Chi sono i ricercatori finanziati dalla Coca Cola?

La Coca Cola ha pubblicato una lista, definita “trasparente” dalla stessa multinazionale, dei ricercatori scientifici che finanzia. Ma la rivista Public Health Nutrition ne ha verificato correttezza e completezza e ha scoperto che…Immagine

Un articolo pubblicato su Public Health Nutrition ha cercato di valutare quanto fosse completa la lista, dichiarata come “trasparente” dalla CocaCola, dei 218 ricercatori finanziati dalla stessa. Per far ciò, gli autori dell’articolo hanno considerato tutte le ricerche scientifiche i cui autori avevano dichiarato di aver ricevuto dei finanziamenti dalla CocaCola, pubblicate tra il 2008 e il 2016. Hanno così identificato 389 articoli pubblicati in 169 diverse riviste da 907 autori. Su 331 articoli in cui apparivano finanziamenti da parte della CocaCola, 128 (39%) non avevano tra gli autori uno dei 218 ricercatori della lista “trasparente”, mentre 38 (17%) di questi 218 ricercatori avevano omesso di dichiarare i finanziamenti ricevuti. La lista “trasparente” della CocaCola è quindi alquanto incompleta. Infine, la maggior parte delle ricerche finanziate dalla ditta riguardavano l’attività fisica; la CocaCola si guarda bene dall’analizzare l’associazione tra dieta ed obesità, e soprattutto tra consumo di bevande zuccherate e obesità. Nonostante affermi, dopo i recenti scandali (leggere gli articoli nella lettere 36 di gennaio 2016 e 47 di aprile 2017), di voler essere trasparente, la CocaCola deve fare ancora molta strada per raggiungere questo obiettivo. Un aspetto importante e originale dell’articolo, sottolineato dall’editoriale che lo accompagna, scritto dalla redazione della rivista al completo, è che gli autori pubblicano nomi e cognomi dei 15 ricercatori maggiormente implicati nelle ricerche finanziate da CocaCola in termini di fondi ricevuti e numero di studi realizzati e pubblicati. Tutti e 15 questi ricercatori avevano dichiarato i finanziamenti e facevano parte della lista “trasparente” della ditta. Si tratta quasi sicuramente di un segnale che la Nutrition Society, la società scientifica che pubblica Public Health Nutrition, vuole dare. Non è più sufficiente dichiarare finanziamenti e conflitti d’interesse; bisogna anche smetterla di lavorare per l’industria, soprattutto se si tratta di un’industria invischiata in danni alla salute. Fare i nomi significa additare alla comunità scientifica quei ricercatori che, pur di fare carriera accademica, con i relativi benefici economici, non esitano a collaborare con il diavolo. Se questa strategia, fare i nomi, dovesse diventare comune, forse qualche ricercatore ci penserebbe due volte, prima di imbarcarsi in relazioni pericolose.

Si ringrazia l’associazione No Grazie Pago Io

Fonte: ilcambiamento.it

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Disuguaglianze: chi rende i ricchi sempre più ricchi?

A livello mondiale l’1% di persone detiene una ricchezza pari a quella del restante 99%: la questione delle disuguaglianze è un tema assai dibattuto, ma ci si dovrebbe chiedere chi contribuisce a fare diventare i ricchi sempre più ricchi.Occupy Wall Street Protestors March Down New York's Fifth Avenue

