Smarketing, la comunicazione a servizio dell’economia responsabile

Invertire la funzione del comunicatore, facilitare l’incontro tra produttori e consumatori, disertare il marketing “classico” per aiutare un’idea diversa di economia basata su minori consumi e maggiore qualità e fruibilità dell’oggetto. Questo (e altro) è Smarketing, una rete di professionisti della comunicazione che aiuta i propri clienti a comunicare in modo diretto, trasparente e autonomo. Per poi farlo da soli in futuro. Una rete di professionisti della comunicazione che lavora solo con realtà economiche rispettose dell’uomo e dell’ambiente. Che si pone l’obiettivo di aiutare queste “piccole realtà che hanno grandi cose da dire” a trovare il modo di raccontarsi, per farsi comprendere e per diventare poi autonome nella propria comunicazione. Questo è l’obiettivo primario di Smarketing, una rete di professionisti nata nel 2010 allo scopo di facilitare la comunicazioni di enti, aziende o persone che perseguono valori ambientali, etici, sociali, culturali e conviviali e per aiutare queste realtà a raggiungere una sostenibilità economica; in questo senso, la comunicazione gioca un ruolo che spesso viene sottovalutato ma che è importante.

“Nella pratica Smarketing incontra i clienti, che in genere sono associazioni, oppure artigiani, installatori del fotovoltaico, contadini biologici, comunque in genere piccole realtà che lavorano in un’ottica non speculativa nei confronti dell’essere umano e dell’ambiente” ci racconta Chiara Birattari, grafica, attivista creativa e co-fondatrice di Smarketing “Noi lavoriamo solamente con questa tipologia di clienti. Li incontriamo una prima volta e cerchiamo di capire di che cosa hanno bisogno, di capire in che cosa esattamente possiamo essergli utili. E abbiamo una parte di lavoro che è formativo, sempre in collaborazione con i clienti cerchiamo di far emergere la loro identità. C’è una parte del nostro lavoro che è in comune con chi fa marketing vero e proprio: suggeriamo ai nostri clienti loghi, nomi delle realtà, sito web. Ma il processo è radicalmente diverso: partiamo subito lavorando insieme con i clienti attraverso dei laboratori, una volta create le basi passiamo alla seconda fase dove cerchiamo di creare dei modelli cartacei che i nostri clienti possano utilizzare in autonomia. Cerchiamo di formarli affinché possano essere autonomi nella comunicazione in futuro, abbattendo il costo dell’intermediazione pubblicitaria a loro carico, che spesso per queste piccole realtà rappresenta un costo insostenibile nel tempo, nonostante questa attività sia fondamentale”.

Perché Smarketing?

La parte fondamentale per capire l’esperienza di Smarketing e il suo valore è concentrarci su uno dei problemi più rilevanti che riguarda gli attori della cosiddetta “economia alternativa”: “Nel nostro lavoro incontriamo un sacco di gente che fa cose bellissime, che ha un sacco di cose da dire, che realizza cose importanti e quando si tratta di raccontarle hanno già troppe cose da fare” ci racconta Marco Geronimi Stoll, che si presenta come “pubblicitario disertore” e che è anche lui co-fondatore di Smarketing.

“Incontriamo gente che realizza delle cose stupende ma poi il sito spesso è una tristezza, il cartaceo è confusionario. Purtroppo bisogna tenere a mente che se tu fai un volantino sciatto, sei tu che sei sciatto; se un sito è disordinato, sei tu che sei inaffidabile. È uno dei principi della comunicazione, chi ci lavora lo sa. Il successo e il sostentamento economico di un contadino biologico, piuttosto che di un installatore di pannelli solari, piuttosto che di un artigiano del riciclo è un successo della società intera perché l’Italia andrà meglio o peggio se questa gente ce la fa o no.IMG_20170311_124947

L’anello della comunicazione è un anello debolissimo di queste realtà virtuose, se tu comunichi male il tuo vicino di casa continuerà ad andare al supermarket a comprare le mele chimiche. Il nostro lavoro mira a risolvere la situazione, anche perché queste realtà non hanno bisogni di fare pubblicità, ma semplicemente di comunicare, avendo degli argomenti bellissimi da diffondere. Al contrario della pubblicità tradizionale, che deve lavorare per convincerti che qualcosa sia utile quando in realtà non lo è.

Perché trasmettere l’autonomia nella comunicazione?

Oltre a Marco e Chiara, nel nostro incontro parliamo anche con Guido Bertola, che in Smarketing si occupa di comunicazione visiva e che è co-fondatore della realtà: “Di fatto noi siamo dei facilitatori, il nostro obiettivo è fornire strumenti e formare le piccole realtà nostre clienti allo scopo di realizzare da sole la loro comunicazione, in quanto proprio le piccole dimensioni delle realtà impediscono a queste di potersi mantenere un professionista che si occupi costantemente della comunicazione. Abbiamo lavorato con tantissime realtà, considerando anche delle semplici conferenze che abbiamo realizzato superiamo le centinaia di collaborazioni. Un rapporto di continuo lavoro con queste non è invece di gran numero, perché come dicevo è lo scopo del nostro lavoro: rendere il più possibile autonome le persone con cui lavoriamo nell’ambito della comunicazione. Dunque su questo possiamo ritenerci pienamente soddisfatti, perché ora camminano da sole. Non funziona con tutti ma siamo soddisfatti in proporzione”.24029_399735870863_396623_n

“Smarketing è un processo di liberazione del comunicatore” aggiunge Marco geronimi Stoll “ed è un modo di comunicare che è il contrario del marketing. Il marketing vuole persuaderti a consumare qualcosa, lo smarketing facilita la comunicazione tra chi produce qualcosa e chi lo acquista in maniera di abbattere l’intermediazione. La pubblicità fa parte dell’intermediazione e noi vogliamo ridurla al minimo. E questo fa parte di un’idea dell’economia in cui si consuma di meno, si spreca di meno e si amano più le cose per il loro valore reale: per il piacere che ci danno, per il senso che hanno, per come ci migliorano la vita, che è una cosa radicalmente opposta e alternativa al consumismo.”

