l clima ci condanna ma ci ostiniamo a far finta di nulla

Il meteorologo, divulgatore scientifico e climatologo Luca Mercalli ha recentemente affermato che parlare di emergenza climatica non ha ormai alcuna presa sull’opinione pubblica, genera indifferenza, proprio mentre intorno a noi il pianeta ci manda chiari segnali di disastro. L’unica possibilità che abbiamo è scrollarci di dosso l’intorpidimento che ci porta dritti verso l’abisso.9610-10378

I rapporti sui mutamenti climatici in atto parlano – nel caso più favorevole – dell’aumento di un grado di temperatura su scala globale al 2100. Sembra una piccola variazione.

Può spiegarci che cosa significa in termini di ripercussioni sull’ambiente e, di conseguenza, sulla nostra vita, l’aumento anche di un solo grado?

Facciamo un esempio: la temperatura di un corpo umano in salute è di 37 gradi. A 38 gradi ci sentiamo male e con due gradi in più siamo già a letto con l’aspirina. Con tre gradi in più possiamo ritrovarci in ospedale e con 5 gradi in più rischiamo di morire. Piccole variazioni in sistemi delicati che coinvolgono il nostro pianeta e la nostra vita, possono avere conseguenze importantissime. Inoltre, aggiungiamo che quando parliamo di cambiamento climatico, il dato è sempre riferito alla media di un intero pianeta. Poi ci sono le variazioni locali. Dire che c’è un grado in più sulla Terra significa che alcune zone e alcune stagioni possono anche registrarne 4 o 5 in più. Anche in Italia, in questi giorni, quando abbiamo avuto l’ondata di caldo di fine giugno, i gradi in più erano 7 o 8 che spalmati come media annuale possono rappresentare l’aumento di un grado ma teniamo presente che stiamo parlando di fenomeni generalizzati su una grande superficie e su tempi lunghi. E’ una buona abitudine considerare questo indicatore esattamente come si fa con la febbre per il corpo umano. Ci si accorge, così, di quale fragilità abbia il sistema.

Quali sono le cause del riscaldamento globale e quando è iniziato?

Possiamo dire che è iniziato, come cause vere e proprie, con la rivoluzione industriale e cioè con la combustione del carbone e poi del petrolio. I combustibili fossili, infatti, aggiungono CO2 all’atmosfera.

In che modo la CO2 causa l’aumento della temperatura?

L’anidride carbonica è un gas a effetto serra e cioè trattiene una parte del calore del sole che, altrimenti, dovrebbe andare disperso. In sostanza questo gas lascia raffreddare meno la terra. Una certa quantità di CO2 è necessaria, altrimenti la Terra sarebbe un pianeta gelato. Questa quantità di CO2 fluttuava in passato, diciamo così, per ragioni assolutamente naturali ma a partire dalla combustione del carbone e del petrolio abbiamo cominciato ad aggiungerne una certa quantità. Più ne immettiamo in atmosfera, più fa caldo. Sostanzialmente, questo è il legame.

Qual è al momento e come è aumentata nel tempo la quantità di CO2 nell’aria?

Vi sono misure precise: dal 1958 la quantità di CO2 nell’atmosfera viene misurata ogni giorno e sappiamo che sta aumentando.  Siamo in grado di sapere quanta ce n’era addirittura un milione di anni fa grazie ai carotaggi dei ghiacci del Polo Sud. Dentro il ghiaccio, infatti, rimane imprigionata un po’ d’aria che, sottoposta ad analisi, rivela la presenza di CO2. Si è visto che negli ultimi due secoli c’è stata un’impennata e oggi siamo a 410 parti per milione mentre il valore massimo naturale  in una storia di un milione di anni, è di 300 parti per milione. Da meno di 300, quindi, siamo passati a 410 per effetto della combustione del carbone e del petrolio.

La popolazione su scala mondiale è in continuo aumento. Che relazione c’è tra riscaldamento globale e crescita demografica?

La relazione c’è perché il carbone e il gas vengono consumati dagli uomini per produrre energia. Più gente c’è, più si consuma. Tuttavia, va considerato che ci sono pochi paesi molto industrializzati e relativamente poco abitati che consumano molto e ce ne sono altri molto abitati che consumano meno. Per fare un esempio, gli Stati Uniti sono un paese relativamente poco abitato con 320 milioni di persone ma sono anche i maggiori consumatori di energia pro capite. Si sente spesso dire che il paese che inquina di più è la Cina e questo è senz’altro vero considerato che ha un miliardo e 300 milioni di abitanti ma non si mette in evidenza, troppo spesso, l’inquinamento per persona. Se consideriamo quest’ultimo parametro, i paesi che inquinano di più sono gli americani e gli australiani. I cinesi inquinano molto meno: circa un terzo per persona. In sostanza, ci vogliono tre cinesi per fare l’inquinamento di un solo americano. Poi ci sono paesi in cui questo dato è quasi pari a zero. Si tratta di paesi poveri in cui la gente non possiede nulla come alcuni paesi africani in cui le persone vivono come si viveva mille anni fa. E’ chiaro che se non si possiede la macchina, non si ha corrente e acqua in casa, si vive coltivandosi pochi ortaggi, quando è possibile, non si producono emissioni fossili perché non si usa nulla della moderna civiltà basata sul petrolio.

