Indonesia, 100mila morti a causa degli incendi per le deforestazioni

Gli incendi boschivi sono finalizzati alle coltivazioni di olio di palma452167606

Secondo uno studio condotto da esperti in salute pubblica e in modelli atmosferici delle Università di Harvard e Columbia, i morti legati agli incendi boschivi del 2015 connessi alle deforestazioni del Sudest asiatico sarebbero più di 100mila. La ricerca, pubblicata su Environmental Research Letters, mette sotto accusa l’industria dell’olio di palma: la deforestazione, infatti, veniva messa in atto per fare spazio alla coltivazione intensiva delle palme da olio, diventate, negli ultimi anni, un pilastro dell’economia indonesiana. Mentre da più parti l’industria alimentare rinuncia all’ingrediente per non perdere clienti e i sostenitori organizzano una controffensiva mediatica per sminuirne l’impatto ambientale, in Indonesia hanno già fatto un passo indietro decidendo che non verranno incrementate le aree coltivate.

I roghi del 2015 avevano fatto annullare centinaia di voli, obbligato alla chiusura le scuole indonesiane, ma anche quelle della Malesia e di Singapore. Gli incendi avevano causato 500mila casi di infezione alle vie respiratorie, esponendo 50 milioni di persone ai fumi tossici, 24 ore al giorno per settimane.  Secondo lo studio le morti premature causate dagli incendi sarebbero state 90mila in Indonesia, 6mila in Malesia e 2200 a Singapore. Nelle zone maggiormente colpite dalle emissioni – Sumatra e il Kalimantan – i livelli di inquinanti dell’indice standard (PSI) hanno toccato il tetto dei 3000, a fronte di una soglia di pericolo fissata a 300.

Fonte:  Environmental Research Letters

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Ogm, meno insetticidi più diserbanti

Un nuovo report mostra che l’uso dei diserbanti nelle coltivazioni dei prodotti geneticamente modificati è aumentato, con ripercussioni negative sull’ambiente. I risultati su Science Advancesgm

Sebbene da una parte l’adozione ormai diffusa di coltivazioni di prodotti geneticamente modificati (Ogm) abbia diminuito l’utilizzo degli insetticidi, dall’altra ha provocato l’aumento di quello dei diserbanti, perché le piante infestanti sono diventate sempre più resistenti. A rivelarlo, su Science Advances, è il più grande studio sulla relazione tra colture geneticamente modificate e uso di pesticidi, condotto da un team di esperti della University of Virginia, che ha analizzato i dati annuali di più di 5mila agricoltori di soia e 5mila di mais negli Stati Uniti dal 1998 al 2011. “Il fatto che abbiamo a nostra disposizione 14 anni di dati rende questo studio molto speciale”, ha spiegato Federico Ciliberto, della University of Virginia. “Abbiamo osservato costantemente gli stessi agricoltori e visto quando hanno adottato semi geneticamente modificati e come hanno cambiato l’uso di sostanze chimiche”.

Dal 2008, le coltivazioni di prodotti geneticamente modificati di mais e soia hanno rappresentato più dell’80% del totale Usa: il mais è stato modificato con due geni, uno che uccide gli insetti che mangiano i semi e l’altro che permette al seme di tollerare il glifosato, l’erbicida comunemente usato nei diserbanti come il Roundup, per combattere le infestanti. I germogli di soia, invece, sono stati modificati con un solo gene resistente al glifosato. Non sorprende, quindi, il fatto che inizialmente i coltivatori di mais che piantavano i semi geneticamente modificati usavano così meno insetticidi – circa il 11,2% in meno – e meno erbicidi – l’1,3% in meno – degli agricoltori che non piantavano semi di mais geneticamente modificati. Le coltivazioni di soia, invece, hanno registrato nel tempo un significativo aumento dell’uso di erbicidi (28% in più) rispetto ai coltivatori biologici. Ciliberto attribuisce questo aumento alla proliferazione di erbe infestanti resistenti al glifosato. “In principio”, spiega l’esperto, “c’è stata una riduzione dell’uso di erbicidi, ma nel tempo l’uso di altri prodotti chimici è aumentato in quanto gli agricoltori sono stati costretti a dover aggiungere nuove sostanze chimiche quando le piante infestanti hanno sviluppato una resistenza al glifosato”.