La logica sottrattiva, ovvero: come lavora Smarketing

Uno dei problemi delle realtà dell’economia alternativa è che, spesso, più che semplificare i processi di comunicazione si tende a complicarli. “È un retaggio del marketing classico, quello che deve cercare di convincere più che di spiegare” ci spiega Guido Bertola, “tipicamente il nostro approccio è quasi più sottrattivo dal punto di vista grafico. Spesso e volentieri molte realtà puntano all’orpello quando invece noi vogliamo arrivare alla sintesi. Tutti i nostri clienti hanno cose bellissime da raccontare e a volte nella comunicazione si perdono in dettagli che non esaltano la loro identità, l’aspetto principale spesso su cui investire. Per decine di anni queste realtà sono state abituate a un tipo di comunicazione visiva che punta solo ai fronzoli e non all’essenza, il nostro primo approccio è riportare le realtà verso una comunicazione che rispetta al meglio il loro modo di lavorare.

“Lo stesso discorso vale per la scrittura, aspetto della quale si occupa più specificatamente Marco Geronimi Stoll (che su questo argomento ci ha scritto un libro che consigliamo a tutti): “Purtroppo queste realtà, che non possono permettersi un writer come una grande azienda per gestire la comunicazione, scrivono molte pagine e faticano a isolare i singoli argomenti. Uno dei lavori che facciamo spesso insieme a queste realtà è imparare a scrivere insieme, disimparando ciò che si è appreso a scuola. Scriviamo poco, semplice, chiaro, con poche parole, frasi semplici, che anche un’analfabeta funzionale riesca a comprendere. Ciò non è facile come atteggiamento mentale, non tanto come capacità di scrittura. Tutto questo fa si che la pagina che esce sul social, sul volantino, su facebook o sito è una pagina che chi la vede ha voglia di leggerla. Questo è il passaggio importante: se non ispiri voglia di leggere puoi scrivere cose molto interessanti, ma non avranno nessun vero impatto sociale”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/04/io-faccio-cosi-164-smarketing-comunicazione-servizio-economia-responsabile/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

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AAM Terra Nuova: quando il cambiamento parte dall’informazione

Dall’alimentazione alla medicina naturale, dall’agricoltura biologica alla permacultura, dalla bioedilizia al consumo critico, dall’ecoturismo alla ricerca interiore. Nata nel 1977 la rivista mensile AAM Terra Nuova  costituisce un punto di riferimento importante del mondo naturale e delle buone pratiche. Da decenni, inoltre, Terra Nuova funge da collegamento tra le varie realtà della rete ecologica e biologica italiana. Già negli anni ’80, infatti, Terra Nuova si è fatta promotrice del movimento dell’agricoltura biologica, più tardi della Rete italiana degli ecovillaggi (1) e oggi del movimento del co-housing. L’acronimo AAM sta per “Agricoltura, Alimentazione e Medicina” ma gli argomenti trattati dalla rivista abbracciano ogni aspetto del nostro quotidiano. La possibilità di cambiamento, infatti, ci può essere solo quando i vari saperi si incontrano. Ne è convinto Mimmo Tringale, direttore responsabile della rivista e tra i fondatori della Rete Italiana degli ecovillaggi (Rive). “Una delle problematiche attuali – afferma Tringale – è la parcellizzazione dei saperi e delle esperienze. Per fare un esempio, c’è chi cura la propria salute in modo naturale ma allo stesso tempo guida veicoli altamente inquinanti”.

“Per cambiare la propria vita e la società è necessaria una visione d’insieme e servono nuovi strumenti: non si può costruire un mondo nuovo usando strumenti vecchi”. Il primo tra i nuovi strumenti indispensabili secondo Mimmo Tringale è proprio la comunicazione: “la comunicazione ecologica e non-violenta sono strumenti formidabili per imparare a crescere come gruppo”.

Un altro strumento molto importante è la permacultura, come strumento di organizzazione e pianificazione. “Spesso – continua Tringale – la permacultura viene intesa esclusivamente come un tipo di agricoltura; invece se utilizzata bene può rappresentare un modo per pianificare qualsiasi attività”.MG_2943

Un altro tra gli strumenti ai quali fa riferimento Tringale è la crescita personale: “non si può costruire un mondo nuovo senza mettere in discussione le proprie idee. È fondamentale avere degli strumenti per capire se stessi e per capire gli altri. Oggi vedo che c’è più consapevolezza, anche se forse ce ne potrebbe essere ancora di più”.

Malgrado la crisi generale del mondo dell’editoria, negli ultimi 15 anni AAM Terra Nuova è cresciuta sia come copie vendute che come punti vendita dove è possibile acquistare la rivista. Abbiamo chiesto a Mimmo Tringale a cosa, a suo avviso, è riconducibile questo trend positivo. “Questo dato – ci spiega Tringale – ci ha sorpreso, considerata la crisi generale del mondo dell’editoria. Ci siamo interrogati su come mai si continua a registrare questa crescita. La risposta che ci siamo dati è che è che è come se questa crisi avesse smascherato il sistema in cui viviamo tutti: anche coloro che erano rimasti abbagliati dalle luci e dai racconti di terre promesse si sono resi conto che si tratta invece di un grande bluff e improvvisamente si sono trovati senza soldi o con lavori precari. È così che le persone più consapevoli hanno iniziato a cercare di più ciò che per loro poteva essere più salutare e autentico. Non è quindi un caso che esperienze come la nostra hanno sentito molto meno la crisi. Anche il biologico è stato l’unico settore dell’agroalimentare che ha continuato a crescere”.MG_2960

Da sempre un tema centrale di Terra Nuova è quello della decrescita. “La decrescita – spiega Tringale – ha fornito una cornice teorica alla sobrietà e l’ha trasformata da scelta individuale a possibilità collettiva, o forse una delle poche alternative possibili per continuare a vivere su questo Pianeta. Noi oggi stiamo vivendo una decrescita infelice perché non governata, e quindi una decrescita che ampi strati della popolazione stanno pagando a caro prezzo. Questa decrescita, in ogni caso, sta selezionando anche le scelte delle persone. La scelta più ecologica, a mio avviso, è quella di riuscire a tessere delle reti e ricostruire radici laddove si vive”.

