici. In Italia scarseggia la terra ma ci sono sempre più territori abbandonati. Valli bellissime, zone collinari o di media montagna, aree periferiche fino a ieri abitate e coltivate e oggi a rischio di spopolamento. Succede alle porte delle nostre città, in zone che, sulla carta, non si potrebbe definire povere, sull’Appennino parmense come su quello ligure, al Nord come al Sud.Laboratori-FLCG_2016-credits-Alessia-Gatta-845x684

I Laboratori di Fa’ la cosa giusta
(Foto di Alessia Gatta)


Territori resistenti è lo spazio dedicato a questi luoghi: a chi ci abita, a chi vorrebbe tornare a farlo e quindi cerca un modo per rendere questo ritorno sostenibile. Quest’anno con una vera e propria “Scuola del ritorno”, a cura di Fondazione Nuto Revelli e Rete del ritorno ai luoghi abbandonati, tenuta da artigiani, imprenditori agricoli e uomini di cultura, con l’obiettivo di “mettere in comune” saperi e pratiche concrete per assicurare una sostenibilità effettiva – anche economica – a chi sceglie di restare o di tornare a vivere in territori d’abbandono. Uno dei focus sarà dedicato all’economia circolare, un modello economico basato sulla riparazione e sulla rigenerazione, in cui gli scarti di una fase di lavorazione diventano materia prima per il processo produttivo di un’altra realtà economica (ad esempio come materia prima o combustibile). L’economia circolare permette un notevole risparmio di risorse vergini e di materiali altrimenti destinati alla discarica. Il tema sarà al centro del convegno di apertura di Fa’ la cosa giusta! e di una gamma di laboratori tenuti da artigiani esperti in tecniche di upcycling e recupero materiali. Il programma di laboratori, incontri e dimostrazioni vedrà tante nuove proposte per iniziare a “far da sé”. Un filone sarà dedicato al “design per tutti e ovunque”: workshop in cui imparare a realizzare complementi di arredo e oggetti decorativi per la casa, per trasformare del materiale “di risulta” in bellissimi oggetti. I laboratori di autoproduzione permetteranno di scoprire come trasformare abiti non utilizzati, effettuare piccole riparazioni sul proprio guardaroba, produrre cosmetici e detersivi.  Tra i laboratori di cucina e gli show cooking in programma, diverse proposte a tema vegan, per scoprire il gusto di cucinare in modo completamente etico e pieno di gusto ma anche a preparare ricette a basso indice glicemico, adatte anche ai diabetici e ai celiaci (perché prive di glutine).Cucigioco-FLCG2015-credits_Luana_monte-845x684

Cucigioco (Foto di Luana Monte)


Bimbi e famiglie avranno spazi completamente dedicati a loro e differenziati per età. Il primo, pensato per la fascia 0-8 anni, in cui gattonare, giocare, realizzare marionette e partecipare a laboratori creativi, a cura dell’associazione Trillino selvaggio. I piccolissimi, dai pochi mesi fino ai 3 anni, avranno ad disposizione un tappeto interattivo tematico, caratterizzato dai quattro elementi naturali (aria, acqua, terra e fuoco), in cui fare esperienze sensoriali accompagnati dalle mamme e dai papà. I ragazzi più grandi, tra gli 8 e i 14 anni saranno i protagonisti dello spazio Teenmaker: un polo in cui cimentarsi in esperimenti scientifici e tecnologici.

 

Il sito di Fa’ la cosa giusta! 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/fa-la-cosa-giusta-milano-fiera-sostenibilita/

Francesco Gesualdi: dal consumo critico al “lavorare meno, lavorare tutti”

Come mai un mondo così ricco produce tanta povertà? È da questa domanda che ha preso il via l’attività di Francesco Gesualdi e del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, finalizzata ad individuare e indicare le azioni concrete che ognuno di noi può mettere in atto per contrastare i meccanismi che generano ingiustizia e promuovere quindi, partendo dai nostri stili di vita, un cambiamento reale.