Se ad esempio mangio da Mc Donald’s, bevo Coca Cola, acquisto prodotti della Nestlè, investo in azioni speculative, metto i miei soldi in banche ben poco etiche, non potrò poi sorprendermi che immense ricchezze siano in pochissime mani che sempre più si arricchiscono e sempre più impoveriscono gli altri; non potrò sorprendermi dell’effetto serra, della desertificazione dei suoli, dell’inquinamento massiccio, dello sfruttamento di schiavi in tutto il mondo, perché io contribuisco indirettamente a tutto questo. Nel mondo vetrina in cui l’unica cosa che conta sono i soldi, chi è già ricco, grazie alla finanza, al controllo dei mass media, attraverso la politica connivente e alla pubblicità, avrà sempre più possibilità di arricchirsi. Nella legge del mercato chi è grande vuole diventare più grande per mangiarsi gli altri. E’ esattamente il nostro sistema di competizione, dove la distruzione della concorrenza è obiettivo prioritario e dove plotoni di coach, counselor, esperti e consiglieri vari, forniti di lauree e lunghi pedigree, attraverso grandi sorrisi e metodologie spesso made in USA, suggeriscono alle ditte e ai manager in ogni modo possibile, comprese le varie trovate mistiche, meditative e new age, su come prevalere sui concorrenti e vendere alla gente qualsiasi prodotto. E alla fine della catena chi c’è? Ci sono il consumatore e l’investitore che con le loro scelte consentono a chi è già ricchissimo di diventarlo ancora di più. Un sistema che non mette nessun freno alla crescita dei patrimoni, che benedice il denaro, che santifica chi è capace di arricchirsi velocemente e lo tratta come un genio o un divo, è chiaro che si sta facendo del male da solo. Poiché ci si dimentica che chi fa tanti soldi, veloce e in fretta, di solito non si comporta in maniera filantropica o con attenzione all’ambiente e se sporadicamente lo fa è solo per ragioni di immagine, non certo perché ha a cuore gli altri o il mondo, altrimenti molto probabilmente si sarebbe posto ben altri obiettivi che non esclusivamente arricchirsi. Da un punto di vista culturale sarebbe poi assai educativo smettere di pensare che chi è ricco e ha successo attraverso i soldi, sia una persona da imitare, da prendere ad esempio. Spesso chi fa tanti soldi non ha altra motivazione e scopo, come fosse una droga, una malattia e ne ha così tanti che non sa più nemmeno come spenderli.

Quindi, chi fa diventare i ricchi sempre più ricchi, almeno nei paesi occidentali e nei cosiddetti paesi emergenti che ci seguono nella strada del consumismo folle, è proprio gran parte della popolazione che si lamenta che i ricchi sono sempre più ricchi. Per farli diventare meno ricchi e diminuire le disuguaglianze, basterebbe comprare il meno possibile i loro prodotti e investire il meno possibile nelle loro azioni. In fondo non è difficile, ormai in rete si trovano notizie di qualsiasi patrimonio, ditta, banca e multinazionale per rendersi conto a chi si stanno dando i propri soldi. Se ciò non bastasse, ormai da anni è disponibile la guida al consumo critico  che facendo un lavoro egregio dà dettagliate informazioni su multinazionali e affini.

In genere si pensa che la soluzione alle diseguaglianze sia redistribuire la ricchezza, il che sarebbe giusto per chi non ha nulla o quasi nulla; ma che senso ha dare più denaro a chi ne ha e li spreca costantemente? Uno dei motivi dei grandi disastri ambientali e sociali è proprio il consumismo. Avere a disposizione maggiori soldi spesso significa maggiori consumi  e di conseguenza ingrassare ancora di più l’1%. Se non si cambia profondamente il sistema di valori, più soldi si distribuiscono, a chi comunque ha già tutto e più si comprano merci superflue arricchendo gli stessi responsabili delle disuguaglianze. Invece che maggiori soldi si dovrebbero avere meno esigenze, soprattutto se indotte da un sistema pubblicitario martellante e costante che ci fa nascere bisogni  assolutamente non necessari ma altamente impattanti. Basta guardare le pubblicità in televisione, internet, giornali e riviste per rendersene conto: su 100 pubblicità ce ne potrà essere forse solo una di un prodotto che serve realmente. Tutto il resto è costituito da prodotti di cui potremmo benissimo fare a meno e, non comprandoli, ci basterebbero meno soldi per vivere e dovremmo lavorare meno. Non si capisce infatti come mai si dica che siamo in crisi e allo stesso tempo siamo sommersi di pubblicità di automobili, profumi e cosmetici, gioielli, orologi di marca, vestiti e moda in genere, accessori per cani e gatti (indispensabili in tempi di carestia) costantemente in crescita, giochi d’azzardo, cellulari sofisticatissimi e via di questo passo. Se avessimo più soldi li getteremmo ulteriormente in tutti questi e altri oggetti simili che servono solo ad arricchire chi è già ricco sfondato. E dando meno soldi a loro si riducono anche gli abusi, gli sfruttamenti degli schiavi che lavorano per i super ricchi e ci permettono di avere moltissimi prodotti a prezzi irrisori che riempiono le nostre case. Per fermare i giganti dell’1% che grazie anche alla nostra complicità, sfruttano, affamano e non hanno nessun rispetto per l’ambiente, bisogna togliere loro il nostro appoggio, comprare il meno possibile i loro prodotti, non investire nelle loro azioni e non supportare le banche che li tengono in vita.