Che relazione c’è tra alimentazione e mutamenti climatici?

La nostra agricoltura è industrializzata ed è basata, anch’essa, sul petrolio. Circa il 25 per cento delle emissioni globali derivano dalla filiera agroalimentare e anche in questo caso possiamo dire che un’agricoltura che usa molti mezzi meccanici e pesticidi, una volta raccolto il cibo, lo fa girare per il mondo. Il cibo viaggia continuamente alla ricerca dei mercati più vantaggiosi. Quello che arriva sulla nostra tavola ha un contenuto occulto di emissioni.  L’allevamento degli animali per la produzione di carne è legato all’emissione di metano che è un altro gas a effetto serra  più potente della Co2. A tutto il petrolio che viene usato nel processo aggiungiamo, quindi, il metano prodotto direttamente dagli animali. Possiamo, perciò, dire che la produzione di cibo rappresenta circa un quarto delle emissioni globali.

La crisi economica può, in realtà, rappresentare una grande opportunità per l’uomo. Possiamo dire la stessa cosa dei mutamenti climatici? Possono essere un’occasione di cambiamento?

Al punto in cui siamo ormai arrivati, no. Ci siamo spinti troppo avanti. Non dimentichiamo, poi, che il riscaldamento globale è solo uno dei problemi ambientali gravi che andranno a peggiorare la nostra qualità di vita. E’ molto difficile, quindi, pensare in termini di opportunità. L’unica cosa che possiamo fare adesso è limitare i danni.

Quali sono gli indicatori di cui tenere conto oltre i mutamenti climatici?

C’è l’inquinamento chimico di aria, acqua e suoli, che è molto dannoso per la nostra salute, l’uso eccessivo dell’acqua, la perdita di biodiversità, la cementificazione e la deforestazione, e l’acidificazione degli oceani sempre dovuta all’eccesso di CO2.

Secondo lei per quale ragione l’uomo si percepisce separato dall’ambiente?

E’ un problema filosofico, culturale e antropologico. Personalmente lo concepisco come un grosso limite alla consapevolezza. Molto spesso noi, come civiltà, ci percepiamo solo come utilizzatori e sfruttatori della natura senza capire che, invece, vi siamo immersi e, se la natura non funziona, questo si ripercuote su di noi. Questa cosa è stata capita già molto tempo fa ma sempre ignorata dalle masse. Il Cantico delle Creature  di San Francesco è basato proprio sulla connessione tra uomo e natura. Questo concetto è stato ripreso da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Sii. Si tratta di problemi strorici, solo che una volta avevamo meno possibilità di nuocere alla natura e, con una tecnologia molto limitata, potevamo al massimo abbattere alberi e distruggere boschi. Oggi, invece, 7 miliardi e mezzo di abitanti e i mezzi tecnologici a disposizione stanno massacrando totalmente i sistemi naturali. Papa Francesco dice esattamente questo e cioè che noi facciamo parte della natura, che essa è la nostra casa comune. E’ assurdo, quindi, chiamarci fuori e avere un atteggiamento dominatorio e di sfruttamento. Se l’ha detto anche il papa e nessuno sostanzialmente l’ha ascoltato, questo è emblematico di quanto radicata sia questa resistenza a percepirci come un pezzo di natura da rispettare.

I paesi che si incontrano per accordarsi sulle misure da adottare per ridurre le emissioni sembrano non rendersi conto della situazione e i protocolli parlano di tempistiche molto lunghe all’interno delle quali essi si impegnano a fare qualcosa. Quanto tempo abbiamo realisticamente prima che sia troppo tardi anche per contenere i danni?

