OLTREfood Coop, il supermercato partecipativo ed ecologico di Parma

Dopo avervi parlato di Camilla, che ha sede a Bologna, e Mesa Noa, che sta per aprire i battenti in Sardegna, abbiamo oggi il piacere di annunciarvi la prossima apertura del terzo supermercato autogestito d’Italia. Arriva ora a Parma OLTREfood coop, l’emporio di comunità che sovverte le regole della grande distribuzione. Vi abbiamo raccontato per la prima volta delle Food Coop a ottobre del 2017, con l’augurio di veder nascere numerosi empori autogestiti in tutta Italia. A dicembre del 2018 abbiamo avuto il piacere di annunciarvi l’apertura di Camilla a Bologna e in seguito vi abbiamo presentato Mesa Noa, la cooperativa di consumo sorta in Sardegna. Siamo ora lieti di annunciarvi la costituzione della cooperativa OLTREfood Coop e di anticiparvi che l’apertura è prevista in autunno a Parma.

OLTREFood Coop è la terza esperienza italiana di “supermercato autogestito” o di “negozio partecipativo” o ancora di “emporio di comunità” e consente ai suoi soci di essere contemporaneamente proprietari, lavoratori e consumatori. La difficoltà a trovare una traduzione univoca di “food coop” ha sicuramente a che fare con la multidimensionalità di questo progetto, che tocca temi fittamente intrecciati come l’alimentazione, l’ambiente, la comunità, il lavoro e tanti altri, formando un poliedro ben sfaccettato. “Fare parte di questo tipo di esperienza implica una visione politica globale, di tutela dell’ambiente e dell’uomo” afferma Carlotta Taddei, presidente dell’Associazione OLTREFood Coop. Non più “consumatori”, i soci diventano soggetti attivi che possono scegliere quale filiera sostenere e dunque che tipo di impatto ambientale, sociale ed economico desiderano avere. Pagata una quota sociale di circa cento euro, infatti, i soci hanno la possibilità di partecipare alle scelte sui prodotti e su altri aspetti organizzativi e possono acquistare presso OLTREFood a prezzi agevolati, garantendo al contempo un equo compenso ai produttori. La richiesta di dedicare tre ore ogni quattro settimane al progetto risponde sia all’esigenza di mantenere dei prezzi equi per tutte le parti, sia alla necessità di avere una partecipazione che non sia solo sulla carta, ma vissuta. Pur avendo come chiari riferimenti esperienze come Park Slope, Bees Coop, La Louve e Camilla, OLTREFoodCoop sente una continuità anche rispetto alla storia del cooperativismo e del solidarismo che ha caratterizzato l’Italia dalla prima metà dell’Ottocento, quando la rivoluzione industriale mutò gli assetti sociali e generò, per reazione, le prime associazioni di mutuo soccorso come strumento di autodifesa dal nuovo liberismo che si andava imponendo.

I soci di OLTREfood coop

Il territorio parmigiano si distingue già da tempo per una forte sensibilità in questa direzione, tant’è che il primo Gruppo di Acquisto Solidale italiano è stato fondato nel 1994 nella vicina Fidenza. Tuttavia, mentre la grande distribuzione gode di un’enorme visibilità, questo “mondo parallelo” di consumo etico e di sostegno ai produttori può sembrare irraggiungibile a chi non appartiene a queste reti. Per questo OLTREFood Coop vuole costruire un sistema che abbia una sede fissa, visibile, che possa essere veramente aperto a tutti, pubblicizzato ed estendibile all’infinito. L’aspirazione ad essere un luogo aperto e di conoscenza reciproca trapela anche dalla scelta nome: OLTREFood si rifà a Oltretorrente, il quartiere popolare e libertario, ma anche conflittuale, in cui si è scelto di aprire il negozio. Ad oggi c’è la soddisfazione di aver raggiunto il primo centinaio di soci che, pur vivendo nella stessa – piccola – città, non si conoscevano, e che sono arrivati a compiere insieme scelte dal contenuto molto profondo. “Altri tipi di associazioni, con intenti altrettanto lodevoli, raccolgono chi già la pensa allo stesso modo” mentre OLTREFood, ha attirato non tanto “per un’impronta ideologica di partenza, ma per la condivisione di tutto un processo di ragionamento, studio e autoformazione. Attraverso questa pratica siamo riusciti a raccogliere persone molto diverse”, racconta Carlotta Taddei.  

OLTREFood coop ha una formula legale tanto innovativa quanto faticosa da comunicare all’esterno e le occasioni di confronto e supporto reciproco con l’emporio di comunità Camilla hanno giocato un ruolo importante. Mentre, speriamo, le food coop diventeranno un modello pian piano sempre più diffuso, la costruzione di una forte rete regionale e nazionale si intravede all’orizzonte.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/06/oltrefood-coop-supermercato-partecipativo-ecologico-parma/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Bilanci di giustizia: “Le famiglie sostenibili sono più felici”

Ridurre i consumi aumenta il benessere. È quanto dimostra Bilanci di giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. L’obiettivo è quello di cambiare l’economia mondiale partendo proprio dai consumi familiari. L’ingiustizia, a livello globale, è un tema quanto mai attuale. Un tema sul quale una rete di famiglie in Italia, ha iniziato ad interrogarsi oltre vent’anni fa, cercando di comprendere come realizzare un cambiamento personale e politico.  

“Quando l’economia uccide bisogna cambiare”. Partendo da questa considerazione nel 1994 nasce Bilanci di Giustizia, coinvolgendo ai suoi esordi qualche centinaio di famiglie, per poi arrivare alla fine degli anni ’90 a interessare oltre mille famiglie. Famiglie in rete che hanno iniziato a prendere consapevolezza dei propri consumi con l’obiettivo di orientarli a dei criteri di giustizia, intesa nei suoi molteplici aspetti, dalla sostenibilità ambientale, considerando come il consumo di risorse implichi anche che queste non siano più a disposizione di noi tutti e del pianeta, al rispetto dei diritti dei lavoratori e alle questioni sociali e relazionali.

La riflessione centrale – che si è arricchita negli anni attraverso incontri, esperienze, strumenti, davvero difficili da poter raccontare con esaustività – è su come i propri stili di consumo e di vita potessero essere utili al cambiamento. Per toccare tutte le modalità attraverso le quali si può cambiare il proprio stile di vita, si sono creati momenti di approfondimento su temi come il consumo energetico e dell’acqua, sui prodotti alimentari e tessili. Il primo strumento di cui Bilanci di Giustizia si è dotato è quello individuale del bilancio mensile che ogni famiglia compila con lo scopo di controllare e modificare la capacità di cambiamento della propria famiglia. Accanto a questo, strumenti collettivi, come l’incontro con le altre famiglie del gruppo locale e, una volta all’anno, l’incontro di riflessione collettiva su un tema emerso nel processo di ricerca di tutti gli aderenti. Un momento anche di ricarica per le famiglie che poi continuano a progettare il cambiamento personale e sociale all’interno dei loro nuclei e nei gruppi locali. I tanti dati raccolti in questi anni hanno permesso di dare una risposta positiva all’intuizione di queste famiglie: spostare i consumi, modificare il bilancio familiare, e quindi il sistema economico, orientandolo verso criteri di giustizia, non solo non riduce la qualità della vita, ma aumenta il benessere delle famiglie. Le famiglie bilanciste sono più felici della media. Un dato importante anche sul piano politico, che dimostra che un altro modello è possibile.

