Una Piccola e Poetica Distribuzione organizzata

“Dovete mettere poesia in quello che fate, altrimenti è mero commercio”. Ispirato da questa considerazione il Distretto di Economia Solidale di Varese ha lanciato nel 2017 il progetto “Piccola e Poetica Distribuzione Organizzata”. A spiegare di cosa si tratta è il referente Marco Bonetti in questa intervista a CAES, il Consorzio Assicurativo Etico Solidale cui il DES aderisce sin dalla sua nascita.

“Se tra acquisto e vendita c’è un pareggio (il consumatore ha un prodotto di alta qualità e il produttore ha un prezzo equo per il lavoro svolto) siamo ancora nell’ambito di una semplice transazione economica. Ma se faccio un passo ulteriore e in quella transazione non c’è un pareggio, ma un +1 (il guadagno per la salute, la tutela del territorio) ecco che siamo in un contesto di economia solidale”.  

È l’attenzione all’economia solidale il criterio che guida le scelte del progetto “Piccola e poetica distribuzione organizzata”, promossa a partire dal 2017 dal Distretto di Economia Solidale (DES) di Varese, che aderisce ad ETICAR fin dalla nascita del progetto.  

“Una rete ricca e variegata di cui fanno parte Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), botteghe del commercio equo, cooperative sociali, aziende agricole, associazioni, artigiani e professionisti”, spiega il referente del progetto, Marco Bonetti.

Perché avete scelto l’aggettivo “poetica”?

L’idea è arrivata quando il progetto era ancora in nuce, durante un incontro a cui ha partecipato anche un produttore piemontese, che ci ha dato un suggerimento prezioso: “In quello che faccio, nel mio lavoro, io vedo bellezza – ci ha detto – Dovete mettere poesia in quello che fate, altrimenti è mero commercio”. È un elemento centrale della PPDO: non c’è solo un aspetto commerciale da sostenere, ma tutto un territorio che, attraverso un certo tipo di agricoltura, recupera la sua bellezza. 

Da dove è nato il progetto della PPDO?

È partito da una domanda che veniva dai Gruppi d’Acquisto Solidale: organizzare e rendere più efficiente il modello di distribuzione. Da qui l’idea di mettere in rete i produttori e i trasformatori del territorio di Varese e delle province limitrofe. 

Quali sono i motivi che vi hanno portato a sviluppare questo modello?

Il primo: sostenere la produzione locale. Il cibo che ha percorso migliaia di chilometri per arrivare sulle nostre tavole non è sostenibile. Inoltre questo ci permette di ridare valore a un pezzo di territorio su cui abbiamo deciso di investire. Il secondo motivo è quello di rilanciare l’economia del locale, in particolare i prodotti agricoli e i trasformati, sostenendo quelle realtà che si prendono cura dei luoghi in cui viviamo.

Quanti sono gli attori che avete coinvolto nel progetto della PPDO?

In questo momento abbiamo una ventina di produttori e 13 GAS della provincia di Varese e dintorni. I produttori vengono dalla provincia di Varese e dalle zone limitrofe, ad esempio da Oleggio o da Abbiategrasso, dove ci rivolgiamo per l’acquisto del riso, oppure da Como, Novara e Verbania. 

Quali sono gli attori che puntate a coinvolgere nel futuro?

Gli attori da coinvolgere sono tanti. Il progetto ha bisogno di una rete ampia di relazioni tra i soggetti dell’economia solidale, compresi quelli che non si occupano di produzione alimentare ma che hanno una valenza sociale. Il fatto di aver coinvolto CAES, che fa parte del DES Varese, ad esempio, rientra in questa visione. 

Il progetto della PPDO ha coinvolto anche una realtà che si occupa di logistica, perché?

La cooperativa sociale “La Ginestra” fa parte della PPDO fin dall’inizio perché uno degli obiettivi del progetto era quello di costruire una logistica efficiente e sostenibile da tutti i punti di vista. La cooperativa si occupa della gestione degli ordini, del ritiro presso i produttori e della consegna -il giorno successivo- presso i centri distribuzione a cui afferiscono i GAS. Questo ha permesso di semplificare notevolmente la gestione degli ordini, soprattutto per i produttori che si interfacciano con un unico soggetto. È un sistema semplice e funzionale, a un costo contenuto. 

Quali saranno i prossimi passi della PPDO?

Coinvolgere nuovi attori. Stiamo lavorando per coinvolgere cooperative sociali che fanno ristorazione o ristoranti per incentivarli all’acquisto di prodotti che hanno un valore aggiunto. Inoltre stiamo lavorando molto sul controllo qualità: noi selezioniamo i produttori perché conosciamo i loro standard etici e di qualità, ma questo non basta. Chi vuole migliorare la sua produzione va sostenuto. Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/07/piccola-poetica-distribuzione-organizzata/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Chi sono i veri responsabili dei disastri climatici?

Di fronte all’evidenza della catastrofe climatica, ecco che si fa strada la strategia, da parte dei veri responsabili della situazione, secondo cui «la colpa è di tutti». Astuto, ma attenzione: vogliono distrarci.

Di fronte all’evidenza della catastrofe climatica, ecco che si fa strada la strategia, da parte dei veri responsabili della situazione, secondo cui «la colpa è di tutti». Si sta facendo passare in maniera assai subdola il messaggio che i cosiddetti consumatori siano i responsabili, perché non fanno la raccolta differenziata, perché comprano prodotti con imballaggi, perché non spengono la luce quando escono dalla stanza e così via. Appaiono quindi dappertutto i decaloghi per dire a noi cosa possiamo fare per salvare il mondo, come se comprare un’auto che inquina un po’ meno, mangiare un pochino meno carne rossa, e così via, possa essere un passo decisivo verso un mondo senza inquinamento. Sicuramente ognuno di noi può fare la differenza, ma questa “politica” del dire che la colpa è di tutti (e quando la colpa è di tutti, non è di nessuno) viene orchestrata magistralmente dalle grandi multinazionali, gli imperi economici che continuano ad inondare il mondo di prodotti superflui, a bombardarci di pubblicità demenziali dove ci incitano a comprare a tutto spiano come se non ne fossimo già sommersi dalla loro immondizia. Martellano costantemente fra un decalogo ambientale e l’altro che dobbiamo comprare e ancora e ancora. Fanno loro eco i politici, che ci dicono che dobbiamo crescere altrimenti è la fine. Rimettiamo a posto le cose. I consumatori hanno un grandissimo potere che è quello di rifiutarsi di continuare a comprare le schifezze di cui ci inonda la pubblicità ma politici asserviti, multinazionali, industriali senza scrupoli guidati solo dal lucro ad ogni costo, sono i veri responsabili del suicidio a cui stiamo andando incontro. I media ovviamente non dicono le cose come stanno e continuano ad accettare qualsiasi pubblicità perché altrimenti chi gli paga gli stipendi? Visto che senza la pubblicità chiuderebbero praticamente tutti in pochi giorni.

Imprenditori, multinazionali, grandi gruppi industriali grazie a enormi investimenti e migliaia di persone che lavorano per loro, sono lì a pensare non certo a come salvare il mondo ma a cosa altro venderci, a cosa altro inventarsi per aumentare i loro già stratosferici profitti. Magari mettendo qualche suffisso Eco o Bio ai loro prodotti, e avanti come se nulla fosse. Tutto questo va fermato senza avere paura di mettere in discussione la sacra crescita, perché se la crescita rallenta, si ferma o retrocede, si avrà di conseguenza meno inquinamento, spreco e distruzione ambientale. Non è certo il PIL che ci dà prosperità e benessere ma acqua, cibo, aria pulita e sana, oltre che una vita non sacrificata agli Dei del profitto dove l’unico credo è quello del denaro.

