Retake Torino: i cittadini si attivano per il decoro urbano

Retake Torino è un movimento di cittadini apartitico e no-profit, fondato a Torino ed attivo nella lotta contro il degrado urbano che si esplicita nell’azione collettiva a favore della valorizzazione e della tutela dei beni pubblici, realizzata attraverso azioni di sensibilizzazione, pulizia e ripristino del patrimonio cittadino. L’iniziativa, lanciata nell’ottobre 2014, fa parte del più ampio movimento di rilevanza nazionale dal nome Retake Italia. Retake Torino è un’iniziativa spontanea che nasce in città con la forte ambizione di dare vita ad un’azione concreta per trasformare gli spazi in cui viviamo e renderli più funzionali, puliti e belli da vivere.  Retake Torino è il punto di partenza di un insieme di esperienze e di un’unione di persone di diverse età che si mettono in gioco, intraprendendo un’azione collettiva e partecipata che guarda verso un obiettivo comune. Il fine è infatti quello di mettere in atto iniziative localizzate nei diversi quartieri della città per promuovere il decoro urbano tramite azioni mirate quali la ritinteggiatura delle panchine, l’eliminazione dei rifiuti abbandonati, la pulizia delle aree gioco nei parchi pubblici e dei muri e serrande nelle vie della città.retake-torino-cittadini-si-attivano-per-decoro-urbano-1528445782

In particolare, il movimento promuove l’arte di strada, scoraggiando la realizzazione di graffiti abusivi e l’affissione di poster che in molti casi depauperano i muri della città, favorendo invece l’arte legale, secondo l’ottica per cui “l’arte è considerata la medicina per il degrado”. Nasce quindi il cosiddetto il ruolo del “Retaker”, ovvero un “qualunque cittadino che ambisce a vivere in una città in cui regni legalità, rispetto delle regole, senso di comunità e che attivamente si dedica a favorire il recupero degli spazi e dei beni pubblici”.  L’iniziativa fa parte del più ampio movimento di rilevanza nazionale Retake Italia, a cui ad oggi ha aderito un totale di 35 città, tra cui Firenze, Napoli, Palermo, Brescia e Roma, in cui il movimento è nato nell’anno 2009 e che attualmente conta più di 80 gruppi di quartiere.retake-torino-cittadini-si-attivano-per-decoro-urbano-1528445877

I quattro pilastri su cui si fonda il movimento nel complesso sono: migliorare la qualità della vita tramite azioni volte alla riduzione del degrado, favorendo la crescita del senso civico dei cittadini e dei turisti nel rispetto dell’ordinamento e delle norme di legge in un percorso di collaborazione tra cittadini, Comune, Sovrintendenza, Forze dell’ordine e istituzioni varie; accrescere una cultura solidaristica e di cittadinanza attiva, secondo il concetto della sussidiarietà (art. 118 della Costituzione italiana); sostenere la legittima espressione artistica sotto forma di Street Art, incoraggiando artisti di talento a promuovere la propria arte in luoghi pubblici e privati, previa autorizzazione; favorire l’integrazione sociale in zone urbane periferiche per la diffusione di un maggiore orgoglio e senso civico. Il movimento è auto-finanziato mediante acquisti di materiali effettuati direttamente dai partecipanti in maniera etica e trasparente e punta a dare vita a circuiti virtuosi di volontariato e attività di team building. Nella città di Torino sono state condotte numerose iniziative in diversi quartieri. Ne è esempio l’azione collettiva effettuata nel parco pubblico di Piazza Peyron, in cui sono state ritinteggiate le panchine e pulita l’area giochi, così come in via Salbertrand, nella quale sono state rimosse le scritte sui muri ed è stato riqualificato il parco.retake-torino-cittadini-si-attivano-per-decoro-urbano-1528445843

I partecipanti al movimento torinese hanno inoltre contribuito ai progetti di riqualificazione urbana condotti dal Comitato spontaneo “Rilanciamo via Sacchi” e “Rilanciamo i Portici di via Nizza”, finalizzati alla pulizia collettiva dei portici quali elemento identitario del quartiere, stimolando i residenti della zona ed i cittadini ad intraprendere azioni per il loro miglioramento. Il movimento si sta inoltre espandendo sul nostro territorio, come ne è esempio il gruppo di Retake Collegno che ha intrapreso diverse iniziative a cui hanno partecipato con entusiasmo i cittadini più giovani. Entrare a far parte di Retake è un’occasione per noi tutti di sentirci partecipi alla vita della città in cui viviamo, attivandoci in prima persona per valorizzare, dare un contributo e dignità agli spazi che ci circondano. Obiettivo dell’azione condotta è proprio quella di aumentare la consapevolezza ed il senso di responsabilità dei cittadini nel vivere e condividere il luogo che abitano, favorendo una cultura basata sull’attenzione, il rispetto reciproco ed il senso di comunità.

Foto tratte dalla pagina Facebook di Retake Torino

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/retake-torino-cittadini-si-attivano-per-decoro-urbano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Smog, deferimento Corte Ue: ‘La Commissione protegge i cittadini dall’inquinamento atmosferico’

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Bruxelles: “La decisione di deferire degli Stati membri alla Corte di giustizia dell’UE è stata adottata in nome degli europei. Gli Stati membri deferiti oggi alla Corte hanno ricevuto nell’ultimo decennio un numero sufficiente di ‘ultime possibilità’ per migliorare la situazione”

“La Commissione difende il diritto degli europei a respirare aria pulita. La Commissione offre agli attori nazionali, regionali e locali assistenza pratica per migliorare la qualità dell’aria in Europa e interviene più energicamente nei confronti di 7 Stati membri che hanno violato le norme dell’UE in materia di inquinamento atmosferico e di omologazione delle autovetture”. Queste le parole che arrivano da Bruxelles dopo il deferimento dell’Italia e di altri sei paesi alla Corte di Giustizia Europea per non aver ancora adottato misure antismog efficaci, nonostante i continui e richiami e avvertimenti arrivati per anni.

Karmenu Vella, commissario per l’Ambiente, ha dichiarato: “La decisione di deferire degli Stati membri alla Corte di giustizia dell’UE è stata adottata in nome degli europei. Abbiamo detto che questa è una Commissione che protegge. La nostra decisione dà seguito a questa affermazione. Gli Stati membri deferiti oggi alla Corte hanno ricevuto nell’ultimo decennio un numero sufficiente di ‘ultime possibilità’ per migliorare la situazione. Sono convinto che la decisione di oggi porterà a miglioramenti per i cittadini in tempi molto più rapidi. Ma l’azione legale non risolverà di per sé il problema. È questo il motivo per cui stiamo definendo l’aiuto pratico con cui la Commissione può agevolare gli sforzi delle autorità nazionali volti a promuovere un’aria più pulita per le città e le metropoli europee”.

Elżbieta Bieńkowska, commissaria per il Mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le PMI, ha dichiarato: “Avremo successo nella lotta all’inquinamento atmosferico urbano solo se il settore automobilistico farà la sua parte. I veicoli a emissioni zero sono il futuro. Nel frattempo, rispettare la normativa sulle emissioni è un dovere. I costruttori che continuano a violare la legge dovranno sopportare le conseguenze del loro comportamento illecito”.

In una comunicazione intitolata “Un’Europa che protegge: aria pulita per tutti”, adottata oggi (ieri, giovedì 17 maggio), la Commissione illustra le misure disponibili per aiutare gli Stati membri a contrastare l’inquinamento atmosferico. La Commissione, inoltre, sottolinea la necessità di intensificare la cooperazione con gli Stati membri avviando nuovi “dialoghi sull’aria pulita” con le autorità competenti e utilizzando i finanziamenti dell’UE per sostenere le misure volte a migliorare la qualità dell’aria.