Dalla ricerca è emerso un altro importante dato: se da una parte c’è stato negli ultimi anni un calo di partecipazione ed adesso le famiglie coinvolte in Bilanci di Giustizia sono meno numerose, molti dei bilancisti della prima ora sono stati promotori del cambiamento intorno a loro. Hanno creato gruppi di acquisto solidale, reti di economia solidale e promosso azioni politiche nei propri territori di appartenenza. L’esperienza bilancista è diventata molla per fare altro, c’è stata un’evoluzione e contaminazione al di là di essa. Quella di Bilanci di Giustizia è una storia di persone che hanno deciso di prendersi la responsabilità della propria vita e di fare scelte consapevoli, persone che si mettono in gioco continuamente, come abbiamo avuto modo di vedere all’ultimo incontro annuale a Stresa, al quale ha partecipato anche Italia che Cambia.

Un incontro aperto a tutti e a tutte, non solo a chi è già un bilancista, in cui quest’anno i partecipanti si sono confrontati per quattro giorni intorno al tema “come sarebbe il mondo senza denaro?”, riflettendo e ragionando sulle criticità del sistema economico attuale dal punto di vista monetario e interrogandosi sul rapporto che abbiamo con il denaro. Un processo di apprendimento collettivo attraverso il metodo della comunità di ricerca, in cui la conoscenza non è “già data” ma viene ricercata insieme. Dove la conclusione non è mai statica e dove l’importante è di nuovo il processo e la relazione. 

Intervista e immagini video: Daniela Bartolini

Montaggio: Paolo Cignini

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2019/02/bilanci-di-giustizia-famiglie-sostenibili-sono-piu-felici-io-faccio-cosi-238/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Sfreedo: la spesa su WhatsApp per ridurre gli sprechi

Ridurre lo spreco alimentare, mangiare sano e al giusto prezzo. Sono questi i vantaggi offerti da Sfreedo, un servizio semplice, diretto e gratuito che permette di risparmiare dal 20% sino al 100% su prodotti alimentari freschi di giornata o prossimi alla scadenza e impedire che cibo buono e di qualità finisca in discarica. Sfreedo è un’iniziativa nata a Caserta nel 2015 che ha come obiettivo ridurre lo spreco alimentare e mettere in collegamento diretto tra loro consumatori consapevoli e negozianti che si ritrovano sugli scaffali alimenti prossimi alla scadenza e che, nonostante siano perfettamente integri e commestibili, sarebbero costretti – per legge – a conferire in discarica. Sfreedo, che oggi è presente nelle città di Caserta e Napoli, accelera la vendita di prodotti alimentari prossimi alla scadenza e permette di ridistribuire a prezzi molto scontati cibi integri e di qualità.

La parola “sfreedo” in gergo locale significa “ciò che avanza”, “gli avanzi” ed è un servizio semplice, diretto e gratuito che permette ai consumatori di risparmiare sino al 100%. Negozianti e cittadini si iscrivono gratuitamente al WhatsApp di Sfreedo e, sempre attraverso WhatsApp, i commercianti aderenti al servizio informano in tempo reale tutti gli iscritti –  chiamati “sfreeders” – della disponibilità di cibi di cui è necessario sollecitare la vendita affinché non vadano al macero. A loro volta, gli utenti interessati ad uno o più prodotti ottimi ma in scadenza, li prenotano e si recano allo “Sfreedo Point” per concludere l’acquisto (ma per chi lo desidera, è disponibile anche un servizio di consegna a domicilio).  

I prodotti disponibili su Sfreedo sono i più vari: frutta e verdura fresca e di stagione, carne, pesce e salumi, mozzarelle di bufala, prodotti da forno e pasticceria, panettoni e pandori, nonché pizza al taglio e pasti già pronti grazie all’adesione di alcuni ristoranti e gastronomie. Gli alimenti che possono essere offerti su Sfreedo devono avere una scadenza a massimo 30 giorni e un prezzo che sia almeno di un 20% inferiore rispetto al prezzo di vendita regolare – il risparmio economico, di conseguenza, va dal 20% fino al 100%. In tre anni di attività Sfreedo ha coinvolto decine di punti vendita e dato vita ad una comunità di oltre 14.000 sfreeders, salvando dalla discarica circa 80 tonnellate di ottimo cibo.

“L’idea di Sfreedo nasce dall’esigenza personale di non voler pagare a prezzo pieno un prodotto di prossima scadenza, come un qualsiasi prodotto con scadenza più a lungo termine”, ha spiegato alla stampa Michele Bellocchi, fondatore di Sfreedo. “Ragionando intorno a questo dettaglio ne è venuto fuori che, di conseguenza, un esercente avrebbe potuto “liberarsi” più velocemente di un prodotto con scadenza a breve termine se fosse stato disposto a ridurne il prezzo (oltre alle classiche offerte a cui siamo già abituati). Le reazioni da parte di esercenti e consumatori sono state di assoluto entusiasmo, oltre ogni più rosea aspettativa, al punto che non è stato distribuito alcun volantino per pubblicizzare l’iniziativa. Ci ha pensato il passaparola a fare tutto: solo nel primo mese di test gli esercenti erano 12, di cui due ristoranti, e i consumatori 450, utilizzando semplicemente il gruppo Facebook“.  

Tramite l’iscrizione gratuita al servizio, la comunità degli sfreeders viene informata quotidianamente dei prodotti scontati in scadenza e disponibili presso i vari “Sfreedo Point” di Caserta e di Napoli. Il servizio Sfreedo, semplice, diretto e gratuito permette ai consumatori di ricevere in tempo reale notifiche dai negozi sui prodotti in Sfreedo, risparmiare portando a casa ottimi cibi e di confrontarsi con una community attenta alla spesa e sensibile al consumo consapevole. I vantaggi per gli esercenti, invece, sono la sensibile riduzione degli stock a magazzino, il recupero del capitale investito, ad esempio, in un eccessivo approvvigionamento, l’acquisizione di nuovi clienti, la riduzione dei rifiuti derivanti dallo smaltimento di imballaggi di vario tipo.

