A quando la prossima catastrofe nucleare?

Quando si parla di nucleare sembra che nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di cui parla Serge Latouche abbia effetti tangibili. Semmai Hiroshima e Nagasaki non avessero aperto gli occhi, almeno dopo Chernobyl il mondo avrebbe dovuto capire che con la maledetta follia nucleare non si poteva più avere a che fare. Invece niente, si è andati avanti come se nulla fosse. Intanto, una settimana fa un altro incidente in Ucraina è passato inosservato.nucleare_incidente

Sono proseguiti gli incidenti (l’ultimo la settimana scorsa in Ucraina) e si è arrivati a Fukushima e nuovamente l’intero mondo ha tremato: catastrofe di dimensioni incalcolabili che non ha ancora avuto fine e le cui conseguenze drammatiche dureranno per tempi incredibili. Per qualche giorno in quel periodo si è parlato di moratoria a livello mondiale e poi con il passare del tempo tutto è stato dimenticato, il Giappone ha pure eletto un premier che era favorevole al nucleare; Cina, India e altri paesi vanno avanti con i loro programmi di costruire nuove centrali e via di questo passo. Non si capisce cosa debba succedere di ancora più catastrofico per chiudere per sempre questa strada di morte certa. Ci dovranno essere milioni di cadaveri per le strade, magari di un paese occidentale dove i media dell’horror sono più presenti, per far dire la parola basta? Il conto alla rovescia è di nuovo iniziato, questa tecnologia è così insicura, fragile e pericolosa che se non verrà fermata è purtroppo molto probabile che accada un prossimo incidente catastrofico e non si tratta di malaugurio ma di fredde statistiche. Gli esperti dicevano che incidenti come quelli di Chernobyl, Three Mile Island e Fukushima non sarebbero mai potuti accadere: ce ne sono stati tre nell’arco di trentacinque anni, senza contare le centinaia di incidenti cosiddetti minori. E due di questi sono avvenuti nei paesi più tecnologicamente avanzati come Stati Uniti e Giappone, senza contare che la Germania, altro paese super tecnologico, deve smantellare un importante deposito di scorie radioattive (senza sapere nemmeno bene come) perché non è sicuro come sembrava. Non sarà quindi il caso di chiudere tutte le centrali al mondo quanto prima anziché attendere una prossima catastrofe? E, a proposito: le scorie di cui si parla ultimamente da stoccare in Italia, eredità della nostra stagione nucleare e che non si sa dove posizionare, suggerisco di metterle in comode confezioni regalo nei garage e nelle case di coloro che hanno fortemente voluto le centrali. Visto che a loro piace tanto e che dicono che il nucleare è pulito e sicuro, di certo non avranno problemi ad ospitarle nelle loro dimore per i prossimi millenni cioè il tempo della loro vita radioattiva. E… il 3 dicembre si viene a sapere che cinque giorni prima si è verificato un incidente alla centrale nucleare di Zaporozhskaya in Ucraina

Fonte: ilcambiamento.it

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I dieci luoghi più tossici della Terra

Il Blacksmith Institute e la Croce Verde Svizzera hanno stilato la classifica dei dieci luoghi più tossici della Terra. Eccolitop1-586x267

1) Agbobloshie, Accra, Ghana

Al primo posto nella graduatoria dei luoghi più tossici della Terra compilata dall’Istituto Blacksmith e dalla Croce Verde Svizzera c’è la discarica di Agbobloshie ad Accra, in Ghana, dove 40mila persone vivono in un’immensa città di rifiuti dove giungono annualmente 215mila tonnellate di vecchi elettrodomestici e computer provenienti dall’Europa. In questo luogo il livello di piombo è 45 volte superiore alla norma.

2) Chernobyl, Ucraina

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Il secondo posto è occupato da Chernobyl, in Ucraina, luogo in cui, nel 1986, si verificò il maggiore incidente nucleare della storia con 10 milioni di persone interessate dalle conseguenze dell’incidente. Da allora si sono registrati 4mila casi di cancro alla tiroide e il numero delle vittime continua a crescere.

3) Fiume Citarum, Indonesiatop3-586x389

Il terzo posto fra i luoghi più tossici del pianeta è occupato dal fiume Citarum, in Indonesia, dove 9 milioni di persone vivono in un bacino che tocca Jakarta e in cui 2000 fabbriche sversano materie pericolose come pesticidi, piombo, cadmio e cromo.

