Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Mentre è in corso la Conferenza mondiale sul clima dell’ONU, la Cop23, escono i dati sulla CO2 che nel 2017 finirà in atmosfera: 41 gigatonnellate, se si calcola l’uso di combustibili fossili e la combustione di parti di foresta.Shanghai Skyline in thick Fog

La stima è contenuta nel rapporto 2017 compilato dal Global Carbon Project, un’iniziativa che coinvolge 76 scienziati di 57 diverse istituzioni in tutto il mondo: entro la fine del 2017 ci si attende che le emissioni globali di anidride carbonica risultino in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, con un margine di incertezza compreso tra lo 0,8 e il 3%. E questo dopo tre anni di sostanziale stallo, dal 2014 al 2016, nella crescita di anidride carbonica. Le emissioni globali di CO2 derivanti dall’uso di combustibili fossili e dal loro impiego nelle attività industriali raggiungeranno i 37 miliardi di tonnellate nell’anno in corso. Se si aggiunge l’anidride carbonica derivante dalla combustione di porzioni di foresta pluviale, la CO2 emessa arriverà a 41 gigatonnellate entro fine anno. La ricerca pubblicata sulle riviste Nature Climate Change e Environmental Research Letters, arriva nei giorni della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP23), che si tiene a Bonn in Germania. Per Corinne Le Quéré, climatologa dell’Università dell’East Anglia (Inghilterra) che ha guidato lo studio, il dato è «molto preoccupante», e con queste emissioni, «la finestra di tempo per provare a tenere il riscaldamento globale sotto i + 2°C dall’era pre-industriale si sta esaurendo, per non parlare dei +1,5 °C». Potremmo insomma esserci avviati sulla strada dei  +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che peraltro si possono già vedere. Intanto emerge che i centri urbani del pianeta sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili: il dato viene reso noto nel Report elaborato dal Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, studio dedicato a tutti i progetti smart city del mondo che consentiranno di ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra (greenhouse gas) e di altri inquinanti. Il documento è stato presentato durante i lavori della Cop23.  A livello ancora teorico, i promotori del documento hanno calcolato che se tutte le 7.500 amministrazioni cittadine aderenti al patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, rappresentative di 680 milioni di abitanti, iniziassero a rendere operative le misure di decarbonizzazione fin qui stabilite, si avrebbe un taglio di 1,3 miliardi di emissioni di CO2 l’anno a partire dal 2030. Ne deriva che i centri urbani del pianeta sono responsabili, appunto, del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili (principalmente petrolio e gas) nel settore energetico e dei trasporti. Nelle città italiane, secondo il Politecnico di Milano, il 64% delle emissioni di CO2 deriva proprio dagli impianti di riscaldamento, contro il 10% derivante dal traffico veicolare e il 26% derivante da attività industriali. Sempre in Italia, su dati dell’Osservatorio Autopromotec relativi a 5 città italiane (Milano, Genova, Firenze, Parma e Perugia), si è riscontrato che gli impianti termici per il riscaldamento degli edifici hanno un’incidenza sul totale delle emissioni di CO2 in ambito urbano che è fino a 6 volte superiore rispetto all’incidenza del traffico veicolare.

Fonte: ilcambiamento.it

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Ora della Terra 2017, entro il 2020 Scania sarà indipendente dai combustibili fossili

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In occasione dell’Ora della Terra 2017 Scania ha annunciato il proprio principale obiettivo di sostenibilità energetica da raggiungere entro l’anno 2020: la piena indipendenza dalle fonti fossili per la produzione di energia. Già oggi il 79% dell’energia elettrica che Scania acquista o produce internamente deriva da fonti non fossili e sarebbe quindi significativa l’ulteriore riduzione delle emissioni di anidride carbonica; l’Italia, sostiene il colosso dei mezzi pesanti, è tra i prossimi Paesi pronti a passare all’energia elettrica senza combustibili fossili. “Scania, in primis, deve essere pioniera in questo cambiamento. Siamo altamente esigenti nei confronti dei nostri fornitori, chiedendo loro di aderire ai più alti standard ambientali e di implementare le più moderne e innovative tecnologie. Anche molti dei nostri clienti hanno obiettivi ambiziosi dal punto di vista ambientale”

ha evidenziato Anders Williamsson, Executive Vice President e Responsabile acquisti di Scania. L’impegno dell’azienda non attiene solamente ai propri siti di produzione ma include tutte le proprie operazioni, non ultime le centinaia di officine autorizzate sparse in tutto il mondo: in Scandinavia l’energia fornita a Scania proviene principalmente da centrali idroelettriche mentre in Francia e Polonia è maggiormente diffusa l’energia solare e eolica, e lo stesso accade nei paesi con mercati liberi di energia.

