Convertire le aziende alla sostenibilità? Terra Institute spiega come fare

Il marketing dovrà davvero lavorare per migliorare il mondo. Ne sono convinti gli specialisti di Terra Institute, un centro che offre per tutti i rami d’impresa, soluzioni e consulenze rivolte alle aziende che vogliono modificare il proprio orientamento rendendolo più sostenibile e meno impattante sull’ambiente. In sintesi, Terra Institute aiuta i suoi clienti a riconvertire le proprie aziende rendendole più sostenibili.

“Vivere e lavorare in modo sostenibile è più bello! – afferma Evelyn Oberleiter, di Terra Institute – C’è bisogno di cambiare, e sono necessari degli ‘accompagnatori’ ai processi di trasformazione. Vogliamo accelerare un cambiamento di sistema e accompagnare le aziende ad essere parte della soluzione e non più del problema”. A chi si rivolge Terra Institute? “Vogliamo accompagnare le persone che si rendono conto dell’entità della crisi attuale: stiamo vivendo una crisi sociale molto forte, una crisi delle risorse naturali, crisi personali e spirituali. Non crediamo che l’uomo intenzionalmente volesse portare avanti questo sfruttamento e determinare la crisi di oggi, ma è successo così. Il modo in cui sono state fatte le cose ha portato a questi effetti. La domanda che ora ci poniamo è: come possiamo riconnetterci a tutto e trovare un modo di lavorare che faccia bene a noi stessi ma anche alla società, all’ambiente e all’economia? Le alternative ci sono, ma ci vuole un cambiamento totale nel modo di vedere e sentire”.10299921_960197394020414_4252154818147902206_n

Secondo Terra Institute, il marketing deve essere basato sul valore, sulle alleanze, su una visione comune. “Lavoriamo anche sulla tipologia di organizzazione, per un passaggio da una struttura gerarchica ad una circolare basata sulla collaborazione. Deve esserci una visione comune. Bisogna rendersi conto che ogni organizzazione è una rete, è come un organismo vivente”.

“Ci chiamano – ci spiega Evelyn Oberleiter – le aziende che si rendono conto dell’importanza della sostenibilità e vogliono essere guidate in un processo di conversione, che necessariamente sarà graduale. Si può iniziare dal passaggio da un fornitore ad un altro, da un cambiamento nei processi di produzione, da nuovi modelli di business ad una particolare attenzione nell’uso dei materiali, in un’ottica di risparmio e riutilizzo di tutte le risorse impiegate”.

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“I prezzi di tutte le risorse stanno aumentando e la quantità diminuisce, questo vuol dire che non abbiamo scelta: deve esserci un cambiamento nella realizzazione dei prodotti”. Le aziende, in un’ottica di cambiamento del sistema, possono essere parte della soluzione e non rappresentare più il problema. Terra Institute riceve moltissime richieste. “Un numero crescente di imprenditori si sta aprendo a questa logica, sempre più persone vogliono fare qualcosa che abbia un senso. Prima lavoravamo solo nel mondo ‘tedesco’. Ora vogliamo puntare sempre di più sull’Italia, dove c’è più solidarietà. Negli ultimi due anni ho visto un grande aumento di consapevolezza negli abitanti dell’Alto Adige. Cerchiamo di applicare il modello della sostenibilità anche alla nostra azienda. Tra le tante scelte, ad esempio, ci muoviamo in aereo il meno possibile. Vivere e lavorare in modo più sostenibile rende la vita più piacevole e gioiosa”.

fonte: italiachecambia.org

Luca Gianotti: viaggiare a piedi per trovare (anche) se stessi

Vivere il territorio a ritmi lenti e in profondità, conoscere l’altro e guardarsi dentro. È questa l’idea ispiratrice della Compagnia dei Cammini, associazione che lavora per diffondere la cultura del camminare nel nostro Paese, proponendo viaggi a piedi in aree mediterranee.

“Ho iniziato poco dopo l’adolescenza, e in breve tempo ho scoperto i benefici del camminare. È nata così una passione che oggi occupa un posto centrale nella mia vita”. Comincia così il racconto di Luca Gianotti, coordinatore della Compagnia dei Cammini, nata dalla precedente esperienza de “La Boscaglia” e in linea con la sua filosofia ed i suoi valori. L’associazione propone viaggi a piedi, anche in compagnia degli asinelli, viaggi in barca a vela con trekking e viaggi di Deep walking con esperienze di meditazione camminata. Ogni anno, inoltre, viene organizzata la camminata evento “Compagni di Cammino” , che lo scorso anno ha condotto le guide ed i viandanti sui passi della Sicilia virtuosa  e che il prossimo novembre sbarcherà in Puglia, terra generosa e in gran fermento.1781950_611358848934048_1249352089_n

