Sunrisebikeride 2016: tappe e date delle pedalate per tutti

Una manifestazione ciclistica per scoprire le città all’alba. Tutte le informazioni per parteciparesunrise01

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Si chiama Sunrisebikeride la manifestazione ciclistica inventata da Davide Mazzocco* e dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Ciclista Urbano che nel 2016 si svolgerà in otto città, da aprile a settembre. La filosofia della manifestazione è molto semplice e non ha niente a che vedere con l’agonismo. Ci si ritrova all’alba e si scopre, pedalando, la città sede di tappa mentre il sole sorge. Le città all’alba si guardano con occhi diversi, se ne possono cogliere le sfumature e la Sunrisebikeride dà a tutti la possibilità di (ri)assaporare il piacere di una mobilità alternativa, a costo ed emissioni zero. Per partecipare basta una bicicletta, qualsiasi tipologia di bicicletta, come potete vedere dalle immagini della fotogallery di apertura relativa alle tappe dell’edizione 2015. Come detto la Sunrisebikeride non è una gara, ma solamente un raduno aperto a tutti e destinato a chi ama pedalare in compagnia e sicurezza. L’orario della manifestazione è strettamente correlato al sorgere del sole nella città di svolgimento.

La lunghezza della pedalata varia dai 10 ai 12 chilometri e la durata è di circa un’ora. Non sono previste salite e la velocità è ideale per gustarsi, di volta in volta, le città sedi di tappa. Anche se non obbligatorio, l’utilizzo del casco viene consigliato dagli organizzatori. Partecipare alla Sunrisebikeride costa 10 euro per gli adulti e 2 euro per i bambini fino a 12 anni. La quota d’iscrizione comprende la maglia ufficiale della manifestazione, il materiale promozionale con eventuali sconti dei partner della manifestazione e l’assicurazione obbligatoria per questo tipo di eventi. Di seguito tutte le tappe dell’edizione 2016

Sunrisebikeride 2016: il calendario

Firenze: sabato 16 aprile, partenza 6.30
Bologna: sabato 28 maggio, partenza ore 5.35
Valencia: sabato 4 giugno, partenza ore 6.34
Modena: sabato 18 giugno, partenza ore 5.30
Milano: domenica 26 giugno, partenza ore 5.35
Cesenatico: domenica 24 luglio, partenza ore 6.00
Mantova: sabato 17 settembre, partenza ore 6.30
Palermo: domenica 25 settembre, ore 5.35

Per ulteriori informazioni su date, orari, luoghi di ritrovo e modalità d’iscrizione potete consultare il sito di Sunrisebikeride.

*N.B. Non è un caso di autopromozione del redattore di Ecoblog, ma solamente un caso di omonimia.

Fonte:  Sunrisebikeride

Foto | Sunrisebikeride

Bike vs Cars, la dura vita dei ciclisti in città

Il documentario di Fredrik Gertten è un ambizioso affresco delle conflittualità di ciclisti e automobilisti nelle grandi cittàbikesvscars4_bassa

“Non è una guerra. È una citta”. È Aline Cavalcante, battagliera ciclo-attivista diSao Paulo, a concludere con una frase conciliante l’ambizioso documentario Bike vs Cars di Fredrik Gertten in concorso alla diciottesima edizione di Cinemambiente. In questi anni abbiamo visto numerosi film riguardanti le battaglie dei movimenti che cercano di appianare il divario fra chi pedala e chi viaggia su mezzi motorizzati, nessun documentario, però, aveva mai avuto il respiro globale del film del documentarista svedese. Non è una guerra, certo. Ma fra ciclisti e automobilisti (o motociclisti) la contrapposizione è aspra. Aline si batte per migliorare la situazione dei pedalatori paulisti. Troppe le vittime sulle strade della metropoli brasiliana, così come aToronto, in Canada, dove la politica locale incentiva l’utilizzo delle auto e cerca di ostacolare la circolazione delle biciclette. Il regista viaggia fino a Los Angeles e scopre che all’inizio del Novecento, era stata creata un’ampia ciclopista per permettere ai pendolari di raggiungere il loro posto di lavoro. Ma gli ultimi tre decenni sono stati disastrosi per la metropoli californiana. Dal 1982 al 2001 la popolazione è aumentata del 20%, mentre le automobili sono aumentate del 236%. A Bogotà, Liliana Godoy organizza delle aggregazioni di bambini e giovani in modo da attraversare in sicurezza la città. Agli antimodelli, Gertten antepone i modelli, per esempio Copenaghen, città dove sono presenti 1000 km di piste ciclabili e dove il 40% della popolazione si muove in bicicletta. Il regista si chiede cosa accadrà quando la classe media in grado di permettersi un auto raggiungerà i 4,9 miliardi di persone. Sarà già stata scelta la riconversione a una mobilità meno impattante? Come si può contrastare un’industria – quella automobilistica – che è inarrestabile dal punto di vista del marketing e dell’advertising?

Ben prima dello scandalo Volkswagen, Gertten sottolinea le contiguità fra la BMW e il governo tedesco: molti membri del Bundestag ricevono auto in omaggio dal marchio tedesco per essere più compiacenti proprio sulle leggi relative le emissioni. Dove trova terreno fertile la cultura della bicicletta? Dove fa più caldo? Dove ci sono le migliori condizioni climatiche e orografiche per pedalare? Per niente. La ciclabilità urbana, una cultura della bicicletta come mezzo di trasporto e non come mezzo ludico-sportivo attecchiscono soprattutto laddove non è presente un’industria automobilistica nazionale. Ecco perché Paesi come Germania, Francia e Italia scontano un gap incolmabile nei confronti di Paesi come Danimarca e Olanda ed ecco perché Copenaghen e Amsterdam sono state più volte giudicate come le migliori città del mondo per chi va in bicicletta.

