Frutta e verdura dai contadini biellesi: è tornato il mercatino di Let Eat Bi!

È ritornato – adottando tutti gli accorgimenti d’igiene e di distanziamento necessari – il punto vendita di Cittadellarte, con la partecipazione dei produttori partner di Let Eat Bi che proporranno le loro specialità naturali, territoriali e stagionali.

Sono passati oltre due mesi dall’ultimo mercatino di Let Eat Bi. Sembra passata un’eternità. Era un appuntamento fisso, ormai: ogni mercoledì i biellesi potevano rifornirsi con frutta, verdura, miele, formaggi, uova e prodotti trasformati di assoluta qualità. L’emergenza Coronavirus, infatti, non ha consentito, come da protocollo, l’apertura del punto vendita di via Serralunga 27 nelle ultime settimane. Un vero peccato, perché in un periodo come questo il cibo sano e locale che le aziende agricole presenti offrivano poteva rivelarsi un ottimo alleato per il benessere e le difese immunitarie.

Ma finalmente è giunto il tempo della rinascita: dopo gli allentamenti previsti dal decreto del consiglio dei ministri in vigore dal 4 maggio, il 6 maggio è ritornato il mercatino. Quello che contraddistingue il punto vendita, da sempre, è la qualità dei prodotti in vendita: cibo sano, locale e territoriale; molti dei partner Let Eat Bi presenti, inoltre, propongono frutta e verdura biologica. Insomma, gli acquisti del mercatino si rivelano un toccasana per la nostra salute e, allo stesso tempo, comprando dai produttori del territorio si sostengono le eccellenze locali, colpite economicamente dalla pandemia. Il mercatino sarà aperto dalle 10 alle 13 e si trova di fronte al parcheggio interno di Cittadellarte, con i banchetti che simbolicamente si dispongono davanti o alle spalle del giardino officinale del Terzo Paradiso. Per garantire la sicurezza di tutti i presenti, all’ingresso del punto vendita verrà misurata la febbre con il termometro digitale ai clienti, i quali dovranno obbligatoriamente indossare guanti e mascherina per accedere al mercatino.

Il commento di Armona Pistoletto

“Sono molto lieta di annunciare – ha affermato la presidente dell’associazione Let Eat Bi – la riapertura del mercatino, non vedevo l’ora di dare questa bella notizia, che ci dà buone speranze per la rinascita della fase due del Covid-19. Oggi, ancora di più, ci rendiamo conto di quanto sia importante stare in buona salute, quanto sia fondamentale prevenire invece di curare: questo possiamo metterlo in pratica da subito attraverso un’alimentazione sana, locale, stagionale e naturale. Siamo fatti di ciò che mangiamo, ormai è chiaro a tutti… peccato che ci voglia un tremendo virus a far capire questa banalità. Molte persone mi hanno chiamata in questo periodo chiedendo se e quando avremmo riaperto, perché hanno davvero capito l’importanza di essere più responsabili, mangiare cibo che arriva da “vicino”, aiutando i piccoli produttori locali che non utilizzano pesticidi chimici. Ci vediamo al mercatino tutti i mercoledì dal 6 maggio in poi – conclude Armona – con grandi sorrisi sotto le mascherine e con le dovute distanze da rispettare”.

Tutti i produttori presenti

La prima novità del mercatino – o meglio, ritorno – è l’Azienda Agricola Emanuele Bono, che proporrà, oltre agli asparagi, le fragole biologiche. Scopriamo ora tutti gli altri protagonisti: Cascina Bozzola di Marco Maffeo di Occhieppo Inferiore, erbette di campo, noci, polenta di mais antico e castagne essiccate; L’orto d’asporto di Cerrione, con ortaggi di stagione come spinaci, biete, lattuga, cipollotti, taccole; La Crava Cuntenta di Masserano, specializzata nei prodotti caprini, dai formaggi freschi fino allo yogurt; Frutteto di Bersej di Portula, azienda agricola che avrà sciroppo di fiori di sambuco, mele disidratate allo zenzero, confettura e gelatina di fiori di tarassaco; Cà Nel Bosco di Portula, con salami e formaggi stagionati di capra, bresaola e uova; l’Azienda Agricola Pellerei, con zucchine, lattughe,  uova, nocciole e olio; l’associazione Pacefuturo, con il ‘Miele del Terzo Paradiso’; Roero, un viticoltore biologico di Sostegno che venderà i suoi vini; l’Azienda Agricola Lavino Zona che propone birre artigianali; l’Azienda Agricola di Pralba con formaggi vaccini, salumi e burro. Ricordiamo, inoltre, che è possibile ordinare pane integrale (pasta madre), portato da EnoGood effettuando un’ordinazione entro oggi pomeriggio – due giorni prima di ogni mercatino – inviando un messaggio al numero 348.2106708.