La mission di Sfreedo è accelerare la vendita di alimenti per ridurne lo spreco, tuttavia può capitare che qualche alimento resti invenduto e, in tal caso, per scongiurare la discarica, viene devoluto a titolo gratuito alle associazioni onlus aderenti al circuito Sfreedo. “In Italia e nel mondo esistono già sistemi per combattere lo spreco alimentare”, ha dichiarato Michele Bellocchi, “ma che fine fanno i prodotti che non vengono venduti nemmeno a prezzo scontato? La nostra rete di valore affonda le radici nell’etica, nell’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo fondato sulle sinergie. Abbiamo scelto di lavorare con alcune persone e organizzazioni meravigliose, non solo per la grande professionalità e conoscenza dei diversi contesti, ma anche perché si occupano di curare e migliorare la nostra società. Ad oggi abbiamo salvato ben 80 tonnellate di cibo e il nostro traguardo è quello di aumentare gli utenti della nostra community, che ad oggi sono più di 14.000, e continuare la lotta allo spreco alimentare”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/12/sfreedo-spesa-whatsapp-ridurre-sprechi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Addio plastica monouso? La nuova direttiva europea contro l’usa e getta

Addio a cotton fioc, posate, piatti e cannucce di plastica monouso. È quanto prevede una delle misure presentate dalla Commissione europea nell’ambito della strategia per ridurre l’inquinamento da plastica. Greenpeace e Legambiente accolgono favorevolmente la nuova proposta ma chiedono misure più ambiziose e obiettivi attuabili nel breve periodo.

Entro il 2025 gli Stati membri dovranno raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, per esempio con sistemi di cauzione-deposito. Questa – insieme al divieto di vendita di stoviglie, cannucce, agitatori per bevande, bastoncini di cotone per le orecchie e bastoncini per palloncini in plastica – è una delle misure più ambiziose presentate oggi dalla Commissione europea, nel quadro della strategia Ue per ridurre i rifiuti plastici.plastica-monouso

Secondo il progetto di direttiva, inoltre, i contenitori per bevande in plastica saranno consentiti soltanto se i tappi e i coperchi restano attaccati al contenitore. Per i contenitori per alimenti e tazze per bevande in plastica, gli Stati membri dovranno fissare obiettivi nazionali di riduzione. I produttori saranno poi chiamati a coprire i costi di gestione dei rifiuti per prodotti come i mozziconi di sigaretta, palloncini e attrezzi da pesca in plastica. Altri prodotti come gli assorbenti igienici e le salviette umidificate dovranno avere un’etichetta chiara e standardizzata che indica il loro impatto negativo sull’ambiente. Bene l’impegno della Commissione europea su plastica monouso ma servono misure più ambiziose.  Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta di direttiva della Commissione Europea sulla plastica usa e getta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. La proposta prevede, tra i vari provvedimenti, il bando per cannucce, piatti e posate di plastica usa e getta e l’incremento del riciclo delle bottiglie.

“Se vogliamo invertire la rotta – commenta Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia – è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari”.garbage-1255244_960_720

Sulla direttiva Ue sulla riduzione dell’inquinamento da plastica usa e getta si è espressa anche Legambiente. “Il progetto di direttiva sulla riduzione dell’inquinamento da plastica presentato oggi dalla Commissione europea è un primo e fondamentale passo per contrastare il marine litter, una delle due più gravi emergenze ambientali globali insieme ai cambiamenti climatici, e più in generale per ridurre gli impatti che l’uso non responsabile di questo materiale causa all’ambiente. Non tutte le misure previste però affrontano alla radice i problemi veri. Mancano ad esempio norme sui bicchieri di plastica usa e getta e sull’eliminazione di sostanze tossiche. L’assenza di obiettivi specifici di riduzione per gli Stati membri, inoltre, rischia di essere controproducente. Per questo chiediamo al Parlamento e al Consiglio di mettere in atto obiettivi concreti e attuabili nel breve periodo per andare oltre la plastica monouso e per alimentare sempre di più il modello di economia circolare europeo con la gestione dei rifiuti plastici”.

Così Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, commenta le nuove norme proposte dalla Commissione europea per i prodotti di plastica monouso e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati che ora passeranno ora al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio.

“Su questo tema l’Italia può vantare una indiscussa leadership normativa, essendo stata la prima a mettere al bando gli shopper di plastica, i cotton fioc non biodegradabili e le microplastiche nei cosmetici – prosegue Ciafani-.  È importante ora che tutta Europa faccia fronte comune, promuovendo le misure previste anche a tutti gli altri Paesi del Mediterraneo. Chiediamo al Parlamento europeo e ai ministri dell’UE, che nei prossimi mesi discuteranno di queste norme, di mettere in atto obiettivi ancora più stringenti, prevedendo una revisione intermedia non dopo sei ma tre anni dall’entrata in vigore in modo da garantire una sua applicazione più efficace”.inquinamento-plastica

Nella direttiva europea, sottolinea Legambiente, va inoltre prevista una norma anche sulle bottiglie di plastica. Oltre la responsabilità dei produttori e l’obiettivo di raccogliere entro il 2025 il 90% delle bottiglie in Pet, la direttiva deve spingere sull’uso delle acque del rubinetto più controllate, sane e meno inquinanti di quelle in bottiglia. Secondo l’ultimo rapporto Beach Litter di Legambiente, solo sulle spiagge italiane il 31% dei rifiuti censiti è stato creato per essere gettato immediatamente o poco dopo il suo utilizzo. Parliamo di imballaggi di alimenti, carte dei dolciumi, bastoncini per la pulizia delle orecchie, assorbenti igienici, barattoli e latte alimentari, mozziconi di sigaretta. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate, a dimostrazione della gravità del problema.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/05/addio-plastica-monouso-nuova-direttiva-europea-contro-usa-e-getta/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Food Coop: il supermercato etico e autogestito

Italia che Cambia è mediapartner di “Food Coop”, il film che racconta quello che è stato definito “il miglior esperimento sociale di tutti gli USA”. Fondato a Brooklyn nel 1973, Park Slope Food Coop propone prodotti di alta qualità a prezzi bassi, grazie al contributo dei soci della cooperativa, che sono al contempo lavoratori e clienti del supermarket.

 “Food Coop” è il titolo del film-documentario di Tom Boothe, regista statunitense residente a Parigi, che racconta l’esperienza del “Park Slope Food Coop” di New York. Fondato a Brooklyn nel 1973 da alcuni attivisti locali, è un “supermercato cooperativo” o “supermercato collaborativo e autogestito” e aperto solo ai soci, ma al quale tutti possono aderire senza distinzioni. I soci, che oggi sono 17.000, hanno la possibilità di acquistare cibo di ottima qualità, genuino e biologico a prezzi molto più favorevoli rispetto al mercato, in cambio di circa 3 ore al mese di lavoro non retribuito. La manodopera è la voce che incide maggiormente sul prezzo finale ed è il lavoro di tutti i soci a permettere di contenere sensibilmente i costi e, quindi, vendere cibo sano a prezzi accessibili a chiunque. Pagare di più e non lavorare non è contemplato: tutti i soci sono uguali, tutti pagano la stessa quota e tutti devono farsi carico degli stessi obblighi.insegna-food-coop