Fonte: ecoblog.it

Copenaghen è la città a misura di ciclista

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È Copenaghen, con i suoi 290 km di piste ciclabili, la segnaletica stradale appositamente e i parcheggi dedicati, la migliore città al mondo per pedalare. Inoltre, nella capitale danese è attivo un servizio di bike sharing con oltre 100 stazioni e quasi il 40% della popolazione si sposta ogni giorno in bicicletta per andare al lavoro, a scuola o a fare shopping. A stilare la classifica è Copenaghenize Design Company, un’azienda che da alcuni anni stila la classifica delle città più bike friendly del mondo. Il Nord Europa e la Francia dominano, come sempre, la top 10: dietro alla capitale danese e alle due città olandesi Amsterdam e Utrecht si piazzano Strasburgo (Francia), Eindhoven(Olanda), Malmö (Svezia), Nantes (Francia), Bordeaux (Francia), Anversa (Belgio) e Siviglia (Spagna).  Anche le posizioni che vanno dall’undicesima alla ventesima posizione sono dominate dalle città del Vecchio Continente: undicesima è Barcellona (Spagna), quindi seguono Berlino (Germania) e Lubiana (Slovenia), in quattordicesima posizione c’è Buenos Aires (Argentina) che è la prima fra le città extra-europee, quindi Dublino (Irlanda), Vienna (Austria), Parigi (Francia), in diciottesima posizione Minneapolis (Usa), quindi Amburgo (Germania) e in ventesima posizione Montréal (Canada). Sia nel 2011 che nel 2013 Amsterdam precedette Copenaghen, stavolta è avvenuto il sorpasso. Per quanto riguarda l’Italia, nonostante gli sforzi di città come Torino e Milano molto resta ancora da fare per vedere una delle nostre metropoli nella top 20.

Fonte:  Copenaghenize 

Ciclabilità ed economia: più ricche le città bike-friendly

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Pedalare fa bene all’economia. Si moltiplicano in tutto il mondo le ricerche che testimoniano le ricadute positive delle politiche bike-friendly. Secondo una recente ricerca dell’Università della California che ha elaborato i dati provenienti da 500 studi condotti in 17 Paesi, la rendita dei progetti dedicati alla mobilità sostenibile(a piedi o in bici) sarebbe 13 volte superiore agli investimenti iniziali. La mobilità non giova solamente alla salute, ma sviluppa maggiormente il commercio e aumenta la produttività, facendo più ricche le città che favoriscono gli spostamenti pedestri e ciclabili. È stato rilevato che nelle città bike-friendly i lavoratori prendono una settimana di ferie in meno rispetto a chi lavora in città con un alto traffico automobilistico. Non è un caso che città come Copenaghen e Amsterdam, dove la bicicletta è un elemento ineliminabile e diffusissimo della mobilità urbana, finiscano puntualmente nelle prime posizioni delle città con la migliore qualità di vita.

Fonte:  The Guardian

Foto | Davide Mazzocco

Consumo di suolo, l’Italia perde ancora terreno

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Quasi il 20% della fascia costiera italiana – oltre 500 Km2 – l’equivalente dell’intera costa sarda, è perso ormai irrimediabilmente. È stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo compreso tra 0-300 metri di distanza dalla costa e quasi e il 16% compreso tra i 300-1000 metri. Spazzati via anche 34.000 ettari all’interno di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi. Il cemento è davvero andato oltre invadendo persino il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide). A mappare lo stivale della “copertura artificiale”, l’ISPRA che, grazie alla cartografia ad altissima risoluzione, nel suo Rapporto sul Consumo di Suolo 2015 – presentato questa mattina a Milano, nel corso del convegno collaterale all’EXPO2015 “Recuperiamo Terreno” – utilizza nuovi dati, aggiorna i precedenti e completa il quadro nazionale con quelli di regioni, province e comuni, senza trascurare coste, suolo lungo laghi e fiumi e aree a pericolosità idraulica. L’Italia del 2014 perde ancora terreno, anche se più lentamente: le stime portano al 7% la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato (il 158% in più rispetto agli anni ’50) e oltre il 50% il territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti. Rallenta la velocità di consumo, tra il 2008 e il 2013, e viaggia ad una media di 6 – 7 m2 al secondo. Le nuove stime confermano la perdita prevalente di aree agricole coltivate ( 60%), urbane ( 22%) e di terre naturali vegetali e non (19%). Stiamo cementificando anche alcuni tra i terreni più produttivi al mondo, come la Pianura Padana, dove il consumo è salito al 12%.ispra-suolo

