Mobilità sostenibile, rinnovabili, chimica verde nel bando ricerca industriale del governo da 479 milioni

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Il Bando è una ‘chiamata’ all’intero sistema della ricerca: possono partecipare tutti gli attori qualificati Atenei, Enti pubblici di Ricerca, Piccole e Medie Imprese e Grandi Imprese, Amministrazioni pubbliche, Organismi di Ricerca pubblici e privati

Mobilità sostenibile, chimica verde, rinnovabili, tecnologie per le città intelligenti. Ci sono anche questi voci all’interno del bando del governo da 497 milioni per finanziare progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, per incentivare la cooperazione fra pubblico e privato e rilanciare il sistema nazionale.

“L’Avviso è da oggi (martedì 18 luglio) sul sito del Ministero dell’istruzione e della Ricerca e rappresenta uno dei principali interventi nell’ambito del Programma Nazionale per la Ricerca, che stiamo rapidamente attuando”, sottolinea la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli. “L’obiettivo principale di questo investimento è infatti quello di incentivare le collaborazioni fra pubblico e privato promuovendo la creazione di reti per la ricerca, di filiere nazionali che siano coerenti con le dodici aree di specializzazione intelligente scelte a livello nazionale: Aerospazio; Agrifood; Blue Growth; Chimica verde; Cultural Heritage; Design, creatività e Made in Italy; Energia; Fabbrica Intelligente; Mobilità sostenibile; Salute; Smart, Secure and Inclusive Communities; Tecnologie per gli Ambienti di Vita”.

Il Bando è una ‘chiamata’ all’intero sistema della Ricerca: possono partecipare tutti gli attori qualificati (Atenei, Enti pubblici di Ricerca, Piccole e Medie Imprese e Grandi Imprese, Amministrazioni pubbliche, Organismi di Ricerca pubblici e privati). Si tratta di un finanziamento che segue la politica avviata con la costituzione dei Cluster Tecnologici Nazionali (reti formate dai principali soggetti pubblici e privati che operano sul territorio nazionale nella ricerca industriale) nel 2012 per i primi 8 e nel 2016 per i restanti 4, allineati con le 12 aree prioritarie di intervento per la ricerca a livello nazionale previste anche dal bando pubblicato oggi. Il lavoro di animazione delle comunità di ricerca dei rispettivi settori e di analisi dei fabbisogni di innovazione del paese sviluppato dai Cluster in questi anni rappresenta un importante contributo per l’avvio di questa nuova programmazione di politica di ricerca industriale. Capacità di realizzazione delle iniziative, ampiezza del partenariato pubblico-privato, originalità e utilità del progetto, impatto in termini di risultati e ricadute sul territorio del Mezzogiorno (anche generati dalle attività svolte nelle Regioni del Centro-Nord) saranno i parametri in base ai quali saranno valutati i progetti che potranno avere costi complessivi da un minimo di 3 fino a 10 milioni di euro ciascuno. Valori che in un contesto di rilancio dell’economia del Paese possono fare la differenza, contribuendo a creare eccellenze, sviluppo e occupazione in territori in cui le idee migliori e le competenze chiedono sollecitazioni e sostegno. Il budget complessivo è di 497 milioni di euro, comprese le spese per le attività di valutazione e monitoraggio che concorrono ad ottenere la massima qualità degli interventi. Il Bando utilizza risorse del PON “Ricerca e Innovazione” 2014-2020 (per 327 milioni di euro) e del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (per 170 milioni di euro).
Le risorse sono destinate per 393 milioni di euro alle Regioni del Mezzogiorno (quelle meno sviluppate e in transizione) e per 104 milioni di euro alle Regioni del Centro-Nord, sempre per attività che abbiano ricadute  in termini occupazionali, di capacità di attrazione di investimenti e competenze, di rafforzamento della competitività delle imprese e  valorizzazione dei risultati della ricerca e della diffusione dell’innovazione a vantaggio delle medesime Regioni del Mezzogiorno, anche attraverso la definizione di percorsi di trasferimento tecnologico e/o di conoscenze.