A differenza di una cooperativa alimentare, il “supermercato cooperativo” è un’associazione senza scopo di lucro perciò può avvalersi di volontariato, aiuti economici, crowdfunding, ecc. e gli eventuali utili vengono reinvestiti nel supermercato. Grazie alla totale autogestione, Food Coop applica prezzi accessibili sui ottimi prodotti e, al tempo stesso, assicura la giusta remunerazione ai produttori che lavorano con elevati standard qualitativi. Solo i soci hanno il diritto di fare acquisti a Food Coop, ma hanno anche il dovere di condividere le responsabilità dell’autogestione, pena l’esclusione dalla cooperativa. Chi desidera diventare socio, quindi, deve impegnarsi a lavorare qui per 2 ore e 45 minuti ogni 4 settimane, a seconda delle proprie attitudini e delle necessità del momento. Si va dalla gestione del magazzino alle pulizie, dal carico-scarico all’amministrazione ordinaria, dalla cassa alla piccola manutenzione e al rifornimento degli scaffali. I turni iniziano prima delle 5 di mattina, quando vengono scaricate le merci e caricati i vuoti a rendere, e molti soci preferiscono fare il primo turno perché così non devono chiedere permessi: vengono qui per tre ore, poi passano da casa a cambiarsi e vanno in ufficio. Nata come sperimentazione di modello economico alternativo alla grande distribuzione newyorkese, Food Coop è diventata il “miglior esperimento sociale di tutti gli USA”. Oggi realizza un fatturato annuo di circa 19,4 milioni di dollari, le vendite al metro quadrato superano di 10 volte quelle della distribuzione convenzionale e la rotazione totale dell’intero magazzino è di 70 volte all’anno contro una media statunitense di 15. I dati parlano chiaro: i prezzi sono mediamente inferiori del 40% rispetto a quelli di mercato – in particolare GDO e negozi specializzati nel biologico – e ogni famiglia risparmia in media 250 dollari al mese, circa 3.000 dollari all’anno. Per aderire a Food Coop si versa una tantum una quota di adesione di 25 dollari non rimborsabili, e un piccolo investimento di 100 dollari, rimborsabili in caso di uscita volontaria o esclusione dalla cooperativa.interno-food-coop

Di fronte ai vantaggi offerti da Food Coop, i soci sono ben lieti di lavorare gratis, aspettare in fila alla cassa anche per 40 minuti, viaggiare per più di due ore, prendendo due metro e due autobus, pur di fare la spesa qui, perché sanno perfettamente cosa comprano. Lavorare qui 3 ore al mese rafforza sia il senso di appartenenza, sia il senso di responsabilità nei confronti della cooperativa. Tutte le politiche e le scelte aziendali, infatti, sono il più possibile condivise – soprattutto gli acquisti. Tutti i soci hanno voce nel processo decisionale, partecipano attivamente alla gestione del supermercato e alla pianificazione della cooperativa: conoscono da dove viene il cibo e come è stato coltivato o allevato, scelgono gli alimenti da mettere sugli scaffali e sanno che i prezzi rimangono accessibili solo se ciascuno fa la sua parte contribuendo a contenere le spese e assicurare la regolare manutenzione alla struttura, dedicando un po’ del suo tempo e delle sue capacità. Food Coop non ha consigli d’amministrazione o dirigenti, azionisti a cui rendere conto, jet privati o stock option da finanziare, ma solo un’Assemblea generale dei soci e alcune “commissioni”, sempre elette tra i soci, che si occupano del coordinamento dei 17.000 soci – come la commissione ambientale, la commissione disciplinare, ecc. Tutti i soci possono presentare idee e suggerimenti per migliorare la gestione della cooperativa e, una volta all’anno, tutte le proposte sono portate in Assemblea, messe all’ordine del giorno, discusse e votate. Su proposta dei soci sono nati, ad esempio, il “servizio babysitter” interno per i soci che fanno i turni e il “servizio scorta” per chi fanno la spesa – in pratica, se il socio ha molte borse pesanti, prende in prestito un carrello della spesa e un volontario lo scorta fino alla fermata della metro, dell’autobus o all’auto, lo aiuta a scaricare le borse e riporta indietro il carrello. Per molti newyorkesi comprare frutta e verdura in città è proibitivo – soprattutto nei quartieri più poveri, dove l’offerta è solo cibo industriale o frutta ammuffita a prezzi elevati proprio perché ci sono alternative. Uno dei motivi principali per cui tutte le classi sociali aderiscono a Food Coop, oltre a condividerne i valori di fondo, è potersi permettere ortofrutta fresca e biologica. A Food Coop tutti possono accedere a cibo di alta qualità grazie al volontariato, alla frequente rotazione del magazzino e alla scelta di favorire i piccoli produttori biologici e OMG free.i-soci-al-lavoro

L’ufficio acquisti di Food Coop ha ordine di intrattenere rapporti diretti con aziende a conduzione familiare e cooperative il più possibile vicine a New York, in particolare della Pennsylvania, e di riconoscere loro prezzi equi. Ne consegue che il ricarico sull’ortofrutta fresca è solo del 20% e nessun altro supermercato in USA è in grado di fare lo stesso. Quando la differenza di prezzo tra biologico e agricoltura tradizionale non è troppo elevata, si acquista solo il bio, ma se la differenza di prezzo è sproporzionata, si comprano entrambi e si espongono uno di fianco all’altro per permettere ai soci di fare il confronto e scegliere in libertà. Se i soci chiedono di poter acquistare cibi impossibili da reperire in loco, ad es. certi tipi di frutta esotica, questi provengono comunque dal circuito biologico equo e solidale. Anche se la precedenza di Food Coop va ai prodotti alimentari biologici, sani e lavorati il meno possibile, i soci possono comunque fare una spesa completa. I prodotti non alimentari seguono gli stessi principi del cibo: l’ufficio acquisti assicura l’equa remunerazione ai produttori, seleziona i prodotti col minor impatto ambientale, il più possibile locali, che rispettano i diritti dei lavoratori, cruelty free, no toxic, ecc. Infine, se alcuni soci chiedono di poter trovare anche cibi o prodotti industriali di marche molto note, l’ufficio acquisti va loro incontro acquistandoli in quantità minime e collocandoli in appositi espositori, evidenziati da cartelli chiari e ben visibili a tutti. Avendo 17.000 soci da gestire, Food Coop oggi copre il 75% dei costi di manodopera col volontariato e – per ovvie ragioni organizzative – ha un 25% di soci-lavoratori retribuiti, tutti con contratti regolari e stabili, mai precari. Questi soci-lavoratori si occupano soprattutto di contabilità e amministrazione (ufficio acquisti, bilancio, burocrazia, pagamenti) e di attività di coordinamento all’interno delle commissioni elette tra i soci. Nel 2015 il regista Tom Boothe, dopo aver cercato un supermercato di simile al “Park Slope Food Coop” a Parigi e non avendo nulla, ha deciso di esportare lui stesso questo modello. Ha organizzato una raccolta fondi online ed ha fondato il supermercato “La Luove”  che ha circa 3.000 soci e una superficie di 1.500 mq. Dopo l’uscita del film sul territorio francese, sono nate molti supermercati partecipativi in tutta la Francia (ad es. Bordeaux, Tolosa, Montpellier, Bayonne, Lille, Nantes e Biarritz) e nel vicino Belgio (Bee Coop a Bruxelles). Per quanto riguarda l’Italia il film uscirà a novembre, sarà distribuito dalla Film Compaigner Agency “Gli Azionisti”  e ogni proiezione sarà preceduta dalla presentazione di una cooperativa locale, un GAS o un gruppo di persone intenzionate a replicare il modello “Parlk Slope Food Coop” anche nella loro città. Italia che Cambia è mediapartner del progetto.  Nel frattempo, a Bologna è partito “Camilla – Emporio di comunità”, il progetto del primo emporio autogestito italiano. L’augurio è che l’arrivo nelle sale italiane ispiri la nascita di altri Food Coop in tutta Italia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/food-coop-supermercato-etico-autogestito/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’emporio di comunità che anima Bologna

