Italia prima al mondo per uso dell’energia solare, copre l’8% del fabbisogno

Lo rivela un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), organizzazione intergovernativa dell’Ocse che raccoglie 29 fra i paesi più industrializzati al mondo. Seguono in classifica la Grecia con il 7,4% e la Germania con il 7,1% 

(ansa ambiente)fotovoltaico

L’Italia è il paese al mondo che utilizza di più l’energia solare: l’8% dei suoi consumi energetici è coperto dal fotovoltaico. Seguono in classifica la Grecia con il 7,4% e la Germania con il 7,1%. Lo rivela un rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), organizzazione intergovernativa dell’Ocse che raccoglie 29 fra i paesi più industrializzati al mondo. Il rapporto “Snapshot of Global PV Markets” spiega che la capacità produttiva mondiale del fotovoltaico nel 2015 è cresciuta di 50 GW (gigawatt), arrivando ad almeno 227 GW. La crescita maggiore è stata inCina, con 15,3 gigawatt in più nel 2015, seguita da Giappone (11 GW), Usa (7 GW), Ue (7 GW) e India (2 GW). La regione Asia-Pacifico rappresenta da sola il 59% del mercato globale dell’energia solare. Dopo Italia, Grecia e Germania, i paesi che utilizzano di più il fotovoltaico sono il Belgio e il Giappone(intorno al 4%), poi la Bulgaria, la Repubblica ceca e l’Australia (intorno al 3,5%). La Cina è solo 21/a, con solo l’1% del suo fabbisogno coperto dal sole. Peggio ancora gli Usa, al 25% posto con meno dell’1%.

Fonte: ecodallecitta.it

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Pellet, l’Iva al 22 per cento dà una mano al metano

Il pellet è diventato più caro: l’Iva che fino al 19 dicembre era al 10 per cento, su questo prodotto derivato dal riciclo della segatura, è passata al 22 per cento rendendolo di fatto meno conveniente rispetto al metano ma ancora competitivo per chi usa il GPL o il cherosene. Dal 1° gennaio 2015 è entrato in vigore, tra i provvedimenti inclusi nel maxiemendamento alla legge di Stabilità 2015 approvato dal Senato lo scorso 19 dicembre, l’incremento dell’Iva sul pellet che passa dal 10 per cento al 22 per cento. Proviamo a capire la portata di questo intervento del governo che non è piaciuto ai consumatori e né alle associazioni di categoria. La maggior parte della produzione di pellet la troviamo nel nostro Nord Est, sopratutto in Friuli Venezia Giulia e veneto. Spiega spiega Paolo Perini, portavoce nazionale del gruppo produttori e distributori pellet certificato EnPlus che in Friuli Venezia Giulia: Il pellet non significa solo combustibile, ma produzione di caldaie e stufe di alta qualità e design apprezzato nel mondo. Il tutto di traduce in migliaia di posti di lavoro che ora, in una situazione economica già difficile, con l’aumento dell’Iva di ben 12 punti percentuali inevitabilmente avrà ripercussioni anche sulla produzione.

Consideriamo che nel nostro Paese consumiamo oltre il 40 per cento di energia per l’energia termica. L’Istat, ci dice nel suo rapporto I consumi energetici delle famiglie con riferimento al 2013 che si spende di più per i consumi energetici al Nord; che in media la spesa annua è di 1635 euro per famiglia e che il metano è utilizzato dal 70 per cento delle famiglie. Per quanto riguarda la legna, ne fa uso una famiglia su cinque, per un consumo annuo medio pari a 3,2 tonnellate, mentre il 4,1 per cento delle famiglie usa i pellets più adottati nei comuni montani in Umbria e Trentino Alto Adige. Il pellet è usato in quelle zone non metanizzate e nonostante l’aumento dell’Iva risulta conveniente se confrontato a altri carburanti quali il gasolio o il GPL. Rispetto al metano, però, perde il confronto a causa dell’aumento dell’Iva e diviene così più caro. Una buona soluzione per far si che il pellet resti conveniente consiste nell’acquistarlo in grandi quantità in primavera quando il prezzo cala in maniera consistente. E’ necessario poi conservarlo in un luogo asciutto.pellet-620x350

Fonte:  Messaggero Veneto

© Foto Getty Images

Consumi energetici domestici, Gaetano Fasano (ENEA): «In aumento sia quelli di elettricità che di gas. Ecco perché»

L’esperto dell’Enea conferma l’ipotesi di Eco dalle Città. Nonostante la crisi e le campagne per l’efficienza energetica i consumi delle abitazioni non calano.380844

Le stime più recenti in materia di consumi energetici del settore domiciliare fotografano una situazione di stallo, se non di lieve crescita, nonostante gli effetti della crisi economica e le politiche di incentivazione dell’efficienza energetica. L’architetto Gaetano Fasano dell’ENEA, interpellato da Eco dalle Città, conferma il trend e offre alcune possibili spiegazioni.

È corretto dire che, nonostante la crisi e il successo delle detrazioni fiscali, i consumi complessivi (gas in primis) del settore domiciliare non stiano calando?

Per quello che risulta ad ENEA, dagli studi del settore, i consumi nel civile registrano un trend di crescita sia nei consumi di gas che nei consumi elettrici.

E come si spiega un fenomeno di questo tipo?

Prima di tutto, al fatto che vengono installati impianti di condizionamento invernale ove prima non erano presenti. Più in concreto, nel tempo sono stati sostituiti apparecchi puntuali (stufe, scaldatori ecc) che scaldavano solo alcuni ambienti con impianti che servono l’intera unità immobiliare, e questo è un fattore importante. Inoltre, mediamente si costruiscono 150.000 alloggi per anno nel residenziale e 200 nuovi edifici nel non residenziale, che pur rispettando il quadro normativo (che impone degli standard minimi di efficienza energetica, ndr) fanno comunque innalzare i consumi.
Leggi anche: Consumi energetici domestici, Karl-Ludwig Schibel (Alleanza per il Clima): «Non calano. La gente ha paura di investire»

Questo per quanto riguarda il riscaldamento. E l’elettricità?

Per i consumi elettrici c’è una sempre più forte penetrazione nelle case di apparecchi o impianti di raffrescamento, oltre a un utilizzo sempre più diffuso di apparecchi “bruni” (apparecchiature elettroniche, ndr) alimentati a loro volta dall’elettricità, il che comporta un aumento complessivo dei consumi.