Per la Compagnia dei Cammini fare turismo responsabile significa rispettare la natura, non inquinare, tutelare la salute, valorizzare l’economia solidale, preferire il cibo biologico, naturale e locale. A differenza di molti tour operator che propongono tra i servizi il trasporto dei bagagli dei viaggiatori, chi viaggia con la Compagnia dei Cammini porta con sé soltanto uno zaino. “Lo zaino – spiega Luca Gianotti – ti fa sentire libero, puoi fermarti in ogni momento, dormire in tenda o sotto le stelle, anche se molte volte le persone fanno fatica ad entrare in contatto con il loro lato più selvatico. Inoltre, camminare con soli 6-7 chili sulle spalle che contengono tutto il necessario per viaggiare anche per un mese ti fa acquisire la consapevolezza, una volta tornati a casa, della quantità di cose di cui ci circondiamo e di quanto queste non servono e non ci recano felicità”. Spesso chi decide di mettersi in cammino intraprende il viaggio da solo ma in breve tempo si crea un legame forte con gli altri viandanti. “Il camminare – ci spiega Gianotti – ha il potere forte di creare il gruppo: spesso si arriva da soli e ci si mette in gioco, ma in due o tre giorni condividendo emozioni, fatiche e momenti positivi si crea subito il gruppo che, per il periodo del viaggio, diviene una sorta di organismo vivente a se stante. Così come per il benessere di un corpo ogni parte deve essere in salute, allo stesso modo per generare disarmonia in un gruppo basta che una sola persona non stia bene”.10730773_766484063421525_6649220928142959151_n

Fondamentale è dunque la consapevolezza delle persone riguardo al tipo di esperienza che si apprestano a vivere. Per questo motivo lo staff della Compagnia dei Cammini ritiene importante entrare in contatto diretto con coloro che sono interessati ai viaggi, al fine di avere un confronto sulle aspettative e motivazioni di ognuno. Inoltre, sul sito dell’associazione è disponibile un decalogo  scritto da Luca Gianotti che ben riassume la filosofia del camminare. Prima regola? Liberarsi dalle ansie della quotidianità e lasciarle a casa. Soltanto così, infatti, è possibile scoprire il vero valore del cammino: l’incontro con il territorio, con gli altri viandanti, con le persone che vivono nei luoghi in cui si cammina… e con se stessi.10404240_715338328536099_2352555457413100082_n

Il viaggio a piedi, così inteso, costituisce anche un’occasione di ricerca interiore, guidati dalla bellezza del silenzio, dai suoni della natura, dai rumori dei propri passi e respiri. In questo senso, come evidenzia Luca Gianotti, la riscoperta del Cammino di Santiago di Compostela ha segnato una svolta epocale. “Negli ultimi anni si è ampliato il numero di persone che si mettono in cammino ed è aumentato il bisogno interiore di camminare per capire se stessi, oltre al mondo che ci circonda. Soprattutto per noi occidentali, più irrequieti e meno abituati alla meditazione, il cammino diventa così anche uno strumento per compiere un lavoro spirituale”.10614331_772983172771614_3057065503897482961_n

Come ha scritto Luca Gianotti nel libro “L’arte del camminare”, “camminare lento significa saper vivere il presente senza fretta, godersi il cammino fermandosi a osservare un fiore o a scambiare due parole con un contadino, sapendo che siccome abbiamo la tenda con noi, e qualche cibo di scorta, possiamo anche far tardi, nessuno ci aspetta, non corriamo nessun rischio. Per questo i cammini in completa autonomia, in libertà, nei quali il nostro zaino diventa la nostra casa, nei quali abbiamo con noi la tenda, i viveri, il necessario, sono i più terapeutici. Possiamo fermarci quando vogliamo”.

Visualizza La Compagnia dei Cammini sulla Mappa dell’Italia che Cambia

Il sito de La Compagnia dei Cammini

Fonte:italiachecambia.org

Io faccio così #14 – Decrescita, autodeterminazione e sovranità: la Sardegna di Roberto Spano

Strana terra la Sardegna. Antiche tradizioni che trasudano innovazione più degli scintillanti grattacieli delle metropoli del Nord Italia. Umili pastori che con poche parole trasmettono concetti di saggezza pari a quelli spiegati nei libri di illuminati saggisti. Terra di attaccamento, abitata da un popolo che con fierezza rivendica la libertà di autodeterminarsi e di aprirsi al mondo. Terra di cambiamento, dove vecchio e nuovo si uniscono in una sintesi che rappresenta il futuro non solo dell’Isola, ma di tutta Italia, dell’Europa e del Pianeta.