Dalla ferma volontà ed esigenza di una modalità solidale e condivisa per ragionare sui nostri modi di consumare (e per cambiarli) nasce il Progetto Camilla a Bologna. Vi spieghiamo cos’è.9567-10329

“Il progetto per un Emporio di Comunità è nato nel corso del 2016 all’interno del gruppo organizzativo di Alchemilla GAS, Gruppo di Acquisto Solidale di Bologna. L’idea riprende l’esempio ultraquarantennale della Park Slope Food Coop, nata a New York nel 1973. Da qualche anno, in Europa, sono sorte decine di nuove esperienze che si rifanno a quel modello, come La Louve di Parigi e – più vicina a noi per conoscenza diretta – la Bees Coop di Bruxelles”. Susanna Cattini ci parla così del Progetto Camilla che nasce da una lunga esperienza all’interno dei Gruppi di Acquisto Solidale e dall’esigenza di ragionare seriamente sui grandi problemi della distribuzione commerciale per immaginare insieme soluzioni concrete.

Che cos’è un emporio autogestito e solidale?

Si tratta di un punto di approvvigionamento di prodotti di elevata qualità (alimenti biologici, filiere locali, prodotti equo-solidali, sfuso di qualità, cosmesi e detergenti naturali) organizzato in forma cooperativa. E’ autogestito perché tutti i soci della cooperativa dedicheranno una quota del loro tempo alla gestione dell’emporio ed è solidale perché grazie alla collaborazione di tutti i soci, le spese di gestione dell’emporio saranno ridotte al minimo e di conseguenza anche i prezzi di vendita saranno ridotti e il più possibile alla portata di tutte le tasche.

Che cosa vi ha spinto a crearlo?

La lunga esperienza nei Gruppi di Acquisto Solidale e la presenza a Bologna di una solida rete di mercati contadini biologici promossi dall’associazione CampiAperti ci ha consentito di ragionare concretamente sul problema della distribuzione commerciale e ipotizzare una soluzione al problema a partire dalla collaborazione tra soggetti ugualmente schiacciati dal sistema economico: da un lato i consumatori, che vedono progressivamente ridursi il loro potere di acquisto e le possibilità di scelta nei consumi e dall’altro i produttori (agricoli, ma non solo), che trovano nella vendita diretta la sola possibilità di sottrarsi al ricatto della Grande Distribuzione Organizzata e salvaguardare così il loro reddito.

Quali sono le differenze con i GAS?

I Gruppi di Acquisto Solidale sono stati un importantissimo strumento di sperimentazione di democrazia economica che ha insegnato a risolvere i problemi spostando il punto di vista dall’interesse soggettivo all’interesse comune. Incrociando le rispettive debolezze, i consumatori e i produttori che si sono riconosciuti nel comune interesse alla salute propria e del pianeta, hanno gettato i semi di una nuova economia. Il progetto di emporio autogestito e solidale è un passo ulteriore, che consente di allargare l’esperienza del consumo critico, coinvolgendo molte più persone.

Che differenza c’è tra un emporio autogestito e solidale e un supermercato?

L’emporio autogestito e solidale non ha finalità di lucro e mira al bene comune della comunità che lo sostiene. Grazie alla sua organizzazione interna e al rapporto diretto con i produttori – che sostiene con patti di collaborazione – offre ai soci la possibilità di nutrirsi di buon cibo a buon prezzo e, nel contempo, garantisce ai contadini e agli altri fornitori un degno compenso del loro lavoro. Al contrario, il supermercato persegue una finalità di profitto e offre prodotti a basso prezzo grazie alla sua posizione di potere nella filiera, che consente ad esso di imporre ai produttori compensi sempre più bassi. Per molti decenni, i consumatori sono stati indotti ad inseguire il prezzo basso, come se i costi di produzione fossero comprimibili all’infinito. Ora sappiamo che questo era un inganno e il prezzo si paga sempre e comunque. Ciò che non paghiamo oggi in merce, lo pagheremo poi (noi o altri) in minor salute, minori salari, minore occupazione, minore salubrità dell’ambiente, ecc.

Che ruolo hanno i soci e quanti sono fino ad ora?

La cooperativa è ancora nella fase di progettazione e dunque non ci sono ancora soci, ma il ruolo dei soci sarà determinante in tutti gli aspetti della vita della cooperativa. I soci saranno i soli proprietari dell’emporio, ne guideranno le scelte e lo gestiranno in tutti gli aspetti. Un piccolo numero di dipendenti (anch’essi soci) sarà impegnato a tempo pieno per dare continuità all’attività di gestione che i soci svolgeranno a rotazione, con un impegno limitato a 3 ore al mese ciascuno.

Entro quale data contate di essere operativi?

E’ presto per dirlo, ma se l’interesse raccolto finora si trasformerà in partecipazione attiva e adesione alla nuova cooperativa, è possibile che già alla fine dell’anno si possa realizzare l’emporio.

Come sostenete economicamente il progetto?

Il progetto si sosterrà essenzialmente grazie all’apporto economico dei soci che immaginiamo possano versare una quota media di 100 € ciascuno. Ma non escludiamo che un sostegno economico possa arrivare anche da persone, associazioni o altri soggetti che credono nel progetto pur non aderendo alla cooperativa.

Per chi volesse saperne di più?

Chi volesse saperne di più può contattarci scrivendoci a camilla@inventati.org, o sulla nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/AlchemillaGAS/

Fonte: ilcambiamento.it

Repair Cafè, incontrarsi per dare nuova vita agli oggetti

Incontri spontanei tra persone che vogliono riparare oggetti malfunzionanti e farli tornare come nuovi. Nato in Olanda diversi anni fa, il Repair Cafè è sbarcato anche in Italia. L’iniziativa organizzata qualche giorno fa a Perugia dal Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero ha visto un’ampia partecipazione ed una percentuale di recupero degli oggetti del 100%! Voce del verbo riparare, attività che i fautori del modello di sviluppo fondato sull’ “usa e getta” hanno fatto di tutto per farci dimenticare. E ancora, “riparare costa di più che ricomprare”, credendo a questo ritornello senza approfondire le ragioni abbiamo creato montagne di rifiuti. Eppure allargando la prospettiva si scopre che è possibile riparare, anche con spesa contenuta, si scopre che l’industria produce prodotti con obsolescenza programmata ed è questa la ragione più grave perché per far girare l’economia (dell’usa e getta) facciamo pressione sull’ambiente con prelievo di materie prime, ormai in via di esaurimento, e con sempre maggiori superfici sacrificate come discariche di rifiuti. Sulla scia di queste riflessioni ha preso il via il primo Repair Cafè in Olanda diversi anni fa, nello specifico per riparare i piccoli elettrodomestici, da allora la pratica si è diffusa coinvolgendo i cittadini dal basso e sono aumentati i settori d’intervento con riparazioni di sartoria, elettrodomestici più grandi, falegnameria, telefonia varia ecc.