Il tempo non c’è più. La malattia esiste già. La nostra febbre è già a 38. Possiamo solo fare in fretta per evitare che arrivi a 42 e contenerla a questi valori.  Stiamo spostando semplicemente degli obiettivi di gravità, prima un grado, poi due…  Un recente lavoro uscito su Nature dice che abbiamo tre anni a disposizione affinché la scelta dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento di temperatura a due gradi rispetto al periodo preindustriale, entro il 2100 sia efficace. Tuttavia, questo non significa affatto che abbiamo tre anni per salvare la situazione. Abbiamo tre anni per mantenere le emissioni entro una certa soglia ma vent’anni fa dicevamo la stessa cosa per un grado e non l’abbiamo fatto. Continuiamo a spostare in avanti l’asticella ma prima o poi, se andiamo avanti così, entreremo nel territorio della catastrofe e non ci sarà più niente da fare.

I giovani sembrano poco interessati alle questioni ambientali. Come se lo spiega? E che ruolo hanno, secondo lei, stampa e social?

Vedo i giovani distratti e inermi. Loro sono, in realtà, il principale bersaglio di questa situazione. Sono coloro che subiranno i danni ambientali maggiori per motivi di tempo poiché stiamo gradualmente caricando il sistema di conseguenze future, loro vivendo più nel futuro dovranno affrontare i problemi maggiori. Dovrebbero essere quelli che si informano di più e che lottano di più per difendere il loro avvenire. Al contrario, mi sembrano completamente distratti e disinformati. Non accedono all’informazione e sembrano rifiutarla. Quando riescono a comprenderla, almeno parlo per la mia esperienza di formatore per trent’anni, in genere abbiamo solo reazioni individuali e mai collettive. Vedo ragazzi che magari capiscono e cercano di fare qualcosa ma quasi sempre da soli. Di conseguenza rimangono isolati e frustrati perché da soli non si conclude nulla. I social media permetterebbero rapidissime forme di aggregazione ma non vengono usati in questo senso o per la discussione di temi importanti ma solo per svago e divertimento. I giovani non usano questo mezzo potentissimo di relazione tra loro. Nel 1986 ero un ventenne e discutevo già di questi problemi ma potevo discuterne all’oratorio o a scuola. Non ho mai frequentato l’oratorio né ho mai fatto associazionismo ma mi rendevo conto che in quegli anni le occasioni di aggregazione non erano molte. Se ne poteva parlare col proprio piccolo gruppo di amici o nella sezione del proprio partito ma, se si voleva emergere, era difficilissimo. Oggi se si apre una pagina facebook, nel giro di poche ore si potrebbe creare un gruppo di persone che la pensano allo stesso modo. Eppure c’è una fortissima mancanza di consapevolezza che porti all’azione. I giovani hanno i mezzi ma non li usano. Rimangono, certamente, i casi di persone che si preparano e studiano ma sempre in modo individuale e isolato. Mai che si formi un movimento vero e proprio, un movimento studentesco, per fare un esempio, che dica: “Adesso basta. Adesso ci pensiamo noi. Ci riprendiamo in mano il nostro futuro”.

Spesso chi inizia ad interessarsi alle tematiche ambientali se ne sente anche sopraffatto e teme di non poter incidere direttamente o di non poter essere parte della soluzione. Così, si rischia, però, di trovarci a passare dall’indifferenza al panico, nel giro di pochi anni. Che cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, nella nostra casa, quotidianamente, per cambiare la situazione?

L’azione, anche piccola, è un fortissimo antidoto al panico. Il panico arriva quando ci si trova a fronteggiare qualcosa di ingestibile e ci si sente completamente oppressi. I problemi ambientali sono esattamente il contrario. Derivano infatti dalla somma dei miliardi di comportamenti personali e non sono un mostro che arriva da fuori. Siamo noi stessi, il nostro vicino di casa, la nostra famiglia. Quindi, possiamo agire con concretezza ed è un buon modo per far diminuire l’ansia perché il fare allontana quel senso di impotenza. Il panico, però, o dire che il problema è talmente grosso che non serve a niente cominciare a fare qualcosa, può diventare facilmente un alibi. Prendiamo la raccolta e la differenziazione dei rifiuti. E’ una cosa molto semplice. Fare attenzione ai nostri rifiuti e a quelli degli altri  è un gesto piccolissimo e rivoluzionario. Se tutti lo facessimo, la situazione migliorerebbe nel giro di poco tempo. Invece, si pensa che il proprio gesto sia inutile. E’ un problema grave di atteggiamento irresponsabile e infantile. Non voglio affatto dire che si risolva tutto con l’iniziativa del singolo. Abbiamo bisogno della politica e di grandi decisioni ma si comincia così e, soprattutto nei paesi democratici, i leader che vedono i cittadini prendere una determinata direzione, sono portati a seguirli. Fanno esattamente il contrario se nei cittadini prevale, invece, il disinteresse. Come mai i paesi nordici sono più concreti nei confronti dell’ambiente? Proprio perché c’è un atteggiamento individuale più responsabile.