Tuttavia, lo studio ha trovato prove sostanziali del fatto che entrambi i coltivatori (di mais e soia) hanno aumentato l’uso di erbicidi nel corso degli ultimi cinque anni dello studio, evidenziando quindi che la resistenza delle piante infestanti è un problema crescente. Dal 2006 al 2011, la percentuale di ettari spruzzati con solo il glifosato si è ridotta da oltre il 70% al 41% per quanto riguarda la soia e da più del 40% al 19% perle coltivazioni di mais. Questa diminuzione non è altro che il risultato del ricorrere ad altre sostanze chimiche, che possono danneggiare la biodiversità e aumentare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria. “L’evidenza suggerisce che le piante stanno diventando sempre più resistenti e gli agricoltori sono costretti a usare sempre più prodotti chimici aggiuntivi”, spiega ancora l’esperto.

Il team americano ha misurato l’impatto ambientale globale dei cambiamenti nell’uso dei prodotti chimici che hanno portato all’adozione di colture geneticamente modificate, utilizzando un indice chiamato “quoziente di impatto ambientale” (Eiq), notando come l’uso più ampio di erbicidi sia preoccupante. “Non ci aspettavamo di vedere una prova così forte”, conclude Ciliberto.

Via: Wired.it

 

Costa Rica: i danni della coltivazione dell’ananas

Il Paese del Centro America rappresenta il 60% del mercato globale del frutto. Ma a quale prezzo?

Da alcuni anni il Costa Rica rappresenta uno degli esempi di successo del Centro America: ha abolito l’esercito, ha sostenuto uno sviluppo democratico stabile e si è costruito un’immagine di meta dell’ecoturismo. In questo quadro idilliaco c’è, però, un grave difetto ambientale: l’industria dell’ananas. Il Costa Rica esporta, ogni anno, ananas per un valore di 800 milioni di dollari l’anno. Questo piccolo Paese la cui superficie è 1/6 dell’Italia fornisce il 60% degli ananas consumati in tutto il mondo. Questa monocoltura sta avendo un impatto devastante sull’ambiente: ogni pianta produce solamente due frutti in un periodo di 18-24 mesi e ciò richiede notevoli quantità di fertilizzanti e un uso massiccio di prodotti chimici quali bromacile,diuron e glifosato. Dopo il raccolto il fusto conico della piante si riempie d’acqua divenendo l’habitat privilegiato delle mosche ematofaghe che attaccano i bovini nelle vicinanze, causando perdita di peso e una diminuzione della produzione di latte. L’unica soluzione trovata per evitare la proliferazione di queste mosche è stata l’utilizzo di un altro erbicida, il paraquat, un prodotto bandito dall’Ue per la sua tossicità. La monocoltura dell’ananas, insomma, innesca una vera e propria reazione a catena: gli agrochimici per la fertlizzazione e per la deumidificazione dei fusti della pianta hanno contaminato le falde acquifere che abbeverano le popolazioni che abitano a ridosso delle piantagioni. Ai problemi ambientali si aggiungono anche quelli legati alle condizioni di lavoro dei braccianti che emigrano clandestinamente dal vicino Nicaragua e la perdita di sovranità alimentare delle comunità locali. Che cosa fare per invertire la tendenza? L’Instituto Costarricense de Electricidad(ICE), fornitore di energia in Costa Rica, sta testando la possibilità di raccogliere i fusti residui e convertirli in biogas attraverso un processo di biodigestione. Questo biogas avrebbe tre ricadute positive sull’ambiente: 1) potrebbe sostituire le energie fossili, contribuendo all’abbassamento delle emissioni; 2)sarebbe un fertilizzante organico alternativo ai prodotti che inquinano l’ambiente; 3) eviterebbe la proliferazione delle mosche e l’utilizzo del paraquat. Un buon progetto ma molto costoso e potrebbe essere proprio questo il principale ostacolo alla sua realizzazione.469801846

