Cina leader delle batterie per auto elettriche

Secondo l’analisi di Digitimes entro il 2020 la Cina produrrà il 70% delle batterie per auto elettriche vendute in tutto il mondo.http _media.ecoblog.it_a_aut_auto-elettriche_AutoElettriche_0089

Già nel 2017 quasi la metà delle batterie per auto elettriche costruite e vendute nel mondo erano made in China. Lo scorso anno il mercato degli accumulatori per veicoli a batteria è cresciuto del 60%, raggiungendo 1,18 milioni di unità vendute. Sono i numeri, e le conseguenti previsioni, sul business globale delle batterie per auto elettriche da poco rilasciati da DigiTimes Research. Secondo questi numeri manca poco al momento fatidico, al giorno in cui la maggior più della metà delle batterie sarà costruita in Cina. Non è escluso che già nel 2018 le previsioni di DigiTimes diventino realtà. Si prevede infatti che nel 2020, cioè tra due anni appena, il 70% degli accumulatori per EV sarà cinese. Questo anche grazie agli attuali incentivi statali che in Cina stanno trainando il mercato delle auto elettriche e, di conseguenza, delle batterie.  Oggi chi compra un EV in Cina ha fino a 9.700 dollari di sussidio e il Governo ha stanziato quasi 15 miliardi di dollari per la costruzione di fabbriche di batterie.

La Cina offre ottimi sussidi ai produttori di EV e ai consumatori e fornisce incentivi per incoraggiare lo sviluppo di batterie EV e stazioni di ricarica – si legge nella ricerca di DigiTimes – trasformando la Cina nel più grande produttore di batterie EV al mondo con catene di approvvigionamento complete“.

La Cina ha fissato l’obiettivo del 20% di auto elettriche rispetto alle vendite totali annue di auto nel paese entro il 2025. La ricerca DigiTimes stima che Le vendite di EV raggiungeranno 13,75 milioni di unità nel mondo entro il 2025, con il 38% assorbito dal mercato cinese.  Attualmente le due aziende cinesi Contemporary Amperex Technology e BYD sono, rispettivamente, il primo e il terzo fornitore al mondo di batterie per auto elettriche. Sembra che alcuni produttori automobilistici abbiano già preso atto del fatto che la Cina ormai domina il mercato delle batterie: Nissan, pochi giorni fa, ha concluso l’accordo per la vendita della sua divisione produttiva di accumulatori per EV alla cinese Envision Energy, azienda con sede legale a Shanghai attiva nel business delle energie rinnovabili e dei servizi collegati all’energia.

Fonte: ecoblog.it

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In viaggio da quattro anni per cambiare vita e insegnare ai ragazzi

Quattro anni fa Claudio Piani ha deciso di lasciare il suo lavoro a Milano per iniziare un nuovo percorso di vita: è partito per un lungo viaggio e ha attraversato diversi Paesi, fino ad innamorarsi della Cina, dove ora insegna educazione fisica. Lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato la sua esperienza ed i progetti per il futuro. Arrivare in Australia via terra e trasferirsi in Cina per insegnare pallacanestro ai ragazzi: è ciò che ha fatto Claudio Piani, trentenne milanese laureato in scienze motorie che, nel 2014, ha deciso di lasciare il suo impiego e di partire per andare a lavorare un anno in Australia, muovendosi via terra da solo, facendo l’autostop. Spesso, durante il viaggio, ha lavorato in cambio di un alloggio o di un pasto o per raccogliere i soldi necessari per il proseguimento del viaggio, mentre una volta giunto in Australia è riuscito a fare tanti lavori diversi che gli hanno permesso di coprire il viaggio di ritorno. È stato durante questo lunghissimo viaggio durato ben 859 giorni – da agosto 2014 a dicembre 2016, per un totale di 78.268 km percorsi e 33 nazioni attraversate – che Claudio ha attraversato due volte la Cina, all’andata e al ritorno, e se ne è innamorato.Viaggio_in_Australia

Viaggio in Australia

Tornato a Milano, riprende a lavorare in ambito sportivo, ma cresce in lui il desiderio di tornare in Cina per viverci e lavorare almeno un anno e per poterlo conoscere in modo più approfondito, così come aveva fatto in Australia. Comincia quindi a cercare informazioni e scopre che in Cina c’è una forte richiesta di insegnanti stranieri di educazione fisica, calcio e pallacanestro (lo sport più praticato del paese, più del ping-pong che, comunque, rimane “sport nazionale”) e che gli stipendi sono molto concorrenziali rispetto all’Italia. I requisiti richiesti sono: età tra 25 e 40 anni, laurea in scienze motorie (anche triennale), madrelingua inglese o conoscenza dell’inglese, fedina penale pulita e da due a tre anni di esperienza nel campo dell’insegnamento. I contratti prevedono 20-25 ore di lavoro di settimanali, stipendio dai 1500 ai 3500 dollari circa al mese, ferie pagate, assicurazione sanitaria, appartamento garantito e rimborso spese a fine contratto. Un sogno per qualsiasi laureato italiano: lavorare in Cina per un anno gli permetterebbe anche di risparmiare qualche soldo per visitare il paese durante le festività e le vacanze scolastiche.Piani2