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Il Repair Café nasce dunque con l’idea di avvicinare le persone ad un rapporto più consapevole e sostenibile con gli oggetti, in un’atmosfera piacevole, davanti ad un bicchiere di vino o una tazza di tè. Anche il Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero con l’obiettivo di diffondere la cultura della sostenibilità fatta di piccoli gesti quotidiani ha organizzato il Repair Cafè con il Repair man Alessandro Cagnolati, che si presenta sempre con un trolley pieno di attrezzi incredibili. Lui ha accolto il nostro invito per sondare il terreno perugino insieme a noi e capire se il progetto ha un gradimento, ma soprattutto se può essere avviato con riparatori locali che garantiscano degli appuntamenti a cadenza fissa.20170410_172824

Il Repair Cafè al PostModernissimo di Perugia

Il primo Repair Cafè si è tenuto il 10 aprile nella saletta del cinema PostModernissimo di Perugia, e ha visto la partecipazione di una decina di persone tra curiosi, riparatori appassionati e partecipanti con oggetti da riparare. La percentuale di oggetti che riesce a riparare di solito va dal 60 al 70%, la rimanente rimane in attesa di altre soluzioni prima di andare in discarica, per esempio di fare da riserva pezzi di ricambio per oggetti uguali o compatibili. La percentuale di questo incontro è stata del 100% perché gli oggetti erano pochi e tutti di facile e immediata soluzione, quindi un ottimo inizio per proseguire!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/repair-cafe-incontrarsi-dare-nuova-vita-oggetti/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Vivere senza supermercato… si può. E risparmiando!

Per molti di noi cambiare è un verbo che sa di nuovo. Suona come una parola definitiva e liberatoria che pronunciamo quando arriva il momento della quasi-resa, quando siamo stanchi o quando qualcosa impatta su di noi in modo improvviso, forte, qualche volta anche doloroso.supermercato

Cambiare, spesso, non è neppure una decisione ma proprio una necessità, un’evoluzione indispensabile del nostro essere al mondo. E’ per questo, forse, che chi lo fa non lo racconta come qualcosa di impraticabile elencandone le difficoltà e gli ostacoli sulla sua strada. Al contrario, chi attua il cambiamento se ne innamora perdutamente e molto raramente torna indietro. Chi attua il cambiamento, in un modo o nell’altro, è destinato a coinvolgere tutti gli altri, a cominciare dalle persone che gli sono vicine: la famiglia, gli amici, la gente in contatto sui social, i colleghi. Il contagio è inevitabile per i semi e le spore che si lasciano cadere intorno ogni volta che parliamo, agiamo o facciamo scelte in una direzione o in un’altra.

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Il cambiamento ha bisogno di condizioni favorevoli, di conoscenza, consapevolezza, sensibilità, informazione e tempo di riflessione, cose che nel modo in cui viviamo, ai ritmi velocissimi cui siamo abituati e assuefatti, sono sempre più difficili. E sono proprio queste condizioni a doppio taglio che diventano poi la giustificazione per non iniziare mai. Siamo spesso inconsapevoli del fatto che siamo quasi sempre noi stessi le condizioni all’interno delle quali il cambiamento si realizza.  Per noi e per gli altri

Il libro “Vivere senza supermercato” è il risultato di una storia di cambiamento possibile. Voluta e vissuta dall’autrice, Elena Tioli, che ha cambiato radicalmente le sue abitudini. Due anni interi senza entrare in un supermercato, destinati a diventare molti di più. Ma per quale motivo? Che senso ha? Cosa c’è di male a fare la spesa in un grande centro commerciale? E poi, come sopravvivere senza in una grande città come Roma? Fare la spesa, in realtà, è molto di più che acquistare generi alimentari e prodotti per la casa. E’ un vero e proprio atto politico e rivoluzionario con un significato preciso e con un impatto sulla nostra vita e sul nostro tempo, sull’ambiente in cui viviamo, sul lavoro delle persone in  i un tempio religioso, con prodotti nuovi e lucenti che non vediamo l’ora di portarci a casa stimola un’eccitazione cui pochi possono ormai rinunciare. Interi reparti stipati all’inverosimile di oggetti e alimenti tossici impacchettati in confezioni colorate e accattivanti e di cui ignoriamo (quasi sempre) la provenienza vengono presi letteralmente d’assalto ogni giorno. La spinta è la pubblicità martellante in tv, i bisogni spesso indotti, il poco o pochissimo tempo a disposizione per farci domande. Questo significa quantità spropositate di imballaggi spazzatura, veleni e tossine riversati nell’ambiente e nei nostri piatti ogni giorno, tempi senza fine in macchina e a cercar parcheggio, sfruttamento nelle filiere senza fine della grande distribuzione, accumulo di oggetti e alimenti in eccesso che  in buona parte butteremo, soldi spesi inutilmente.

Su questo possiamo anche essere d’accordo ma poi, nella vita di tutti i giorni, quanto è difficile iniziare a fare la spesa in modo diverso, critico ed etico? Elena Tioli, 34 anni, con un lavoro che la assorbe tutta la giornata e con un passato da consumatrice inconsapevole, è riuscita a percorrere le strade della spesa alternativa tra Gruppi di Acquisto Solidale, negozietti di quartiere, botteghe, produttori locali e la ricerca di prodotti a km zero e biologici. In due anni non è stato soltanto il portafoglio e la qualità di ciò che ha portato a casa a giovarne ma anche un diverso approccio alla spesa che ha generato, di volta in volta, sempre più conoscenza e consapevolezza sulle conseguenze di ogni piccolissimo gesto di acquisto e consumo.

“Vivere senza supermercato” è un libro scritto in uno stile semplice, leggerissimo, divertente e divertito, ironico, scorrevolissimo. Elena Tioli affronta ogni aspetto della nostra spesa: dai cibi preconfezionati e pronti ai prodotti per l’igiene personale e per la casa, dai prodotti usa e getta in plastica di cui siamo campioni di produzione e consumo all’acqua in bottiglia, dalla realtà degli orti urbani alla “necessità” del consumo di carni. Che cosa c’è dietro l’abitudine di acquistare un determinato prodotto? E quali sono le conseguenze a livello locale e globale? Il libro è anche un vero e proprio manuale con esempi, consigli, riferimenti e contatti utili per chi vuole cominciare a dare una svolta consapevole e critica al suo modo di acquistare. Non è necessario farsi sopraffare dalle difficoltà di organizzazione o da tutto quello che ci sarebbe da fare. E’ possibile iniziare anche solo soffermandosi e riflettendo sul proprio stile di consumo e gradualmente ridurre gli sprechi o cimentandosi in piccole autoproduzioni. La consapevolezza vien facendo. E si vedrà che non è poi così difficile, dice l’autrice. Anche lavorando a tempo pieno e vivendo in città, cambiare abitudini può rivelarsi, oltre che utile, estremamente creativo e divertente. Per tutti.