Ancora, in un solo anno, oltre 100.000 persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti di qualità italiani. Sono le periferie e le aree a bassa densità le zone in cui il consumo è cresciuto più velocemente. Le città continuano ad espandersi disordinatamente (sprawl urbano) esponendole sempre di più al rischio idrogeologico. Esistono province, come Catanzaro, dove oltre il 90% del tessuto urbano è a bassa densità. Nella classifica delle regioni “più consumate”, si confermano al primo posto Lombardia e Veneto (intorno al 10%), mentre alla Liguria vanno le maglie nere della copertura di territorio entro i 300 metri dalla costa (40%), della percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici e quella delle aree a pericolosità idraulica, ormai impermeabilizzate (il 30%). Tra le zone a rischio idraulico è invece l’Emilia Romagna, con oltre 100.000 ettari, a detenere il primato in termini di superfici. Monza e Brianza, ai vertici delle province più cementificate, raggiunge il 35%, mentre i comuni delle province di Napoli, Caserta, Milano e Torino oltrepassano il 50%, raggiungendo anche il 60%. Il record assoluto, con l’85% di suolo sigillato, va al piccolo comune di Casavatore nel napoletano. Fino al 2013, il valore pro-capite ha segnato un progressivo aumento, passando dai 167 m2 del 1950 per ogni italiano, a quasi 350 m 2 nel 2013. Le stime del 2014 mostrano una lieve diminuzione, principalmente dovuta alla crescita demografica, arrivando a un valore pro-capite di 345 m2 . Le strade rimangono una delle principali causa di degrado del suolo, rappresentando nel 2013 circa il 40% del totale del territorio consumato (strade in aree agricole il 22,9%, urbane 10,6%, il 6,5% in aree ad alta valenza ambientale).L’ISPRA ha anche effettuato una prima stima della variazione dello stock di carbonio, dovuta al consumo di suolo. In 5 anni (2008-2013), sono state emesse 5 milioni di tonnellate di carbonio, un rilascio pari allo 0,22% dell’intero stock immagazzinato nel suolo e nella biomassa vegetale nel 2008. Senza considerare gli effetti della dispersione insediativa, che provoca un ulteriore aumento delle emissioni di carbonio (sotto forma di CO2), dovuto all’inevitabile dipendenza dai mezzi di trasporto, in particolare dalle autovetture.

Tutti i numeri dell’ “Italia artificiale” sono disponibili in formato open data all’indirizzo www.consumosuolo.isprambiente.it

Riferimenti: Via Ispra

Tratto da : galileonet.it

100in1giorno: a Milano il festival della creatività urbana

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Cosa succederebbe se centinaia di persone si mobilitassero nell’arco di 24 ore per dare nuova vita, insieme, agli spazi pubblici della città? È aperta la call for ideas di 100in1giorno, il festival della creatività urbana, che arriva in Italia, a Milano, il prossimo 27 giugno. Per un giorno, Milano sarà un luogo di costruzione e sperimentazione urbana. Il festival mira infatti a raccogliere sul territorio urbano di Milano 100 o più iniziative proposte e realizzate dai cittadini nell’arco di 24h con l’obiettivo principale di promuovere una cultura civica proattiva stimolando la partecipazione dal basso.  Il festival sarà anche un’occasione per mappare le iniziative che verranno realizzate e presentarle al Comune di Milano affinché si prospetti la possibilità di mettere in pratica in modo continuativo alcune tra le idee che hanno avuto maggior richiamo. “100in1giorno – spiegano i promotori dell’iniziativa – nasce perché crede che le persone, così come esprimono bisogni, sono anche ricche di competenze, talenti e capacità che possono essere messe a disposizione della collettività per contribuire a trovare soluzioni nuove ed inclusive ai problemi e alle sfide di interesse comune. Lo spazio pubblico non è solamente un insieme di strade, piazze e parchi da attraversare, ma luoghi da abitare, apprezzare e condividere. Un cittadino pienamente consapevole del proprio ruolo all’interno della società è in grado di cogliere questa differenza, e si adopera per favorire condizioni per diminuire l’alienazione e l’apatia che talvolta caratterizzano le grandi città, facendosi promotore di una coscienza civica proattiva”.

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100in1giorno a Halifax (Canada)

Il movimento mira dunque a convogliare il potenziale creativo della collettività in una giornata di festival della creatività urbana e della cittadinanza attiva, con l’obiettivo di coinvolgere singoli individui e gruppi di persone nel realizzare iniziative di cittadinanza attiva e partecipazione dal basso per migliorare insieme la qualità della vita e celebrare gli spazi pubblici urbani. Un’iniziativa urbana è un gesto individuale o collettivo (proposto sia da singoli cittadini che da gruppi, formali o informali). Può mirare a reinterpretare gli spazi pubblici o a creare connessioni fra persone che abitano lo stesso luogo. È un’azione che intende creare un cambiamento positivo nella città, rendendolo visibile e accessibile a tutti. La partecipazione è aperta a tutti: una persona, un gruppo di amici, una famiglia, un’associazione, una scuola, un’istituzione, una comunità. Il festival si rivolge a coloro che vogliono diventare protagonisti della riqualificazione partecipata della città. Per proporre un’iniziativa è necessario andare nella sezione “Partecipa”  del sito internet www.100in1giorno.eu  e compilare il modulo online, dal 9 Aprile al 17 Maggio. A chiusura della call for ideas, le iniziative saranno pubblicate sul sito in un programma completo della giornata.

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100in1giorno a San Jose

L’idea di 100in1giorno nasce da alcuni studenti della scuola danese “Kaospilot” e dal collettivo “Acciò Urbana” di Bogotà che suggeriscono ai concittadini di incontrarsi negli spazi pubblici della città il 26 maggio 2012, giornata in cui vengono realizzate circa 250 azioni e coinvolte più di 3000 persone. Da quell’esperienza ha origine il festival 100en1dia, che nel giro di due anni si è diffuso in tutto il mondo (Santiago del Cile, Cape Town, Toronto, Rio de Janeiro, Montreal, Copenhagen e Ginevra etc.). Ad oggi il festival  è stato realizzato in 13 differenti Paesi e 28 città, e arriverà in Italia dopo essere stato realizzato solamente in altre due città in Europa (Ginevra e Copenhagen).