Dieci anni fa Roberto Spano è tornato a Orroli, un piccolo paese dell’entroterra cagliaritano, dopo aver vissuto per vent’anni in giro per l’Italia e per il mondo. Dal ritorno a casa, che per molti giovani sardi rappresenta un’involuzione, ha tratto la forza e l’ispirazione per cambiare la propria vita e quella della comunità in cui vive. Non solo ha ritrovato la sua Terra, ma ha anche scoperto il pensiero di due intellettuali che hanno fatto scattare in lui una molla, risvegliando una consapevolezza che in realtà dentro di sé già possedeva. Ma andiamo con ordine. «Aver passato l’infanzia nella Sardegna di quarant’anni fa – spiega Roberto –, significa aver avuto accesso a uno stile di vita che ancora manteneva i caratteri di comunità, di sostenibilità, di autoproduzione, di scambio, di filiera corta, di ricerca di una vita in comune che permetteva a tutti di vivere bene. Era però un’impostazione che mancava ancora di consapevolezza e non ci si rendeva conto che nel giro di poco tempo sarebbe cambiato tutto». La globalizzazione, giunta con prepotenza anche sull’Isola, avrebbe reso presto obsoleta questa visione.orto-300x168Ma i semi erano stati piantati e, decenni più tardi, è bastato poco perché germogliassero. «La decisione di tornare a Orroli è nata da una inconsapevole ricerca di un modo di vivere diverso, che fosse più sostenibile e che mi permettesse di avere maggiore equilibrio, sia materiale che spirituale». Poi, qualche anno fa, l’incontro con Maurizio Pallante e con il suo messaggio di decrescita: «Mi sono reso conto che le mie scelte – farmi un orto, vivere nella mia casa, risparmiare energia, diminuire l’uso dell’auto e così via – non erano soltanto un gesto individuale, ma potevano avere anche una valenza politica, sociale, collettiva. Pallante è riuscito a dare loro una sistematizzazione, a spiegarne il valore in prospettiva, chiarendo perché sono fondamentali per la costruzione di una nuova società». Ancora prima di Pallante però, un altro grande pensatore, un sardo doc, aveva toccato il cuore e l’animo di Roberto: «Alla fine degli anni novanta, lessi “Manifesto delle comunità di Sardegna”di Eliseo SpigaIn questo libro, egli spiega per quale motivo nell’identità, nella sardità, nella nostra cultura tradizionale ci sono elementi di modernità in grado di dare risposte per il futuro, non solo quello della Sardegna. Lo stesso Pallante ha sottolineato come il ”Manifesto” sia in grado di parlare a tutta l’umanità, perché i concetti che esprime – comunità locale, sovranità alimentare ed energetica, capacità di resilienza – sono universalmente validi e applicabili». Maturata questa consapevolezza, Roberto è diventato un convinto praticante della decrescita felice. «Ho aumentato la qualità della vita di me stesso e della mia famiglia diminuendo la dipendenza dal denaro e dall’acquisto delle merci. Siamo quasi autosufficienti dal punto di vista alimentare, produciamo tutto quello che è possibile in casa, facciamo molta attenzione al risparmio energetico, curiamo i rapporti con i nostri vicini e con la comunità locale. Decrescita felice per me è avere di più con meno, non rinunciando a qualche cosa, ma semplicemente togliendoci quei pesi che abbassano la qualità della vita e dando spazio a ciò che veramente conta». In Sardegna le contraddizioni del modello improntato sulla crescita infinita sono lampanti ed esigono un tributo salatissimo: «L’ottanta per cento di quello che mangiano i sardi è importato dall’estero, nonostante la nostra terra sia in grado di fornire sostentamento a tutti coloro che la abitano. È chiaramente una situazione insostenibile, come possiamo immaginare di continuare in questo modo? E così la sovranità energetica: la nostra isola produce il 30% in più dell’energia necessaria per soddisfare i propri fabbisogni, la vendiamo in Italia a un prezzo più basso e quando ne abbiamo bisogno la riacquistiamo a un prezzo più alto. È una politica non solo ingiusta, ma anche miope, perché punta esclusivamente sull’ampliamento dell’offerta, nonostante produciamo già più energia di quella che ci serve. Pensiamo a risparmiarla, piuttosto che continuare a sprecarne un sacco, sia direttamente sia indirettamente, per via di un sistema economico che privilegia gli sprechi, i trasporti sulla lunga distanza rispetto alle filiere corte, all’autoproduzione e agli scambi in loco”.