Allievo di Don Milani, l’attivista e saggista Francesco Gesualdi ha pubblicato vari libri riguardanti il potere delle multinazionali, la crisi dell’occupazione, il debito del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ e l’impoverimento a livello globale, la negazione dei diritti umani e la distruzione dell’ecosistema. Ha anche coordinato numerose campagne di pressione nei confronti del potere politico e di multinazionali. Dopo varie esperienze all’estero e soprattutto in Bangladesh, Francesco Gesualdi si è trasferito a Vecchiano, in provincia di Pisa, dove nel 1985 ha fondato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo. La sede del Centro è una casa in cui Francesco Gesualdi e altre tre famiglie conducono un’esperienza di vita semi-comunitaria e offrono solidarietà concreta in situazioni di difficoltà. L’attività del Centro è finalizzata a elaborare e diffondere strategie per una distribuzione più equa della ricchezza, per il consumo critico, la liberazione dall’economica del debito e, più in generale, per il raggiungimento di un modello socio-economico sostenibile.  “Noi – racconta Francesco Gesualdi – volevamo capire soprattutto i meccanismi, per cambiare il modello di società. Ci siamo resi conto che se avessimo lavorato sulle cause dell’impoverimento del sud del mondo avremmo lavorato anche sull’ingiustizia che caratterizza il nostro Paese. Via via che approfondivamo gli studi abbiamo compreso che la povertà era funzionale a questo sistema. Ci siamo quindi chiesti ‘cosa possiamo fare? Come possiamo cambiare le cose?’. Capimmo quindi che la chiave risiedeva proprio nei nostri consumi quotidiani. Le responsabilità delle ingiustizie e dello sfruttamento del sud del mondo, infatti, ricadono in gran parte sulle spalle delle imprese. Nel 1990 pubblicammo quindi il primo testo che affrontava questi temi: Lettera ad un consumatore del nord. Mancava ancora un tassello, però, che sviluppammo negli anni seguenti: quello del consumo critico che ci induceva ad orientarci ed orientare verso la scelta di prodotti equo solidali, pur sapendo che avremmo dovuto confrontarci col boicottaggio delle imprese che non seguivano determinati criteri”.IMG_1095

Francesco Gesualdi (Foto di Erica Canepa)

 

“Il coinvolgimento di ognuno di noi con la macchina economica mondiale – continua Francesco Gesualdi – passa, innanzitutto, per i nostri consumi quotidiani”. Capire l’importanza strategica del consumo è stata la scintilla che ha acceso tutto il ragionamento attorno agli stili di vita. “Ad un tratto – si legge sul sito del Centro – è apparso chiaro che la politica non si fa solo nella cabina elettorale o nelle manifestazioni di piazza. La politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all’edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa. Scegliendo cosa leggere, come, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un’economia solidale e dei diritti o un’economia animalesca di sopraffazione reciproca.  In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte ad una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere , le piccole avidità del momento”. Proprio per questo l’attività del Centro si concretizza nella stesura di guide per informare i consumatori sul comportamento delle imprese, nell’organizzazione di campagne, in suggerimenti sugli stili di vita. Portando avanti le loro analisi, Gesualdi e gli altri si sono resi conto che per creare un mondo sostenibile vanno presi in considerazione sia i fattori ambientali che quelli della giustizia e dell’equità.

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Il Centro Nuovo Modello di sviluppo (Foto di Erica Canepa)

 

“Oggi – spiega Francesco Gesualdi – si stanno scontrando due poteri: da un lato la finanza, che vuole che la gente non spenda e non si indebiti per arricchire i soliti noti. Dall’altra il vecchio capitalismo che vuole che i consumi aumentino sempre e non si preoccupa delle conseguenze che questi possono avere sul sud del mondo o sul Pianeta. Ecco perché bisogna costruire un Nuovo Modello di Sviluppo (1) che superi queste due logiche perverse. Sta a noi dunque dimostrare che si può creare un sistema sobrio che però garantisca la piena partecipazione lavorativa”. Francesco Gesualdi sostiene infatti che cambiare stili di vita è necessario, ma non sufficiente: bisogna ripensare il concetto di ‘lavoro’. “Due secoli di capitalismo ci hanno convinto che l’unica strada per la sopravvivenza passi per la vendita del proprio tempo. Oggi si identifica il termine lavoro con quello di ‘lavoro salariato’, ma non deve essere necessariamente così. Il fai da te, l’autoproduzione del cibo o del vestiario, il saper fare non sono monetizzabili, ma ci liberano dalla dipendenza dal danaro. Sono attività che richiedono lavoro e soddisfano bisogni primari. Se aumentiamo questo tipo di attività, possiamo ridurre il lavoro salariato. Il famoso ‘lavorare meno lavorare tutti’. In questo momento storico ci sono migliaia di persone disoccupate e migliaia di persone che devono soddisfare i loro bisogni primari. Dobbiamo far incontrare queste due necessità. Invece che chiedere denaro, potremmo chiedere tempo e competenze. Queste sono la vera ricchezza dell’essere umano”. “Cambiare si può – afferma Francesco Gesualdi – e il cambiamento deve essere prima di tutto culturale”.