Articolo tratto da: Journal Cittadellarte

Città e campagna ai tempi del coronavirus

Ci hanno fatto credere che la città fosse la soluzione a tutti i problemi, dipingendo la campagna come un mondo sottosviluppato popolato di sempliciotti. Ma davvero lo credete? E dove credete possano risiedere il futuro e la speranza?

Città e campagna ai tempi del coronavirus

Per convincere la gente ad ammassarsi nelle città, diventare consumatori e servire la società industriale, la televisione è stato il mezzo principale; non solo per pubblicizzare i prodotti industriali ma anche per mostrare la superiorità della gente di città a quella di campagna. L’immagine che viene data da sempre della campagna è infatti quella di un luogo abitato da persone ignoranti e sempliciotte che non sanno come stanno le cose. Sketch a non finire e prese in giro costanti del povero e ingenuo campagnolo messo a confronto con i cittadini impegnati nella costruzione del “progresso”.

E così ci hanno fatto credere che la città fosse la soluzione di tutti i problemi, piena di vita, di attrazioni, cultura, non precisando però che si trattava di vita artificiale e di attrazioni varie o cultura, a cui difficilmente avremmo avuto la possibilità di accedere. Presi come si è nel dover lavorare tanto, rimanere imbottigliati nel traffico e alla fine delle giornate avere a malapena la forza mentale e fisica di continuare a farsi bombardare il cervello dalla stessa televisione che ci propina il modello criceto nella ruota, per cui ricominciare daccapo ogni giorno. Inoltre, abitare in città significa dipendere da tutto questo, comandato da chi vive appunto nel venderci quel tutto. Poi però il problema lo abbiamo, eccome. Nel momento in cui c’è una qualsiasi crisi andiamo in tilt, come si sta verificando attualmente. Allontanandosi dalla campagna quindi dalla natura, non solo si perdono aspetti importanti e le relazioni con i veri cicli vitali ma anche tante competenze; e quindi poi bisogna pagare qualcuno che intervenga nel momento del bisogno. Il cittadino è infatti molte volte come un disabile sociale che ha bisogno di ogni cosa dall’esterno per vivere, ha sempre bisogno di qualcun’altro, perché lui deve preoccuparsi solo di guadagnare soldi e di pagare. Forse si dimentica che il tanto dileggiato contadino sapeva (e sa) fare un po’ di tutto, ha conoscenze e capacità che un cittadino si sogna. Forse si dimentica che la manualità ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo dei giovani e non. Non sappiamo più costruire o aggiustare nulla con le mani, non sappiamo coltivare, non sappiamo cavarcela in praticamente nessuna situazione, se non con l’aiuto di esperti o addetti del mestiere. Quei mestieri che i giovani non vogliono più imparare perché facciamo loro credere che con un click risolveranno tutti i problemi della loro vita, anzi che con un click diventeranno milionari e non ci sarà nemmeno bisogno di lavorare. Ma chissà, forse in questi giorni le persone che fanno file di ore al supermercato magari pensano che avere un orto non sarebbe male oppure ritornano ai bei tempi in cui la nonna faceva i manicaretti con tante cose buone del campo e guarda caso tantissime pubblicità odierne si rifanno ai sapori genuini di una volta…

Ma se questi sapori di una volta erano tanto genuini, perché non si “ritorna” a una volta? Considerando che i sapori spacciati per genuini dei prodotti industriali non saranno mai genuini come quelli di una volta. Ed è veramente interessante notare come ci magnificano i prodotti industriali moderni e allo stesso tempo la genuinità di un tempo passato: c’è un chiaro corto circuito, c’è contraddizione palese nella questione. Eppure che l’aria buona, la vita e il cibo sano siano fra gli elementi che contribuiscono tra l’altro a rafforzare le difese immunitarie, lo capisce chiunque; proprio quegli elementi che invece venivano ridicolizzati nella rappresentazione televisiva della campagna, tranne poi usarli o meglio dire manipolarli come termini, quando si deve pubblicizzare un prodotto industriale. Avere oggi la possibilità di essere a contatto con la natura come quei tanto presi in giro contadini oppure poter coltivare anche solo un orto, per piccolo che sia, fa certamente la differenza fra chi in questo periodo è costretto murato vivo in condomini, palazzi giganteschi, appartamenti vari in città, pagati o affittati spesso a peso d’oro, a cui va tutta la mia solidarietà.