“A me piace essere ottimista e sono convinto che ci sia oggi un aumento di consapevolezza. Per esempio nel mondo degli ecovillaggi c’è un grande fermento. C’è un grande numero di progetti che stanno nascendo. Pur con mille difficoltà, c’è molto desiderio da parte dei giovani di cercare un’alternativa. Io spero molto nelle nuove generazioni, che mi sembrano molto meno legate agli schemi ideologici da cui veniamo noi. È a loro che dobbiamo dare fiducia e spazio”.

  1. Della Rete Italiana degli Ecovillaggi, fondata da Mimmo Tringale e oggi presieduta da Francesca Guidotti, parleremo più approfonditamente la prossima settimana nel video-racconto che sarà pubblicato il 25 marzo

 

Il sito di AAM Terra Nuova 

 

fonte: italiachecambia.org

Sei un talento della comunicazione? Vieni al Parco dell’Energia Rinnovabile, lo stage è gratis

Un’occasione unica per imparare sul campo e per mettere a frutto il proprio talento, il tutto nella splendida cornice del Parco dell’Energia Rinnovabile in Umbria e…gratis. Ma non sarà per tutti: solo per chi supererà la selezione. La prova? Scrivere un articolo e realizzare un videomessaggio. Per chi sarà scelto sarà un’esperienza indimenticabile.per_umbria_giornalismo

L’iniziativa è organizzata dal quotidiano online Il Cambiamento, dall’associazione Paea e dal Per Parco dell’Energia Rinnovabile con la preziosa collaborazione di Low Living High Thinking. Già il titolo, “Giornalismo Zero Punto Zero”, fornisce gli spunti giusti per intuire che per chi si cimenterà sarà solo l’inizio; l’inizio di un’esperienza formativa che potrà avere anche un peso di tutto rispetto nel curriculum di ciascuno dei partecipanti. Si tratta del primo multi-contest operativo da viversi all’interno di quella fabbrica di idee e progetti che costituisce un’avanguardia in Italia in fatto di conoscenza e progettazione dell’utilizzo delle energie rinnovabili e delle tecnologie a basso impatto, il Per. Chi sarà selezionato potrà vivere un mese all’interno del Per, vitto e alloggio gratuiti, e cimentarsi la mattina come giornalista e il pomeriggio come “braccio operativo” dei laboratori e delle attività all’interno del Parco. Raccogliere notizie, raccontare i progetti del Per, realizzare inchieste sul tema delle energie rinnovabili sarà attività destinata ad essere ospitata sulle pagine online del quotidiano Il Cambiamento, mentre l’esperienza pratica sul campo potrà riguardare la cura dell’orto sinergico, la gestione del Parco, la manutenzione del verde e lo studio degli impianti energetici tecnologici a impatto zero. Per partecipare alla selezione dovete scrivere un articolo di massimo 750 parole sul risparmio energetico o sulla tema della biodiversità e creare un videomessaggio di un minuto e caricarlo su YouTube con il tag
#giornalismozeropuntozero spiegando perché siete le persone giuste per noi. Entro il 18 aprile dovrete spedire l’articolo o il link al filmato corredati dal curriculum a stage@per.umbria.it. Non c’è veramente tempo da perdere!
Per conoscere tutti i dettagli clicca qui.

Fonte: il cambiamento

Con le ecofavole i bambini “ascoltano” il pianeta

Trenta ecofavole per raccontare ai bambini (ma non solo) perché l’inquinamento, la deforestazione, il consumismo e gli ogm sono un pericolo per il futuro nostro e di questo pianeta che ci ospita. E’ il lavoro che Irene Messina ha condensato nel libro “Il Mangiamondo e altre ecofavole” con l’intento di «sensibilizzare anche i più piccoli a queste tematiche, in modo che il futuro non giochi loro brutti scherzi!».copertina_ecofavole

Appassionata di arte e letteratura, laureata in lettere, scrive da anni e ha anche un master in Comunicazione ambientale. Come poteva non uscirne un libro come “Il Mangiamondo e altre ecofavole”? Il volume (Akea edizioni) racconta le storie di personaggi che si imbattono in problematiche ambientali diverse e cercano, direttamente o indirettamente, di trovare una soluzione ai danni e ripristinare l’equilibrio. «Ormai da un qualche anno ho cominciato a interessarmi alle problematiche ambientali che affliggono il nostro mondo e ad approfondire i temi della sostenibilità e dell’ecologia  – spega Irene – Volendo andare più a fondo nell’argomento, specializzandomi anche in senso lavorativo e di formazione, ho frequentato un master sulla Comunicazione per la Sostenibilità Ambientale. Proprio durante il master mi è venuta l’idea di scrivere il libro. Ambiente, sostenibilità ed ecologia sono argomenti ormai sdoganati e dei quali molto si discute, ma ancora piuttosto controversi e ostici per una grande fetta di popolazione. La Comunicazione Ambientale non è una comunicazione facile e, essendo relativamente nuova, ha ancora qualche difficoltà a raggiungere il cittadino medio e a farsi comprendere fino in fondo. Mi sono resa conto che esiste inoltre una fetta di pubblico molto recettiva a cui raramente ci si rivolge per spiegare le nuove problematiche sociali: quella dei bambini. Penso infatti che per educare alla Sostenibilità Ambientale sia necessario partire dai più piccoli e cominciare a far conoscere loro quali sono i problemi cui le nuove generazioni vanno incontro. Ho provato quindi a escogitare un possibile modo per rendere le problematiche ambientali e il tema della sostenibilità meno noiosi e complicati, ma anzi piacevoli e divertenti, oltre che di facile comprensione, usando il linguaggio delle favole. Attraverso le trenta favole, ho cercato di toccare il maggior numero di problematiche ambientali possibili; l’inquinamento dei mari, gli OGM, la deforestazione, i cibi a km0, la caccia, il consumismo, la decrescita, l’inquinamento dei suoli e dell’aria, la desertificazione, il riciclo dei rifiuti, il riscaldamento globale e le energie rinnovabili. Tutte le tematiche sono presentate attraverso vicende fantasiose, situazioni surreali e personaggi stravaganti, come ad esempio il Mangiamondo, uno strano ometto che divora tutte le ricchezze naturali e poi se ne pente,  il mendicante Oreste che vive in un fantastico castello di spazzatura riciclata, o come la Bottriglia, una nuova specie nata dall’unione tra una triglia e una bottiglia di plastica gettata in mare. Alla fine di ogni favola viene fornita una soluzione al problema o al danno arrecato, risolvendo la storia con un “eroe” (in cui il bambino si possa identificare) che risolve la situazione, con la redenzione del “cattivo” che aveva provocato il danno o semplicemente con un avvertimento o un consiglio a non imitare il personaggio o il comportamento nocivo. Il mio obiettivo dunque è quello di rendere la sostenibilità e l’ecologia alla portata di tutti e di esortare i bambini ad adottare comportamenti rispettosi della natura e dell’ambiente, così che possano dare il buon esempio ai grandi».