Qual è la più grande sfida che dobbiamo prepararci ad affrontare ora?

Quella di renderci conto che il pianeta ha dei limiti. Se non prenderemo coscienza di questo e continueremo a pensare che tutto è possibile arriveremo semplicemente all’epoca delle conseguenze gravi. Ci siamo già in parte dentro, ma la situazione sarà ancora peggiore se oggi non cambiamo atteggiamento, comportamenti, politica, economia.

Alcuni parlano di fine del mondo se non cambieremo direzione. E’ così?

La fine del mondo non c’è. Evito sempre la retorica del catastrofismo. Il mondo come pianeta finirà tra cinque miliardi di anni quando verrà bruciato con l’espansione del sole. La Terra si governerà tranquillamente da sola anche senza l’uomo. Quello che cerco di far capire è che in gioco c’è l’umanità e non il mondo. E’ la fine del benessere dell’umanità in discussione. Se facciamo troppi errori non avremo più un ambiente vivibile. Sarà la specie umana a subire le conseguenze più gravi. Né apocalisse né fine del mondo. Queste retoriche allontanano dalla presa di coscienza quotidiana del problema. Il problema sei tu. Il problema è quello che hai consumato oggi e il rifiuto che hai prodotto, la benzina che hai bruciato e lo spreco che hai fatto. Ciascuno di noi con i suoi comportamenti è una parte del problema. Il mondo che abbiamo adesso semplicemente si deteriorerà in seguito ai nostri gesti, ma potrebbe invece essere conservato con nuove abitudini più sobrie ed efficienti.

Qualcuno dice che sostanzialmente l’uomo è un animale stupido orientato verso l’autodistruzione. Cosa ne pensa?

Penso esattamente il contrario e credo che ci siano troppi stupidi che hanno il sopravvento sugli intelligenti. L’intelligenza nel mondo c’è e ci ha portato grandissimi vantaggi, se pensiamo alla scienza. Se viene usata male, invece, porta enormi danni. Sarebbe bello usare il sapere prodotto da una certa parte dell’umanità per fecondare anche quell’altra parte che si comporta in modo stupido.

Si sente ottimista o pessimista?

Comincio ad essere pessimista. Non perché non ci siano i mezzi per uscire dal problema ma perché ci ostiniamo a non praticarli. E questa perdita di tempo è cruciale perché se non usiamo bene i prossimi anni subiremo tutti i danni causati dalle nostre azioni. E questo significa sofferenza distribuita per tutti.

Fonte: ilcambiamento.it

 

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Tav condannata dal Tribunale dei Popoli: “violati i diritti dei cittadini”

Il Tribunale Permanente dei Popoli ha “condannato” la Tav Torino-Lione ritenendo che le comunità locali sarebbero state estromesse da informazione e coinvolgimento. Nella sentenza emessa in Val di Susa i giudici hanno indicato una serie di raccomandazioni ed espresso giudizi negativi su diversi aspetti.  “In Valsusa si sono violati i diritti fondamentali sia di natura procedurale e di informazione sia per l’accesso alle vie giurisdizionali. Violati anche i diritti fondamentali civili, libertà di parola ed espressione”. È quanto recita la storica sentenza emessa domenica 8 novembre ad Almese, in Valle di Susa, dal Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) che ha condannato la linea ad alta velocità Torino-Lione ritenendo che le comunità locale siano state estromesse da informazione e coinvolgimento.

BUSSOLENO: MARCIA IN VAL DI SUSA CONTRO IL CANTIERE TAV TORINO-LIONE

La giuria presieduta dal francese Philippe Texier, magistrato onorario della Corte suprema di Cassazione francese, e composta da altri sette membri di diverse nazionalità ha dunque accolto totalmente l’impianto accusatorio mosso dal Controsservatorio Valsusa, presieduto da Livio Pepino, che nella primavera del 2014 aveva presentato l’esposto. Il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità, oltre che dei promotori e delle imprese coinvolte, dei governi italiani degli ultimi due decenni e delle articolazioni dell’Unione europea che ne hanno accolto acriticamente le indicazioni senza effettuare i controlli e gli accertamenti richiesti dal movimento d’opposizione. Secondo il Tribunale sono state disattese numerose convenzioni internazionali, in primo luogo quella di Aarhus del 25 giugno 1998 sull’informazione e partecipazione dei cittadini in materia ambientale, ratificata in Italia con la legge 108 del 2001.  I giudici del TPP hanno affermato che in Valsusa ci sono state violazioni dei diritti fondamentali dei cittadini e delle comunità per quanto riguarda l’informazione e la partecipazione. Una caratteristica, rileva il Tribunale, “riscontrabile anche nelle altre grandi opere e ciò delinea un modello che determina rischi “per la stessa democrazia all’interno dell’Europa”. Il Tribunale dei Popoli ha anche indicato una serie di raccomandazioni ed espresso giudizi negativi su diversi aspetti.Val-di-Susa

