Napoli, combattere la povertà alimentare con il cibo sprecato dai ristoranti. La ricerca dell’Università Federico II

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L’ateneo ha analizzato un modello innovativo di contrasto alla povertà alimentare favorendo l’incontro tra la domanda di cibo, proveniente dalle persone in difficoltà, e l’offerta di cibo, costituita dalle rimanenze alimentari della ristorazione

745 tonnellate di rifiuti l’anno. Questa la cifra dello spreco alimentare nel centro storico di Napoli, ovvero l’equivalente del peso di 75 camion. È quanto emerge dalla ricerca “Il contrasto dello spreco alimentare tra economia sociale ed economia circolare”, condotta dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli in collaborazione con QUI Foundation, la Onlus sostenuta da QUI! Group impegnata dal 2008 nella lotta allo spreco alimentare, e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI).  L’indagine è stata realizzata nell’ambito del progetto “Campania Differenzia” promosso dal Ministero dell’Ambiente e da ANCI ed è stata pubblicata dalla casa editrice Giappichelli. La ricerca è il frutto di un intenso lavoro di analisi avviato a maggio 2016, con l’obiettivo di sperimentare un modello innovativo di contrasto alla povertà alimentare e allo spreco in un’ottica di economia circolare, favorendo l’incontro tra la domanda di cibo, proveniente dalle persone in difficoltà, e l’offerta di cibo, costituita dalle rimanenze alimentari della ristorazione. Una delle attività svolte nell’ambito del progetto ha riguardato la stima quantitativa e qualitativa degli avanzi alimentari prodotti dalla ristorazione nel centro storico di Napoli, dove la presenza di esercizi commerciali è più elevata.
L’indagine è stata effettuata su un campione di 984 attività di ristorazione, tra cui ristoranti, mense, bar, pasticcerie e gelaterie. I dati raccolti mostrano che il 70% del cibo sprecato è rappresentato da prodotti invenduti che potenzialmente possono essere ancora consumati. Sulla base dei dati analizzati, sono state individuate le Onlus presenti sul territorio più adatte per effettuare la raccolta e distribuzione del cibo, facendo incontrare la domanda e l’offerta in modo efficiente. Per facilitare il trasporto degli alimenti, per esempio, si è cercato di mettere in contatto gli esercenti donatori con le Onlus geograficamente più vicine.  “Il progetto realizzato nel centro storico di Napoli vuole essere un reale aiuto per tutte le persone e le famiglie del territorio che vivono in condizioni di povertà alimentare”, commenta il presidente di QUI Foundation Gregorio Fogliani. “La ricerca mostra che il cibo invenduto, ma ancora utilizzabile per l’alimentazione umana, nel solo centro storico di Napoli ammonta a 2,5 milioni di pasti, una cifra che consentirebbe di sfamare 3.000 individui l’anno. Oggi più che mai, quindi, è necessario fare squadra per creare un modello vincente di contrasto allo spreco. Il network che abbiamo creato con le Onlus e gli esercenti del centro storico di Napoli rappresenta un ulteriore passo verso il rafforzamento dell’economia circolare, da noi sempre sostenuta”. “L’Università Federico II di Napoli è lieta di aver condotto questa progettualità sperimentale dal carattere innovativo – ha dichiarato il Prof. Marco Musella, Ordinario di Economia Politica presso la facoltà di Scienze Politiche – ed è disponibile a continuare sulla strada iniziata con questa “ricerca-azione” mettendo in campo gli strumenti dell’indagine e le risorse, in particolare quelle umane, anche al fine di sensibilizzare la comunità accademica tutta sulla necessità di continuare ad agire”.  Lo spreco alimentare danneggia anche l’ambiente. La ricerca mostra che nel solo centro storico di Napoli lo spreco di cibo ammonta a 1,5 milioni di metri cubi di acqua, l’equivalente necessario a riempire 650 piscine olimpioniche, e a poco più di 1000 tonnellate di CO2. Il network realizzato rappresenta quindi un importante mezzo di intervento per ridurre l’impatto ambientale, oltre che la povertà alimentare sempre più diffusa oggi in Italia.

Fonte: ecodallecitta.it

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Cibo sprecato: impatto devastante sull’ambiente

Il 30% del cibo prodotto viene sprecato e se le emissioni di gas serra derivanti dallo spreco di cibo fossero assimilabili a quelle di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina.9447-10183

L’impatto sull’ambiente dello spreco alimentare è pesantissimo, più di quanto forse tanti immaginano. A fare conti e stime è il rapporto della FAO. Dal rapporto FAO Global food losses and waste. Extent, causes and prevention emerge che va sprecato il 30% del cibo prodotto.

Lo spreco proviene da tutte le fasi della filiera:

produzione agricola primaria (inclusi gli allevamenti di animali),

trasporto e stoccaggio dei prodotti primari,

lavorazione degli stessi,

distribuzione del prodotto finito alle rivendite e da queste ai consumatori,

consumo,

rifiuto dei residui.

Nella stima FAO non sono considerate altre fonti di cibo tranne quelle terrestri, evidentemente tralasciando la parte marina. Circa 1 miliardo di abitanti del pianeta è sotto-alimentato e il quantitativo di cibo sprecato ne potrebbe alimentare circa 2 miliardi, quindi occorre veramente agire su questo fronte. Poi c’è l’impatto ambientale dovuto allo spreco di tonnellate di cibo, di cui il rapporto FAO Food Wastage Footprint Impacts on natural resources calcola la “carbon footprint”. In termini di emissioni di anidride carbonica equivalente dovute alla produzione di cibo non consumato, se fossero assimilabili alle emissioni di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina.

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A questo impatto sul clima si aggiunge il fatto che il 30% della terra coltivabile è appunto dedicata al cibo non consumato (che è il 30% di quello prodotto), ma soprattutto che l’acqua sprecata è pari a 21% dell’utilizzo globale di acqua. Il rapporto sottolinea come per prevenire gli sprechi sia necessario cambiare atteggiamenti e tecnologie lungo l’intera catena di produzione/distribuzione/consumo, con un diverso approccio locale. Infatti nei paesi in via di sviluppo il 41% degli sprechi avviene nelle fasi subito successive alla coltivazione e raccolta dei prodotti primari e anche durante le fasi di lavorazione; nei paesi sviluppati più del 40% degli sprechi avviene a livello di distribuzione e di consumo. Queste differenze sono dovute sia alle abitudini delle popolazioni e al livello di industrializzazione che alla tipologia di alimento prodotto e consumato. I maggiori sprechi si hanno per la produzione di cereali (25%), verdura (24%) e tuberi amidacei (18%, simili alla frutta, 16%) e i maggiori impatti ambientali sono dovuti a cereali (34%), carne (21%) e verdura (21%).

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Legenda:

Cerals =cereali

Starchy roots = tuberi amidacei

Oilcrops and Pulses = olivi e legume

Fruits = frutta

Meat = carne

Fish and seafood = pesce e molluschi

Milk and eggs = latte e uova

Vegetables = verdure

Le emissioni di gas serra dell’agricoltura sono principalmente dovute all’impiego di fertilizzanti azotati, che rilasciano anidride carbonica e protossido di azoto, e quindi le emissioni di anidride carbonica equivalente di cereali e verdura sono proporzionali alle quantità di vegetali sprecate (per i cereali il coefficiente di proporzionalità è maggiore che per le verdure, in quanto alcuni cereali, tra cui il riso, possono emettere metano dai residui dei raccolti lasciati sul campo).

Le emissioni di gas serra dovute all’allevamento di bestiame provengono sia dai fertilizzanti, utilizzati per la produzione dei mangimi, sia dalla gestione degli animali. Tuttavia c’è una distinzione tra animali monogastrici e ruminanti: questi ultimi, oltre alle emissioni dei mangimi, rilasciano ingenti quantità di metano prodotto dalla fermentazione enterica. Per questo, ad uno spreco di carne corrispondente al solo 4% del totale di sprechi, è dovuto il 21% del contributo di emissioni di anidride carbonica equivalente. La lotta allo spreco di cibo e alla malnutrizione richiede anche una modifica delle abitudini alimentari; occorre passare a una dieta più sostenibile e più largamente accessibile (rapporto JRC 2015 Global Food Security 2030 – Assessing trends with a view to guiding future EU policies).

Fonte: Silvia Maltagliati per Arpat Toscana

Tratto da: ilcambiamento.it