4) Dzerzhinsk, Russiatop4-586x431

Il quarto posto è Dzerzhinsk, in Russia, una città di 250mila abitanti che sconta ancor oggi il prezzo di essere stato il maggior centro di produzione di armi chimiche dal 1930 fino al crollo del comunismo. Nel 2006 l’aspettativa media di vita per le donne era di 47 anni, per gli uomini di 42.

5) Hazaribagh, Dacca, Bangladeshtop5-586x391

Il quinto luogo più tossico del pianeta è Hazaribagh, nella periferia di Dacca, uno slum in cui 160mila persone sono in balia degli effetti provocati dalle migliaia di materiali tossici che vengono sversati dalle fabbriche del luogo.

6) Kabwe, Zambiatop6-586x389

Il sesto posto è Kabwe, in Zambia, dove hanno sede enormi miniere di piombo attive da un secolo. Il livello di piombo nel sangue dei bambini del luogo è altissimo.

7) Kalimatan, Indonesiatop7-586x408

Settima posizione per Kalimatan, località dell’Indonesia dove 43mila persone entrano in contatto con il mercurio utilizzato per l’estrazione dell’oro e di altri metalli.

8) Rio Matanza, Argentinatop8-586x389

Ottava posizione per il rio Matanza (anche noto come Riachuelo), nella provincia di Buenos Aires: sono circa 15mila le fabbriche a rilasciare fluidi e materiali tossici sulle sue sponde e nelle sue acque.

9) Delta del Niger, Nigeriatop9-586x389

Nona posizione per il delta del fiume Niger in Nigeria, dove ogni anno vengono dispersi accidentalmente circa 240mila barili di petrolio. L’inquinamento è ormai entrato prepotentemente nella catena alimentare.

10) Norilsk, Russiatop10-586x391

L’ultima posizione della top ten è occupata da Norilsk, la città russa che da quarant’anni accoglie uno dei maggiori centri di produzione di nichel al mondo. Nel raggio di 30 chilometri le foreste sono totalmente sparite e l’inquinamento è tale che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera 2 milioni di tonnellate di diossido di zolfo.

fonte: Blacksmith Institute

 

 

Fukushima, “il nucleare è una strada senza ritorno e senza uscite”

“A Fukushima tutto è inspiegabile e preoccupante, per la semplice ragione che nulla è sotto controllo, e che ormai i dati sulla contaminazione e le conseguenze sanitarie sono stati talmente falsati, nascosti, manipolati fin dall’inizio, che è veramente difficile fare bilanci e previsioni serie. Ma le conseguenze sulla salute saranno gravissime, anche se difficili da calcolare, e costantemente sdrammatizzate dalle autorità”._2fukushima

È singolare che le cronache riprendano quasi a caso, ogni tanto, le notizie allarmanti che riguardano Fukushima: ma non sorprende. La gente (e i media) ormai vogliono la spettacolarizzazione e la drammatizzazione, la follia quotidiana non fa notizia: e l’energia nucleare è una follia quotidiana, per chi voglia seguirla; e non solo a Fukushima. Così si protrae la resistibile sopravvivenza di questa dannata forma di produzione di energia (ormai il cavallo di battaglia di qualche anno fa di un “rilancio” è un po’ in disuso, et pour cause), e si protraggono tutti i problemi che essa comporta, a maggior profitto dei colossali interessi economici in gioco, e a molto minore vantaggio della sicurezza e degli interessi delle popolazioni locali e mondiale. Veniamo al dunque. A Fukushima si denunciano la fuoriuscita di acqua contaminata, l’emissione di vapore, inspiegabile. Forse la minuscola novità è che la Tepco abbia ammesso la fuoriuscita di acqua, precisando immediatamente “nulla di preoccupante”. Ma la realtà è che a Fukushima tutto è inspiegabile e preoccupante, per la semplice ragione che nulla è sotto controllo, e che ormai i dati sulla contaminazione e le conseguenze sanitarie sono stati talmente falsati, nascosti, manipolati fin dall’inizio, che è veramente difficile fare bilanci e previsioni serie. Ma le conseguenze sulla salute saranno gravissime, anche se difficili da calcolare, e costantemente sdrammatizzate dalle autorità: del resto a Chernobyl c’è ancora chi ha la faccia tosta di parlare di poche decine di vittime! Riassumiamo brevemente i fatti, che forse la maggior parte della gente ha scordato, presa giustamente da preoccupazioni quotidiane, ma anestetizzata anche dal silenzio dei media. Nei tre reattori che erano in funzione a Fukushima al momento del sisma e del successivo tsunami è avvenuto l’incidente più grave concepibile in una centrale nucleare, anzi tre: i noccioli dei tre reattori che erano in funzione sono fusi (meltdown), in misura diversa, nell’unità n. 1 sembra totalmente, e il corium (nocciolo fuso) avrebbe perforato il vessel d’acciaio e sarebbe penetrato nella base di cemento; nelle unità 2 e 3 sembra comunque in percentuale molto alta.nucleare9_