Fonte: ecoblog.it

Hawaii: l’elettricità si produce con le onde marine

Nell’arcipelago è partito il primo impianto che trae energia elettrica dalle onde del mare4735204073_9eb2552524_b

Al largo della costa della Hawaii, due boe “speciali” utilizzano l’energia prodotta dalle onde dell’oceano per generare elettricità. È questo il primo impianto che trae energia direttamente dal moto ondoso negli Usa. Una volta generata, la corrente elettrica viaggia attraverso un cavo sottomarino per circa un miglio fino a una base militare, entrando nella rete elettrica dell’isola di Oahu, isola principale dell’arcipelago. Secondo alcune stime, il movimento incessante del mare racchiude un’energia sufficiente per soddisfare un quarto del fabbisogno energetico dell’America e ridurre così drasticamente la dipendenza del paese dal petrolio, gas e carbone. Ma la tecnologia è ancora troppo in ritardo rispetto alle altre fonti rinnovabili, come quella del sole e del vento. Da qui il progetto pilota alle Hawaii, perfette, con per le sue onde così potenti, per la sperimentazione di tecnologie rinnovabili marine. L’arcipelago, infatti, non solo ha un gran bisogno di abbassare gli alti costi di elettricità, alimentata dal petrolio trasportato via mare, ma dovrà raggiungere l’obiettivo di sfruttare energia al 100% rinnovabile entro il 2045. E, secondo gli studiosi potrebbero volerci dai 5 ai 10 anni prima di avere una tecnologia per le rinnovabili marine in grado di fornire una valida alternativa ai combustibili fossili. Gli sviluppatori stanno ancora lavorando sul un design più efficace per sfruttare meglio il moto ondoso e su un dispositivo che riesca a resistere alle tempeste e all’azione corrosiva dell’acqua marina. “Abbiamo avuto il modo di progettare qualcosa che può rimanere in acqua per molto tempo, ma non di essere in grado di sopravvivere”, spiega Patrick Cross, collaboratore dell’ Hawaii Natural Energy Institute presso l’Università delle Hawaii a Manoa. Gli Stati Uniti si sono posti l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio di un terzo dai livelli del 2005 entro il 2030 e molti gli Stati stanno già cercando di sviluppare più energia per i prossimi decenni. “Gli Stati Uniti potrebbero ottenere dal 20 al 28% del proprio fabbisogno energetico dalle onde”, spiega uno dei finanziatori del sito, Jose Zayas del Wind and Water Power Techonologies Office all’Energy Department degli Stati Uniti. “ La tecnologia energetica del moto ondoso è allo stesso punto di come l’industria solare ed eolica erano nel 1980. Entrambi hanno ricevuto ingenti investimenti pubblici e crediti d’imposta che hanno contribuito a farli diventare fonti di energia sufficiente a basso costo per competere con i combustibili fossili”.

Riferimenti: via PhysOrg

Tratto : galileonet.it

 

Visione 2040 – Ambiente: uscire dalla cultura antropocentrica, verso il consumo di suolo zero

Combustibili fossili, consumo di carne, cementificazione. Sebbene la situazione ambientale in Italia e nel mondo non sia delle più rassicuranti, sono molteplici le azioni possibili per uscire dalla cultura antropocentrica oggi dominante e raggiungere una reale tutela del nostro Pianeta. Ne hanno discusso i partecipanti al tavolo Ambiente di #Visione 2040 che si sono confrontati sulle criticità attuali e sulle proposte per un cambiamento concreto.