Intanto, invece, i consumi del settore industriale calano vertiginosamente…

Per quanto riguarda il settore industriale va tenuto presente che, oltre la chiusura di molte realtà produttive dovute alla crisi economica, sono in forte calo i consumi di beni e di conseguenza assistiamo a una minore produzione e quello che ne consegue. Inoltre questo settore per diversi motivi è molto indirizzato a promuovere interventi di efficienza energetica, il che concorre ulteriormente alla riduzione dei consumi.

Fonte: ecodallecitta.it

Consumi energetici in calo: colpa della crisi o merito dell’efficienza?

Negli ultimi anni, il settore industriale ha ridotto i consumi energetici molto più del comparto civile: segno che in Italia è la crisi il vero “motore” dell’efficienza energetica? Un’analisi dei dati disponibili380650

Un quantitativo di energia primaria pari a circa 1.200 Gwh (Gigawattora), corrispondenti a 268.000 tonnellate di CO2 non emesse in atmosfera. A tanto ammontano, secondo i dati Enea, i benefici in termini di risparmio energetico ottenuti in Italia nel 2012 (l’ultimo anno per cui sono disponibili le stime ufficiali, ndr) grazie agli interventi di efficientamento sugli immobili incentivati col meccanismo della detrazione fiscale del 55% (attualmente l’aliquota è fissata al 65%, ndr).
Cifre significative, ma inferiori ai valori record raggiunti nel 2010, quando il risparmio energetico annuo era stato superiore del 35%, con 2.032 Gwh/anno di energia “salvata”. Per il 95%, gli interventi di incremento dell’efficienza hanno riguardato persone fisiche, e per il 64% si è trattato di operazioni di sostituzione degli infissi (168.000 interventi sul totale delle pratiche). Seguono l’ammodernamento dell’impianto di riscaldamento (25%) e l’installazione di pannelli solari termici per la produzione di acqua calda (9% del totale). Per il 70%, inoltre, le azioni di riqualificazione energetica incentivati nel 2012 hanno riguardato immobili riscaldati con impianti a metano (seguono le biomasse al 13% e l’elettricità al 7%). Il 22% degli interventi complessivi, infine, è stato realizzato sul territorio della sola regione Lombardia, mentre un altro 38% ha riguardato Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna. Il Piemonte, in particolare, detiene per il 2012 il record di energia risparmiata pro capite, con 49 Gwh/anno per abitante.

Leggi tutti i dati nel Rapporto Enea 2012 sulla detrazione fiscale del 55%

Più in generale, al di là degli interventi sull’edilizia incentivati col 55%, nel 2012 l’Enea ha certificato per l’Italia risparmi energetici complessivi pari a oltre 73.000 GWh, quasi il 30% in più rispetto al 2011. Un calo dei consumi che, però, ha interessato soprattutto i settori trasporti e industria (vedi oltre per ulteriori dettagli) più che il civile, che anzi ha visto crescere il suo peso percentuale sui consumi nazionali dal 34,5% del 2011 al 36,7% dell’anno successivo (anche se, ampliando l’analisi al periodo 1990-2011, il residenziale è il settore che ha conseguito i progressi più regolari, mentre l’industria ha avuto significativi miglioramenti di efficienza solo a partire dal 2005).

Scarica il Rapporto 2012 sull’efficienza energetica dell’Enea

Per lo meno negli ultimissimi anni, dunque, nonostante i buoni risultati delle detrazioni sull’efficienza in edilizia, il calo complessivo dei consumi dipende forse più dalla crisi delle industrie che dalla maggiore attenzione degli italiani. Qual è dunque il peso effettivo delle buone pratiche in tema di efficienza sul bilancio energetico complessivo dell’Italia? Sono gli atteggiamenti virtuosi dei cittadini, in aumento negli ultimi anni, a incidere davvero sul calo dei consumi, o è piuttosto la crisi economica ad aver condotto forzatamente il nostro paese a una progressiva riduzione del fabbisogno energetico nazionale?  Proviamo a ragionare sulle cifre disponibili. Sempre nel 2012, secondo i Dati provvisori di esercizio elaborati da Terna, in Italia la richiesta complessiva di energia elettrica ha raggiunto i 325.300 Gwh, in diminuzione del 2,8% rispetto al 2011, nonostante un giorno lavorativo in più (il 2012 è stato un anno bisestile, ndr). Particolarmente significativo, nel quadro generale del crollo dei consumi, sembrerebbe il peso della crisi sofferta dai principali settori industriali. Tra il 2011 e il 2012, infatti, i consumi elettrici dell’industria sono calati del 6,6%, mentre il comparto domestico ha visto una riduzione di appena l’1% (in aumento, invece, i dati di terziario e agricoltura). Risultano in calo, in dettaglio, i consumi di tutti i principali settori industriali (dal siderurgico all’alimentare, dalla produzione di elettricità alle costruzioni), ad eccezione dell’estrazione di combustibili e del comparto acquedotti.

Consulta i Dati Terna relativi ai consumi elettrici del 2012

Un dato, quello del ruolo preponderante della crisi industriale nel crollo dei consumi nazionali, confermato anche dal Ministero dello Sviluppo Economico che, nel Bilancio energetico nazionale 2012 (l’ultimo di cui è stata pubblicata la versione definitiva, ndr), certifica un calo annuo dei consumi totali di energia del 3,5%, con trasporti e industria ai primi due posti tra i settori che fanno registrare una contrazione (rispettivamente con il -9,2% e -7,6% rispetto all’anno precedente). Secondo le stime del MISE, invece, il fabbisogno energetico del comparto civile (che a differenza dei dati Terna include anche il gas naturale e altri combustibili) risulta addirittura in aumento dello 0,9% annuo, nonostante i risultati della detrazione fiscale del 55% registrati dall’Enea e il calo del fabbisogno elettrico contabilizzato da Terna.