La decisione è presa e Claudio comincia ad espletare le lunghe pratiche burocratiche italo-cinesi finché ad agosto 2017 arriva il visto provvisorio e può partire, ma stavolta in aereo. Destinazione finale Shenzhen, città di 13 milioni di abitanti nella provincia meridionale di Guangdong, affacciata sul mare e non lontana da Hong Kong. Nelle prime tre settimane a Shenzhen, Claudio abita in albergo del centro città (pagato dall’agenzia di intermediazione tra scuole cinesi e insegnanti stranieri) e, dopo aver completato nuove pratiche e fatto colloqui col provveditorato, ottiene il visto ufficiale e il permesso di lavoro annuale. Gli viene assegnato un contratto presso la “Shenzhen Bao’An Primary School” – una scuola elementare del quartiere di Bao’An, distante 30 km dal centro di Shenzhen – come insegnante di basket alle classi quarte e quinte. Shenzhen, che si affaccia sul delta del Fiume delle Perle e sul Mar Cinese Meridionale, nel 1978 contava solo 30.000 abitanti, quasi tutti pescatori e commercianti, mentre oggi è una delle capitali dell’import-export cinese e una delle città con il maggior numero di “expats” occidentali (cioè gli occidentali che risiedono e lavorano in Cina). Oggi Claudio vive e lavora nel distretto di Bao’An, uno dei quartieri “storici” di Shenzhen, ed ha trovato il giusto compromesso tra autentica “vita cinese” e “vita all’occidentale”. A Bao’An Claudio è l’unico “bianco” del suo rione, è lo “straniero” che suscita la curiosità della comunità locale, mentre quando va in centro città diventa uno dei numerosi e “normali” stranieri che vivono a Shenzhen. Abbiamo chiesto a Claudio di raccontarci meglio le sue esperienze di viaggio e di vita.

Claudio perché, tra tutte le nazioni che hai attraversato durante il tuo lungo viaggio a piedi, hai scelto come meta lavorativa proprio la Cina?

Le ragioni sono state diverse. La prima e principale è stato l’enorme fascino che questa nazione ha inaspettatamente generato in me. Il sentimento di sicurezza nel visitarla, la curiosità per ogni aspetto della sua vita così diversa da quella occidentale ed infine la varietà ambientale e sociale delle sue regioni. In secondo luogo, la Cina per me era una nazione conveniente per lavorarci. Lo sport più popolare è la pallacanestro, esattamente la disciplina che insegnavo in Italia; in più gli stipendi sono buoni ed il costo della vita piuttosto basso, permettendomi di risparmiare facilmente soldi utili per i prossimi viaggi. Esattamente come fatto in Australia. Infine, vivere in Cina mi permette di essere in un “punto strategico” per visitare alcune regioni e nazioni che desidero vedere, ad esempio Filippine, Sri Lanka e Tibet.Piani7

La tua famiglia ti ha sostenuto nelle tue scelte di partire per il tuo primo viaggio in Australia così lungo a piedi e, una volta tornato in Italia, di ripartire per lavorare un altro anno in Cina?

Ormai sono passati quasi quattro anni da quando ho iniziato a vivere questa condizione di “semi-nomadismo”. Chi mi conosceva e mi voleva bene sapeva che, prima o poi, questo sarebbe successo. Sicuramente nessuno, io compreso, si aspettava che questa fase di vita si prolungasse così a lungo. Sento di essere stato rispettato e sostenuto sia dalla mia famiglia che dai miei amici. Nonostante spesso io manchi loro (e loro manchino a me), sanno che sto facendo qualcosa che desidero fare e che mi rende felice.

Comunichi in inglese con i tuoi colleghi, superiori e, soprattutto, coi bambini oppure c’è sempre con te un traduttore o sono previsti corsi/esami obbligatori di cinese per gli “expats”?

Comunico in inglese con tutti anche se in pochissimi intorno a me parlano inglese. La direttrice della scuola, ad esempio, non lo parla e nemmeno quasi tutti i miei colleghi di educazione motoria. Condivido l’ufficio insieme agli insegnanti di inglese: almeno lì posso chiacchierare con qualche collega. Con i bambini vale stesso discorso. Parlo in inglese e non dispongo di nessun assistente che traduca in cinese. I bambini non sempre capiscono, ma è proprio qui che nasce la mia personale crescita “comunicativa” come insegnante. Devo dimostrare più dettagliatamente, il mio tono di voce ha un ruolo cruciale, la mia mimica facciale e la mia gestualità diventano elementi imprescindibili. È un’esperienza che mi arricchisce quotidianamente. Nessun corso di cinese è obbligatorio per gli “expats” e sta alla coscienza di ognuno impegnarsi nell’apprendimento della lingua cinese o meno.Shenzhen

Shenzhen

Cosa ti affascina di più di Shenzhen e della vita e della cultura cinesi?