In ogni caso, dopo aver letto questo libro, entrare in un supermercato non sarà più la stessa cosa.

Fonte: ilcambiamento.it

Vivere Senza Supermercato
€ 11.5

Bilanci di Giustizia: come diventare una famiglia sostenibile

Abbiamo intervistato alcuni protagonisti di Bilanci di Giustizia, una rete che raccoglie centinaia di famiglie italiane che hanno modificato il proprio stile di vita rendendolo più etico e sostenibile. Hanno scoperto che in questo modo si risparmia denaro, si guadagna tempo, ma soprattutto si diventa più felici!  Comincia tutto con una domanda: sono felice? Mi serve davvero tutto ciò che possiedo? Voglio un mondo più giusto? Voglio diminuire il mio impatto sul Pianeta? Una volta che ci si è posti questi quesiti, la strada è spianata. È per questo che aderire ai Bilanci di Giustizia non è un sacrificio, né una sfida, né tantomeno un obbligo. Si tratta di una scelta volontaria e motivata dal bisogno di cambiamento.bilanci4

Ma andiamo con ordine. Cosa sono i Bilanci di Giustizia? Si tratta prima di tutto di una comunità umana. Decine, centinaia di famiglie italiane che hanno deciso, nel corso degli ultimi venti anni, di modificare il proprio stile di vita in maniera etica e sostenibile e che si incontrano, si confrontano, condividono esperienze e si supportano a vicenda.

Chi sono invece i bilancisti? Persone normali, con vite e impieghi normali, ma dotati di una sensibilità e una consapevolezza più sviluppate. C’è chi proviene dal mondo del commercio equo-solidale, chi invece semplicemente conduceva una vita che non lo soddisfaceva e ha conosciuto per caso l’esperienza dei Bilanci di Giustizia, aderendovi. Antonella, per esempio, ne ha sentito parlare all’Università e si è legata a tal punto a questa esperienza da farci la tesi. Giuseppe proviene dal mondo dell’ambientalismo, Renato da quello della finanza etica, mentre Giancarlo dal commercio equo-solidale.bilanci6

Anche chi, come loro, aveva già esperienze pregresse di impegno civile però, ha trovato nei Bilanci una nuova ricchezza: quella della rete. “La forza del gruppo è che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare”, dice Irene. E la ricchezza di questo gruppo è la diversità: non esistono obiettivi prestabiliti che ciascun bilancista deve raggiungere. Ognuno procede fissando piccoli traguardi personali: diminuire l’uso dell’auto o il consumo di carne, aumentare gli alimenti autoprodotti rispetto a quelli acquistati, modificare i propri investimenti in banca.

Spontaneamente, gradualmente e senza forzature, il percorso di cambiamento diventa più strutturato e abbraccia un numero sempre maggiore di ambiti della vita quotidiana. Il risultato è che una famiglia di bilancisti consuma mediamente il 47% di energia elettrica in meno rispetto a una normale, spende il 30% in meno per i trasporti, il 41% in meno per il cibo, ma il 68% in più per divertimenti e cultura (dati ricavati da Prove di felicità quotidiana, Terre di Mezzo Editore, 2011).

Interpretando queste statistiche, possiamo ricavare alcune informazioni su coloro che hanno deciso di aderire ai Bilanci di Giustizia. La prima è che hanno più soldi a disposizione. Non perché questa esperienza sia ad appannaggio esclusivo di famiglie benestanti, ma perché orientando meglio i consumi, rinunciando al superfluo e autoproducendo molti beni che prima venivano acquistati, i bilancisti spendono meno: è stato calcolato che il loro reddito disponibile subisce un aumento che va dal 10% al 25%.bilanci3

Tale aumento dà accesso a una risorsa che per molte delle famiglie italiane è sconosciuta: il tempo. I bilancisti hanno più tempo – e, come abbiamo visto poco fa, anche più soldi! – per fare ciò che amano, per dedicarsi alle proprie passioni. Confrontando i loro dati con quelli dei cittadini normali, si può notare che il 42% di chi ha aderito a Bilanci di Giustizia lavora meno di 30 ore settimanali, mentre a livello nazionale solo il 25% della popolazione ha questo “privilegio”.

Meno lavoro, più denaro, più tempo libero quindi. Ma anche minore impatto ambientale e maggior giustizia sociale. Autoproducendo, consumando meno energia, acquistando prodotti etici e sostenibili, i bilancisti riducono sensibilmente la loro impronta ecologica. Questo dato evidenzia come i Bilanci di Giustizia non siano un escamotage per avere più soldi a disposizione, quanto piuttosto una modalità per vivere in maniera più consapevole che ha anche ricadute economiche positive. Partendo dall’idea di giustizia e di sobrietà, la scoperta positiva è stata che tutto questo si coniugava con maggior benessere, migliori relazioni e quindi una vita più felice.

È questo il risultato più importante che ottengono le famiglie bilanciste. E questa esperienza è così straordinaria nella sua semplicità e nel fatto che porta vantaggi per tutti – per l’individuo, per la comunità, per l’ambiente – che sono diversi i casi in cui le istituzioni si sono mosse per studiarne i meccanismi, dall’Istituto Wuppertal – che ha indagato sulla correlazione fra qualità della vita, giustizia ed etica –, all’Istat, il cui ex presidente Enrico Giovannini ha dichiarato, riferendosi ai Bilanci di Giustizia, che “partire dalle nostre scelte quotidiane di consumo e di allocazione del tempo di cui disponiamo è un modo per contribuire al cambiamento delle nostre società”.bilanci2

Ma non si tratta di un sovvertimento epocale, di un cambio drastico. È una rivoluzione silenziosa, che inizia dalla vita di tutti i giorni. I bilancisti non sono dei “disadattati” che fanno scelte estreme, poiché uno dei segreti di questo modello è che si adatta perfettamente alle condizioni sociali ed economiche in cui viene applicato. In poche parole: possono farlo tutti, dovunque. È una scelta spontanea e condivisa, prima di tutto con la propria famiglia – da questo punto di vista è molto interessante Fuori Rotta, il programma per far sperimentare la vita da bilancista anche ai ragazzi, che crescono così in maniera consapevole e informata. Come detto all’inizio, parte tutto da una domanda e dalla consapevolezza che è necessario uscire dal paradigma economico del capitalismo e del consumismo. I Bilanci di Giustizia dimostrano che questo si può fare nella vita quotidiana: si comincia con piccoli passi e, a un certo punto, ci si rende conto di essersi liberati da una vera e propria schiavitù.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/01/bilanci-di-giustizia-diventare-famiglia-sostenibile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

La filiera corta che combatte lo spreco di cibo

Consumo critico, prodotti biologici e a filiera corta, lotta allo spreco di cibo. Protagonista della storia di oggi è la bottega Poco di Buono di Rimini che affianca e sostiene le attività del Gruppo d’Acquisto Solidale RIGAS e segue il progetto SprecoZero, nato per evitare lo spreco di frutta e verdura della Grande Distribuzione Organizzata. Siamo all’interno della bottega Poco di Buono. “Ci siamo trasferiti da pochissimo in questo nuovo capannone”, ci racconta Alessandra Carlini, membro del consiglio di amministrazione della società. Prima erano una cooperativa. “Era stato tale il consenso e il successo di questa iniziativa che abbiamo ritenuto necessario offrire spazi più ampi e maggiori possibilità a tutto il pubblico”. Ecco spiegato il motivo del trasferimento.