Per il futuro è il caso di dare meno credito alle Milano da bere e simili, che fanno pensare che ci sia chissà quale vita laddove mancano le basi stesse della vita.

Quando si uscirà da questo incubo potrà essere utile rivedere i parametri di importanza e rimettere al centro alcuni aspetti fondamentali. Pensare che forse un ritorno alla terra non è una bestemmia e non produce delle macchiette televisive, così come non è insensato cercare di rendere le città il più verdi e resilienti possibile. Rifiutando in questo modo ciò che i venditori di fumo e cianfrusaglie ci hanno tentato di estirpare dal DNA e cioè che la Natura è Madre e a quella dobbiamo tendere.

Fonte: ilcambiamento.it

‘Barriera in Transizione’, cibo sano e autoprodotto in modo sostenibile per migliorare le condizioni sociali

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Costruire un nuovo modello di sviluppo locale basato sulle capacità di resilienza di una comunità a partire dal cibo autoprodotto in modo sostenibile. È questo l’ambizioso obiettivo del progetto appena partito nel quartiere Barriera di Milano a Torino.  Costruire un nuovo modello di sviluppo locale basato sulle capacità di resilienza di una comunità mettendo al centro il concetto di cibo ‘sano’, ovvero prodotto direttamente dai cittadini in modo sostenibile, sia dal punto di vista sociale che ambientale. È questo l’ambizioso obiettivo di ‘Barriera in transizione’, il progetto appena partito nel quartiere Barriera di Milano a Torino, zona nord della città. L’impegno è sia teorico che pratico. Si cerca di sensibilizzare la cittadinanza ai temi dell’autoproduzione, del risparmio domestico e dell’educazione alimentare e contemporaneamente queste virtù vengono tradotte in attività pratiche come la cura di un orto collettivo, l’avviamento di un sistema locale di recupero alimenti in scadenza, l’organizzazione di mercati senza moneta per lo scambio di beni ancora utilizzabili e la costruzione di un forno di comunità per il pane. Come quello di una volta. Il tutto senza mai abbandonare il dialogo con le istituzioni, ma anzi creando un tavolo interistituzionale cittadino in cui lavorare all’estensione di questo modello a tutto il quartiere e alla circoscrizione 6 di Torino. Si tratta del primo progetto di ‘Transition Town’ sviluppato nel capoluogo piemontese, dove per transizione s’intende un movimento culturale che si propone di ‘accompagnare una società’ basata su un’economia di consumo indiscriminato delle risorse e fortemente dipendente da fonti energetiche fossili verso un nuovo modello sostenibile, caratterizzato da un alto livello di resilienza. Iniziative di transizione sono quindi delle azioni volte a sviluppare l’autosufficienza dei cittadini a livello locale. Lo scopo primario è creare comunità che riescano interiorizzare e sviluppare il concetto di resilienza attraverso la rilocalizzazione delle risorse disponibili e la ripianificazione energetico-produttiva. Molte sono i progetti di transizione sorti in tutta Italia, come la vicina ‘Biella in Transizione’. L’iniziativa torinese ha come capofila ong RE.TE, associazione di cooperazione internazionale, ed è promossa da un consorzio di diversi enti, istituzioni e altre associazioni che hanno deciso di unire le proprie competenze. Tra queste Legambiente, Parco del Nobile, Eco dalle Città e la stessa Cirocscrizione 6. Tutti gli attori sono impegnati da tempo nella creazione di sinergie comuni e nella progettazione per favorire un processo di sviluppo sostenibile a Barriera di Milano. L’idea è quella che le attività realizzate possano contribuire al miglioramento del benessere psico-fisico, alle abitudini alimentari e di consumo, oltre che al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche. Si incentiverà la partecipazione alla produzione comunitaria di beni alimentari di base, responsabilizzando i partecipanti al lavoro di gruppo, alla condivisione e alla partecipazione per contribuire alla gestione dell’area di lavoro in quartiere. Simili attività di agricoltura civica e sociale possono rappresentare un concreto motore di sviluppo ecocompatibile per la coesione e la costruzione di un tessuto sociale più consapevole, solidale e collaborativo.

Fonte: ecodallecitta.it

Deserto alimentare: quanto dista un punto vendita di cibo sano?

Negli USA si iniziano a classificare le città in base alla facilità di accesso pedonale a negozi che vendono cibo salutare: dove non ci sono, si parla di deserto alimentare.

Il blog americano walkscore classifica le città americane in base al grado di desertificazione alimentare.

Che cos’è un deserto del cibo? E’ un ambiente urbano in cui non è possibile trovare a distanza di camminata  una rivendita di cibo sano, ma solo cibo spazzatura. Chi vive in questi deserti e trova solo cibo pronto ricco di grassi, calorie, sale o zucchero è a maggiore rischio di obesità o di altre malattie legate alla cattiva alimentazione, come il diabete o i disturbi cardiaci. Walkscore ha preparato una classifica delle città americane in base alla quota di popolazione che vive a meno di cinque minuti a piedi da un punto vendita di cibo salutare (alimentari freschi non trattati industrialmente). (1)

Come si vede dall’immagine qui sotto, la città più “fertile” è New York, con il 72% di accesso, mentre Indianapolis è la peggiore, cioè la più “arida”, con solo il 5%. Altre buone città sono San Francisco e Philadelphia, mentre Washington DC vorrebbe raggiungere questo obiettivo nel suo piano di sostenibilità. La vecchia Europa, e ancor meno l’Italia, non dovrebbe soffrire di questi problemi; tuttavia è bene iniziare ad avere questa sensibilità, perché anche nel nostro paese i processi di desertificazione potrebbero procedere con grande rapidità.

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(1) Walkscore ha costruito un database georeferenziato di negozi alimentari che vendono prodotti freschi, con i dati di popolazione dall’US Census Bureau. Le mappe non sono statiche, ma vengono continuamente aggiornate. La classifica è basata sulla prossimità del cibo e non sul suo costo.

Fonte: ecoblog.it

Alternative in movimento, in Val di Susa gli Stati Generali del Lavoro

Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valle di Susa, si terranno gli Stati Generali del Lavoro, una grande assemblea organizzata da Etinomia e Movimento No-TAV durante la quale otto tavoli tematici si riuniranno per formulare nuove idee di lavoro.lavori8

“Si deve lavorare meno ore per tutti i lavori, ma soprattutto si deve lavorare meno per vivere meglio, questo è più importante e più sovversivo”

Serge Latouche

Dal 27 al 29 settembre a Vaie, in Valle di Susa, si terranno gli Stati Generali del Lavoro, una grande assemblea organizzata da Etinomia e Movimento No-TAV durante la quale otto tavoli tematici si riuniranno per formulare nuove idee di lavoro, concetto che mai come in questi ultimi anni di crisi generalizzata sta mostrando la corda. Io sarò la referente del tavolo n. 3, che si intitola “Significato di lavoro e reddito di cittadinanza” e i cui propositi sono sintetizzati qui:

“Il significato che siamo abituati ad attribuire alla parola ‘lavoro’ è meramente quello di ‘attività tramite la quale si percepisce reddito monetario’. Chiusi in questa gabbia semantica non riusciamo neppure a intravedere quanto sia restrittiva, addirittura punitiva, ostinata com’è nel negare dignità di occupazione profittevole per il singolo e per la comunità a qualsiasi altro nostro agire: adempiere ai nostri obblighi familiari, procurarci cibo sano che ci mantenga in salute, informarci adeguatamente, viaggiare, imparare cose nuove, in una parola diventare giorno per giorno persone e cittadini migliori e non solo ripetitori di gesti destinati a produrre ulteriori cose, materiali o no, il cui eccesso è ormai fin troppo evidente.stati_generali_lavoro7

La crisi, quella che ci attanaglia tutti, è in questa accezione soprattutto crisi di senso, che sempre più persone avvertono e cercano di contrastare, inventandosi strade e soluzioni. Per farlo bisogna certo ripensare anche all’idea di consumo, di spesa e di reddito, ma anche avere la possibilità di superare il ricatto della dipendenza dall’impiego pressoché totale del nostro tempo solo per avere, come si suol dire, di che vivere. In quest’ottica la richiesta di un reddito di cittadinanza che sancisca il diritto a esistere diventa pressante, necessaria, imprescindibile. Questo gruppo vuole discutere e sintetizzare i temi esposti per contribuire alla formulazione della proposta di cambiamento concreto che è lo scopo degli Stati Generali del Lavoro”.

Sono invitati a partecipare agli Stati Generali del Lavoro tutti coloro che condividono queste idee.

Per iscriversi basta andare qui, ma vi sarò grata se me ne darete comunicazione via mail così che sappia la consistenza del gruppo che via via si forma.

Ulteriori informazioni sono sul sito di Etinomia e sulla pagina Facebook dell’ evento.

Fonte: il cambiamento

Crisi economica e voglia di cibo sano: record di orti in città

Crisi economica, voglia di cibo sano, desiderio di trascorrere più tempo a contatto con la natura. Un’analisi della Coldiretti rileva che nelle città non ci sono mai state così tante aree verdi destinate ad orti pubblici.orto_cesto1

Mai così tante aree verdi sono state destinate ad orti pubblici nelle città dove si è raggiunto il record di 1,1 milioni di metri quadri di terreno di proprietà comunale divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione ad uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base del rapporto Istat sul Verde Urbano presentata in occasione di “Cibi d’Italia” di Campagna Amica al Castello Sforzesco di Milano dove si sono svolte vere lezioni pratiche per diventare “hobby farmer” con figure dedicate che opereranno progressivamente in tutta Italia dove si registra un vero boom con circa 21 milioni di italiani che stabilmente o occasionalmente coltivano l’orto o curano il giardino. Le coltivazioni degli orti urbani non hanno scopo di lucro, sono assegnati in comodato ai cittadini richiedenti e forniscono prodotti destinati al consumo familiare e, oltre a rappresentare un aiuto per le famiglie in difficoltà, concorrono a preservare spesso aree verdi interstiziali tra le aree edificate per lo più incolte e destinate all’abbandono e al degrado. Secondo il censimento effettuato dall’Istat quasi la metà (38 per cento) delle amministrazioni comunali dei capoluoghi di provincia – sottolinea la Coldiretti – ha previsto orti urbani tra le modalità di gestione delle aree del verde, con forti polarizzazioni regionali: il 72 per cento delle città del Nord-ovest, poco meno del 60 per cento e del 41 per cento rispettivamente nel Nord-est e nel Centro (con concentrazioni geografiche in Emilia-Romagna e Toscana, ma ben rappresentati anche in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nel Lazio). Nel Mezzogiorno, infine, risultano presenti solo a Napoli, Andria, Barletta e Palermo. La crisi economica – rileva la Coldiretti – fa dunque ricordare i tempi di guerra quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli orti per garantire approvvigionamenti alimentari. Sono famosi i “victory gardens” degli Stati Uniti e del Regno Unito dove nel 1945 venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10 per cento della richiesta di cibo.coltivare_orto

Ma sono celebri anche gli orti di guerra italiani nati al centro delle grandi città per far sì che, nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non (ci fosse) un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello, centro e cuore di Torino in ogni epoca. Ora i tempi sono cambiati ed ai motivi economici si sommano quelli di volersi garantire cibo sano da offrire a se stessi e agli altri od anche la voglia di voler trascorrere più tempo a contatto con la natura. Una tendenza che  continua la Coldiretti – si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato con i giardini e i balconi delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio ad orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza. Con la crisi fare l’orto è diventato – sostiene la Coldiretti – una tendenza assai diffusa che ha raccolto molti appassionati che possono oggi scegliere tra le tante innovazioni presenti sul mercato anche a seconda dello spazio disponibile. Dall’orto portatile a quello verticale, dall’orto “riciclabile” a quello in terrazzo, da quello rialzato a quello didattico, ma anche l’orto urbano e le tecniche di “guerrilla gardening” che possono essere adottate da quanti non hanno spazi disponibili per piantare ortaggi e frutta nei terreni disponibili nei centri delle città. Gli “hobby farmers” – spiega la Coldiretti – sono una fascia di popolazione composta da giovani e anziani, da esperti e nuovi appassionati, che coltivano piccoli appezzamenti famigliari, strisce di terra lungo ferrovie, parchi e campi di calcio, balconi e terrazzi arredati con vasi di diverse dimensioni o piccole aree con acqua e sgabuzzino per gli attrezzi messe a disposizioni dai comuni in cambio di affitti simbolici. Nel caso di orto su un balcone di medie dimensioni si può ipotizzare un costo che oscilla fra i 40 e i 50 euro per 2 contenitori da 80 centimetri di lunghezza, con la giusta quantità di terra e 6 piantine orticole più diverse essenze aromatiche, dove la maggior parte del costo è rappresentato proprio dai vasi che certamente non si buttano via a fine stagione, ma possono essere riutilizzati per più anni. Le singole piantine orticole possono costare fra i 25 e i 30 centesimi per confezioni multiple. Il segreto del piccolo orto sul balcone – spiega Coldiretti – sta nell’ottimizzare gli spazi all’interno degli stessi vasi, alternando piante più alte come pomodorini, peperoni e melanzane, con alla base composizioni di prezzemolo, basilico ed erbette. L’ideale è attrezzare un lato del balcone con le orticole e l’altro con le aromatiche (come timo, salvia e menta). Se invece si ha a disposizione un piccolo appezzamento di terreno, in appena 10 metri quadrati si possono coltivare: 4 piante di pomodori, 4 piante di melanzane, 2 piante di zucchine, 8 piante di insalata e 4 piante di peperoni per una produzione media di oltre 25 chili di verdura. Oltre a quello sul balcone o al tradizionale a terra, a causa degli spazi sempre più ristretti nelle città – conclude Coldiretti – stanno nascendo anche nuove tipologie di orti: da quelli a parete che si appendono all’esterno e nei quali trovano spazio fragoline, peperoncini, insalatine ed erbe aromatiche o quelli “pocket” costituiti da mini vasi in materiale riciclabile che possono essere sistemati senza problemi anche a bordo finestra sui davanzali più stretti.orti_urbani

Le diverse tipologie di orto

L’orto a porter ovvero l’orto da passeggio è forse quello più bizzarro ed è scelto da coloro i quali vogliono essere veramente alla moda. Si tratta – spiega la Coldiretti – di piccoli vasi o bicchieri meglio se in bioplastica con pianticelle da portare in giro e una volta a casa adagiare su un substrato più “comodo”. L’orto verticale invece è da preferire quando lo spazio scarseggia. Una delle tante soluzioni può essere quella di creare dei pannelli di legno in varie dimensioni con un substrato fertile e tante tasche, che possono essere anche di stoffa, dentro alle quali piantare e coltivare verdure o fiori con radici poco profonde. L’orto riciclato è l’ideale per coloro che non vogliono sprecare plastica o vetro. Basta inventare un piccolo vaso utilizzando vecchie bottiglie in plastica tagliate, tetrapak, scatole di alluminio,  contenitori in polistirolo ecc per piantare simpatiche piantine da orto da far crescere rispettando l’ambiente. L’orto in terrazzo è sicuramente il più diffuso in Italia. Anche in poco spazio in terrazzo un bel vaso può ospitare piante officinali, spezie e qualche piccolo ortaggio stando ben attenti all’esposizione solare e alla quantità di acqua da somministrare alle piante. L’orto rialzato viene scelto – riferisce la Coldiretti – da chi non dispone di un giardino o un lembo di terra, ma ha ampio spazio in cemento da poter sfruttare oppure non è nelle condizioni di potersi chinare per lavorare la terra. Allora si utilizzando dei vasconi, meglio se in legno di cedro in cui poter piantare ortaggi, frutta e fiori. Attraverso l’orto didattico, diffuso nelle scuole e nelle aziende agrituristiche di Campagna Amica – Terranostra aperte ai bambini, si apprendono la stagionalità, la cultura della campagna e i suoi valori storici, economici e sociali. I ragazzi capiscono l’importanza delle tradizioni contadine,  lo stretto legame con la natura e l’importanza del rispetto dell’ambiente. In una società sempre più a rischio di cementificazione è molto importante dedicare attenzione alle “pratiche verdi” anche tra banchi e lavagne ed è bellissimo vedere i giardini delle scuole sottratti all’incuria, fiorire e diventare luogo di gioco e apprendimento per bambini e ragazzi.

Fonte: il cambiamento

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