Uber, Lyft e i taxi condivisi fanno male al trasporto pubblico

Secondo uno studio l’uso dei taxi condivisi toglie passeggeri al servizio pubblico. E i chilometri percorsi in auto non diminuiscono.http _media.ecoblog.it_2_2e1_uber-lyft-e-i-taxi-condivisi-fanno-male-al-trasporto-pubblico

Con il boom di Uber, Lyft e degli altri servizi di “ride hailing” stiamo facendo realmente del bene all’ambiente? I taxi condivisi stanno rendendo le nostre città più vivibili riducendo il numero di chilometri percorsi in auto? I clienti di Uber e i suoi fratelli usano anche gli autobus, la metro e gli altri servizi di trasporto pubblico?

Con i recenti numeri registrati da Uber, che ha superato a New York i tradizionali taxi gialli, c’è da chiederselo. E, in effetti, qualcuno se lo è chiesto, ma la risposta non è quella che avremmo sperato. Secondo uno studio dell’UC Davis Institute of Transportation Studies, infatti, Uber più che fare concorrenza all’auto di proprietà è un temibile concorrente per gli autobus e le metropolitane. Dallo studio, focalizzato sulla realtà americana, emerge che i servizi di ride hailing hanno sottratto agli autobus il 6% dei passeggeri e ai treni leggeri il 3%. Inoltre, il 91% dei passeggeri dei taxi condivisi non ha rinunciato al possesso di un’auto privata. Solo il 30% dei passeggeri dei taxi condivisi non possiede l’auto, contro il 41% dei passeggeri dei soli mezzi pubblici. Ma c’è di peggio, molto peggio: dallo studio emerge che tra il 49% e il 61% dei viaggi sui taxi condivisi non sarebbero mai stati fatti senza tali servizi, o sarebbero stati fatti a piedi, in bici o con i mezzi pubblici. Di conseguenza, e questa è la cosa più grave, i servizi di ride hailing aumentano i chilometri percorsi in macchina anziché diminuirli. Questo perché, spiega lo studio, i taxi condivisi vengono scelti da chi ha la cultura dell’auto e non vuole farne a meno ma è costretto, per un motivo o per un altro, a non usare il mezzo proprio. I motivi principali per i quali gli americani scelgono il ride hailing, infatti, sono due: evitare il parcheggio (37%) ed evitare di guidare dopo aver bevuto alcool (33%).

Questi dati sono confermati, spiega lo studio, dal fatto che: “Tra coloro che prima usavano i servizi di car sharing, il 65% usava anche il ride hailing. Più della metà di loro hanno rinunciato all’abbonamento [al car sharing] e il 23% di loro cita i servizi di ride hailing come motivo principale per il quale hanno rinunciato all’abbonamento al car sharing“.

Certamente questi dati rappresentano la realtà americana, dove la cultura dell’auto è più forte che in altre nazioni nel mondo. Ma questi dati fanno riflettere: siamo sicuri che stiamo facendo del bene all’ambiente e alle nostre città quando prenotiamo una corsa su Uber, Lyft o su altri servizi di taxi condivisi?

Fonte: ecoblog.it

Venezia, arriva il gondola sharing di Kishare per risparmiare

Invenzione di due gondolieri veneziani, KiShare permette di condividere il giro in gondola per risparmiare.http _media.ecoblog.it_d_d06_venezia-arriva-il-gondola-sharing-di-kishare-per-risparmiare

Giro in Gondola a Venezia, come risparmiare? Condividendo il viaggio con altri turisti, un po’ come si fa già con i taxi tramite app ormai note cone uber o Lyft. E’ l’idea di Danilo Costantini e Igor Silvestri, due gondolieri di Venezia che hanno realizzato un’app dedicata al trasporto in acqua e su terra a Venezia. Si chiama KiShare e permette al turista di condividere non solo il giro turistico in gondola, ma anche il taxi acquatico sui canali e persino il taxi tradizionale su terra ferma. Nelle intenzioni degli ideatori questa app dovrebbe permettere ai turisti di risparmiare e a Venezia di avere un turismo più sostenibile e ordinato. E’ indubbio, infatti, che condividendo le gondole oltre a risparmiare si ottiene il risultato di avere meno mezzi in navigazione contemporaneamente sui canali di Venezia. Importante, per il turista, anche il lato della trasparenza: prenotando con la app si sa prima quanto si paga. Cosa che nelle mete turistiche non è sempre scontata… KiShare ha deciso di non fare concorrenza agli altri gondolieri, mantenendo gli stessi prezzi: 80 euro per il tour da 30 minuti di giorno, 100 euro per lo stesso tour di notte. Il risparmio sta nella condivisione, una possibilità già nota ai turisti che spontaneamente si organizzano sulle banchine per dividersi il costo della gondola. Con l’app, però, è molto più facile anche considerando il fatto che non tutti sanno che è possibile fare il giro in gondola con altri turisti e che a Venezia si parlano lingue da tutto il mondo.

Fonte: ecoblog.it

“Saresti disposto a ospitarci?”. Così due studenti di economia hanno girato l’Italia

Mattia e David sono due studenti di economia e fondatori di Needyou Project. Per tre settimane hanno girato per l’Italia con l’idea di dimostrare che è possibile costruire un nuovo modello economico fondato sulla gratuità, sullo scambio e sulla condivisione. In questa intervista ci raccontano com’è andato l’esperimento.  Incontro David e Mattia a Dynamo, la velostazione di Bologna, in una piovosa giornata settembrina, esattamente tre settimane dopo che sono partiti da Genova in sella alle loro biciclette. Durante questi venti giorni di viaggio in giro per l’Italia hanno vissuto tante avventure – e qualche disavventura! –, ma soprattutto hanno scoperto che viviamo in un paese in cui generosità e condivisione sono ancora sentimenti forti e diffusi, che potrebbero essere il motore dell’economia del futuro! Questi due studenti di economia hanno infatti lanciato Needyou Project, un bike-tour da nord a sud durante il quale hanno somministrato questionari e cercato giorno per giorno ospitalità, vitto, idee e conoscenze, condividendo ciò che potevano mettere a disposizione e le loro competenze.needyou7

Giusto il tempo di sederci a un tavolo e toglierci le giacche bagnate che il loro racconto inizia, incalzante ed entusiastico: «La prima tappa, Genova, è stata soprattutto un test per le gambe: 80 chilometri di pista ciclabile sul mare, intervallata da scalini che ci costringevano a smontare dalla sella e salire a piedi. Arrivati in città abbiamo distribuito i questionari, in cui l’ultima domanda era: “Siete disposti a ospitarci?”. Un genovese ci ha risposto di sì e ci ha accolti in casa propria, dove per ricambiare abbiamo lavato i piatti e collaborato alla gestione casa».

Il giorno dopo, rotta verso la Toscana: hanno raggiunto in treno Montecatini, per poi coprire in bicicletta i 20 chilometri (con 700 metri di dislivello) fino a Casore del Monte (PT). Qui hanno conosciuto una comunità dell’associazione Nuovi Orizzonti, che si occupa di curare persone con dipendenze. «È stata un’esperienza molto forte – ricordano –, poiché ci siamo integrati con il loro gruppo e abbiamo osservato e partecipato alle loro dinamiche. La maggior parte erano ragazzi in cura per via delle loro dipendenze: droghe, alcol, ludopatia».