Sono molto affascinato dalla cultura cinese, ma purtroppo Shenzhen ne offre poca. Avrei preferito finire in altre città, ad esempio Kunming o Chengdu, dove la vita è più “cinese” e meno centrata sul business, come qui. Fortunatamente insegno e vivo in quartiere periferico della città, dove riesco a respirare appieno la realtà tradizionale e dove non incontro troppo stranieri. Quella cinese è una società molto sicura, estremamente comunitaria. Le persone qui sono allegre e rilassate, per quanto possa sembrare il contrario. È un mondo totalmente diverso dal nostro e nel quale è impossibile immergersi al 100%, anche se si parla la lingua locale. È un mondo che una persona dall’animo curioso necessita di conoscere.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro: ti fermerai in Cina più di un anno o c’è già un’altra nazione all’orizzonte nella quale vorresti vivere e lavorare?

Dopo cinque mesi di permanenza qui in Cina posso affermare che un anno credo sia sufficiente a soddisfare tutti i miei bisogni. Sto vivendo la realtà cinese, sto lentamente imparando la lingua e racimolando qualche soldo. Mi piacerebbe tornare in Italia ancora una volta via terra (magari in moto questa volta), magari aprendo una sorta di raccolta fondi per un ospedale in Nepal. Da lì in poi si vedrà, anche se mi piacerebbe fermarmi un po’ in Italia, magari in una regione diversa dalla mia per provare una vita diversa, ma nel mio paese – il più bello di tutti..!

Informazioni dettagliate e consigli utili per chi vorrebbe lavorare in Cina sono disponibili sul blog di Claudio “Piani per la Cina”

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/viaggio-cambiare-vita-insegnare-ragazzi/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Apre la strada solare più grande al mondo: è in Cina e genererà 1 mln di kWH

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La Cina ha annunciato in pompa magna di aver inaugurato la strada solare più lunga al mondo.

Ma è davvero così? Non proprio! Di certo però si tratta della strada solare più ‘estesa’, ovvero quella con una superficie totale maggiore in metri quadrati. Scopriamo insieme dove sorge il nuovo tratto stradale, quali caratteristiche ha e quali sono i progetti simili già inaugurati nel mondo.

La strada solare più lunga al mondo?

La nuova strada solare sarà aperta a Jinan, la capitale della provincia dello Shandong, nel nord-est del Paese asiatico. Il traffico veicolare sarà dirottato su un tratto di strada lungo 1 chilometro. Il tratto stradale di Jinan include due corsie, una corsia di emergenza ed è stata progettata in modo tale da generare elettricità e consentire il passaggio dei mezzi di trasporto pubblico.

Questo tratto particolare è costituito da tre strati:

  • Il livello superiore è ricoperto da cemento trasparente
  • Lo strato intermedio è il pannello fotovoltaico vero e proprio
  • Il livello più profondo serve infine a isolare il resto

Complessivamente, l’area interessata dalla nuova strada solare è di 5,875 metri quadrati.

Zhang Hongchao, designer e ingegnere della Tongjy University, ha dichiarato che la nuova tratta riesce a sopportare un carico 10 volte maggiore rispetto all’asfalto normale. Inoltre, la strada solare sarà in grado di generare 1 milione di kWH di elettricità, in un anno.

L’energia generata sarà utilizzata per alimentare l’impianto di illuminazione della strada, un sistema elettrico in grado di sciogliere la neve sulla strada e per rifornire (in futuro) le stazioni di ricarica per i veicoli elettrici.

La pecca? Il costo: per ogni metro quadrato di strada solare occorrono 3mila renminbi (458 dollari). Molto di più rispetto alle strade ‘normali’.

Strada solare: i progetti nelle altre nazioni

La Cina sostiene che quella inaugurata a Jinan sia la prima autostrada fotovoltaica al mondo. Di sicuro è finora il tratto di questo tipo più vasto (non il più lungo) mai realizzato. Il primo progetto di questo tipo è stato infatti inaugurato in Francia, in Normandia, nel villaggio di Tourouvre-au-Perche. Anche qui la strada solare, inaugurata alla fine del 2016, ha una lunghezza di 1 chilometro. La superficie totale è però di circa la metà, con i suoi 2,7 mila metri quadrati. Ancora prima, nel 2014, in Olanda veniva inaugurata una pista ciclabile solare (ne abbiamo parlato qui). La lunghezza era in quel caso di 70 metri. All’inizio del 2017, infine, era stata inaugurata la prima strada solare negli USA. Si tratta di un progetto pilota, con 30 pannelli fotovoltaici installati in un tratto stradale di Sandpoint, in Idaho. La stessa società, Solar Roadways, ha progetti in corso anche in Maryland e in Colorado.

