Alimentazione infantile in Sudafrica: eliminare i conflitti di interessi

Un gruppo di pediatri e ricercatori sudafricani ha pubblicato sul South African Medical Journal un richiamo a eliminare i conflitti di interesse che rendono problematico migliorare lo stato dell’alimentazione infantile, e soprattutto dell’allattamento, nel loro paese. Adriano Cattaneo è l’autore di questo intervento, diffuso dall’associazione “No Grazie Pago Io”.

Un gruppo di pediatri e ricercatori sudafricani ha pubblicato sul South African Medical Journal

un richiamo a eliminare i conflitti di interesse che rendono problematico migliorare lo stato dell’alimentazione infantile, e soprattutto dell’allattamento, nel loro paese. L’articolo parte da un’analisi della situazione che tiene in considerazione anche i tassi elevati di trasmissione dell’HIV in Sudafrica e la decisione, nel 2000, di fornire gratuitamente latte formulato alle madri sieropositive attraverso i servizi sanitari pubblici. Questa politica è stata annullata solo nel 2011, un anno prima dell’emanazione di una legge che recepisce, oltre 30 anni dopo la sua approvazione da parte dell’Assemblea Mondiale della Salute nel 1981, il Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno. La legge mira a “rimuovere la pressione commerciale dal campo dell’alimentazione infantile”, a “evitare di creare conflitti di interesse o incentivi perversi per gli operatori sanitari”, e a “garantire che il sostegno finanziario per i professionisti della salute infantile non crei conflitti di interesse”. Con queste premesse, non stupisce che il tasso di allattamento esclusivo a 4-5 mesi si aggiri attorno ad un misero 24%, lontano dall’obiettivo del 50% a 6 mesi entro il 2025. E non stupisce che le vendite di latte formulato siano in aumento: da 1 a 4.2 miliardi di rand tra il 2004 e il 2018 (+33%), con previsioni di 6 miliardi nel 2023. Inutile aggiungere che il costo della formula è inabbordabile per la maggior parte delle famiglie sudafricane: da 375 a 561 rand al mese in un paese dove il 37% delle famiglie ha un reddito al di sotto della soglia di povertà, fissata a 531 rand al mese, e dove una famiglia su tre vive in case senza acqua potabile. Non a caso la diarrea è la prima (17%) causa di morte sotto i 5 anni e il 31% dei bambini che muoiono in ospedale soffrono di denutrizione acuta o grave. La legge del 2012 sul Codice Internazionale doveva essere pienamente in vigore dopo 36 mesi. Oltre a regolare etichettatura e pubblicità, la legge permette alle ditte di contribuire a un fondo comune per l’organizzazione di eventi scientifici, ma proibisce la sponsorizzazione individuale per oratori e partecipanti, esclude la promozione di specifici prodotti durante i congressi, e non permette l’uso di claims salutistici o nutrizionali. Nonostante queste misure, le ditte continuano a promuovere latti formulati per “il pianto eccessivo e i gas intestinali”, per “il trattamento della diarrea”, e per “bambini affamati e insonni”. Le nuove formule contenenti “oligosaccaridi del latte umano”, ovviamente sintetizzati in laboratorio, sono pubblicizzate come “ispirate alla perfezione della natura”. Un simposio/colazione su quest’ultimo prodotto, sponsorizzato da una ditta durante un congresso del luglio 2019, è stato cancellato dopo che alcuni partecipanti hanno fatto notare come fosse proibito per legge. Ma la longa manus dell’industria si estende ben oltre i congressi e tende a coltivare le relazioni con quei leaders che sono ben disposti nei confronti delle ditte e che godono di elevata credibilità presso i colleghi. Nel 2012, una ditta aveva contrattato una società di pubbliche relazioni per elaborare strategie che le permettessero di allargare il suo ambito di influenza nella comunità scientifica. La società aveva fornito alla ditta una mappa utile a profilare gli opinion leaders, trattenendo e premiando quelli ad alta credibilità e ben disposti nei confronti del marchio, e fornendo una lista dei portatori d’interesse con i quali era necessario intessere relazioni (figura; i nomi della ditta e di alcuni individui sono stati nascosti). Tutto ciò crea negli operatori sanitari, pediatri in primis, dei conflitti di interesse che, coscientemente o incoscientemente, favoriscono le ditte e il loro marketing. Nella maggior parte dei casi, non si tratta di collusione o di corruzione, ma di situazioni in cui diventa estremamente difficile distinguere tra sottili distorsioni e inappropriatezza deliberatamente nascosta. Seguendo l’esempio:

• dell’International Society of Social Paediatrics and Child Health, che nel 2014 aveva pubblicato una presa di posizione contro la sponsorizzazione di eventi scientifici e formativi da parte dell’industria;

• del Royal College of Paediatrics and Child Health, che il 13 gennaio 2019 ha annunciato che non accetterà più finanziamenti per le sue attività da parte di produttori di sostituti del latte materno;