La loro giornata è strutturata per ricominciare a vivere la vita, una routine a cui hanno partecipato anche David e Mattia: «Lavorano in un ambiente rurale, si fa la legna, si curano gli animali, si pulisce la casa. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo nello svolgere le mansioni quotidiane. È un’associazione di stampo cattolico, quindi abbiamo partecipato anche a momenti di preghiera, ma non convenzionali: liturgia della parola, preghiera spontanea, autocoscienza… molti si sono aperti, hanno chiesto aiuto e ringraziato. Sono stati momenti forti e toccanti».needyou10

Il viaggio è proseguito verso sud: «A Colle val d’Elsa l’associazione Intercultura ci ha dato ospitalità accogliendoci nelle case per gli stagisti, mentre a Firenze abbiamo avuto qualche difficoltà perché tutte le persone che incontravamo erano turisti! Tuttavia, appena abbiamo cominciato a dare questionari abbiamo trovato riscontro. Ci ha ospitato a cena una professoressa universitaria cordiale e amichevole, sembrava una serata in famiglia!».

Varcato il confine umbro, sono giunti a Perugia, città strana, che dicono di non essere riusciti a inquadrare bene. Nella piazza hanno dato questionari e hanno trovato subito ospitalità presso due ragazze per una doccia e da una signora per cena, poi hanno trovato posto in un ostello. Qui hanno conosciuto due volontarie per il servizio civile all’estero, una ragazza polacca e una turca. Da lì si sono spostati a Roma, dove hanno vissuto uno dei momenti più intensi del viaggio: «Abbiamo organizzato in poco tempo un’intervista con l’imam di un centro culturale islamico. Nonostante lo scarso preavviso, ci ha accolti con calore e ci ha offerto the e biscotti. È stato un incontro lungo e piacevole, abbiamo conversato per più di un’ora senza barriere religiose né culturali, all’insegna del dialogo e del confronto».

La sera li aspettava un’altra sorpresa. Su facebook avevano conosciuto i membri del gruppo Meetworld – Incontrarsi nel mondo e hanno partecipato a un aperitivo organizzato da loro: «Ci hanno riservato un’accoglienza quasi da VIP, siamo stati con loro e ci hanno aiutati a trovare un alloggio in zona, visto che eravamo un po’ decentrati. Il giorno dopo un ragazzo del gruppo, Christian, ci ha ospitati a casa sua e con lui abbiamo parlato in maniera più approfondita di condivisione e solidarietà.needyou9

Dalla capitale si sono spostati a Napoli e Caserta, dove sono rimasti tre giorni. Essendo a metà del viaggio ne hanno approfittato per riposarsi, ma hanno comunque trovato persone che hanno offerto loro cena o aperitivo. Ripassando da Roma, si sono spostati a L’Aquila, un’altra tappa emotivamente molto impegnativa.

 

«Arrivati in prossimità del capoluogo abruzzese, vedevamo solo gru in lontananza. La città è ancora deserta e distrutta. Nella piazza principale c’era una mostra, ma non c’era quasi nessuno». Per vie traverse hanno trovato il contatto di un’associazione che si trova nell’ex manicomio della città, ora gestito in parte dall’ASL e in parte – dopo il terremoto – dall’associazione stessa, che ha occupato alcuni locali. «È un progetto del comitato 3e32 chiamato Case Matte: sono case abbandonate che gli attivisti hanno occupato per dare un riparo a chi non ce l’aveva più e per creare un luogo di comunità e condivisione, mangiare e stare insieme, autorganizzandosi. Sono stati i primi a fare un campo autogestito dopo il terremoto. Qui abbiamo conosciuto Alessandro, uno dei leader del progetto. Anche qui abbiamo aiutato, mettendo a posto un deposito da riordinare: nessuno ci aveva chiesto di farlo, ma il nostro gesto è stato molto apprezzato».

Risalendo verso nord si sono fermati a Pesaro, dove hanno incontrato Alessandro, un ragazzo che li aveva contattati su facebook dopo aver letto la loro intervista su Italia che Cambia e che li ha ospitati con entusiasmo, in modo naturale, con grande amicizia, cedendo loro il suo appartamento. Da Pesaro hanno fatto una gita verso l’interno per visitare l’ecovillaggio La Città della Luce. «Purtroppo abbiamo potuto solo fermarci a cena e per dormire, ripartendo l’indomani, poiché tutti erano impegnati in un corso di permacultura. Ma è stata anche una fortuna, perché l’ecovillaggio era pieno e abbiamo potuto conoscere molta gente, sia esterni iscritti al corso che membri della comunità, anche se non siamo riusciti a svolgere nessuna attività insieme a loro». Prima di proseguire verso a Reggio Emilia sono ripassati da Pesaro, di nuovo ospiti di Alessandro.needyou8

A Reggio, quasi alla meta, ecco il primo imprevisto del viaggio: «Mentre eravamo in zona universitaria per un esame, ci hanno rubato la bici da un posteggio di fronte all’Università. Abbiamo continuato verso Bologna in treno e qui – quasi per caso, in un bar – tramite amici di amici abbiamo trovato una bicicletta. Ce l’ha prestata ragazzo che non conoscevamo, lasciandocela a tempo indeterminato». Ecco quindi che uno spiacevole inconveniente si è trasformato in un bell’episodio di solidarietà! Così, siamo arrivati alla fine del viaggio. Rimane il tempo per una veloce visita alla velostazione, un selfie di rito e poi via al binario da dove partirà il treno che li riporterà a Torino. Ora David e Mattia lavoreranno sui dati raccolti grazie ai questionari, che serviranno per stilare un documento con resoconti e impressioni di viaggio che conterrà i risultati della ricerca e che verrà presentato a INES2017, il grande incontro del mondo dell’economia solidale.needyou6

Al di là di questo, rimangono i ricordi di un viaggio straordinario e soprattutto la certezza – toccata con mano – che viviamo in una terra abitata da persone generose, aperte e pronte ad accogliere il prossimo, anche se lo hanno appena conosciuto. E che è possibile partire da questo per costruire un nuovo modello sociale ed economico fondato sulla solidarietà e sulla condivisione.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/09/saresti-disposto-a-ospitarci/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

FabLab Milano: la fabbricazione digitale incontra la condivisione

Un laboratorio di fabbricazione digitale completamente attrezzato, un luogo di condivisione e coworking aperto a studenti, docenti, imprese, ricercatori, artigiani, liberi professionisti. Situato nel quartiere della Bovisa, il FabLab Milano facilita lo scambio di idee e la nascita di nuovi progetti offrendo a chiunque la possibilità di sperimentare e acquisire competenze tecniche.  Alcuni mesi fa a Milano abbiamo intervistato il Lab Manager di FabLab Milano, Salvatore Saldano. Ecco cosa ci ha raccontato.

Fablab, come dice la parola stessa è un laboratorio di fabbricazione digitale, qui al FabLab Milano cosa fabbricate e come lavorate?