Misure di lotta contro l’inquinamento atmosferico

Le misure proposte oggi dalla Commissione si fondano su tre pilastri principali: norme sulla qualità dell’aria; obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni; e norme in materia di emissioni per le principali fonti di inquinamento, ad esempio per le emissioni degli autoveicoli e delle navi e quelle del settore energitico e dell’industria. Per contrastare le emissioni di inquinanti atmosferici generate dal traffico la Commissione rafforzerà ulteriormente la propria collaborazione con le autorità nazionali, regionali e locali per giungere a un approccio comune integrato alla regolamentazione dell’accesso degli autoveicoli alle aree urbane, nel quadro dell’agenda urbana per l’UE. Inoltre, la Commissione ha condotto un’ampia riforma, in modo da garantire che le emissioni di inquinanti atmosferici dei veicoli siano misurate in condizioni reali di guida, (si vedano le FAQ).

Migliorare il rispetto della normativa

 6 Stati membri deferiti alla Corte

La Commissione sta adottando misure per affrontare i gravi e persistenti superamenti dei valori limite per le due principali sostanze inquinanti che incidono sulla salute: il biossido di azoto, per lo più causato del traffico stradale e dall’industria, e il particolato, che è presente soprattutto nelle emissioni dell’industria, del riscaldamento domestico, del traffico e dell’agricoltura. La Commissione ha deciso di deferire Francia, Germania e Regno Unito alla Corte di giustizia dell’UE per il mancato rispetto dei valori limite per il biossido di azoto (NO2), e per aver omesso di prendere le misure appropriate per ridurre al minimo i periodi di superamento. UngheriaItalia eRomania sono state deferite alla Corte di giustizia per via dei livelli costantemente elevati di particolato (PM10). I limiti stabiliti dalla legislazione dell’UE sulla qualità dell’aria ambiente (direttiva 2008/50/CE) dovevano essere raggiunti rispettivamente nel 2010 e nel 2005. Questa iniziativa fa seguito a un vertice ministeriale sulla qualità dell’aria, convocato dal Commissario Vella il 30 gennaio 2018, come ultimo sforzo per trovare soluzioni atte a contrastare il grave problema dell’inquinamento atmosferico in nove Stati membri. I 6 Stati membri in questione non hanno presentato misure credibili, efficaci e tempestive per ridurre l’inquinamento entro i limiti concordati e quanto prima possibile, come richiesto dalla normativa dell’UE. La Commissione ha pertanto deciso di procedere con un’azione legale. Per quanto riguarda la Repubblica ceca, la Slovacchia e la Spagna, le misure in corso di attuazione o previste, come comunicato alla Commissione a seguito del vertice ministeriale sulla qualità dell’aria, sembrano essere in grado di affrontare in modo adeguato le carenze individuate, se correttamente attuate. Per questo motivo la Commissione continuerà a monitorare da vicino l’attuazione di tali misure, nonché la loro efficacia nel porre rimedio alla situazione il più presto possibile.

 Le procedure di infrazione proseguono per 4 Stati membri

La Commissione sta prendendo ulteriori iniziative nell’ambito delle procedure di infrazione contro 4 Stati membri per aver violato le norme dell’UE in materia di omologazione dei veicoli a motore. La Commissione ha deciso in data odierna di inviare ulteriori lettere di costituzione in mora a Germania, Italia, Lussemburgo e Regno Unito. La legislazione dell’UE in materia di omologazione impone agli Stati membri di disporre di sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive per scoraggiare i fabbricanti di automobili dal violare la legge. Laddove si verifichi una tale violazione, ad esempio tramite il ricorso ad impianti di manipolazione per ridurre l’efficacia dei sistemi di controllo delle emissioni, occorre mettere in atto misure correttive, quali i richiami, e applicare sanzioni (articoli 30 e 46 della direttiva 2007/46 e l’articolo 13 del regolamento n. 715/2007). La Commissione ha aperto una procedura di infrazione contro Germania, Lussemburgo e Regno Unito nel dicembre 2016 relativa al gruppo Volkswagen e ha inviato lettere complementari di costituzione in mora nel luglio 2017 richiedendo ulteriori chiarimenti. Oggi la Commissione ha inviato altre lettere di costituzione in mora per chiedere maggiori informazioni sulle inchieste e i procedimenti giudiziari nazionali relativi a tali infrazioni. Inoltre, in seguito alla scoperta di nuovi casi di irregolarità nella gestione dei motori in diversi veicoli diesel (veicoli Porsche Caienna, Volkswagen Touareg e Audi A6 e A7), la Commissione chiede alla Germania e al Lussemburgo, in quanto autorità di omologazione competenti, quali misure correttive e sanzioni siano previste. La Commissione chiede inoltre chiarimenti al Regno Unito sulla legislazione nazionale prevista. Nel maggio 2017 la Commissione ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per il mancato adempimento degli obblighi derivanti dalla normativa dell’UE in materia di omologazione dei veicoli da parte di Fiat Chrysler Automobiles. Nel frattempo, l’Italia ha adottato misure correttive ordinando al gruppo Fiat Chrysler Automobiles di effettuare un richiamo obbligatorio nell’Unione europea. Oggi, nel quadro dell’attuale scambio, la Commissione richiede informazioni supplementari sulle concrete misure correttive adottate e le sanzioni applicate.Un’ulteriore lettera di costituzione in mora costituisce una richiesta di informazioni ufficiale. Gli Stati membri dispongono ora di due mesi di tempo per replicare alle argomentazioni addotte dalla Commissione; in caso contrario, la Commissione potrà decidere di inviare un parere motivato.

Informazioni generali

Nell’Unione europea, la qualità dell’aria è generalmente migliorata negli ultimi decenni, spesso grazie agli sforzi comuni dell’UE e delle autorità nazionali, regionali e locali. Tuttavia, la qualità della vita di molti cittadini dell’UE continua ad essere messa a repentaglio in modo inaccettabile. L’inquinamento atmosferico provoca direttamente malattie gravi e croniche come asma, problemi cardiovascolari e cancro ai polmoni.

I deferimenti odierni riguardano i superamenti delle norme sulla qualità dell’aria:

 Biossido di azoto (NO2):

  • Germania – in 26 zone di qualità dell’aria, tra cui Berlino, Amburgo, Monaco e Colonia; le concentrazioni annue riferite nel 2016 raggiungevano gli 82µg/m3 rispetto a un valore limite di 40 µg/m3 (a Stoccarda).
  • Francia – in 12 zone di qualità dell’aria, tra cui Parigi, Marsiglia e Lione; le concentrazioni annue riferite nel 2016 raggiungevano i 96 µg/m3 (a Parigi).
  • Regno Unito – in 16 zone di qualità dell’aria, tra cui Londra, Birmingham, Leeds e Glasgow; le concentrazioni annue riferite nel 2016 raggiungevano i 102 µg/m3 (a Londra).

In totale, vi sono 13 casi d’infrazione in corso nei confronti degli Stati membri (Austria, Belgio, Repubblica ceca, Germania, Danimarca, Francia, Spagna, Ungheria, Italia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo e Regno Unito).

Con la decisione di oggi Germania, Francia e Regno Unito sono i primi a essere deferiti alla Corte; tutti e tre i casi fanno seguito ai pareri motivaticomunicati nel febbraio 2017.