Guardando alle 12 aree di specializzazione su cui si investe, i finanziamenti per area sono così suddivisi:

Aree di specializzazione

Aerospazio

59.051.938,00

Agrifood

59.051.938,00

Blue Growth

29.525.969,00

Chimica verde

29.525.969,00

Cultural Heritage

29.525.969,00

Design, creatività e Made in Italy

29.525.969,00

Energia

29.525.969,00

Fabbrica Intelligente

59.051.938,00

Mobilità sostenibile

29.525.969,00

Salute

59.051.938,00

Smart, Secure and Inclusive Communities

29.525.969,00

Tecnologie per gli Ambienti di Vita

29.525.969,00

Totale

472.415.504,00

A questa somma si aggiungono i fondi per valutazione e monitoraggio.

Le domande  potranno essere presentate tramite i servizi dello sportello telematico SIRIO (http://roma.cilea.it/Sirio), a partire dalle ore 12.00 del 27 luglio 2017 e fino alle ore 12.00 del 9 novembre 2017.

Il bando: http://www.miur.gov.it/web/guest/-/avviso-per-la-presentazione-di-progetti-di-ricerca-industriale-e-sviluppo-sperimentale-nelle-12-aree-di-specializzazione-individuate-dal-pnr-2015-2020

Fonte: ecodallecitta.it

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Sostenibilità ambientale a SANA 2013: la cosmesi biologica e la chimica verde

Anche l’industria cosmetica ha l’obbligo di ridurre l’impatto ambientale. Per farlo è necessario un impegno a tutti i livelli della filiera. E sostenibile non significa necessariamente biologicoimage2-e1379109211615

Quando si parla di sostenibilità nessun settore produttivo deve sentirsi escluso, nemmeno quello della cosmesi. A sottolinearlo sono gli esperti che si sono incontrati a SANA 2013, il salone internazionale del biologico e del naturale di Bologna, ricordando che se è vero che dal secondo dopoguerra la produzione di cosmetici si è sempre più orientata verso l’utilizzo di processi chimici, oggi la tendenza del settore è quella di riappropriarsi dei concetti di naturalità, biologico e, appunto, sostenibilità. Siamo passati dal concetto di compatibilità ambientale a quello di sostenibilità ambientale, ha spiegato Fabrizio Piva, Amministratore delegato di CCPB srl, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari e “no food” del settore biologico ed eco-compatibile. Mentre la prima cristallizza la realtà in un dato momento, la seconda introduce il fattore tempo. Sostenibile significa sostenibile per il futuro. È cambiato il concetto di salvaguardia delle risorse ambientali, che preoccupa per le generazioni future. Al momento però, lamenta Piva, nel settore della cosmesi biologica manca uno standard univoco. Contrariamente a quanto accade per l’agroalimentare bio, per i cosmetici non esiste una normativa che regolamenti le produzioni che si definiscono biologiche, né a livello nazionale, né a livello europeo. Standard significa regole, comportamenti, specifiche di prodotto, significa saper capire quali sono i punti di riferimento, significa identificazione del prodotto e rintracciabilità, significa standard di processo. Non si può limitare alla lettura dell’etichetta. E’ una lista positiva degli ingredienti e degli additivi ammessi. Ci devono essere regole chiare e univoche per l’etichettatura del prodotto. In mancanza di una regolamentazione unica, auspicata da Piva, che si occupi di tutte le sfaccettature del biologico – dall’agroalimentare alla cosmesi, passando anche per altri settori, come il tessile – realtà come quella di CCPB hanno elaborato degli standard che, in sostanza, prendono spunto da quello dell’agroalimentare biologico: il 95% degli ingredienti naturali deve essere naturale e di questi il 95% deve essere bio; i conservanti devono essere quei 5-6 ammessi che, fondamentalmente, sono naturali; è ammesso il 5% massimo di sostanze di sintesi come i conservanti; non sono ammessi né radiazioni ionizzanti né ogm; sono consentiti solo alcuni processi chimici (specificati in un apposito elenco); sono ammessi i processi fisici o microbiologici; possono essere aggiunti solo profumi e aromi naturali; possono essere utilizzati anche alcuni ingredienti animali, a meno che abbiano comportato una sofferenza per l’animale; infine, sono previste limitazioni anche per gli imballaggi utilizzati.