Scarica il Bilancio energetico nazionale 2012 del MISE

Un trend che sembrerebbe essere confermato dalle prime cifre, ancora provvisorie, relative al 2013, che fotografano di nuovo una maggiore contrazione per il settore industriale a fronte del comparto domestico. Sul calo dei consumi, insomma, almeno da un paio di anni a questa parte sembrerebbe avere inciso più la crisi economica, che colpisce in modo particolare l’industria, che le buone pratiche domestiche “pro efficienza” o, in particolare, gli interventi di ristrutturazione edilizia a fini energetici realizzati da privati cittadini (che pure hanno mostrato, fin dalla loro introduzione nel 2007, potenzialità molto importanti). È d’altra parte la stessa Enea, nel suo “Rapporto 2012 sull’efficienza energetica”, ad auspicare, pur sottolineando i buoni risultati già raggiunti dall’Italia, una più incisiva «azione di sensibilizzazione sui temi del risparmio e dell’efficienza energetica attraverso la quale programmare percorsi informativi ed educativi mirati. È infatti questa la chiave per raggiungere ulteriori e più ambiziosi risultati: soltanto una domanda sempre più consapevole e competente potrà essere in grado di stimolare un’offerta sempre più innovativa».

Va detto, in ogni caso, che l’intera Unione Europea è piuttosto in ritardo sul suo obiettivo complessivo in termini di aumento dell’efficienza energetica (l’unico non vincolante del “Pacchetto clima 20-20-20”, ndr), e che anche il monitoraggio puntuale e dettagliato dei progressi effettuati dai singoli stati – con il confronto tra le diverse voci e il contributo dei vari comparti al target di risparmio – risulta tuttora difficile, se paragonato ad esempio con la contabilizzazione della produzione di energia da fonti rinnovabili. Una “ingiustizia” a cui potrebbe porre definitivamente rimedio il nuovo pacchetto di impegni climatici UE al 2030, che dovrà essere approvato dall’Unione nei prossimi mesi.

(Photo ©Eco dalle Città)

Fonte: ecodallecitta.it

Patto dei Sindaci: PAES collettivo per 12 piccoli comuni del Veneto

Le 12 amministrazioni hanno aderito al Patto dei Sindaci, elaborando il primo PAES d’area del Veneto. Promosso dall’IPA, sostenuto dalla Camera di Commercio e realizzato con il Consorzio per lo Sviluppo della Bioedilizia, il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile programma gli interventi di efficientamento energetico dell’intero territorio377902

Porta la firma di 12 sindaci della Pedemontana del Grappa l’importante convenzione che segna l’avvio del primo PAES territoriale del Veneto. Firmando insieme il Patto dei Sindaci, le amministrazioni si sono impegnate a realizzare il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile in forma aggregata, segnando un’innovazione di sistema che coinvolge Borso del Grappa, Castelcucco, Cavaso del Tomba, Crespano del Grappa, Fonte, Maser, Monfumo, Mussolente, Paderno del Grappa, Pederobba, Possagno e San Zenone degli Ezzelini, in qualità di capofila. I primi cittadini hanno scelto di superare i confini comunali e pianificare in modo condiviso gli interventi destinati all’efficientamento energetico e alla lotta ai cambiamenti climatici. Per realizzare il PAES d’area sarà effettuata una mappatura delle emissioni di CO2 e dei consumi energetici utile a definire e programmare gli interventi relativi alla gestione delle fonti energetiche, ma anche all’edilizia, alla mobilità, alla pianificazione urbana, alle tecnologie di informazione e comunicazione, agli appalti pubblici. L’obiettivo finale è molto concreto: con il Patto dei Sindaci, stipulato direttamente con l’Europa, i primi cittadini si impegnano a ridurre le emissioni e i consumi energetici, ad aumentare l’uso delle rinnovabili di oltre il 20% entro il 2020.
Nonostante l’ampio spettro di soggetti coinvolti e la novità della proposta, l’intesa è stata raggiunta in pochi mesi, a seguito di un proficuo confronto tra i sindaci che hanno deciso di aprirsi a questa sfida. A promuovere l’aggregazione, l’Intesa Programmatica d’area della Pedemontana del Grappa e dell’Asolano, ente di concertazione e programmazione dello sviluppo territoriale, di cui tutti i Comuni fanno parte. Fra le novità della visione di sviluppo indicata dal PAES, anche la partecipazione attiva dei privati. “Le scelte strategiche per lo sviluppo del territorio non possono che essere definite su orizzonti condivisi e in piena collaborazione con i privati, imprese e cittadini – dichiara Italo Bosa, presidente del Tavolo di Coordinamento dell’IPA – Questo percorso ha l’obiettivo di coordinare la programmazione degli interventi, facilitare l’acquisizione dei finanziamenti per la loro realizzazione e incidere direttamente sulla gestione efficiente delle risorse”.  L’IPA ha investito 10.000 euro per la realizzazione del PAES e la Camera di Commercio ha garantito un contributo di ulteriori 10.000 euro, a sostegno di tutte le amministrazioni comunali che partecipano direttamente in quota parte. Il budget complessivo del Piano, quasi 90.000 euro, è destinato alla rilevazione dei consumi energetici e delle emissioni di CO2 nel territorio, alla gestione del percorso di partecipazione con stakeholder e cittadini per la concertazione delle priorità su cui agire, fino alla definizione del piano di interventi e all’attività di accompagnamento delle amministrazioni per la verifica di accessibilità ai fondi europei. San Zenone degli Ezzelini è il comune capofila e a nome di tutti, il sindaco Luigi Mazzaro ribadisce la scelta improrogabile dell’aggregazione. “L’area dei 12 comuni che rappresentiamo ospita oltre 55.000 abitanti ed un sistema produttivo importante. Ai cittadini e alle imprese dobbiamo garantire risposte qualificate. Le ricadute del PAES saranno significative e di lungo raggio: da qui al 2020 il piano è destinato a mobilitare investimenti pubblici e privati nel territorio”. “Si tratta di un’iniziativa – spiega il presidente della Camera di Commercio di Treviso Nicola Tognana – che deve rappresentare un modello anche per altre realtà del nostro territorio e non solo: un’esperienza che ci insegna a “fare sistema”. Unire insieme le forze e le energie di diversi enti pubblici, ma anche del tessuto imprenditoriale e sociale, è la strada maestra per uscire dalla crisi”. Il Consorzio per lo Sviluppo della Bioedilizia è il partner tecnico del Piano, mentre la Regione Veneto è stata identificata come ente di supporto nei rapporti con l’Europa. “L’adesione al Patto dei Sindaci mette il territorio nelle condizioni di accedere ai fondi che incentivano un percorso di efficientamento oramai obbligato – afferma Michele Noal, presidente del Consorzio – da sempre ci impegniamo perché questo processo di innovazione sia una occasione di lavoro e di crescita di competenze per le nostre aziende.”  Il coinvolgimento dei cittadini, delle imprese e delle categorie economiche e sociali verrà realizzato attraverso un percorso partecipativo che prevede incontri di informazione e sensibilizzazione, per arrivare alla definizione condivisa delle scelte strategiche da adottare e quindi degli interventi da inserire nel Piano. Con il PAES d’area realizzato dai 12 comuni, che verrà integrato con quello già adottato dal Comune di Asolo, si consolida il percorso di innovazione del sistema produttivo e sociale dell’area, già imboccato dai sindaci dell’IPA, nella comune convinzione che la sfida dello sviluppo sostenibile possa essere affrontata solo accettando di superare la logica dei campanili.