Quando parliamo di ambiente, di terra, di ecosistemi, stiamo parlando dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo e con cui ci laviamo, innaffiamo i terreni, del cibo che mangiamo. La retorica che vede l’ambientalista come colui che si preoccupa di salvare gli orsi polari, o il pappagallo della foresta amazzonica ha segnato il suo tempo. Non è in corso nessuna battaglia per salvare la natura, piuttosto l’obiettivo è garantire a noi esseri umani la possibilità di continuare a vivere in condizioni buone su questo pianeta.piant

LA SITUAZIONE ATTUALE

Vista da questa prospettiva la situazione ambientale in Italia e nel mondo non è delle più rassicuranti.
Come prima riflessione possiamo affermare che molti degli squilibri e degli scompensi che l’uomo ha causato all’interno degli ecosistemi nascono da una filosofia antropocentrica che vede l’uomo come una figura che sta al di sopra o al di fuori dei cicli naturali. A causa della storia urbanistica italiana le città sono cresciute privilegiando l’automobile ai mezzi pubblici e la crescita del settore delle costruzioni alla tutela dell’ambiente e della qualità spaziale. Oggi ci troviamo di fronte a città in forti difficoltà in termini di qualità dell’aria, di consumi energetici, di gestione dei rifiuti, ma anche e soprattutto di gestione dell’ambiente urbano e delle risorse pubbliche per migliorarlo. Il consumo di combustibili fossili (soprattutto petrolio e gas naturale) è elevatissimo. Molta energia finisce inoltre sprecata per via della mancata efficientazione degli edifici: le perdite di calore attraverso i tetti, le pareti e le aperture sono enormi, rispetto alle possibilità di contenimento reali. Per quanto riguarda l’alimentazione, anche in Italia si rileva un consumo di carne troppo elevato. Un concetto come quello di rifiuto, inesistente in natura, è diventato per l’uomo contemporaneo uno dei più grossi problemi da risolvere. Nel nostro Paese solo il 30% dei rifiuti viene raccolto e avviato al riciclo, infrangendo le prime tre R e allontanandoci dagli obiettivi fissati a livello comunitario. In Italia le discariche costituiscono ancora la via principale per smaltire i rifiuti, modalità che alimenta affari illeciti e impedisce lo sviluppo di un ciclo virtuoso fondato su riciclaggio e prevenzione oltre ad essere una pericolosa fonte di inquinamento. Il consumo di suolo (soil sealing) in Italia ha avuto accelerazioni molto significative, portando il nostro paese a percentuali di occupazione del suolo superiori al tasso medio europeo. Secondo Ispra nel 2015 vengono cementificati 7mq al secondo, 50/60 ettari al giorno. Nel 2015 il 7% della superficie italiana (pari a circa 21 mila chilometri quadrati) è cementificato, asfaltato, impermeabilizzato per la costruzione di edifici e di infrastrutture e non risulta più disponibile per l’agricoltura o per la crescita dell’erba e degli alberi. Negli anni ’50 era il 2,7%, nel 1998 il 5,8%. Si tratta di un percentuale addirittura quasi doppia rispetto alla media europea. L’Italia è il primo produttore di cemento e il primo cementificatore d’Europa. Il fenomeno dell’abusivismo edilizio dal 1948 ad oggi ha ferito il territorio con 4,5 milioni di abusi edilizi (75 mila l’anno, 207 al giorno), favoriti da sciagurati condoni edilizi che hanno fatto incassare allo Stato l’equivalente di 15 miliardi di euro d’oggi per poi doverne spenderne 45 in oneri d’urbanizzazione. Il mar Mediterraneo è un mare ricco di biodiversità, ma al tempo stesso fragile. Una prima problematica è rappresentata dalla pesca eccessiva: circa 1.500 tonnellate l’anno (trend in calo), con una gestione decisamente scadente: circa l’80% delle specie ittiche di interesse commerciale non ha una valutazione adeguata della sua popolazione e dove tale valutazione esiste risulta che il 60% della delle popolazioni è pescata al di là dei limiti di sicurezza. Un altro gravissimo fattore di rischio per il Mediterraneo è rappresentato dall’estrazione e il trasporto del petrolio. In ogni momento circolano sul Mediterraneo circa 2000 navi, 300 delle quali sono petroliere o trasportano idrocarburi. Questo traffico è alla base dell’elevato numero di incidenti che secondo l’UNEP hanno causato lo sversamento di 55.000 tonnellate di idrocarburi nel Mediterraneo negli ultimi 15 anni.
In generale l’inquinamento da attività industriali, agricole e dagli insediamenti abitati è uno dei principali problemi. L’isolamento del mediterraneo amplifica questi fenomeni e alle fonti di inquinamento lungo le coste si aggiungono quelle dell’entroterra che comunque scaricano nei fiumi che si versano nel mediterraneo. Anche il turismo ha avuto un ruolo notevole nel degrado delle zone costiere, per via di uno sviluppo urbano rapido e incontrollato e la stagionalità dei flussi turistici che produce picchi di produzione di rifiuti; inoltre il turismo si concentra in zone di interesse paesaggistico causando una seria minaccia per l’habitat delle specie a rischio (es. foca monaca e tartarughe marine).