Fonte: Foodtank

Ogm: i paesi UE aprono alla libertà di scelta

I 28 paesi dell’Unione Europea aprono alla proposta legislativa che dà ai singoli stati membri la facoltà di scelta se autorizzare o meno la coltivazione di ogm sul loro territorio. È emerso nel corso del Consiglio Ue ambiente. Lontana anni luce la possibilità di un no secco collettivo. Ora si apre un ulteriore grande problema: come evitare le contaminazioni se un Paese deciderà di permettere le coltivazioni ogm e quello confinante no? E inoltre: come garantire il consumatore se si è sempre più restii a sottolineare nell’etichetta la provenienza ogm degli ingredienti?ogm_liberta_di_scelta

Durante il Consiglio UE Ambiente la maggioranza dei 28 Paesi che aderiscono all’Unione, Italia compresa, si è espressa a favore della proposta di lasciare libertà di scelta agli Stati sulle coltivazioni geneticamente modificate.  Solo un paese è rimasto fermamente contrario, il Belgio, e alcuni stati hanno assunto posizioni più sfumate, in particolare Portogallo, Bulgaria e Polonia. La Francia ha invece presentato una sua propria proposta che, seppure nella stessa direzione, potrebbe costituire un rallentamento dell’iter. L’Italia sostiene la proposta presentata dalla presidenza greca dell’Ue sulla coltivazione degli ogm che lascia ai singoli stati membri la facoltà di decidere. Per molti che si battono contro le coltivazioni ogm il fatto di avere portato il dibattito sulla decisione di lasciare o meno libertà agli Stati di decidere significa che si è passati allo sdoganamento irreversibile degli ogm stessi, li si è accettati, li si dà per scontati. Ed è qui che viene rimproverato da molti l’errore di fondo, voluto o meno. Occorrerebbe invece riportare il dibattito sul divieto totale alla coltivazione degli ogm visto che ormai è assodata la loro pericolosità per l’ambiente, la biodiversità e la salute umana e certa, documentata nei fatti la contaminazione ormai già in corso.

Fonte: il cambiamento

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Olio di palma: “stop agli incendi che intossicano Singapore e Malesia”

Le ong accusano le aziende di coltivazione e produzione di olio di palma di aver provocato incendi per creare spazio per nuove piantagioni. Greenpeace ha diffuso immagini impressionanti degli incendi forestali che hanno reso irrespirabile l’aria a Singapore e in Malesia.incendi_singapore

La deforestazione, e poi gli incendi, causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2. Greenpeace ha diffuso immagini impressionanti degli incendi forestali in Indonesia che hanno reso irrespirabile l’aria a Singapore e in Malesia. Singapore da giorni è intossicata da una caligine impenetrabile che costringe tutti ad andare in giro con la mascherina e in meno di una settimana l’indice dell’inquinamento dell’aria (Polluttant Standards Index) è passato da 75 a 401. “Le aziende indonesiane che producono olio di palma e polpa di cellulosa per la produzione di carta si assumano le proprie responsabilità e fermino gli incendi e la distruzione delle ultime foreste torbiere indonesiane” afferma Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia. “Il fumo che avvolge Singapore e la Malesia deriva da incendi appiccati in Indonesia, nell’isola di Sumatra, a oltre 200 chilometri di distanza, non da poveri contadini sprovveduti ma da potenti compagnie che fanno affari in tutto il mondo con prodotti della deforestazione come la polpa di cellulosa e l’olio di palma”.incendi_deforestazione

Gli incendi servono a permettere la conversione delle foreste in sconfinate piantagioni di palma da olio o acacia per la produzione di carta. Gli incendi servono a permettere la conversione delle foreste in sconfinate piantagioni di palma da olio o acacia per la produzione di carta che insieme costituiscono il principale “motore economico” della distruzione delle foreste indonesiane. La deforestazione, e poi gli incendi, causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2: l’Indonesia è tra i maggiori Paesi emettitori di gas serra del Pianeta, subito dopo Cina e Stati Uniti. Quando una foresta torbiera viene tagliata a raso, drenata dall’acqua attraverso la costruzione di canali e infine incendiata tutta la sostanza organica che la compone viene immessa in atmosfera sotto forma di CO2. Una vera e propria bomba che detona e accelera il cambiamento climatico. Secondo la legge indonesiana non è possibile sviluppare coltivazioni industriali su strati di torba più profondi di tre metri ma produttori di olio di palma come Sime Darby, Wilmar International e IOI continuano a incendiare come se nulla fosse. Anche la RSPO, la certificazione per la sostenibilità dell’olio di palma, non vieta lo sviluppo di piantagioni sulla torba.incendi_