Bisogna comprare il meno possibile e consapevolmente, levando in questo modo potere ai criminali dell’ambiente. Bisogna aumentare la propria autosufficienza e resilienza, costruire società con valori e pratiche completamente diversi da quelli portati avanti da chi vuole vendere e comprare qualsiasi cosa, compresa l’anima delle persone. Le stesse imprese e i politici hanno la possibilità di scegliere da quale parte stare, se quella dei criminali o di quelli che verranno ricordati per il loro coraggio e lungimiranza nell’aver contribuito ad invertire la rotta e assieme alle persone consapevoli, dato al mondo un futuro degno di questo nome. In fondo anche politici, banchieri, industriali hanno figli e nipoti e nemmeno loro si salveranno dalla catastrofe prodotta dai loro padri e nonni.

Fonte: ilcambiamento.it

World Food Day, con L’Alveare che dice Sì! i consumatori sostengono lo sviluppo rurale: produttori distanti solo 32 km

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Produttori vicini di casa e distanti solo 32 km, prodotti genuini e rispettosi di uomo e natura: in occasione della Giornata Mondiale dell’AlimentazioneWorld Food Day (16 ottobre), L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile, svela cosa e dove comprano gli italiani che scelgono di sostenere l’agricoltura locale. Sempre più vicina e sempre più genuina: la spesa degli italiani è sostenibile e punta a dare valore e importanza allo sviluppo rurale, sostenendo l’agricoltura locale e i piccoli produttori.
A sottolinearlo, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione – World Food Day (16 ottobre), è L’Alveare che dice Sì!, la startup che unisce tecnologia e agricoltura sostenibile. L’Alveare che dice Sì!, tramite l’app e il portale www.alvearechedicesi.it, permette infatti a consumatori e produttori locali, presenti nel raggio di 250 km, di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km 0 come frutta, pane, verdura, formaggi, salumi e dolci. Le ordinazioni e il pagamento avvengono comodamente online. Produttori e consumatori si incontrano poi settimanalmente per la distribuzione dei prodotti in un luogo “fisico”, il vero e proprio “Alveare”, come un bar, un ristorante, una sala di un’associazione. I produttori sono i vicini di casa: a Torino distano solo 15 km
In Italia la distanza media tra i produttori e gli Alveari è pari a 32 km, un dato che garantisce la località dei prodotti che vengono consumati dagli utenti del portale. Al primo posto tra le regioni più virtuose c’è il Piemonte, dove la distanza media tra produttore e Alveare è pari a soli 26 km; seguono Emilia Romagna (28 km) e Lombardia (33 km). Si tratta inoltre delle regioni con il più alto numero di produttori aderenti a L’Alveare che dice Sì!. Nel dettaglio, la città con produttori e consumatori più vicini è Torino (15 km), seguita da Ciriè (17 Km) e Nembro (18 km).   “I consumatori si assicurano alimenti che non necessitano di lunghi tragitti per il trasporto e che per questo mantengono intatte le loro proprietà nutritive”, sottolinea Eugenio Sapora, Responsabile Nazionale della Rete de L’Alveare che dice Sì!. “Senza dimenticare che scegliere di acquistare dai produttori vicini permette di sostenere l’economia locale e di limitare le emissioni di CO2 in atmosfera”. L’80% dei produttori sceglie un’agricoltura sostenibile
“Obiettivo de L’Alveare che dice Sì! è dare potere ai produttori e ai consumatori, con lo scopo di reinventare l’alimentazione e la sua produzione”, aggiunge Eugenio Sapora. Per questo, il progetto sostiene in particolar modo i piccoli produttori attenti all’ambiente che rappresentano l’80% della rete de L’Alveare che dice Sì!.

Il paniere dell’Alveare: l’Ortofrutta fa da regina

Frutta e verdura sono i prodotti più venduti tramite la rete de L’Alveare. In particolare, i consumatori acquistano dai produttori locali Ortofrutta (43,17%), Latteria (21,14%), Carne e Salumi (17,23%). Non manca chi si rifornisce dai pasticceri locali per Pane e Dolci (7,35%) o Altri Alimentari (5,86%). Nel paniere dei consumatori ci sono infine anche Bevande (3,24%), Gastronomia (1,21%) e prodotti per la Cura e la Bellezza (0,8%).

Vegani, slow food, comunitari: gli Alveari in Italia

Ricreare dei legami sociali attorno al tema dell’alimentazione e rendere accessibile un’alimentazione locale di qualità al più gran numero di persone è la missione dell’Alveare che dice Sì!: ad oggi sono 40.762 utenti iscritti ai centinaia di Alveari dislocati in tutta Italia. Tante realtà e tante esperienze che permettono ai consumatori di scegliere in base alle proprie esigenze, sempre con la sicurezza di avere prodotti rispettosi dell’ambiente e delle persone. A Roma, a due passi da Piazza Vittorio, ha aperto il primo Alveare vegan d’Italia che propone un listino di prodotti completamente cruelty free, dalla frutta ai detersivi naturali. A Milano, è presente il primo Alveare della Terra, in collaborazione con Slow Food Italia e Condotta Slow Food Milano, che raccoglie produttori aderenti alla filosofia “Slow” e che propongono alimenti prodotti con certificazione filiera BIO, tradizionale e artigianale. Sempre nel capoluogo lombardo, è sorto un Alveare all’interno del Cinema Beltrade, diventato un vero e proprio centro aggregativo del quartiere, mentre un altro si è inserito nel Villaggio Barona, una realtà di Housing Sociale che sta contribuendo a restituire ai cittadini parti di città altrimenti lasciate all’abbandono e al degrado ambientale e sociale. A Torino ha da poco inaugurato l’Alveare Campus San Paolo, il primo in un collegio universitario, mentre a Bologna all’interno della velostazione è nato un Alveare che accoglie unicamente produttori biologici.52

Chi è L’Alveare che dice Sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. Il progetto ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e da subito ha ottenuto un enorme successo. L’Alveare che dice Sì!, attraverso il portale www.alvearechedicesi.it, permette a produttori locali e cittadini di unirsi per sostenere il consumo di prodotti freschi, genuini e a Km0.
Maggiori informazioni su www.alvearechedicesi.it

Fonte: agenziapressplay.it

L’Alveare che dice sì! Già 150 i gruppi in Italia per comprare sostenibile

I produttori incontrano i consumatori e si creano legami di fiducia e sostegno reciproco. E’ la filosofia dell’Alveare che dice sì, una rete di gruppi d’acquisto che si sta diffondendo in tutta Italia. Sono già 150 i gruppi formatisi.9522-10279

Oggi la Grande Distribuzione Organizzata, attraverso la quale abbiamo accesso a tutti o quasi tutti i prodotti che acquistiamo, non consente una connessione tra consumo e produzione. I produttori e i consumatori, in sostanza, sono come due rette parallele che non si incontrano mai. Perdere il contatto con chi produce il nostro cibo, vivere nell’ignoranza di dove sia stato prodotto e in quali condizioni etiche (dall’abuso perpetrato nei confronti della terra e degli animali, all’uso di sostanze chimiche non specificate, allo sfruttamento delle persone coinvolte nei processi di produzione) si ripercuote  negativamente ad ogni livello sulla nostra vita di persone e non solo di semplici consumatori o produttori. A risentirne, infatti, è la nostra salute, il nostro portafoglio, il nostro territorio, la nostra cultura e, non ultime, le nostre relazioni umane, il nostro benessere, la nostra “contentezza”.
L’Alveare che dice sì, attraverso la promozione di una filiera cortissima, vuole recuperare e reinventare un nuovo modo, etico, ecologico e giusto, di produrre e consumare cibo attraverso una vera e propria rete che agisce su base locale con l’obiettivo di realizzare un’economia sana, critica e consapevole. Attraverso quello che sembra un atto quasi distratto, spesso veloce e fatto senza attenzione come quello di fare la spesa è possibile, infatti, agendo localmente, contribuire alla lotta contro lo sfruttamento, i cambiamenti climatici, gli allevamenti intensivi, l’inquinamento di interi territori ed ecosistemi anche molto lontani da noi.