Fonte: ecodallecittà

Patto dei Sindaci contro la CO2: l’adesione più alta è fra i comuni italiani

Oltre la metà delle cinquemila che aderiscono al Patto dei sindaci contro la CO2 sono italiane: il Joint Research Centre della Commissione europea fa il punto a cinque anni dal via dell’iniziativa, nata per andare oltre l’obiettivo di riduzione del 20% della CO2 previsto per il 2020375487

Città italiane leader in Europa nella lotta contro la CO2. Sicuramente sulla carta: costituiscono oltre la metà delle cinquemila che aderiscono al Patto dei sindaci, l’iniziativa partita in Europa nel 2008 con l’impegno di andare oltre l’obiettivo di riduzione del 20% della CO2 per il 2020 fissato dall’Ue e che si sta allargando anche all’Europa orientale, Sud del Mediterraneo, fino alla Nuova Zelanda. Dopo le italiane, un quarto delle città in campo contro i gas serra si trovano in Spagna (1.323), seguite con grande distacco dalla Francia (151). A fare un primo bilancio del Patto è il Joint Research Centre, il servizio scientifico interno della Commissione europea. Secondo i dati di marzo, sono 160,49 i milioni di europei che potranno beneficiare della messa a punto di misure salva-clima, da trasporti più sostenibili ad un maggiore uso di energia verde, fino ad edifici più efficienti nei consumi energetici. Una cifra che sale a 187,56 milioni considerando anche le città aderenti in Paesi extra Ue, come Buenos Aires e Kiev. Il 27% della popolazione coperta dal Patto dei sindaci vive nelle città superiori al milione di residenti. Le grandi capitali europee hanno tutte risposto all’appello, partendo da Londra, Berlino e Madrid, seguite da Roma, Parigi e Budapest, oltre a Milano e Napoli. Più del 30% della popolazione coinvolta vive invece in centri urbani fra i 100mila e 500mila abitanti, come Parma, che vuole creare un parco agricolo attorno alla città e un nuovo meccanismo di finanziamento per riqualificare energeticamente i condomini attraverso politiche urbanistiche virtuose, come spiega Michele Alinovi, assessore all’energia e urbanistica. Un altro 16% abita in piccoli centri sotto i 50mila abitanti, come Mantova. “Il problema in Italia sono i finanziamenti – afferma Mariella Maffini, assessore all’ambiente di Mantova – e noi speriamo di avere accesso ai fondi europei e della regione Lombardia. Intanto ad esempio puntiamo sull’illuminazione pubblica con i led”. “Considerando i piani d’azione delle città convalidati fino a marzo (1.100) dal Patto dei sindaci – spiega Alessandro Cerutti del Jrc – per il 2020 si stima un taglio a livello internazionale di circa 100 milioni di tonnellate di CO2, ma facendo una proiezione delle ricadute dell’intero progetto, si parla di una riduzione nel 2020 di circa 420 milioni di tonnellate di CO2, con un risparmio energetico medio pro capite di 1,17 MW/h”. Per l’Italia, al top delle adesioni, la ricaduta delle iniziative del Patto dei sindaci ha un peso in termini di riduzione di CO2 a livello nazionale: secondo i calcoli del Jrc, le emissioni conteggiate nei piani d’azione proposti dai sindaci, sommate alle proiezioni sulla base dei firmatari che non hanno ancora sottoposto il piano, secondo Cerutti “vanno a coprire quasi il totale delle quote di emissioni nazionali nei settori interessati”, come edifici, trasporti urbani, produzione di energia locale (incluse biomasse, biocarburanti, solare, geotermico).

Fonte: eco dalle città

Energie rinnovabili: nel 2011 il 13% dei consumi dell’Unione Europea è stato da fonti pulite

Nel Nord Europa gli Stati membri maggiormente virtuosi. A Malta soltanto lo 0,4% dei consumi da fonti rinnovabilirinnovabili-586x1083

Oggi, vi proponiamo un’elaborazione di Centimetri sulla base dei dati di consumo di Eurostat relativi al 2011. Anche in questo caso il dato complessivo fa registrare un trend di crescita sensibile e in linea con l’obiettivo di raggiungimento del 20% nel 2020. Nel 2011 il 13% dei consumi energetici dell’UE è stato coperto dalle fonti rinnovabili, una crescita sensibile rispetto al 7,9% del 2004. In Italia, nello stesso periodo, si è passati dal 4,9% al’11,5% e le proiezioni per il 2020 (quando l’Europa dovrebbe assestarsi sul 20%) sono del 17%. Gli squilibri fra gli Stati membri dell’UE sono enormi: se Norvegia e Svezia hanno fatto registrare, rispettivamente, 64,7% e 46,8%, le maglie nere sono rappresentate da Malta (0,4%), Lussemburgo (2,9%), Gran Bretagna (3,8%), Belgio (4,1%) e Olanda (4,3%). Nei sette anni presi in esame (2004-2001) dall’indagine Eurostat l’aumento più sensibile è avvenuto in Svezia (dal 38,3% al 46,8%), Danimarca (dal 14,9% al 23,1%) e Austria (dal 22,8% al 30,9%). Grandi progressi hanno fatto registrare la Germania passata dal 4,8% al 12,3% e l’Estonia cresciuta dal 18,4% al 25,9%. La Croazia, 28esimo Stato membro, due anni fa ha consumato un 15,7% di energie da fonti rinnovabili, percentuale che ipoteca il raggiungimento dell’obiettivo comunitario del 20% fissato per il 2020. Fra i paesi del Mediterraneo spicca il 24,9% del Portogallo, l’unico Paese del sud in grado di competere con le nazioni del nord Europa.