L’Indonesia è tra i maggiori Paesi emettitori di gas serra del Pianeta, subito dopo Cina e Stati Uniti. “Un mese fa il governo indonesiano ha firmato una moratoria sulla deforestazione, ma dall’analisi svolta da Greenpeace risulta che circa 42 milioni di ettari di foresta non sono ancora tutelati legalmente e rischiano di sparire nei prossimi anni” conclude Campione. “Non solo il governo, anche le compagnie che operano in Indonesia hanno la responsabilità di escludere la deforestazione dalle loro filiere”.

Fonte: il cambiamento

 

Orti urbani in Italia, la tendenza è in continuo aumento

Le nostre città sono caratterizzate da un numero sempre maggiore di orti urbani e periurbani: appezzamenti di terreno che vengono sottratti al degrado e coltivati dai residenti, favorendo lo sviluppo di un’economia etica a vantaggio diretto delle comunità locali.orti_urbani_torino

In Italia il fenomeno degli“orti urbani”, cioè delle aree che si trovano all’interno dei centri abitati e che vengono destinate alla coltivazione di frutta e verdura, è in costante aumento. Secondo gli ultimi dati resi noti da Italia Nostra, gli orti urbani occuperebbero, ad oggi, un’estensione di oltre 500.000 metri quadrati, ma si stima che in realtà siano molti di più. E la tendenza è in continua ascesa su tutto il territorio nazionale, complici da un lato la crisi economica e dall’altro la maggiore attenzione delle famiglie italiane alla qualità e genuinità del cibo. Gli orti urbani sono importanti perché permettono alle municipalità di incrementare la presenza di aree verdi, migliorando così la qualità dell’ambiente e riducendo l’inquinamento, di riqualificare le zone degradate, di frenare il consumo di suolo (in particolare quello agricolo delle fasce periurbane), sottraendo i terreni all’abusivismo edilizio e alla speculazione e valorizzando il paesaggio attraverso le attività agricole. Inoltre, consentono la produzione di ortofrutta tipica e di stagione, permettendo ai residenti di cibarsi in modo sano e genuino, migliorano sensibilmente il decoro e l’estetica urbana e favoriscono lo sviluppo di un’economia etica e solidale. Gli orti cittadini, quindi, sono un valido strumento non solo di riqualificazione urbana, ma anche di aggregazione sociale. L’iniziativa di Italia Nostra di creare una rete di orti all’interno delle città è nata nel 2006 e, dopo soli due anni, aveva raccolto l’adesione e il sostegno dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), con cui era stato firmato, nel 2008, il primo Protocollo d’intesa per la diffusione dell’agricoltura urbana. Pochi giorni fa, quel Protocollo è stato rinnovato ed è diventato il “Progetto nazionale Orti Urbani”, che ha ampliato il numero delle adesioni: da quest’anno partecipano anche il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali e l’Associazione Res Tipica (che è formata da ANCI e dalle “Associazioni Nazionali delle Città di Identità” ad ha l’obiettivo di valorizzare e promuovere, anche all’estero, il nostro patrimonio eno-gastronomico, ambientale, culturale e turistico).progetto_nazionale_orti_urbani