• del British Medical Journal, che il 18 marzo 2019 ha reso pubblica la decisione, assieme alle riviste associate (Gut e Archives of Disease in Childhhod), di non accettare più pubblicità di sostituti del latte materno. Gli autori dell’articolo sudafricano chiedono che nel loro paese siano adottate misure simili. La South African Paediatric Association, nel corso dell’ultima riunione del suo comitato esecutivo, ha deciso di proporre ai suoi soci lo stop alle sponsorizzazioni. Secondo gli autori dell’articolo si tratta di un primo passo, ma non basta. Essi propongono a tutte le istituzioni e le associazioni che si occupano di alimentazione infantile di prendere posizione e di assumere impegni pubblici per:

1. rifiutare qualsiasi offerta di sponsorizzazione per congressi, ricerca o formazione;

2. dichiarare tutte le attuali fonti di finanziamento per ricerca e formazione in pubblicazioni e presentazioni al pubblico;

3. prendere misure per minimizzare l’impatto degli attuali conflitti di interesse;

4. educare studenti e operatori sanitari sull’allattamento e gli effetti negativi dei confitti di interesse;

5. intensificare gli sforzi per proteggere, promuovere e sostenere l’allattamento;

6. monitorare l’applicazione del Codice Internazionale e della legge sudafricana, e prendere provvedimenti in caso di violazione.

Fonte: ilcambiamento.it

Conflitti di interesse nascosti in uno dei testi “cardine” per gli studenti di Medicina

Uno dei più famosi testi su cui si formano gli studenti delle facoltà di medicina ha conflitti di interesse nascosti. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori guidati da Brian Piper.Healthcare

Provate a chiedere ad uno studente di medicina dell’ultimo anno. Difficile trovare qualcuno che non lo conosca. È un manuale che ha fatto bella mostra di sé sugli scaffali di migliaia di studenti universitari negli ultimi decenni. Harrison, Principi di Medicina Interna, giunto ora alla 20a edizione, è considerato un testo sacro per gli studenti di medicina e per i giovani internisti. È stato definito “il più famoso dei libri di medicina”. Recentemente, però, è diventato anche un argomento di studio in materia di conflitti di interesse nascosti. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che l’Harrison, così come altri importanti testi di medicina, ha omesso di dichiarare gli interessi finanziari che gli autori avevano nella specifica materia trattata ed i pagamenti che avevano ricevuto da gruppi industriali(1). Nell’articolo viene evidenziato che gli autori dell’Harrison hanno ricevuto dall’industria farmaceutica e dai produttori di dispositivi medici oltre 11 milioni di dollari tra il 2009 e il 2013, ma ai lettori del libro non viene data alcuna informazione su questi finanziamenti. Uno degli autori, un medico, durante quel periodo ha ricevuto contributi per circa 870.000 dollari, inclusi fondi per la ricerca, secondo quanto riportato da ProPublica’s Dollars For Doc, l’archivio istituito con la legge del Sunshine Act nel quale sono registrati i pagamenti dell’industria farmaceutica ai medici americani. Inoltre, molti autori dell’Harrison sono detentori di brevetti nei propri settori, in un caso addirittura 23 brevetti, e ciò rappresenta un altro potenziale conflitto di interessi che non è stato dichiarato ai lettori del libro. “Questi dati indicano che la totale trasparenza dei conflitti di interesse deve diventare la normale prassi anche per gli autori di materiali educativi biomedici” hanno dichiarato i ricercatori. Mc Graw-Hill, la casa editrice dell’Harrison, non ha risposto alla richiesta di chiarimenti rivoltale da statnews.com.

Le dichiarazioni dei conflitti di interesse, regolate da specifiche linee-guida, sono ormai prassi consolidata nelle riviste scientifiche, le stesse in cui pubblicano molti degli autori dell’Harrison. I libri di testo, invece, tipicamente non riportano i conflitti di interesse e ciò va considerato un segno di arretratezza rispetto alle regole della scienza moderna. I ricercatori, guidati da Brian Piper, un neuroscienziato della Geisinger Commonwealth School of Medicine di Scranton, Pennsylvania, ammettono che aver incassato dei premi con i brevetti oppure aver ricevuto contributi dalle aziende biomediche non necessariamente implica che il lavoro di quegli autori sia stato condotto in maniera scorretta o non imparziale. Tuttavia essi sottolineano il fatto che i libri di medicina esercitano una enorme influenza sia per la loro percepita autorevolezza, sia per l’ampia platea di lettori che raggiungono. Non è la prima volta che Brian Piper si occupa di conflitti di interesse nei libri di testo. Nel 2015, insieme con i suoi colleghi, aveva pubblicato su PLoS One un articolo con il quale evidenziava un identico problema nei manuali di farmacologia(2).

