La mobilità urbana sostenibile strumento per migliorare la qualità della vita: il caso di Medellín

La storia di Medellín, seconda città più grande della Colombia, con una popolazione di quasi 4 milioni di persone. Che dall’inizio degli anni ’90, si è trasformata da una città violenta ed estremamente povera in un luogo più sicuro e molto dinamico costellato di parchi ed edifici suggestivi.

All’interno della ricerca condotta dalla Coalizione per le transizioni urbane che ha portato alla pubblicazione del rapporto “Climate Emergency, Urban Opportunity”,  era emerso chiaramente il messaggio che la battaglia per salvare il nostro pianeta si vince o si perde nelle città. Un esempio positivo a livello mondiale è quello della città colombiana di Medellín, la cui trasformazione, a partire dall’importanza data al concetto di connettività urbana sostenibile, sta dando i primi frutti. mobilità urbana sostenibile,qualitMedellín è la seconda città più grande della Colombia, con una popolazione di quasi 4 milioni di persone. Dall’inizio degli anni ’90, si è trasformata da una città violenta ed estremamente povera in un luogo più sicuro e molto dinamico costellato di parchi ed edifici suggestivi. Grazie ad una combinazione tra investimenti nei trasporti, aggiornamenti nella regolamentazione urbanistica ed edilizia e progetti architettonici iconici nei quartieri più svantaggiati, i suoi residenti ora godono di standard di vita più elevati e un nuovo senso di orgoglio civico. L’esperienza di Medellín mostra come interventi audaci e creativi per connettere le persone alle opportunità possano rivitalizzare una città degradata. Originariamente Medellín prosperava grazie alle ferrovie, alle esportazioni di caffè e ad un robusto settore manifatturiero. Negli anni ’60 e ’70, l’economia della città ha iniziato a ristagnare man mano che la sua popolazione cresceva, e con molti colombiani che fuggivano dalla violenza della guerriglia nelle campagne e si insediavano in nuove comunità. In questi insediamenti informali mancavano i servizi di base come l’acqua e i servizi igienici e spesso si insediavano in aree molto precarie come le ripide colline intorno alla città, rendendo difficile la connessione con il centro della città stessa. Con la contrazione dell’economia, i residenti di Medellín si diedero al mercato nero degli alcolici, elettrodomestici, marijuana – e infine cocaina. Questo spinse Medellín nell’epicentro del fiorente commercio di droga della Colombia. Mentre i cartelli della droga e le milizie locali si scontravano con il governo nazionale, Medellín divenne la città più pericolosa del mondo, con un tasso di omicidi che arrivò al 4 per 1.000 nel 1992. Nel 1991, la Colombia approvò una nuova costituzione che garantiva più potere e risorse ai governi delle città. Con essa venivano richiesti alle città nuovi piani di sviluppo municipale a fronte di significativi trasferimenti fiscali con il conseguente rafforzamento della propria responsabilità e una maggiore trasparenza. Nel 1993, un Consiglio presidenziale fu convocato specificamente per affrontare la povertà e la violenza a Medellín, riunendo il governo nazionale e locale, le imprese private, le comunità, le organizzazioni e il mondo accademico. Così è nato PRIMED (Programa Integral de Mejoramiento de Barrios Subnormales en Medellín), un programma per integrare le comunità, sorte in modo informale, con il resto della città. Con PRIMED sono state ristrutturate oltre 3.500 case, costruito e migliorato le infrastrutture vitali e trasferito circa il 70% delle famiglie che vivevano sui ripidi pendii che non rendevano sicure le costruzioni. Sono stati oltre 100.000 i residenti a beneficiare di questo programma, dando la priorità ai quartieri che registravano il valore più basso dell’indice di sviluppo umano. Il tutto fu realizzato ad un costo relativamente basso, per la mole di interventi svolti, di 23 milioni di dollari. Oltre a migliorare i servizi di base, il Consiglio presidenziale supervisionò gli investimenti pubblici nelle scuole, nelle biblioteche e nei parchi. Questi progetti furono pianificati per essere belli e funzionali e simboleggiare l’impegno della città a trasformare le proprie comunità. I miglioramenti nei trasporti furono ritenuti strategici ed essenziali per collegare fisicamente le comunità al resto della città. La costruzione di una funivia urbana iniziò nel 2000 e meno di tre anni dopo, la linea K fece il suo viaggio inaugurale. Trasporta fino a 3.000 passeggeri all’ora e ha ridotto di molto i tempi di viaggio. Due ulteriori linee di funivia urbana (metrocable) furono successivamente aperte rispettivamente nel 2008 e nel 2010. Le funivie urbane sono risultate fondamentali perché hanno contribuito a collegare le aree più povere con quelle aree ove vi erano maggiori opportunità economiche e sociali.  Il sistema dei trasporti locali è stato poi integrato con altri investimenti rilevanti, come la rete ferroviaria urbana che era all’epoca l’unica in Colombia. Sebbene progettato e gestito dal governo della città, il governo nazionale ha fornito il 70% dei fondi necessari per questo enorme progetto. La metropolitana di Medellín trasporta circa 256 milioni di passeggeri ogni anno con solo una frazione delle emissioni dovute ad una analoga rete di trasporti basata sulle automobili. Il design dei progetti, l’approccio partecipativo e la migliore accessibilità hanno contribuito ad attrarre a Medellín investimenti esteri: tra il 2008 e il 2011, 46 imprese internazionali si sono trasferite lì, investendo collettivamente oltre 600 milioni di dollari. Medellín ha anche ospitato eventi culturali e politici di livello mondiale, dal World Urban Forum 2014 ai tour di personaggi come Madonna e Beyoncé. I redditi pro capite sono i più alti di qualsiasi città colombiana e le disuguaglianze all’interno della città sono diminuite. Sebbene lungi dall’essere perfetto, e con molta strada ancora da fare, la moderna Medellín, nominata alcuni anni fa “città più innovativa del mondo”, è molto lontana dalla violenza e dalla disperazione che vi regnava negli anni ’90. Approcci innovativi per migliorare la connettività, in particolare per i residenti a basso reddito, potrebbero aiutare altre città fragili ad affrontare la povertà, l’esclusione e la vulnerabilità, una priorità ancora maggiore poiché i rischi climatici diventano sempre più frequenti e gravi. Parte del successo della trasformazione, economica, sociale ed ambientale, di Medellín, risiede in quel concetto di sinergia che più volte abbiamo auspicato tra le azioni del governo nazionale e quello locale. Solo lavorando insieme con una visione unitaria si raggiungono obiettivi ambiziosi.