Abbiamo incontrato Paolo Nosenzo, responsabile Comunicazione e Marketing de L’Alveare che dice Sì! che ci spiega di cosa si tratta.

Quando è nato L’Alveare che dice sì!? E dove?

Il progetto è nato in Francia nel 2011, e fa parte del movimento europeo The Food Assembly. In seguito si è poi diffuso anche in UK, Belgio, Spagna, Germania e, da un annetto e mezzo, è arrivato anche in Italia!

Di chi è stata l’idea?

Il progetto è stato portato in Italia da Eugenio Sapora, che ora è il responsabile della rete italiana. Eugenio ha conosciuto il progetto in Francia e se ne è innamorato, e ha pensato (a ragione) che potesse funzionare anche nel nostro Paese.

Come funziona esattamente un Alveare? Ci può spiegare esattamente cosa succede e in che modo?

Il cliente si registra gratuitamente su www.alvearechedicesi.it e si iscrive all’Alveare più vicino (viene visualizzata una barra di ricerca in cui inserire il proprio indirizzo). A questo punto può già iniziare a fare la spesa, scegliendo da una gamma di prodotti locali; frutta, verdura, carne, formaggio, pane… (tutti nel raggio medio di 30-40 km di distanza dall’Alveare in questione). Convalidato e pagato l’ordine online (si può pagare anche con una semplice prepagata o con postepay), la spesa si va poi a ritirare nel luogo e nell’orario di quell’Alveare. Al momento del ritiro, i produttori da cui si ha ordinato saranno lì presenti per consegnare la spesa, farsi conoscere, e scambiare informazioni con i clienti, spesso facendo anche gustare i propri prodotti. In questo modo il cliente ha piena visibilità su chi ha prodotto il cibo che andrà a consumare. A sovrintendere l’organizzazione di ogni Alveare, c’è il Gestore, ovvero una persona che ha deciso di investire 7-8 ore settimanali del suo tempo per costruire una comunità nel proprio quartiere, contattando produttori e clienti, e organizzando le vendite tramite il sito ogni settimana, ottenendo in cambio una percentuale sul fatturato.

Qual è il vostro obiettivo?

I nostri obiettivi sono molteplici. In generale l’obiettivo sul lungo termine è fornire un’alternativa alla Grande Distribuzione Organizzata. Ma anche supportare i produttori locali, fornendo loro un’  ulteriore finestra dove proporre i loro prodotti; dare valore e il giusto prezzo al cibo che si deve produrre nel migliore dei modi; innescare un sistema di fiducia e di relazioni fra consumatori e produttori; stimolare e far rivivere luoghi urbani, ricreando un forte senso di comunità, visto che il momento del ritiro della spesa diventa poi un momento sociale di incontro e di festa, permettendo alle persone del quartiere di riunirsi una volta a settimana.

Che differenza c’è con i GAS tradizionali?

La differenza principale è che i GAS sono diretti a un pubblico di attivisti, ma purtroppo non tutti hanno il tempo e le risorse per iscriversi a un gruppo d’acquisto solidale, anche perchè semplicemente non riescono a trovare i contatti per entrare a farne parte. Con l’Alveare vogliamo rendere il tutto più accessibile. Con letteralmente 2 clic è possibile trovare quello più vicino e iscriversi, e con il terzo clic si può iniziare a fare la spesa! Inoltre, semplifica di molto la procedura di pagamento, visto che avviene tutto online.

Non significa un intermediario in più nella relazione produttore-consumatore? Se no, perché?

Nella nostra rete non c’è alcun intermediario: l’acquisto avviene direttamente, online, fra consumatore e produttore. Ed è il produttore, quando si iscrive (gratuitamente) alla nostra rete, a determinare il prezzo. Il produttore ha poi una commissione sulle vendite (10% per noi della piattaforma e 10% per il Gestore di Alveare), ma queste sono spese di servizio e per la manutenzione del sito, delle quali nessuna azienda può (purtroppo) fare a meno. Pur con questa commissione, al produttore va l’80% del fatturato, ovvero esattamente l’opposto di quello che ottiene vendendo alla Grande Distribuzione Organizzata.

Chi sono i consumatori che si rivolgono agli alveari?

Le tipologie di consumatori sono molteplici; ci rivolgiamo a chi non ha il tempo per fare la spesa al mercato, e compra online per poi venire semplicemente a ritirare la spesa in modo rapido dopo il lavoro, prima di tornare a casa. Ma anche a persone che hanno più tempo, e che vogliono sfruttare appieno l’opportunità di avere di fronte i produttori, per fare qualsiasi tipo di domanda gli venga in mente e soddisfare ogni curiosità sui prodotti che hanno acquistato. Molti utilizzano l’Alveare proprio per essere sicuri di quello che comprano e consumano, quindi ci rivolgiamo anche a chiunque stia cercando prodotti di qualità ma che siano verificabili, senza spendere una fortuna.

E i produttori?

Presso i nostri Alveari copriamo qualsiasi tipologia di prodotto alimentare. Ovviamente, cerchiamo di privilegiare i produttori di piccole/medie dimensioni, che non facciano vendita all’ingrosso

Quanti alveari esistono in Italia? In quali regioni? E in Europa?

Al momento ci sono più di 150 Alveari su tutta Italia, di cui una cinquantina sono attivi (è possibile acquistare prodotti ogni settimana), mentre il resto sono in costruzione, ovvero il Gestore sta ancora contattando produttori e clienti per poter aprire, e apriranno nei prossimi mesi. Le regioni con più Alveari sono Piemonte e Lombardia (essendo una startup torinese, siamo partiti a svilupparci dal Nord), ma la rete si sta sviluppando rapidamente e anche Emilia-Romagna, Lazio e Toscana hanno numerosi Alveari in apertura. In totale, gli Alveari attivi su tutta Europa sono quasi 1.000!

Quanti produttori e consumatori sono coinvolti?

In Italia abbiamo già più di 600 produttori iscritti alla nostra rete, e circa 24.000 membri iscritti ai nostri Alveari.

Che cosa significa essere responsabile di un alveare? Ci può parlare di questa nuova figura professionale?

Il Gestore di Alveare è una persona che decide di portare un Alveare nel proprio quartiere, per dare modo alla sua comunità di avere accesso diretto a prodotti locali, in modo comodo e accessibile. Per aprire un Alveare non è necessario alcun investimento, solo qualche ora settimanale (7-8, soprattutto nella fase di costruzione) per gestire il progetto. Il gestore si occupa quindi di trovare un luogo per la consegna dei prodotti (può essere un bar, un ristorante, un oratorio, una casa del quartiere…), contattare 4-5 produttori locali e farli iscrivere alla piattaforma (in modo che possano proporre i loro prodotti alla comunità) e far iscrivere membri alla pagina del proprio Alveare sul sito (anche qui, l’iscrizione è gratuita). Una volta aperto l’Alveare, il Gestore gestisce le vendite attraverso il sito, e sovrintende alle distribuzioni, per assicurarsi che tutti vengano a ritirare la spesa. In cambio, ha una percentuale sulle vendite settimanali. E’ un ruolo molto bello perchè ti dà modo di conoscere produttori locali e persone del proprio quartiere, diventando una sorta di leader della propria comunità alimentare.

