Olio di palma: 5 risposte alle domande più frequenti

Che cos’è? Fa male alla salute? Quali sono le conseguenze per l’ambiente? Quali sono i meccanismi di controllo? In quali prodotti lo troviamo? Cinque risposte alle domande più frequenti sull’olio di palma.olio-di-palma-2

La polemica accesa dalle parole del ministro francese dell’agricoltura Ségolène Royale si è chiusa con le scuse a Ferrero, ma l’olio di palma resta al centro dell’attenzione, anche perché questo ingrediente è presente in maniera piuttosto invasiva nella gran parte dei prodotti dolciari e anche in altri prodotti alimentari.

Che cos’è l’olio di palma?

L’olio di palma si ottiene con la pressione a caldo della polpa dei frutti rossi delle palme da olio. Si tratta di un ingrediente facilmente conservabile, apprezzabile per la sua consistenza e utilizzabile anche in altri settori (dalla cosmetica all’igiene personale). L’85% delle coltivazioni a scopo industriale si trovano nel Sud-Est asiatico, in Indonesia e In Malesia. Vista la crescente domanda, anche nazioni di altri continenti (Brasile e Colombia per esempio) si sono lanciate nella sua coltivazione.

L’olio di palma fa male alla salute?

Nonostante una parte dei media lo difenda a spada tratta (in Italia Wired ha più volte preso posizione a favore del suo utilizzo), l’olio di palma può provocare malattie cardiovascolari e forme di obesità che favoriscono l’insorgenza di tumori. È stato calcolato che un Europeo medio consuma una dozzina di litri di olio di palma all’anno.

Quali sono le conseguenze ambientali della produzione di olio di palma?

Secondo la FAO la cultura della palma da olio è responsabile del 17%-27% della deforestazione in Indonesia e dell’80% della deforestazione in Malesia. Gli alberi non sono le uniche vittime delle coltivazioni intensive di questa pianta: ogni anno molte specie endemiche (fra cui 5000 orangutan) vengono minacciate dalla trasformazione del loro habitat.

Quali sono i meccanismi di controllo?

Ferrero, l’azienda chiamata in causa dalla polemica di questa settimana, dichiara sul suo sito che la sostenibilità dell’olio di palma utilizzato nei suoi prodotti è garantita dall’RSPO. L’RSPO è un’associazione senza scopo di lucro che, dal 2004, raggruppa tutta la filiera dell’olio di palma, dai produttori ai consumatori, dalle associazioni ambientaliste alle aziende che trasformano il prodotto. L’ente certifica il 18% dell’olio di palma prodotto qualora questo non partecipi alla deforestazione e rispetti i diritti fondamentali dei milioni di lavoratori e piccoli coltivatori interessati dalla produzione di questo ingrediente. Un rapporto dell’associazione Les Amis de la Terre sottolinea come la RSPO classifichi come “sostenibile” anche l’olio di palma coltivato utilizzando il pesticida paraquat. Fra gli organismi di controllo vi è anche il TFT (The Forest Trust) che ha lo scopo di aiutare le aziende a rispettare l’ambiente e le popolazioni locali.

Quali prodotti non utilizzano l’olio di palma?

Basta prendersi un quarto d’ora per leggersi le etichette dei biscotti e delle merendine presenti in un qualsiasi supermercato per accorgersi di come l’olio di palma abbia letteralmente invaso il mercato dei prodotti trasformati lasciando ben poche possibilità di scelta ai consumatori. Il Fatto Alimentare ha prodotto qualche mese fa una lista dei prodotti alimentari distribuiti nei nostri supermercati che scelgono ingredienti alternativi all’olio di palma: si tratta, ovviamente, di prodotti che si trovano a dovere competere con la concorrenza di chi utilizza un ingrediente a basso costo per ridurre i costi di produzione e aumentare i propri margini di ricavo. Qualche azienda, Alce Nero per esempio, lo ha totalmente eliminato dai propri prodotti. Un atteggiamento pionieristico che potrebbe essere presto imitato da alcuni big.

Fonte: ecoblog.it

USA: giardini di comunita’ a Columbia, resilienza e buon vicinato

I community gardens salvaguardano il territorio e il paesaggio, sono una garanzia per la sicurezza alimentare e rafforzano i rapporti sociali

La citta’ universitaria di Columbia, Missouri e’, pur con la triste eccezione del suo ecomostro) molto green: ci sono ovunque parchi e giardini ed una fascia verde intorno alla citta’. Gli scoiattoli sono di casa su tutti gli alberi, anche in centro e non e’ difficile scorgere oche selvatiche e rapaci in volo. Uno degli aspetti piu’ interessanti e’ dato pero’ dai community gardens, orti-giardini di comunita’ dove i cittadini possono coltivare verdure e legumi. Il giardino di Benton Stephens (vedi foto dell’autore) e’ ad esempio attivo dal 2006 per iniziativa di un gruppo di residenti. Il suo scopo non e’ solo la produzione di ortaggi, ma anche il rafforzamento di legami sociali: come affermano gli organizzatori,

la terra ora funge da rifugio, un luogo dove la comunita’ si puo’ incontrare. Lavorando fianco a fianco e condividendo i raccolti, speriamo di imparare meglio come dare sostentamento a noi stessi e alla nostra comunita’.

A Columbia sono attivi oltre 30 community gardens, parte della Community Garden Coalition, di cui 9 gestiti fa gruppi di vicinato, 9 da scuole elementari e 7 da chiese o organizzazioni religiose. Il fertilizzante e’ compost fornito dalla raccolta differenziata. La riappropriazione dell’uso della terra urbana come fonte di cibo e delle tecniche di coltivazione e’ estremamente importante, perche’ permette di migliorare la resilienza alle situazioni di crisi,  la sicurezza alimentare e proteggere il paesaggio e il territorio dalla realizzazione di altri ecomostri.

Orto-di-comunita

Fonte: ecoblog.it