COSA POSSO FARE IO?

CITTADINE E CITTADINI – E’ importante privilegiare lo spostamento con i mezzi pubblici o con la bicicletta, rispetto all’auto privata, quando è possibile. Per quanto riguarda l’efficienza energetica, una buona pratica possibile è rendere il più possibile efficienti le proprie abitazioni. Per quanto riguarda il consumo di suolo, votare programmi politici in cui c’è riscontro sullo stop al consumo di suolo. E poi fare pressione ai politici, chiedere riscontro ai sindaci. In generale, cercare di far circolare il più possibile le informazioni: la rete oggi consente la circolarità delle buone pratiche, delle utopie concrete, delle azioni dei comuni virtuosi.

PROFESSIONISTA/IMPRENDITORE – Fare l’imprenditore oggi significa lavorare con grande generosità sociale e reinvestire una parte di quello che si accumula non solo nell’impresa personale (o men che mai in finanza) ma nel territorio. Dunque un imprenditore potrebbe investire nella riqualificazione e nel recupero dei centri storici e non in nuove costruzioni in aree agricole, così come consociarsi con altre imprese e sperimentare modelli di blue economy e economia circolare.

POLITICHE E POLITICI – Per quanto riguarda l’ambito politico, una buona azione iniziale sarebbe la pianificazione di orti e coltivazioni urbani, più in generale istituire “laboratori urbani” dove venga garantita l’informazione e la partecipazione della cittadinanza e che consentano di gestire le strategie di trasformazione. Fondamentale è non far prevalere l’interesse di partito sul bene comune, approvando piani regolatori a crescita zero. Introdurre inoltre campagne di sensibilizzazione nelle aree affette da variazioni del ciclo idrologico (eventi estremi di precipitazione, siccità, variabilità degli afflussi, ecc.) e disseminare informazioni sull’esistenza di buone pratiche in campo agricolo e industriale.

GLI ESEMPI

Sono numerose le Associazioni e le organizzazioni che da anni, in Italia, si occupano di divulgare la cultura del vivere secondo natura, di riunire i comuni virtuosi nell’ambito delle buone pratiche e nella salvaguardia del Paesaggio. L’associazione AnimaTerrae  si prefigge di divulgare la cultura del vivere secondo natura, creando il minor impatto possibile, autoproducendo e riciclando materiali, impegnandosi nel continuo studio e approfondimento di stili di vita alternativi e socialmente accettabili, attuabili anche in piccolo, in campagna come nelle proprie abitazioni in città, per affrontare piccole-grandi questioni, dall’aspetto ludico per grandi e piccoli, al giardinaggio, alla cosmesi, al mangiar sano.

La rete dell’Associazione Comuni Virtuosi  riunisce le amministrazioni locali che in Italia portano avanti politiche virtuose nei campi della gestione dei rifiuti, dell’efficienza energetica della sostenibilità ambientale. Il Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori”  è un aggregato di associazioni e cittadini di tutta Italia (sul modello del Forum per l’acqua pubblica), che, mantenendo le peculiarità di ciascun soggetto, intende perseguire un unico obiettivo: salvare il paesaggio e il territorio italiano dalla deregulation e dal cemento selvaggio.

Grazie a…

I partecipanti del Tavolo Ambiente:  Guido Della Casa  – Ecologia Profonda | Domenico Finiguerra – Salviamo il Paesaggio | Serena Maso – Greenpeace | Paolo Pileri – Politecnico di Milano e Progetto VENTO | Chiara Pirovano – WWF.