 Particolato (PM10):

  • Italia – in 28 zone di qualità dell’aria, comprese le regioni Lazio, Lombardia, Piemonte e Veneto, i valori limite giornalieri sono stati costantemente superati, arrivando nel 2016 fino a 89 giorni.
  • Ungheria – in 3 zone di qualità dell’aria, Budapest, Pecs e valle del Sajó, i valori limite giornalieri sono stati costantemente superati, arrivando nel 2016 fino a 76 giorni.
  • Romania – nell’agglomerato di Bucarest, i valori limite giornalieri sono stati costantemente superati da quando il diritto dell’Unione europea è divenuto applicabile alla Romania, e nel 2016 per 38 giorni.

In totale, vi sono 16 casi d’infrazione in corso nei confronti degli Stati membri (Belgio, Bulgaria, Repubblica ceca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Portogallo, Polonia, Romania, Svezia, Slovacchia e Slovenia). La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ritenuto la Bulgaria e la Polonia colpevoli di violazioni della legislazione dell’UE, rispettivamente il 5 aprile 2017 e il 22 febbraio 2018. La decisione odierna fa seguito a un parere motivato inviato all’Italia nell’aprile 2017, a un parere motivato supplementare inviato alla Romania nel settembre 2014, e a un ulteriore parere motivato inviato all’Ungheria nel marzo 2014. In tutti i casi di superamento dei valori limite stabiliti dalla normativa dell’UE sulla qualità dell’aria ambiente (direttiva 2008/50/CE), gli Stati membri sono tenuti ad adottare piani per la qualità dell’aria e a garantire che tali piani stabiliscano misure appropriate affinché il periodo di superamento sia il più breve possibile. In linea con il principio di sussidiarietà, la normativa dell’UE lascia agli Stati membri la scelta dei mezzi da utilizzare per il rispetto dei valori limite.

Fonte: ecodallecitta.it

Instabile Portazza, il luogo abbandonato auto-ristrutturato dai cittadini

A Bologna c’è Instabile Portazza, uno spazio sociale nato grazie alla riqualificazione da parte dei cittadini di un vecchio palazzo pubblico abbandonato e degradato. In maniera condivisa e partecipata, gli abitanti della zona si sono auto-organizzati e hanno aperto un dialogo con le istituzioni, rimboccandosi le maniche e provvedendo loro stessi alla ristrutturazione e all’organizzazione di attività per la comunità. Dalla periferia di Bologna arriva una bellissima storia di riappropriazione di spazi abbandonati, di auto-organizzazione, di cittadini che di fronte al degrado e alla mancanza di spazi sociali non rimangono con le mani in mani aspettando un intervento dall’alto, ma si rimboccano le maniche e agiscono. È la storia di Instabile Portazza, che fino a pochi anni fa era un inquietante palazzone abbandonato dalla cattiva gestione pubblica, maltrattato dal tempo e dagli atti vandalici, avvolto in un fitto strato di vegetazione spontanea, desolatamente vuoto e inutile.

Proprio lì incontriamo Jacopo e Luca, due ragazzi che fanno parte del gruppo di cittadini che hanno deciso di ridare vita a questo ammasso di cemento e farlo diventare un bene a disposizione della comunità, bisognosa di spazi e luoghi di socialità.

«Nel 2014, grazie alla social street di zona – racconta Jacopo –, abbiamo iniziato a chiederci cosa fare. Abbiamo fatto delle ricerche scoprendo la sua storia e abbiamo capito che l’interesse di tutti era entrarci e trasformarlo in uno spazio per la comunità».

Sin da subito il progetto è partecipato e condiviso. I primi incontri con i residenti hanno lo scopo di capire quali sono le loro esigenze e cosa vorrebbero per la zona in cui vivono. Ciò che manca in questo “quartiere dormitorio” sono gli spazi sociali dove ritrovarsi, le attività da condividere, i servizi e le occasioni per coltivare le relazioni umane.instabile-portazza-1

«Abbiamo raccolto le idee ed elaborato un progetto parlando con gli interlocutori – ACER e Comune di Bologna – e siamo partiti». La prima mossa era ristrutturarlo, renderlo di nuovo vivibile. Ma come fare senza soldi e senza attrezzature? Semplice: con la condivisione!

«Ci siamo chiesti: “Quali sono le nostre competenze? Cosa siamo disposti a imparare?”. Quindi ci siamo affidati alla condivisione dei saperi: due domeniche al mese ci siamo ritrovati all’in-cantiere e ciascuno trasmetteva agli altri le proprie competenze, spiegava cosa fare e come farlo e imparava ciò che non sapeva».

Tutti insieme, i cittadini della zona si sono messi in gioco, hanno dedicato tempo e sudore al progetto e hanno creato un contenitore. Dopodiché è partita la seconda fase: riempirlo! Questo è stato possibile grazie al nutrito gruppo di associazioni che partecipano all’iniziativa, come Promuovo, Architetti di strada, Leila, Camelot, Metropolis. «Da soli – ammette Jacopo – non andremmo da nessuna parte».instabile-portazza-4

Dopo quasi quattro anni la trasformazione non è ancora completa, ma questo non-luogo è tornato a vivere. È davvero entusiasmante vedere che là dove prima c’erano polvere, rifiuti e calcinacci oggi si svolgono concerti, corsi di auto-costruzione, cineforum, repair cafè, lezioni di musica e tante altre attività. Giovani e anziani si ritrovano e stanno insieme, riappropriandosi degli spazi comuni. Centinaia di cittadini e decine di associazioni hanno dimostrato che far rinascere e riqualificare il territorio è possibile: dal basso, in maniera condivisa e partecipata, senza tanti soldi, ma con consapevolezza e voglia di fare!

 

Intervista: Francesco Bevilacqua e Daniela Bartolini
Riprese: Daniela Bartolini
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-208-instabile-portazza-abbandonato-auto-ristrutturato-dai-cittadini/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

I cittadini “misurano” quanto i parchi urbani fanno bene alle città

Un’associazione romana, insieme ai cittadini, sta studiando l’ecosistema di un parco urbano per capire e “misurare” l’impatto positivo che ha sulla salute della popolazione e dell’ambiente. Un modello che potrebbe essere riprodotto anche altrove e che può darci l’esatta dimensione di quanto sono indispensabili i parchi nelle città.9758-10536

Il Parco Regionale Urbano di Aguzzano, con una superficie di circa 60 ettari, si trova nella periferia nord est di Roma, compreso tra i quartieri di Rebibbia, Casal de’ Pazzi, S. Basilio e Podere Rosa, tra le vie Tiburtina e Nomentana. L’Associazione Casale Podere Rosa è impegnata da alcuni mesi in un’indagine conoscitiva del parco, per studiare i “servizi ecosistemici” che l’area verde rende alla cittadinanza. Si tratta di un progetto di ricerca scientifica svolto insieme a un gruppo di dieci cittadini volontari del quartiere opportunamente formati e coordinati dall’associazione ed è, pertanto, una tipica attività di “citizen science” svolta in un’area – il parco di Aguzzano – molto amata dalla cittadinanza.

Quante tonnellate annue di inquinanti atmosferici la copertura vegetale del parco riesce a trattenere? Quante affezioni respiratorie e malattie letali il nostro parco ci evita ogni anno? Quante spese sanitarie ci fa risparmiare? Lo studio che l’Associazione Casale Podere Rosa sta svolgendo, aiuterà a capirlo.

Incontriamo Stefano Petrella, coordinatore scientifico del progetto

Come si svolge la vostra ricerca?