Fonte:  Centimetri

 

“L’Italia oltre la crisi”. Legambiente presenta il rapporto ‘Ambiente Italia’

Forti diseguaglianze generazionali e di genere, tasso di occupazione tra i più bassi in Europa, mobilità privata ai vertici, industria in crisi, dissesto idrogeologico senza freni, illegalità ambientale al top, concentrazione di polveri e metalli ancora elevati. In positivo aumentano le rinnovabili, si riduce la produzione di rifiuti e le emissioni inquinanti, e risultano in aumento anche le vendite di biciclette. È quanto emerge dal rapporto di Legambiente ‘Ambiente Italia 2013’.

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Le città soffocano per traffico e smog; la raccolta differenziata arranca in buona parte del Paese nonostante i 1300 comuni ricicloni e il calo nella produzione dei rifiuti (dovuto alle politiche locali oltre che alla crisi nonostante l’assenza delle politiche nazionali); il dissesto idrogeologico incombe sulla vita delle persone e l’economia del Belpaese; l’occupazione cala drammaticamente con il settore manifatturiero e industriale ridotto al lumicino; le ecomafie, intanto, in splendida forma, continuano a realizzare business milionari a scapito del territorio e dell’intera comunità, dove le diseguaglianze aumentano, con effetti particolarmente gravi nelle regioni del Sud. Che l’Italia stia attraversando un periodo di profonda crisi, è noto. Come è noto anche il fatto che i tagli e i sacrifici, spesso pesantissimi, imposti a tutti non siano riusciti a risolvere la situazione. L’Italia oltre la crisi, edizione 2013 del rapporto di Legambiente [1] realizzato in collaborazione con l’Istituto Ambiente Italia, presenta un’analisi degli ultimi dieci anni di “non governo” del territorio e delle politiche sociali attraverso una serie di indicatori sociali e ambientali e propone idee e proposte concrete per avviare una economia low carbon attenta alle persone e ai territori, perché uscire dalla crisi è possibile e alcuni segnali positivi di cambiamento stanno già emergendo. Ambiente Italia 2013 è stato presentato oggi a Roma in un convegno che ha visto la partecipazione di: Vittorio Cogliati Dezza, presidente Legambiente, Edoardo Zanchini, vice presidente Legambiente, Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia, e gli onorevoli Giulio Marcon e Gea Schirò (Camera dei Deputati). “Questa crisi è figlia di politiche scellerate che hanno considerato l’ambiente come un freno per lo sviluppo economico o un lusso da rinviare a tempi migliori – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Dalla crisi che sta attraversando il Paese invece si potrà uscire solo con idee differenti e con il coraggio di cambiare sul serio. Dobbiamo puntare a una alleanza tra lavoro e ambiente per cercare di rispondere adeguatamente alla drammatica situazione attuale per cui aumentano le diseguaglianze e la crisi climatica incombe. Oggi c’è una sola ricetta per uscire dalla crisi, ed è quella di una Green economy che incrocia le domande e i problemi dei territori, i ritardi del paese e le paure del futuro, le risorse e le vocazioni delle città e che vuole rimettere al centro la bellezza italiana”. “Forse addirittura più grave della crisi economica è la mancanza di idee per cambiare la situazione attuale, per restituire una speranza ai precari, ai giovani senza lavoro, a chi vive in città inquinate – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Non possiamo accontentarci di un dibattito politico senza sbocchi tra tagli alla spesa pubblica e agli investimenti e promesse su Imu, Iva e Irpef. Questa prospettiva condannerebbe l’Italia a altri dieci anni di declino, quando c’è invece bisogno di un cambiamento radicale.

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Servono risorse per la ricerca, la cultura, l’istruzione e per la messa in sicurezza del territorio in modo da dare all’Italia gli strumenti per uscire dalla crisi. Non è un sogno, ma una prospettiva lungimirante che passa per l’aumento della fiscalità sulle risorse energetiche, togliendo tutti i sussidi alle fonti fossili, in modo da ridurla sul lavoro, e per una tassazione finalmente adeguata e trasparente sulle risorse ambientali e i beni comuni (dal consumo di suolo ai materiali di cava, all’imbottigliamento di acque minerali alle spiagge), spingendo sul ripristino della legalità e fermando lo sperpero di denaro pubblico destinato a inutili e devastanti grandi opere”. “Misurata sugli 8 indicatori quantitativi dell’Agenda Europa 2020 – ha dichiarato Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia -, l’Italia mostra una forte debolezza rispetto a molte altre società europee soprattutto sul fronte dell’inclusione sociale e della costruzione di una “economia della conoscenza” fondata sull’innovazione tecnologica e scientifica. Ma anche una (inattesa) opportunità sotto il profilo ambientale. Noto – e peggiorato – risulta il gap con gli altri paesi nella spesa in ricerca e sviluppo e nella presenza di industrie e servizi ad alto contenuto tecnologico. Ed è preoccupante che questo avvenga anche nei settori dove oggi l’industria italiana è tra i leader europei: nelle energie rinnovabili (ha il 13% del fatturato europeo ma genera meno del 6% dei brevetti). Con una spesa per l’istruzione in declino, abbiamo solo il 20% dei giovani laureati e scontiamo un quasi drammatico “digital divide”, con solo il 66% degli adulti che utilizza internet (a fronte dell’82% dell’Europa e di quasi il 100% dei paesi nordici). D’altro canto va segnalato come il pilastro della sostenibilità ambientale abbia inevitabilmente “beneficiato” della recessione. Non solo perché sono diminuiti i consumi e quindi i prelievi e le emissioni ambientali. Ma, soprattutto, perché dentro la crisi si è talora avviato un cambiamento che se sostenuto da politiche intelligenti e adeguate potrebbe durare e divenire strutturale”. L’analisi dei parametri sociali rivela che l’Italia presenta forti diseguaglianze generazionali nell’accesso al lavoro, alla casa e ai sistemi di protezione sociale. Tra il 2008 e il 2011 il tasso di occupazione dei giovani è sceso dal 24% al 19%, un valore tra i più bassi in assoluto all’interno dell’Unione europea (la media è di oltre il 33%), con quattro regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia) che si collocano tra le regioni europee a più bassa occupazione giovanile. Il fenomeno che dovrebbe destare maggiore preoccupazione è l’alto livello di giovani che non lavorano né studiano né sono attivi disoccupati (i NEETs). In Italia, il loro livello, già elevato nel 2008 (16,6%), è esploso dopo la crisi raggiungendo il 20% nel 2011. Un valore ben superiore non solo alla media UE (13%), ma anche a quello del Portogallo (12%), della Grecia (17%) o della Spagna (18%). Si è quindi bloccata la mobilità sociale dell’Italia, già non particolarmente elevata.