Fonte: il cambiamento

Il Grande Libro della Terra - Libro

Voto medio su 1 recensioni: Da non perdere

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L’incanto della foresta nell’ultimo poema sulla natura di Luc Jacquet

Gli alberi comunicano fra di loro, si difendono, combattono e proteggono la loro discendenza. Un documentario che dimostra come l’intelligenza non sia patrimonio esclusivo di chi ha un cervello19432032_178588-586x390

È’ stato presentato ieri sera, in anteprima italiana, nell’ambito del Festival SottodiciottoIl Était Une Forêt, l’ultimo documentario di Luc Jacquet, acclamato regista de La marcia dei pinguini e de La volpe e la bambina al quale la rassegna torinese ha dedicato una retrospettiva. Questo magnifico documentario girato nelle foreste tropicali del Perù e del Gabon si è avvalso della collaborazione di Francis Hallé, noto botanico francese che fa da voce narrante di questo film consacrato alla vita delle piante secolari. Nei 75 minuti di quest’opera uscita un mese fa in Francia, ma ancora priva di un distributore italiano, cadono molti dei più diffusi preconcetti sulla natura e sull’intelligenza degli esseri viventi. È stato lo stesso Jacquet, dopo l’anteprima, a ribadire questo concetto che viene spiegato benissimo anche dalle immagini del suo film:

Mi sono accorto che prima di girare questo film conoscevo solamente la metà del nostro mondo. Per esempio, noi pensiamo che la comunicazione sia solo di chi ha cervello, ma non è così. Le piante sono in grado di asservire il fiore e di comunicare fra di loro. L’intelligenza non è soltanto “appalto” di chi ha un cervello.

Pur nella loro immobilità, gli alberi e le piante

Sono esseri viventi che devono lottare come noi: per conquistare il loro territorio, per nutrirsi e per proteggere la loro discendenza.

Film sulla foresta di Luc Jacquet19432032-178590-620x350

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I momenti più affascinanti del film sono quelli in cui il botanico Francis Hallé spiega le strategie messe in campo dalle piante per garantirsi la sopravvivenza. La storia della passiflora e della sua “guerra” con gli insetti che l’ha costretta a circa 150 mutazioni del suo corredo genetico in alcuni decenni, il vero e proprio scontro fra titani fra gli alberi e le piante parassite che gli crescono intorno fino a “sconfiggere” la pianta originale e, ancora, le strategie adottate dagli alberi per far viaggiare nello spazio i propri semi e perpetuare la propria specie.

Il film ha posto al regista delle vere e proprie sfide tecniche:

Il primo problema che ho dovuto affrontare è stato quello del tempo. Come conciliare i 24 fotogrammi al secondo con la vita secolare degli alberi? Per questo ho dovuto ricorrere alle animazioni che descrivono i processi della crescita. Il secondo problema era di ordine spaziale. Il cinema è, per sua natura, orizzontale, mentre gli alberi sono verticali.

Per la scena mozzafiato che apre il film è stato utilizzato un drone che ha risalito il tronco fino alla sommità, per incontrare lo straordinario narratore di questa favola, Francis Hallé. Quando qualcuno ha chiesto al regista se la presenza del protagonista a 70 metri d’altezza fosse un effetto digitale lui ha risposto con grande ironia:

L’80% della biodiversità si trova sulla sommità degli alberi e per Francis è sempre un piacere stare seduto in cima ai tronchi. Con lui la difficoltà non è farlo salire, ma farlo scendere.

Fonte: ecoblog

Gli sradicati

“Oggi, a furia di allontanarci dalla natura, ci siamo separati dalla nostra stessa natura. Abbiamo prodotto una novità assoluta: le prime generazioni nella storia dell’umanità di ‘senza radici’. Abbiamo prodotto degli esseri umani da allevamento intensivo, privi dei punti di riferimento di un bagaglio di cultura ed esperienze tramandate e privi anche del bagaglio di esperienze proprie, dirette e concrete”.