Abbiamo suddiviso la superficie del parco di Aguzzano in due sottozone: una zona prevalentemente alberata e una prevalentemente occupata da prato e piccole coltivazioni e in queste zone abbiamo stabilito in maniera random 119 aree di campionamento della vegetazione, ciascuna di circa 300 mq. Per svolgere questa parte preliminare abbiamo utilizzato un software GIS open source, gratuito e disponibile per tutti (QGIS). Nelle aree individuate abbiamo effettuato il censimento di tutti gli alberi e arbusti presenti. Per gli alberi in particolare abbiamo registrato la specie e misurato con una procedura standard l’altezza, la circonferenza del tronco, l’area di insidenza (ampiezza della proiezione a terra della chioma), le coordinate geografiche di ciascun albero all’interno dell’area di campionamento e il loro stato di salute. Tutti questi dati una volta ultimate le analisi forniranno i principali parametri per definire la struttura dell’ecosistema, l’indice di superficie fogliare (LAI – Leaf Area Index) e tutte le altre variabili necessarie a caratterizzare i servizi ecosistemici resi dalla foresta urbana di Aguzzano. I valori delle concentrazioni degli inquinanti atmosferici sono stati acquisiti tramite le stazioni di monitoraggio di ARPA Lazio mentre i valori delle precipitazioni sono stati acquisiti tramite ARSIAL. Le analisi vengono effettuate tramite il software ad accesso libero i-Tree Eco che utilizza il modello matematico UFORE (Urban Forest Effects) sviluppato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

L’obiettivo della ricerca è quello di valutare l’importanza del parco nella riduzione dell’inquinamento atmosferico locale e fornire un indice di rimozione di O3, PM2,5, CO, NO2 e SO2 da parte delle diverse tipologie di piante (conifere, latifoglie sempreverdi e latifoglie decidue). Intendiamo inoltre produrre una stima, almeno orientativa, del valore economico di questi servizi ecosistemici. In definitiva intendiamo dimostrare che un’importante forma di valorizzazione del territorio consiste nella tutela e gestione dei parchi e delle foreste urbane, perché questo produce benefici di lunga durata per l’intera comunità.

Qual è la situazione attuale nelle nostre città? E con quali conseguenze sulla salute e sull’ambiente?

Attualmente la metà della popolazione mondiale vive nelle metropoli e nelle città mediograndi. L’ONU stima che entro il 2050 oltre 6 miliardi di persone saranno concentrate nelle megalopoli del mondo e ciò genererà problemi di gestione, riduzione dei servizi, abbassamento della qualità della vita, tensioni sociali e gravi emergenze ambientali. Ma già oggi l’inquinamento atmosferico nelle grandi città è un killer silenzioso. L’OMS ha valutato che nel 2012 le polveri sottili e ultrasottili generate dai riscaldamenti domestici e dal traffico veicolare e l’ozono troposferico (quello col quale entriamo in contatto) hanno causato almeno sette milioni di decessi nel mondo – soprattutto bambini e anziani – scatenando malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori. La copertura vegetale è in grado di rimuovere grandi quantità di inquinanti atmosferici e di polveri sottili e di migliorare sensibilmente la qualità dell’aria e la salute dei cittadini.

Che cosa sono le foreste urbane?

La FAO definisce “urban forest” l’insieme delle aree verdi urbane e peri-urbane, comprese le aree boscate di parchi, giardini e ville storiche, le alberature stradali, il verde condominiale, alberi e cespugli delle superfici abbandonate in via di ri-naturalizzazione. Le foreste urbane costituiscono le infrastrutture verdi che collegano le città con le campagne circostanti e rivestono pertanto l’importante ruolo di corridoi ecologici.

Che cosa sono i servizi ecosistemici? Quali sono i loro effetti sulla città, sulle persone e gli animali?

Gli “Ecosystem Services”  sono i benefici che gli ecosistemi naturali e seminaturali rendono alle comunità locali. I servizi ecosistemici associati alle foreste urbane – a patto che queste siano manutenute e ben gestite – sono numerosi. Oltre alle funzioni di tipo sociale e ricreativo, meno note ma altrettanto importanti sono la mitigazione dell’effetto “isola di calore” delle grandi città, l’isolamento termico a beneficio degli edifici prossimi alle aree verdi con conseguente riduzione delle spese di riscaldamento e raffrescamento, l’isolamento acustico, l’assorbimento delle acque meteoriche e la decongestione delle reti fognarie, la fitodepurazione delle acque superficiali, l’effetto barriera contro gli eventi atmosferici anomali, la protezione del suolo dai fenomeni di inaridimento ed erosione, la conservazione della biodiversità animale e vegetale e l’abbattimento dei principali inquinanti atmosferici, quali ozono, monossido di carbonio, polveri sottili, biossido di azoto e biossido di zolfo.

Come avviene la riduzione dell’inquinamento atmosferico da parte delle foreste urbane?

Le foglie interagiscono con gli inquinanti atmosferici in tre modi principali: fase solida (gli inquinanti penetrano attraverso gli stomi delle foglie e reagiscono con i tessuti fogliari); fase gassosa (le piante emettono numerosi composti chimici organici volatili che reagiscono con gli inquinanti); fase liquida (gli inquinanti entrano in soluzione con pioggia, neve o rugiada e successivamente reagiscono con i componenti delle cellule vegetali). Tutti questi processi sono influenzati dalla specifica concentrazione degli inquinanti, dalla radiazione solare, dalla velocità del vento, dalla struttura e dalla composizione vegetale delle foreste urbane.

Perché avete deciso di attivarvi, cosa vi ha spinto?

La nostra associazione da più di venti anni svolge attività di tutela e valorizzazione del parco (il Casale Podere Rosa si trova proprio a poche centinaia di metri dal parco). Tra le altre cose abbiamo svolto numerose attività di didattica ambientale con le scuole del territorio, censimenti della fauna e della flora, abbiamo creato un grande orto urbano – l’Orto Giardino di Aguzzano – oggi autogestito dai cittadini, tutt’ora teniamo in vita un frutteto didattico di varietà frutticole del Lazio a rischio di erosione genetica e siamo pertanto inseriti nella Rete di Conservazione e Sicurezza istituita dall’ARSIAL. Inoltre in passato abbiamo dato vita al Centro di Cultura Ecologica, che aveva tra i suoi scopi l’approfondimento delle conoscenze sul parco e la diffusione della cultura ecologica, e alla Biblioteca “Fabrizio Giovenale”, biblioteca tematica ad indirizzo scientifico e ambientale che oggi prosegue la sua attività come Biblioteca Passepatout del Casale Podere Rosa.

Qual è la storia del parco e quali sono le sue condizioni?

Si tratta di un lembo di campagna romana divenuto parco nel 1989 dopo strenue battaglie dei cittadini. Attualmente fa parte delle aree protette gestite dall’ente regionale Roma Natura (in rete sono disponibili numerose informazioni sul parco, la sua origine e la sua storia). Risente, come molte altre aree protette della città, di una cronica assenza di interventi di gestione, manutenzione e sorveglianza e presenta pertanto i tipici problemi di incuria (vandalismi, incendi, microdiscariche abusive con presenza di amianto, ecc). Tuttavia nel corso dei nostri censimenti abbiamo potuto constatare anche aspetti decisamente positivi quali un’area di rinnovamento spontaneo di vegetazione ripariale in un settore scarsamente frequentato e interessanti presenze faunistiche.

Qual è il ruolo del parco nel territorio in cui si inserisce?

Dal punto di vista sociale il parco è vissuto come un grande polmone verde, essenziale per migliorare la qualità della vita in quartieri densamente popolati e congestionati. Il fatto di essere costituito principalmente da vaste aree aperte di prato (63% dell’intera superficie) lo rende facilmente fruibile in condizioni di sicurezza da tutte le tipologie di cittadini. La nostra ricerca dimostrerà che oltre alle funzioni ricreative ed estetiche (peraltro importantissime per la comunità residente), il parco produce anche servizi ecosistemici altrettanto importanti per il benessere psicofisico. Dal punto di vista ecologico il parco di Aguzzano contribuisce ad una sorta di corridoio biologico che collega la campagna romana della Marcigliana a nord, con la città, attraverso l’Aniene, il Tevere, Villa Ada, Villa Glori e Villa Borghese.