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Ma per cambiare bisogna avere coraggio, mettersi in gioco, assumersi delle responsabilità. In Sardegna c’è poi un ulteriore ostacolo da abbattere, un ostacolo culturale. «Dobbiamo liberarci del luogo comune che ci fa credere di essere poveri, morti di fame, gente senza capacità, che se non è aiutata da qualcun altro più forte e più grande non può andare avanti. Questa è una menzogna: la Sardegna è una terra ricchissima a livello culturale, spirituale e materiale, che se riuscisse a recuperare la consapevolezza delle proprie possibilità e del suo ruolo attivo nel mondo diventerebbe una grande palestra e un grande esempio positivo per tutta l’umanità. Ma il primo passo non è combattere fuori, bensì crescere dentro». Dalle parole di Roberto traspare un amore dirompente per la propria terra e per il suo popolo, che si traduce in un ragionamento lucido e preciso, che possiede anche una grande valenza politica. «Io sono indipendentista perché credo nel diritto storico, politico, culturale, linguistico, nazionale di avere una rappresentanza anche istituzionale per la mia terra. Oggi ritengo necessario attivare un processo di governo che porti il popolo sardo a rendersi conto che solo attraverso l’autodeterminazione delle proprie scelte possiamo avere un futuro e soprattutto possiamo parlare al resto del mondo alla pari, dando il nostro contributo. L’indipendentismo moderno, quello in cui mi riconosco, è tutt’altra cosa rispetto al separatismo: noi non vogliamo separarci, vogliamo piuttosto uscire dalla gabbia regionale in cui ci ha chiuso lo Stato italiano per aprirci allo scambio col mondo. Non pensiamo di essere né migliori né peggiori di nessuno. Siamo uguali a qualunque altro popolo e, proprio per questo, abbiamo anche noi diritto ad avere la nostra nazione libera e sovrana».sardi_indipendenti-300x155

Quello che sta accadendo in Sardegna negli ultimi anni è straordinario: con un’alchimia quasi magica, si stanno mescolando forte identità nazionale, fame di autodeterminazione e di sovranità, spinte innovative che sanno quasi di rivalsa nei confronti di chi ha sempre considerato questa terra come una riserva da sottomettere e sfruttare, nuovi modi di vivere la comunità e il rapporto con la natura che, partendo da un retaggio antico, forniscono soluzioni estremamente attuali. «Ci sono dei forti segnali di cambiamento – conclude Roberto –, a partire dalla consapevolezza dell’importanza della nostra identità, della nostra autodeterminazione, dai movimenti che si battono per l’indipendenza e per la sovranità. Ci sono tanti gruppi e associazioni che lavorano in direzione della sovranità alimentare ed energetica, della ricostruzione delle comunità locali, delle filiere corte, del rapporto diretto fra produttori e consumatori. C’è un primo percorso di de-urbanizzazione e tante persone cominciano a lasciare le periferie delle città per tornare ad abitare nei paesi e nelle comunità locali dell’interno, che sono a rischio di spopolamento. Il lavoro da fare è ancora tantissimo: a livello politico vanno prese decisioni coraggiose, lungimiranti, graduali e democratiche, che abbiano la capacità di pensare a un futuro che in realtà è vicinissimo. Contemporaneamente, vanno adottati nuovi stili di vita a livello personale». La Sardegna, dopo essere stata considerata per anni un brutto anatroccolo, si sta apprestando a diventare uno splendido cigno, pronto a spiccare il volo e a indicare al resto d’Italia la direzione da seguire.

Francesco Bevilacqua

Fonte: italia che cambia

Riti e simboli nella società. Il ritorno della civetta

“Il consumismo globalizzato, ultima fase di una società di dominio e divisione, riducendo tutto a merce sta distruggendo riti e simboli ovunque nel mondo ‘sviluppato’ e si dà da fare per distruggerli anche nel mondo assoggettato”. Eppure oggi c’è chi ritorna alla terra è chi torna a fare il pane, a ritrovare i gesti e la calma concentrazione, gli odori e il tatto, il cibo sacro.simboli

Nella stanza da letto delle mie zie c’era una campana di vetro, proteggeva Maria Bambina: una piccola bambola di porcellana e stoffa che rappresentava una neonata in fasce, circondata di fiori. Era il simbolo della Dea Madre nella sua espressione primaverile: la rigenerazione della vita. Nessuno ne era più consapevole ma non aveva importanza; rimaneva un simbolo sacro e pur sempre un simbolo di (ri)nascita e di amore.

… Signora, a casa nostra nessuno mai parlava di te

così come non dicevamo “respiro per vivere”,

solo respiravamo,

e quando a volte l’amarezza ci sigillava la bocca

ti vedevamo a un tratto risplendere alle spalle della madre

così come un mattino scendendo un impervio pendio

diretti ai campi

vediamo il mandorlo riarso dal gelo illuminarsi dei suoi

fiori… (Ghiannis Ritsos, “La Signora delle vigne”)

Simboli, come le lenticchie a Capodanno, piccoli semi color della terra per l’augurio, nel letargo invernale, di una rinascita primaverile; riti e simboli, come immergere la mano nell’acquasantiera e poi farsi il segno della croce: l’acqua sacra e il segno del sole per il riprodursi della vita.