Il nuovo Progetto mira a realizzare un’unica rete in tutta Italia, che – pur nella diversità delle tipologie, degli usi e dei territori – sia accomunata da regole etiche condivise e che favorisca lo sviluppo di un’economia etica a vantaggio diretto delle comunità locali. Inoltre, il progetto punta tutelare la “memoria storica” degli orti, favorendo la partecipazione, la socialità e l’aggregazione; a favorire il recupero della manualità nelle attività collegate agli orti; e favorire la collaborazione e lo scambio di esperienze. I Comuni italiani che partecipano al Progetto nazionale sono sempre più numerosi: si va da grandi città come Roma, Torino e Genova ai centri medio-piccoli. Roma, ad esempio, vanta da anni una grande estensione di orti urbani e periurbani e sta per destinare ad orto altri 170 ettari di proprietà municipale nella valle della Caffarella, con l’obiettivo di creare uno spazio aperto di didattica e ricerca, un’aula dove sperimentare nuove tecniche di coltura ed approfondire la conoscenza del mondo naturale. A Torino, il Comune ha già destinato al Progetto circa 50.000 metri quadrati in favore dei residenti – per promuovere la qualità delle coltivazioni, l’educazione alle pratiche agricole e l’attività formativa nel settore – e intende raggiungere una superficie totale di 2 milioni di metri quadrati di orti urbani e periurbani. Anche Genova, dall’iniziale adesione di 7.000 metri quadrati ubicati dell’area di Begato, punta ad estendere l’agricoltura urbana a tutte le zone che un tempo ospitavano orti tradizionali (si tratta di 140 zone urbane) per una superficie complessiva di 300.000 metri quadrati. E a Padova, dai primi 4.000 metri quadrati della zona Mandrie, si è passati ad ulteriori 18.000 metri quadrati sparsi nei vari quartieri della città, suddivisi in orti di circa 30/40 metri quadrati ciascuno, destinati sia a cittadini singoli, di ogni età, sia ad associazioni.orti_ostuni

Ma è nei centri minori italiani che si registrano le sperimentazioni più interessanti e creative. Tra queste, spiccano molti comuni dell’Umbria: a Perugia si stanno ripristinando i 5.000 metri quadrati dell’orto-frutteto dell’antico Convento di San Matteo degli Armeni, con l’obiettivo di riqualificare anche lo storico quartiere Sant’Angelo, uno dei più antichi della città. A Foligno, nel parco di Villa Jacobelli, edificio storico del centro, verrà realizzato un orto urbano di 2.000 metri con annesso mercato ortofrutticolo, mentre m il comune di Sant’Anatolia di Narco sta sistemando un orto di 4.500 metri quadrati nei pressi dell’Abbazia di San Felice, che sarà destinato alla coltivazione della canapa. Infine, merita senz’altro una segnalazione il Comune di Ostuni, che intende riqualificare l’intera cinta muraria attraverso la creazione di tipici orti urbani terrazzati, per un totale di 27.000 metri quadrati. Il progetto prevede l’acquisizione da parte del Comune della fascia verde addossata al centro storico e la ricostruzione dei terrazzamenti con materiali e tecniche della tradizione locale. Ma non è tutto: ci sarà anche il ripristino integrale dei fabbricati rurali e dell’antico sistema di canalizzazione delle acque, fatto di cisterne, acquari e rogge. Gli orti terrazzati di Ostuni, un tempo floridi “giardini” di produzione di frutta e verdura, saranno destinati, in parte, a verde pubblico e gestiti dalla pubblica amministrazione e in parte saranno dati in gestione diretta ai residenti, alle associazioni e alle scuole. Marco Parini, presidente di Italia Nostra, spiega che “l’operazione Orti urbani è un ‘work in progress’, un’iniziativa partita da alcune esperienze che via via si sta diffondendo in città piccole, medie e grandi; un modo per creare verde nelle aree residuali, generare un vero e proprio intervento agricolo alla ricerca di un cibo sano, con l’impegno – altrettanto sano – del tempo di molti cittadini. La tutela dell’ambiente e del verde urbano si attua anche attraverso questa importantissima azione”.ostuni