I giudici internazionali hanno chiesto di “sospendere l’occupazione militare della zona” e hanno condannato l’uso sproporzionato della forza mediante le forze dell’ordine e dell’esercito negli affari interni, violando in tal modo le libertà civili e i diritti universali dell’umanità. In particolare i giudici condannano la criminalizzazione delle opposizioni sociali alle opere sottolineando l’importanza della protesta sociale. Il tribunale sollecita inoltre la verifica dei danni subiti ai siti archeologici della Maddalena da parte della sovraintendenza e il ripristino della zona. La giuria ha quindi chiesto ai governi italiano e francese di aprire “consultazioni serie delle popolazioni interessate, e in particolare degli abitanti della Val di Susa, per garantire loro la possibilità di esprimersi sulla pertinenza e la opportunità del progetto e far valere i loro diritti alla salute, all’ambiente e alla protezione dei loro contesti di vita” estendendo l’esame a tutte le soluzioni praticabili “senza scartare l’opzione ’0′” e “sospendendo, in attesa dei risultati di questa consultazione popolare, seria e completa, la realizzazione dell’opera”. Per le grandi opere italiane e europee il giudici raccomandano la sospensione dei lavori sino a quando non siano garantiti i diritti dei cittadini. Viene inoltre raccomandata al governo italiano la rivisitazione della Legge Obiettivo e del decreto Sblocca Italia, in particolare nelle parti che di fatto impediscono la consultazione della popolazione coinvolta nella realizzazione delle grandi opere.lyon-turin

Nella sentenza il tribunale ha rilevato che la lotta dei No Tav si inquadra in una grande sfida a livello mondiale condotta in difesa dei diritti umani e del territorio. Viene dunque ribadito il diritto fondamentale delle comunità alla partecipazione nelle scelte riguardanti il loro territorio e il diritto a una informazione corretta ed esaustiva. Si tratta della prima volta che il Tribunale dei Popoli si esprime su una questione italiana. Fondato nel 1979 per volontà del senatore Lelio Basso, il TPP si ispira al “Russel Tribunal”, che, nel 1967, si era occupato dei crimini di guerra commessi contro il popolo vietnamita durante la guerra del Vietnam. Un’altra fonte di ispirazione è stato il “Giudizio Popolare di Roccamena”, organizzato dalle popolazioni terremotate della Valle del Belice, che nel 1969 “processò” lo Stato italiano per le mancate promesse di ricostruzione dopo il terremoto del Belice del 1968. Sebbene le sue sentenze non abbiano alcun valore giuridico ma esclusivamente morale e politico, negli anni il Tribunale ha esaminato i maggiori conflitti internazionali e si è su gravi casi di violazioni dei diritti umani e dei diritti dei popoli, come il Genocidio Armeno e l’intervento degli Stati Uniti nel Nicaragua.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/tav-condannata-tribunale-popoli/

Ma veramente chi rifiuta gli ogm condanna l’Africa alla fame?

Secondo l’ex ministro dell’ambiente britannico, Owen Paterson, chi si oppone alla diffusione degli ogm condanna l’Africa alla fame. E, parlando a Pretoria, ha definito le fondate e documentate critiche mosse da scienziati e capi di Stato «un fanatico antagonismo al progresso e alla scienza». Ma chi è il vero fanatico? E qual è la vera scienza?ogmmais