Il FabLab Milano è uno dei tanti laboratori nel mondo di fabbricazione digitale, ma ciò che forse lo rende speciale è che è partito da un progetto della fine degli anni 90 del Prof. Neil Gershenfeld del MIT di Boston che ai tempi decise di far mettere in pratica la materia di studio ai propri studenti, piuttosto che tenerli inchiodati sui libri. Da lì a poco è diventato un modello che poi è stato ripreso un po’ in tutto il mondo, arrivando in Italia nel 2011 al FabLab Torino e nel 2013, primo a Milano, è approdato al nostro FabLab Milano. Ovviamente tutto ciò che facciamo è basato sulla fabbricazione digitale, sul rapporto tra ciò che è digitale e ciò che è materia, ovvero la trasformazione dal bit all’atomo. L’icona che rappresenta ciò che facciamo è la stampante 3D, che è poi anche lo strumento che ci permette di capire in maniera molto semplice come funziona questo passaggio dallo spazio virtuale fatto di bit, che è il computer, allo spazio reale fatto di materia costruendo appunto oggetti con la stampante 3D. Al FabLab Milano affittiamo uno spazio molto grande: 350 mq interni e 350 mq di terrazzo, siamo vicini al Politecnico di Milano, Poli Design, e all’interno del nuovo polo manifatturiero di Milano. Per questo tra i nostri clienti e collaboratori abbiamo studenti, professori e aziende. Però chiunque può usufruire dei servizi che offriamo, primo fra tutti il “do it yourself” (fai da te, ndr): abbiamo uno spazio, degli strumenti, delle competenze e quindi ci sono delle risorse umane che si mettono a disposizione di chi ha bisogno di realizzare un progetto o se ha un problema con la sua stampante 3D e ha bisogno di una consulenza. Abbiamo creato una community di persone che frequentano lo spazio regolarmente e si mettono a disposizione degli altri o semplicemente svolgono il loro lavoro come in un qualunque coworking. Uniamo l’aspetto del fare legato alla fabbricazione digitale con l’aspetto del coworking, mettendo a frutto l’eterogeneità delle competenze e delle persone che frequentano lo spazio. Questa eterogeneità è molto importante perché spesso genera preziose sinergie. Grazie al coworking abbiamo ragazzi che si occupano di videogame, altri che si occupano di grafica, di crowdfunding, stagisti, ragazzi che fanno alternanza scuola-lavoro: cerchiamo di diventare sempre più un contenitore per catalizzare diversi contenuti, affinché questi possano diventare più trasversali possibili. Il fatto di avere dei ragazzi giovani, dei professionisti o in alcuni casi delle piccole startup ci porta a creare una sorta di filiera dove chi viene da fuori può trovare un servizio completo. Se qualcuno ha un bisogno inespresso, o un problema da risolvere, da noi è facile trovare una soluzione utilizzando diversi approcci. Ovviamente non siamo ferrati in tutto, né abbiamo questa aspirazione, però la passione che abbiamo nel condividere la conoscenza, che è poi la vera base culturale e motivazionale dei Fablab di tutto il mondo, ci porta ad essere sempre al passo coi tempi ed aggiornati e quindi il più delle volte riusciamo a trovare soluzioni più che soddisfacenti per i problemi più disparati.15965120_706044056240771_2646192397460527930_n

Cosa intendete per ritorno all’Umanesimo e al “saper fare”?

Siamo reduci da un periodo di depressione dovuto ad una crisi che ha messo in ginocchio il mondo intero, ma al tempo stesso, grazie ad internet, abbiamo avuto la fortuna di dar vita al movimento Open Source che ha facilitato la condivisione di tutto ciò che è legato al fare, cercando di connettere persone in tutto il mondo, rendendole informate ed abili su cose che poi un domani potrebbero fare in prima persona. Quindi il fatto di avere accesso a documentazione, informazione ed anche usare i social per condividere in maniera istantanea qualunque tipo di esperienza, genera un flusso di pensieri e di consapevolezza, che forse negli ultimi 30/40 anni si era un po’ perso. Il fatto di dover delegare ad altri e non saper fare, perché tanto c’è qualcuno che lo sa già fare, ha portato ad avere sempre meno coscienza su quello che si fa. È proprio trascurando il saper fare che alla lunga sono venuti fuori i problemi come la scarsa etica imprenditoriale a livello della sostenibilità, con aziende che si concentrano solo sul profitto senza tenere in considerazione quello che di negativo generano con le loro attività. Quindi dando maggior consapevolezza, facendo conoscere ed educando le persone anche su ciò che è ancora nuovo come la stampa 3D ad esempio, ci porta a ridurre i problemi e le eventuali criticità che sommate negli anni ci possono portare a un punto di non ritorno.

La fabbricazione digitale nasce dalla libera condivisione delle informazioni e spesso costituisce una sorta di passatempo, ma può diventare anche un’occupazione remunerativa?

L’Open Source, come dicevo prima dà una scintilla, con questa ci puoi accendere un fuoco, oppure spegnerlo. Quindi se hai passione in ciò che fai da quella scintilla può nascere una grossa fiamma. Non parlo di fiamme e scintille a caso, ma perché la passione è un vero e proprio fuoco, lo stesso fuoco che si è generato in me quando ho conosciuto i Fablab nel 2013. Inizialmente ho cominciato a dedicarmi a questo settore come volontario, come alcuni dei ragazzi che sono qui, e poi con la passione e la voglia di fare, lo spirito di sacrificio e la voglia di raggiungere un obiettivo, sono riuscito a diventare Lab Manager del FabLab, visto che con un partner che è diventato socio, Loris Dall’Ava, abbiamo creato una startup che è Sharing Mode che da spin off è diventata azienda finanziatrice del FabLab stesso. Ma il fatto di aver avuto la fortuna di creare un business grazie al FabLab non mi ha portato certo a mollare il FabLab; non mi sembrava corretto anche perché io e tutte le persone che fanno parte del FabLab abbiamo dentro di noi la voglia di condividere, ma soprattutto di migliorarci e migliorare. Quindi quando prendo gratuitamente un’informazione dalla rete dei makers, la faccio mia e poi la ricondivido, perché il mio amalgamare, aggiungere o magari togliere possa essere utile a qualcun altro e questo crea, oltre che ricchezza una crescita. Quindi non ho voluto abbandonare il progetto, bensì cercare di farlo crescere.17903575_754642051380971_4097720880410312305_n

Nel secolo scorso Gandhi ipotizzava che il movimento basato sull’autosufficienza locale dello Swadeshi potesse evolvere facendo in modo che si lavorasse da casa. Ci porteranno a questo le stampanti 3D?
Avendo noi un luogo fisico di riferimento, ma attingendo parte di ciò che facciamo da internet rendiamo locale ciò che è globale. Globale nel senso di rete, di network, di connessione con il mondo esterno. Essendo però locali abbiamo come punto di riferimento il luogo fisico in cui ci troviamo: siamo nel quartiere Bovisa e attraverso la nostra attività cerchiamo di far crescere il quartiere stesso con un valore aggiunto dato dalle nostre specifiche competenze. Ciò che lega molto il nostro quartiere con lo Swadeshi è il fatto che dando ad altri la possibilità di essere autosufficienti, riesci a produrre ricchezza, competenze, ed anche possibili partnership e sinergie che poi danno vita a nuovi progetti, nuove idee e nuovi sviluppi. Le stampanti 3D si trovano già in varie case e noi lavoriamo anche con numerosi privati cercando di aiutarli con i problemi che a volte sorgono con le loro stampanti domestiche.