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Quando ero bambina, negli anni cinquanta e sessanta, nei cortili di Milano senza un albero risuonavano le voci dei bambini che giocavano. “Vado giù a giocare”, “vai fuori a giocare” erano frasi scambiate quotidianamente tra madri e figli. Nessuno con un grano di sale in zucca si sarebbe sognato di poter tenere dei bambini chiusi tutto il giorno tra quattro mura, come in galera. Negli anni sessanta cominciò il boom edilizio e le case nuove di periferia, o almeno quelle da un certo prezzo in su, venivano costruite mantenendo un’area di terreno a verde: il giardino. Ci sembrò una meravigliosa novità finché non scoprimmo, adulti e bambini, che in quei giardini non si poteva giocare. Né si poteva usufruirne in alcun modo: erano giardini “per bellezza”. Una cosa che ci apparve del tutto insensata e ci lasciò, adulti e bambini, esterrefatti. Fino a che, anno dopo anno, giardino dopo giardino “per bellezza”, ci convincemmo che era la cosa giusta: niente schiamazzi (solo quelli del traffico, delle televisioni a tutto volume, delle liti in famiglia), nessuno che sciupasse il tappeto erboso condito di pesticidi e concimi chimici. E già lì fu evidente che l’uomo moderno può essere convinto di qualsiasi cosa, avendo il cervello imbottito dei precetti dei media-vocedelpadrone in ogni loro forma, cominciando dalla pubblicità, ed essendo di conseguenza sotto ipnosi ventiquattro ore su ventiquattro. Ma per essere ipnotizzati ci vuole una certa predisposizione. Per creare questa predisposizione bisogna, prima di tutto, distruggere la comunità umana e la sua istintiva solidarietà, e secondariamente interrompere il flusso delle esperienze tramandate di generazione in generazione. Alla fine degli anni sessanta e durante gli anni settanta, anni di lotte di classe, di forti ed estesi movimenti anticapitalisti, di contestazione di tutta l’organizzazione economica e sociale, di cultura antiautoritaria, pedagoghi, psicologi e pediatri erano concordi nell’affermare e spiegare che il gioco era una delle prime necessità del bambino, assieme al cibo e all’affetto. Il gioco libero e autonomo, quello in solitudine e quello in compagnia, era una necessità imprescindibile per lo sviluppo fisico e mentale dei bambini. Bisognava lasciarli giocare liberamente. L’occhio degli adulti doveva essere discreto, limitarsi a sventare eventuali pericoli.

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Quanto al bullismo, ai tormenti che oggi quotidianamente bambini infliggono ad altri bambini, erano praticamente impossibili, dato che in ogni gruppo di gioco convivevano età diverse, sessi diversi, fratelli e cugini e amici di questo e di quello. E dato che le madri si affacciavano alle finestre, le portinaie (figure scomparse con l’apparire dei citofoni e del metro quadro abitabile pagato a peso d’oro) ci tenevano d’occhio, gli artigiani che lavoravano nei cortili (in quei tempi selvaggi non esistevano le ASL benché ci fosse un ambulatorio in ogni quartiere) erano pronti a redarguire i prepotenti. Il gioco spontaneo, non inquadrato, non competitivo, non finalizzato a diventare campioni sportivi ricchi e famosi, era più importante della scuola. Non sarebbe stato necessario, allora, affannarsi a ripeterlo: che gli adulti lo ritenessero necessario o no, riuscivano comunque a capire che era naturale e inevitabile. Ma facevano bene a ripeterlo pediatri, psicologi e pedagoghi: a quei tempi in Italia esisteva il lavoro dei bambini, nel nostro sud c’erano ancora bambini muratori, braccianti, sguatteri. Era per loro che si ribadiva il diritto e la necessità del gioco, della libertà e spensieratezza dell’infanzia.

Quando sono a casa solo
e mi annoio, mi consolo;
chiudo gli occhi e sto salpando
verso i cieli, navigando,
navigando verso il mare
del Paese del Giocare,
là, nei luoghi assai lontani
dove vivon solo nani,
dove i fiori sono peri
e le pozze oceani veri
e le foglie son velieri
pieni di filibustieri,
dove passano volando

calabroni che ronzando
fan tremar le cime ardite
delle immense margherite…

Robert Louis Stevenson

Oggi in Italia lo sfruttamento del lavoro minorile non esiste più, e non esiste più nemmeno il gioco, la libertà e la spensieratezza dell’infanzia. I bambini sono chiusi tra quattro mura quasi ventiquattrore su ventiquattro, tra scuola a tempo pieno, compiti affibbiati dalla scuola a tempo pieno, sport, canto/musica/danza e lingue varie, più televisione videogiochi e computer. Totalmente avulsi dalla realtà e dalla complessità della vita concreta, alienati e incapaci. Molto progrediti… Infatti sanno le lingue straniere, sono dei maghi del computer, degli atletini e/o dei musicisti in erba. Li vogliamo scalpitanti e allenati alle gabbie di partenza, come veri purosangue assetati di vittorie.

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Il gioco collettivo insegnava ad organizzarsi, a collaborare, a prendersi cura dei più piccoli, ad essere leali e anche ad essere astuti, svelti, previdenti. Isolava i litigiosi, gli egocentrici e i prepotenti, che a quel punto erano fortemente incentivati a mitigare i propri difetti. Il gioco individuale insegnava a immaginare, fantasticare, riflettere. Tutti i giochi insegnavano la pazienza, la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie qualità, la deduzione e l’immaginazione. Tutto ciò è stato spazzato via dal “progresso”: da una società sempre più rigida, competitiva, individualista e autoritaria. Si è dato per scontato che più scuola si affibbiava ai bambini e meglio era, ma la scuola è un’istituzione, non è neutra: rappresenta ed esprime l’organizzazione sociale di cui fa parte, ne persegue gli scopi. In una società di dominio e competizione qual è quella in cui viviamo, la scuola è strutturata in modo da formare individui privi di spirito critico, competitivi, specializzati, conformisti: ricettivi alle direttive e indicazioni che vengono dall’alto, alle “versioni ufficiali”, alle mode, al senso comune, e diffidenti e sprezzanti verso tutto ciò che se ne discosti. Per ottenere questo occorre che lottino con le unghie e coi denti per riuscire a svolgere una mole di lavoro sempre più imponente, non importa quanto utile, che li occupi davvero a tempo pieno, senza lasciare ai loro cervelli una via di fuga. Non più tempo per l’ozio, la noia, la riflessione, la fantasticheria, il coalizzarsi e organizzarsi con altri bambini. E dopo la scuola i nostri minimanager hanno già pronte le attività imposte dalle famiglie. Indispensabili per farsi strada nella mischia. Non abbiamo più il lavoro minorile ma i nostri “minori” non sono meno occupati e oberati, almeno a livello psicologico, dei piccoli braccianti e muratori degli anni cinquanta. Sicuramente più dei pastorelli e camerierini di quel tempo, che lavoravano con la propria famiglia e potevano sdraiarsi su un prato o giocare a carte in cucina. Cosa rimane di libero? Il tempo passato davanti al televisore, al computer, al cellulare. Ho sentito genitori vantarsi di non chiedere alcun aiuto in casa ai propri figli, perché il loro primo compito deve essere studiare. È sottinteso che quello “studiare” significa “vincere”. Devono essere i primi. Imparare, cioè crescere, maturare, acquistare conoscenza non ha importanza, evidentemente. Perché imparerebbero molto di più se sapessero farsi il letto, lavare i piatti, fare la spesa e cucinare, aggiustare una presa o un rubinetto che perde. Far compagnia ai nonni, salutare i vicini, portare a spasso il cane.