Chi ha elaborato i risultati e che cosa evidenziano?

Siamo ancora in fase di elaborazione e di questo ci occupiamo essenzialmente in due persone che hanno competenze scientifiche, un po’ più di tempo e hanno dedicato più ore all’apprendimento del software i-Tree. I primi dati, scorporati però da un’analisi di contesto più ampia, ci dicono che la vegetazione di Aguzzano rimuove ogni anno oltre 2 tonnellate di inquinanti atmosferici e produce oltre 163 tonnellate di ossigeno. Inoltre trattiene nei tessuti vegetali 1,2 tonnellate di carbonio e ne sequestra ogni anno circa 70. Anche le precipitazioni atmosferiche assorbite dalla superficie del parco che andranno a ricaricare la falda acquifera (invece di allagare le strade, caricarsi al suolo di inquinanti e finire in fogna) sono interessanti: si tratta di 3.700 m3 di acqua ogni anno.

Chi ha finanziato il progetto e quali sono i costi?

Il progetto è interamente ideato, autoprodotto e autofinanziato dall’Ass. Casale Podere Rosa. Questo, che per noi può essere anche un vanto, vuol dire però che la pubblica amministrazione è ancora una volta indifferente alle proposte che vengono dalla società civile. E tuttavia, le analisi che contiamo di concludere entro la primavera 2018 e descrivere attraverso un report pubblico, saranno indirizzate, oltre che all’informazione e alla sensibilizzazione della cittadinanza, anche a verificare la volontà degli amministratori pubblici di recepire i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Infatti la corretta gestione delle aree verdi, così come la valutazione dei servizi ecosistemici sono obiettivi chiave della strategia 2020 dell’Unione Europea. Per quanto riguarda i costi, sono difficilmente quantificabili. Zero euro per i software, perché QGIS e i-Tree sono liberi. Per i censimenti ci siamo mossi soprattutto a piedi e in bicicletta, essendo tutti i rilevatori residenti in zona, quindi i costi di spostamento sono stati trascurabili; per i materiali abbiamo utilizzato quelli già in nostro possesso (calibri e metro forestale a nastro). Abbiamo speso qualche decina di euro per le fotocopie delle schede di rilevamento. La voce però più impegnativa è il tempo di lavoro (addestramento sul software, censimenti, elaborazione dati, consultazione della letteratura scientifica, scrittura del report). Tutta questa parte è fatta completamente a titolo volontario e ciascuno di noi ha utilizzato il proprio tempo libero. Abbiamo presentato una richiesta di finanziamento (bando otto per mille della chiesa valdese) per realizzare una seconda fase, di approfondimento, del progetto, che se verrà accolta ci consentirà di acquisire una strumentazione un po’ più efficiente e di pagarci qualche ora di lavoro. Ma questo, in caso, sarà per il futuro.

Qual è la durata complessiva del progetto?

Il progetto è iniziato a giugno 2017 e terminerà, salvo imprevisti, a maggio-giugno 2018 con la presentazione del report conclusivo. Quindi, diciamo 12 mesi.

Per chi volesse saperne di più, info: Stefano Petrella 3498176498 info@centrodiculturaecologica.it

QUI il sito web

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

‘Alla ricerca della plastica perduta’, la call di Corepla rivolta a Università, Centri di Ricerca, PMI, start up e cittadini

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Il Consorzio riciclo plastica lancia la Call for ideas “Alla ricerca della plastica perduta” per massimizzare il riciclo degli imballaggi in plastica e sviluppare nuovi utilizzi del materiale riciclato. Una chiamata di idee rivolta a Ricercatrici e Ricercatori dell’Università, ai Centri di Ricerca, alle start up, alle aziende, alle PMI e privati attraverso l’apposita piattaforma www.coreplacall.it, on line da oggi. Una Call for Ideas di creatività e intelligenze per la miglior gestione degli imballaggi in plastica dalla progettazione al fine vita, al riciclo e agli innovativi utilizzi del materiale riciclato. Corepla intende così ricercare e promuovere nuove soluzioni lungo tutta la filiera perché la sostenibilità è un gioco di squadra tra imprese, cittadini e Sistema Paese. Corepla, forte dei risultati fin qui ottenuti, vuole dare un proprio fattivo contributo alla sfida rappresentata dal forte innalzamento degli obiettivi di riciclo europei per gli imballaggi in plastica al 2030.  La Call “Alla ricerca della plastica perduta” nasce da un’idea di Corepla, in collaborazione con la società editrice multimediale Triwù e la prima piattaforma di crowdfunding italiana Produzioni dal Basso. La partecipazione alla Call, alla chiamata di idee, è molto semplice. Il sito www.coreplacall.it fornisce in modo chiaro le indicazioni per l’adesione. La Call è aperta a tutti coloro che pensano di avere una buona idea.  Sul sito si trova una sezione nella quale scrivere un’introduzione ai concetti di fondo della proposta, alla quale si possono allegare materiali di approfondimento. Corepla si impegna – lo scriviamo con evidenza sul sito – a garantire la proprietà intellettuale dell’idea ai portatori della stessa.

Un comitato tecnico-scientifico verrà invitato a valutare i progetti. Per quelli selezionati, Corepla può agire con tre diverse modalità:

  1. Segnalarli ad aziende che possono metterli in atto, in accordo con gli ideatori
  2. Sovvenzionarli direttamente con un investimento che ne faciliti la messa in campo
  3. Creare un’operazione di crowdfunding organizzata su piattaforma Corepla

“Stimolare la ricerca è un obiettivo prioritario per Corepla” – sottolinea Antonello Ciotti Presidente Corepla – “dalla piccola idea geniale della start up a tutto quello che il mondo industriale italiano è in grado di proporre per nuove applicazioni nel campo del riciclo. Corepla dunque come catalizzatore di idee della nuova economia circolare”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

La scienza è sempre più dei cittadini con la “citizen science”

Mentre c’è chi si ostina a proclamare in tv che “la scienza non è democratica” e che è patrimonio di pochi eletti, la realtà dei fatti procede sulle sue gambe e vede la sempre maggiore diffusione della cosiddetta “citizen science”, ossia la partecipazione dei cittadini alla ricerca scientifica. Lo stesso Obama l’ha sempre sostenuta.9600-10366

I cittadini producono sempre più dati con gli strumenti di misurazione, rendendoli subito disponibili e contribuendo così al fenomeno della cosiddetta citizen science, ideata all’inizio del Ventesimo secolo dall’ornitologo Frank M. Chapman.

L’attività di osservazione e raccolta dati è oggi davvero alla portata di tutti, grazie agli strumenti tecnologici e di condivisione delle informazioni, che permettono ai cittadini di contribuire attivamente alla ricerca di base e applicata. In questo senso la “citizen science” è stata definita come “partecipazione del pubblico nella ricerca scientifica“; si può collocare questo genere di attività nella più ampia esperienza della partecipazione dei cittadini, approccio sempre più diffuso nelle comunità e nella realtà delle più moderne democrazie. Il fine ultimo dei progetti di citizen science è infatti quello di esplorare e sperimentare nuove vie per rendere i cittadini reali protagonisti nelle decisioni e nelle scelte politiche.

La passata amministrazione Obama negli Stati Uniti aveva presentato un memorandum il cui obiettivo era quello di diffondere e istituzionalizzare la partecipazione dei cittadini a vari progetti di citizen science; il documento presentava una lista di progetti realizzati con obiettivi sociali, di ricerca e innovazione, di formazione e comunicazione delle scienze.