Riti e simboli che ci hanno accompagnato dalla notte dei tempi, che facevano parte della condizione umana e ci legavano a tutta la vita, al suo fluire completo. Facevano parte della nostra coscienza e del nostro inconscio, scorrevano attraverso il tempo e permettevano che anche noi scorressimo nel grande flusso. Riti e simboli che appagavano e davano pace. Venivano da lontano, dal neolitico e alcuni addirittura dal paleolitico, da quando nasce la cultura umana, dai tempi dei disegni nelle grotte e delle piccole figure femminili di pietra, di terracotta, sicuramente di legno e di stracci per i giochi dei bambini: le figure della Dea Madre, che non era altro che la Vita in tutte le sue forme.

Le religioni e le culture sono cambiate nella storia dell’uomo, ma tutte hanno dovuto assumere quei simboli e quei riti, anche tentando di deformarne il significato a volte, ma senza poterli escludere dalla quotidianità umana. Tralci di vite, alberi frondosi, agnelli, sirene, colombi e tori nelle cattedrali gotiche. Bambole sedute tra i cuscini del letto matrimoniale, Sacre Famiglie appese a capoletto nella mia infanzia. Lumi accesi e fiori davanti alle immagini dei morti, in augurio e omaggio alla loro rinascita, ancora oggi. Ancora oggi?carrello_consumismo2_2

Il consumismo globalizzato, ultima fase di una società di dominio e divisione, riducendo tutto a merce sta distruggendo riti e simboli ovunque nel mondo “sviluppato” e si dà da fare per distruggerli anche nel mondo assoggettato. Sembra che questo sia anzi uno degli scopi a cui tende con perseveranza e, se non addirittura consapevolmente, certo con istinto sicuro, il capitalismo globale. Del resto, la civiltà del dominio si adoperò fin dalla sua nascita per distruggere culture, religioni e riti legati alla Vita, alla Grande Dea pacifica e amorevole, alla natura in tutte le sue forme. Del resto, il dominio e la divisione cominciano, nella storia umana, assieme al distacco dalla natura e alla sua rapina. La società dei dominatori e dominati vuole dominare anche la vita e l’universo. Ma è un’impresa impossibile e conduce solo all’autodistruzione, come abbiamo visto e vediamo ogni giorno. Così come la distruzione di tutti i nostri riti e simboli distrugge anche la nostra anima. Sulle brocche di terracotta pugliesi era dipinto il galletto. Come su quelle minoiche erano dipinti i delfini, la spirale, la cerva, il polpo. Immagini dei nostri compagni nella vita e simboli di vita, rigenerazione, flusso degli elementi e dell’energia vitale. In Sud-Tirolo si usa ancora tenere appese nelle case le sculture della donna-pesce, dell’uomo-cervo. Nei mercati dei contadini, almeno fino agli anni settanta, si vendevano partite di cereali, sementi e bestiame suggellando l’accordo con un’energica stretta di mano. Non serviva altro: era un pegno, la parola data. Nessuno si sarebbe sognato di cambiare idea dopo quella stretta di mano, che era un rito e un simbolo e di questi aveva la forza. Una forza che ci sosteneva. Senza che ce ne rendessimo conto, riti, simboli, usanze costituivano il terreno su cui ci muovevamo, la ragnatela sospesa in cui trovavamo le nostre strade anche nella bufera. Erano una rete che ci univa tra esseri umani e nello stesso tempo ci univa all’universo intero.

… Sull’abete hanno scolpito la tua colonna quelli che hanno

per cinture i monti

sulla pietra hanno scolpito il tuo silenzio i mietitori… (G. Ritsos – La Signora delle vigne)

C’era una filastrocca da recitare mentre spezzavamo i gambi dei soffioni per farne delle trombette, la filastrocca avrebbe propiziato la riuscita dell’operazione. C’era un desiderio da esprimere quando vedevamo cadere una stella. C’era un bicchiere sotto cui mettere il dente da latte che si era staccato, perché qualche essere magico ci risarcisse. I bambini vivevano nella magia quotidiana, ne erano circondati e, anche quando smettevano di crederci, si attenevano ai suoi “precetti”. Diventati riti e simboli. Senza tutto questo, senza riti, usanze, simboli che ci manifestino la sacralità della vita, della natura, dei rapporti coi nostri simili, che cosa siamo? Gente persa e confusa, perennemente in competizione con sé stessa, con gli altri esseri umani, col mondo intero. Perennemente insoddisfatta, perché la competizione non ha limiti e non raggiunge mai mete definitive. Sballottata tra una pubblicità e l’altra, una merce e l’altra, una moda e l’altra. Subissata di notizie e stimoli che si affastellano nella mente alla rinfusa, poiché non abbiamo con che misurarli e discernerli. Gente alla disperata ricerca di usanze e riti che riempiano il suo spirito e che trova solo le “usanze” e i “riti” imposti dalla macchina industrial-consumistica, i “simboli” di effimere vittorie nella competizione infinita. Senza più dei, senza tribù, gens, comunità, senza più un’idea della vita e della morte.