Immagini tratte dal sito 100in1giorno 

Fonte: italiachecambia.org

Le città più trafficate d’Italia

A Milano e Roma buttiamo via quattro giorni l’anno, i nuovi dati del Tom Tom Traffic Index. Quali sono le città più trafficate d’Italia? A fare una panoramica sulla quantità di tempo che chi si muove utilizzando la macchina perde ogni giorno è il Tom Tom Traffic Index, che effettua il rilevamento dei dati di percorrenza reali in 146 città al mondo studiando i dati raccolti dal sistema gps. Per il nostro paese, non arrivano grandi notizie, nonostante la grande pubblicità che si fa allo sviluppo dei mezzi pubblici, del car sharing, delle due ruote e delle piste ciclabili. Alla fine, però, nelle grandi città è sempre la macchina a vincere, con il risultato che il traffico si congestiona e si passa una quantità di tempo in macchina bloccati. A Roma, ogni anno, gli abitanti perdono 93 ore (poco meno di quattro giorni) fermi nel traffico nell’attesa di poter togliere il piede dal freno. Le cose non vanno meglio a Milano, nonostante la giunta Pisapia abbia lavora in questi anni principalmente sul tema mobilità. E invece, forse anche a causa dei tantissimi lavori disseminati ovunque a causa di Expo 2015, a Milano si buttano via 87 ore all’anno. La situazione è addirittura peggiorata nel capoluogo lombardo: il picco di congestione è passato dal 63 al 66,3%. Ma non è idilliaca in nessuna delle grandi città: a Napoli si resta fermi in auto per 72 ore e a Torino per 66 ore. E, ancora peggio, le cose non vanno per niente meglio nemmeno nelle città con meno di 800mila abitanti (quest’anno scorporate dalle metropoli).Palermo, a conti fatti, resta comunque la città peggiore in assoluto, visto che ogni giorno i suoi abitanti perdono 30 minuti in coda. A Catania sono 18, a Bari 15, a Genova, Bologna e Firenze sono 12. E nel mondo? La città più trafficata in assoluta è Istanbul, al secondo posto Città del Messico e sul terzo gradino del podio Rio. Mosca conquista invece la quarta piazza. Le città italiane sono indietro, ma non così tanto. Roma è al 14esimo, Milano al 50esimo e Napoli al 53esimo. Va meglio Torino, al 104esimo. Ma viene da chiedersi come sarebbe piazzata Palermo se la classifica della metropoli la tenesse in considerazione.traffico-Milano-586x439

Fonte: ecoblog.it

Produzione rifiuti urbani nelle quattro più grandi città italiane. I numeri del 2014

Prendiamo Roma, Milano, Torino e Napoli come campione significativo per analizzare i numeri della produzione complessiva di rifiuti urbani a livello nazionale. Nelle quattro città i rifiuti urbani sono diminuiti complessivamente dello -0,29%382060

Le quattro più grandi città italiane mostrano dati contrastanti rispetto alla produzione di rifiuti urbani nell’anno 2014 se paragonate all’anno precedente. Napoli e Milano mostrano un aumento della produzione di rifiuti urbani. In particolare Milano ha un aumento più consistente pari al+2,37% mentre quello di Napoli è più contenuto, solo un+0,83%. In tonnellate il capoluogo lombardo ha prodotto 665.461t (un aumento di 15.803t rispetto al 2013) mentre quello campano ha prodotto 50.1665t nel 2014 (un aumento di 4.165t rispetto all’anno precedente).
Nelle altre due città di riferimento, Roma e Torino, l’andamento è negativo. Nella Capitale è stata registrata, rispetto al 2013, una diminuzione di rifiuti urbani prodotti pari al-1,56%, mentre nel capoluogo sabaudo la diminuzione è stata del -0,59%. In tonnellate a Roma sono state prodotte, nel 2014, 1.728.000t (una diminuzione di 27.000 tonnellate rispetto al 2013), mentre a Torino i rifiuti urbani prodotti sono stati 413.309t (2.441t in meno rispetto al 2013). Bisogna precisare che l’andamento della produzione dei rifiuti urbani di Roma nel 2013, rispetto a quello del 2012, è stato in controtendenza rispetto a quello nazionale segnando un aumento della produzione dei rifiuti urbani.
Se si sommano i dati della produzione dei rifiuti urbani nelle quattro città, si nota che complessivamente i rifiuti urbani prodotti sono diminuiti del -0,29% (una flessione di 9.473 tonnellate rispetto al 2013, anno in cui invece i rifiuti erano diminuiti più sensibilmente rispetto al precedente). Nelle quattro città si concentra l’11% della popolazione residente nazionale pari a6.078.739 abitanti (dati Istat), e se paragoniamo i rifiuti urbani prodotti nel 2013 dalle quattro città ovvero 3.318.088t con quelli prodotti dalla nazione Italia sempre nel 2013 (29.594.665t, dati Ispra) a loro volta i rifiuti urbani prodotti dalle quattro città rappresentano l’11% del totale.