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L’Italia, come e peggio di altri paesi mediterranei europei, mostra poi un forte gap tra uomini e donne nell’accesso al lavoro (il tasso di occupazione femminile è il 70% di quello maschile) e al reddito. Il reddito femminile è il 54% di quello maschile), sia nell’accesso alle responsabilità politiche e istituzionali e manageriali (dove le donne sono il 50% degli uomini). Particolarmente drammatica è la condizione di esclusione delle donne che si registra nelle regioni meridionali. Nel 2011, il più basso tasso di occupazione femminile in tutta l’Unione europea si registra in tre regioni italiane: Campania, Sicilia e Puglia. Puglia e Campania sono anche le regioni con il più ampio gap occupazionale tra uomini e donne. A livello di mobilità invece, la motorizzazione privata e le percorrenze in auto in Italia sono sempre tra le più alte d’Europa. Nonostante il declino delle nuove immatricolazioni, il tasso di motorizzazione continua a crescere e rimane ai vertici dell’Unione europea e del mondo. Nel 2011 siamo ormai sopra le 60 auto ogni 100 abitanti, rispetto alle 50 della Germania e alle 47 della media dell’Unione europea. Anche le percorrenze automobilistiche in Italia sono superiori alla media europea (il 22% in più) e a quelle della maggior parte degli altri paesi europei. Più rilevante, invece, è la differenza per il trasporto pubblico urbano, soprattutto nelle principali città, dove in altri paesi europei è più rilevante sia la quota di movimenti ciclabili sia quella con mezzi pubblici (in particolare tram e metropolitane). Nel 2011 inoltre, per la prima volta, le vendite di biciclette nuove hanno superato in Italia le immatricolazioni di nuove auto. Le nuove immatricolazioni sono passate dalle 42-43 auto ogni 1.000 abitanti degli inizi 2000 (a fronte di una media di 38 auto per 1.000 abitanti nell’area euro) al minimo di circa 29 auto ogni 1.000 abitanti raggiunto nel 2011. Le vendite di biciclette invece, storicamente pari a circa i 2/3 delle nuove auto, hanno subito un rallentamento meno vistoso e in quell’anno hanno uguagliato e superato quelle delle auto. Comunque le vendite di biciclette sono largamente inferiori alla media europea.

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Sul fronte energetico, nel 2012 è proseguita la discesa dei consumi energetici nazionali. La crisi economica e le condizioni meteorologiche sono importanti fattori della riduzione ma la riduzione è anche il segno dell’introduzione di misure di efficienza energetica che hanno portato i consumi a valori inferiori a quelli del 2000. Il petrolio resta ancora la principale fonte (37,5%), essenzialmente per gli usi come carburante. Il 35% dei consumi derivano dall’impiego di gas naturale mentre il 13,3% è dato dalle rinnovabili e il 9% dall’uso di carbone. Nel bilancio energetico nazionale cresce la produzione da fonti rinnovabili, quasi raddoppiata rispetto a 10 anni or sono. Nella produzione elettrica nazionale, al 2012 le fonti rinnovabili valgono per il 28% della produzione e sono ancora in rapidissima crescita la produzione eolica (+34%) e quella fotovoltaica (+72%). Nel 2011 le emissioni di CO2eq sono stimate a 490 milioni di tonnellate, circa il 5% in meno del livello 1990. Nel 2011 la produzione di energia ha rappresentato il 31% del totale delle emissioni climalteranti italiane, i trasporti il 27%, l’energia per usi civili il 20%, l’energia per l’industria il 14%, l’agricoltura il 7,8%, i processi industriali il 7,5% e, infine, i rifiuti il 4,2%. L’Italia rimane il quarto paese europeo per emissioni dopo Germania, Regno Unito e Francia. Le riduzioni più consistenti si registrano per quei composti di cui è stato eliminato o fortemente ridotto l’utilizzo (come il piombo o l’anidride solforosa) o per cui sono state imposte specifiche misure di controllo e depurazione. Di gran lunga meno efficaci i risultati sulle emissioni polveri sottili – particolarmente rilevanti sotto il profilo sanitario – che si sono ridotte su scala europea del 26% (del 17% in Italia) sul periodo 1990-2010, ma sono cresciute nel 2010 rispetto al 2009 (sia nella Ue sia in Italia). La riduzione delle emissioni di metalli pesanti, in alcuni casi altamente tossici e cancerogeni, è stata rilevante su scala europea, ma molto più bassa in Italia. Anche per gli inquinanti organici persistenti, come i PCB o le diossine, le riduzioni conseguite in Italia sono state meno ampie rispetto a quelle medie europee. Nel settore dei rifiuti, nel 2011 la produzione di quelli urbani ha subito una caduta, grazie ai primi risultati delle politiche degli enti locali ma anche per effetto della riduzione dei consumi, attestandosi (sulla base dei comuni capoluogo) a circa 31,5 milioni di tonnellate. Il pro capite scende a poco più di 510 kg/ab, il valore più basso dal 2000. Negli anni 2000-2009 in Italia la produzione dei rifiuti urbani aveva continuato a crescere con un tasso quasi doppio rispetto al Pil: +11% la produzione dei rifiuti, +5,2% il Pil. Prosegue invece, anche se senza grandi balzi in avanti, la percentuale delle raccolte differenziate stimata al 37% nel 2011, con un modesto incremento sul 2010. Permane ancora un grande scarto tra le regioni settentrionali – in gran parte oltre il 50% – e le regioni centro-meridionali con tassi di riciclo più modesti e nelle regioni meridionali generalmente inferiori al 20% (con la sola eccezione della Sardegna). La tassazione ambientale nel 2011 è stata pari a 43,9 miliardi di euro, composta per il 75% (33 miliardi di euro) da tasse energetiche, e in particolare dalle accise petrolifere, per il 23,5% da tasse automobilistiche (10,3 miliardi di euro) e per il resto (meno di 500 milioni di euro) da tributi di discarica e altre imposte. Le tasse ambientali sono oggi significativamente inferiori rispetto agli inizi degli anni 2000 (nel 2001 erano il 3% del Pil e il 10,5% del totale delle entrate). In tutta l’Unione europea, tra il 1995 e il 2010, l’Italia è il paese con la maggiore contrazione dell’incidenza delle tasse ambientali sul Pil e, assieme a Grecia e Portogallo, dell’incidenza sulle entrate tributarie.