Le parole pronunciate a Pretoria, in Sud Africa, da Paterson sono destinate a sollevare polemiche, ma intanto è l’ennesima espressione di una lobby che preme su più fronti senza mollare mai. Secondo Paterson la “food revolution” africana deve essere basata sugli ogm, che nutriranno il continente e che ha addirittura definito protagonisti della green revolution. Scienziati e governi che cercano di mettere un freno all’imperversare degli ogm, i cui rischi per la salute e l’ambiente peraltro sono già documentati, vengono definiti dall’ex ministro britannico come coloro che «voltano la schiena al progresso» e che «con le loro politiche condannano miliardi di persone alla povertà, alla fame e al sottosviluppo». Quindi sarebbero contro il progresso le parole del primo ministro russo Dmitry Medvedev, secondo cui «possiamo nutrirci con prodotti normali, comuni, non geneticamente modificati»? Medvedev ha aggiunto: «Se gli americani vogliono mangiare quei prodotti, che facciano. Noi non ne abbiamo bisogno, abbiamo sufficiente spazio e opportunità per produrre cibo biologico». Paterson dovrebbe anche leggere il documento stilato da 24 delegati di 18 Stati africani inviato all’Onu nel 1998: «Ci opponiamo fermamente al fatto che l’immagine della povertà e della fame nei nostri paesi siano usate dalle grandi multinazionali per spingere tecnologie che non sono sicure, né compatibili con l’ambiente né economicamente vantaggiose per noi. Non crediamo che queste multinazionali o le tecnologie genetiche aiuteranno i nostri agricoltori a produrre il cibo necessario per il ventunesimo secolo. Al contrario, pensiamo che distruggeranno la biodiversità, le conoscenze locali e il sistema dell’agricoltura sostenibile che i nostri contadini hanno sviluppato in migliaia di anni; questo metterà a repentaglio la nostra capacità di nutrirci». Paterson dovrebbe anche informarsi su cosa ha dettoViva Kermani quando ha parlato della situazione dell’India: «E’ irresponsabile affermare che nel nostro paese migliaia di persone muoiono ogni giorno di fame e che gli ogm sono la soluzione. Quando la nostra gente ha fame o è malnutrita, non è per mancanza di cibo ma perché il loro diritto alla sicurezza e al cibo nutriente viene negato». L’ex ministro britannico, e tanti altri come lui, pare proprio bravo nell’utilizzare la retorica per smuovere sentimenti ed emozioni, ma questo non ha nulla a che fare col progresso e la scienza e non fa che sviare l’attenzione dalle vere cause della fame e della povertà. I sostenitori degli ogm ripetono costantemente che questa tecnologia risolverà il problema della fame e nutrirà la popolazione mondiale. Le lobby del biotech ci ripetono che gli ogm sono essenziali, che permettono ai contadini di affrontare meglio i cambiamenti climatici, che hanno più resa. Ma la falsità di tutto ciò è stato ormai ampiamente dimostrato. Prendiamo per esempio il rapporto che lo scorso anno è stato pubblicato dal Canadian Biotechnology Action Network (CBAN), secondo cui la fame è causata dalla povertà e dalla diseguaglianza e che già si produce abbastanza cibo per tutti ed era così anche nel 2008, ai tempi del picco della crisi alimentare mondiale. Secondo il rapporto, l’attuale produzione alimentare mondiale fornisce abbastanza cibo per nutrire dieci miliardi di persone e le crisi dei prezzi non dipendono dalla scarsità di alimenti. Inoltre, il CBAN fa notare come gli ogm oggi sul mercato non siano affatto finalizzati a risolvere il problema della fame nel mondo. Quattro cereali ogm coprono la quasi totalità dei terreni nel mondo coltivati con questi alimenti modificati e tutti e quattro sono stati sviluppati per l’agrindustria su larga scala, soprattutto utilizzati per produrre carburanti, per il cibo industriale e per i mangimi degli animali. Il rapporto canadese chiarisce anche che gli ogm non hanno aumentato i raccolti né gli introiti degli agricoltori, portano ad un aumento nell’uso di pesticidi e provocano danni all’ambiente. In India dove si coltiva il