Fonte:  ecodallecitta.it

 

“Il Green Act che serve all’Italia”. Legambiente presenta a Roma la controproposta al governo Renzi

 

Fiscalità ambientale, città, bonifiche, energia, rifiuti, mobilità nuova, trasporti, dissesto idrogeologico, natura, turismo, fondi strutturali: proposte concrete e misure immediatamente applicabili per far ripartire il Paese. Il presidente Cogliati Dezza: “Non abbiamo bisogno di un green washing della politica governativa ma di azioni utili per cambiare l’Italia”382058

L’Italia è tra i paesi europei maggiormente colpiti dalla crisi, dove la recessione ha fatto esplodere tutti i fattori di debolezza economica, sociale e istituzionale esistenti, eppure, l’Italia ha la concreta possibilità di avviare una ripresa “ambientale” dell’economia e dei consumi. Nel corso della recessione, infatti, gli elementi di efficienza e sostenibilità ambientali si sono irrobustiti. Nonostante l’assoluta mancanza di politiche esplicite e di idonee scelte di governo, l’economia e la società italiana hanno gestito in maniera più efficiente le risorse, hanno consumato meno energia, prodotto più energia da fonti rinnovabili e riciclato più rifiuti, trasformato stili di consumo in un senso più sostenibile. A differenza di altri paesi ciò non è avvenuto per una scelta deliberata ma è ugualmente avvenuto.
Partendo dall’analisi dello stato del Paese, confermata dai parametri di Ambiente Italia 2015, il rapporto annuale sullo stato del Paese realizzato dall’istituto Ambiente Italia e Legambiente, l’associazione ambientalista ha presentato oggi a Roma “Il Green Act che serve all’Italia”, un documento che avanza proposte concrete e misure immediatamente applicabili per affrontare le sfide del futuro. In 11 schede sono stati presentati i temi fondamentali per realizzare la svolta di cui c’è bisogno e che quindi dovrebbero trovare cittadinanza nel Green Act annunciato dal Premier Renzi per marzo 2015, traducendosi anche in proposte legislative: fiscalità ambientale, città , bonifiche, energia, rifiuti, mobilità nuova, trasporti, dissesto idrogeologico, natura, turismo, fondi strutturali. Tutti temi che hanno strettamente a che fare con lo sviluppo economico del Paese, con la possibilità di creare filiere produttive e nuova occupazione, di produrre più benessere per tutti nel momento stesso in cui garantiscono risposte ai bisogni dei cittadini in termini di sicurezza, salute e qualità della vita. Al convegno, aperto da Duccio Bianchi, dell’Istituto Ambiente Italia e Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale Legambiente, hanno partecipato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, il Sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Ilaria Borletti Buitoni, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Gianluca Galletti e poi Paolo Acciai (Segretario Filca Cisl), Catia Bastioli (AD Novamont), Marino Berton (Coordinamento Free), l’on Chiara Braga, l’on Pippo Civati, Erasmo D’Angelis, Capo Struttura Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche di Palazzo Chigi, Roberto Della Seta (Green Italia), il Sindaco di Pavia Massimo De Paoli, Stefano Landi (Economista Luiss Roma), Gaetano Maccaferri (Vicepresidente Confindustria), l’on Giulio Marcon, la sen Paola Nugnes, l’on Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente e Territorio Camera dei Deputati), Fabio Refrigeri (Assessore Infrastrutture, Politiche Abitative, Ambiente – Regione Lazio), Riccardo Sanna (Coordinatore politiche economiche CGIL), Paolo Buzzetti (Presidente Ance), Maurizio Marcelli (Responsabile Ufficio Salute, ambiente, sicurezza Fiom Cgil).  Dalla foto scattata da Ambiente Italia 2015 vediamo che il Pil procapite nel 2014 è sceso poco sotto la media europea (prima della crisi era superiore del 10%). La disoccupazione è cresciuta e a fine 2014 il tasso ha raggiunto il 12,8% (il 21% nel Mezzogiorno), rispetto al 10% della media europea. Ma il problema principale dell’Italia è la non occupazione: nel 2014 le persone occupate sono meno del 56% della popolazione tra i 15 e i 64 anni con una distanza marcatissima dall’Unione Europea (il 65,5%). Ancora più marcata è la differenza nel tasso di occupazione femminile (il 46%). Recessione e politiche di austerità hanno causato l’incremento delle persone in condizioni di deprivazione materiale e di esclusione sociale, con una incidenza molto accentuata nel Mezzogiorno (il 46% della popolazione). Sono cresciute le diseguaglianze nella distribuzione del reddito. In Italia il 10% più povero detiene il 2,2% dei redditi, mentre il 10% più ricco ne detiene il 24,6%. Cala drammaticamente la qualità del capitale umano: l’Italia è, tra i 28 paesi dell’Ue, quello con il più basso tasso di istruzione universitaria tra i giovani e uno dei cinque – con Spagna, Malta, Portogallo e Romania – con il più alto tasso di giovani (18 – 24 anni) che non frequentano o che sono privi di un titolo di studio di scuola media secondaria. Abbiamo un crescente ritardo nell’innovazione tecnologica e di prodotto con la completa stasi della capacità brevettuale: mentre in tutti i paesi vi è stata negli ultimi dieci anni una crescita del numero di brevetti (globalmente il 50% in più, il 20% in più nella UE), in Italia il numero resta fermo, meno di 5.000 annui. E’ il sintomo inequivocabile della marginalità tecnologica del Paese. Se non produciamo innovazione è anche perché non investiamo in ricerca e sviluppo. Complessivamente gli investimenti sono pari all’1,2% del Pil e sono rimasti statici durante la recessione (mentre in Europa sono cresciuti). La spesa per ricerca e sviluppo in Italia è pari al 62% della media europea, al 40% c.a di quella della Germania e della Svezia. Ma la vera emergenza per il futuro è rappresentata dai Neet, not (engaged) in Education, Employment or Training. Il 26% di coloro che hanno tra 15 e 29 anni non studiano, non lavorano, non sono in un qualche processo formativo. A parte la Grecia, è il massimo