Fonte: ilcambiamento.it

L’impero delle multinazionali e le nuove guerre globali

Dall’attacco alle comunità contadine della Colombia agli interventi militari Usa per la difesa degli interessi occidentali. Se ogni conflitto sul nostro Pianeta viene programmato e sovvenzionato dall’impero delle multinazionali, per contrastare il Sistema della Guerra Globale sono necessarie una coscienza ed una responsabilità che permettano a noi ‘consumatori-consumisti’ di comprendere le implicazioni di ogni nostra scelta.colombia__contadini

In Colombia da metà agosto i contadini, che sono il sessanta per cento della popolazione, manifestano, vengono picchiati e arrestati dalla polizia, scioperano. Lottano contro il trattato di libero commercio con gli USA. Trattato che prevede l’utilizzo di sole sementi “certificate”. E le sementi certificate sono quelle della Monsanto, Cargyllecc. Sono sementi USA. Del resto, come può essere libero un trattato tra un impero e una nazione ad esso assoggettata? In tutto il paese vengono sequestrate ai contadini e distrutte le loro sementi. Per lottare contro questo sono già morti dodici contadini. La Colombia è quel paese regolarmente irrorato dai defolianti sparsi dagli aerei USA con la scusa di distruggere le piantagioni di coca. In realtà, così come irrorarono il Vietnam, provocando morte e distruzione che continuano ancora oggi coi bambini che nascono malformati e la gente che muore di cancro, gli USA spargono defolianti-veleni per distruggere la resistenza al loro Impero: una buona parte del territorio colombiano è controllato dalle FARC, un’organizzazione armata definita “terrorista”. Benché sia composta da uomini e donne colombiane, a differenza dei mercenari perlopiù stranieri chiamati “oppositori” e “ribelli” e finanziati, armati, addestrati dall’Impero, che hanno assalito la Libia e ora si danno da fare in Siria. Le FARC nacquero negli anni sessanta. In quegli anni molte comunità contadine colombiane, per difendersi dalla dittatura e dai latifondisti, si erano date un’autonoma organizzazione politica, economica, amministrativa, dichiarandosi indipendenti. Furono spazzate via nel ’64: il governo colombiano attaccö le comunità con 16.000 soldati capeggiati da consiglieri USA e assistiti dai bombardieri USA; usarono anche il napalm, come in Vietnam. Dopo il fallimento tragico e micidiale della lotta pacifica, i sopravvissuti fondarono le FARC e passarono alla lotta armata. Ora il nuovo assalto alle comunità contadine colombiane avviene tramite una legge sulle sementi che è la copia di quella che l’Unione Europea ha preparato per i suoi contadini. Si tratta sempre di guerra e di Impero. Dove le leggi e i dettami dell’Impero vengono respinti si procede col defoliante, col napalm o con gli squadroni della morte e, se neanche questi ultimi sono sufficienti, con un bell’intervento armato dei “volenterosi” di turno.esercito_armi