Ora, quello che accade al nocciolo fuso è di avere completamente perduto la geometria, che è la condizione essenziale per controllare la reazione a catena (con la regolazione delle barre di combustibile e del moderatore), e di essere quindi completamente fuori controllo. Il corium può cambiare di forma, ed è anche possibile che localmente si ristabiliscano condizioni di criticità con la ripresa della reazione a catena e tutte le sue conseguenze. Il problema è che nessuno è in grado di dirlo. Fuoriesce ogni tanto vapore? Inspiegabile appunto! O meglio, fin troppo spiegabile. Quanto all’acqua contaminata che fuoriesce, forse il pubblico si è scordato che, per i motivi spiegati sopra, i noccioli fusi devono essere continuamente raffreddati, perché solo nella configurazione geometrica regolare i normali circuiti di raffreddamento funzionano (e a Fukushima erano stati messi fuori servizio): e poiché i vessel sono quanto meno incrinati, l’acqua che è stata in contatto con le parti più gravemente radioattive del reattore esce contaminata. È da quel dì che infuriavano le polemiche, mai chiarite fino in fondo, sulla decontaminazione dell’acqua di raffreddamento, la sua raccolta, i serbatoi insufficienti, e via discorrendo. Ma non è finita qui. Perché spero che qualcuno ricordi che a Fukushima, oltre alla fusione dei noccioli dei reattori, è successo un incidente, anzi quattro, che nessuno si era mai aspettato: il grave danneggiamento delle piscine di disattivazione del combustibile esausto nelle unità n. 1, 2, 3, e anche n. 4, che era spenta ma la cui piscina ospitava il numero maggiore di barre di combustibile, in configurazione addensata (quindi più pericolosa). Le barre di combustibile esausto non sono come le batterie elettriche esaurite, che si possono buttare (anche se pure in questo caso ci vogliono particolari precauzioni e smaltimento, per il loro contenuto altamente inquinante: anche se tanta gente le getta direttamente nella spazzatura!). Il combustibile esausto è enormemente radioattivo, emette quantità enormi di energia, e deve essere custodito per lungo tempo immerso in piscine di disattivazione, continuamente raffreddato. Dopo di che… Dopo di che un corno! Perché non c’è soluzione. Praticamente tutto il combustibile esaurito lasciato dai reattori che hanno funzionato in questo mezzo secolo è ancora custodito in questo modo, e non si sa più letteralmente dove metterlo (ecco appunto la configurazione addensata); il tentativo di realizzare depositi geologici sicuri in cui immagazzinarlo per migliaia di anni per ora è nel libro dei sogni, poiché il progetto più importante era stato fatto a Yucca Mountain negli Usa, ma dopo un decennio di lavori è stato abbandonato perché non può fornire le garanzie richieste (un progetto è in corso in Finlandia, staremo a vedere).fukushima8_9