Come si fa a diventare responsabile di alveare? Quanto si può guadagnare e quali sono i requisiti e le mansioni che svolge un responsabile? Deve cercare lui i produttori? Deve cercare lui e quindi pagare un affitto per il locale in cui avverranno le consegne? Può farlo anche a casa sua?

Per avviare la procedura basta compilare un questionario sulla pagina https://alvearechedicesi.it/it/join/as-host , per poi essere contattato dai membri del nostro team, che lo guideranno per tutto il percorso (non si è mai abbandonati a se stessi! Ogni gestore riceve costantemente supporto tecnico e morale dal proprio coordinatore). Il gestore di un Alveare medio guadagna sui 400-500 euro al mese, ma ci sono Gestori che hanno fatto dell’Alveare la propria professione principale, e si possono guadagnare cifre pari a quelle di un vero stipendio, dipende ovviamente dal tempo che ci si dedica. Maggiore è il tempo, maggiori saranno i guadagni. Deve cercare lui produttori, clienti e locale, ma non deve pagare nessun affitto; in genere i proprietari dei locali sono ben contenti di partecipare al progetto, anche perchè gli offre un modo comodo per avere accesso a prodotti locali, aumenti la visibilità del loro locale, e, ad esempio nel caso dei bar, avere 20-30 persone che per un’ora e mezza a settimana vengono nel tuo locale a ritirare la spesa, di solito permette di vendere qualche caffè o aperitivo in più. Sconsigliamo di fare un Alveare in casa propria poichè serve uno spazio abbastanza grande per accomodare le cassette e le borse con i prodotti (minimo 40 metri quadri, e dev’essere al piano terra), e inoltre bisogna considerare che il gestore dovrebbe essere disposto a far entrare una trentina di persone (clienti che spesso non conosce) dentro casa.

Da chi riceve il compenso il responsabile di Alveare? In che modo?

Il sito automaticamente preleva la percentuale del 10% dal fatturato del produttore, e lo manda al Gestore. Il produttore e il gestore ricevono comunque tutti i documenti del caso, scaricandoli direttamente dal sito.

Qual è il futuro degli Alveari?

Il nostro obiettivo è arrivare in ogni città d’Italia (idealmente anche in ogni quartiere), per fornire un’alternativa concreta alla GDO. Nell’anno passato siamo cresciuti molto, e questo è un ottimo segnale che ci fa ben sperare per il futuro del progetto in Italia!

Chi fosse interessato come cliente, produttore o gestore cosa deve fare?

Basta andare su www.alvearechedicesi.it per avere ulteriori informazioni, registrarsi gratuitamente e iscriversi come cliente, Produttore o Gestore. Inoltre siamo sempre raggiungibili alla mail assistenza@alvearechedicesi.it e ci trovate anche su Facebook, alla pagina www.facebook.com/LAlveareCheDiceSi

Fonte: ilcambiamento.it

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Alveare on tour: oltre 50 eventi e 20.000 persone coinvolte nel viaggio alla ricerca del Km0

Si è concluso con successo il primo tour de L’Alveare che dice Sì!, la startup che ha portato in giro per l’Italia l’innovazione e il buon cibo, promuovendo l’incontro tra produttori e consumatori e l’acquisto di cibi a Km0. Nelle 6 città coinvolte sono stati oltre 20.000 i visitatori del Food Innovation Village, supportato da Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit. Nel corso del tour, che ha permesso di scoprire le tradizioni culinarie, sociali ed imprenditoriali italiane, è stato presentata ShareTheMeal, l’app gratuita realizzata dal World Food Programme (WFP) per donare pasti nutrienti ai bambini bisognosi.

6 piazze, oltre 30 produttori incontrati, più di 30 startup e oltre 50 eventi: questi i numeri del tour de L’Alveare che dice Sì!, la piattaforma che promuove il contatto tra produttori e consumatori e gli acquisti di prodotti freschi e a km0 via web. Organizzato dalla startup piemontese seguita da Treatabit, il programma di pre-incubazione del Politecnico di Torino, e supportato da Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit, dal 24 settembre al 15 ottobre il tour ha percorso con successo, a bordo di un food truck, più di 1000 km in giro per l’Italia alla ricerca del km0, coinvolgendo oltre 20.000 visitatori.

Dal Nord al Sud alla ricerca del Km0

Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari: da nord a sud, queste le città che sono state protagoniste del tour e che negli scorsi giorni hanno visto sorgere il Food Innovation Village dell’Alveare che dice Sì! supported by Seeds&Chips, un villaggio itinerante che ha messo in contatto filiera corta, startup e consumatori. Qui i curiosi hanno potuto conoscere da vicino le realtà italiane che promuovono la sharing economy, la food innovation e lotta agli sprechi: tra queste Gnammo, la più grande piattaforma di social eating in Italia, e Last Minute Sotto Casa, piattaforma che permette ai negozianti di vendere prodotti alimentari invenduti a fine giornata a prezzo scontato. Il tour ha dato voce anche alle associazioni locali e ai produttori, che hanno potuto portare in piazza i loro prodotti. Obiettivo: unire socialità e tecnologia, mostrare come sta cambiando ed evolvendo il mondo del food italiano, raccontare l’innovazione e le tradizioni puntando a migliorare i sistemi produttivi, ottimizzare la distribuzione, evitare gli sprechi.
L’Alveare che dice Sì!, 100 gas 2.0 in tutta Italia

Al centro del Food Innovation Village, il Food Truck de L’Alveare che dice Sì! che ha dato modo ai più golosi di assaggiare i prodotti della filiera corta e di entrare in contatto con i produttori locali e con gli Alveari presenti sul territorio. Scopo della startup è proprio quello di far incontrare produttori e consumatori con gruppi di acquisto 2.0: tramite la piattaforma online www.alvearechedicesi.it è possibile infatti vendere e comprare i prodotti locali utilizzando internet e la sharing economy. I produttori locali presenti nel raggio di 250 km possono infatti iscriversi al portale ed unirsi in un “Alveare”, mettendo in vendita online i loro prodotti; i consumatori che si registrano sul sito possono acquistare ciò che desiderano, senza obbligo di frequenza o spesa minima, presso l’Alveare più vicino casa, scegliendo direttamente sulla piattaforma o sulla app per smartphone dedicata. Il ritiro dei prodotti avviene settimanalmente permettendo l’incontro e lo scambio diretto tra agricoltori e consumatori, che così, in modo semplice, avranno sempre accesso ad alimenti freschi, locali e di qualità. Il progetto, nato in Francia nel 2011, è arrivato in Italia un anno fa e ha già visto nascere circa 100 Alveari su tutto il territorio.