Non esiste oggi sul nostro pianeta una guerra che non sia stata programmata, fomentata, sovvenzionata dall’impero delle multinazionali USA & C. Allora io mi domando se oggi si possa essere pacifisti senza essere anche antimperialisti. Le guerre di oggi non sono mai tra potenze o tra stati, né tantomeno tra religioni o tra etnie, anche se spesso vengono mascherate o aizzate in modo da apparirlo. Oggi si tratta del Nuovo Ordine Mondiale, della globalizzazione che procede a colpi di leggi e di droni, di conquista militare e culturale.

Chi sta in alto dice: pace e guerra
sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
sono come vento e tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

(Bertolt Brecht)

Nel 2007 Wesley Clark, generale statunitense in pensione, in un’intervista televisiva a Democracy Now (che chiunque può rivedersi su Internet) raccontava che dieci giorni dopo l’11 settembre, mentre si trovava al Pentagono per incontrare il ministro della difesa, un generale suo amico lo chiamò nel proprio ufficio per dirgli: “Abbiamo deciso di attaccare l’Iraq”. Perché? Non lo sapeva. Sapeva solo che il ‘programma’ del governo USA prevedeva di “far fuori” sette nazioni in cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Sudan e Iran. Non ce l’hanno ancora fatta a completarlo ma non si può dire che non ci stiano provando. Il generale Wesley Clark non è un “pentito”. Ha lavorato per trentaquattro anni nell’esercito e nel Dipartimento della Difesa, è stato pluridecorato, adesso è uno dei dirigenti delle multinazionali Growth Energy e BNK Petroleum ed è “consigliere” del governo rumeno, naturalmente sempre per conto del suo, di governo. Fa parte del sistema ed è al suo servizio. Se ha scelto di rivelare tutto ciò, di rendere di pubblico dominio le mire imperiali e guerrafondaie del suo governo è perché ormai queste mire trovano grosse resistenze nello stesso esercito USA. Un esercito combatte per vincere e per aumentare la potenza e i territori del proprio paese, nonché le sue ricchezze. L’esercito USA oggi combatte per arricchire qualche centinaio di multinazionali, distruggendo, oltre ai paesi che attacca, anche il proprio: gli Stati Uniti si stanno dissanguando nelle guerre; stampano dollari come coriandoli e ne rimpinzano la Halliburton, la Dyincorp, la Blackwater, persino (pensate un po’) la nostra Beretta. I dollari varrebbero ormai meno della carta igienica, se il terrore che ispirano i loro “produttori” non condizionasse il mondo. Tuttavia, anche stampando a pieno ritmo, per pagare tutto non bastano. Ci vogliono delle priorità. E siccome chi governa gli USA non sono né Obama né il Congresso né l’esercito ma le multinazionali, la scelta è presto fatta. O no? Forse non tutte le multinazionali guadagnano dalla guerra, forse qualcuna si perde con la guerra; forse l’esercito comincia a fare le bizze… Così iniziò la guerra civile nell’Impero Romano. Del resto tutti gli imperi si assomigliano, seguono le medesime leggi sociali, economiche, politico-militari. Come si può dunque oggi essere pacifisti senza essere antimperialisti? Non è sufficiente invocare la buona volontà, la fratellanza, la non violenza e l’educazione alla non violenza di fronte a un apparato di potere che si fomenta da sé stesso. Di fronte a un impero. La guerra è ormai essa stessa un “sistema”.bandiera__usa_gabbia