Tra le varie idee che sono sorte, avete avuto quella di creare una rete di Fablab, è così?
Riguardo al progetto di network tra fablab, al momento devo ammettere che si sta rivelando di difficile realizzazione, almeno qui a Milano. Perché per quanto io abbia tutta la voglia di questo mondo di entrare in connessione con realtà locali milanesi, essendo dei progetti nati da privati, c’è una componente di sostenibilità economica che porta a guardare solo al proprio orticello. Quindi se io ho la mia società e questa mia società funziona, faccio fatica a collaborare con un altro che fa le mie stesse cose, perché magari ho paura che quell’altro mi soffi il lavoro. Ma questo modo di pensare è paradossale perché in antitesi con lo spirito che ha dato inizio al movimento dei fablab. Per cui, pur tra mille difficoltà a livello locale, portiamo avanti questo intento anche in altri modi, ad esempio con delle attività come il Fablab Tour che facciamo insieme ad Intel, abbiamo coinvolto altri 9 fablab per portare nuove competenze, strumenti e progetti da condividere grazie alla connessione tra noi. Quindi se adesso come FabLab Milano riusciamo a collaborare con i Fablab di Padova, Verona, Palermo, Cagliari, Roma, Bologna, Cuneo, Torino e altri ancora, è perché c’è una rete, dei valori condivisi, ma altri aspetti che ci distinguono e che rendono il valore specifico di ciascuno. Quindi il modo per disinnescare la competizione esistente tra i vari fablab è metterci intorno a un tavolo e cercare di evidenziare le nostre peculiarità: noi ad esempio siamo bravi con il 3D printing, altri con l’e-wearable, ovvero tutti quei dispositivi elettronici intelligenti che possono essere indossati, come lo smart whatch. In questo periodo con il Fablab Tour abbiamo lavorato intorno al concetto dell’”internet delle cose”: ovvero con la possibilità di mettere in connessione dei dispositivi online e controllarli da remoto o fare in modo che i dispositivi stessi si controllino tra loro da remoto. In questo caso l’e-wearable diventa uno strumento per controllare in maniera attiva le attività di altri dispositivi. Ho fatto l’esempio dello smart watch perché è quello più iconico, ma di wearables ce ne sono di diversi tipi ed esistono anche tanti progetti Open Source legati a questo concetto. Noi ad esempio ad un concorso di Intel abbiamo lavorato su un dispositivo che si chiama “Vita”, che attraverso un sensore è capace di rilevare i dati vitali di una persona per inviarli ad un parente o al proprio medico. L’internet delle cose entrerà sempre più a far parte del nostro quotidiano.12801312_554934371351741_6774308440964710098_n

Altri progetti?

Poiein: deriva dal greco e significa poesia. Gli abbiamo dato questo nome perché la poesia che vogliamo raccontare è quella del riuso di un oggetto che dovrebbe avere un valore ma è stato scartato a causa di un’imperfezione. Quindi insieme ad Anita Angelucci, una designer che ha avuto l’idea di riutilizzare questi oggetti, abbiamo deciso di riutilizzare gli scarti realizzati con il vetro di Murano lavorato. Il valore economico di un manufatto realizzato con vetro di Murano in origine è altissimo. Il mastro artigiano però quando inizia a plasmare il vetro, se trova delle venature o delle imperfezioni che reputa troppo pregiudicanti per il valore dell’oggetto finale, butta via l’oggetto. Sicché Anita ed io abbiamo cercato di ridare valore a questo oggetto e, visto che spesso l’oggetto in questione non ha una forma ben definita che permetta una vera e propria funzione, abbiamo deciso di farci aiutare dalla tecnologia 3D raccontando l’ibridazione tra l’artigianato classico e quello attuale, ovvero l’artigianato digitale. Per fare ciò abbiamo scansionato in 3D l’oggetto, unico nella sua imperfezione, per costruire, tramite modellazione 3D un reticolo che faccia da protesi all’oggetto. In questo modo sia la protesi che l’oggetto diventano funzionali e dipendenti l’uno dall’altro e l’oggetto originario può diventare così da scarto che era, ad esempio un vaso porta fiori.

Cos’è per te l’Italia che cambia?

Dopo questo periodo di crisi che ha messo in ginocchio tutti quanti, questo è un momento di reset dove tutti partiamo più o meno da zero e quindi è un’occasione per ripartire e magari costruire una strada migliore. Il vento del cambiamento soffia già da tempo, per cui gli strumenti ci sono, le tecnologie e le informazioni sono sempre più accessibili, quindi cerchiamo di rimboccarci le maniche e riprendere la cultura del fare che ha contraddistinto l’Italia negli ultimi secoli. Pur essendo consapevole che ci saranno sempre degli ostacoli da superare, il mio auspicio è che ci diamo da fare perché le possibilità ci sono, basta crederci!

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/07/io-faccio-cosi-176-fablab-milano-fabbricazione-digitale-incontra-condivisione/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Viaggiare spendendo poco grazie all’economia circolare

Applicare concetti dell’economia circolare al turismo, viaggiando spendendo poco e valorizzando pratiche virtuose come il riuso, il baratto e la condivisione. È l’idea che è venuta a Dante Castellano, giovane blogger abruzzese che in questa intervista ci racconta i suoi progetti che combinano turismo e sharing economy.

Potrebbero sembrare dei semplici espedienti per viaggiare spendendo poco, ma quelli di Dante Castellano, travel blogger e ideatore di I viaggi di Dante, sono dei bellissimi esperimenti di economia circolare, di condivisione e di riuso che potrebbero essere applicati a molti ambiti della vita di ciascuno di noi, migliorandone l’impatto ambientale e sociale.dante3

Anzitutto dicci qualcosa di te: chi sei e come mai hai deciso di aprire questo blog?

Sono nato non troppi anni fa in una cittadina d’arte dell’Abruzzo e sto terminando gli studi in architettura. Penso di essere una persona molto dinamica e cerco di trarre il meglio da ogni cosa: con questa mia concezione costruisco progetti, soprattutto di viaggio. Il blog nasce nel 2012, per diventare operativo nel 2014, e va a coniugare tre delle mie passioni: quella per il viaggio, per la scrittura e la letteratura di viaggio, e infine per la fotografia. Un connubio ideale per aprire un blog. Col passare del tempo ho cercato di essere il più vicino possibile ai miei lettori presentando esperienze alla portata di tutti.

Ci puoi raccontare dell’esperienza #riusoeviaggio? Com’è nata l’idea, com’è andato l’esperimento e quale messaggio sei riuscito a trasmettere ai tuoi lettori?