valore registrato in tutta l’Unione Europea. E il Mezzogiorno è di gran lunga l’area europea con i più alti livelli di esclusione. In questa situazione di recessione abissale, l’economia italiana ha ottenuto risultati sorprendenti in alcuni settori ambientali, una conversione ecologica sostanzialmente spontanea, in parte determinata dalla recessione stessa che ha spinto le aziende verso comportamenti più attenti e virtuosi. In Europa tra il 2004 e il 2013 il consumo di materia si è ridotto del 15% ma in Italia i progressi sono stati maggiori: il consumo assoluto è diminuito del 32% (255 milioni di ton di materiali in meno all’anno estratti dal pianeta) e la produttività delle risorse è cresciuta ben del 40%. Ciò grazie soprattutto alla riduzione dei consumi energetici, dei consumi di metalli (con un maggior riciclo) e dell’attività edilizia. Nel 2013 i consumi lordi di energia primaria sono scesi a 173 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, l’1,9% in meno rispetto al 2012 e per il 2014 si prevede una ulteriore contrazione. E’ proseguita una forte contrazione dei consumi petroliferi e di gas e una crescita delle fonti rinnovabili. E’ tornata a migliorare l’efficienza energetica dei processi di produzione e di consumo. Nel 2014, invece, ha fortemente rallentato la corsa delle rinnovabili, che pure continuano a crescere sia in termini assoluti che come quota sul totale della produzione energetica. In termini di produzione elettrica è ancora cresciuto il fotovoltaico (+10%), ed è rimasta stabile la produzione eolica. Nel 2014, il 44% della produzione nazionale di energia elettrica deriva da fonti rinnovabili (102.000 GWh da idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico e circa 17.000 stimate da biomassa, rifiuti e bioliquidi), il massimo mai raggiunto, in crescita ulteriore rispetto al 2013 (era circa il 39%). Nel settore elettrico, in particolare, l’Italia diventa il terzo principale produttore europeo di elettricità derivante sia dall’insieme delle rinnovabili (dopo Germania e Svezia) sia dalle rinnovabili non idroelettriche (dopo Germania e Spagna). Nel 2012, secondo i dati Eurostat, in Italia sono stati riciclati oltre 53 milioni di tonnellate di rifiuti. In valore assoluto, l’Italia è il Paese europeo con le maggiori quantità recuperate dopo la Germania. Ciò dipende soprattutto dalla specificità del sistema industriale italiano che consente un elevato riciclo interno degli scarti industriali e addirittura richiede una consistente importazione di materie seconde. La recessione e la conversione energetica hanno poi consentito all’Italia di abbattere significativamente negli ultimi anni le emissioni climalteranti. Dopo una forte crescita tra il 1990 e il 2005, nel 2013 le emissioni climalteranti sono il 16% inferiori a quelle del 1990. Ciò che è straordinario è che tutto ciò è avvenuto in assenza di politiche pubbliche e di investimenti mirati tanto che in Italia alcune questioni ambientali continuano a ripresentarsi sostanzialmente senza soluzione: la concentrazione di PM10 (e delle frazioni più fini), resta elevata e il 30% della popolazione è esposto a concentrazioni superiori alla norma; nel settore dei rifiuti urbani siamo in affanno. Nell’insieme, l’Italia giunge a poco meno del 40% di raccolta differenziata e a poco più del 40% a discarica (la Germania arriva a poco meno del 65% di differenziata e a poco più dell’1% a discarica). Il consumo di suolo rimane un problema: tra il 1989 e il 2006 il suolo consumato sale al 6,6%, al ritmo di 265 kmq all’anno e poi rallenta per giungere al 2010 al valore del 6,9%. Un fenomeno particolare è quello dello sprawling: la crescita di case sparse e di piccoli nuclei abitati, la proliferazione di capannoni, svincoli, parcheggi, centri commerciali. A peggiorare la situazione, l’urbanizzazione delle aree costiere e l’abusivismo. Il ricco patrimonio culturale e paesaggistico dell’Italia ha poi un impatto economico diretto marginale (le entrate dei musei e monumenti statali ammontano a soli 126 milioni di euro) e lo stesso turismo italiano conosce una forte stasi, sia in termini di visitatori che di fatturato. In rapporto agli abitanti, le presenze turistiche dell’Italia sono inferiori del 25% a quelle della Spagna o della Grecia. “Il Green Act che serve all’Italia – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – deve rappresentare una scossa e aprire un nuovo indirizzo di politica economica, fiscale, industriale, culturale. Serve un disegno strategico che avvii un percorso organico fatto di misure concrete, da subito operative per realizzare quel cambio di passo necessario a rompere con le idee di sviluppo del Novecento, perché dal boicottaggio delle rinnovabili allo Sblocca Italia non c’è stato nessun segnale di cambiamento, come se questi temi non fossero urgenti e non rappresentassero una parte sostanziale del rilancio del Paese. Eppure oggi nell’edilizia nell’energia, nei rifiuti come in agricoltura è evidente che vi sia spazio solo per chi punta su innovazione e qualità ambientale. Il mondo è cambiato e l’Italia oggi ha una reale possibilità di trovare una propria bussola nella globalizzazione valorizzando quelle risorse, vocazioni e talenti che tutto il mondo ci invidia e utilizzando la chiave del clima come opportunità per permettere a famiglie e imprese di ridurre consumi energetici e importazioni di fonti fossili. Ma per fare ciò occorre accompagnare e promuovere il cambiamento con una chiara prospettiva di investimenti e regole”.  Affinché il Green Act possa dispiegare fino in fondo le sue potenzialità e rappresentare l’avvio di una strategia complessiva che coinvolge il sistema paese e che gli fa fare un salto di qualità, ci sono anche alcune precondizioni imprescindibili, che determineranno il successo o il fallimento di ogni politica di innovazione. Parliamo di questioni strutturali che riguardano l’assetto di base del paese come legalità, istruzione, cultura.