Ti vedevamo nella mano che mostrava i campi dicendo “la

terra è buona” o “Dio sia con te”,

nella mano della nonna che si segnava mormorando “per

grazia dei Padri Santi”

nella mano che fa la croce sul pane col coltello, sicura

e onesta… (G. Ritsos – La Signora delle vigne)grano__mano

Ed ecco che c’è chi ritorna alla terra: un istinto forte e saldo gli dice che lì c’è la realtà, il necessario e il sacro. E c’è chi torna a fare il pane, a ritrovare i gesti e la calma concentrazione, gli odori e il tatto, il cibo sacro. E su ogni pane, prima di infornarlo, si incideva il simbolo del sole: la croce. E cosa cambia se lo si considera il simbolo di Dio? E c’è da un po’ di tempo chi colleziona ninnoli che rappresentano rane o civette. E sono solo donne a farlo, senza sapere che la rana e la civetta erano due simboli della Dea onnipresenti in tutta l’Europa neolitica; potenti simboli di fertilità, nascita, morte e rigenerazione. Che ritornano da un inconscio ancestrale proprio quando la nostra società dissipatrice e distruttrice sta facendo scempio della vita in ogni sua forma. Consciamente o inconsciamente sentiamo tutti il bisogno di riannodare i fili della vita, della nostra appartenenza all’universo. Ma, come i simboli e i riti che sancivano la nostra appartenenza all’universo erano simboli e riti di amore, rispetto, venerazione nei confronti di ogni essere vivente, così è solo attraverso tutto ciò che possiamo recuperarli. Cominciando anche da piccoli gesti come curare un orto o un giardino, come una tisana bevuta la sera coi vicini “a veglia”, come il ritrovarsi per fare assieme il pane. O una partita a carte, o una passeggiata coi bambini, o per cantare in coro: ritrovarsi per fare, non per consumare, né tantomeno per competere. Perché il contatto con la natura e le cose fatte liberamente insieme, in spirito di amicizia e solidarietà, diventano spontaneamente riti. Appagano e danno pace, ci fanno sentire parte di una comunità o di qualcosa di più grande ancora. Le piccole cose di cui è fatto il mosaico scintillante che è la vita. Le cose che spontaneamente seguono il suo flusso, perché dove non c’è dominio, avidità, divisione e competizione, non c’è nemmeno spreco e distruzione, e la consapevolezza persa ritorna poco a poco a riformarsi e a crescere, assieme al nostro legame con la natura.

…Signora grande, come sommesso il primo buongiorno del

cedrangolo

sommesso il tuo passo e il respiro del pesce accanto alla luna

sommesso il chiacchiericcio della formica davanti alla

chiesetta della margherita.

Ah, quanto oro deposita un raggio sulla goccia di rugiada

quando le pleiadi ti appendono sulla fronte i sette ramoscelli

di mimosa,

ah, quanto polline stipato in bocca all’ape per il miele,

quanto silenzio nel tuo cuore per il canto… (G. Ritsos – La Signora delle vigne)

L’antica civiltà del neolitico, da cui discende il culto della Dea ormai dimenticato, ma che si manifesta persino oggi continuamente, anche nei fiori raccolti in campagna o in giardino e messi al centro della tavola o sull’altare della Madonna, era una civiltà pacifica, ugualitaria, consapevole. Profondamente consapevole. In quella civiltà le donne erano pari agli uomini ma erano nello stesso tempo più importanti degli uomini, come dovrebbe essere logico per qualsiasi specie sessuata, dato che più importante è il loro ruolo nella riproduzione e conservazione della specie. Le donne erano sacre, sacre le loro mani che trasformavano il cibo, tessevano gli indumenti, allevavano bambini, curavano ammalati. E questo dovrebbe far riflettere anche sui motivi per cui, in una società fondata sulla rapina della natura, sul dominio e la competizione, nel tempo del suo degrado e della sua disgregazione finale, e quindi nel massimo esprimersi di rapina e dominio, le donne siano oggetto di quotidiane, feroci, gratuite violenze. Alle donne gli uomini baciavano le mani (ancora oggi in alcune luoghi della Polonia contadina gli ospiti baciano la mano della padrona di casa che ha preparato il cibo); alle donne si offrivano fiori, come alla Dea, fino a poco tempo fa: in particolare alle puerpere. Era una civiltà, quella del neolitico, che non conosceva le armi, che adorava piante e animali; una civiltà felice. Durata, in alcuni luoghi, anche diecimila anni. Molto più della nostra civiltà di guerra e dominio. Per questo non bisogna credere a chi cerca di convincerci della “naturale” aggressività umana verso i propri simili, della “naturale” divisione e diseguaglianza, della “naturale” supremazia dell’uomo sugli altri esseri viventi. Sono invece artificiali: gli artifici di una civiltà squilibrata che si deve puntellare su una cultura di guerra per sopravvivere: guerra in tutte le accezioni e in tutti i campi. Fino ad oggi, quando quella stessa guerra, in forma di competizione non solo militare ma economica, la sta distruggendo. E possiamo solo ritornare alla civetta, alla rana; alla terra e ai suoi frutti; cercando di ricomporre e proteggere la vita frammentata e sacrilegamente degradata dalla civiltà del dominio.