#RiusoeViaggio è il primo dei sette progetti di viaggio che realizzerò col mio blog. È un’idea nata per caso mentre risistemavo dapprima la mia camera e successivamente tutta la casa. Non accettavo il fatto che i tanti oggetti scartati potessero finire in un cassonetto della spazzatura e morire in una discarica. Alcuni di quegli oggetti avevano un valore e potevano benissimo essere reimmessi sul mercato. E allora ho pensato: “Perché non investire sulla merce scartata per ottenere un viaggio?”. Il giorno dopo ho preparato gli scatoloni e li ho portati in mercatini dell’usato. Dopo un anno ho ritirato il denaro ottenuto dalle vendite. Con questo denaro mi sono pagato un viaggio. La grandezza del progetto non è stata tanto quella di ricavare soldi vendendo nostri scarti, in quanto è una pratica che già in tanti facciamo, ma nell’aver tradotto i costi di viaggio in oggetti rivenduti. Esempio: dalla rivendita di un giaccone mi sono pagato il traghetto. #RiusoeViaggio dimostra come ognuno di noi può ottenere un viaggio con le cose che non ci servono più, diminuisce il numero di oggetti scartati e aiuta l’ambiente. In sintesi più viaggi, meno inquinamento.

È partita da pochi giorni un’altra curiosa scommessa: barattare un segnalibro con un viaggio intercontinentale. Ce ne puoi parlare?

Non è un’idea nuova, lo è nel mondo dei viaggi. E mi spiego. Ci sono state molte scommesse nel campo del baratto e la più famosa fu portata avanti da un ragazzo canadese. Partendo da una graffetta rossa riuscì a ottenere, dopo 15 baratti a salire di valore, una casa. Ho recuperato quell’idea trasportandola nel mondo dei viaggi e partendo da un segnalibro da me disegnato – privo di valore – voglio arrivare a ottenere un viaggio intercontinentale per due persone. Mi sono prefissato un periodo di tempo entro il quale dovrò riuscire nell’impresa.

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Alla luce delle tue esperienze, credi che in Italia siamo pronti per un cambiamento culturale che porti verso un’economia circolare, basata sul riuso e sulla condivisione?

Assolutamente sì. E un po’ la crisi ci ha aiutati in questo. Ho fatto una osservazione: i mercatini dell’usato e i mercati che vendono la merce di seconda mano, vanno fortissimo. Sia perché puoi acquistare oggetti in buone condizioni a prezzi molto bassi, sia perché puoi guadagnare con gli oggetti che stai vendendo. Una “economia del popolo”, dove ognuno vuole trarre un vantaggio ed evitare di spendere troppo. Da qui si può aprire un discorso molto ampio ma penso che oggi più che mai si debba ripensare al Riuso e al Baratto (per riprendere i miei due progetti) come due valide alternative economiche.

Quali sono le tue prospettive di vita e lavorative? Il tuo obiettivo è dedicarti interamente al tuo blog e ai viaggi?

Mi sto laureando in architettura e grazie a questo indirizzo di studi ho alimentato quelle passioni che mi hanno portato a far nascere il mio blog. Mi piacerebbe trovare un nesso fra architettura e viaggio, non nella banale forma del “viaggio di architettura”, ma nello studio di architetture che nascano dai flussi e dall’accoglienza. Architetture del viaggiare, dove il viaggiatore sia al centro di uno spazio ideale. È un sogno, ma sono abituato a rincorrerli. Intanto dopo la laurea mi dedicherò ancora di più al blog e ai tanti progetti di viaggio. Gli altri cinque (oltre al Riuso e al Baratto) sono molto più difficili da realizzare e richiederanno un grande investimento di tempo. Ma voglio crederci.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/10/viaggiare-spendendo-poco-economia-circolare/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

 

100in1giorno: a Milano il festival della creatività urbana

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Cosa succederebbe se centinaia di persone si mobilitassero nell’arco di 24 ore per dare nuova vita, insieme, agli spazi pubblici della città? È aperta la call for ideas di 100in1giorno, il festival della creatività urbana, che arriva in Italia, a Milano, il prossimo 27 giugno. Per un giorno, Milano sarà un luogo di costruzione e sperimentazione urbana. Il festival mira infatti a raccogliere sul territorio urbano di Milano 100 o più iniziative proposte e realizzate dai cittadini nell’arco di 24h con l’obiettivo principale di promuovere una cultura civica proattiva stimolando la partecipazione dal basso.  Il festival sarà anche un’occasione per mappare le iniziative che verranno realizzate e presentarle al Comune di Milano affinché si prospetti la possibilità di mettere in pratica in modo continuativo alcune tra le idee che hanno avuto maggior richiamo. “100in1giorno – spiegano i promotori dell’iniziativa – nasce perché crede che le persone, così come esprimono bisogni, sono anche ricche di competenze, talenti e capacità che possono essere messe a disposizione della collettività per contribuire a trovare soluzioni nuove ed inclusive ai problemi e alle sfide di interesse comune. Lo spazio pubblico non è solamente un insieme di strade, piazze e parchi da attraversare, ma luoghi da abitare, apprezzare e condividere. Un cittadino pienamente consapevole del proprio ruolo all’interno della società è in grado di cogliere questa differenza, e si adopera per favorire condizioni per diminuire l’alienazione e l’apatia che talvolta caratterizzano le grandi città, facendosi promotore di una coscienza civica proattiva”.

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100in1giorno a Halifax (Canada)

Il movimento mira dunque a convogliare il potenziale creativo della collettività in una giornata di festival della creatività urbana e della cittadinanza attiva, con l’obiettivo di coinvolgere singoli individui e gruppi di persone nel realizzare iniziative di cittadinanza attiva e partecipazione dal basso per migliorare insieme la qualità della vita e celebrare gli spazi pubblici urbani. Un’iniziativa urbana è un gesto individuale o collettivo (proposto sia da singoli cittadini che da gruppi, formali o informali). Può mirare a reinterpretare gli spazi pubblici o a creare connessioni fra persone che abitano lo stesso luogo. È un’azione che intende creare un cambiamento positivo nella città, rendendolo visibile e accessibile a tutti. La partecipazione è aperta a tutti: una persona, un gruppo di amici, una famiglia, un’associazione, una scuola, un’istituzione, una comunità. Il festival si rivolge a coloro che vogliono diventare protagonisti della riqualificazione partecipata della città. Per proporre un’iniziativa è necessario andare nella sezione “Partecipa”  del sito internet www.100in1giorno.eu  e compilare il modulo online, dal 9 Aprile al 17 Maggio. A chiusura della call for ideas, le iniziative saranno pubblicate sul sito in un programma completo della giornata.

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100in1giorno a San Jose

L’idea di 100in1giorno nasce da alcuni studenti della scuola danese “Kaospilot” e dal collettivo “Acciò Urbana” di Bogotà che suggeriscono ai concittadini di incontrarsi negli spazi pubblici della città il 26 maggio 2012, giornata in cui vengono realizzate circa 250 azioni e coinvolte più di 3000 persone. Da quell’esperienza ha origine il festival 100en1dia, che nel giro di due anni si è diffuso in tutto il mondo (Santiago del Cile, Cape Town, Toronto, Rio de Janeiro, Montreal, Copenhagen e Ginevra etc.). Ad oggi il festival  è stato realizzato in 13 differenti Paesi e 28 città, e arriverà in Italia dopo essere stato realizzato solamente in altre due città in Europa (Ginevra e Copenhagen).