A livello europeo, già a fine 2013 la Commissione Europea ha promosso un Libro verde per la Citizen Science, collocandola in un processo di empowerment sociale.

La citizen science in ambito ambientale

In particolare, sta assumendo oggi un ruolo sempre più determinante la partecipazione attiva e volontaria dei cittadini nella ricerca e nello sviluppo di politiche ambientali a supporto dei decisori. I cittadini infatti esprimono crescente interesse e preoccupazione per l’impatto umano sull’ambiente che necessariamente comporta la perdita di biodiversità e il peggioramento della qualità della vita. Attraverso la loro partecipazione attiva in campagne e progetti di citizen science, i cittadini arricchiscono dunque la conoscenza del territorio in cui abitano e stimolano le agenzie di controllo ambientale ad effettuare monitoraggi più estesi ed accurati. I dati prodotti, messi a disposizione della comunità attraverso internet, vanno poi ad arricchire la gamma dei cosiddetti open data.

Alcune esperienze in Italia : il coinvolgimento dei cittadini per acquisire informazioni utili alla ricerca scientifica

Nel campo del monitoraggio della qualità dell’aria, ci sono i progetti Zero Ipa di PeaceLink e Green Tour di EuThink: il primo, lanciato nel 2010, prevede il monitoraggio degli idrocarburi policiclici aromatici da parte dei cittadini muniti di un analizzatore che non richiede analisi chimiche ma si basa su uno spettro di luce che analizza in tempo reale gli agenti inquinanti; il secondo prevede un sistema di raccolta, elaborazione, diffusione e georeferenziazione dei dati ambientali sulla qualità dell’aria. Recentemente abbiamo già raccontato l’esperienza di misurazione della torbidità atmosferica (foschia) da parte di cittadini milanesi. Nel campo della biodiversità sono maggiori le esperienze che si possono trovare. Il programma LIFE+ della Commissione europea ha finanziato alcuni di questi progetti:

CSMON-LIFE (Citizen Science MONitoring) prevede la partecipazione e il coinvolgimento del grande pubblico nel monitorare specie animali e vegetali che rivestono una particolare importanza sia per la ricerca scientifica che come indicatori di qualità ambientale;

MIPP (Monitoring of insects with public participation) ha tra gli obiettivi la raccolta di dati faunistici via web, basata su osservazioni effettuate da cittadini;

U-SAVEREDS (Management of grey squirrel in Umbria: conservation of red squirrel and preventing loss of biodiversity in Apennines) offre la possibilità a tutti di segnalare la presenza di scoiattoli rossi e di scoiattoli grigi e raccogliere così dati e informazioni utili al monitoraggio.

Il progetto ARVe (Atlante dei Ropaloceri del Veneto) consiste in un’indagine collettiva dedicata al riconoscimento delle farfalle diurne che vivono nel Veneto.

Un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna (Marine Science Group) studia le relazioni tra l’ambiente e le dinamiche della biodiversità nel Mediterraneo e nel Mar Rosso coinvolgendo in modo attivo e consapevole il pubblico nella raccolta dei dati.

Un’altra esperienza di ricerca diretta sul campo è quella prevista dal progetto internazionale La Scuola delle formiche di cui è partner italiano il Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Parma: lo scopo è quello di studiare la distribuzione delle varie specie di formiche che vivono in ambienti urbani.

La Lipu ha promosso il portale per aiutare le rondini che prevede la possibilità per chiunque di segnalare attraverso il sito Web la presenza di rondini ovunque si riesca a identificarne la presenza, dal giardino di casa al prato di campagna o sul tetto di un palazzo del centro storico.

L’Università del Salento-CoNISMa e la Ciesm (Mediterraean Science Commission) hanno promosso una ricerca scientifica aperta al pubblico che prevede l’avvistamento e la relativa segnalazione di meduse.

In questo contesto non si può non citare il progetto di cui è stata partner ARPAT Gionha (Governance and Integrated Observation of marine Natural Habitat) che prevedeva la possibilità di segnalare, tramite sito Web l’avvistamento ci cetacei.

Altre risorse:

PM2.5 a Firenze: un progetto di sorveglianza della qualità dell’aria condotta dai cittadini
Dalla UE il progetto OMNISCIENTIS: dai nasi elettronici ai nasi reali
Il progetto CITI-SENSE per il monitoraggio dell’aria attraverso i dispositivi mobili dei cittadini
L’osservatorio dei cittadini protagonisti di cinque progetti finanziati dal 7° Programma Quadro dell’UE: il progetto CITCLOPS
L’osservatorio dei cittadini protagonista di cinque progetti finanziati dal 7° Programma Quadro dell’UE: il progetto COBWEB
WeSenseIt: l’applicazione che può essere utilizzata dai cittadini per il monitoraggio delle acque e delle inondazioni attraverso i dispositivi mobili

Fonte: ilcambiamento.it

 

Eolico: in Germania i cittadini investono nelle energie rinnovabili

Il 93% delle ultime aste per gli incentivi ai nuovi parchi eolici in Germania è stato vinto da cooperative di cittadini. Che hanno forti vantaggi a investire i propri soldi nelle rinnovabili.http _media.ecoblog.it_0_09a_eolico-germania-cittadini-investimenti-energie-rinnovabili

Due terzi delle offerte presentate nel primo round di aste pubbliche per l’assegnazione degli incentivi ai parchi eolici on shore in Germania è stato presentato da cooperative e imprese formate da cittadini comuni. Il 93% delle aste è stato vinto da aziende di questo tipo, con un prezzo per kWh minimo pari a 5,25 centesimi di euro e uno massimo di 5,78 centesimi. E’ quanto comunica, non senza orgoglio, il Governo tedesco in una nota ufficiale. In tedesco si chiamano “Bürgerenergiegesellschaften“, in italiano potremmo tradurre con “imprese comunitarie del settore energetico“. Comunque le si voglia chiamare, però, è chiaro che sono la prossima frontiera delle energie rinnovabili in Germania e un successo della politica tedesca pro rinnovabili. Già, perché l’elevata partecipazione dei cittadini alle aste per l’eolico (richieste per 2.137 MW, contro gli 800 MW messi all’asta dal Governo) non è casuale, ma frutto di una precisa politica pubblica che riserva alcune facilitazioni alle imprese comunitarie rispetto alle tradizionali grandi utilities dell’energia o ai fondi di investimento. I cittadini, ad esempio, sono esentati da alcuni requisiti che le aziende normali devono avere per competere alle aste per gli incentivi all’eolico. Non devono ottenere autorizzazioni per il progetto, prima di partecipare all’asta. Hanno 24 mesi in più per terminare la costruzione dell’impianto se vincono e, quando vincono, ottengono automaticamente il prezzo per kWh più alto tra quelli assegnati in quel determinato round di aste. In questo caso tutti i progetti comunitari approvati riceveranno una remunerazione di 5,78 centesimi di euro al kWh prodotto, anche se hanno partecipato all’asta offrendo un prezzo inferiore. A fronte di questi vantaggi, però, le Bürgerenergiegesellschaften hanno l’obbligo di cedere il 10% delle loro azioni ai Comuni in cui verranno costruiti i parchi eolici. Rainer Baake, Segretario di Stato al Ministero per l’Economia e l’Energia del Governo tedesco, ha commentato: “Il fatto che abbiamo visto una competizione così alta, che ha portato i prezzi così in basso, e che c’è stata una così vasta partecipazione dei cittadini, mostra che il cambio di paradigma dai finanziamenti fissi stabiliti dal Governo ai prezzi creati dal mercato sta lavorando bene“.