cotone Bt non è diminuito l’uso di pesticidi. Paterson parla di pratiche agricole anacronistiche e primitive che affamano milioni di persone e distruggono l’ecologia, ma ciò che dice non ha il minimo fondamento nella realtà, sta solo giocando con la paura e le emozioni. Moltissimi documenti ufficiali sostengono he per risolvere il problema della fame nelle regioni povere occorre supportare metodi agro-ecologici e sostenibili, rafforzando le economia alimentari locali. Si veda qui per il rapporto dell’Onu, qui per un altro documento ufficiale,qui per l’Onu Special Rapporteur sul diritto al cibo, qui per il documento di 400 esperti. Si veda anche questo documento che attesta come gli ogm non siano necessari per nutrire la popolazione mondiale. Quindi…Paterson da dove ha preso le informazioni sulle quali ha basato le sue dichiarazioni? Beh, si può intuire la risposta. L’esperienza con gli ogm dimostra che in questo modo la sicurezza alimentare è messa in pericolo e che si creano problemi ambientali, sociali ed economici (si veda questo rapporto di GRAIN e questo articolo di Helena Paul che documenta l’ecocidio e il genocidio in Sud America a causa dell’imposizione delle colture ogm). Ma tutto sommato non deve sorprendere che Paterson dica certe cose. Come ministro dell’ambiente ha favorito le partnership con enti pro-ogm, come l’Agricultural Biotechnology Council (ABC), che è sostenuta da multinazionali quali Monsanto, Syngenta and Bayer CropScience. E…secondo voi chi sostiene ciò che anche Paterson sostiene lo fa in buona fede? Senza conflitto di interesse? E la retorica dell’evidenza scientifica  che contraddice ciò che gli ogm in realtà hanno mostrato di causare? Leggete qui, quello che scrive Global Research. E anche in Italia non mancano certe uscite. In realtà sono la speculazione e il modello del business industriale a portare alla fame, alla povertà, al land grabbing, alla scomparsa delle aziende agricole familiari in nome degli interessi delle grandi multinazionali. Daniel Maingi lavora con i piccoli agricoltori in Kenya e appartiene all’organizzazione Growth Partners for Africa. Maingi è nato in una fattoria nel Kenya orientale e ha studiato agronomia. Si ricorda bene di quando la sua famiglia coltivava e mangiava una grande varietà di cereali, legumi e frutti. Dopo lo Structural Adjustment Programmes negli anni ’80 e ’90 e la cosiddetta green revolution, tutto è stato sostituito dal mais, solo e sempre mais. E la gente ha cominciato a mangiare solo mais, cereale peraltro che ha bisogno di acqua, cosa che in Africa rappresenta un problema, e ha portato a un uso massiccio di fertilizzanti che hanno ucciso l’importantissima flora batterica del terreno. Growth Partners Africa lavora con i contadini per nutrire il terreno con sostanze organiche naturali, per usare meno acqua e aumentare la varietà. Per Maingi la sovranità alimentare in Africa significa tornare all’agricoltura e all’alimentazione che c’erano prima dei massicci investimenti occidentali. Mariam Mayet dell’African Centre for Biosafety in Sud Africa spiega come molte nazioni stiano finanziando gli agricoltori affinchè comprino fertilizzanti, aderiscano al modello di agricoltura industriale e diventino dipendenti dalle multinazionali per le sementi. Elizabeth Mpofu, di Via Campesina, coltiva un’ampia varietà di cereali in Zimbabwe. Durante una recente siccità, i vicini che usavano fertilizzanti chimici hanno perso gran parte del raccolto. Lei invece ha raccolto sorgo, grano e miglio coltivati con i metodi agro-ecologici: controllo naturale dei parassiti, fertilizzanti organici e cereali adatti all’ambiente. Daniel Maingi accusa inoltre di condotte fuorvianti e sbagliate la Banca Mondiale, il fondo monetario internazionale e la Gates Foundation che ha rapporti strettissimi con l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA)  . Le multinazionali dell’agritech continuano a ripetere che hanno la risposta alla fame e alla povertà, in realtà hanno già fatto fin troppi danni.