 

  1. Intervistato da Daniel Tarozzi Francesco Gesualdi ha ammesso che oggi non avrebbe utilizzato il termine “sviluppo” perché questo è fin troppo legato a quello della crescita del Pil assunta come unico indicatore di benessere

 

Il sito del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

 

Fonte: italiachecambia.org

Retenergie: energie rinnovabili e democrazia energetica

700 soci e 450 kWp installati distribuiti in 7 impianti fotovoltaici: con questi dati la cooperativa Retenergie corona il sesto anno di attività. Sei anni durante i quali non si è mai perso di vista il principio ispiratore secondo cui l’energia è, e deve restare, un bene comune. Retenergie ha creato un sistema che permetta la gestione autonoma dell’energia in tutte le sue componenti da parte dei cittadini, con un modello di partecipazione dal basso, attraverso scelte condivise e partecipate, senza imposizioni dall’alto, dalla produzione fino alla vendita.retenergie

Per sperimentare un nuovo modello di gestione collettiva e responsabile del bene comune energia, la cooperativa Retenegie si impegna nella produzione di energia attraverso l’azionariato popolare, garantendo costanti servizi ai soci che comprendono il risparmio, l’analisi e la riqualificazione energetica, la gestione di gruppi d’acquisto e il cambio fornitore. Inoltre viene venduta l’energia ai soci tramite terzi. La cooperativa nasce nel dicembre 2008 dall’iniziativa di un gruppo di cittadini che vogliono diventare protagonisti del mercato energetico, favorendo la transizione a un modello più sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Retenergie sperimenta infatti giorno per giorno nuovi modelli di democratizzazione energetica cercando di realizzare un circolo virtuoso tra produzione e consumo di energia da fonti rinnovabili. «La nostra azione – inizia Marco Mariano, presidente della cooperativa – vuole promuovere la realizzazione di un nuovo modello di sviluppo energetico in cui il cittadino è proprietario degli impianti di produzione dell’energia elettrica da lui utilizzata. Per questo motivo, Retenergie realizza, da subito, impianti per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili attraverso la forma dell’azionariato popolare offrendo una equa remunerazione ai capitali investiti e attua, da subito, azioni di risparmio ed efficienza energetica direttamente nelle abitazioni o nelle aziende dei soci attraverso consulenze, convenzioni e gestione di gruppi d’acquisto fotovoltaici. Inoltre conferisce ai soci, attraverso adeguati canali determinati dalla presente normativa nel settore, l’energia prodotta, chiudendo così un circolo virtuoso che parte dalla produzione arrivando fino al consumo». Attualmente la produzione è mediamente di 500.000 kWh all’anno, equivalente del consumo di circa 300 famiglie ed è garantita da 450 kWp installati distribuiti in 7 impianti fotovoltaici localizzati in Piemonte, Lombardia e Emilia Romagna. Il numero di soci, invece, è di circa 700, distribuiti nel centro nord Italia. «Come si vede – commenta Mariano – non abbiamo ancora raggiunto un’equivalenza, seppure virtuale, fra produzione e consumo dei soci, per questo abbiamo in cantiere altri siti eolici e idroelettrici».