I temi e le proposte di Legambiente:

#1 _ FISCALITÀ AMBIENTALE: chi inquina paga, chi innova risparmia In Italia ogni anno vengono stanziati 5,7 miliardi di euro di sussidi alle fonti fossili.

Le proposte:

Adeguare i canoni delle concessioni demaniali. Eliminare i sussidi alle fonti fossili.

Eliminare la possibilità per i Comuni di utilizzare gli oneri di urbanizzazioni per le spese correnti.

Applicare subito l’Articolo 15 della Delega Fiscale (fiscalità ambientale ed energetica).

#2_ CITTÀ: rigeneriamole

Solo nelle città metropolitane italiane vivono 20 milioni di persone.

Le proposte:

Una struttura di missione per indirizzare e coordinare interventi di rigenerazione urbana

Disincentivare consumo del suolo, incentivare e semplificare le procedure per la riqualificazione dei condomini
Rendere operativo il fondo per l’efficienza energetica e stabilire i criteri per l’accesso di privati e enti pubblici.
Escludere dal patto di stabilità gli interventi di riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio pubblico.
Approvare subito il DL in materia di “Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato”.
#3_BONIFICHE: risanare le ferite

Sono oltre 100mila gli ettari di terreno da bonificare. Solo il 3% è stato ad oggi bonificato.

Le proposte:

Istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti orfani (modello Superfund).

Trasparenza negli appalti, legalità, fine dei commissariamenti, maggiori controlli ambientali.

Puntare sulle bonifiche in situ.

#4_ENERGIA: Italia rinnovabile

Nel 2014 il 44% della produzione nazionale di energia elettrica è derivato da fonti rinnovabili. L’efficienza energetica per unità di prodotto e di servizio è +9,5% nel periodo 2000 – 2013.

Le proposte:

Introdurre regole chiare e trasparenti per l’approvazione dei progetti da rinnovabili

Garantire e semplificare l’autoproduzione di energia per Comuni, famiglie, aziende

Cancellare miliardi di euro di sussidi alle fonti fossili dalle bollette.

#5_RIFIUTI: ridurre e riciclare prima di tutto In Italia il conferimento di rifiuti in discarica costa al massimo €25 per tonnellata; il 37% dei rifiuti urbani viene ancora smaltito in questo modo, in Sicilia il 93%.

Le proposte:

Penalizzare lo smaltimento in discarica con un aumento dei costi di conferimento (ecotassa).

Eliminare gli incentivi per il recupero energetico dai rifiuti Incentivare e premiare la riduzione dei rifiuti, il recupero di materia, gli acquisti verdi.

Rispetto delle scadenze e delle multe per gli obietti della raccolta differenziata.

#6_MOBILITÀ NUOVA: pedoni, pedali, pendolari

La mobilità urbana assorbe il 97% di tutti gli spostamenti.

Le proposte:

Fissare target nazionali di spostamenti individuali su mezzi privati a motore, per ridurli drasticamente.
Far viaggiare in sede protetta e in corsie preferenziali almeno un terzo dei percorsi della rete di trasporto pubblico di superficie.
Introdurre nel nuovo Codice della Strada, attualmente in discussione in Parlamento, un nuovo limite di velocità a 30km orari su tutta la rete viaria dei centri abitati.

#7_TRASPORTI: #cambiareverso alle infrastrutture

Sono tre milioni i pendolari che ogni giorno si muovono in treno in Italia. Rispetto al 2009 le risorse da parte dello Stato per il trasporto pubblico su ferro e su gomma sono diminuite del 20%.

Le proposte:

Priorità alla mobilità nelle aree urbane: 50% della spese per opere pubbliche.

Aumentare e ammodernare i treni in circolazione e rendere competitivo il servizio ferroviario.

Regioni: razionalizzare orari e linee, aumentare investimenti (5% del bilancio)

Superare il fallimento della Legge Obiettivo

#8_ DISSESTO IDROGEOLOGICO: azioni per prevenire

Sono 6 milioni gli italiani che vivono o lavorano in aree ad alto rischio idrogeologico.

Le proposte:

Basta con i vecchi progetti rimasti nei cassetti per anni, serve qualità nella progettazione

Non più difesa passiva ma politiche di prevenzione: spazio ai fiumi e naturalizzazione del territorio.

L’unità di missione garantisca l’efficacia a scala di bacino, non solo interventi puntuali

Istituire le Autorità di distretto, con strumenti adeguati per raggiungere gli obiettivi delle direttive comunitarie.

L’adattamento ai cambiamenti climatici e la riduzione del rischio procedano insieme e non più su binari separati

#9_NATURA: investire sulla biodiversità conviene

I parchi hanno attirato il 3,7% dei pernottamenti nazionali, pari a 14 mln di presenze.

Le proposte:

Garantire una fiscalità di vantaggio per le comunità che custodiscono i servizi ecosistemici.

Completare l’istituzione della Rete Natura 2000 e delle aree protette marine e terrestri.

Evitare nuove procedure di infrazione da parte dell’UE per la mancata applicazione delle Direttive in materia.

#10_TURISMO: l’Italia oltre la grande bellezza

Secondo l’Eurobarometro 2012, ambiente e natura sono il primo fattore di fidelizzazione turistica.

Le proposte:

Integrazione delle diverse vocazioni e risorse territoriali per diversificare e destagionalizzare.

Sostenere e incrementare i servizi per il turismo dolce e non motorizzato.

Incentivare l’adozione di un sistema di indicatori per la gestione sostenibile delle destinazioni

Favorire l’acquisizione di competenze turistiche anche a professionisti di altri settori (agricoltori) e mettere ordine nei sistemi regionali delle guide turistiche.