Nel 2011 le cento più importanti industrie che forniscono l’esercito USA hanno ricevuto dal governo americano 410 miliardi di dollari. E non si tratta, come molti credono, solo di “mercanti di armi e di morte”, come la Boeing che in un anno ha ricevuto 31 miliardi o la Dyincorp coi suoi 2,4 miliardi. Si tratta anche di industrie come la Coca Cola, la Colgate, la Kellogg, laJohnson Wax…Non solo perché tutti loro sono piovre dai mille tentacoli, che possiedono nello stesso tempo petrolio e cibo, elettronica e stampa, ma anche perché un esercito mangia e beve, si veste e si lava. Non è più questione di un colpo al cerchio e uno alla botte, di fronte alle guerre globali di questo Impero globale che mette in pericolo l’intera umanità. Per produrre le guerre lavorano ormai milioni di persone che “non sanno quello che fanno”. “Interverremo militarmente ovunque i nostri interessi siano messi in pericolo”, ha detto apertamente Obama alle Nazioni Unite, e nessuno ha dubitato che parlasse in nome delle multinazionali USA e non certo del popolo.

…Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?…” (Shakespeare, Macbeth)

Non si può quindi lottare contro la guerra e non lottare contro l’Impero globale che vede unite a quelle USA, naturalmente e fino a che c’è torta da spartirsi, anche le multinazionali europee ecc. Ma non si può neanche combattere il Sistema della Guerra Globale continuando ad essere consumatori-consumisti, comprando e usando auto che volatilizzano petrolio a tonnellate, andando in aereo a far le vacanze a Sharm el Sheik, continuando a comprare l’ultimo aggeggio elettronico che non è mai l’ultimo, riempiendo i carrelli al supermercato di cibi e bevande industriali, andando in crociera. Perché sono due gli eserciti che sostengono l’Impero: quello militare-politico-mediatico e quello consumista, e ambedue gli sono indispensabili per sopravvivere. Perciò è necessario essere “obiettori di coscienza” di ambedue questi eserciti, stabilire una volta per tutte che per contrastare un Impero Globale sono necessarie una coscienza e una responsabilità globali, che ci permettano di comprendere le conseguenze e implicazioni di ogni nostra scelta. Che ci permettano di non dover dire un giorno “io non lo sapevo”.consumismo22

Perché c’è un’altra cosa in cui tutti gli imperi si assomigliano: i loro popoli, a un certo punto, diventano plebi. E le plebi sono complici dei poteri che le rimpinzano. Panem et circense dicevano i romani. La civiltà industrial-consumistica ci ha ridotti a “umani da allevamento intensivo”, ci ha ridotti a plebi. Abbiamo abbastanza pane da procurarci obesità e diabete e da svuotare i mari e riempire la terra di allevamenti intensivi; abbiamo abbastanza circenses da intasarne le strade, le montagne e le coste, oltre che gli armadi e gli scaffali. E ne vogliamo sempre di più. Perché la plebe è abituata a considerare normale tutto ciò che le viene propinato quotidianamente, senza domandarsi il perché né il come. Menenio Agrippa disse al popolo romano sceso in sciopero contro i patrizi: “Siamo un unico corpo, voi siete le membra e noi lo stomaco; se non ci nutrite, noi non vi nutriremo. E moriremo tutti”. Questo era il succo e aveva ragione. I consumatori occidentali, assieme alle poco nutrite schiere delle borghesie dei paesi poveri, sono le membra che nutrono l’orrendo stomaco delle multinazionali. Quello che un Menenio Agrippa non confesserebbe (e sono innumerevoli, oggi, i Meneni Agrippa) è che, sì, anche noi plebei finiremmo assieme all’Impero: finiremmo come plebe per ritornare ad essere popolo; finiremmo come consumatori per ritornare ad essere donne e uomini consapevoli e capaci. Non è un caso che una delle armi che il Sistema ha dimostrato di temere di più sia il boicottaggio delle sue merci. In Colombia, contro la diabolica legge di certificazione delle sementi, i contadini, oltre a manifestare ed essere picchiati e incarcerati e ammazzati, hanno indetto uno sciopero generale a oltranza; a loro si sono uniti i minatori, poi i camionisti. Dopo diciotto giorni di sciopero, il governo colombiano ha deciso di congelare la legge. Possiamo sperare che i contadini dei paesi poveri, i piccoli contadini che mangiano quello che producono, che vivono della terra e con la terra, che capiscono immediatamente e sulla loro pelle come funziona il Sistema, siano i Barbari che daranno il colpo di grazia a questo Impero?

Fonte: il cambiamento