“Il tour ci ha portato a scoprire creazioni culinarie, sociali ed imprenditoriali delle diverse realtà locali ed è stata una grande occasione per diffondere la nostra idea di sviluppare la filiera corta, ritrovare il sapore dei propri territori, lottare contro i cambiamenti climatici e ristabilire un legame tra consumatori e produttori. Ci ha permesso inoltre di fortificare la nostra rete con la creazione di diversi nuovi Alveari in tutta la penisola”, spiega Eugenio Sapora, founder di L’Alveare che dice Sì! “È stata un’azione impegnativa quanto divertente che ha permesso di sviluppare nuove collaborazioni non solo tra le startup presenti ma anche con le belle realtà produttive che ci hanno accompagnato”.
ShareTheMeal, con Alveare presentata la app del World Food Programme (WFP)
Con il WFP Italia Onlus, che ha patrocinato l’evento, il Food Innovation Village ha presentato l’app gratuita ShareTheMeal per condividere il proprio pasto con un bambino bisognoso, realizzata dal World Food Programme (WFP), la più grande organizzazione umanitaria che combatte la fame nel mondo. Con un tocco sul proprio smartphone si possono donare 40 centesimi al WFP sufficienti a sfamare un bimbo per un giorno. L’obiettivo? Contribuire a donare 2 milioni di pasti nutrienti – per un intero anno scolastico – a 58.000 bambini che vivono in Malawi. Il World Food Programme, in occasione del 16 ottobre, Giornata Mondiale dell’Alimentazione, ha inoltre  lanciato la nuova funzione “Community”: per amplificare la portata della sua donazione, l’utente di SharetheMeal può creare un gruppo di sostenitori o aderire a quelli esistenti.

Maggiori informazioni su: www.alvearechedicesi.it

Media partner Alveare on Tour:

Chi è l’Alveare che dice sì!

L’Alveare che dice sì! è una startup nata nel 2016 e incubata presso Treatabit, il percorso per le startup digitali dell’Incubatore I3P del Politecnico di Torino. E’ un progetto che ha origine in Francia nel 2011 col nome di “La ruche que dit oui”, e che nel paese transalpino ha ottenuto un enorme successo: ad oggi sono più di 650 gli Alveari presenti Oltralpe.  In Italia, in soli due mesi, sono sorti oltre 30 Alveari su tutto il territorio nazionale.
Chi è Seeds&Chips:

Seeds&Chips, il Global Food Innovation Summit dove cibo e tecnologia si incontrano. Un punto di riferimento per startup, aziende, investitori, opinion leader e policy makers che operano nel FoodTech e un momento di condivisione di contenuti e visioni, progetti ed esperienze. “Perché innovare nel Food System non è solo un’opportunità, è una sfida che riguarda tutti.” Quattro giorni di esposizione, conferenze, business matching, hackathon, pitch e award con i protagonisti e gli innovatori del settore agroalimentare.

Maggiori informazioni: www.seedsandchips.com

Fonte: agenziapressplay.it

 

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L’avvocato dei consumatori: “Ecco i 10 motivi per i quali non ho una carta di credito”

L’avvocato Ralph Nader, ambientalista e saggista americano, da anni impegnato sul fronte dei diritti dei consumatori, scende in campo contro il consumismo e contro uno degli strumenti per alimentarlo: la carta di credito. E spiega perché lui ha scelto di tenerla lontana da sé.carta_di_credito

“L’industria” delle carte di credito permette di controllare in maniera molto stringente i mercati, le merci e i…consumatori, molto più, naturalmente, del denaro contante. Questo lo sa molto bene l’avvocato americano Ralph Nader che negli States è un vero e proprio punto di riferimento per i diritti dei consumatori e per gli attivisti ambientalisti. E l’esclusione dei contanti dalle transazioni è andata via via aumentando in proporzione all’aumento e alla diffusione del mercato di beni e servizi tanto che oggi, soprattutto negli States ma ora anche in Italia, molti di questi non possono di fatto essere acquistati se non attraverso una carta di credito o strumento analogo. E il trend è quello di limitare sempre di più l’utilizzo del contante. Per molti può essere conveniente, ma chi appartiene alle fasce di popolazione a basso reddito può trovarsi nella condizioni di dover chiedere un’estensione del credito pagando poi costi nascosti. Comunque sia, l’avvocato Ralph Nader, dal canto suo, ha deciso di non possedere né utilizzare la carta di credito e spiega le dieci ragioni della sua scelta.

  1. La carta di credito conduce ad una massiccia invasione della privacy; i dati personali di chi acquista circolano nel mondo senza controllo. I data base divengono accessibili sia da parte dei governi che da parte degli hacker. E’ praticamente impossibile impedire la circolazione delle informazioni personali.
  2. Una volta che si entra nella “economia della carta di credito” si viene catturati dal sistema arbitrario del rating e del mercato del credito. Per esempio, se vi capita di protestare nei confronti di un venditore di auto o di una compagnia assicurativa, se siete vittima di false informazioni che vengono inserite nella vostra scheda, o anche se avete tante carte di credito, potreste trovarvi a sostenere costi elevati e magari a vedervi negato l’accesso a beni e servizi.
  3. L’economia della carta di credito, con le sue regole che negano la competitività, è inflattiva e influenza negativamente il potere d’acquisto dei consumatori e la capacità di risparmio delle categorie più deboli.
  4. Le carte di credito incoraggiano gli acquisti compulsivi, l’industria lo sa molto bene. Allungare alla cassa la tesserina di plastica anziché dover tirare fuori dal portafogli le banconote ci disconnette dal meccanismo dell’acquisto e ci impedisce di comprendere che stiamo “perdendo” denaro.
  5. I termini e le condizioni delle carte di credito sono per lo più non negoziabili e imperscrutabili. Si firma sulla linea tratteggiata che viene indicata e stop, difficilmente viene favorito il consumatore. E’ un contratto di servitù senza una vera scelta.
  6. Utilizzare il denaro contante incoraggia il consumatore a vivere secondo i propri mezzi senza entrare nel circolo vizioso del debito. Per esempio, se andate a fare shopping con i contanti e stabilite un budget, è impossibile spendere di più perché non avete portato altri soldi.
  7. Pagare con il contante evita tasse, sovrapprezzi, penalizzazioni e interessi.
  8. Pagare con i contanti per esempio al ristorante vi fa risparmiare tempo e vi mette al riparo dagli errori o da spiacevoli costi aggiuntivi sul conto.
  9. Pagare con i contanti impedisce alle società che gestiscono le informazioni online di sapere tutto su di voi e di vendere queste informazioni ad altri che hanno l’interesse a sapere tutto di voi.
  10. Spesso le carte di credito hanno un massimo di spesa che è troppo elevato in proporzione al salario del proprietario.

Chi è Ralph Nader

Ralph Nader è uno dei maggiori e più efficaci critici della società americana. Viene spesso chiamato come legale in azioni a difesa dei consumatori. Nel 1965 ha pubblicato il libro Unsafe at Any Speed, tradotto e pubblicato in italiano da Bompiani nel 1967 con il titolo L’auto che uccide, sulle vetture non sicure immesse sul mercato. Ha seguito campagne per la sicurezza dell’acqua potabile, per la salute sui luoghi di lavoro e la sicurezza ambientale. Ha contribuito a fondare innumerevoli gruppi e associazioni a difesa degli interessi della popolazione. Oggi Nader tiene conferenze durante le quali esprime la sua visione critica dell’imperialismo delle multinazionali

 

Fonte: ilcambiamento.it

Siamo persone o consumatori?