#11_ RISORSE EUROPEE 2014-2020: sfide e opportunità

Oltre 100 miliardi di risorse resi disponibili dal quadro finanziario europeo per il periodo 2014-2020.

Le proposte:

Allocare almeno il 20% delle risorse disponibili per il clima il 5% per lo sviluppo urbano sostenibile.

Stabilire target ambiziosi e obbligatori per tutti i fattori fisici (es. tonn. di CO2 eq. di risparmio)

Semplificare i processi decisionali, mettere in atto sistemi di monitoraggio e verifica della spesa.

I fondi siano volano delle politiche ordinarie, per spenderli bene e spenderli tutti.

Fonte: ecodallecitta.it

Mal’aria 2015: le 32 città più inquinate in Italia

E’ critica la situazione in Pianura padana, ma anche nelle grandi città del Centro Sud, a causa dell’elevato livello di inquinamento generato da polveri sottili e ozono responsabili di patologie e morti premature. Mal’aria 2015, il dossier di Legambiente sulla qualità dell’aria che respiriamo non porta buone notizie: alla fine di gennaio 2015 la situazione relativa all’inquinamento atmosferico è già fuori controllo. Dall’inizio dell’anno a oggi la soglia massima giornaliera consentita di PM10 è stata superata in 10 giorni in 32 capoluoghi. A guidare la classifica ci sono i principali centri urbani della Pianura padana, mentre Roma ha registrato 12 giorni di superamento e Napoli 11 giorni. Ma le città dall’aria più inquinata in questo inizio di 2015 sono state Parma e Frosinone con 20 giorni di superamento. Nel 2014 la campagna di Legambiente, Ti tengo d’occhio, aveva monitorato 88 capoluoghi e ben il 37 per cento, ovvero 33 città hanno superato il limite di 35 giorni oltre la soglia massima ammessa di PM10.

  1. Frosinone Frosinone scalo 20 giorni
  2. Parma Montebello 20 giorni
  3. Venezia Via Beccaria 19 giorni
  4. Padova Arcella 18 giorni
  5. Treviso Via Lancieri di Novara 18 giorni
  6. Vicenza Quartiere Italia 18 giorni
  7. Terni Le Grazie 17 giorni
  8. Asti Baussano 17 giorni
  9. Monza via Machiavelli 16 giorni
  10. Torino Rebaudengo 16 giorni
  11. Cremona via Fatebenefratelli 15 giorni
  12. Lodi S. Alberto 15 giorni
  13. Milano Pascal Città Studi 15 giorni
  14. Reggio Emilia Timavo 15 giorni
  15. Ferrara Isonzo 14 giorni
  16. Mantova Via Ariosto 14 giorni
  17. Pavia Piazza Minerva 14 giorni
  18. Rovigo Centro 14 giorni
  19. Verona VR – Borgo Milano (TU) giorni 13
  20. Piacenza Giordani – Farnese 13 giorni
  21. Ravenna Zalamella 13 giorni
  22. Alessandria Volta 12 giorni
  23. Brescia Villaggio Sereno 12 giorni
  24. Roma Preneste 12 giorni
  25. Benevento BN32 Via Floria 11 giorni
  26. Napoli NA09 Via Argine 11 giorni
  27. Bologna Porta San Felice 11 giorni
  28. Aosta Pepiniere 10 giorni
  29. Lucca Michletto 10 giorni
  30. Modena Giardini 10 giorni
  31. Rimini Flaminia 10 giorni
  32. Forlì-Cesena Roma 10 giorni

Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente ha detto:

E’ quanto mai evidente la necessità di un urgente e decisivo piano di intervento che vada finalmente ad incidere sulle politiche relative alle fonti di inquinamento più volte annunciato ma ancora mai attivato a livello nazionale. Le cause si conoscono e le soluzioni ci sono, occorrono la volontà politica e gli strumenti per metterle in campo. Per ridurre le emissioni industriali occorre avviare la rapida approvazione delle Autorizzazione Integrate Ambientali per gli impianti nuovi ed esistenti e promuovere l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili per ridurne gli impatti. Bisogna poi uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili puntando su fonti energetiche rinnovabili; investire nella riqualificazione energetica degli edifici per ridurne i consumi e migliorarne l’efficienza e l’isolamento termico, garantendo così una riduzione nelle emissioni dagli impianti di riscaldamento domestici e affrontare uno dei nodi principali: il trasporto a livello urbano ed extra urbano. Oggi l’Italia continua ad avere il record per numero di auto per abitante, 65 ogni 100 contro una media europea di 48 circa, con un tasso di motorizzazione addirittura in crescita negli ultimi anni, e il trasporto privato continua ad essere la modalità più diffusa per muoversi verso le città e al loro interno. Solo invertendo questa tendenza e garantendo un trasporto pubblico efficace e competitivo si possono restituire ai cittadini una migliore qualità dell’aria e della vita.

Ricordiamo che l’Italia ha il primato in Europa per morti premature causate dall’inquinamento da ozono. Il dato relativo al 2011 ci dice che nel nostro Paese sono morte 3400 persone mentre sono 64000 le vittime per morte causata da PM10 e dietro di noi la Germania. L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha stimato che l’aria inquinata ha causato 400 mila morti premature che hanno pesato sui costi dei sistemi sanitari e ricordo che lo IARC ha chiaramente detto che l’inquinamento e sopratutto del particolato atmosferico è cancerogeno del gruppo 1.GERMANY-THEME-LIGHT-INDUSTRY-ENERGY-COAL

Fonte:  Legambiente