… Prepara ancora un materasso largo con cartocci freschi

immergi profondi gli occhi nelle stelle

come s’immerge la mano nella madia con le mandorle,

ah, offrici qualcosa, Signora, che aspettiamo nel tuo cortile

offrici la danza per far schiattare la morte. (G. Ritsos – La Signora delle vigne)

fonte: il cambiamento

Uno stile di vita a sprechi zero. Dagli Usa la Storia di Bea Johnson

Un chilo di spazzatura all’anno contro i 450 chili che in media produce una famiglia americana. Giovane francese trapiantata negli Stati Uniti, Bea Johnson ha deciso di adottare uno stile di vita a “spreco zero” partendo, in primo luogo, dal rifiuto del superfluo.usa

Sprecare fa parte dello stile di vita di chi vive nella società moderna industrializzata. Sprechi alimentari, sprechi di consumi energetici, sprechi di materie prime, sprechi di risorse naturali sono il frutto di comportamenti e modi di vivere ormai talmente consolidati, specialmente nel mondo occidentale sviluppato, che diviene quasi impossibile pensare e credere che si possa agire e vivere diversamente. Ma di fronte ai dati sugli sprechi, soprattutto quelli recentissimi sugli sprechi alimentari e in un contesto di crisi planetaria senza precedenti, quale quella attuale, occorre seriamente chiedersi come potere contribuire individualmente, senza demandare ad altri, nell’ideazione e nella costruzione di nuovi stili di vita collettivi più consapevoli, più coscienziosi, meno onerosi e meno dannosi per la nostra esistenza e per la salute del pianeta. Occorre educare e sensibilizzare il cittadino-consumatore ad una differente maniera di stare e convivere nella società ma sembra altresì necessario mediatizzare maggiormente le numerose esperienze positive già esistenti che possono nel concreto divenire modello e speranza ai fine di tracciare un solco-separatore tra il falso benessere di cui ci siamo decorati e un reale ben vivere sociale. Ma lo spreco zero è realistico? Probabilmente neppure i più fervidi sostenitori della decrescita felice, quelli del ricorso al riuso, al riciclo e alla riduzione dei consumi credono in una società a “spreco zero”. Si tratta effettivamente di un obiettivo, di un target difficilmente raggiungibile per grandi collettività, forse un’utopia nell’epoca moderna, per lo meno nel mondo cosiddetto civilizzato. Se su larga scala lo spreco zero sembra un obiettivo chimerico, a livello individuale esistono delle eccezioni sorprendenti che lasciano speranza e segnano un cammino. Così proprio dalla società che ha la nomea di essere consumistica per eccellenza, quella statunitense, arriva l’affascinante storia di Bea Johnson. Bea, giovane francese trapiantata negli States, ha deciso di adottare lo stile di vita “spreco zero” e così che la sua famiglia con due bambini riesce a produrre solamente un chilo di spazzatura all’anno mentre in media una famiglia americana ne produce circa 450 chili. Bea, eco-blogger e autrice del libro Zero Waste Home, è prodiga di consigli ed entusiasta per quello stile di vita che conduce da ormai oltre un lustro e che trova i suoi pilastri e motori in primis nel rifiuto (delle cose inutili) e poi nel ridurre, nel riuso e nel riciclo.

Spinta inizialmente dalla causa ambientalista, Bea ha pian pianino apprezzato i vantaggi che offre lo “Zero Waste Lifestyle” e che principalmente scaturiscono dalla semplicità e dalla qualità di quel modo di vivere. Come sostenuto in una recente intervista, quella scelta di vita si traduce nel beneficiare di grande disponibilità di tempo libero per lei e per tutta la famiglia ma anche, cosa non meno importante, nel rilevante risparmio finanziario legato alla riduzione dei consumi e a quelle best practice quotidiane che permettono inutili spese e evitano aggravi di uscite monetarie. La famiglia Johnson conserva il cibo in barattoli di vetro, utilizza buste in tessuto per fare la spesa, rifiuta il packaging per quei prodotti inevitabili che acquista nei negozi, auto-produce prodotti di cosmesi e d’igiene, vive del necessario chiedendosi e valutando giornalmente cosa sia realmente e strettamente utile da ciò che è puramente voglia. Inevitabilmente lo stile di vita dei Johnson ha un impatto su quello del vicinato, degli amici, dei compagni di scuola dei figli, dei negozianti che vengono “educati” ad accettare lo stile di shopping di Bea e famiglia.