Sembra un passo piccolo e insignificante ma invece è l’inizio di un cammino di liberazione.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

La Coca Cola si sta “bevendo” l’India

Tre gli stabilimenti della Coca Cola che in India hanno sospeso le operazioni di imbottigliamento della bibita, compreso uno in una zona del nord dove i contadini stanno da tempo protestando per l’uso indiscriminato che la multinazionale fa delle riserve d’acqua.proteste_cocacola

C’è anche lo stabilimento di Kaladera nel Rajasthan tra quelli in cui la Coca Cola ha sospeso l’imbottigliamento della bibita oggetto di una intensissima campagna di marketing in tutta l’India. In totale risultano tre gli impianti dove sono state sospese le attività (gli altri due sono nel nordest, a Meghalaya, e nel sud, nell’Andra Pradesh; nel 2005 Cica Cola aveva già chiuso uno stabilimento nel Kerala); ufficialmente la Hindustan Coca-Cola Beverages, azienda della Coca Cola con sede ad Atlanta negli Usa, ha spiegato che si tratta di una riorganizzazione ai fini della domanda del mercato, ma in tutto il paese si pensa che invece abbiano avuto un grande peso le proteste che da una decina d’anni i contadini portano avanti accusando la multinazionale di utilizzare in maniera indiscriminata le riserve d’acqua privandone cittadinanza e agricoltura. Il portavoce della Coca Cola, Kamlesh Sharma, ha dichiarato che in due impianti l’acqua non è un problema, eppure l’Andra Pradesh sta affrontando una significativa crisi idrica. In questi anni le proteste di cittadini e agricoltori si sono indirizzate non solo alla Coca Cola ma anche alla rivale Pepsi, che ha sede a Purchase negli Stati Uniti. La situazione idrica in India è preoccupante, come spiegano dall’India Resource Center. Le falde acquifere si stanno prosciugando più velocemente rispetto a quanto avviene in altre nazioni. Alcuni studi hanno stimato che nel 2030 il sud dell’Asia potrà contare su metà dell’acqua che sarebbe necessaria e non ci sono all’orizzonte pianificazioni o programmi per affrontare la situazione. L’India Resource Center si sta adoperando per sensibilizzare la popolazione e i media sulla situazione ed entra nel merito della situazione attuale. «Le comunità che vivono nei pressi degli stabilimenti della Coca Cola affrontano una grave scarsità d’acqua e ciò è conseguenza diretta dell’estrazione massiccia di acqua che la multinazionale effettua dalle riserve sotterranee” spiegano dal Centro. «Gli studi, compresi quelli delCentral Ground Water Board in India, hanno confermato l’importante sfruttamento. Quando l’acqua viene estratta dalle falde scavando in profondità, l’acqua stessa puzza e ha un sapore strano. La Coca Cola sta scaricando senza controllo le acque di scarico delle lavorazioni nei campi intorno agli stabilimenti inquinando i suoli e le falde stesse. Le autorità hanno segnalato i siti inquinati avvisando la popolazione che quell’acqua non è adatta al consumo umano. In due comunità, PlachimadaMehdiganj, la Coca-Cola sta distribuendo i propri rifiuti solidi agli agricoltura definendoli “fertilizzanti”. Test condotti dalla BBC hanno trovato cadmio e piombo nei rifiuti e la multinazionale ne ha fermato la distribuzione solo di fronte ad un ordine del governo. Altri test condotti da diverse agenzie, oltre al governo indiano, hanno confermato che i prodotti della Coca Cola contengono un elevato livello di pesticidi .