Si ringrazia Colin Todhunter per Countercurrents

Fonte: ilcambiamento.it

 

Contaminava con pesticidi il terreno del vicino, condannato

Con una sentenza importante, il tribunale di Pistoia ha obbligato un agricoltore a contenere le irrorazioni di pesticidi che finivano nel terreno del vicino. Un precedente che può costituire l’ispirazione per tanti che hanno questo grosso problema.pesticidi_atomizzatore

 

Il tribunale di Pistoia con sentenza del 26 agosto 2014 ha ordinato ad un viticoltore di Quarrata, in provincia di Pistoia, di eseguire i trattamenti antiparassitari con modalità che potessero contenere le immissioni di sostanze nocive nella proprietà del vicino (lenta velocità del mezzo di distribuzione, bassa pressione, orientamento dei bocchettoni di irrorazione in direzione opposta al confinante). Per la prima volta il giudice, riconoscendo l’applicabilità dell’articolo 844 del codice civile, ha dichiarato l’intollerabilità delle immissioni di sostanze tossiche nel fondo del vicino ordinando quindi al produttore di trattare il proprio vigneto con accorgimenti che riducano gli impatti derivanti dall’uso di fitosanitari. Tutto è partito da un residente di Quarrata che si è ritenuto danneggiato dalla quantità di diserbanti e/o pesticidi che si depositavano nei suoi terreni, diffondendosi anche all’interno della propria abitazione. Ciò lo aveva portato ad interrompere la coltivazione dell’orto e a tenere chiuse le finestre di casa. Aveva anche fatto analizzare un campione di insalata prelevata dal proprio orto trovando la presenza di rame in concentrazione significativa, mentre rame e pesticidi erano stati rinvenuti in un campione di erba prelevato nella zona di confine. Si è quindi rivolto al tribunale di Pistoia per chiedere di individuare la responsabilità del proprietario del vigneto; il risarcimento dei danni; l’immediata cessazione delle immissioni. Il giudice ha disposto accertamenti tecnici e il consulente ha concluso che risulta impossibile individuare una modalità di irrogazione tale da escludere del tutto il rischio di effetto deriva, però ha indicato una serie di accorgimenti che lo possono ridurre notevolmente. Questi accorgimenti sono gli stessi assunti nella sentenza giudiziaria di Pistoia. Pertanto il consulente ha stabilito che i trattamenti antiparassitari eseguiti dal viticoltore hanno effettivamente provocato l’immissione delle sostanze nella proprietà confinante, ma ha anche dimostrato che diverse modalità di irrorazione dei fitosanitari potevano rendere praticamente irrilevante la loro deriva. Il giudice ha però respinto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale; ha condannato il produttore vinicolo al pagamento delle spese processuali e di consulenza tecnica d’ufficio e non ha accolto la richiesta del cittadino di vietare l’uso dei fitofarmaci in una zona cuscinetto indicata dal richiedente in almeno 50 metri dal confine. Su questo ultimo punto diverso è stato il pronunciamento del Tar di Trento che, con sentenza del 14 gennaio 2012, aveva di fatto confermato la legittimazione del Comune a stabilire limiti di distanza di nebulizzazione dalle abitazioni, in quel caso fissato in 50 metri.  La sentenza potrebbe e dovrebbe quindi sollecitare una maggiore attenzione delle autorità sull’incremento dell’uso dei diserbanti e sugli effetti negativi che può provocare sulla biodiversità, sugli equilibri ecologici, sulla fauna e flora e sulle acque destinate alla potabilizzazione. Il monitoraggio di ARPAT del 2013 aveva evidenziato un deciso incremento di presenza di residui di fitofarmaci nelle acque superficiali e sotterranee destinate alla produzione di acque potabili. Su questo incremento dei residui di fitofarmaci l’Agenzia ha chiesto attenzione ai gestori dei servizi idrici ed alle ASL inviando la propria relazione a Regione, ASL, Comuni e Gestori dei servizi idrici. Con decreto del 22 gennaio 2014, il Ministro delle politiche agricole, di concerto con il Ministro dell’ambiente ed il Ministro della salute ha adottato il Piano di azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. In Parlamento risultano depositati disegni di legge per limitare l’impiego di sostanze diserbanti chimiche e per regolamentarne l’uso nelle operazioni di manutenzione ordinaria delle strade urbane ed extraurbane e delle aree destinate a verde urbano.  Già l’articolo 19 del decreto legislativo152/2012 aveva stabilito che dall’1 gennaio 2014 gli utilizzatori professionali di prodotti fitosanitari sono obbligati ad applicare i principi generali della difesa integrata che prevede l’applicazione di tecniche di prevenzione e di monitoraggio delle infestazioni e delle infezioni, l’utilizzo di mezzi biologici di controllo dei parassiti, il ricorso a pratiche di coltivazione appropriate e l’uso di prodotti fitosanitari che presentano il minor rischio per la salute umana e per l’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Enel, Porto Tolle: Scaroni e Tatò condannati per disastro ambientale

Condanna in primo grado a tre anni.

Franco Tatò, amministratore delegato dell’Enel dal 1996 al 2002, e Paolo Scaroni, che ha preso il suo posto dal 2002 al 2005, sono stati condannati in primo grado dal Tribunale di Rovigo a tre anni di reclusione per disastro ambientale a causa dei danni provocati dalla centrale Enel di Porto Tolle. Secondo l’istituto Ispra, infatti, in quella zona sono stati arrecati danni per un valore di circa 3,6 miliardi di euro. I due ex ad ora dovranno anche pagare provvisionali alle parti civili per 430mila euro, anche se Scaroni ha già annunciato l’intenzione di fare ricorso poiché si ritiene completamente estraneo alla vicenda in quanto la centrale di Porto Tolle ha, secondo lui, rispettato sempre gli standard in vigore, anche all’epoca dei fatti contestati. La pm Manuela Fasolato aveva chiesto sette anni di prigione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Tatò, cinque anni e tre mesi più, anche in questo caso, l’interdizione perpetua per Scaroni e tre anni di reclusione più cinque di interdizione per Fulvio Conti, l’attuale ad dell’Enel, che è stato invece assolto insieme con altre sei persone per mancanza di elemento soggettivo. Tatò e Scaroni hanno avuto dalla Corte tre anni di prigione e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, sono stati però assolti per omesse cautele. Secondo la pm Fasolato, Tatò, Scaroni e Conti andavano condannati per l’omessa installazione di apparecchi che servono a prevenire il deterioramento dell’ambiente e l’aumento delle malattie respiratorie nei bambini, come dimostrato anche dall’Istituto tumori Veneto.enel

Fonte: ecoblog.it