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Il declino del Belpaese negli ultimi 10 anni è evidente in alcuni settori come l’industria, dove dai grandi poli chimici e manifatturieri del passato si è passati ad avere solo grandi aree inquinate da bonificare, zone depresse dal punto di vista occupazionale e nessuna prospettiva di sviluppo del settore. Gli effetti sono ora sotto gli occhi di tutti, da Taranto a Brindisi, da Porto Vesme in Sardegna a Piombino fino alla Ferriera di Servola a Trieste, dai poli chimici o petroliferi di Gela, Augusta-Priolo-Melilli fino a Porto Torres e Terni senza dimenticare la raffineria Api di Falconara e il petrolchimico di Porto Marghera. Tutti poli industriali realizzati durante il boom economico anche in luoghi pregiati che hanno sversato per anni grandi quantitativi di inquinanti nell’ambiente, colpendo duramente il territorio e le comunità, e che pur essendo inseriti sin dal 1998 nel Programma di Bonifica del Ministero dell’Ambiente, risultano ancora ben lontani dal risanamento. Eppure, far ripartire il settore in Italia è possibile, come dimostrano, per esempio, alcune esperienze innovative (dalla Archimede Solar Energy di Massa Martana alla 3Sun in Sicilia che fa pannelli fotovoltaici a film sottile, dalle nuove bioraffinerie a Porto Torres fino a quella di Crescentino). L’illegalità ambientale in questi ultimi 10 anni non è mai diminuita: le infrazioni accertate nel 2001 erano 31.201, oggi, nonostante l’accresciuta sensibilità e la diffusione delle informazioni sulla gravità del problema, sono 33.817. Le persone denunciate o arrestate erano 25.890 mentre oggi sono 28.274. Assai preoccupante, nello stesso periodo, l’aumento dei numeri relativi alle quattro regioni tradizionalmente a rischio (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) con le infrazioni che passano da 15.708 a 16.116; le persone denunciate o arrestate che passano da 9.794 a 12.824 e i sequestri che salgono da 3.919 a 4.395. Anche nel ciclo dei rifiuti le infrazioni sono aumentate, passando da 1.734 a 5.284 (da 687 a 2.039 nelle 4 regioni a rischio), così come per l’annoso problema (tutto italiano) dell’abusivismo edilizio che grazie ai reiterati annunci di condono edilizio e alla scarsa attuazione della politica degli abbattimenti, ha visto il fenomeno passare dalle 25 mila infrazioni del 2001 alle 27 mila attuali mentre il business totale delle ecomafie è aumentato dai 14,3 miliardi di euro del 2001 ai 16,6 miliardi di euro del 2011. In tema di dissesto idrogeologico, se fino al 2000 le alluvioni e le frane coinvolgevano mediamente 4 regioni ogni anno, negli ultimi dieci anni il numero di territori coinvolti è raddoppiato, passando a 8. Così come sono aumentati i fenomeni meteorici che prima risultavano eccezionali. Nel contempo però la prevenzione tarda ad arrivare. Negli ultimi 10 anni solo 2 miliardi di euro sono stati effettivamente erogati per attuare gli interventi previsti dai Piani di assetto idrogeologico redatti dalle Autorità di bacino (PAI), per uno stanziamento totale di 4,5 miliardi di euro. Decisamente troppo pochi se si considera quanto invece sono costati, in termini di danni, i dissesti che si sono verificati nel corso degli anni. Nell’ultimo ventennio i danni da frane ed alluvione corrispondono a circa 30 miliardi di euro (fonte Ispra) e solo negli ultimi tre anni lo Stato ha speso circa un milione di euro al giorno per coprire solo parte dei danni provocati su tutto il territorio.

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L’Italia oltre la crisi però guarda avanti e presenta una serie di idee e proposte per mettere in moto gli interventi indispensabili per cambiare il futuro.

1) Ridisegnare la fiscalità per spingere l’innovazione ambientale e creare lavoro. Fare delle emissioni di CO2 il criterio per ridefinire accise e Iva che gravano su impianti da fonti fossili, autoveicoli, prodotti e consumi. In questo modo si premia l’efficienza energetica e si spingono gli investimenti, generando nuove risorse da utilizzare per ridurre la tassazione sul lavoro; rivedere canoni e tasse sull’uso dei beni comuni, intervenendo sui regimi di tutela. Per uscire dallo scandalo della gestione di cave, sorgenti di acque minerali, discariche, spiagge. In modo da fermare gli abusi, ridurre gli impatti, premiare l’innovazione; recupero urbano invece del consumo di suolo. Per recuperare miliardi di Euro da utilizzare per interventi  di riqualificazione ambientale e edilizia.

2) Fermare le ecomafie. L’ecomafia è la zavorra che impedisce concretamente alla Green economy di esprimere tutte le sue potenzialità: ogni tonnellata di rifiuti sottratta alle filiere legali è una tonnellata in meno per la filiera del recupero, riuso e riciclo; ogni metro quadrato in più di cemento illegale è un metro quadrato in meno di territorio agricolo o protetto; ogni pala eolica costruita con i soldi o l’intermediazione della mafia è una pala in meno per le imprese pulite delle energie rinnovabili. Sanzioni penali adeguate, misure preventive e patrimoniali, obbligo di ripristino dello stato dei luoghi, ravvedimento operoso o, addirittura, non punibilità se l’artefice del danno all’ambiente si autodenuncia e poi bonifica l’area interessata: ecco quanto prevede la proposta di legge di Legambiente per l’inserimento dei delitti contro l’ambiente nel codice penale.

3) Rilanciare gli investimenti, per rimettere in modo il paese. Tornare a investire per rilanciare l’economia e creare lavoro fermando la politica di tagli trasversali e indiscriminati: le risorse per contrastare il dissesto idrogeologico, investire in ricerca e green economy, realizzare bonifiche partendo dai siti orfani, acquistare treni e autobus, si possono reperire cambiando le priorità di spesa e intervenendo con coraggio sulla spesa pubblica, dove vi sono enormi sperperi di risorse in mala gestione, grandi opere, sussidi alle fonti fossili, armamenti.