QUI PER APPROFONDIMENTI

Fonte: ilcambiamento.it

Coca Cola finanzia enti di ricerca, istituzioni e medici

La Coca Cola ha finanziato enti di ricerca, istituzioni e medici perché affermassero che le bevande gassate e zuccherate non sono causa di obesità. Lo rivela un’inchiesta del New York Times. E in Italia? Semplicemente non c’è il New York Times!coca_cola_obesita

Già il British Medical Journal aveva denunciato i legami tra Big Sugar e istituzioni accademiche inglesi, con i relativi conflitti d’interesse tra ricercatori e industria. Tra quei Big Sugar c’era anche la Coca Cola, che evidentemente ha agito in maniera analoga anche in Usa. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che la ditta ha investito oltre 120 milioni di dollari negli ultimi 5 anni «per finanziare centri di ricerca, singoli ricercatori e medici e anche una fondazione per il National Institute of Health, perché con le loro ricerche e pubblicazioni spostassero le accuse verso le cause dell’obesità, dalle bevande zuccherate alla mancanza di attività fisica(1)» scrive il dottor Adriano Cattaneo nell’ultima comunicazione dell’associazione No Grazie Pago Io, gruppo di operatori che ha scelto di rifiutare tutto ciò che proviene dalle industrie farmaceutiche. «Il messaggio per il pubblico doveva essere: se volete mantenere il peso forma, fate molta attività fisica e non preoccupatevi molto di ciò che bevete. Allo scopo, la ditta ha finanziato anche la creazione di un’associazione no profit, chiamata Global Energy Balance Network. Questo tentativo di deviare l’attenzione dall’assunzione di bevande zuccherate aveva anche due secondi fini: a) sgonfiare le proposte, negli USA e in molti altri paesi, di una sovrattassa per diminuirne il consumo, e b) tentare di far risalire le vendite, diminuite del 25% negli ultimi anni negli USA. Barry Popkin, professore di nutrizione globale presso l’Università del North Carolina a Chapel Hill, ha commentato l’inchiesta del New York Times dicendo che il sostegno di Coca-Cola a importanti ricercatori gli ricordava le tattiche usate dall’industria del tabacco, che arruolava esperti perché diventassero “mercanti di dubbio” per i rischi del fumo per la salute. Marion Nestle, autrice del libro “Le politiche delle bevande gassate” e professore di nutrizione, studi alimentari e salute pubblica alla New York University, è stata particolarmente brusca: “Il Global Energy Balance Network non è altro che un gruppo di facciata per la Coca-Cola, il cui programma è molto chiaro: fare in modo che questi ricercatori confondano la scienza e distolgano l’attenzione dall’alimentazione”. Kelly Brownell, decano della facoltà di Public Policy presso la Duke University, ha detto che Coca-Cola “come suo business, si focalizzata sul premere perché entrino un sacco di calorie, ma come filantropo si focalizza sulle calorie che escono fuori con l’esercizio”. L’inchiesta era molto ben documentata, le prove inoppugnabili. Tant’è vero che il CEO della ditta, Muhtar Kent, non ha potuto far altro che ammettere che era vero e promettere trasparenza. Pochi giorni dopo Coca Cola ha pubblicato la lista di tutte le persone e istituzioni che avevano ricevuto soldi per partecipare al programma di “ricerca”: si tratta di centinaia di piccoli e grandi finanziamenti. L’American Academy of Pediatrics, per esempio, aveva ricevuto 3 milioni di dollari. Alcuni dei beneficiari hanno semplicemente ammesso (che altro potevano fare?); altri hanno tentato di giustificarsi; pochi hanno deciso di restituire i soldi (l’Università del Colorado ha restituito un milione, per esempio). Il capo del dipartimento di ricerca della Coca Cola, che aveva orchestrato il programma, si è dimesso, o è stato costretto a dimettersi. Il Global Energy Balance Network è stato smantellato. Tutto è bene quello che finisce bene? In parte sì. Ma quanti danni sono stati fatti in quei 5 anni e quanto tempo (e denaro) ci vorrà per rimediarvi? E siamo sicuri che gli strateghi delle pubbliche relazioni della Coca Cola non se ne inventino di nuove, e magari di più sofisticate, per raggiungere gli stessi obiettivi? E, la butto lì, cosa succede negli altri paesi, l’Italia per esempio, dove non c’è un New York Times?». 1.O’Connor A. Coca-Cola Funds Scientists Who Shift Blame for Obesity Away From Bad Diets. New York Times, 9 August 2015