Alla presentazione ufficiale del Progetto, Evaristo Petrocchi, responsabile del “Progetto nazionale Orti Urbani”, ha sottolineato che “creare una rete di orti, offre una possibilità di rilancio ad una tendenza che si sta delineando già da qualche anno e che è destinata ad estendersi con lo sviluppo delle aree orticole, che sia le grandi metropoli, sia comuni medio-piccoli hanno intenzione di sostenere ancor più efficacemente con nuovi orti o con la riqualificazione di quelli già esistenti o in corso di realizzazione”. “La crescente diffusione del Progetto ‘Orti Urbani’ – continua Petrocchi – risponde ad una esigenza fortemente sentita dalle comunità di poter disporre di aree urbane o periurbane da destinare a coltivazioni agricole per una migliore vivibilità, socialità e qualità dei luoghi da vivere”. E Fabrizio Montepara, Presidente dell’ Associazione Res Tipica, ha concluso: “L’istituzione degli orti urbani rientra nella filosofia di promozione del territorio agricolo comunale, individuando in essa un mezzo efficace per la sua salvaguardia. Salvaguardare, ma anche valorizzare: è indubbio che un’area territoriale destinata a coltivazioni venga preservata dal degrado, dall’abbandono, e venga rivisitata e rivissuta dai cittadini in una ottica dinamica di appartenenza e tutela. E’ indubbio, inoltre, che la diffusione degli orti urbani possa rappresentare, soprattutto nei piccoli centri, una fotografia del paesaggio più armoniosa per i turisti in visita e uno strumento di promozione del territorio”.

fonte: il cambiamento

Crisi economica e voglia di cibo sano: record di orti in città

Crisi economica, voglia di cibo sano, desiderio di trascorrere più tempo a contatto con la natura. Un’analisi della Coldiretti rileva che nelle città non ci sono mai state così tante aree verdi destinate ad orti pubblici.orto_cesto1

Mai così tante aree verdi sono state destinate ad orti pubblici nelle città dove si è raggiunto il record di 1,1 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione ad uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul Verde Urbano presentata in occasione di “Cibi d’Italia” di Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano dove si sono svolte vere lezioni pratiche per diventare “hobby farmer” con figure dedicate che opereranno progressivamente in tutta Italia dove si registra un vero boom con circa 21 milioni di italiani che stabilmente o occasionalmente coltivano l’orto o curano il giardino. Le coltivazioni degli orti urbani non hanno scopo di lucro, sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà, concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali tra le aree edificate per lo più incolte e destinate all’abbandono e al degrado. Secondo il censimento effettuato dall’Istat quasi la metà (38 per cento) delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia – sottolinea la Coldiretti – ha previsto orti urbani tra le modalità di gestione delle aree del verde, con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro (con concentrazioni geografiche in Emilia-Romagna e Toscana, ma ben rappresentati anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nel Lazio). Nel Mezzogiorno, infine, risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo. La crisi economica – rileva la Coldiretti – fa dunque ricordare i tempi di guerra quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli orti per garantire approvvigionamenti alimentari. Sono famosi i “victory gardens” degli Stati Uniti e del Regno Unito dove nel 1945 venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo.coltivare_orto