4) Premiare l’autoproduzione energetica da rinnovabili e la riqualificazione del patrimonio edilizio. La rivoluzione energetica è già in corso con una produzione arrivata al 28% dei consumi elettrici nel 2012, ma oggi si deve fare un passo avanti per aiutare famiglie e imprese premiando l’autoproduzione da fonti rinnovabili e la gestione di impianti efficienti e puliti attraverso smart grid private e facilitando lo scambio con la rete. Tutti interventi oggi vietati che aprirebbero prospettive straordinarie di riduzione dei consumi da fonti fossili; puntando alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio quale scenario per far uscire dalla crisi il settore delle costruzioni con nuove politiche che diano certezze agli investimenti per ridurre i consumi energetici nelle ristrutturazioni degli alloggi e dei condomini secondo il modello inglese del “green deal”.

5) Mettere al centro le città. Solo investendo nelle città l’Italia può riuscire a muovere un’innovazione che non rimanga un concetto vago e astruso. Ed è la qualità e quantità del welfare, dal trasporto pubblico agli asili, dall’istruzione alla cultura, a determinare la competitività di una economia e di un territorio. Per questo serve una regia e una politica nazionale, per non perdere le risorse dei fondi strutturali europei 2014-2020 e realizzare finalmente interventi di riqualificazione ambientale e sociale delle periferie, per la casa e la mobilità sostenibile.

Fonte-. Il cambiamento

Strategia energetica nazionale: ci vogliono più rinnovabili e meno carbone!

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Il moribondo governo Monti ha licenziato con un decreto l’ultima versione della strategia energetica nazionale. E’ un po’ curioso che due ministri tecnici, e per di più “anatre zoppe” (1) come Passera e Clini, debbano definire una strategia pluriennale che spetterebbe di diritto al prossimo governo eletto. Ma anche questa è l’Italia. Il grafico in altro riassume i consumi energetici da fonti fossili e rinnovabili degli ultimi anni (dati BP) e le prospettive strategiche al 2020. (2) La strategia, come fa notare Marco Boschini, ha il respiro un po’ corto: 8 anni nel futuro sono davvero pochi  in un momento di grande transizione energetica come l’attuale. Il piano nel suo complesso è poi abbastanza deludente, perchè non raggiunge due obiettivi sostanziali: un vigoroso impulso alle rinnovabili e la riduzione dei consumi di carbone. In 8 anni si vorrebbe raddoppiare la produzione da fonti rinnovabili, passando da 18 a 36 Mtep, ovvero da 80 a 160 TWh.  Ipotizzando che idroelettrico, geotermico e biomasse rimangano costanti intorno ai 70 TWh (3), questo equivarrebbe a fare crescere fotovoltaico ed eolico rispettivamente di 3,5 e di 2 GW all’anno (4). E’ un buon punto di partenza, ma dubito che sia sufficiente per le sfide della crisi climatica ed energetica che ci attendono e che non tiene forse abbastanza in conto la riduzione del costo degli impianti FV e l’introduzione di sistemi di accumulo a batteria, fattori che spingeranno ad una diffusione del FV senza incentivi che potrebbe coprire il 17% della domanda, secondo stime dei finanzieri dell’UBS. E il carbone? Secondo il piano il suo apporto resterebbe costante, mentre occorre avviare un coraggioso progetto di phase out in tempi ragionevolmente brevi, per consegnare alla storia il combustibile fossile più dannoso per il global warming e per la salute umana. Inoltre si prevede di investire ancora sulle energie fossili, in gran parte con fondi pubblici: rigassificatori e trivellazioni in mare. Per questo urge più che mai un vero governo, all’altezza dei tempi.

(1) Negli USA il presidente che perde le elezioni e resta in carica da novembre a gennaio è detto “lame duck”.

(2) Il governo riporta i dati relativi al 2010 (quando  sono disponibili a tutti i dati BP del 2011 e forse il ministro potrebbe già avere magari anche quelli del 2012, disponibili al pubblico solo per rinnovabili e petrolio) e li riporta pure sbagliati, dal momento che parla di 61 Mtep di petrolio a fronte delle 73 reali e di 346 TWh di elettrico a fronte delle 335 reali.

(3) I 45 TWh dell’idroelettrico sono soggetti all’incognita dei cambiamenti climatici e non si può contare troppo su un aumento della produzione. La produzione da biomasse (20TWh) non è molto efficiente e nel caso degli inceneritori pure dannosa, per cui sarebbe più che opportuno non farla crescere.

(4) Si considera una producibilità specifica pari a quella degli ultimi anni e cioè 1600 h per l’eolico e 1150 h per il FV.

Fonte: ecoblog

 

Confronto consumi energetici nel ciclo di vita

Zumtobel documenta l’impatto ambientale dei suoi prodotti in apposite schede tecniche (EPD)

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Queste schede permettono di documentare facilmente i diversi prodotti, dichiarando con trasparenza i materiali che li compongono e rendendo possibile un incessante miglioramento dei prodotti stessi.

Le cosiddette EPD (Environmental Product Declaration) sono schede ambientali specifiche dei prodotti. Si tratta di dichiarazioni verificate da organi esterni che documentano l’impatto ambientale di un prodotto attraverso tutto il suo ciclo di vita, rendendo così possibile confrontare un prodotto con l’altro.

Confronto tra LUCE MORBIDA V LED (52 W) e LUCE MORBIDA V TC-L (55 W)
Esaminando l’esempio illustrato nel grafico si nota il progresso nello sviluppo del prodotto. La variante LED richiede una certa energia in più nel processo produttivo. Ciò nonostante, una volta considerata la fase dell’utilizzo, risulta gravare meno sull’ambiente rispetto alla versione con lampade convenzionali: il merito è della minor potenza assorbita.

Base del calcolo
Il consumo di energia primaria* si ricava dalla somma di energia impiegata in materie prime e relativa lavorazione, trasporto fino al cliente per 1.500 km in camion e tempo di utilizzo di 15 anni in un ufficio tipico, sulla base del mix energetico europeo.

Vai alle EPD dei due prodotti:
» LUCE MORBIDA V LED
» LUCE MORBIDA V TC-L

* Consumo di energia primaria
Nell’economia energetica si definisce energia primaria quella presente in natura, vale a dire per esempio il carbone, il gas o il vento. In Europa per 1 kWh di corrente elettrica ci vogliono circa 3,3 kWh di energia primaria.

fonte: Zumtobel. La luce.