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Se poi sapessero coltivare qualche pianta, cucirsi un orlo, riparare la gamba di un tavolo, le loro probabilità di sopravvivenza aumenterebbero del cento per cento: vorrebbe dire che sanno ingegnarsi e adattarsi, che hanno sviluppato un’intelligenza pronta e duttile, uno spirito d’osservazione a tutto campo. Ma per questo è necessario trasmettere le proprie conoscenze. Invece, nel progredito occidente, stiamo crescendo le prime generazioni di “senza radici”. Da quando gli esseri umani esistono, ogni generazione ha trasmesso le proprie conoscenze ed esperienze a quelle che la seguivano. È una delle condizioni imprescindibili per la sopravvivenza di una specie; tanto più imprescindibile per una specie, quella umana, dalla cultura vasta e complessa e dallo scarso istinto. È altrettanto importante, questa trasmissione di saperi, della trasmissione del patrimonio genetico. I genitori, i nonni, gli zii, i vicini di casa, l’intera comunità degli adulti raccontava ai bambini: la propria vita e le vite che aveva conosciuto, le idee che aveva maturato, le cognizioni apprese. Era una necessità primaria, né più né meno del gioco. E infatti ciò che più i bambini amavano, oltre al gioco, erano i racconti. Fino a qualche decennio fa, attraverso quei racconti si è tramandato a spizzichi e bocconi tutto il patrimonio culturale accumulato dagli uomini, tutte le esperienze che ci precedevano, i miti e la storia. C’erano racconti sulla guerra e sulla fame, sulla bontà e la malvagità, sullo sfruttamento e sul riscatto, sulla resistenza e la dignità, sulla sacralità del cibo e sul rispetto dei più deboli, sulla fatica e sulla festa. Tra ricordi e principi, parabole e aneddoti, concetti e idee, si trasmetteva una cultura ancestrale e attuale; i bambini crescevano legati a tutti coloro che li avevano preceduti, come da un reticolo di radici nascono i nuovi polloni: nutriti da tutte le sostanze che possiede il terreno dove spuntano. Ma oggi, a furia di allontanarci dalla natura, ci siamo separati dalla nostra stessa natura. Abbiamo prodotto una novità assoluta: le prime generazioni nella storia dell’umanità di “senza radici”. Abbiamo prodotto degli esseri umani da allevamento intensivo, privi dei punti di riferimento di un bagaglio di cultura ed esperienze tramandate e privi anche del bagaglio di esperienze proprie, dirette e concrete. Abituati ad obbedire senza chiedersi perché: tutta la loro vita è organizzata e indirizzata dagli adulti: insegnanti di scuola, istruttori sportivi, insegnanti di musica, animatori e chi più ne ha più ne metta.

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Abituati a competere: a scuola bisogna essere tra i primi, a calcio bisogna vincere la partita, in ogni attività bisogna puntare ad essere più e meglio degli altri e poi magari i genitori li portano a scalare il Monte Bianco, tanto perché gli rimanga chiaro che l’uomo non ha limiti e la natura è qualcosa da conquistare e sottomettere. Obbedienza e competizione preparano il servo perfetto per una società di dominio senza più limiti. Televisione e strumenti digitali fanno il resto. L’immaginazione è una dote indispensabile per la sopravvivenza umana. Non serve a un batterio, probabilmente, e neanche a un lombrico, che hanno il loro corrispondente dell’immaginazione in dote già dalla nascita. Ma serve a qualsiasi animale abbia necessità di apprendere dopo la nascita una parte delle proprie cognizioni. Bene, “immaginazione” ha la stessa radice di “immagine” perché è la capacità di creare immagini mentali. Il neonato, sentendo la voce o l’odore della madre, immagina probabilmente il suo volto, il suo abbraccio o il sapore del suo latte. Poi ci saranno le parole da decifrare e trasformare in immagini e idee: un continuo allenamento mentale, come muoversi e camminare è un allenamento per i muscoli. Ma, se a un bambino piccolo dessimo una seggiolina a rotelle che lo porta ovunque, che ne sarebbe delle sue gambe? Atrofizzate proprio nell’età in cui dovrebbero svilupparsi. Potrebbe più camminare, correre, saltare? E, se a un bambino piccolo scodelliamo continuamente immagini televisive e cartoni animati e poi, quando riesce a usare le dita, gli forniamo strumenti che schiacciando dei tasti gli permettono una fittizia e astratta comunicazione con gli altri esseri umani e un fittizio e mutilato rapporto con la realtà e con la vita, cosa succederà alle sue capacità mentali? Proprio nell’età in cui la sua esperienza e la sua immaginazione dovrebbero svilupparsi; e immaginazione significa sapersi immedesimare negli altri, saper prevedere i pericoli, saper valutare le conseguenze. Significa responsabilità, compassione, accortezza. Cosa succederà alla sua capacità di esprimersi con parole, gesti, espressioni del viso, toni di voce? Tutto quello che serve per “incontrarsi” con gli altri umani e non solo. Cosa succederà ai suoi sensi, al tatto, alla vista, all’olfatto, all’udito? Tutto quello che serve a percepire e comprendere il mondo. Noi non lo sappiamo. Nessuno delle generazioni precedenti lo sa. Perché non si può sapere, e nemmeno immaginare, ciò di cui nessuno ha mai avuto esperienza prima. Possiamo però vederne le conseguenze. Nei ragazzi incapaci di vivere, che non riescono a studiare né a lavorare, terrorizzati dalla continua già sperimentata competizione della nostra società, convinti fino in fondo all’anima della propria incapacità, rinchiusi nella “comoda” irrealtà di rapporti mediati da internet. Sono ormai un’epidemia, che trova le famiglie del tutto impotenti e sole.