Leggi il documento completo 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/07/visione-2040-ambiente-uscire-cultura-antropocentrica-consumo-suolo-zero/

Combustibili fossili? L’addio senza rimpianti

«Le soluzioni per abbattere da subito l’utilizzo del petrolio, il dispendio energetico, i costi, gli sprechi e l’inquinamento ci sono e sarebbero attuabili da subito», parola dell’esperto. Anzi, di due dei più grandi esperti del settore delle rinnovabili: Paolo Ermani e Alessandro Ronca che al recente Terra Nuova Festival hanno tenuto un incontro pubblico partecipatissimo proprio sull’argomento.Versilia_04

Il primo è presidente dell’associazione Paea (Progetti alternativi per l’energia e l’ambiente) e da oltre vent’anni è impegnato nell’ambito delle energie rinnovabili, del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili: «Per cinque anni ho vissuto in Germania e lì devo dire che ho potuto imparare tanto e dai migliori», ha raccontato Paolo Ermani, una vita impiegata a combattere l’utilizzo scellerato del petrolio e delle risorse del nostro pianeta. Alessandro Ronca, invece, è un esperto di petrolio e di consumo delle risorse, perché nella sua vita… ne ha fatto man bassa. «Ho sprecato, comprato e sperperato soldi in auto, moto e cellulari – afferma Alessandro proclamandosi un ex supereroe del consumo – il perfetto campione desiderato dal sistema, costantemente intento a creare bisogni di nuovi beni e servizi e a consumare petrolio in abbondanza». Questo fino al giorno della conversione, quando ha deciso di dirottare tutta questa “esperienza” nel contrastare quello stesso sistema. Lo ha fatto creando il Per, il Parco dell’Energia Rinnovabileunico centro per le tecnologie alternative in Italia. Un luogo in cui sono applicate e ben visibili soluzioni concrete per emanciparsi dai combustibili fossili e ridurre drasticamente i costi, gli sprechi e, soprattutto, i gravi rischi che stiamo correndo a livello globale.Versilia_03_ermani

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«Non possiamo continuare a vivere in un mondo finito agendo come se avessimo a disposizione risorse infinite – afferma Paolo Ermani – Continuano a dirci che la crescita è un bene: più macchine, più cemento, più produzione, più Pil, ma le risorse si stanno esaurendo e presto questo sistema collasserà. L’unica cosa che si può fare è non farsi trovare impreparati in quel momento».Per questo, secondo entrambi, la soluzione non sono solo i pannelli fotovoltaici: «Prima di parlare di fonti energetiche ci si dovrebbe chiedere se l’energia che si produce attualmente la si usa correttamente o la si spreca» spiega Ermani. «La prima cosa da fare sarebbe risparmiare energia e per farlo dovremmo riqualificare interamente le nostre abitazioni – continua il presidente di Paea – Poi dovremmo imparare a utilizzarla in modo efficiente e solo alla fine avrebbe senso investire in energia rinnovabile. Una volta che sono stati azzerati gli sprechi. Ma questo significherebbe anche decentralizzare e ottimizzare la produzione di energia, ridurre i costi delle bollette, l’inquinamento e i guadagni di chi su questi sprechi e su questi costi ci specula. Significherebbe aumentare l’autonomia dei cittadini e così ne aumenterebbe la libertà, la consapevolezza, il potere. E questo per le multinazionali dell’energia sarebbe un bel problema».Versilia_05

Insomma la questione non riguarda solo il risparmio energetico. Il discorso è globale e si basa su un profondo ripensamento del sistema economico, politico e sociale occidentale. «Oggi sappiamo che si può vivere, alimentarsi, risparmiare e produrre energia, costruire, lavorare, avere socialità e rapporti diversi da quelli che ci impone questo sistema iniquo, costruito sull’insensato mito della crescita, fatto di pubblicità, fondato sui consumi e su falsi bisogni. Chi volesse averne una prova tangibile può andare a visitare il Per quando vuole oppure può approfittare del corso per italiani che si terrà in Germania dal 7 al 16 agosto 2015: nove giorni di formazione qualificata nel settore ambientale al centro per l’energia e l’ambiente di Springe, attivo dal 1981, un’eccellenza nel campo… Siamo alla ventiseiesima edizione», afferma con orgoglio Paolo. Del resto cambiare noi stessi è la cosa più importante che possiamo fare per cambiare il contesto in cui ci troviamo. E in questo cambiamento in tanti si sono già imbarcati. «In luglio avremo la fortuna di ospitare al Per un corso su come Costruire la società del futuro tenuto da Eva Stützel, che è tra i fondatori dell’ecovillaggio tedesco di Sieben Linden, uno dei più famosi ecovillaggi a livello mondiale – racconta Alessandro – con lei parleremo del valore e del senso della comunità, di come creare legami sociali solidali e di come costruire società davvero sostenibili». Loro ce l’hanno fatta, con molto meno sole (e molta meno energia!). E allora cosa stiamo aspettando noi? «Il problema è che la prima cosa da rinnovare non è tanto l’energia quanto la mente delle persone – conclude Ermani – e finché non ci convinceremo di questo il resto sarà inutile».