Cina leader nel fotovoltaico

Secondo i dati del BP Statistical Review of World Energy 2017, nel 2016 la Cina ha raggiunto una capacità di 78 GigaWatt di elettricità prodotta grazie al fotovoltaico. Si tratta del primo Paese al mondo. E l’obiettivo è di raggiungere i 105 GW entro il 2020. A seguire, troviamo il Giappone con 42,8 GW e la Germania con 41,3. L’Italia è quinta, dietro gli USA, a 19,3 GigaWatt.

La Cina ha annunciato in pompa magna di aver inaugurato la strada solare più lunga al mondo.

Ma è davvero così? Non proprio! Di certo però si tratta della strada solare più ‘estesa’, ovvero quella con una superficie totale maggiore in metri quadrati. Scopriamo insieme dove sorge il nuovo tratto stradale, quali caratteristiche ha e quali sono i progetti simili già inaugurati nel mondo.

La strada solare più lunga al mondo?

La nuova strada solare sarà aperta a Jinan, la capitale della provincia dello Shandong, nel nord-est del Paese asiatico. Il traffico veicolare sarà dirottato su un tratto di strada lungo 1 chilometro. Il tratto stradale di Jinan include due corsie, una corsia di emergenza ed è stata progettata in modo tale da generare elettricità e consentire il passaggio dei mezzi di trasporto pubblico.

Questo tratto particolare è costituito da tre strati:

  • Il livello superiore è ricoperto da cemento trasparente
  • Lo strato intermedio è il pannello fotovoltaico vero e proprio
  • Il livello più profondo serve infine a isolare il resto

Complessivamente, l’area interessata dalla nuova strada solare è di 5,875 metri quadrati.

Zhang Hongchao, designer e ingegnere della Tongjy University, ha dichiarato che la nuova tratta riesce a sopportare un carico 10 volte maggiore rispetto all’asfalto normale. Inoltre, la strada solare sarà in grado di generare 1 milione di kWH di elettricità, in un anno.

L’energia generata sarà utilizzata per alimentare l’impianto di illuminazione della strada, un sistema elettrico in grado di sciogliere la neve sulla strada e per rifornire (in futuro) le stazioni di ricarica per i veicoli elettrici.

La pecca? Il costo: per ogni metro quadrato di strada solare occorrono 3mila renminbi (458 dollari). Molto di più rispetto alle strade ‘normali’.

Strada solare: i progetti nelle altre nazioni

La Cina sostiene che quella inaugurata a Jinan sia la prima autostrada fotovoltaica al mondo. Di sicuro è finora il tratto di questo tipo più vasto (non il più lungo) mai realizzato. Il primo progetto di questo tipo è stato infatti inaugurato in Francia, in Normandia, nel villaggio di Tourouvre-au-Perche. Anche qui la strada solare, inaugurata alla fine del 2016, ha una lunghezza di 1 chilometro. La superficie totale è però di circa la metà, con i suoi 2,7 mila metri quadrati. Ancora prima, nel 2014, in Olanda veniva inaugurata una pista ciclabile solare (ne abbiamo parlato qui). La lunghezza era in quel caso di 70 metri. All’inizio del 2017, infine, era stata inaugurata la prima strada solare negli USA. Si tratta di un progetto pilota, con 30 pannelli fotovoltaici installati in un tratto stradale di Sandpoint, in Idaho. La stessa società, Solar Roadways, ha progetti in corso anche in Maryland e in Colorado.

Cina leader nel fotovoltaico

Secondo i dati del BP Statistical Review of World Energy 2017, nel 2016 la Cina ha raggiunto una capacità di 78 GigaWatt di elettricità prodotta grazie al fotovoltaico. Si tratta del primo Paese al mondo. E l’obiettivo è di raggiungere i 105 GW entro il 2020. A seguire, troviamo il Giappone con 42,8 GW e la Germania con 41,3. L’Italia è quinta, dietro gli USA, a 19,3 GigaWatt.

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Fonte: ambientebio.it

La Cina punta a usare il bioetanolo su scala nazionale entro il 2020

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Il piano, riporta l’agenzia Nuova Cina, è stato svelato in una fase in cui il Paese spinge sull’utilizzo di un eco-carburante rinnovabile, valido e rispettoso dell’ambiente. La Cina vuole espandere l’uso su scala nazionale di bioetanolo come carburante entro il 2020: è l’obiettivo annunciato oggi dalla National Development and Reform Commission and National Energy Administration. Il piano, riporta l’agenzia Nuova Cina, è stato svelato in una fase in cui il Paese spinge sull’utilizzo di “un eco-carburante rinnovabile, valido e rispettoso dell’ambiente”.