Immagini tratte dal sito 100in1giorno 

Fonte: italiachecambia.org

Little Free Library: la biblioteca diffusa che promuove la cultura e il senso di comunità

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Il concetto tradizionale di biblioteca cambia e si reinventa. Da classica raccolta di libri gelosamente custoditi, spesso ubicata in posizione centrale e lontana dai cittadini, la biblioteca diventa periferica, diffusa sul territorio e alla portata di tutti. In tutta Italia, dalle Alpi al Salento, sono già attive una trentina di micro biblioteche chiamate “Free Little Library” . Sono casette di legno piene di libri, resistenti alla pioggia, accessibili a chiunque e collocate ovunque ci sia viavai di persone, ad esempio vicino ai palazzi comunali, nei parchi pubblici, lungo le piste ciclabili, davanti ai bar, alle fermate degli autobus. I residenti ed i passanti non devono far altro che aprire lo sportello delle casette e prendere in prestito un libro gratuitamente, ma ad una condizione: sostituire il libro prelevato con un nuovo libro. Il motto che campeggia su tutte le “Free Little Libraries”, infatti, è “Take a book. Return a book” (“prendi un libro ma lasciane un altro”, t.d.a.). Lo scopo della biblioteca diffusa è, da un lato, promuovere la lettura e la cultura e, dall’altro, spingere i cittadini a condividere i libri che hanno amato e scambiarsi opinioni ed esperienze di lettura. A differenza delle biblioteche tradizionali che salvaguardano i volumi senza appassionare davvero il pubblico alla lettura, le “Free Little Libraries” sono tanti micro centri di diffusione del sapere e, al tempo stesso, di aggregazione. La condivisione dei libri favorisce lo scambio di opinioni e la condivisione di esperienze tra gli abitanti e tra le generazioni, crea momenti di incontro e socialità e rafforza il senso comunitario di un quartiere o di un Comune, rendendoli più vivibili e frequentati. La prima “Little Free Library” italiana è apparsa a Roma nel 2012 quando Giovanna Iorio – insegnante, scrittrice e blogger – ha organizzato una raccolta fondi per acquistare oltreoceano la casetta di legno che è stata collocata nel parco dell’Inviolatella Borghese.LFL5

Il successo dell’iniziativa è stato immediato: “Ho visto persone che si fermano a leggere un libro, poi riprendono a passeggiare con il cane e lasciano un libro”, ha dichiarato in una recente intervista. “Ho visto bambini che corrono a vedere se ci sono libri nuovi da scoprire, che si siedono nel prato e sfogliano i libri che trovano. Ho visto genitori organizzare pic-nic primaverili intorno alla Little Free Library e rendere la lettura un momento di divertimento, sotto l’ombra degli alberi. Sì, è bello trovare i libri in un parco”. L’esperienza romana è stata replicata in numerose province italiane tra cui Milano, Trento, Lecce e Cagliari e molte altre casette sono pronte per essere inaugurate. L’idea che sta alla base della “Free Little Library”  – tanto semplice quanto geniale – però non è italiana, ma è venuta allo statunitense Todd Bol nel 2009. Todd aveva costruito la sua prima casetta in legno con la scritta “Free Books” a Hudson (Wisconsin) in ricordo della madre Esther, insegnante e instancabile e appassionata lettrice, e l’aveva collocata nel cortile di casa.  L’obiettivo iniziale era creare un luogo di ritrovo nel quale chiunque potesse condividere i propri libri preferiti con i vicini di casa, ma l’iniziativa ha riscosso un successo tale che a Todd arrivavano prenotazioni di casette da tutti gli USA. Nel 2012 Todd ha fondato anche l’omonima associazione no profit “LittleFreeLibrary.org”, che promuove il piacere della lettura nei bambini e l’alfabetizzazione degli adulti a livello globale. Oggi l’associazione conta oltre 20.000 micro librerie distribuite in 70 paesi in tutto il mondo. Che siano acquistate o costruite da soli (realizzate anche con materiali riciclati e decorate dai bambini) le “Little Free Libraries” hanno tutte una cosa in comune: ovunque vengano collocate i cittadini reagiscono con entusiasmo, i bambini trovano un modo originale di avvicinarsi alla lettura, gli adulti hanno la possibilità di scambiarsi opinioni sulle letture preferite e, quindi, di conoscersi meglio.LFL-Salento

“Basta posare la prima pietra, fare il primo passo, dopodiché è la comunità stessa – i vicini, le associazioni, i gruppi locali, ecc. – che procede e continua a costruire”, ha spiegato Todd Bol. “Le Little Free Libraries creano modelli positivi a livello locale ed è soprattutto per questo motivo che riscuotono tanto successo”. Lo scambio gratuito di libri non promuove solo la diffusione della lettura e del sapere, ma rafforza anche il senso di comunità. Le “Little Free Libraries” sono spazi culturali restituiti al territorio e a chi lo vive ogni giorno e, al tempo stesso, spazi di aggregazione e condivisione dove i momenti di incontro e socialità rendono un quartiere più vivibile e, quindi, più attraente e frequentato.

 

Immagini tratte dal sito Little Free Library Italia  e dal sito Little Free Library Usa

 

 

fonte: italiachecambia.org

Il coraggio della condivisione: la comunità “Don Milani” di Acri

Nello Serra ha cominciato 33 anni fa in Calabria ad agire in nome della condivisione e dell’integrazione e oggi, con un bagaglio immenso di esperienze ed umanità, accoglie, insieme agli altri membri della comunità “Don Milani” di Acri tutti coloro che hanno bisogno di ritrovarsi: giovani, anziani, sani e malati, italiani e stranieri. E tutti partecipano con ciò che hanno al benessere collettivo.aceto-di-mele-1