Si ringraziano il dottor Adriano Cattaneo e i No Grazie Pago Io

Fonte: ilcambiamento.it

Coca Cola, distributori automatici di felicità?

Ci sono ragioni per credere in un mondo migliore! Ma…secondo voi, dovrebbe essere quello in cui non manca la Coca Cola? “Loro” vorrebbero che fosse così. E noi? Vogliamo permettere che una campagna pubblicitaria ci catturi l’anima e la leghi a un prodotto?coca_cola_hugme

Con il sistema della candid camera (ormai molto noto al consumatore) sono stati realizzati diversi spot della Coca Cola. A dimostrare come la nota bibita sia famosa in tutto il mondo e non conosca ormai confini, gli spot sono girati in Brasile, Turchia, Gran Bretagna, Svezia e altri paesi ancora. Ma vediamo le conseguenze palesi e… quelle più sottili. Un distributore automatico distribuisce felicità. Il titolo del video è proprio “happiness vending machine” e dopo che il consumatore di turno ha inserito la moneta per prendere una lattina, il distributore continua a regalare bottigliette a ripetizione scatenando sempre le stesse reazioni, in ogni paese e in ogni contesto: sorpresa prima, ilarità, divertimento, sorrisi, risate poi. Insomma voglia di condividere quell’esperienza con gli altri che assistono alla scena. La distribuzione non si limita alle bottigliette di Coca Cola ma prevede anche altri oggetti, gadget, peluche, panini e dolci. Ogni volta una sorpresa diversa. Tra i titoli di testa e di coda del video appaiono: “abbiamo voluto condividere un po’ di felicità” o ” dove colpirà ancora la felicità?”. E così, nella stessa serie e con le stesse modalità, abbiamo la macchina distributrice di abbracci, la macchina dell’amicizia, la macchina dell’amore. La gente che passa non sembra tanto stupita, sta al gioco: se la macchina dice “hug me” chi passa non ci pensa due volte ad abbracciarla. E così per la macchina dell’amicizia, che serve per fare gruppo con chi è vicino e farsi nuovi amici, proprio grazie all’opportunità offerta da questa iniziativa. Come si può vedere dai video, sembra un bel gioco, è divertente, ci si guadagna un bel po’ di coca da bere (quei 250 ml di felicità gratis) e non ci si fa caso più di tanto. Ormai siamo abituati a vedere di tutto. E vedere un distributore automatico di abbracci e felicità non ci sconvolge più di tanto. Tutto si può comprare: felicità, abbracci, sorrisi, amicizia, amore. O, meglio, si può comprare quell’illusione o riuscire ad averne un po’ gratis. Si tratta di pubblicità davvero emozionanti, ben fatte, ben sceneggiate, ben ideate e realizzate. Non c’è solo la serie dei distributori automatici di emozioni ma anche le storie sulla famiglia, sul primo bacio, il primo appuntamento, il rapporto con i figli… Ve ne segnalo alcune qui di seguito:

ARGENTINA

IN UNA SCUOLA

IN UN CAMPUS

Eppure, quanto più la pubblicità è bella o “ben fatta”, tanto più è responsabile, per non dire colpevole. Quanto più sa farci emozionare (e ci riesce: alcuni video sono davvero belli e pensato per farci rivivere le emozioni e i sentimenti più profondi e intimi), tanto più è aggressiva e ci inganna. Non dovrebbe essere permesso associare un prodotto commerciale alle nostre emozioni più personali, non dovrebbe essere ammesso superare il limite oltre il quale siamo vulnerabili, inconsapevoli, indifesi, ignari perché la nostra attenzione è totale e la nostra emozione è coinvolgente al punto da non farci rendere conto di cosa sta succedendo. Quanto più una pubblicità è bella tanto meno è innocente. E a maggior ragione se si tratta di prodotti dannosi per la nostra salute e per la salute dell’ambiente. Ma di questo ci dimentichiamo facilmente o sottovalutiamo la cosa. Meglio ancora, spesso non conosciamo affatto cosa ci sia dietro certe aziende e quali siano i numeri e le caratteristiche reali di quei prodotti: quanto costi produrli, cosa contengano, quali devastazioni ci siano dietro di sistemi ambientali e di esseri viventi. Si tratta di una felicità e di un’emozione a buon mercato, facile da trovare, da provare, effimera e superficiale. Ma in un mondo di persone infelici, depresse e insoddisfatte questo linguaggio è pronto per essere ascoltato. In questa pubblicità “la macchina dell’amicizia”, in Brasile, vengono riportate alcune cifre sui risultati prodotti da quell’iniziativa spot. Sono i seguenti:

-7 paesi coinvolti

-800 bottiglie di Coca Cola vendute in 9 ore per distributore

-un incremento del 1075% nella vendita di Coca Cola (rispetto a un normale distributore automatico)

-migliaia di commenti su blog e social network in tutto il mondo

-La notizia rilanciata su migliaia di giornali (con conseguente altra pubblicità)

Ma il risultato più importante, aggiunge lo spot, è che ti sei fatto dei nuovi amici!

Insomma, Coca Cola lo sa che la cosa più importante è che tu ti sia fatto dei nuovi amici. E’ proprio quell’autentica emozione che le interessa. Ci tiene sul serio. Perché è all’emozione genuina che l’azienda potrà associare il suo prodotto. Che sia l’euforia dell’amore, il sorriso e il calore dell’abbraccio, la sensazione di condivisione dell’amicizia, il ricordo del primo bacio, la tenerezza della ninna insieme al nostro bambino appena nato… non importa. Basta che la nostra emozione sia umana, vera, autentica, pulita, profonda. Ed è sufficiente perché la associamo, quella volta e per sempre affezionati, al prodotto da acquistare. Che lo si voglia oppure no, che se ne sia consapevoli oppure no. Hai voglia di far ragionare le emozioni, il cuore, la memoria, le sensazioni. Non c’è verso. Neppure davanti all’evidenza. A una mia conoscente fedele bevitrice di questa bibita e mentre suo figlio ne beveva una lattina, facevo notare gli effetti sui bambini, le sostanze che contiene, la devastazione in alcune zone del pianeta conseguenti alla sua produzione. La sua risposta: ma io la bevo da quando ero bambina e sono qui. E poi – ha aggiunto con un sorriso di felicità a quel ricordo – è talmente buona!