Il bioetanolo si ottiene attraverso la fermentazione di biomasse, ovvero di prodotti agricoli ricchi di zucchero (glucidi) quali i cereali, le colture zuccherine, gli amidacei e le vinacce. “Si tratta di un’alternativa ideale ai carburanti fossili”, ha spiegato un funzionario dell’amministrazione. In particolare la Cina userà il bioetanolo E10, che come spiega Rinnovabili.it è una delle tante miscele di carburante – E5, E7, E10, E20, E85, E95 – nate in questi anni dall’aggiunta di alcol etilico (la cui percentuale in volume è indicata dal numero nel nome) alla benzina. Oltre 40 Paesi e regioni consumano 600 milioni di tonnellate circa di bioetanolo ogni anno, corrispondenti al 60% dei consumi annuali di carburanti. La Cina è terzo produttore mondiale di bioetanolo e usa 2,6 milioni di tonnellate annue, mentre il carburante mescolato a etanolo vale un quinto dei consumi. Le benzine arricchite di etanolo sono una realtà in diversi Paesi, adottate in alcuni casi con pretesti ecologici visto le minori emissioni, in altri per meri motivi economici. L’uso di questo combustibile in Cina è iniziato molto più tardi rispetto a paesi come il Brasile o gli Stati Uniti, oggi i maggiori fornitori e consumatori di bioetanolo. Nonostante ciò ha superato in poco tempo l’Unione Europea, conquistando il terzo posto sul podio mondiale: oggi il gigante asiatico ne produce oltre 7 milioni di litri, consumandone però meno della metà, in una quota più bassa dell’1 per cento sul consumo nazionale totale di carburante. Per accrescere il settore, il Paese sarebbe disposto a imporre a livello provinciale dei quantitativi minimi di biocarburanti da aggiungere al combustibile per trasporti.

Fonte: ecodallecitta.it

L’impianto fotovoltaico a forma di panda in Cina

E’ probabilmente il parco fotovoltaico più simpatico del mondo: 100 MW di pannelli solari che disegnano un panda nelle campagne della Cina.http _media.ecoblog.it_4_41e_impianto-fotovoltaico-a-forma-di-panda-in-cina

E’ stato connesso alle rete elettrica della provincia cinese dello Shanxi il parco fotovoltaico a forma di panda di Datong. Si tratta dei primi 50 MW su 100 MW totali, che stupiscono più per la creatività che per le soluzioni tecniche adottate. Non si tratta, infatti, dell’impianto fotovoltaico più grande del mondo ma, sicuramente, del più originale e simpatico. Che porta con sé anche un bel messaggio. L’idea, infatti, è quella di lanciare un messaggio ai giovanissimi in un paese, la Cina, che è fondamentale per il futuro dell’intero pianeta. E’ noto, infatti, che le scelte che faranno i cinesi nei prossimi 20-30 anni influiranno pesantemente sullo sviluppo economico e sociale del resto del mondo. Il parco di Datong è stato costruito da Panda Green Energy, precedentemente nota come United Photovoltaics Group Limited. La storia del parco solare a forma di panda è iniziata a maggio 2016, con un accordo tra Panda Green Energy e lo UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e la successiva costruzione dei primi 50 MW. Il progetto rientra nella grande iniziativa congiunta dell’ONU e del Governo cinese denominata “Belt and Road“, che mira a portare sviluppo economico lungo quella che un tempo era la antica via della seta euroasiatica. Al di là del forte impatto comunicativo, specialmente nei confronti dei più giovani, quando l’impianto fotovoltaico a forma di panda di Datong sarà ultimato potrà produrre 3,2 miliardi di kWh di energia elettrica pulita, nel corso dei 25 anni di operatività prevista dal progetto. Ciò comporterà un risparmio di emissioni di CO2 pari a 2,74 miliardi di tonnellate, che sarebbero state prodotte se l’energia elettrica fosse stata generata da 1.065 milioni di tonnellate di carbone. Panda Green Energy prevede di costruire, nei prossimi cinque anni, altri parchi fotovoltaici dalle forme insolite (come anche centrali elettriche con altre tecnologie pulite) lungo la via della seta con il progetto “Panda 100 Program“.