La “Don Milani” è una comunità che vive e opera in una terra difficile, la Calabria. Ma il progetto umano delle persone che ne fanno parte è cresciuto negli anni insieme alla consapevolezza di essere sulla strada giusta. La “Don Milani” di Acri ha 33 anni di vita e oggi accoglie “le persone che scelgono di viverci siano essi giovani, anziani, italiani o stranieri, sani o malati; ognuno dà quello che può o quello che ha e tutti partecipano al benessere collettivo, chi con i soldi della pensione, chi col lavoro” spiega il punto di riferimento del gruppo, Nello Serra. “Il mio pensiero va ancora spesso al 1982, anno in cuiprendemmo la decisione, con un gruppo di giovani portatori di handicap impegnati in un corso di formazione professionale, di fondare una cooperativa alla quale dare un nome emblematico, ricco di significato, quello di Don Milani” spiega Nello. “In molti si domandano perché abbiamo utilizzato un nome così importante. Lo abbiamo fatto perché il priore di Barbiana sperimentò, senza volerne fare un metodo, un modo di fare scuola che motivasse gli allievi a diventare protagonisti del loro progetto educativo. A chi gli chiese, infatti, di scrivere un metodo rispose: non è come bisogna fare a far scuola ma come bisogna essere per far scuola. Da giovane ero affascinato da Lorenzo Milani, vivendomi come uno dei suoi ragazzi bocciati a scuola perché figli di operai e contadini e come loro volevo affrancarmi dalla subalternità. Strada facendo, mi convinse la scelta di andare verso una cooperativa-comunità per tutti”. Una scelta che andava e va in una direzione differente rispetto alle tante strutture esistenti pensate per una “categoria”: anziani, malati mentali, tossicodipendenti, immigrati, ragazze madri, orfani, “che vengono così etichettati e ghettizzati”. “A me è toccato il privilegio di rimanere legato a questa realtà dall’inizio e a volte mi chiedo se sia per la fedeltà al progetto o perché il progetto è fedele a un ideale unificante degli esseri umani a prescindere dalle loro condizioni personali e sociali. Crediamo di avere creato un luogo con spazi e attività in cui le diversità sono esaltate anziché represse, in cui tutto quel che si pensa, si dice e si fa aiuta ad affrontare i bisogni per superarli, imparando ad accettare l’aiuto e a darlo quando è il momento della restituzione. Siamo impegnati a perseguire l’autofinanziamento mediante attività sostenibili che garantiscono un legame con la storia, le tradizioni, le attività tipiche della civiltà artigianale e contadina, soprattutto perseguiamo il ritorno alla terra, con le coltivazioni biologiche su terreni marginali, tuttavia, ricchi di biodiversità che vogliamo conservare e valorizzare. Questo ha creato le condizioni di non dipendenza dai finanziamenti pubblici e/o privati o dal ricorso continuo a campagne di beneficenza. In ogni cosa che facciamo cerchiamo la sobrietà e l’essenzialità e lavoriamo per la conquista di stili di vita che ribaltino le logiche incentrate sull’essere più che sull’avere, guardando a ciò che serve veramente alla vita: consumo critico, corretta e sana alimentazione con cibo buono, possibilmente autoprodotto, ricerca di relazioni fiduciose e solidali, educazione al rispetto della natura, riscoperta del riciclo, del riuso, del baratto. Per fortuna, o forse per meriti conquistati sul campo, godiamo della fiducia e dell’aiuto della comunità locale che abbiamo imparato a stimolare piuttosto che provocare, perciò siamo riusciti ad aiutare giovani con disabilità, ragazze madri, immigrati, giovani con problemi familiari e, in ultimo, anziani, soprattutto non autosufficienti, che sarebbero finiti in strutture dove si muore dopo pochi mesi dal ricovero. Grazie a questa relazione felice siamo riusciti a raccogliere, negli anni, una consistente somma di denaro (parliamo di qualcosa come un milione di euro) con cui abbiamo costruito una grande casa – senza finanziamenti pubblici – in cui vivere, lavorare, riposare, divertirsi, recuperare forze perdute, riscoprire potenzialità residue. La gente comune ci ha aiutato con piccole offerte, ci ha destinato il cinque per mille sulla dichiarazione dei redditi, ha comprato i prodotti del nostro laboratorio (giocattoli artigianali, fiori di seta, saponi, libri, liquori, tisane, creme e unguenti). Una singola benefattrice ci ha donato il terreno su cui edificare la struttura, una somma di denaro e una casa nel centro storico che non siamo riusciti ancora a ristrutturare e ad abitare”.  Poi la “Don Milani” di Acri ha un’altra peculiarità. “Abbiamo ripreso ad allevare il baco da seta, attività una volta fiorente in Calabria. Con i bozzoli facciamo composizioni floreali e bomboniere per le spose, saponi unguenti e creme; con le more di gelso marmellate e liquori, con le foglie tisane. Nel periodo d’allevamento accogliamo scolaresche e persone interessate alla gelsi bachicoltura, alla sericoltura e alla tessitura. Tra le attività messe in piedi nei circa cinque ettari di terra di proprietà vi è quella dei frutti perduti che sono stati recuperati, delle piante spontanee che utilizziamo per l’alimentazione e la fitoterapia. Grazie alla collaborazione gratuita di un valente chimico, il dottor Silvio Faragò della Stazione della seta di Milano, siamo in grado di estrarre dai bozzoli di seta le proteine cosiddette nobili come la sericina, la fibroina, l’olio di crisalide, sostanze molto valide per la cosmetica che sappiamo utilizzare. Pur empirici, siamo mossi da principi e valori fondamentali mai rigidamente fissati. Prima di tutto la cultura dell’integrazione e del mutuo aiuto: vogliamo abolire la tradizionale divisione delle persone in categorie e stimolare il mutuo aiuto (il più anziano aiuta il meno anziano, il più autonomo aiuta il meno autonomo, il ricco aiuta il povero. Poi crediamo nella natura mutualistica e nel carattere non speculativo: il fine non è il profitto per i soci, ma procurare beni e servizi a condizioni vantaggiose (la “Don Milani” è una onlus. Puntiamo all’autogestione: partendo dal presupposto che la “Casa” è autogestita dagli operatori e dai residenti, essa è bene prezioso, da salvaguardare, innanzitutto da parte di chi la abita e la vive. Pratichiamo la cultura della parità: pur nel rispetto della diversità dei ruoli, le persone hanno pari diritti e pari dignità. Non ci sono operatori e utenti in senso stretto ma tutti sono operatori e utenti allo stesso tempo. Lavoriamo sulla parte sana: anche nelle persone più in difficoltà esiste una parte sana sulla quale scommettere. Ricerchiamo il benessere personale e sociale: obiettivo principale è il raggiungimento del livello più alto possibile di benessere personale e sociale fatto di autostima, di relazione autentica con gli altri, di consapevolezza delle proprie risorse e dei limiti e di capacità di stare, progettare e costruire insieme agli altri. Non vogliamo sostituirci a nessuno, né siamo taumaturghi a cui delegare i problemi della marginalità e del disagio sociale. Vogliamo contaminare, disseminare segni. E’ questo il motivo per il quale non vogliamo convenzionarci con gli enti pubblici. Chi viene da noi devi volerci venire per scelta, non perché qualcuno ce lo manda per scaricarselo. Crediamo nel cambiamento come valore, all’importanza di educare ed educarsi al cambiamento per saper divenire. Sviluppiamo la socialità e la creatività, elementi essenziali della disponibilità al cambiamento. Vogliamo più giustizia sociale: non ci si pone come antagonisti nei confronti della realtà sociale ma come forza che cerca di limitare i danni e a realizzare, nei fatti, una maggiore giustizia sociale. Siamo portatori di una cultura che educa all’ottimismo e alla speranza, ci sforziamo di pensare al nostro lavoro come una provocazione in grado di suscitare attenzione, riflessione, dibattito. Vogliamo essere co-promotori di una cultura basata sulla cooperazione piuttosto che sull’agonismo, sull’ascolto delle ragioni degli altri piuttosto che sull’affermazione esasperata delle proprie e sul giudizio. La nostra esperienza ha un forte radicamento nella comunità locale”.

Per saperne di più: www.Comunitadonmilani.it e www.Bachicoltura.it.