Fonte: ilcambiamento.it

Per evitare i disastri climatici bisogna lasciare petrolio e gas sottoterra

Un nuovo, ampio studio ha confermato ciò che gli ambientalisti vanno dicendo da tempo: per evitare i disastri climatici, i combustibili fossili vanno lasciati sottoterra, bisogna dire stop all’estrazione e allo sfruttamento.carbone_giacimenti

Lasciate gas e petrolio nel sottosuolo: è questo il monito che viene dai ricercatori che hanno concluso come, per evitare che i cambiamenti climatici continuino ad aggravarsi, la maggioranza dei giacimenti di combustibili fossili debba essere lasciata sottoterra, compresi la quasi totalità del carbone negli Usa e nel Medio Oriente, tutto il gas e il petrolio dell’Artico, il 90% del carbone australiano, la stragrande maggioranza delle sabbie bituminose del Canada, il 78% del carbone europeo e gran parte del gas sempre del Medio Oriente. Lo studio è stato pubblicato su Nature ed è stato condotto da Christophe McGlade e Paul Ekins, della University College London. McGlade ed Ekins ricordano come siano stati gli stessi «decisori politici a determinare che l’aumento della temperatura globale causato dai gas serra non deve andare oltre i 2° sopra la media delle temperature globali dell’era pre-industriale». Ebbene, per rimanre sotto questa soglia, i ricercatori affermano che «a livello globale, un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e oltre l’80% delle attuali riserve di carbone devono restare inutilizzate dal 2010 al 2050». Questo non è certo il primo studio che sottolinea come l’abuso di combustibili fossili risulti pericolosi, ma è l’unico che ha specificato quali siano e dove siano i giacimenti che non andrebbero toccati.

Fonte: ilcambiamento.it

L’agricoltura rigenerativa medicina della terra

I combustibili fossili si stanno esaurendo e le emissioni inquinanti condannano uomini e ambiente; impensabile continuare a sostenere l’attuale domanda di energia, qualsiasi riconversione si adotti. Occorre invece approdare a un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane, partendo dal rapporto con la terra. E’ la riflessione di Chris Rhodes, direttore del Fresh-lands Environmental Actions, membro della Royal Society of Chemistry e portavoce del movimento delle Transition Town inglesi.agricoltura_rigenerativa

La soluzione? Probabilmente è un insieme di soluzioni individuali e ciò significa adottare un paradigma totalmente diverso di filosofia e intenzioni umane. La domanda più pressante è quella che riguarda la capacità di nutrire la popolazione mondiale e la necessità di risolvere i problemi di città o aree che dipendono completamente dall’esterno per cibo ed elettricità. Allora occorre fare in modo che sussistano sistemi circoscritti all’interno dei quali gli elementi individuali della vita si nutrano a vicenda, in una mutualità che porta beneficio e non danno. E’ questo il pensiero di Chris Rhodes, che arriva dritto all’agricoltura cosiddetta rigenerativa e alla permacultura. “In questi metodi – spiega – la maggior parte dell’energia è prodotta in maniera naturale dalla flora e dalla fauna che vivono su e di quei terreni, poiché l’alimento per il suolo viene fornito dalle piante e, in una meravigliosa simbiosi, i batteri di un suolo che vive forniscono nutrimento alle piante”. Com’è possibile dunque una transizione il più possibile indolore da un’agricoltura industriale a una rigenerativa e agrocoecologica? “Per cominciare – spiega Rhodes – occorre decolonizzare e ristrutturare l’agricoltura industriale di oggi spostandosi verso sistemi alimentari tradizionali e locali e ciò richiede un cambiamento del modo di pensare che ostacola e limita la cooperazione e l’abbondanza”. Occorre andare verso raggruppamenti localizzati di piccole comunità, fattorie locali e infrastrutture ferroviarie che le connettano permettendo i movimenti essenziali di beni e persone. E Rhodes salva la comunicazione elettronica e via internet se serve per connettere le piccole comunità tra loro, le nazioni e i continenti, per scambiare idee e conoscenza. Già gli studi degli anni ’70 mostravano come per produrre 1 caloria di cibo occorressero 10 calorie di energia, prospettiva insostenibile. Ciò che è stato fatto finora ha portato a cambiamenti climatici che sempre più hanno ripercussioni negative sull’agricoltura stessa e la strada, secondo Rhodes, è quella appunto di preservare ed espandere i sistemi produttivi tradizionali di alimenti e fibre, riadattando culture e conoscenze perdute, che l’industrializzazione ha soppiantato. E’ la strada maestra per un futuro sostenibile che consenta la sopravvivenza del genere umano e Rhodes non manca di sottolineare come il termine “villaggio globale” sia infingardo, sottintendendo un “supermarket globale” dove le multinazionali piantano le tende. Rhodes sottolinea poi come i sistemi rigenerativi possano includere anche le città, “la cui progettazione va analizzata in termini di meccanismi naturali” che si stabiliscono tra di esse. “Molti non realizzano quanto urgente sia la necessità di un nuovo sviluppo rurale per l’Occidente industrializzato. Nei princìpi di “economia buddhista” di E.F. Schumacher, descritti nel libro “Small is Beautiful – A Study of Economics as if People mattered”, si sottolinea la necessità di deindustrializzazione, per la quale prendere spunto da società semplici che consumano molto meno di noi”. Quindi anziché un villaggio globale, un globo di villaggi che potrà veramente essere la terra dei nostri figli.

Per saperne di più in Italia (l’elenco non vuole essere esaustivo ma solo esemplificativo):

Terra Organica

Deafal

Ecoabitare

 

Fonte: ilcambiamento.it

Gas propano dall’Escherichia coli: un batterio ci salverà?

Un intervento sulla genetica dei batteri potrebbe consentire di creare un gas utile sia per riscaldare che per alimentare i mezzi di trasporto.

Un batterio ci salverà? Viene da chiederselo, nella coda di un’estate che non è mai diventata veramente estate e in cui la tempesta ha soffiato forte a est e a sud del Vecchio Continente: in Ucraina, Siria, Iraq, Israele, Palestina, Libia. La chiave di volta del nostro mondo è, insieme alla salute dell’acqua e della terra, l’approvvigionamento di energia e tutto ciò che può garantire alternative alle risorse fossili è da guardare con interesse e attenzione. Un batterio pericolosissimo per la salute dell’uomo come l’Escherichia coli potrebbe divenire presto l’elemento principale del propano per il Gpl, fino a ora ricavato da combustibili fossili. Un team di scienziati dell’Imperial College di Londra ha dimostrato che si può produrre propano dal glucosio utilizzando una versione geneticamente modificata del batterio Escherichia Coli:

Ora possiamo creare un prodotto che fino a ora era disponibile solamente da combustibili fossili e che è chimicamente identico,

ha detto Patrik Jones, il principale autore dello studio pubblicato su Nature Communications. Nel solo Regno Unito ben 160mila automobilisti si sono convertiti al Gpl. Il Gpl non è soltanto conveniente per il portafoglio, ma il suo utilizzo ha effetti benefici anche sull’ambiente, con emissioni di gas serra fino al 20% in meno di quelle della benzina senza piombo. Per produrre il propano il team di scienziati ha “dirottato la catena di montaggio” del processo biologico di sintesi degli acidi grassi nell’Escherichia coli, introducendo un gruppo di enzimi  nel batterio. Oltre a questo gruppo, denominato tioesterasi, sono stati aggiunti altri due enzimi alla fine di trasformare in propano l’acido grasso. Produrre benzina o diesel si potrebbe, ma il processo sarebbe molto più elaborato e costoso. Ciò che rende economicamente conveniente il propano è il fatto che possa essere liquefatto e più facilmente trasportato. La sperimentazione va avanti anche sul fronte delle alghe, ma il propano ottenuto dal trattamento dell’Escherichia coli richiede meno energia e meno investimenti.

L’evoluzione della ricerca in questo settore può aprire scenari inattesi ed è da seguire con molta attenzione.escherichia-586x435

Fonte:  The Guardian

© Foto Getty Images

La svolta di Obama: dare un prezzo al Carbonio per lasciare i fossili sotto terra

Dare un prezzo al carbonio è secondo il presidente USA il metodo più efficace per lasciare i fossili sotto terra, in modo da limitare il riscaldamento globale a soli 2°C. Chi inquina paga, insomma, anche in ambito energetico

La politica climatica di Obama segna decisamente una svolta; anche se si tratta di un’intervista alla televisione e non di un discorso ufficiale, per la prima volta il presidente USA ha riconosciuto la necessità di dare un prezzo al carbonio emesso, in modo da limitare gli effetti dei cambiamenti climatici. L’intervista verrà trasmessa oggi nel programma Years of living dangerously, dedicato specificatamente ai cambiamenti climatici, ma il conduttore Thomas Friedman ha fornito alcune anticipazioni sul NYT:

Friedman: «Secondo l’IEA solo un terzo delle riserve possii potrà essere bruciato prima del 2050, per non superare il limite di 2°C nel riscaldamento globale (1)… è d’accordo con questa analisi?»

Obama:  «La scienza è scienza, e non c’è dubbio che se bruciassimo tutti i combustibili fossili che si trovano sotto terra, il pianeta diventerebbe troppo caldo e le conseguenze sarebbero gravi.»

Friedman: «Allora, non potremo bruciarli tutti?»

Obama: «Non non li bruceremo tutti. Nei prossimi decenni dobbiamo costruire una transizione tra come usiamo l’energia oggi a come avremo bisogno di usarla.»

Friedman: «Qual è la cosa più importante da fare per affrontare i cambiamenti climatici?»

Obama: «Mettere un prezzo al carbonio. Così abbiamo risolto altri problemi, come ad esempio le piogge acide. Abbiamo detto: vi faremo pagare se rilascerete queste sostanze in atmosfera, perché non è possibile. che a pagare siano tutti gli altri. Trovate un modo per mitigare le emissioni.»

Non sarà certo la fine del fracking o delle centrali a carbone, ma per la prima volta si pone chiara la questione: chi inquina paga, anche in ambito energetico. Un programma simile non si potrà probabilmente fare in due anni, ma potrebbe essere nell’agenda del prossimo presidente, anzi forse presidentessa.Obama Gives Major Speech On Climate Change And Pollution

(1) E’ la cosiddetta bolla del Carbonio, di cui abbiamo parlato su Ecoblog più di un anno fa.

Fonte: ecoblog.it

Cambiamenti climatici: più rinnovabili ed efficienza e meno fossili secondo l’IPCC

Per ridurre le emissioni, l’IPCC auspica un incremento degli investimenti nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica e una significativa riduzione delle risorse utilizzate per le estrazioni fossili.

L’ultimo rapporto IPCC  tratta il tema della mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso la riduzione delle emissioni e l’aumento dell’assorbimento (terreno, foreste). La situazione è particolarmente grave perché ogni anno vengono immesse in atmosfera 49 miliardi di tonnellate di gas serra, cioè CO2, CH4, N2O (e non un miliardo come scrive incredibilmente Repubblica). La riduzione del 40% delle emissioni entro metà secolo costituisce un problema complesso che il rapporto affronta in modo lungo e articolato. E’ opportuno qui sottolineare un aspetto fondamentale, legato alle modifiche degli investimenti a livello globale. Secondo le valutazioni dell’IPCC occorre investire sulle energie rinnovabili (100-200 miliardi in più all’anno) e ancor più sull’efficienza energetica 350-650 miliardi in più). Al contrario, occorrerà ridurre gli investimenti relativi all’estrazione dei combustibili fossili di 350-650 miliardi all’anno. Questa riduzione non sarebbe di poco conto, dal momento che si tratta almeno del triplo di quanto viene investito ogni anno da tre delle principali multinazionali del petrolio.  Queste aziende non molleranno facilmente la presa, a meno che non vengano costrette da coloro che le tengono in pugno, cioè gli azionisti.Emissioni-GHG-IPCC-2014-620x420

Fonte: ecoblog.it