Fonte: ecoblog.it

Fotovoltaico galleggiante: mega progetto in Cina

Sungrow sta costruendo un impianto fotovoltaico galleggiante da 150 MW di potenza su un lago artificiale. Fino a pochi anni fa era una miniera di carbonehttp _media.ecoblog.it_2_27d_fotovoltaico-galleggiante-mega-progetto-in-cina

Il fotovoltaico può servire, oltre che a produrre energia pulita dal sole, anche a riqualificare ex siti minerari fortemente inquinati. Come nel caso del sito di Huainan, nella provincia di Anhui in Cina, che è ha ospitato per decenni una miniera di carbone e che, tra non molto, diventerà la sede del più grande impianto fotovoltaico galleggiante del mondo. Come in quasi tutte le miniere di carbone abbandonate, anche a Huainan è nato un lago inquinato: scavando in cerca del combustibile fossile più sporco di sempre, infatti, l’industria mineraria normalmente pompa dalle profondità del sottosuolo acqua dolce di risalita. Che è spesso inquinata dalle sostanze chimiche utilizzate per scavare e dai metalli che naturalmente si trovano sotto terra. Quando la miniera viene chiusa e abbandonata quest’acqua non viene più pompata e portata via e, così, in pochi anni si viene a formare un lago artificiale fatto di acqua inquinata. Un sito inutilizzabile per la stragrande maggioranza delle attività economiche, ma non per il fotovoltaico. Sungrow, infatti, ha deciso di utilizzare il lago artificiale come base per il suo mega progetto di fotovoltaico galleggiante: delle enormi zattere ancorate con dei cavi al fondale ospitano i pannelli solari fotovoltaici mentre, tra una zattera e l’altra, sono stati piazzati gli inverter che convertono l’energia a corrente continua prodotta dai pannelli solari in energia a corrente alternata che può viaggiare nella rete elettrica nazionale cinese. Cao Renxian, CEO e presidente di Sungrow, ha dichiarato alla rivista di settore cinese PV-Tech che il nuovo progetto dovrebbe essere ultimato entro l’anno. Quindi, se i tempi verranno rispettati, è assai probabile che i 150 MW di energia pulita di Huainan verranno allacciati alla rete a inizio 2018.

Le banche – ha specificato Renxian – ci danno supporto finanziario perché, anche se il ritorno economico di questi impianti galleggianti è inferiore a quello degli impianti montati a terra, questo tipo di impianti non ha problemi di mercato immobiliare“.

Credit foto: Sungrow

Fonte: ecoblog.it

In Cina la prima ‘telefonata quantistica’

L’esperimento di Pechino apre la strada a telecomunicazioni supersicure: il satellite Micius ha inviato coppie di fotoni legati, tra da una proprietà quantistica detta entanglement, a tre stazioni di rilevamento distanti 1.200 chilometri l’una dall’altra. Le particelle hanno conservato il legame e potranno essere usate come chiave per crittografare messaggi a prova di hacker

di ELENA DUSI

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ROMA – Dallo spazio è arrivato sulla Terra il primo trillo che usa un telefono quantistico. E la chiamata non era diretta ai soliti paesi protagonisti dell’esplorazione del cosmo, bensì alla Cina. Pechino, che sta investendo pesantemente nelle tecnologie per le comunicazioni quantistiche, ha battuto oggi le nazioni rivali realizzando la prima “linea telefonica” fra un satellite in orbita e tre stazioni terrestri.

Non che la chiamata sia servita a dire nulla. Per il momento l’esperimento ha solo dimostrato la fattibilità di comunicazioni che usano singoli fotoni e sono dunque impossibili da intercettare. Ma di sicuro gli sforzi di Pechino non si esauriranno qui. E’ stato infatti il leader del partito Xi Jinping a lanciare (e finanziare) nel 2012 il progetto Quess: Quantum Experiments of Space Scale. Ad agosto dell’anno scorso un razzo Lunga Marcia ha messo in orbita il satellite Micius (antico scienziato e filosofo cinese), dedicato espressamente alle comunicazioni quantistiche. Oggi un articolo su Science rivela che il primo contatto fra terra e cielo a base di fotoni collegati attraverso il fenomeno dell’entanglement è stato stabilito. Il satellite ha spedito coppie di queste particelle a tre stazioni di rilevamento cinesi situate a circa 1.200 chilometri l’una dall’altra. I primi esperimenti con fotoni singoli (ma senza entanglement) tra la Terra e un satellite sono italiani: li ha fatti Paolo Villoresi dell’Università di Padova.

L’entanglement è uno strano fenomeno della meccanica quantistica secondo cui due particelle (nel nostro caso fotoni) mantengono esattamente le stesse proprietà pur trovandosi lontani l’uno dall’altro. La letteratura popolare si è sbizzarrita su questo aspetto, paragonandolo all’amore a distanza. Ma non è certo questo il motivo che spinge da alcuni anni a questa parte i governi di molti paesi a finanziare le sperimentazioni su comunicazioni quantistiche e teletrasporto.
Quando il satellite Micius invia a due stazioni sulla Terra due fotoni identici, infatti, li sta dotando di fatto di una “password” che nessun hacker potrà violare senza essere immediatamente notato. Mentre nelle telefonate oggi spediamo miliardi di fotoni ai nostri interlocutori (o agli innamorati lontani), permettendo a un eventuale spione di “rubarne” una certa quantità, passare inosservati non sarebbe possibile quando la “chiave” di una conversazione criptata fosse limitata a una singola particella. Conversazioni a prova di hacker fanno gola a molti, dal settore militare a quello bancario. Ecco perché oltre alla Cina anche Nasa, Unione Europea (con la cifra record di un miliardo di euro), Agenzia Spaziale Europea e Canada lavorano alacremente a questi progetti.

I risultati finora sono stati modesti. E anche il primato cinese è in realtà solo un passo preliminare, ancora lontano da applicazioni pratiche. Finora i “fotoni accoppiati” sono stati fatti viaggiare lungo fibre ottiche di alcuni chilometri (un centinaio nei casi migliori): decisamente troppo poco per poter parlare di quell’internet quantistico che entanglement e teletrasporto teoricamente promettono.

Quel che Micius ha fatto è stato inviare con un laser coppie di fotoni a due coppie di stazioni a Terra: Delingha (nella regione del Qinghai, al centro della Cina) e Lijiang (nella regione dello Yunnan, a sud) e Delingha e Nanshan (nella regione dell’Urumqi, a nord-ovest). Le prime due stazioni sono distanti 1203 chilometri, le seconde due 1120. Le coppie di fotoni (quasi sei milioni al secondo) hanno viaggiato nello spazio per distanze variabili fra i 500 chilometri (l’altitudine dell’orbita di Micius) e 2mila chilometri, riuscendo a non perdere il loro stato di entanglement. Le due stazioni che hanno ricevuto i fotoni si sono così ritrovate in mano la chiave per poter procedere (e sarà la prossima tappa dell’esperimento) a scambi di informazioni sicure.

“Le competenze necessarie per questo esperimento vengono dall’Europa (il protagonista, Jian-Wei Pan, ha fatto il dottorato vent’anni fa in Austria, con cui mantiene importanti collaborazioni), – commenta Tommaso Calarco, direttore del Centro per le scienze e le tecnologie quantistiche dell’Università di Ulm e di Stoccarda – ma le proposte per concretizzarlo via satellite giacciono irrealizzate da anni all’Agenzia Spaziale Europea. Speriamo che il successo cinese stimoli ora quest’ultima a superare l’inerzia e passare all’azione, prima che il vantaggio strategico marcato da questo primo esperimento si trasformi in un divario incolmabile.”

Le difficoltà descritte dagli scienziati (appartenenti a una manciata di università cinesi, senza collaborazioni con l’estero) su Science non sono state di poco conto. I singoli fotoni hanno dovuto compiere la prima parte del loro viaggio nel vuoto dello spazio. E fin qui non ci sono stati problemi. Negli ultimi dieci chilometri hanno attraversato l’atmosfera con le sue turbolenze, rifrazioni, le ben più potenti fonti luminose della Terra e delle città, e la possibilità che la mira del satellite non fosse poi così precisa. Il contatto fra Micius e le tre stazioni è stato così limitato a poco meno di 5 minuti ogni notte, attorno all’una e mezza del mattino. Un piccolo passo, ma solo all’apparenza.

 

Fonte: http://www.repubblica.it/scienze/2017/06/15/news/cina_la_prima_telefonata_quantistica_-168188756/

È in Cina la fattoria solare di 30 chilometri quadrati coperta da 4 mln di pannelli fotovoltaici. La Nasa l’ha fotografata

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Ha quattro milioni di pannelli solari disposti su una superficie di quasi 30 chilometri quadrati. È la fattoria solare più grande al mondo, si trova in Cina ed è entrata in funzione a pieno regime nelle scorse settimane.

La Nasa fotografa la fattoria solare più grande al mondo.
Per capire l’entità di un parco solare di queste dimensioni basta guardare la foto scattata dall’Osservatorio della NASA nel mese di gennaio 2017, dove il Longyangxia Dam, questo il nome della centrale fotovoltaica, appare come una striscia ben visibile all’interno della regione asiatica.

Un progetto iniziato nel 2013 e sviluppato per fasi.
I lavori della fattoria solare cinese sono iniziati nel 2013 e si è andati per passi. La prima fase ha previsto la copertura di 9 chilometri quadrati di superficie con pannelli dalla capacità produttiva nominale di 320 MWp. La seconda fase è stata completata nel 2015 con l’installazione di ulteriore blocco di moduli da 530 megawatt di elettricità, riempendo altri 14 chilometri quadrati. E infine si è arrivati al risultato finale: un parco solare che produce 850 MWp, un quantitativo di elettricità sufficiente a coprire i consumi energetici di circa 140.000 abitazioni. Il costo complessivo dell’impianto è di circa 850 milioni di euro.

 

Parco solare collegato alla centrale idroelettrica per gestire picchi e intermittenza.
Per garantire una produzione energetica costante – uno dei maggiori limiti delle rinnovabili- anche in caso di picchi di richiesta o di intermittenza nella fornitura, la centrale è stata integrata ad una stazione idroelettrica. L’impianto è stato in pratica accoppiato ad una delle turbine idroelettriche della vicina centrale sul fiume Huang Ho (il Fiume Giallo) che suppliscono alle eventuali inefficienze di produzione energetica del fotovoltaico.

 

Fonte: green.it

Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro

Preoccupano gli scienziati le immagini che mostrano gli impollinatori al lavoro sugli alberi da frutto nella contea di Hanyuan, della provincia di Sichuan

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Humans Do The Work of Bees in Rural China

Nella contea cinese di Hanyuan, situata all’interno della provincia cinese di Sichuan, non ci sono più api. Quando arriva la stagione della fioritura, gli impollinatori salgono sugli alberi e fanno manualmente il lavoro che in natura viene svolto dalle api operose che ci regalano il miele. La sparizione delle api non è casuale, ma dovuta a responsabilità umane: per anni nella contea di Hanyuan sono stati utilizzati pesticidi che hanno fatto scomparire le api impollinatrici. E così, ogni primavera, alla fioritura dei peri, i contadini si arrampicano sui rami e iniziano a impollinare i fiori a mano. Le fotografie della gallery di apertura possono sembrare surreali, ma è quanto accade ormai da anni nella contea di Hanyuan che continua a descriversi come la “capitale mondiale del pero”. La redditività a lungo termine dell’impollinazione a mano è messa in discussione dall’aumento dei costi del lavoro e dal calo dei rendimenti della frutta.  Secondo un rapporto sulla biodiversità pubblicato di recente dalle Nazioni Unite, le popolazioni di api, farfalle e altri insetti impollinatori potrebbero estinguersi a causa della perdita di habitat, dell’inquinamento, dei pesticidi e dei cambiamenti climatici. Secondo le stime del report delle Nazioni Unite, dall’impollinazione animale dipende dal 5 all’8% della produzione agricola mondiale, quindi un calo sensibile degli impollinatori mette a rischio le principali colture del mondo e l’approvvigionamento alimentare. Sono circa 20mila gli impollinatori presenti in natura e fondamentali per l’agricoltura: 2 su 5 specie sono sulla strada dell’estinzione. “Siamo in un periodo di declino e le conseguenze sono in aumento”spiega Simon Potts, direttore del Centre for Agri-Environmental Research dell’Università di Reading, in Inghilterra. La Cina non è il solo luogo in cui scompaiono gli impollinatori: sta succedendo in Inghilterra e negli Stati Uniti dove spariscono bombi e calabroni. Secondo Potts il numero degli alveari statunitensi è sceso dai 5,5 milioni del 1961 ai 2,5 milioni del 2012; secondo le ultime stime in possesso del ricercatore ora dovrebbero essere circa 2,7 milioni, la metà rispetto a mezzo secolo fa.

Fonte:  Phys.org

31 Guarda la Galleria “Non ci sono più api: in Cina impollinatori al lavoro”

 

L’India sorpassa la Cina: è la nazione più inquinata del mondo

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L’aria dell’India è la più inquinata del mondo, più di quella cinese. Lo storico e poco onorevole sorpasso è stato certificato da Greenpeace che ha analizzato i dati satellitari della Nasa sulle polveri sottili relativi al 2015. Fino al 2011 l’inquinamento atmosferico è aumentato sia in India che in Cina, ma mentre quest’ultima nel 2013 ha adottato un piano nazionale anti-inquinamento, l’India ha proseguito sulla strada di uno sviluppo incontrollato superando il paese più popolato del mondo per quanto riguarda i dati sull’inquinamento atmosferico. Secondo i dati di questo studio, infatti, fra il 2010 e il 2015 i livelli delle polveri sottili sono diminuiti del 17% in Cina e del 15% negli Stati Uniti. New Delhi è stata giudicata dall’Oms come la città più inquinata del mondo, con concentrazioni di polveri sottili più elevate rispetto a Pechino. Oltre alla capitale, altre città devono fare i conti con l’inquinamento atmosferico: Varanasi, Lucknow, Patna, Ahemdabad. Mentre in Cina il Governo si è rimboccato le mani, in India il premier Modi non vede nell’inquinamento un problema per il suo Paese: di un piano nazionale anti-inquinamento non se ne parla, mentre per quanto riguarda il monitoraggio delle concentrazioni di polveri sottili basta dire che in India ci sono 39 centraline di controllo a fronte delle 1500 della Cina. Un recente studio dell’Università della British Columbia ha dimostrato che 3 milioni di persone muoiono prematuramente a causa di patologie dovute all’inquinamento atmosferico in India (1,6 milioni) e Cina (1,4 milioni).

Fonte: ecoblog.it