Chi voglia meglio conoscere fatti specifici, esperienze vissute, storie di vita, programmi e progetti futuri ha la possibilità di farlo chiedendo una copia del libro “Guarda che fa quel matto di Nello Serra” edito dalla casa editrice Progetto 2000 di Demetrio Guzzardi. Nel libro è riassunta l’utopia che è in fondo una filosofia di vita, è una vita spesa per capire che la pace vince sulla guerra se è disarmo unilaterale; che il perdono vince sulla vendetta se è perdono vero; che l’ interesse altruistico se autentico vince sull’indifferenza; che l’ amore supera l’odio se è amore operoso e generoso; che l’agire per l’intesa funziona di più dell’agire per un fine…

 

Fonte: ilcambiamento.it

Bike sharing: bici in condivisione in 132 città italiane

La bicicletta in condivisione continua a conquistare nuove città italiane. Milano è al quarto posto in Europa dopo Parigi, Londra e Barcellona.

Le difficoltà non mancano fra furti, manomissioni e i necessari spostamenti fra le stazioni sature e quelle vuote, ma il bike sharing continua svilupparsi con successo nel nostro Paese, grazia a una formula che permette di muoversi a impatto zero, velocemente e senza le perdite di tempo (e denaro) legate agli spostamenti cittadini e alla ricerca del parcheggio. Se a questi vantaggi si aggiunge anche il fatto che la manutenzione è tutta a carico di chi le bici le mette a disposizione, si può ben intuire come, in tempi di crisi, questo servizio sia divenuto una soluzione davvero appetibile per chi abita in città. Sono ben 132 le città italiane che dispongono di un servizio di bike sharing. Formule, prezzi e società di gestione sono differenti, lo spirito con il quale il bike sharing viene proposto è identico, incentivare l’intermodalità, favorire il pendolarismo a corto raggio (con un impatto positivo sull’umore scientificamente testato) e alleggerire le emissioni delle nostre città. Con oltre 3500 biciclette distribuite in 201 stazioni, Milano è la città italiana dove il bike sharing funziona meglio, tanto che BikeMi è riuscito in pochi anni a colmare il gap ed è ora il quarto servizio di bici in condivisione dopo quelli di Parigi, Londra e Barcellona. Ogni servizio è pensato per adattarsi alla conformazione della città e così a Genova nel servizio sono incluse biciclette elettriche che permettono di superare “indenni” i numerosi dislivelli del capoluogo ligure. Torino ha addirittura allargato all’hinterland il servizio di bike sharing e anche se in molti quartieri mancano ancora gli stalli promessi, le cittadine di Collegno, Grugliasco, Rivoli, Venaria Reale, Alpignano e Druento situate a Ovest e Nord Ovest si sono messe in rete con il capoluogo. Il caso torinese è emblematico di come il bike sharing sia stato integrato con gli altri mezzi di trasporto pubblico (con le stazioni in molte delle fermate della metropolitano) e con una rete ciclabile che per capillarità e chilometraggio è la prima fra quelle delle metropoli italiane.173723777-586x383

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Rural Hub: aree rurali e innovazione sociale per valorizzare il Made in Italy agroalimentare

Rural Hub  è una rete di ricercatori, attivisti, studiosi e manager che favorisce lo scambio e la condivisione di idee e progetti di innovazione sociale applicata alla ruralità, cioè alla terra e all’agricoltura. È un luogo fisico e, al tempo stesso, virtuale che intende mappare e sostenere un movimento sempre più vasto di persone che hanno acquisito importanti competenze tecnologiche e che hanno scelto di ritornare alla terra.Calvanico, Societing Summer School 2013 a cura di Alex Giordano

Rural Hub – che ha sede a Napoli e nasce nel 2013 come un “collettivo di ricerca” per connettere tra loro startuppers, investitori e associazioni di categoria del settore agroalimentare – è tante cose insieme: luogo condiviso di vita (co-living) e lavoro (co-working); centro di studi e di ricerca permanente sull’innovazione sociale applicata alla ruralità; incubatore e project financing per “rural start-ups”.  Questa realtà si differenzia dalle tante reti presenti in Italia perché vuole essere un invito ad un’innovazione rurale autentica, che viene definita “rural social innovation”. La rural social innovation è il luogo del recupero dei saperi e della tradizione contadina italiana (ad es. il recupero dei grani autoctoni) accompagnato dall’utilizzo delle nuove tecnologie – come la partnership con Arduino per ideare dispositivi per le macchine agricole.

L’obiettivo principale della social rural innovation non è lavorare sulla necessità finanziaria di un solo soggetto (azienda o multinazionale), ma sulla creazione e redistribuzione di valore nel territorio, sull’autenticità dei singoli progetti, sul senso di comunità, sull’etica del lavoro e dell’abnegazione sul campo. L’etica della start up spesso viene traslata “nell’etica del colpo gobbo: ovvero, un ragazzo inventa un’app, ha successo, la rivende. E chi se ne frega degli altri”, spiega Alex Giordano – direttore scientifico e presidente del progetto di ricerca. In Rural Hub, al contrario, le idee di business vengono definite innovative se sono sostenibili non solo dal punto di vista sociale e ambientale, ma anche economico perché ideate per esistere a lungo termine nello stesso luogo che le ha generate. Le startup rurali realmente innovative devono innescare meccanismi di redistribuzione economica sulle comunità locali, perché fare innovazione oggi significa essere consapevoli di far parte di un territorio, di un sistema plurale.

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“Ho deciso di fare il grano? Ho messo in piedi tutto, dai mulini al sito web che poi lo venderà, in connessione con più soggetti? Allora se non lavoro e se non faccio il mio dovere, tutto il sistema ne risente. È questo il sistema di valori che ci tiene insieme”, continua Alex. “La tecnologia dev’essere usata a scopi sociali. Siamo per un’agricoltura moderna che usa la tecnologia per essere sostenibile e di qualità, un’agricoltura legata alle comunità locali, ma capace di essere in connessione con il mondo”.

“La cosa interessante è riuscire a guardare indietro, con l’ausilio dei vecchi contadini, per capire come si fa il lavoro. E dall’altro lato c’è una nuova generazione che conosce le dinamiche della connessione e i processi di sharing, che può lavorare in rete e fare sistema”. In un mondo interconnesso come il nostro le barriere spazio-temporali si annullano e, di conseguenza, non esiste più una “modernità metropolitana” contrapposta ad “aree rurali arretrate ed ancorate al passato”.

Il passato, al contrario, fornisce i saperi e le conoscenze per valorizzare il prezioso patrimonio agroalimentare italiano e dare nuovo slancio ad un’economia in stagnazione. Non è un caso che tra i partner del progetto ci sia anche Libera Terra, che ha come obiettivo il recupero sociale e produttivo dei beni confiscati alla criminalità organizzata, attraverso la produzione di prodotti di qualità e la creazione di cooperative autonome, autosufficienti, durature, in grado di dare lavoro e creare un indotto economico positivo. Le idee ed i progetti di Rural Hub possono riguardare innovazioni nei modelli di business e di distribuzione oppure soluzioni informatiche, etiche ed ecologiche per il settore agroalimentare, ma sempre con un occhio alla loro natura condivisibile e al recupero dei valori e delle identità socio-culturali di uno specifico territorio. Perché l’innovazione o è davvero sociale o non serve. Parola di Rural Hub.

 

Il sito di Rural Hub 

Fonte: italiachecambia.org/