Sono centinaia di miliardi gli euro investiti in pubblicità, mentre gran parte del mondo al di fuori delle nostre società si dibatte fra sofferenza, fame e miseria. “Consuma! Consuma finchè puoi!” è il messaggio sarcastico lanciato dal video “The Good Consumer”, di cui Il Cambiamento, in collaborazione con il blog LLHT, mette a disposizione la versione con i sottotitoli in italiano.470

Gli oggetti sono in sella e cavalcano l’umanità (R. W. Emerson)

Consumare, consumare sempre ad ogni ora del giorno e della notte, un continuo e martellante messaggio. Non siamo più persone, siamo solo consumatori nella mani dei pubblicitari, degli industriali, dei politici che ci dicono che se non consumiamo il paese va allo sfascio, la crisi si aggrava, ci saranno disoccupati e disperazione. Quindi dobbiamo consumare e qualsiasi gesto, pensiero e parola deve avere l’acquisto come obiettivo, come se fosse ossigeno indispensabile per vivere. Centinaia di miliardi di euro investiti in pubblicità mentre gran parte del mondo al di fuori delle nostre società vetrina si dibatte fra sofferenza, fame e miseria. Una imponente macchina per fabbricare illusioni ci induce a comprare di tutto e soprattutto quello che non ci serve, che andrà buttato, che dopo un po’ non ricorderemo nemmeno di avere, abbandonato in qualche cassetto o in qualche soffitta di case strapiene di oggetti. Presi da una spirale dove la parola fine non esiste,  tramandiamo questa nefasta tradizione ai nostri figli pensando così di non farli sentire inadeguati rispetto agli altri, senza riflettere che li stiamo facendo semplicemente diventare dei tossicodipendenti da consumo e a loro volta passeranno la vita a comprare, magari indebitandosi e pensando che senza il consumo non sono nulla. Mostreranno la loro auto o l’ultimo modello di  smartphone alle persone che vorranno impressionare e che ovviamente li considereranno per quello che hanno e non per quello che sono.  Si stupiranno se verranno abbandonati per chi ha più di loro. Da anziani verranno lasciati nelle mani di una badante perché se tutto si compra, meglio pagare una persona estranea che regalare affetto e vicinanza gratuita, aspetti questi che tra l’altro non fanno nemmeno crescere il PIL.
Ma che senso ha tutto ciò? C’è un limite, una fine a questa folle corsa verso il consumo della propria esistenza imprigionata da oggetti da comprare? Il consumismo è una droga e come tale va trattata, tossica e nociva che annebbia la mente e indebolisce il corpo. Chi continua a dire che dobbiamo consumere, va considerato come uno spacciatore di illusioni a caro prezzo e di indebitamento.  Della droga del consumo meno se ne fa uso e meglio si sta. Meno consumo, meno bisogno di soldi, meno bisogno di soldi e meno bisogno di lavoro, meno bisogno di lavoro e più tempo per le relazioni, più ricchezza umana e spirituale. In altre parole meno consumo e più vita.

Fonte: ilcambiamento.it

La Francia verso il bando dell’obsolescenza programmata

L’Assemblea Nazionale francese ha approvato un emendamento che ha lo scopo di impedire l’obsolescenza programmata, cioè l’insieme di tutte le strategie adottate dai produttori e finalizzate a ridurre il ciclo vitale di un prodotto. La durata di vita di un apparecchio di uso comune, cioè, viene intenzionalmente accorciata in modo da rendere il prodotto inservibile o “fuori moda” in breve tempo e spingere così le vendite di nuovi articoli.

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Rispetto al passato, ad esempio, le apparecchiature elettriche ed elettroniche in commercio hanno un ciclo vitale molto breve, talmente breve da far sorgere il legittimo sospetto che i produttori ne abbiano programmato scientificamente la “fine prematura” per massimizzando i profitti. È capitato a tutti che apparecchiature semi-nuove siano diventate improvvisamente inutilizzabili (in genere succede a due anni dall’acquisto, cioè dopo la scadenza del periodo di garanzia) oppure che i pezzi di ricambio non siano più in commercio o siano talmente costosi che conviene comperare un dispositivo nuovo piuttosto di riparare quello vecchio. Tutto ciò costringe i consumatori a gettare prodotti quasi nuovi, ma inutilizzabili, nella spazzatura e ad acquistarne altri. Questa abitudine, però, ha impatti negativi sul bilancio delle famiglie e conseguenze nefaste sull’ambiente: l’usura precoce e pianificata a tavolino provoca uno spreco inutile di risorse naturali e di tutti i metalli preziosi presenti nei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), un aumento esponenziale di rifiuti nelle discariche, l’inquinamento delle falde acquifere e dei suoli, con costi enormi a carico della collettività. In un interessante report dello scorso anno, due esperti tedeschi di obsolescenza programmata – Stefan Schridde e Christian Kreiss – hanno calcolato l’entità dei “danni economici” causati dall’obsolescenza pianificata nella sola Germania. Secondo gli esperti, se i consumatori tedeschi non fossero “costretti” a comprare continuamente nuovi apparecchi, si potrebbero risparmiare 100 miliardi di euro all’anno.Obsolescenza2

Per questi motivi, in Francia alcuni parlamentari hanno presentato un importante emendamento al Progetto di Legge sulla Transizione Energetica promosso dall’attuale Ministro dell’Ecologia, dello Sviluppo Sostenibile e dell’Energia, Ségolène Royal. L’emendamento prevede che l’obsolescenza programmata venga considerata una vera e propria frode a danno dei consumatori. Secondo il diritto francese dei consumatori, il reato di frode consiste nell’aver “ingannato o tentato di ingannare” il cliente sulla natura, quantità o idoneità all’utilizzo di un prodotto. Se la frode viene dimostrata, il produttore è punibile con pene detentive fino a due anni di reclusione e multe fino a 300.000 euro. E le sanzioni possono anche essere inasprite, se le conseguenze della frode sono particolarmente gravi per i consumatori. Attualmente, però, la frode riguarda la natura, quantità o idoneità all’utilizzo di un prodotto, ma non il suo ciclo vitale. Da qui la richiesta dei parlamentari Eric Alauzet, Denis Baupin et Cécile Duflot di inserire un nuovo comma relativo al reato di frode che abbia come oggetto “la durata di vita di un prodotto (che sia stata) intenzionalmente ridotta in fase di progettazione”. “Troppo spesso – si legge nella presentazione dell’emendamento – i prodotti di uso comune vengono progettati dai produttori per smettere di funzionare dopo che sono stati utilizzati un determinato numero di volte. Queste pratiche sono nefaste per l’ambiente e pesano sul potere d’acquisto delle famiglie. Al momento, il Codice dei consumatori non cita esplicitamente la riduzione della durata di vita di un prodotto tra gli elementi che concorrono alla definizione di frode ai danni dei consumatori, ma è essenziale che questa venga esplicitata, in modo da poter fermare l’obsolescenza programmata”.Obsolescenza4

L’emendamento è stato approvato dall’Assemblea Nazionale a fine settembre ed ora è in attesa di votazione da parte del Senato francese. E qui sta il nocciolo della questione: anche nel caso in cui l’emendamento venga approvato in via definitiva, per il produttore che si avvale dell’obsolescenza programmata non si apriranno automaticamente le porte del carcere, ma la frode sul ciclo vitale del prodotto dovrà essere prima dimostrata. Se, ad esempio, un consumatore francese volesse citare in giudizio un produttore perché la lavatrice, la stampante o lo smartphone sono durati solo pochi mesi o anni, dovrebbe convocare una serie di esperti e provare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il costruttore ha intenzionalmente accorciato la durata di vita del prodotto già in fase di progettazione. “Questo è un ottimo emendamento a livello teorico, ma la sua attuazione rischia di non esserlo”, ha commentato Olivier Iteanu, avvocato della Corte d’Appello di Parigi. “I singoli consumatori e i magistrati potrebbero decidere che non vale la pena spendere tempo e soldi per questo tipo di cause. Potrebbe funzionare, invece, in circostanze particolari – ad esempio in caso di sinistri o di class action collettive”. Ma ciò non toglie che l’emendamento votato dall’Assemblea nazionale francese costituisca una buona notizia: il problema dell’obsolescenza programmata non è più solo un tema per l’opinione pubblica, ma oggetto di dibattito anche a livello normativo. Segno che i cittadini – non solo francesi ma anche europei – sono sempre più consapevoli che la produzione di beni effimeri va fermata in favore di prodotti eco-sostenibili e di qualità, di un’economia circolare basata sulla facilità di riparazione, riuso e riciclo dei prodotti, e sull’efficienza nell’uso delle risorse. Perché l’usura pianificata a tavolino fa male a tutti: ai singoli cittadini, alla collettività e all’ambiente.