La cooperativa Poco di Buono era nata alla fine del 2009, dietro la necessità di offrire una casa al Gruppo di Acquisto Solidale Rigas. Aveva avuto una crescita tale che non era più possibile gestirlo attraverso l’associazione. “Così, ci si è inventato un metodo per gestirlo”.

Negli anni le richieste e il valore dell’attività sono aumentate molto, tanto da crearne una società. Essa gestisce la bottega, affianca il GAS nella distribuzione, segue il progetto SprecoZero e nel breve periodo spera di implementare la sua offerta con una cucina che proporrà prodotti di gastronomia, panetteria e formaggi . “Questo luogo è divenuto un’agorà!”, ci dice con soddisfazione Alessandra. Parallelamente alla nascita della bottega è nato anche il progetto SprecoZero. “Si è sentita la necessità di evitare lo spreco di frutta e verdura che venivano mandati al macero perché ritenuti troppo brutti per essere messi in vendita dalla Grande Distribuzione Organizzata. Intercettiamo questi carichi e li portiamo qui, operiamo una seconda scelta e quello che viene salvato viene rimesso in vendita con delle cassette miste a prezzi popolari. Una buona parte viene donata alle associazioni che si occupano di migranti o persone in difficoltà”. “Negli anni – ci dice con orgoglio – abbiamo fatto germogliare la consapevolezza che, oltre all’attenzione per il territorio, per la giustizia sociale e per l’ambiente, sia necessaria una maggiore attenzione allo spreco di cibo”.sprecozero2

La bottega si trova in una zona non facilmente raggiungibile, ma con un grande parcheggio. “Non ci passa per caso, chi viene qui è perché ha scelto di venirci”. Ad oggi lavorano in Poco di Buono cinque dipendenti a tempo pieno e una contabile a metà tempo. Pensano di ingrandirsi, in quanto è una realtà in crescita. I consiglieri hanno scelto di farlo in maniera volontaria. “Pensavamo che la mutualità, il nostro offrire questo servizio alla comunità, fosse un valore aggiunto all’eticità dell’impresa”.La grande scommessa nata con la nascita della Poco Di Buono è stata quella di creare un’impresa etica, “in cui il profitto non è l’obiettivo principale ma accessorio. Lo scopo principale è quello di promuovere un commercio giusto”.  Veniamo così a parlare del suo territorio, la Romagna. “Mi piace pensare sia terra di sperimentazione, un grande laboratorio culturale. Anche per questo motivo i GAS hanno preso piede così facilmente. La romagnolità penso sia un concetto che andrebbe studiato”. Una nuova cultura che ha coinvolto anche i nuovi agricoltori: “sono persone molto preparate e consapevoli di quello che stanno facendo”. In questo modo riescono a gestire al meglio l’agricoltura biologica, che richiede sforzo e attenzione. “Hanno dovuto recuperare una sapienza che era stata interrotta, non essendo figli di contadini. Uno sforzo notevole che ha migliorato tutto il territorio”.sprecozero1

Una tradizione contadina che venne surclassata dal turismo tempo fa, ma che ora sta tornando in auge. “Si è capito che il modello turistico proposto è giunto al capolinea, ed è quindi necessario pensare ad una economia che si fondi sul rispetto delle tradizioni, sul valore dei prodotti proposti e meno sul consumismo”. Le chiediamo qual è l’interazione tra il GAS e la bottega Poco di Buono. “Sono due realtà differenti che solo apparentemente vanno in conflitto. E’ un sistema che funziona grazie alle sue due anime: il volontariato per una richiesta più associativa e comunitaria e la bottega, che va a soddisfare richieste di un pubblico differente”.  Inoltre, continua così Alessandra, “il socio del GAS si suppone sia una persona particolarmente motivata. Aprire la bottega, invece, è stata anche una sfida per coinvolgere persone distanti a queste tematiche”.  Ed è così che Stefano ci racconta la sua esperienza all’interno di Rigas di Rimini. “Ho conosciuto il Rigas nel 2008, attraverso degli amici che mi hanno parlato di questo nuovo metodo di fare spesa. Mi sono avvicinato grazie a loro e grazie alla presenza del sito internet che dava molte informazioni”. Da lì il passo che lo ha portato a diventarne il rappresentante è stato molto rapido. “Credo molto in quello che facciamo, ritengo che questo sia un nuovo metodo di fare economia in grado di incentivare le piccole e medie realtà, generando tra i partecipanti un rapporto solidale”.  Sono molti i GAS presenti in Emilia Romagna. Non a caso nascono in Italia a Fidenza, in provincia di Parma, nel 1994. E’ nato anche un gruppo di coordinamento dei GAS a livello regionale per collaborare, scambiarsi comunicazioni e informazioni.sprecozero4

Alcuni estremi sul funzionamento e i numeri del movimento: è attivo sempre, escluse le canoniche pause di metà agosto e del nuovo anno. Due possibilità di ritirare i prodotti ogni settimana, il mercoledì e il sabato. Ad oggi vi partecipano 350 soci. Anni fa sono arrivati a 1000 soci, quando ancora il Rigas conteneva i gruppi limitrofi, che poi si sono resi indipendenti (Bellaria, Riccione, Santarcangelo di Romagna etc…). Per Stefano si sta diffondendo in Romagna la “coscienza di fondo che mangiare un prodotto biologico è meglio che quello tradizionale, le persone preferiscono comprare meno prodotti ma di qualità, che facciano bene alla propria salute”.

Nei suoi occhi traspaiono la convinzione e la felicità di questa scelta. “Credo che per il bene e la felicità di ogni persona sia giusto curare l’alimentazione. Siamo ciò che mangiamo. Vorrei che questa mia positività si diffondesse nel territorio. Lo faccio perché un po’ di follia ci vuole!”.

Sul perché in Romagna si siano diffusi così tanto i GAS, Stefano non ha dubbi: “è una terra fertile, sempre pronta alla sperimentazione e all’innovazione. La gente che ci abita è volenterosa di scoprire novità alla ricerca del benessere”.

Sulla sua regione ci dice che “la Romagna sta cercando di portare un cambiamento positivo per tutti i cittadini in molti settori: l’energia, l’alimentazione, la cultura. Romagna che cambia vuole portarti a questo: essere felice”. Osservando il volto di Stefano e degli altri volontari del Riminigas ne siamo ancora più convinti.

 

Intervista: Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti
Riprese: Paolo Cignini
Montaggio: Roberto Vietti

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-154-filiera-corta-combatte-spreco-cibo/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni