Bolletta del gas: basta pagare combustibili fossili

L’Italia presenta gravi ritardi nel percorso di decarbonizzazione e di transizione ecologica ed essi emergono anche dall’analisi della bolletta del gas. Questo problema è stato oggetto di un’attenta analisi da parte di uno studio commissionato dal WWF. Ecco cosa è venuto fuori.

La struttura della bolletta del gas non include affatto le politiche di decarbonizzazione, né una strategia di “phase out” del gas fossile dai sistemi energetici e non tiene conto del fatto che il gas è un combustibile fossile e il suo ruolo andrebbe ridimensionato, nella prospettiva del suo superamento in uno scenario a zero emissioni di gas serra.

L’incremento degli investimenti nelle infrastrutture per il gas, componente onerosa nella bolletta finale, rappresenta un aggravio crescente per i consumatori e una perdita di risorse per lo sviluppo di alternative a zero emissioni. In aggiunta, gli approvvigionamenti del gas sono solitamente legati a contratti di lungo periodo, che rischiano di introdurre un’ulteriore barriera alla decarbonizzazione: queste alcune delle conclusioni cui giunge un’analisi della bolletta del gas in Italia che il WWF ha commissionato a ECCO, il think tank indipendente sulle politiche climatiche, e del quale è stato anticipato l’executive summary.

«La narrativa costante negli ultimi venti anni parla di gas come combustibile di “transizione permanente” senza prevedere la fine del suo utilizzo – dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia – e questa è un’operazione molto rischiosa sia in termini ambientali, poiché bruciare il gas fossile provoca emissioni di CO2 e contribuisce al cambiamento climatico, sia in termini di sostenibilità economica».

Oggi siamo costretti ad affrontare il problema dei prezzi dell’energia e del gas, ma non si può pensare di risolvere la situazione solo con misure di emergenza che mantengono in vita una struttura pensata e permeata sui combustibili fossili o addirittura rischiano di aggravare la situazione in vista della decarbonizzazione: «Occorre affrontare i problemi strutturali. Inoltre, il PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) e la LTS (Strategia a Lungo termine) non sono aggiornati e non sono coerenti tra loro».

«La regolazione prevede necessariamente l’integrale trasferimento dei costi delle infrastrutture sulle tariffe finali», sottolinea Matteo Leonardi, CEO e co-fondatore di ECCO. «Chi ha la proprietà e programma lo sviluppo delle reti non sostiene rischi economici legati all’incompatibilità futura degli investimenti con le politiche per la salvaguardia del clima e tali costi saranno sostenuti dai consumatori finali».

«Chi può decidere se integrare nuove infrastrutture nella tariffa – ovvero l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente – deve basarsi su una precisa strategia per il clima per validare le richieste delle imprese di distribuzione e trasmissione gas in considerazione della loro compatibilità con uno scenario climatico allineato agli obiettivi ambientali», conclude Leonardi. Il rapporto sottolinea che a oggi il gas naturale non paga nei prezzi finali una componente ambientale significativa, soprattutto quando paragonato al settore elettrico. Per un utente domestico tipo, il costo unitario degli oneri ambientali nella bolletta gas è pari solamente a 0,8 €/GJ (gigajoule), mentre nella bolletta elettrica tale costo è uguale a circa 15,8 €/GJ. Tale disequilibrio dovrà essere corretto poiché rappresenta una barriera importante per l’elettrificazione dei consumi finali. È necessaria una nuova governance della bolletta del gas che parta da una strategia ordinata di phase-out come matrice per validare nuovi investimenti e un riordino del sistema tariffario per equilibrare i costi ambientali dei consumi energetici di elettrico e gas in sintonia con gli obiettivi di decarbonizzazione. Al contrario, la mancanza di una strategia di phase-out dal gas fossile si traduce in un incremento dei costi complessivi del sistema energetico e un ritardo nello sviluppo di alternative maggiormente sostenibili, con implicazioni sistemiche sulla crescita e la decarbonizzazione degli altri settori.

Questi i principali risultati del report:

  • Il settore gas è costituito da un’imponente rete infrastrutturale, la realizzazione di nuove infrastrutture ha effetti di lungo periodo nel sistema energetico.
  • Gli approvvigionamenti gas sono solitamente legati a contratti di lungo periodo. In Italia il 60% dei contratti gas ha una durata residua superiore ai 10 anni e circa il 30% dei contratti superiore ai 20 anni. Se non inseriti in una precisa strategia di phase out i contratti di approvvigionamento rischiano di introdurre un’ulteriore barriera alla decarbonizzazione.
  • I potenziali di biogas e idrogeno non sono lontanamente confrontabili con gli attuali volumi di gas: i contributi di idrogeno e biogas negli scenari di decarbonizzazione di lungo periodo non coincidono con le attuali infrastrutture di trasporto e distribuzione di gas fossile.
  • La bolletta del gas trasferisce sulle tariffe finali di consumo i costi di investimento, la remunerazione ed i rischi legati agli investimenti stessi. Oggi, la componente infrastrutturale incide per il 32% della tariffa gas (al netto delle imposte). In assenza di una precisa programmazione del phase-out del gas, il rischio di un sovra investimento nelle infrastrutture gas è estremamente elevato.
  • In Italia, la domanda gas si mantiene costantemente a livelli inferiori al 2005 e le politiche di decarbonizzazione indicano un’ulteriore diminuzione della domanda, mentre l’infrastruttura di gas esistente in Italia risulta già sovradimensionata rispetto alla domanda attuale ed alla previsione di domanda futura.
  • Il piano di sviluppo di Snam prevede investimenti per 12,5 mld € nel periodo 2021-2030. Di questi, 3,2 mld € sono indirizzati a progetti di sviluppo dell’infrastruttura gas per un aumento della capacità di importazione di oltre l’8,5%; 1,8 mld € sono destinati al rafforzamento della trasmissione per nuove importazioni da Sud, e altri 660 mln€ circa per la metanizzazione della Sardegna.
  • Ulteriore esempio del mancato allineamento della regolazione del settore energetico con gli obiettivi di decarbonizzazione di lungo periodo emerge nel settore elettrico dove è previsto un significativo sviluppo di capacità termoelettrica a gas col capacity market.
  • Gli scenari italiani su cui si fondano le policy non forniscono una visione del ruolo del gas chiara e allineata agli obiettivi net-zero. Gli scenari del Piano Nazionale Integrato Energia Clima (PNIEC) e della Long Term Strategy (LTS) non sono allineati tra loro, non sono aggiornati per seguire gli impegni europei e non forniscono una visione chiara del ruolo del gas fossile.
  • La volatilità del prezzo del gas sarà amplificata dal ridursi della quota gas sul totale della domanda energetica. Gli stanziamenti miliardari per coprire l’aumento delle bollette elettriche e gas, dovuti all’incremento di prezzo del gas fossile, non sono supportati da analisi di impatto convincenti.
  • Nella tariffa del gas non ci sono componenti di costo di natura ambientale sulla vendita di gas fossile. Dal confronto tra la tariffa gas e quella elettrica emerge come la tariffa elettrica sia maggiormente gravata di oneri fiscali ed ambientali rispetto alla tariffa gas. Il costo unitario degli oneri ambientali nella bolletta gas è pari solamente a 0,8 €/GJ, mentre nella bolletta elettrica tale costo è uguale a circa 15,8 €/GJ. Prendendo a riferimento la somma delle componenti ambientali e fiscali, nell’elettrico si paga 23€/GJ rispetto a 7,7€/GJ nel gas naturale. Riportando tali valori alle emissioni di CO2 si evidenzia come gli oneri ambientali nell’elettrico determinano un costo di 208€/t di CO2, mentre nel gas il costo è stimato in 14,3€/tCO2. Includendo nel calcolo tutte le componenti fiscali (inclusa iva ed accisa) ed ambientali, il costo per tonnellata di CO2 emessa è calcolato in 302€/tCO2 nell’elettrico e 137€/tCO2 nel gas. Questa struttura tariffaria è in forte contraddizione rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione e rappresenta un forte disincentivo all’elettrificazione dei consumi finali.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/12/bolletta-del-gas-fossili/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Clima e futuro: ci riguarda tutti

Un po’ ci avevamo creduto, dopo la vistosa diminuzione delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2) durante i duri lockdown, giunte fino a un -6,4% nel 2020 rispetto all’anno precedente. Ma, con la ripresa di gran parte delle attività economiche, le emissioni sono già tornate ai livelli pre-pandemia. Anzi, a livelli anche superiori.

Un po’ ci avevamo creduto, dopo la vistosa diminuzione delle emissioni globali di anidride carbonica (CO2) durante i duri lockdown della prima ondata Covid, giunte fino ad un -6,4% nell’insieme del 2020 rispetto all’anno precedente. Ma, con la ripresa di gran parte delle attività economiche, le emissioni sono già tornate ai livelli pre-pandemia. Anzi, a livelli anche superiori: secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), si registra un +2% nel dicembre 2020 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. La ripartenza sembra quindi avvenire sotto il segno del “business as usual”, come ci ricorda anche il climatologo Luca Mercalli (link al sito) e ciò dimostra quanta strada resti ancora da fare per trasformare la nostra economia e la nostra intera società a bassa intensità fossile. Il prossimo novembre si svolgerà la COP26 a Glasgow, in Scozia (Regno Unito), un paese uscito dall’Unione Europea che certamente vorrà dimostrare di aver fatto la scelta giusta. Non ci interessa, in questo momento, valutare la scelta politica di quel Paese, ma capire meglio se ci sono veramente le condizioni per una drastica correzione della rotta. Ricordiamo subito che COP26 indica la 26esima sessione della Conferenza delle Parti, cioè dei paesi aderenti alla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC); sono quindi 26 anni (dal 1995) che delegati di tutti i Paesi si incontrano per affrontare il tema dei cambiamenti climatici e, nello specifico, la riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Uno specifico Protocollo (di Kyoto) avrebbe dovuto indirizzare e gestire gli impegni di riduzione delle emissioni dei paesi, ma la realtà è stata diversa: di fatto, a parte la parentesi lockdown, la ripresa delle attività sta portando le economie mondiali ad una consistente emissione di CO2 oltre che finanziare l’industria dei combustibili fossili. I dati dell’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) sono chiarissimi ed evidenziano l’inarrestabile intensificazione del cambiamento climatico, l’aumento nella frequenza e nell’intensità degli eventi climatici estremi e le gravissime conseguenze che ricadono sulle persone, sulle società e sulle economie mondiali.

Secondo i dati pubblicati, le emissioni di gas serra hanno continuato la loro crescita nel 2019 e nel 2020, e le temperature sono salite ai livelli più alti mai registrati dal 1850. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, insieme al Segretario Generale del WMO, Petteri Taalas, hanno esortato i leader mondiali all’azione, chiedendo impegni radicali per la riduzione delle emissioni di CO2 al fine di impedire un ulteriore aumento delle temperature. Non c’è più molto tempo per agire e prima della COP26 i Paesi dovranno presentare i propri piani per ridurre le emissioni globali di almeno il 45% entro il 2030. Per molti, l’appuntamento a Glasgow è l’ultima possibilità per trovare un accordo che porti alla realizzazione degli obiettivi posti negli accordi di Parigi sul clima del 2015. Osservato speciale saranno gli Stati Uniti, dopo la ritirata di Donald Trump e il ritorno in campo con Joe Biden. E il tempo per agire è sempre più ristretto: secondo le previsioni dell’IEA, le emissioni di gas serra sono in crescita dall’inizio del 2021 e saliranno a livelli ancora più alti del record raggiunto nel 2010, quando le emissioni aumentarono del 6% a causa della corsa alla ripresa della crisi finanziaria del 2008. Secondo l’IEA, la situazione attuale è simile a quella di allora. Le economie globali stanno premendo l’acceleratore sulla ripresa, ma per farlo continuano a basarsi sull’utilizzo di combustibili fossili per produrre energia e questo non aiuterà. Al contrario, potrebbe sancire la fine di ogni speranza di ripresa sostenibile. Bisogna agire, in fretta e nella giusta direzione.  Secondo una prima valutazione condotta dall’ONU sugli aggiornamenti dei Piani nazionali di decarbonizzazione finora pervenuti nel quadro degli Accordi di Parigi, le ambizioni sono nel complesso ampiamente insufficienti a centrare l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C a fine secolo: applicandoli – e già questa è una scommessa! – si arriverebbe ad una riduzione di appena lo 0,5% delle emissioni nel 2030 rispetto al 2010, a fronte di quel -45% richiesto dall’emergenza in corso e invocato dalle organizzazioni internazionali. Quindi, al momento, siamo proprio fuori strada, come messo in evidenza da diversi studi ed analisi sulla situazione climatica del nostro pianeta e urge sempre più una ferma presa di posizione per evitare quel collasso che ad oggi sembra inevitabile.

Fonte: ilcambiamento.it

Per l’inquinamento globale da combustibili fossili muoiono 8,7 milioni di persone l’anno, il doppio delle stime precedenti

Lo afferma uno studio coordinato dalla Harvard University. A essere più colpite sono le aree con la maggior concentrazione di inquinanti, compresi gli Stati Uniti orientali, l’Europa e il Sud-est dell’Asia. La stima è stata fatta con un modello matematico in cui sono stati inseriti i dati 2018 sulle emissioni di diversi settori, dall’energia ai trasporti

L’inquinamento dovuto alle emissioni da combustibili fossili è la causa di 8,7 milioni di morti nel mondo ogni anno, quasi un quinto del totale dei decessi e il doppio di quanto stimato in precedenza. Lo afferma uno studio coordinato dalla Harvard University pubblicato da Environmental Research. Secondo gli autori dello studio, a essere più colpite sono le aree con la maggior concentrazione di inquinanti, compresi gli Stati Uniti orientali, l’Europa e il Sud-est dell’Asia. La stima è stata fatta utilizzando un modello matematico in cui sono stati inseriti i dati, riferiti al 2018, sulle emissioni di diversi settori, dall’energia ai trasporti, per determinare la quantità di sostanze inquinanti presente nelle singole aree. A questa è stato applicato un altro algoritmo che stima gli effetti sulla salute al variare dei tassi di inquinamento.

Ricerche precedenti si basavano su osservazioni satellitari e di superficie per stimare le concentrazioni annuali medie globali di particolato fine PM2,5. Il problema è che le osservazioni satellitari e di superficie non sono in grado di distinguere tra le particelle delle emissioni di combustibili fossili e quelle della polvere, del fumo di incendi o di altre fonti.

“Con i dati satellitari, vedi solo i pezzi del puzzle”, ha affermato Loretta J. Mickley, Senior Research Fellow in Chemistry-Climate Interactions presso la Harvard John A. Paulson School of Engineering and Applied Sciences (SEAS) e coautrice dello studio. “È difficile per i satelliti distinguere tra i tipi di particelle e possono esserci delle lacune nei dati”.

Per superare questa sfida, i ricercatori di Harvard si sono rivolti a GEOS-Chem, un modello 3-D globale di chimica atmosferica condotto al SEAS da Daniel Jacob, professore di chimica atmosferica e ingegneria ambientale. “Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano”, ha detto Karn Vohra, studente dell’Università di Birmingham e primo autore dello studio. Per modellare il PM2,5 generato dalla combustione di combustibili fossili, i ricercatori hanno inserito le stime GEOS-Chem delle emissioni di più settori, tra cui energia, industria, navi, aerei e trasporti terrestri e la chimica dettagliata simulata di ossidanti-aerosol, guidata dalla meteorologia dalla NASA Global Ufficio Modellazione e Assimilazione. I ricercatori hanno utilizzato i dati sulle emissioni e sulla meteorologia principalmente dal 2012 perché è stato un anno non influenzato da El Niño, che può peggiorare o migliorare l’inquinamento atmosferico, a seconda della regione. I ricercatori hanno aggiornato i dati per riflettere il cambiamento significativo nelle emissioni di combustibili fossili dalla Cina, che sono diminuite di circa la metà tra il 2012 e il 2018.

“Mentre i tassi di emissione sono dinamici, aumentano con lo sviluppo industriale o diminuiscono con politiche di qualità dell’aria di successo, i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché la popolazione e l’inquinamento atmosferico sono entrambi grandi”, ha affermato Marais. “Tagli simili in altri paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sul numero di mortalità globale”.

La combinazione dei dati del 2012 e del 2018 dalla Cina ha fornito ai ricercatori un quadro più chiaro dei tassi di emissioni globali di combustibili fossili nel 2018. Una volta ottenuta la concentrazione di PM2,5 di combustibile fossile all’aperto, i ricercatori dovevano capire in che modo quei livelli influivano sulla salute umana. Sebbene sia noto da decenni che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. I coautori Alina Vodonos e Joel Schwartz, professore di epidemiologia ambientale presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health (HSPH), hanno sviluppato un nuovo modello di valutazione del rischio che collegava i livelli di concentrazione di particolato dalle emissioni di combustibili fossili ai risultati sulla salute. Questo nuovo modello ha rilevato un tasso di mortalità più elevato per l’esposizione a lungo termine alle emissioni di combustibili fossili, anche a concentrazioni inferiori. Spesso, quando discutiamo dei pericoli della combustione di combustibili fossili, è nel contesto della CO2 e del cambiamento climatico e trascuriamo il potenziale impatto sulla salute degli inquinanti co-emessi con i gas serra”, ha detto Schwartz. “Ci auguriamo che quantificando le conseguenze sulla salute della combustione di combustibili fossili, possiamo inviare un messaggio chiaro ai responsabili politici e alle parti interessate sui vantaggi di una transizione verso fonti energetiche alternative”.

La ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche, ha affermato Vohra. I ricercatori hanno stimato che la decisione della Cina di ridurre quasi della metà le emissioni di combustibili fossili ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni in Cina, nel 2018.

“Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla continua dipendenza dai combustibili fossili è dannoso per la salute globale”, ha affermato Marais. “Non possiamo in buona coscienza continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando sappiamo che ci sono effetti così gravi sulla salute e alternative praticabili e più pulite”.

Fonte: ecodallecitta.it

Re:Common: «I 12 progetti che rischiano di distruggere il pianeta»

Diciotto Ong internazionali, tra cui l’italiana Re:Common, lanciano il rapporto “I 12 progetti che rischiano di distruggere il Pianeta”. Lo studio prende in esame 12 mega-progetti fossili attualmente in fase di sviluppo che, se venissero realizzati, causerebbero il rilascio di atmosfera di 175 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

Diciotto Ong internazionali, tra cui l’italiana Re:Common, lanciano il rapporto “I 12 progetti che rischiano di distruggere il Pianeta”. Lo studio prende in esame 12 mega-progetti fossili attualmente in fase di sviluppo che, se venissero realizzati, causerebbero il rilascio di atmosfera di 175 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. «Un volume di CO2 sufficiente a esaurire metà del budget di carbonio rimanente per restare al di sotto della fatidica soglia di 1,5 gradi Celsius» scrive Re:Common sul proprio sito.

IL RAPPORTO E’ SCARICABILE QUI

«Oltre alle conseguenze per il clima, questi progetti comportano impatti negativi anche dal punto di vista ambientale e della salute delle persone, oltre a causare serie violazioni dei diritti umani – scrive l’associazione – A guidare l’espansione fossile ci sono società come l’italiana Eni, la francese Total, l’anglo-olandese Shell e le altre major dell’oil&gas, ma anche la finanza gioca un ruolo da protagonista. Dalla firma dell’Accordo di Parigi a oggi, le principali banche e i fondi di investimento mondiali hanno finanziato le società attive in questi 12 progetti con circa 3mila miliardi di dollari».

«Un fiume di denaro che dimostra come, nonostante gli impegni e le politiche di disinvestimento adottate in questi anni da molti istituti, per il clima la finanza non stia ancora facendo la propria parte. I 12 progetti analizzati rappresentano un test fondamentale per banche, assicurazioni e fondi di investimento. Le Ong che hanno realizzato il rapporto ritengono che per evitare gli impatti più catastrofici della crisi climatica occorre interrompere immediatamente i finanziamenti per quelle società che continuano a realizzare nuovi progetti fossili».

«Sono passati cinque anni dall’Accordo di Parigi, eppure il modello di business dell’industria fossile è rimasto immutato» ha dichiarato Alessandro Runci di Re:Common, tra gli autori del rapporto. «Società come Eni hanno continuato a espandersi, come in Mozambico, dove la scoperta di enormi riserve di gas si è trasformata in una maledizione per le comunità. Banche come UniCredit e Intesa Sanpaolo, quest’ultima tra le più fossili in Europa, devono smettere immediatamente di finanziare le società che stanno devastando il Pianeta», ha aggiunto Runci.

«Tra i casi più rilevanti inclusi nel rapporto c’è l’espansione dell’industria del gas in Mozambico, guidata da Eni e la francese Total, che sta causando devastazione e violenze nella regione di Capo Delgado. Nel Mediterraneo orientale, un’altra società italiana, Edison, è tra le proponenti del mega gasdotto EastMed, che dovrebbe collegare i giacimenti di gas della regione, molti dei quali controllati da Eni, con i mercati europei – proseguono da Re:Common – In Suriname, la scoperta di un enorme giacimento di petrolio ha innescato una corsa all’accaparramento delle risorse che mette a rischio il delicato ecosistema del Paese sudamericano. Nel nord della Patagonia, Total e Shell sono tra le più attive nelle attività di fracking in quel territorio, nonostante persino le Nazioni Unite abbiano sollevato delle criticità, sia per gli impatti ambientali e climatici, che per quelli sulle comunità e i popoli indigeni che abitano la regione. Il carbone è invece il protagonista dei progetti in Cina, India e Bangladesh, dove l’industria si sta continuando a espandere, ignorando gli appelli della comunità scientifica ad abbandonare il carbone entro il 2040».

«Per quanto riguarda la finanza, i giganti americani Blackrock, Vanguard e Citigroup guidano la classifica dei maggiori finanziatori delle società coinvolte in questi progetti, seguiti dalle inglesi Barclays e HSBC e dalla francese BNP Paribas – aggiunge Re:Common – Ad alimentare l’espansione fossile ci sono anche le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit, che complessivamente, dal 2016 ad oggi, hanno finanziato con la cifra astronomica di 30 miliardi le società fossili che guidano i 12 progetti, con Eni in cima alla lista dei beneficiari. Va specificato però che mentre Unicredit ha recentemente adottato delle politiche sui combustibili fossili che vanno nella giusta direzione, Intesa Sanpaolo rimane il fanalino di coda tra le banche mondiali, e uno dei pochi istituti di credito europei a non aver ancora indicato una data per il phase-out del carbone».

Le Ong che hanno redatto il rapporto: The Conservation Council of WA (CCWA), The Center for Energy, Ecology, and Development, The Center for International Environmental Law, Coastal Livelihood and Environmental Action Network (CLEAN), Climate Risk Horizons, Enlace por la Justicia Energética y Socioambiental (EJES), FARN, Framtiden i våre hender (Future in our hands), Friends of the Earth U.S., The Friends of the Earth France, The Global Gas and Oil Network (GGON), Global Energy Monitor (GEM), Oil Change International, Rainforest Action Network, Reclaim Finance, Urgewald, The Leave it in the Ground Initiative (LINGO), Re:Common.

Fonte: ilcambiamento.it

I sindaci di 12 grandi città si impegnano a disinvestire dalle società di combustibili fossili, c’è anche Milano

La dichiarazione arriva dal network C40 e comprende tra le altre Londra, New York City, Berlino, Bristol, Città del Capo, Oslo: sostiene la finanza verde come strategia per ricostruire economie urbane eque e sostenibili e aumentare la resilienza alle crisi future

“Ora è il momento di disinvestire dalle società di combustibili fossili e intraprendere investimenti e politiche che diano priorità alla salute pubblica e del pianeta, per ricostruire una società più equa e affrontare questa emergenza climatica”. È questo l’impegno contenuto nella dichiarazione C40 lanciata oggi, cui Milano ha aderito. La dichiarazione di C40,  “Disinvestire dai combustibili fossili, investire in un futuro sostenibile”, riunisce i sindaci di 12 delle città più influenti del mondo, guidati dal sindaco di Londra, Sadiq Khan, e dal sindaco di New York City, Bill de Blasio. Oltre a Milano, anche Berlino, Bristol, Città del Capo, Durban, Londra, Los Angeles, New Orleans, New York, Oslo, Pittsburgh e Vancouver si sono impegnate a disinvestire dalle società di combustibili fossili e sostenere maggiori investimenti green, come parte del loro impegno per accelerare una ripresa verde e giusta post Covid-19. Annunciata nel corso di un evento virtuale della Settimana del clima a New York, la dichiarazione sostiene la finanza verde e senza combustibili fossili come strategia chiave per ricostruire economie urbane eque e sostenibili e aumentare la resilienza alle crisi future. I firmatari si impegnano a utilizzare la loro forza finanziaria per promuovere una transizione energetica giusta e pulita attraverso azioni concrete a livello cittadino, nazionale e internazionale.

Le città che aderiscono alla dichiarazione si impegnano a dare impulso a investimenti sostenibili e privi di combustibili fossili:
– adottando tutte le misure possibili per disinvestire le risorse cittadine dalle società di combustibili fossili e aumentando gli investimenti finanziari in soluzioni climatiche per contribuire a promuovere posti di lavoro dignitosi e un’economia giusta e verde;

– invitando i fondi pensione a disinvestire dalle società di combustibili fossili e aumentando gli investimenti finanziari in soluzioni climatiche per contribuire a promuovere posti di lavoro dignitosi e un’economia giusta e verde;

– promuovendo una finanza sostenibile e priva di fossili da parte di altri investitori e di tutti i livelli di governo, anche promuovendo l’importanza di politiche climatiche forti e a lungo termine e chiedendo maggiore trasparenza.

“Dobbiamo disinvestire dai combustibili fossili – ha commentato il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, vicepresidente di C40 a capo della task force C40 per la ripresa post-Covid-19 -. Non solo perché hanno impatti dannosi sull’ambiente e sulla salute pubblica, ma anche perché investire nei processi legati ai combustibili fossili ha un impatto negativo su tutti gli sforzi con cui in modo congiunto stiamo cercando di contrastare il cambiamento climatico. A causa della nostra legislazione, Milano ha una leva limitata sulle risorse finanziarie della città, ma ha la responsabilità di supportare tutti gli stakeholder della città nello spostamento delle risorse verso investimenti sostenibili e di richiedere un impegno ancora più forte da parte loro. Vorrei che i cittadini e le imprese si unissero a me nel chiedere ai livelli più alti di governo di fermare investimenti pubblici contraddittori che continuano a sostenere i processi dipendenti dai combustibili fossili. Dobbiamo richiamare la loro attenzione sulla necessità di spostare gli investimenti su soluzioni a favore del clima e dell’ambiente, al fine di promuovere posti di lavoro dignitosi e un’economia giusta e verde”.

Secondo Energy policy tracker, più di 200 miliardi di dollari in fondi per la ripresa da COVID-19 sono stati impegnati per i combustibili fossili, sebbene investimenti rischiosi in carbone, petrolio e gas siano i fattori chiave dell’emergenza climatica. I continui investimenti nei combustibili fossili guidano le emissioni che mettono in pericolo gli obiettivi dell’accordo di Parigi, mettono a repentaglio gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C e minacciano di bloccare pericolose emissioni di carbonio nelle economie, soprattutto perché i governi determinano i percorsi da preferire per la ripresa da Covid-19. Per fornire una ripresa verde e giusta, le città si stanno impegnando a utilizzare la loro sola influenza per promuovere investimenti ad alto rendimento nell’economia verde, che si stima possano già produrre rendimenti medi del 6,9% all’anno per i fondi sostenibili, rispetto al 6,3% all’anno per i fondi di investimento tradizionali. I sindaci riconoscono che queste strategie di investimento lungimiranti hanno un potenziale significativo per creare posti di lavoro, tutelare dal rischio climatico e facilitare un passaggio decisivo verso l’economia dell’energia pulita. Solo quest’anno, l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che la domanda di petrolio diminuirà del 9%, dell’8% quella di carbone e del 5% di gas, mentre il solare dovrebbe crescere del 16% e l’eolico del 12%, rappresentando un’enorme opportunità di crescita. Negli ultimi anni, i leader delle città hanno portato avanti audaci iniziative di finanza sostenibile per aiutare ad accelerare la transizione verso l’energia pulita e allineare gli investimenti alle città resilienti del futuro. Nel 2018, il sindaco Khan e il sindaco de Blasio hanno istituito il Divest / Invest Fforum, una rete di partnership unica nel suo genere dedicata ad aiutare i leader cittadini ad accelerare disinvestimenti efficaci ed efficienti e investimenti verdi. All’inizio di quest’anno, i sindaci del network C40 hanno anche invitato i governi nazionali a porre fine agli investimenti pubblici nei combustibili fossili in risposta alla pandemia COVID-19. La dichiarazione “Disinvestire dai combustibili fossili, investire in un futuro sostenibile” segna un ulteriore e fondamentale passo verso la realizzazione della visione per un New deal verde globale, annunciato lo scorso ottobre al vertice dei sindaci mondiali C40 a Copenaghen, in Danimarca. Approvato da un’ampia coalizione di leader aziendali e sindacali, giovani attivisti e rappresentanti della società civile, il Global green new deal riafferma l’impegno a proteggere l’ambiente, rafforzare l’economia e costruire comunità più eque attraverso un’azione inclusiva per il clima.

Fonte: ecodallecitta.it

Alimentazione ed energia: il Made in Italy è la soluzione

Da oltre trent’anni (appena!) affermo che il Paese del sole non può che puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, con il necessario compendio di risparmio energetico e uso razionale dell’energia, altrimenti in un mondo di sprechi le rinnovabili da sole servono a ben poco. Se ci fossimo mossi trent’anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse.

Da oltre trent’anni (appena!) affermo che il Paese del sole non può che puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, con il necessario compendio di risparmio energetico e uso razionale dell’energia, altrimenti in un mondo di sprechi le rinnovabili da sole servono a ben poco. Cosa dicevano gli esperti trent’anni fa? Che l’apporto delle energie rinnovabili in Italia era risibile e non erano nemmeno da considerare alternative perché non lo erano affatto, al massimo potevano essere una graziosa cornicetta al quadro ben delineato dei combustibili fossili sempre e comunque. Ma del resto anche un ragazzino delle medie o forse anche di quinta elementare guardando una piantina nazionale di insolazione media annua o della ventosità, visto che siamo un paese pieno di costa e di monti, poteva facilmente capire le potenzialità enormi delle energie rinnovabili. Così come era altrettanto ovvio che i combustibili fossili erano una fonte esauribile. Ma a quanto pare i nostri esperti non avevano conoscenza nemmeno delle basi, del due più due che fa quattro. O forse le conoscevano e le conoscono ma hanno ben altri interessi da servire che quelli delle energie rinnovabili, dell’ambiente e di conseguenza della salute delle persone. Ora grazie a questi esperti, rigorosamente dotati di lauree prestigiose e master, messi a capo anche dei grandi gruppi energetici nazionali e grazie a una politica cieca, sorda e muta, l’Italia al 2020 (!!) è ancora dipendente dall’estero energeticamente per oltre il 75%, e con pervicace e masochista ostinazione si continua ad andare in quella direzione.

Si vedano a questo proposito, fra le innumerevoli follie, le trivellazioni in cerca di petrolio, il metanodotto TAP in Puglia, la metanizzazione della Sardegna e gli oltre 18 miliardi di euro che ogni anno lo Stato regala in modi diversi alle aziende di combustibili fossili. E sono quegli stessi esperti e quella stessa politica che poi si lamentano se c’è, ad esempio, la disoccupazione, quando sono le loro azioni che la determinano. E gli stessi esperti e gli stessi politici che grazie a scelte suicide hanno costruito un paese fortemente dipendente soprattutto nei due aspetti principali che determinano l’esistenza di tutti noi che sono l’energia e l’alimentazione. Cosa sarebbe successo se trenta o quarant’anni fa, invece di non fare nulla fino ad oggi, sottolineo nulla, confermato dalla dipendenza che ancora abbiamo, si fosse puntato decisamente alle energie rinnovabili e all’abbattimento di tutti gli sprechi energetici? Avremmo ora una filiera italiana sviluppata in innumerevoli settori, milioni di posti di lavoro certi, stabili, con un senso sociale e ambientale. Anche solo con la diffusione a tappeto delle tecnologie solari termiche applicate alla riqualificazione energetica del patrimonio edilizio italiano, avevamo e avremmo da lavorare per i prossimi cento anni. E che dire degli enormi risparmi di soldi per le tasche dei cittadini italiani e per quelle pubbliche che si sarebbero avuti con questi interventi? E che dire della salute e delle centinaia di migliaia di morti evitati a causa dell’inquinamento di ogni tipo che li determina ?

Niente di tutto questo è stato fatto e così il paese del sole si è visto arrivare, in tutti questi anni, tecnologie per le energie rinnovabili e il contenimento energetico anche dai paesi del nord Europa, che il sole a malapena sanno cosa sia ma che in maniera seria, intelligente e lungimirante hanno puntato su questi settori. Ci lamentiamo ora con la Germania brutta e cattiva ma le abbiamo comprato questo mondo e quell’altro di tecnologie solari, che solo a dirlo viene da ridere o da piangere, quando saremmo dovuti essere noi a vendergliele, altro che vendergli vestiti alla moda o le Ferrari. Infatti chi al mondo può sviluppare questo tipo di tecnologie e lavoro se non il Paese del sole? Ma queste sono considerazioni così ovvie, così semplici e solari appunto, che forse proprio per questo non entrano nei mega cervelli dei nostri mega esperti.

C’è chi potrebbe obiettare che i cinesi, grazie al regime di schiavitù lavorativa che hanno, avrebbero abbattuto i costi e quindi potuto venderci anche quel tipo di tecnologia, come in parte è avvenuto in maniera recente; ma a questi si può tranquillamente rispondere che tutti i soldi e le agevolazioni date ai fossili si sarebbero potute dare alle rinnovabili e così il “sistema Italia” avrebbe retto anche all’invasione dei prodotti cinesi. Oltre al fatto che realizzare campagne di informazione e sensibilizzazione per utilizzare il Made in Italy avrebbe fatto scegliere con cognizione di causa i prodotti italiani piuttosto che quelli arrivati da chissà dove e fatti chissà come. Inoltre partendo molto prima dei cinesi in quei campi, avremmo avuto vantaggi enormi. Per non parlare poi di tutto il personale tecnico e non, che avrebbe il compito di diffondere ovunque le buone pratiche e la consapevolezza presso la popolazione e tutta la conseguente formazione da fare in ogni luogo per divulgare come risparmiare energia e interagire con le fonti rinnovabili. Lavori e prassi normali e diffuse che sarebbero dovute diventare tante e usuali come le pizzerie e inserirsi nella mentalità e quotidianità così come si conosce a memoria la formazione delle propria squadra di calcio o le canzoni del proprio cantante preferito. E visto che ci si lamenta pure dell’Europa, cosa sarebbe successo se l’Italia fosse stata fortemente indipendente nei fatti, non nelle chiacchiere e nelle sparate dei finti sovranisti, per gli elementi base dell’esistenza? Avrebbe significato che ciò che faceva o fa l’Europa ci sarebbe interessato fino ad un certo punto, forti della nostra vera e sola sovranità che è quella nei fatti, perché è assolutamente ridicolo fare i sovranisti se poi si è totalmente dipendenti da tutto e tutti, che si chiamino Europa, Cina, Giappone, Russia o Stati Uniti. Sarà il caso ora finalmente di rivedere radicalmente la questione? Sarà il caso di puntare decisamente ad una filiera italiana di energie rinnovabili e tecnologie per il risparmio energetico? Si trasferiscano in questi settori i soldi che vengono regalati ai combustibili fossili, si taglino le innumerevoli spese inutili e dannose come ad esempio quelle per gli aerei militari da combattimento F35 e si vada diretti in questa direzione senza se e senza ma. Abbiamo tutto, conoscenze, tecnologia, competenze, persone, non ci manca nulla, se non la volontà politica o la volontà tout court, perché anche senza la politica si può andare risolutamente in quella direzione coinvolgendo la società civile, le imprese lungimiranti e la finanza etica. Poi anche la politica seguirà, tanto è sempre l’ultima a reagire (se mai lo farà).

E veniamo ora all’alimentazione. Per cosa è conosciuta l’Italia nel mondo? Per il cibo e non potrebbe essere altrimenti visto che ogni più piccolo paesino, borgo, città che sia, ha le sue specialità e cultura alimentare, cibo di qualità sopraffina frutto di attenzione e cura secolare per uno dei motivi di maggiore piacere nella vita e per il quale siamo invidiati da tutto il mondo. E una cultura di questo tipo da cosa è stata favorita? Anche dalla posizione geoclimatica meravigliosa dell’Italia dove praticamente è possibile coltivare una varietà di alimenti incredibile, considerate anche tutte quelle coltivazioni antiche e particolari che sono state trascurate e dimenticate e che possono essere facilmente riprese. Mangiamo due o tre tipi di mele quando ne esistono centinaia. Ma in una tale situazione da paradiso terreste dell’alimentazione abbiamo trascurato le nostre ricchezze e varietà alimentari e siamo riusciti a farci colonizzare da cibo spazzatura che arriva da paesi che non sanno nemmeno lontanamente cosa sia una cultura dell’alimentazione. Vengono prodotti e venduti cibi imbottiti di sostanze chimiche e veleni assortiti che sono un attentato quotidiano alla nostra salute. Bombardati da pubblicità dementi ci fanno credere che prodotti industriali pieni di robaccia che arriva da mezzo mondo e packaging ci facciano tanto bene e siano pure naturali. Viste quindi le nostre immense risorse e potenzialità, perché non dirigersi verso la massima sovranità alimentare possibile, recuperando ogni centimetro coltivabile, facendo rifiorire la nostra eccezionale agricoltura da nord a sud, coltivando di tutto e proteggendo con sacralità la biodiversità che tra l’altro è quella che ci aiuta ad avere ottime difese immunitarie?

Non si può fare? E’ troppo difficile? Assolutamente no, basta puntare decisamente su questi due ambiti di forte indipendenza alimentare ed energetica così come si è fatto per altri ambiti che non solo ci hanno regalato pericolosissima dipendenza ma ci hanno determinato spese, prodotto inquinamento e danneggiato la salute. In alternativa potete sempre staccare uno sportello della vostra automobile, magari proprio della tanto decantata Fiat, orgoglio nazionale che di nazionale non ha praticamente più nulla e provare a mangiarlo. Magari sarà un po’ indigesto ma sai che scorpacciata….

Fonte: ilcambiamento.it

La Sardegna piena di sole e vento strangolata dai combustibili fossili

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone, poi si va anche a utilizzare il gas.

Già l’Italia di per sé è il paradiso delle energie rinnovabili, ma la Sardegna in particolare è il paradiso del paradiso: da sola, con il sole e il vento che ha potrebbe alimentare l’intera Italia. E invece cosa si fa? Si fanno miniere di carbone e le si difende strenuamente contro ogni logica, contro ogni buon senso. Ma come: ci sono vento e sole a morire e invece si utilizza uno dei combustibili fossili più inquinanti? Pura follia. E alla fine dell’era del carbone dopo aver appestato l’isola e i suoi abitanti, arriveranno finalmente le rinnovabili, visto che sono tecnologie che esistono da decenni e viste le potenzialità dell’isola. 

Invece no, ecco il gas e un progetto di metanodotto che costerà circa due miliardi di euro così da passare dalla padella del carbone alla brace del gas. Questo mentre tutti gli abitanti della Sardegna fino all’ultimo, potrebbero essere resi autonomi per la produzione elettrica e termica senza dover pagare nemmeno un euro di bolletta. Basterebbe investire i miliardi che vengono regalati alle solite lobby dei fossili per rendere la Sardegna autonoma e i propri cittadini liberi completamente da balzelli, bollette varie, dalla dipendenza di un combustibile fossile importato da chissà dove ma anche da gigantesche e inutili infrastrutture . Non c’è un solo motivo razionale e sensato a favore della scelta scellerata del gas e invece tutti i motivi a favore delle fonti rinnovabili.

La Sardegna è la Ferrari delle rinnovabili ma preferisce andare in giro con il triciclo del gas.  E in questa partita ci sono in gioco due cordate una peggiore dell’altra, da una parte il gas e dall’altra un elettrodotto che si vorrebbe fare partendo dalla Sicilia.  O forse si vuole fare un elettrodotto per esportare l’energia elettrica che la Sardegna produrrà per alimentarci l’Italia? Sarebbe bello, peccato che per i nostri esperti di energia una azione del genere sarebbe fantascienza perchè sono fermi all’età della pietra e dei fossili.  E così le imprese, la regione, il sindacato tutti a braccetto per dimostrare che le parole a favore dell’ambiente sono solo balle sulla pelle e il portafoglio della gente. Fra tutti spicca come sempre purtroppo il sindacato, che in teoria dovrebbe difendere i lavoratori e l’occupazione e invece fa esattamente l’opposto e si batte per il metanodotto. Ma basterebbe un bambino di tre anni che facesse i calcoli di quante persone lavorerebbero alle varie filiere delle rinnovabili: i numeri farebbero impallidire i pochi che in confronto sarebbero occupati nel settore del gas. Quindi, visto che ragionamenti del genere sono lampanti e sono proprio a vantaggio dei lavoratori, della salute, dell’ambiente e aumentano l’occupazione, significa che gli interessi in gioco sono ben altri che nulla hanno a che vedere con l’occupazione o con la difesa dei lavoratori. Una capillare diffusione e installazione di fonti rinnovabili innescherebbe un meccanismo occupazionale locale fantastico che surclasserebbe la miseria dell’occupazione derivante dall’impiego del gas  e si potrebbe anche creare una produzione di sole e vento Made in Sardegna. Ma il paradosso maggiore è forse quello dei sardi, così come degli italiani, più ci sono alternative, più è evidente in che direzione bisogna andare è più si fa esattamente l’opposto e ci si spara sui piedi, si vota chi condanna la propria terra alla miseria, all’inquinamento, alla dipendenza, in una spirale autolesionista che nessuno psicologo può spiegare tanto è incredibile. Dovrebbero esserci mobilitazioni oceaniche, proteste, proposte e attuazione di piani alternativi, invece nulla, si accetteranno i metanodotti, gli elettrodotti mentre sole e vento continueranno a baciare l’isola in barba all’intelligenza, alla logica, al buon senso, all’evidenza. Il perché non si vuole la Sardegna, così come l’Italia, libera dai combustibili fossili è presto detto: se tutti sono indipendenti e si autoproducono la loro energia chi ci guadagna? I cittadini stessi. Quindi non si può fare, è escluso, non è permesso, devono continuare a guadagnarci le grandi multinazionali e i loro vari maggiordomi. Per quello servono i metanodotti, gli elettrodotti, le centrali, perché dobbiamo rimanere dipendenti e pagare sempre e comunque, alla faccia delle energie rinnovabili, dell’economia, dell’occupazione e dell’ambiente.

Fonte: ilcambiamento.it

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

Mentre è in corso la Conferenza mondiale sul clima dell’ONU, la Cop23, escono i dati sulla CO2 che nel 2017 finirà in atmosfera: 41 gigatonnellate, se si calcola l’uso di combustibili fossili e la combustione di parti di foresta.Shanghai Skyline in thick Fog

La stima è contenuta nel rapporto 2017 compilato dal Global Carbon Project, un’iniziativa che coinvolge 76 scienziati di 57 diverse istituzioni in tutto il mondo: entro la fine del 2017 ci si attende che le emissioni globali di anidride carbonica risultino in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, con un margine di incertezza compreso tra lo 0,8 e il 3%. E questo dopo tre anni di sostanziale stallo, dal 2014 al 2016, nella crescita di anidride carbonica. Le emissioni globali di CO2 derivanti dall’uso di combustibili fossili e dal loro impiego nelle attività industriali raggiungeranno i 37 miliardi di tonnellate nell’anno in corso. Se si aggiunge l’anidride carbonica derivante dalla combustione di porzioni di foresta pluviale, la CO2 emessa arriverà a 41 gigatonnellate entro fine anno. La ricerca pubblicata sulle riviste Nature Climate Change e Environmental Research Letters, arriva nei giorni della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP23), che si tiene a Bonn in Germania. Per Corinne Le Quéré, climatologa dell’Università dell’East Anglia (Inghilterra) che ha guidato lo studio, il dato è «molto preoccupante», e con queste emissioni, «la finestra di tempo per provare a tenere il riscaldamento globale sotto i + 2°C dall’era pre-industriale si sta esaurendo, per non parlare dei +1,5 °C». Potremmo insomma esserci avviati sulla strada dei  +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che peraltro si possono già vedere. Intanto emerge che i centri urbani del pianeta sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili: il dato viene reso noto nel Report elaborato dal Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, studio dedicato a tutti i progetti smart city del mondo che consentiranno di ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra (greenhouse gas) e di altri inquinanti. Il documento è stato presentato durante i lavori della Cop23.  A livello ancora teorico, i promotori del documento hanno calcolato che se tutte le 7.500 amministrazioni cittadine aderenti al patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, rappresentative di 680 milioni di abitanti, iniziassero a rendere operative le misure di decarbonizzazione fin qui stabilite, si avrebbe un taglio di 1,3 miliardi di emissioni di CO2 l’anno a partire dal 2030. Ne deriva che i centri urbani del pianeta sono responsabili, appunto, del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili (principalmente petrolio e gas) nel settore energetico e dei trasporti. Nelle città italiane, secondo il Politecnico di Milano, il 64% delle emissioni di CO2 deriva proprio dagli impianti di riscaldamento, contro il 10% derivante dal traffico veicolare e il 26% derivante da attività industriali. Sempre in Italia, su dati dell’Osservatorio Autopromotec relativi a 5 città italiane (Milano, Genova, Firenze, Parma e Perugia), si è riscontrato che gli impianti termici per il riscaldamento degli edifici hanno un’incidenza sul totale delle emissioni di CO2 in ambito urbano che è fino a 6 volte superiore rispetto all’incidenza del traffico veicolare.

Fonte: ilcambiamento.it

Ora della Terra 2017, entro il 2020 Scania sarà indipendente dai combustibili fossili

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In occasione dell’Ora della Terra 2017 Scania ha annunciato il proprio principale obiettivo di sostenibilità energetica da raggiungere entro l’anno 2020: la piena indipendenza dalle fonti fossili per la produzione di energia. Già oggi il 79% dell’energia elettrica che Scania acquista o produce internamente deriva da fonti non fossili e sarebbe quindi significativa l’ulteriore riduzione delle emissioni di anidride carbonica; l’Italia, sostiene il colosso dei mezzi pesanti, è tra i prossimi Paesi pronti a passare all’energia elettrica senza combustibili fossili. “Scania, in primis, deve essere pioniera in questo cambiamento. Siamo altamente esigenti nei confronti dei nostri fornitori, chiedendo loro di aderire ai più alti standard ambientali e di implementare le più moderne e innovative tecnologie. Anche molti dei nostri clienti hanno obiettivi ambiziosi dal punto di vista ambientale”

ha evidenziato Anders Williamsson, Executive Vice President e Responsabile acquisti di Scania. L’impegno dell’azienda non attiene solamente ai propri siti di produzione ma include tutte le proprie operazioni, non ultime le centinaia di officine autorizzate sparse in tutto il mondo: in Scandinavia l’energia fornita a Scania proviene principalmente da centrali idroelettriche mentre in Francia e Polonia è maggiormente diffusa l’energia solare e eolica, e lo stesso accade nei paesi con mercati liberi di energia.

Fonte: ecoblog.it

Hawaii: l’elettricità si produce con le onde marine

Nell’arcipelago è partito il primo impianto che trae energia elettrica dalle onde del mare4735204073_9eb2552524_b

Al largo della costa della Hawaii, due boe “speciali” utilizzano l’energia prodotta dalle onde dell’oceano per generare elettricità. È questo il primo impianto che trae energia direttamente dal moto ondoso negli Usa. Una volta generata, la corrente elettrica viaggia attraverso un cavo sottomarino per circa un miglio fino a una base militare, entrando nella rete elettrica dell’isola di Oahu, isola principale dell’arcipelago. Secondo alcune stime, il movimento incessante del mare racchiude un’energia sufficiente per soddisfare un quarto del fabbisogno energetico dell’America e ridurre così drasticamente la dipendenza del paese dal petrolio, gas e carbone. Ma la tecnologia è ancora troppo in ritardo rispetto alle altre fonti rinnovabili, come quella del sole e del vento. Da qui il progetto pilota alle Hawaii, perfette, con per le sue onde così potenti, per la sperimentazione di tecnologie rinnovabili marine. L’arcipelago, infatti, non solo ha un gran bisogno di abbassare gli alti costi di elettricità, alimentata dal petrolio trasportato via mare, ma dovrà raggiungere l’obiettivo di sfruttare energia al 100% rinnovabile entro il 2045. E, secondo gli studiosi potrebbero volerci dai 5 ai 10 anni prima di avere una tecnologia per le rinnovabili marine in grado di fornire una valida alternativa ai combustibili fossili. Gli sviluppatori stanno ancora lavorando sul un design più efficace per sfruttare meglio il moto ondoso e su un dispositivo che riesca a resistere alle tempeste e all’azione corrosiva dell’acqua marina. “Abbiamo avuto il modo di progettare qualcosa che può rimanere in acqua per molto tempo, ma non di essere in grado di sopravvivere”, spiega Patrick Cross, collaboratore dell’ Hawaii Natural Energy Institute presso l’Università delle Hawaii a Manoa. Gli Stati Uniti si sono posti l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio di un terzo dai livelli del 2005 entro il 2030 e molti gli Stati stanno già cercando di sviluppare più energia per i prossimi decenni. “Gli Stati Uniti potrebbero ottenere dal 20 al 28% del proprio fabbisogno energetico dalle onde”, spiega uno dei finanziatori del sito, Jose Zayas del Wind and Water Power Techonologies Office all’Energy Department degli Stati Uniti. “ La tecnologia energetica del moto ondoso è allo stesso punto di come l’industria solare ed eolica erano nel 1980. Entrambi hanno ricevuto ingenti investimenti pubblici e crediti d’imposta che hanno contribuito a farli diventare fonti di energia sufficiente a basso costo per competere con i combustibili fossili”.

Riferimenti: via PhysOrg

Tratto : galileonet.it