 

Fonte:  italiachecambia.org

I rifiuti alimentari, diete greening diventano gli obiettivi politici dell’Unione

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RELAZIONE SPECIALE / La Commissione europea vuole aiutare i consumatori a ridurre gli sprechi alimentari, facendo ‘meglio prima’ e ‘utilizzo da parte di’ date più chiara sulla confezione. Ma le misure di verde le nostre diete non si fermeranno qui, con attenzione politici ‘girando per tutta la catena alimentare. Con quasi 80 milioni di cittadini europei che vivono al di sotto della soglia di povertà e 16 milioni a seconda aiuti alimentari, il Parlamento europeo ha  lanciato una crociata contro gli sprechi alimentari . Fino al 50% di cibo commestibile e sano è sprecato in UE famiglie, supermercati, ristoranti e lungo la catena di approvvigionamento alimentare ogni anno, il Parlamento ha detto, chiedendo misure urgenti per affrontare la questione. In una  risoluzione  adottata nel mese di gennaio, i legislatori hanno invitato la Commissione europea a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025, con l’adozione di una gamma completa di misure. “Ci aspettiamo niente di meno che una strategia comunitaria convincente che guiderà tutti i 27 Stati membri ad affrontare sistematicamente la questione”, ha detto Salvatore Caronna, eurodeputato socialista in Italia che ha redatto la risoluzione del Parlamento sui rifiuti alimentari.

L’educazione dei consumatori inizia a scuola

In Parlamento, Anna Maria Corazza Bildt, un eurodeputato svedese del Partito popolare europeo centro-destra (PPE), sta conducendo una campagna di base per educare i consumatori sui rifiuti alimentari, iniziando con i bambini della scuola. La moglie del ministro degli Esteri Carl Bildt ha spiegato che i bambini possono essere insegnato a comprendere il valore del cibo, utilizzando i propri sensi – tatto, aspetto e odore – invece di buttare via. A casa, semplici passi possono essere adottate per evitare di sprecare il cibo, Corazza Bildt ha detto EurActiv in un’intervista . “Si tratta di guardare la temperatura nel vostro frigorifero a casa o prendere una piccola porzione due volte invece di una grande porzione”. Al ristorante, Corazza Bildt sta incoraggiando i clienti a portare a casa il cibo che non mangiano e comprimerle in un “doggy bag”. “Non dovrebbe essere imbarazzante per portarlo a casa come fanno negli Stati Uniti”, ha detto EurActiv.”Basta portare a casa”.  I residui di lavorazione è anche di “fare shopping intelligente” al supermercato, Corazza Bildt ha continuato. “Un sacco di persone stanno buttando via alimentare a base di ‘meglio prima” date “senza capire che il prodotto è ancora buono da mangiare, osservò.

‘Best before’ e ‘l’uso da’ date

Chiamate del Parlamento hanno trovato un’eco favorevole a Bruxelles, con la Commissione europea guardando norme di etichettatura più chiare per i consumatori. Chantal Bruetschy, capo unità per l’innovazione e la sostenibilità a salute e dei consumatori il servizio della Commissione (DG Sanco), ha detto che le etichette più chiare dovrebbero evitare cibo commestibile da oggetto di dumping, “senza compromettere la sicurezza alimentare”. Parlando ad un  workshop degli interessati EurActiv sui rifiuti alimentari , ha detto che molti consumatori possono buttare via il cibo perché sentono che non è più sicuro da mangiare. “Dal punto di vista del consumatore, l’etichettatura è spesso male interpretato a causa della mancanza di comprensione sulla distinzione tra il ‘meglio prima di’ data (criteri di qualità) e l”uso da’ data (questione di sicurezza),” ha detto Bruetschy EurActiv nei commenti inviati via email spedito dopo il workshop 30 maggio. “La Commissione chiarirà in stretta cooperazione con gli Stati membri”, ha continuato, dicendo questo sarà fatto attraverso una “spiegazione comune” distribuito agli Stati membri, le organizzazioni dei consumatori, rivenditori, operatori del settore alimentare e banche alimentari. Bruetshcy ammonito, tuttavia, di ri-scrittura di leggi in materia di etichettatura alimentare dell’UE del tutto, dicendo che “non c’è bisogno di ri-aprire la normativa in materia ‘di informazioni sugli alimenti ai consumatori’,”  che è stata adottata nel 2011 dopo molti anni di negoziati.  Sul fronte retail, ha detto esenzioni fiscali potrebbero anche incoraggiare i supermercati ad organizzare le donazioni a enti di beneficenza alimentari, invece di disfarsene. Una pietra miliare di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 sarà il nostro scritto in una comunicazione dovuta in seguito nel 2013, ha aggiunto.

Greening la catena di approvvigionamento alimentare

L’azione dell’UE sul greening settore alimentare non si fermerà a rifiuti e dovrebbe presto essere esteso ad affrontare l’intera filiera – dal campo alla tavola. Secondo la Commissione europea, il settore alimentare e delle bevande contribuisce a circa il 23% del consumo globale delle risorse, il 18% delle emissioni di gas a effetto serra e il 31% delle emissioni acidificanti. Nel settembre dello scorso anno, l’esecutivo Ue ha presentato la sua  roadmap per l’Europa una risorsa efficiente , che definisce una visione per il 2050 per un’economia più snella che consuma meno risorse naturali. Ha individuato la catena alimentare come uno dei settori in cui è necessario intraprendere ulteriori azioni per raggiungere gli obiettivi dell’UE di sostenibilità più ampi. “Entro il 2020, incentivi alle più sano e più sostenibile la produzione e il consumo di cibo saranno diffusi e avranno guidato una riduzione del 20% in input di risorse della catena alimentare,” il documento di visione dichiarato. Un  rapporto del Comitato della Commissione europea sulla ricerca agricola , pubblicata nel febbraio 2011, aveva già fatto quel punto, chiedendo “un cambiamento radicale dei consumi alimentari e della produzione” per affrontare la sfida scarsità di risorse e rendere il sistema agro-alimentare europeo più resistente a potenziali crisi di approvvigionamento. “Il settore agro-alimentare dovrebbe considerare che vi è la possibilità di affrontare positivamente la sfida ed essere il primo a conquistare il mercato mondiale per la produzione sostenibile di cibo sano in un mondo di scarsità e l’incertezza”, dice il rapporto.

Impronta di carbonio

Queste avvertenze non sono passati inosservati tra le aziende alimentari e delle bevande. Negli ultimi anni, il concetto di  footprinting ambientale  è diventata un argomento di vendita per il settore, con più attenzione concentrandosi su  emissioni di anidride carbonica e le food miles  – o il numero di chilometri cibo viaggia prima che atterri sul piatto dei consumatori. Gli ambientalisti del WWF, l’organizzazione globale di conservazione, hanno colto al volo l’occasione di una campagna per la produzione locale e prodotti biologici. “La scelta di stagione cibo coltivato localmente può essere un passo significativo per ridurre al minimo l’impatto ambientale della nostra dieta”, ha detto il WWF EurActiv. A livello dell’UE, la Commissione europea sta anche valutando la possibilità di adottare  un sistema di etichettatura di anidride carbonica per i prodotti commerciali  che potrebbero includere un sistema di classificazione per i prodotti alimentari e di altri prodotti simili ai ben noti marchi di consumo energetico visto su frigoriferi e lavatrici.