“Purtroppo, dopo sei anni di studio in questo specifico settore, non siamo affatto sorpresi da questi risultati”, ha dichiarato Piper a statnews.com. “Tuttavia, continuiamo a stupirci per il fatto che, in materia di conflitti di interesse, editori ed autori dei testi di medicina non abbiano gli stessi criteri di trasparenza che sono ormai ampiamente accettati per i trial clinici e per altre ricerche. Alcuni dei potenziali problemi che questi conflitti possono generare, si verificano quando i manuali raccomandano determinate terapie”. Diversi studi hanno dimostrato che i medici che ricevono dalle case farmaceutiche più soldi, o anche inviti a congressi con vitto e alloggio gratuiti, sono più propensi a prescrivere farmaci di marca, rispetto ai loro colleghi che guadagnano meno dall’industria. Generalmente è logico pensare che gli autori che non disprezzano i finanziamenti dell’industria del farmaco, siano più inclini a prescrivere costose terapie farmacologiche piuttosto che altri trattamenti che non avvantaggiano i bilanci delle aziende farmaceutiche.

Piper e i suoi collaboratori auspicano che gli editori dei manuali di medicina adottino gli stessi criteri di dichiarazione dei conflitti di interesse già in vigore per le riviste scientifiche, in modo che i lettori siano correttamente informati sulle eventuali relazioni finanziarie esistenti. Finché non sarà fatto, però, i giovani medici alle prime armi devono tener presente che su quei dispendiosi libri che hanno acquistato, alcune importanti righe non vengono scritte.

A cura di Ermanno Pisani

Libera traduzione e adattamento dell’articolo di Adam Marcus e Ivan Oransky

pubblicato su statnews.com il 6 marzo 2018

Grazie alla diffusione dell’associazione No Grazie Pago Io

  1. Piper BJ, Lambert DA, Keefe RC et al. Undisclosed conflicts of interest among biomedical textbook authors. AJOB Empirical Bioethics, 5 marzo 2018 https://doi.org/10.1080/23294515.2018.1436095
  2. Piper BJ, Telku HM, Lambert DA. A Quantitative Analysis of Undisclosed Conflicts of Interest in Pharmacology Textbooks. PLoS One 2015;10:e0133261 https://doi.org/10.1371/journal.pone.0133261

Nota: l’articolo di Piper e collaboratori è stato commentato anche nelle news del BMJ (Hawkes N. Medical textbook authors received £11m in undisclosed payments from drug and device makers. BMJ 2018;360:k1118)

Fonte: ilcambiamento.it

Conflitti di interesse in oncologia: ecco i numeri

Uno studio pubblicato su Jama Oncology quantifica i conflitti di interesse finanziari con l’industria farmaceutica (Fcoi) degli autori delle linee guida del National Comprehensive Cancer Network (Nccn), suggerimenti che in pratica influenzano la scelta dei farmaci rimborsabili dal sistema di assistenza pubblica Medicare.9637-10407.png

Aaron Mitchell, della University of North Carolina Chapel Hill School of Medicine, ha esaminato assieme ai colleghi tali conflitti di interesse nel corso del 2014 tra  i 125 autori delle linee guida per il trattamento delle neoplasie di mammella, colon, prostata e polmone, i tumori con la più alta incidenza negli Stati Uniti. Allo scopo gli autori hanno utilizzato. i dati sui pagamenti a clinici e ricercatori da parte dell’industria, pubblicamente segnalati dai Centers for Medicare e Medicaid Services. Ed ecco i risultati: 108 su 125 autori delle linee guida, ossia l’86% del totale, hanno riportato almeno un conflitto di interesse finanziario con l’industria farmaceutica. Di questi, il 56% ha ricevuto almeno 1.000 dollari o più a titolo di consulenze, vitto e alloggio, con una media di circa 10.000 dollari a testa. Ma non basta: gli autori delle linee guida Nccn hanno anche ricevuto dall’industria una media di 236.066 dollari in finanziamenti per la ricerca, compresi quelli per lo svolgimento di studi clinici.

“A conti fatti, oltre l’80% degli autori ha ricevuto pagamenti per consulenze e simili, mentre quasi la metà ha ottenuto uno o più finanziamenti per la ricerca» scrivono gli autori, sottolineando che il loro studio è limitato dal fatto che il database dei Centers for Medicare e Medicaid Services permette di verificare solo i conflitti di interesse finanziari con l’industria  farmaceutica dei medici, ma non quelli degli autori non medici delle linee guida Nccn. I dati riportati su Jama Oncology sottolineano l’importanza di questi conflitti di interesse in oncologia. Tanto più che in questo, come in altri campi della medicina, le collaborazioni tra industria, ricercatori e clinici non solo sono numerose, ma creano sfide e opportunità per tutta la comunità oncologica”, scrive in un editoriale di commento Ryan Nipp del Massachusetts General Hospital Cancer Center di Boston.

Fonte: ilcambiamento.it