Ma sono celebri anche gli orti di guerra italiani nati al centro delle grandi città per far sì che, nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non (ci fosse) un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello, centro e cuore di Torino in ogni epoca. Ora i tempi sono cambiati ed ai motivi economici si sommano quelli di volersi garantire cibo sano da offrire a se stessi e agli altri od anche la voglia di voler trascorrere più tempo a contatto con la natura. Una tendenza che  continua la Coldiretti – si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato con i giardini e i balconi delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio ad orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza. Con la crisi fare l’orto è diventato – sostiene la Coldiretti – una tendenza assai diffusa che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante innovazioni presenti sul mercato anche a seconda dello spazio disponibile. Dall’orto portatile a quello verticale, dall’orto “riciclabile” a quello in terrazzo, da quello rialzato a quello didattico, ma anche l’orto urbano e le tecniche di “guerrilla gardening” che possono essere adottate da quanti non hanno spazi disponibili per piantare ortaggi e frutta nei terreni disponibili nei centri delle città. Gli “hobby farmers” – spiega la Coldiretti – sono una fascia di popolazione composta da giovani e anziani, da esperti e nuovi appassionati, che coltivano piccoli appezzamenti famigliari, strisce di terra lungo ferrovie, parchi e campi di calcio, balconi e terrazzi arredati con vasi di diverse dimensioni o piccole aree con acqua e sgabuzzino per gli attrezzi messe a disposizioni dai comuni in cambio di affitti simbolici. Nel caso di orto su un balcone di medie dimensioni si può ipotizzare un costo che oscilla fra i 40 e i 50 euro per 2 contenitori da 80 centimetri di lunghezza, con la giusta quantità di terra e 6 piantine orticole più diverse essenze aromatiche, dove la maggior parte del costo è rappresentato proprio dai vasi che certamente non si buttano via a fine stagione, ma possono essere riutilizzati per più anni. Le singole piantine orticole possono costare fra i 25 e i 30 centesimi per confezioni multiple. Il segreto del piccolo orto sul balcone – spiega Coldiretti – sta nell’ottimizzare gli spazi all’interno degli stessi vasi, alternando piante più alte come pomodorini, peperoni e melanzane, con alla base composizioni di prezzemolo, basilico ed erbette. L’ideale è attrezzare un lato del balcone con le orticole e l’altro con le aromatiche (come timo, salvia e menta). Se invece si ha a disposizione un piccolo appezzamento di terreno, in appena 10 metri quadrati si possono coltivare: 4 piante di pomodori, 4 piante di melanzane, 2 piante di zucchine, 8 piante di insalata e 4 piante di peperoni per una produzione media di oltre 25 chili di verdura. Oltre a quello sul balcone o al tradizionale a terra, a causa degli spazi sempre più ristretti nelle città – conclude Coldiretti – stanno nascendo anche nuove tipologie di orti: da quelli a parete che si appendono all’esterno e nei quali trovano spazio fragoline, peperoncini, insalatine ed erbe aromatiche o quelli “pocket” costituiti da mini vasi in materiale riciclabile che possono essere sistemati senza problemi anche a bordo finestra sui davanzali più stretti.orti_urbani

Le diverse tipologie di orto

L’orto a porter ovvero l’orto da passeggio è forse quello più bizzarro ed è scelto da coloro i quali vogliono essere veramente alla moda. Si tratta – spiega la Coldiretti – di piccoli vasi o bicchieri meglio se in bioplastica con pianticelle da portare in giro e una volta a casa adagiare su un substrato più “comodo”. L’orto verticale invece è da preferire quando lo spazio scarseggia. Una delle tante soluzioni può essere quella di creare dei pannelli di legno in varie dimensioni con un substrato fertile e tante tasche, che possono essere anche di stoffa, dentro alle quali piantare e coltivare verdure o fiori con radici poco profonde. L’orto riciclato è l’ideale per coloro che non vogliono sprecare plastica o vetro. Basta inventare un piccolo vaso utilizzando vecchie bottiglie in plastica tagliate, tetrapak, scatole di alluminio,  contenitori in polistirolo ecc per piantare simpatiche piantine da orto da far crescere rispettando l’ambiente. L’orto in terrazzo è sicuramente il più diffuso in Italia. Anche in poco spazio in terrazzo un bel vaso può ospitare piante officinali, spezie e qualche piccolo ortaggio stando ben attenti all’esposizione solare e alla quantità di acqua da somministrare alle piante. L’orto rialzato viene scelto – riferisce la Coldiretti – da chi non dispone di un giardino o un lembo di terra, ma ha ampio spazio in cemento da poter sfruttare oppure non è nelle condizioni di potersi chinare per lavorare la terra. Allora si utilizzando dei vasconi, meglio se in legno di cedro in cui poter piantare ortaggi, frutta e fiori. Attraverso l’orto didattico, diffuso nelle scuole e nelle aziende agrituristiche di Campagna Amica – Terranostra aperte ai bambini, si apprendono la stagionalità, la cultura della campagna e i suoi valori storici, economici e sociali. I ragazzi capiscono l’importanza delle tradizioni contadine,  lo stretto legame con la natura e l’importanza del rispetto dell’ambiente. In una società sempre più a rischio di cementificazione è molto importante dedicare attenzione alle “pratiche verdi” anche tra banchi e lavagne ed è bellissimo vedere i giardini delle scuole sottratti all’incuria, fiorire e diventare luogo di gioco e apprendimento per bambini e ragazzi.

Fonte: il cambiamento

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