Uno stile di vita, per molti estremo, ma realizzabile, al quale è comunque possibile tendere che modifica i nostri limiti intellettuali, culturali e visivi, quelli di animali da consumo, consentendo di porci in un’altra prospettiva, quella di cittadini consapevoli, attivi e partecipi di differenti modi di intendere il nostro esistere. Chissà se coniugare l’estremismo del nostro modus vivendi con quello, almeno apparente, dello “spreco zero” non possa infine permettere di fondere positivamente l’idea di economia moderna sviluppatasi nei secoli e che ci ha reso esclusivamente consumatori, con quella dell’ecologia e del rispetto a 360° che, forse, racchiude in se il concetto di vera qualità del vivere nell’era moderna.

Fonte: il cambiamento

Garage Sale Kids 2013, bambini e famiglie verso nuovi stili di vita

Si è svolta a Roma, lo scorso 5 maggio, le seconda edizione di Garage Sale Kids, un’iniziativa che mira a sensibilizzare e diffondere tra bambini e famiglie stili di vita alternativi e sostenibili, promuovendo la cultura dei riuso intelligente, del baratto e della solidarietà.garage_sale_kids1

Si è svolta a Roma, lo scorso 5 maggio, le seconda edizione dell’iniziativa Garage Sale Kids ideata per promuovere e diffondere la cultura del riuso e per stimolare famiglie e bambini ad avvicinarsi alla green education e a stili di vita differenti. Nuovi modelli di vivere e convivere che nascono e si sviluppano gradualmente spinti non solo dal contesto socio-economico attuale, ma anche dall’esigenza e dalla volontà di rapportarsi in maniera alternativa alla quotidianità, ponendo maggiore attenzione e rispetto verso gli altri e verso ciò che ci circonda, l’ambiente. Garage Sale Kids mira a tutto questo, ma non solo. È un’iniziativa che diventa in pochi momenti l’incontro tra l’utile, la socialità e il divertimento in una cornice colorata e carica di voglia d’interscambio ed d’interazione tra la gente. Si apre il sipario e gli schiamazzi dei bambini sono il lasciapassare per sciogliere e dissolvere i formalismi degli adulti; d’improvviso escono fuori i sorrisi, la distensione si marca sui visi ed ecco la formula vincente e attraente dell’evento. Uno straordinario mix di aree e di angolini in cui i bambini apprendono giocando e i grandi si mettono in relazione per condividere esperienze intorno a ciò che è utile e ciò che può servire nella propria quotidianità.

Garage Sale Kids è un luogo di scambio, è un altro modo di creare aggregazione, è un luogo che getta i semi per un nuovo tipo di dialogo tra gente accomunata dal desiderio di mettere qualcosa a fattor comune. È anche l’incontro della creatività e dell’originalità non fine a se stessa ma posta al servizio del risparmio, del riuso intelligente, del ritorno alla semplicità. Rappresenta una maniera di fare rete e allo stesso tempo di creare una comunità capace di facilitare le interazioni tra le persone e costruire modus videndi diversi.garage_sale_kids_

Un’iniziativa che diventa spazio di educazione, di didattica e di scoperta e così sporcandosi le mani con la terra e le piante di un vivaio o con la vernice ed i colori di un laboratorio si impara a conoscere meglio la natura, si impara a ri-creare e a ri-utilizzare intelligentemente e a barattare. A poco prezzo vengono fuori interessanti compravendite di vestiti, scarpe, passeggini, fasciatoii, giocatoli e giochi. Si condividono conoscenze culturali e artistiche, competenze tecniche e professionali con l’obiettivo di creare una piazza delle buone pratiche, quelle ecosostenibili, divenute necessarie per le persone e per l’ambiente della nostra era. Nel Garage Sale Kids si fa in fretta a fare amicizia, a comprendere ed imparare, a dare e a ricevere con l’obiettivo comune di generare consapevolezza, di consumare eticamente e di trarre beneficio, utilità concreta e immediata dallo scambio, dal confronto e dall’incontro. In questa agorà di socializzazione, c’è lo spazio per l’arte, per la cultura, per la solidarietà e per varie attività ricreative. Si crea quella coesione sociale che meriteremmo di praticare e di estendere più genericamente in ogni momento del nostro tempo moderno. C’è il tempo per sorridere e per respirare, c’e il tempo per avere tempo, per ricostituire la socialità, per comporre un angolo di mondo più umanizzato in cui delle energie armoniche e delle potenzialità individuali convergono verso il bene collettivo e diventano humus fruttuoso per un vivere migliore.

Fonte: il cambiamento

Vivere Semplice

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