La crescita delle rinnovabili in Germania è il risultato di un duro e duraturo lavoro di un gran numero di persone, aziende, associazioni. Le imprese energetiche comunitarie, in particolar modo, sono riuscite a far crescere il consenso dei cittadini nei confronti delle rinnovabili. Per questa ragione, spiega la nota del Governo tedesco, il Ministero dell’Economia e dell’Energia ha escogitato una strategia per assicurare che questo tipo di iniziative possano sopravvivere ed essere competitive alle aste per gli incentivi alle rinnovabili in Germania.

Credit foto: Flickr

Fonte: ecoblog.it

«Salviamo i fiumi»: in Toscana scontro tra cittadini e istituzioni

Movimenti e cittadini si mobilitano con un esposto contro il Consorzio di Bonifica Toscana Sud. È in questa zona che si ha, oggi, uno dei maggiori scontri tra cittadini e istituzioni che hanno ormai perso la fiducia di quei cittadini. In ballo la salvezza dei fiumi.9574-10336

Siamo alla stretta finale. Da una parte un manipolo di politici i cui interessi sono unicamente legati al mantenimento del proprio potere, appoggiati direttamente e sostenuti da aziende senza scrupoli che vedono nella natura solo una risorsa da sfruttare per il proprio profitto, anche in barba alle leggi e alle direttive europee. Dall’altra parte vi è la società civile composta da associazioni ambientaliste ma anche da docenti universitari, pescatori, insegnanti, escursionisti, ricercatori, contadini e tutte le persone sensibili agli interessi dell’ambiente e alla bellezza del paesaggio. La grande contesa sono i fiumi. I fiumi italiani sono stati in passato uno dei luoghi nevralgici della nostra società. Interi popoli sono vissuti dei fiumi, sui fiumi ed in comunione coi fiumi, che rappresentavano una tale risorsa da rendere auspicabile vivere lungo le loro rive. Erano ricchi di pesci, la terra nelle zone di esondazione era fertilissima e, naturalmente, l’acqua era abbondante. I fiumi navigabili poi permettevano spostamenti rapidi sia per gli uomini che per le merci. Per questo nel nostro come in altri paesi in tutto il mondo lungo i fiumi sono nati insediamenti fin dall’antichità, insediamenti cresciuti fino a diventare a volte delle città più o meno grandi. Roma, Firenze, Torino, Pisa, Mantova, Aosta, solo per citarne alcune, devono il loro splendore proprio ai fiumi che le rendevano privilegiate e ricche rispetto a molte altre località. Ma i fiumi, un tempo rispettati e venerati, non lo sono più. La civiltà moderna ha dominato, distrutto e demonizzato la natura. Se prima i fiumi erano considerati divinità benevole e generose e ne venivano rispettate le loro caratteristiche, i loro flussi stagionali, le loro zone di esondazione e alluvionali, con la civiltà industriale si comincia a rispettarli sempre di meno. Si costruisce anche nelle zone di esondazione, si abbattono i boschi ripariali, si “bonificano” le zone umide da essi prodotte o addirittura si cementificano gli alvei. Argini, canalizzazioni, sbarramenti, irreggimentazioni che in realtà portano ad aumentare la pericolosità delle piene, squilibrando tutto l’ecosistema fluviale. Anche la vita biologica dei fiumi inizia un declino che vedrà, dalla seconda metà del ventesimo secolo, l’alterazione o addirittura la completa distruzione di interi bacini idrografici. Ed ecco infine arrivare l’opera del Consorzio di Bonifica Toscana Sud che dal 2015 realizza interventi devastanti di distruzione pressoché totale della vegetazione ripariale. Gli interventi sono massicci e comportano un’alterazione totale delle rive e dell’alveo dei fiumi. Pioppi, salici, ontani di tutte le età vengono abbattuti, non ne viene risparmiato nessuno. Sono ditte private con enormi macchinari che compiono lo scempio, entrando e uscendo a piacimento dall’alveo dei fiumi Arbia e Ombrone. Ditte che vendono legna, cippato, pellet e che hanno tutto l’interesse a tagliare il più possibile e il più in fretta possibile. Come si legge dall’esposto “un’arbitraria ed indiscriminata opera di taglio della vegetazione ripariale, capace di compromettere ed alterare gravemente numerosi profili relativi alla sicurezza idraulica, alla difesa del suolo, alla tutela paesaggistica e alle funzioni ecologiche fondamentali legate alla capacità autodepurativa del fiume, alla conservazione generale della biodiversità, di habitat e di specie peculiari, al contrasto al riscaldamento delle acque e ai fenomeni di eutrofizzazione. Il taglio distruttivo, inoltre, è stato realizzato mediante l’impiego di grandi macchinari in alveo, che, tra l’altro, hanno contribuito ad aggravare lo stato delle già compromesse aree fluviali, trasformando lunghi tratti di fiumi e torrenti naturali in irriconoscibili canali di scolo le cui sponde, completamente prive di alberi, sono sottoposte ad una forte erosione, con il verificarsi di smottamenti ad ogni piena e di danni ingenti alle infrastrutture adiacenti. ”

Inoltre tra le normative non rispettate figura la Direttiva 2000/60/CE, trasposta nel D.Lgs. 152/2006, che parla di fasce ripariali e di rispetto delle stesse. Gli abitanti e gli attivisti di varie associazioni, già allarmati dalla pessima gestione della precedente amministrazione provinciale, hanno protestato, sono scesi in piazza con un corteo che ha percorso il ponte sull’Arbia, hanno raccolto testimonianze e fotografato lo scempio inviando le foto ai giornali. Più di trenta docenti e ricercatori dell’Università di Siena hanno firmato una lettera di protesta indignata e di denuncia circostanziata. Si è formato un comitato spontaneo che contesta aspramente l’operato del Consorzio di Bonifica, il quale, messo alle strette da prove inoppugnabili, ammette errori di gestione ma, paradossalmente, prosegue imperterrito nella sua opera di distruzione e, per colmo di sfacciataggine e prevaricazione, riceve anche finanziamenti regionali. Per cosa? Per piazzare sbarramenti di centinaia di metri cubi di cemento su due piccoli torrenti della provincia di Siena, il Crevole e il Crevolicchio. A quale scopo, oltre a quello di utilizzare tonnellate e tonnellate di cemento e distruggere un altro ecosistema? Questa ulteriore bella pensata ha provocato ulteriori proteste. Il Comitato in Difesa dei Fiumi non si è scoraggiato e, a seguito di alcuni tagli a raso in tratti del fiume Arbia di alto pregio naturalistico, il 26 maggio ha inviato un esposto documentato e particolareggiato alla magistratura. I danni creati a livello ecologico sono ingenti e ci vorranno decenni prima che l’ecosistema si riprenda. I cittadini e le associazioni sono decisi a difendere i loro fiumi. L’esposto è solo un episodio, andremo avanti con le manifestazioni, le petizioni, le denunce pubbliche, le interpellanze nelle istituzioni. Tra i firmatari dell’esposto, oltre a decine di cittadini, figurano diverse associazioni: WWF Siena, Legambiente Siena, Italia Nostra Siena, CAI Siena, Coordinamento Merse, Mosca Club Siena.