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Nelle inaudite e inspiegabili violenze di gruppi di adolescenti “normali”, che in maniera evidente non hanno né la capacità di immedesimarsi nelle sofferenze altrui, né tanto meno quella di immaginare le conseguenze che i loro atti faranno ricadere sulle proprie stesse vite. E poi ci sono i comportamenti di massa. Le caratteristiche ormai di una nuova specie umana: la paura o l’indifferenza nei confronti della natura. Quando io ero bambina, il più grande divertimento di qualsiasi bambino era poter scorrazzare in un vasto spazio libero e selvaggio: un prato, un bosco, il mare. Di fronte a qualsiasi ambiente del genere, nessun adulto con un grano di sale in zucca avrebbe tentato di trattenerci. Lo stesso valeva per fonti e ruscelli. Un surrogato erano i giardini pubblici. Meglio che niente, anche se non si poteva correre nell’erba, far capriole, rotolarcisi, arrampicarsi sugli alberi. Questo rapporto dei cuccioli d’uomo con la natura è continuato, pur diluendosi via via, fino a una ventina d’anni fa. Oggi nei parchi cittadini ci sono prevalentemente i cani, dato che non si può piazzarli davanti a un televisore o appassionarli a un videogioco, né si accontenterebbero di rapporti “virtuali” coi loro simili. Del resto, i bambini attuali guardano un prato, un bosco, un fiume come qualcosa di estraneo e incomprensibile. Come i canarini nati in gabbia (non) guardano il cielo e rifiutano di uscire dalla gabbia anche se la porta è aperta. Forse come i polli d’allevamento intensivo guardano il mondo oltre la porta del capannone. Eppure basterebbe poco, prima che sia troppo tardi. La maggior parte dei bambini è cento volte più disponibile a far qualcosa in compagnia che a ottundersi davanti a uno schermo. La maggior parte dei bambini possiede ancora curiosità e senso del mistero. Basterebbe ricordare. Siamo stati tutti bambini, anche se ci sembra impossibile. Non si tratta, in effetti, di alieni: si tratta di comuni esseri umani in uno stadio della loro esistenza. Basterebbe ricordassimo le decine di giochi di gruppo che nessun grande organizzava; ricordare i duelli, gli agguati, le galoppate a rotta di collo delle nostre immaginarie avventure; ricordare come rompevamo le scatole ai genitori per comperare il granturco in sacchettini che vendevano nella piazza e come ci emozionavano i piccioni posati sulle nostre braccia per mangiarlo. Ricordare il fascino indescrivibile del soldino al posto del dente che ci era caduto, dei doni magicamente portati dalla Befana o da Babbo Natale o da Gesù Bambino. Sarebbe sufficiente dedicarci a loro quel tanto che basta per ridargli tutto questo, per aiutarli a scoprire la vita. E forse richiederebbe meno tempo che scarrozzarli in auto da piscine a palestre ad effimere scuole di discipline nate da effimere mode. I figli di una mia amica hanno in casa un folletto che ruba le cose lasciate in disordine. I folletti possono esserci in tutte le case, anche in un appartamento di due stanze. E anche dalla finestra di un appartamento di due stanze si possono soffiare nel cielo le bolle di sapone fatte con una “cannuccia” di cartoncino arrotolato e un po’ di acqua e sapone. E poi, con i nostri bambini, potremmo anche riprenderci i marciapiedi e le piazze e i cortili, e prima di tutto i “giardini per bellezza”. Proviamoci almeno, a ritrovare quegli spiritelli incapaci di camminare ma solo di correre e saltellare, ridenti, vocianti e canterini che sono sempre stati i bambini dagli albori dell’umanità fino a due, tre decenni fa. Ci guadagneremmo tutti: potremmo tornare a goderci lo spettacolo dei loro giochi dalle finestre e dai balconi. Gratis. Potremmo ravvivare le nostre speranze e la nostra fantasia per rispondere alle loro domande. Potremmo sentirci immortali guardandoli crescere.

… È questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino

ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo, esile
e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo…

Giovanni Pascoli

Fonte: il cambiamento

Terzo workshop in giornalismo e comunicazione ambientale

Scadono il 17 aprile le iscrizioni al terzo workshop in Giornalismo e Comunicazione Ambientale, che si terrà a Lesina (FG) presso il Centro Visite del Parco Nazionale del Gargano. Il corso, organizzato e promosso dal giornalista ambientale Giorgio Ventricelli, prenderà il via sabato 20 aprile.