«Infatti – ci spiega il vicepresidente Giovanni Bert – finita l’esperienza del fotovoltaico a causa del cambio del sistema incentivante, ci siamo concentrati su idroelettrico ed eolico, settori molto complessi sui quali stiamo ancora lavorando per raggiungere i primi risultati concreti; in particolare abbiamo tre progetti idroelettrici da 70, 60 e 35 kWp in fase autorizzativa, e 4 siti minieolici da 60 kWp anch’essi in fase finale di autorizzazione. Questi progetti li porteremo avanti con l’intervento economico dei soci stessi, infatti i soci possono investire nella cooperativa, o tramite l’incremento del capitale sociale o tramite il prestito sociale con un tasso di interesse fino al 3% annuo lordo. Nel mese di novembre abbiamo in programma degli incontri in tutta Italia per parlare del progetto, sul sito sono indicate date e luoghi». Inoltre, dato che la cooperativa non è in grado di vendere direttamente la propria energia ai soci, ha individuato un operatore del settore energetico già strutturato (la società Trenta) che acquista parte dell’energia dagli impianti della cooperativa e la rivende ai soci. Dei 700 totali, circa 400 hanno aderito alla convenzione con la società Trenta per il cambio di fornitura di energia elettrica. Quindi l’energia che Trenta vende ai soci della cooperativa è solo in parte proveniente dagli impianti della cooperativa. Questo dimostra che oggi è quindi possibile svincolarsi dalle multiutility tipo Enel, Hera ecc. passando dalle società dell’energia sporca e speculativa, dal mondo dei monopoli tiranni a valide alternative come quella in questione. «Cambiare fornitore di elettricità ormai è facilissimo – afferma Mariano – il sistema è rodato e non ci sono particolari problematiche; il problema è a chi rivolgersi per capire che operatore sia più onesto e in linea con la nostra visione del mondo. Infatti non bisogna dimenticare che pagare la bolletta può e deve diventare sempre più un momento di consumo critico. Nel nostro caso Trenta è stata valutata attentamente e ci è parsa molto vicina alla nostra impostazione. Per essere ancora più coerenti abbiamo fondato da poco una nuova cooperativa chiamata “è nostra”, che dall’anno prossimo si occuperà di vendere lei stessa la nostra energia più quella di altri produttori attenti all’ambiente. Il processo è all’inizio e presto renderemo pubblico il progetto. Per quel che riguarda la situazione attuale, invece, nel nostro caso, per cambiare fornitore bisogna diventare soci cooperatori di Retenergie con 50€ di versamento una tantum a capitale sociale (questi soldi restano di proprietà del socio che nel momento in cui voglia andarsene può riprendere). Questa operazione è semplice e la si fa tramite le indicazioni sul nostro sito www.retenergie.it. Dopodiché, sempre tramite il sito, si accede alla sezione cambio fornitore e si eseguono le operazioni indicate per aderire alla Convenzione Trenta-Retenergie». Produrre energia ha comunque un impatto sull’ambiente ed è giusto che le strategie per arrivare allo scopo della produzione siano prese assieme, coinvolgendo i cittadini per dire no allo sfruttamento indiscriminato delle risorse, all’accentramento e all’ingiustizia sociale. Lo scopo di base è quindi creare le condizioni affinché le scelte nel settore siano adottate da una comunità con principi condivisi. La cooperativa è notoriamente la forma imprenditoriale più democratica perché l’assemblea, con il principio di “una testa, un voto”, decide le politiche di sviluppo della cooperativa stessa. Inoltre esiste un consiglio di amministrazione dimissionario ogni tre anni in modo che l’assemblea dei soci possa vigilare, verificare e decidere chi e come gestirà operatività della società. Oltre a queste garanzie di trasparenza, date dal sistema cooperativistico «che – dice il presidente – per noi è la maggior garanzia», la partecipazione democratica dei soci nella gestione dell’energia viene data dal loro assetto. «I soci infatti – continua Mariano – sono organizzati in nodi regionali che attraverso un rappresentante da loro eletto fanno avere al CdA indicazioni e pareri sulle strategie di sviluppo. I rappresentanti regionali hanno diritto di assistere di persona o via internet ai consigli di amministrazione e di votare le scelte discusse. Su temi specifici spesso vengono aperti dei gruppi di lavoro a cui i soci posso partecipare. Esiste inoltre una mailing lista in cui chiunque può proporre idee o fare critiche». Oltre alla fornitura di energia elettrica gestita questa maniera democratica, la cooperativa offre anche servizi particolari. Mariano ci spiega che, considerato che risparmiare energia è altrettanto importante che produrla, se non di più, hanno una rete di tecnici che forniscono consulenze ed elaborano progetti di risparmio e razionalizzazione energetica ai soci. Inoltre propongono interventi volti al risparmio e all’ottimizzazione energetica alle amministrazioni pubbliche con la formula ESCO, cioè affrontando come cooperativa l’investimento su strutture pubbliche e rientrando dell’investimento con dei canoni di utilizzo e gestione pluriennali». Si tratta quindi di un servizio completo che parte dalla produzione fino ad arrivare al consumo delle famiglie e alla consulenza tecnica. Per concludere questo quadro complessivo possiamo vedere insieme le sfide e le prospettive future della cooperativa. Mariano inizia: «Il percorso che ci ha portati alla situazione attuale, percorso iniziato nel 2007 dall’associazione Solare Collettivo Onlus che ha portato fra il 2007 e il 2008 alla costruzione su una cooperativa Sociale Piemontese di un impianto fotovoltaico collettivo da 20 kwp, è costellato di opportunità e difficoltà, queste ultime sono legate principalmente all’incertezza delle norme e delle politiche economiche nazionali. Il quadro normativo legato alle energie rinnovabili è in continuo cambiamento e ciò rende difficile la programmazione aziendale. Anche il fatto che tutti i nostri progetti siano legati a processi autorizzativi locali – Provincie e Comuni – ci rende soggetti a imprevedibili cambi di lettura o interpretazione delle norme da parte di questi stessi enti. D’altro canto questo stesso quadro può essere di stimolo per valutare delle nuove strategie: il coinvolgimento delle realtà locali, innanzitutto, con lo sviluppo di gruppi di soci che ci sostengono nel seguire le varie pratiche a livello locale e la ricerca di nuove opportunità a livello tecnologico in modo da tenerci al passo con le opportunità di mercato. Ma il nostro grande punto di forza è stato e continuerà a essere la volontà e la necessità della gente di essere sempre più protagonista nelle scelte legate ai modelli di consumo e di produzione. Sta cambiando e aumentando la consapevolezza dei cittadini, e Retenergie si dimostra sempre di più uno strumento per rendere concreta e realizzabile questa consapevolezza».

Fonte: ilcambiamento.it