Fonte: ilcambiamento.it

Giustizia ambientale, nuovi orientamenti Ue aiutano i cittadini a contestare l’autorità pubblica

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La Commissione europea ha adottato un documento di orientamento sull’accesso alla giustizia in materia ambientale che chiarisce le modalità per le persone fisiche e le associazioni per contestare dinanzi ai giudici nazionali decisioni, atti od omissioni di autorità pubbliche connesse al diritto ambientale dell’Unione. Le autorità pubbliche che non rispettano i diritti e gli obblighi previsti dalla normativa ambientale possono essere chiamate a risponderne dal pubblico. Venerdì 28 aprile la Commissione europea ha adottato un documento di orientamento sull’accesso alla giustizia in materia ambientale che chiarisce le modalità per le persone fisiche e le associazioni per contestare dinanzi ai giudici nazionali decisioni, atti od omissioni di autorità pubbliche connesse al diritto ambientale dell’Unione. Con la pubblicazione di questo documento la Commissione Juncker è convinta di aver fatto un importante passo avanti, “fornendo ai cittadini gli orientamenti necessari per accedere meglio alla giustizia a livello nazionale. Questi orientamenti intendono aiutare le persone fisiche e le organizzazioni non governative a decidere se adire il giudice nazionale. Inoltre possono servire ai giudici nazionali per individuare tutte le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea di cui dovrebbero tener conto nel pronunciarsi su questioni relative all’accesso alla giustizia in materia ambientale. Infine permettono alle amministrazioni nazionali di prendere atto di eventuali carenze dei loro sistemi giudiziari e alle imprese di capire meglio quali sono i diritti e gli obblighi UE in gioco nelle decisioni, atti e omissioni che le riguardano”.

Frans Timmermans, primo Vicepresidente responsabile per lo Stato di diritto, ha dichiarato: “La certezza giuridica è un principio fondamentale di una società basata sullo Stato di diritto, ed è importante offrire tali orientamenti a tutte le parti interessate. Il diritto ambientale è al centro del nostro impegno per costruire un futuro sostenibile per l’UE, e noi tutti dobbiamo sapere chiaramente quali sono i nostri diritti e le nostre responsabilità”.

Karmenu Vella, Commissario responsabile per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca, ha affermato: “La normativa ambientale intende proteggere le persone e la loro salute. Se le autorità pubbliche non rispettano i diritti e gli obblighi previsti da tale normativa, il pubblico può chiamarle a risponderne. I nuovi orientamenti rappresentano un passo importante per far sì che i cittadini si attivino su questioni quali la qualità dell’aria e dell’acqua e la gestione dei rifiuti. Avviando procedimenti in materia ambientale dinanzi ai giudici nazionali, i cittadini possono contribuire a garantire l’applicazione corretta del diritto ambientale in tutta l’Unione europea”.

La Corte di giustizia dell’Unione europea ha pronunciato una serie di sentenze che chiariscono le prescrizioni dell’UE sull’accesso alla giustizia in materia ambientale, ad esempio:

  • in che modo i giudici nazionali devono esaminare le argomentazioni secondo cui i piani locali per la qualità dell’aria non prevedono misure sufficientemente efficaci per soddisfare gli standard di qualità stabiliti dalla legislazione dell’UE;
  • il ruolo del pubblico, in particolare delle organizzazioni non governative ambientaliste, nel contribuire a far rispettare negli Stati membri gli obblighi derivanti dalla legislazione dell’UE sulla natura;
  • i criteri di valutazione che i giudici nazionali devono applicare per evitare che costi di contenzioso eccessivamente onerosi impediscano ai cittadini e alle associazioni di esercitare il loro ruolo nella difesa del diritto ambientale dell’Unione a livello nazionale.

Il documento di orientamento presentato riunisce tutte queste sentenze in un unico testo, rendendone così più comprensibile contenuto e implicazioni. L’adozione del documento di orientamento sarà seguita da discussioni con gli Stati membri che non adempiono ancora pienamente i loro obblighi, come interpretati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. Tali discussioni proseguiranno inoltre nel contesto del processo istituito mediante il riesame dell’attuazione delle politiche ambientali.

Contesto

L’accesso alla giustizia garantisce che le persone fisiche e le associazioni ambientaliste possano, a determinate condizioni, chiedere a un giudice nazionale indipendente di verificare se un’autorità pubblica abbia agito legittimamente nel prendere una decisione o compiere un atto o un’omissione che incide sui loro diritti. Le garanzie di principio consistono nel diritto di essere ascoltati, nello scrutinio sufficiente da parte del giudice nazionale, in misure per rimediare al problema e in misure per evitare costi eccessivamente onerosi. Il documento di orientamento è basato sulle disposizioni sull’accesso alla giustizia figuranti nel diritto ambientale derivato dell’UE e sulle disposizioni della convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale (convenzione di Aarhus), come interpretate dalla Corte di giustizia dell’Unione europea. Il documento di orientamento tratta dell’accesso alla giustizia in relazione a decisioni, atti od omissioni di autorità pubbliche degli Stati membri. Non riguarda le controversie in materia ambientale tra privati né il controllo giurisdizionale degli atti delle istituzioni dell’Unione.

Per ulteriori informazioni

Scheda informativa: Accesso alla giustizia in materia ambientale

Scheda informativa: Far rispettare la normativa ambientale – Perché ti riguarda?

Fonte: ecodallecitta.it

Come si esercita “l’ignoranza di Stato”

Il Foia (Freedom of Information Act, nome altisonante mutuato dagli Usa) doveva essere la legge che avrebbe permesso ai cittadini di conoscere dati e documenti sulle pubbliche amministrazioni, invece in Italia si è trovato di disinnescarla. Come? Semplice. Con il silenzio.9543-10301.png

Ad effettuare un primo monitoraggio sul Foia italiano è l’associazione “Diritto di sapere” che ha divulgato il rapporto “Ignoranza di Stato”. È stato realizzato inviando 800 richieste di accesso generalizzato con il coinvolgimento di 56 volontari tra giornalisti, cittadini e attivisti di ONG come Greenpeace, Legambiente, Transparency International – Italia e Arcigay.

«Abbiamo deciso di intitolarlo Ignoranza di Stato per tre ragioni – spiega l’associazione – La prima sono i numeri emersi alla fine di oltre sei mesi di lavoro: le 800 richieste inoltrate dai 56 volontari che hanno collaborato a questo esercizio hanno ricevuto una quota spropositata di non risposte (73%). È una cifra addirittura più alta del 65% del monitoraggio analogo che avevamo completato quattro anni fa sulla legge 241 di accesso agli atti che contemplava il silenzio amministrativo come legittimo, ma che ora è fuori legge (anche se non sanzionato). La seconda ragione è che uno su tre dei rifiuti che ci sono stati opposti sono di fatto illegittimi perché l’accesso è stato negato per mancanza di motivazione o utilizzando eccezioni non previste dal decreto trasparenza, a riprova che la nuova norma sia ancora poco conosciuta e rispettata dalle Pubbliche amministrazioni (PA). La terza ragione, più aneddotica, è che abbiamo toccato con mano la scarsa conoscenza del nuovo istituto sebbene siano stati concessi alle pubbliche amministrazioni ben sei mesi di tempo dalla sua apporvazione (giugno 2016)».

«Per quanto allarmante, il quadro che emerge dal monitoraggio dà anche una speranza di miglioramento. Alcune delle richieste erano infatti state presentate (e rigettate) nel 2013 perché basate sulla legge 241/1990 (che presentava molte più limitazioni). Quest’anno hanno ottenuto invece risposta positiva, permettendo di ottenere informazioni di indubbio interesse pubblico come, tra gli altri, copie degli scontrini delle spese degli eletti e informazioni sui rimpatri dei migranti. In breve, se applicato meglio e con meno discrezionalità da parte delle amministrazioni, nei prossimi anni il Foia potrebbe davvero contribuire a rendere l’Italia un po’ più trasparente».

Succederà? O meglio: chi ha interesse a fare in modo che succeda?

Fonte: ilcambiamento.it