QUI la protesta contro Coca Cola in Colombia

QUI Boycott Coca Cola

Fonte: ilcambiamento.it

L’India tassa il consumo di Coca Cola per tutelare la salute pubblica

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Che bere Coca Cola faccia male alla salute, esperti e scienziati lo affermano ogni giorno, accendendo aspri dibattiti tra i sostenitori e gli oppositori di uno dei più grandi colossi del mercato alimentare. Ma c’è chi ha fatto qualcosa in più che mettere semplicemente in guardia i consumatori.  Il governo del Partito del Popolo Indiano (BJP) ha infatti deciso di creare una nuova imposta sulla bevanda gassata tra le più consumate nel mondo, per scoraggiarne l’acquisto. La decisione di creare una nuova imposta del 5% sulla Coca Cola è contenuta nella legge finanziaria 2014-2015. La motivazione che ha portato a questa decisione, fanno sapere i politici del neo governo indiano di Narendra Modi, è semplicissima ed è che questa bevanda fa male alla salute. La tassazione, effettuata come misura volta a tutelare la salute pubblica, è stata accompagnata da un rincaro di altri prodotti nocivi, come le sigarette, il tabacco e il “pan masala”, una miscela di spezie da masticare. L’urgenza di prendere provvedimenti per bloccare il consumo di coca cola sembra essersi presentata anche a fronte della costante crescita delle vendite del prodotto. Nei mercati nuovi ed emergenti dell’Asia, come quello cinese, la Coca Cola registra un aumento di vendite di nove punti percentuali all’anno, mentre in quello indiano la crescita delle vendite si attesta al 10% annuo. Naturalmente, c’è anche chi ha commentato il provvedimento con un certo scetticismo, affermando che un semplice rincaro non scoraggerà il consumo delle bibite gassate, soprattutto visto che continuano a essere pubblicizzate dalle star di Bollywood. L’annunciato rincaro ha incontrato il favore dei medici, sempre più preoccupati per l’aumento di casi di diabete e obesità, soprattutto nei bambini. Contrari, ovviamente, i produttori che saranno costretti ad aumentare i prezzi. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidianogli affari per la Coca Cola in India, nonostante la crescita del consumo, non stanno andando bene. Lo stabilimento di Varanasi, ad esempio, ha dovuto temporaneamente chiudere a causa dell’assenza di un permesso che avrebbe dovuto autorizzare l’uso delle falde acquifere della città. L’azienda avrebbe investito 5 miliardi di dollari sul territorio per aumentare i guadagni e adesso rischia di vedere i suoi progetti di ampliamento andare in fumo. Nonostante le ripetute azioni di  Greenwashing adottate dall’azienda in questi ultimi anni, non ultima la Coca-Cola life dolcificata con la stevia, sembra proprio che questo colosso stia iniziando a perdere presa sui consumatori. Almeno su quelli più attenti.

Un’azione simile a quella dell’India, e sicuramente più drastica, è stata proposta ad esempio due anni fa dalla Bolivia. Il governo di allora, infatti, decise di bandire dal Paese il prodotto fissando una dead line al 21 dicembre 2012.
La decisione fu presa perché, secondo quanto affermato dall’allora ministro degli esteri, David Choquehuanca: “il contenuto della Coca Cola ha sostanze che pregiudicano la salute e che potrebbero provocare attacchi cardiaci e tumori. Si tratta di una decisione di salute ma anche di cultura”.

Non solo, in Bolivia, la multinazionale è stata più volte attaccata anche per i modus operandi utilizzati nei processi di produzione. In questa sede abbiamo più volte parlato dei rischi di bere bevande gassate. In particolare, abbiamo visto cosa questi prodotti provocano nel nostro organismo minuto per minuto e come riescano ad arrecare ai nostri denti gli stessi danni creati da cocaina e metanfetamine.

(Foto: Thomàs)

Fonte: ambientebio.it/