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Scadono il 17 aprile le iscrizioni al terzo workshop in Giornalismo e Comunicazione Ambientale, che si terrà a Lesina (FG) presso il Centro Visite del Parco Nazionale del Gargano. Il corso, organizzato e promosso dal giornalista ambientale Giorgio Ventricelli, prenderà il via sabato 20 aprile, alle ore 9, con il modulo in Giornalismo Ambientale “Come diventare giornalista ambientale: tecniche e strumenti di una professione trasversale”, con il direttore de La Nuova Ecologia, la rivista di Legambiente, Marco Fratoddi. Domenica 21 aprile si entra subito nel vivo del workshop con una visita guidata in barca dal titolo “Tra terra e mare… naturalmente a Lesina”, con Gianfranco Pazienza ricercatore del CNR Ismar di Lesina, che accompagnerà i corsisti alla scoperta della laguna di Lesina. Lunedì 22 aprile, dalle ore 9 alle 15, l’operatore video di Studio9TV, Ugo Visciani, terrà il modulo Tecniche di ripresa e montaggio video “Dalla Televisione alla web tv”:  saranno trasferite ai corsisti le nozioni base per realizzare riprese e montaggio video per servizi giornalistici televisivi e web tv e reportage ambientali. Sempre lunedì 22 aprile, dalle ore 15 alle 19, Oronzo Simone, geologo SIGEA Puglia, tratterà il tema “Geoturismo e Geoparchi” nel modulo in Geologia Ambientale, che ha ottenuto il riconoscimento da parte dell’Ordine dei Geologi della Puglia di quattro crediti formativi professionali. L’Ordine dei Geologi della Puglia sta valutando la concessione dei crediti formativi anche per i moduli in: Diritto Ambientale, Gestione ambientale e Greenwashing, Management dell’Energia, dell’Ambiente e del Paesaggio. Martedì 23 aprile si conclude il modulo in Giornalismo Ambientale con Giorgio Ventricelli, direttore del workshop, che parlerà di comunicazione ambientale, dalle ore 9 alle 13, mentre Lucia Schinzano, direttore responsabile di Ambient&Ambienti.it, dalle ore 15 alle 19, terrà un laboratorio di giornalismo e parlerà dell’esperienza professionale della più importante testata giornalistica in Puglia specializzata in ambiente. Mercoledì 24 aprile, dalle ore 9 alle 13, l’ecoblogger Alessio Fabrizi terrà il modulo in Social Media e web 2.0 “#Green web: comunicazione ambientale 2.0”: social network, scrittura sul web e come aprire e gestire un blog saranno i temi principali della lezione. Giovedì 25 aprile il workshop si trasferirà per una mattinata di trekking ad Ischitella (FG) per la visita guidata “Alla scoperta delle sorgenti d’acqua del Parco Nazionale del Gargano”, con la guardia ambientale AIVVE Stefano Atzori. Leonardo Battista, fotografo naturalista, terrà sul campo il modulo in Fotografia Ambientale “La fotografia naturalistica nel Parco Nazionale del Gargano”. Venerdì 26 aprile, dalle ore 9 alle 13, lo scienziato ambientale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Tommy Meduri, terrà il modulo inGestione ambientale e Greenwashing “Dai label ambientali ed energetici alle modalità per conoscere e riconoscere un’attività di greening da quella di greenwashing”: tra gli argomenti che saranno trattati i sistemi di gestione ambientale UNI ISO 14001:2004 ed EMAS e i marchi ambientali. Dalle ore 15 alle 19, invece, Nico Palatella, vice capo Delegazione FAI di Foggia e manager Bio&Geo, terrà il modulo Management dell’Energia, del Paesaggio e dell’Ambiente “FAI ATTENZIONE: gli interventi realizzati dall’uomo sul territorio per l’approvvigionamento energetico, e le ricadute sul genere umano”, in cui si parlerà di consumo del territorio, attraverso casi studio di piani paesaggistici, e di edilizia ed efficientamento energetico degli edifici. Infine, sabato 27 aprile, dalle ore 9 alle 13, il workshop si concluderà con il modulo in Diritto Ambientale “L’abusivismo edilizio nelle aree naturali protette”, a cura dell’avvocato Maria Elena Ritrovato, che tratterà l’abusivismo edilizio nelle aree naturali protette.  Il modulo ha ottenuto il riconoscimento di quattro crediti formativi da parte dell’Ordine degli Avvocati di Foggia e dell’Ordine degli Avvocati di Lucera, ed è a partecipazione gratuita per gli avvocati e gli abilitati al patrocinio iscritti presso i due ordini professionali. Il workshop è rivolto a: giornalisti professionisti, giornalisti pubblicisti, addetti stampa, blogger, studenti universitari, geologi, avvocati, ingegneri, biologi, agronomi, geografi, fotografi, cineoperatori, forze di polizia, rappresentanti di associazioni non profit, impiegati pubblici, operatori di Laboratori e Centri di Educazione Ambientale, operatori delle aree protette e di siti storico-archeologici, insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, animatori culturali, guide ambientali e speleologiche. Grazie al sostegno del partner tecnico UGO – ComunicoErgo Sum  e delle testate giornalistiche La Nuova Ecologia, Ambient&Ambienti, Canale 99TV-TRSS, TvGargano.it webtv,  Culttime.it, IlCambiamento.it e Studio 9TV webtv, i corsisti avranno modo di realizzare degli elaborati scritti, video e fotografici che saranno, in seguito, pubblicati dai media partner. Il workshop vede il patrocinio e la preziosa collaborazione di: Provincia di Foggia, Parco Nazionale del Gargano, Comune di Lesina, Consiglio Nazionale dei Giornalisti, Ordine dei Giornalisti della Puglia, Assostampa Puglia, Consiglio Nazionale dei Geologi, Ordine dei Geologi della Puglia, Ordine degli Avvocati di Lucera, Ordine degli Avvocati di Foggia, Legambiente Puglia, Legambiente Circolo “Andrea Pazienza” San Severo, FAI Delegazione di Foggia, SIGEA Puglia – Società Italiana di Geologia Ambientale, CNR Ismar Lesina, Associazione Amici della Laguna, AIVVE – Associazione Italia Verde Volontari per l’Europa, Bio&Geo, EcoVeicoli.

Per informazioni e iscrizioni:

347.5667173

workshopgiornalismoambientale@gmail.com 

III Workshop Gionalismo e Comunicazione Ambientale.

Fonte: il cambiamento