La sostenibilità della chimica verde

Un cosmetico sostenibile non deve però essere necessariamente naturale al 100%: anche i processi chimici “verdi” fanno parte della cosmesi biologica. Un cosmetico sostenibile non è necessariamente naturale, bio o organico, ha sottolineato Vincenzo Paolo Maria Rinaldi, presidente del Mapic, il Gruppo materie prime per l’industria cosmetica e additivi per l’industria cosmetica e farmaceutica di Federchimica. In questo caso ad entrare in gioco è la “chimica verde”, quella a ridotto impatto ambientale, caratterizzata da prodotti più simili alle risorse naturali. La cosmetica impatta già a livello di produzione chimica degli ingredienti. Esistono già dei casi in cui si usano reazioni chimiche che non lasciano scarti, magari anche con risparmio energetico, o con riduzione degli inquinanti. Oppure si possono produrre in laboratorio delle cellule, nei bioreattori, anziché coltivare piante, con una riduzione dello spazio e dell’energia necessari. Prevenendo, poi, come verranno smaltiti gli scarti e i rifiuti già in fase di progettazione si può fare un altro passo verso la sostenibilità.  Lo strumento adeguato per raggiungere la sostenibilità, ha spiegato Rinaldi, è il life cycle assessment: definire i limiti entro i quali è possibile agire, analizzare gli inventari (le tabelle di consumo dell’energia, dell’acqua, dei materiali e così via), valutare l’impatto, fare analisi di miglioramento. La sostenibilità è di filiera. Tutti devono fare la loro parte, ad esempio anche nel confezionamento. E anche il consumatore può e deve fare la sua parte. Il vero protagonista del cambiamento e il singolo.

Fonte: ecoblog

Bioshopper, pubblicato il decreto con le caratteristiche delle buste

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È stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale firmato dai ministri Corrado Passera e Corrado Clini contenente le specifiche tecniche e le caratteristiche dei sacchi per asporto merci. Il decreto, che verrà notificato alla Commissione europea, oltre a definire le caratteristiche tecniche dei nuovi sacchi, ne stabilisce specifiche categorie (sia per quelli destinati ad uso alimentare che non) e i criteri di commercializzazione. Come ha spiegato Corrado Clini il decreto fa chiarezza sulla normativa che regola i sacchetti di plastica, incrementando l’uso di quelli ecofriendly. “Il provvedimento – prosegue Clini – normalizza le incertezze che hanno ostacolato lo sviluppo della filiera produttiva, incentiva la chimica verde e mette l’Italia in linea con l’Ue, dando un segnale concreto alle sollecitazioni venute recentemente dalla Commissione sia con l’avvio della consultazione pubblica su come ridurre l’inquinamento generato dalla plastica sia dalla presentazione del ‘Libro verde’ per la promozione dei riciclo dei rifiuti plastici”. Tra i nuovi sacchetti rientrano quelli monouso biodegradabili e compostabili, conformi alla norma armonizzata Uni En 13432 del 2002, e quelli riutilizzabili in carta, in tessuti di fibre naturali, fibre di poliammide e materiale diversi dai polimeri. I consumatori devono essere informati sull’idoneità dei sacchi per l’asporto delle merci attraverso una dicitura, riportata sia nei monouso che nei riutilizzabili. Rimangono valide le sanzioni già previste dal decreto legge del gennaio 2012, convertito in legge il 24 marzo. Il ministro Clini ha spiegato che il decreto regolamenta l’uso delle buste degradabili e compostabili in base a quanto è previsto dalla normativa europea, e gli usi commerciali delle buste riciclabili di plastica tradizionale. “L’obiettivo è fare in modo che le buste biodegradabili e compostabili siano usate soprattutto nel settore alimentare, contribuendo così a ridurre la produzione dei rifiuti”.

Fonte: il cambiamento

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