Misurare l’impatto ambientale

Tuttavia, entrambi i regolatori e gli attivisti ambientali sono desiderosi di notare che l’impatto ambientale dell’industria alimentare è più ampio di quanto lontano il cibo viaggia. “La maggior parte delle emissioni di gas serra dal cibo non viene dal food miles, viene da come viene coltivato il cibo, quello che viene utilizzato nel terreno e per alimentare il bestiame”, il WWF, ha detto. “Ci sono anche gli impatti delle modalità di conservazione, usato e cosa succede ai rifiuti.” Aziende agro-alimentari hanno ascoltato queste preoccupazioni e hanno iniziato a sviluppare le proprie iniziative per ripulire il loro agire ambientale. Recentemente, hanno sviluppato una  metodologia di valutazione armonizzata  per misurare gli impatti ambientali, come l’uso di acqua o di emissioni di anidride carbonica. FoodDrinkEurope, un gruppo industriale, messo insieme una  visione di sostenibilità per il 2030 , che elenca l’azione in tre settori: 1) di sourcing sostenibile, 2) l’efficienza delle risorse e 3) consumo sostenibile, concentrandosi sul lato del consumatore. “Ora questo buon lavoro deve essere preso alla fase successiva, e attuate in azioni reali sul terreno che garantisce i consumatori ricevano informazioni precise circa la sostenibilità delle scelte che fanno”, ha dichiarato Janez Potočnik, Commissario per l’ambiente dell’UE. “E ‘nell’interesse diretto del settore alimentare, in modo che coloro che realmente investono risorse nel miglioramento del loro impatto sono premiati per i loro sforzi, che non sono respinti come’ green washing ‘,” Potočnik ha aggiunto. La Commissione dovrebbe seguire sulla tabella di marcia l’efficienza delle risorse più tardi nel 2013, con una comunicazione sulla alimentare sostenibile.

Diete verdi

Attivisti ambientali, tuttavia, non vogliono sforzi dell’UE per fermare lì, e hanno iniziato a studiare il legame tra le scelte alimentari delle persone, l’ambiente e la salute pubblica. Il WWF ha raccolto informazioni sulle abitudini alimentari in Spagna, Francia e Svezia. Non sorprende, carni rosse e cibi preconfezionati altamente trasformati cavata peggio per ragioni sia ambientali e sanitarie. “L’assunzione di alimenti trasformati a base di carne rossa e ad alto contenuto calorico è aumentato. Queste tendenze hanno conseguenze negative per la salute pubblica e l’impatto sul clima delle diete nazionali,” il rapporto del WWF detto. Problemi di salute di dieta-correlate, citati nella relazione sono l’obesità, le malattie cardiovascolari, il diabete (tipo II) e tumori. Una soluzione win-win per i bilanci sanitari pubblici e del pianeta, gli attivisti sostengono, sarebbe quello di adottare una dieta più sana e più verde in base ai seguenti principi:

  • mangiare più vegetali;
  • ridurre lo spreco alimentare;
  • mangiare meno carne;
  • ridurre alimenti altamente trasformati; e
  • comprare cibo sostenibile certificata.

“Se adottato, una tale dieta non solo ha il potenziale per migliorare la salute dei cittadini europei, ma la capacità di fornire una riduzione del 25% delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dai paesi pilota catene di approvvigionamento alimentare entro il 2020”, il WWF ha detto. Sia i consumatori compreranno resta da vedere.

POSIZIONI: 

EurActiv ha tenuto un workshop degli interessati sui rifiuti alimentari il 30 maggio. Guarda un highlight video qui:

Fonte: euractiv.com

Ecopneus, riduzione del contributo ambientale per i pneumatici

Il consorzio comunica che dall’ 1 luglio si riduce il contributo ambientale sull’acquisto di pneumatici delle aziende socie. Per i consumatori un risparmio da 9 milioni di euro379658

ECOPNEUS: nuova riduzione dei contributi sull’acquisto di pneumatici delle aziende socie. Per i consumatori un risparmio da 9 milioni di euro. Efficienza operativa, qualità del servizio, gestione trasparente: la ricetta Ecopneus a beneficio dei consumatori per la gestione dei Pneumatici Fuori Uso. Da oggi 1 luglio sono ancora più bassi i contributi ambientali associati all’acquisto di pneumatici nuovi immessi nel mercato dai Soci di Ecopneus. La società senza scopo di lucro è infatti riuscita a rendere ancora più efficienti le modalità operative di gestione dei Pneumatici Fuori Uso ed ha dunque potuto abbassare ancora il contributo ambientale richiesto ai consumatori, che da oggi scende da 2,30 a 2 euro per il segmento auto ed in proporzione per tutte le altre tipologie di pneumatico . Dal 2011 è la quarta volta che Ecopneus riduce il contributo ambientale, grazie ad un costante impegno per l’ottimizzazione dei processi operativi e ad una gestione attenta ed efficiente. Il risparmio per i consumatori italiani con questa ultima riduzione è stimato in 9 milioni di euro su base annua. Dall’avvio del sistema nel settembre 2011 ad oggi, l’insieme delle riduzioni ha comportato invece un risparmio complessivo sull’acquisto di pneumatici nuovi stimato in circa 30 milioni di euro.
“Una riduzione ancora più preziosa alla luce del rilevante livello di servizio assicurato al mercato del ricambio dei pneumatici, degli importanti risultati operativi raggiunti sul campo e del nostro impegno oltre quanto chiesto dalla normativa” dichiara Giovanni Corbetta, Direttore Generale di Ecopneus. ”Anche nello scorso anno siamo riusciti a superare il nostro target di legge sulla raccolta, andando a prelevare 247 mila tonnellate di PFU da 33.000 “gommisti” grazie a oltre 72.000 missioni di automezzi. Riuscire ad ottenere questi risultati, garantendo un ottimo servizio al sistema e un risparmio al consumatore deve essere motivo di orgoglio per tutti gli attori della nostra filiera che a tale risultato hanno fortemente contribuito”.  Il contributo ambientale è un importo collegato all’acquisto di ogni pneumatico nuovo che deve servire esclusivamente a finanziare le operazioni di raccolta, trasporto e trattamento del pneumatico una volta arrivato a fine vita. Un costo in passato compreso nel prezzo del pneumatico nuovo e che dal 2011 deve essere invece evidenziato nel documento di vendita, a tutela del consumatore che non è più esposto a ricarichi o pratiche commerciali scorrette. Da esso non può derivare nessun utile: la legge prevede che eventuali avanzi di gestione di fine anno non possano essere distribuiti come dividendi ai soci e che debbano essere destinati per almeno il 30% in operazioni di prelievo da stock storico, al fine di ridurre gli accumuli di PFU presenti in Italia. Ecopneus, grazie all’avanzo di gestione ottenuto, in questi anni ha portato a termine 8 operazioni di prelievo straordinario da stock storico rimuovendo e avviando a recupero complessivamente circa 50.000 tonnellate di PFU. Un’ulteriore operazione analoga è tuttora in corso nel più grande accumulo di PFU d’Europa, a Castelletto di Branduzzo (PV), dove ne erano accumulate oltre 60.000. Ad oggi oltre 22mila tonnellate di PFU sono state già rimosse e il sito sarà completamente svuotato entro il 2016.

Fonte: ecodallecittà.it