L’alternativa è peggiore del male, il ritrattamento, che accresce nella lavorazione la quantità di residui radioattivi e separa il plutonio, elemento che non esiste in natura ed ha un diretto interesse militare (così paesi come il Giappone e la Germania ne hanno accumulato decine di tonnellate, e potrebbero fare bombe atomiche domattina: altro che la Corea del Nord e l’Iran). Ecco perché negli Usa, dal tempo di Carter (che era un ingegnere nucleare) il ritrattamento fu abbandonato, e adottato il “monouso” (once through) del combustibile: ma con tutti i problemi di immagazzinamento. Tornando a Fukushima, i gravi danneggiamenti delle piscine di disattivazione sono stati un fatto nuovo, che ha gettato in allarme l’industria nucleare in tutto il mondo (anche se fa finta di nulla, per cercare di continuare il business as usual). In particolare, a Fukushima il maggiore allarme riguarda la piscina dell’unità n. 4 suddetta, che è a rischio di crollo (quasi nessuno cita gli allarmi che si sono susseguiti da commissioni di esperti sui rischi di sismi di massima intensità in Giappone, dove praticamente tutti i reattori sono costruiti su faglie sismiche: ma l’allarme vale per tanti altri paesi, nessuno è in grado di prevedere se, quando e dove potrà prodursi un forte terremoto). Se quanto ho detto è minimamente chiaro, penso che chiunque capisca che a Fukushima può accadere praticamente di tutto, in modo imprevedibile, e… “inspiegabile”! Ma vista l’attenzione attirata sull’energia nucleare da questi allarmi, proviamo a richiamare anche la situazione generale. Che credo sconosciuta ai più. L’energia nucleare è uno zombie che perdura solo per i colossali interessi (oggi la costruzione di un reattore costa qualcosa come 6-8 miliardi di Euro!). Cominciamo con un quiz. Ci ripetono che l’energia nucleare è necessaria, non ne possiamo fare a meno, se non vogliamo ritornare alla candela. Bene, c’è qualcuno che sa dire quanti dei 50 reattori nucleari che ha il Giappone (dopo che 4 sono fuori uso) sono in funzione dal 2011? Chi lo sa non suggerisca! Bene:due! E non ci giungono notizie che in Giappone sia aumentata la vendita di candele. L’energia nucleare nel 2011 copriva nel mondo appena il 2 % dei consumi totali di energia (i nuclearisti riportavano il 6 %, con l’imbroglio di considerare l’energia elettrica prodotta, con un rendimento medio attorno al 30 %: ma anche il 6 % non sembra una percentuale determinante). Nel 2012, dopo Fukushima, si è registrata una netta flessione del numero di reattori in funzione nel mondo (nel solo Giappone, appunto, 48 sono fermi) e dell’energia elettronucleare prodotta: flessione che sembra destinata a continuare.radiazioni__fukushima7

Perché il parco dei reattori esistenti nel mondo (ormai sotto i 400) invecchia, in gran parte ha superato i tempi della vita operativa prevista, se non si facesse di tutto per decretarne l’allungamento della vita (con tutti i maggiori rischi che comporta, perché l’enorme flusso neutronico per decenni ha deteriorato tutti i materiali; e in ogni caso una macchina vecchia è soggetta a guasti crescenti), perché costruirne dei nuovi incontra sempre maggiori problemi. Da poco la IAEA ha denunciato i rischi di sicurezza che pongono i reattori che invecchiano (Reuters). Non solo problemi di costi, come abbaiamo detto, ma per esempio sull’incertezza dei tempi di costruzione: è ormai diventato una barzelletta il reattore francese in costruzione in Finlandia, a Olkiluoto, dal 2003 che sarebbe dovuto entrare in funzione nel 2009, ma ha presentato una serie inenarrabile di problemi, nonché di aumenti dei costi, e non è per nulla chiaro se verrà finito nemmeno nel 2014. Si noti che questa incertezza dei tempi è un problema esiziale, quando si immobilizzano miliardi di Euro che non rendono nei tempi previsti! Qui va tenuto presente che ogni incidente nucleare grave (Harrisburg, 1979; Chernobyl, 1986; Fukushima, 2011, per citare i più gravi) comporta una profonda revisione delle norme e dei sistemi di sicurezza, con fermi dei reattori, e notevoli aumenti dei costi, e appunto dei tempi. Dal 1979 non è mai riuscito un rilancio della costruzione di reattori negli Usa: per più di tre decenni l’industria elettrica privata non ha valutato conveniente ordinare reattori nucleari, e ora – malgrado gli sforzi, e l’offerta di enormi sovvenzioni statali dei Presidenti Bush e Obama – le pochissime unità che sembrano in costruzione (il condizionale è d’obbligo, perché è difficile chiarire a che livello di progettazione, o di autorizzazione, e di effettiva costruzione ci si riferisca) procedono con enorme lentezza. Germania e Svizzera avrebbero deciso di non costruire nuovi reattori dopo la chiusura di quelli in funzione (il condizionale è d’obbligo, poiché le pressioni economiche sono sempre fortissime, ed è bene non abbassare mai la guardia). In Gran Bretagna infuria la polemica, poiché il governo vorrebbe a tutti i costi ordinare immediatamente due nuovi reattori alla francese Edf, ma quest’ultima, oltre ad avere chiesto la bella cifra di 14 miliardi (di Sterline!), pretende un contratto capestro che le garantisca il prezzo protetto dell’energia elettrica prodotta più elevato della media per ben 35 anni!centrale_disastro_fukushima

La polemica infuria (v. ad es.  Morning Star, 7 luglio). La bestia nera rimane la Francia, dove l’industria nucleare è un’ossatura dell’economia dello Stato, ed un vero tabù, intoccabile: Hollande si era impegnato a un ridimensionamento, ma la situazione non si schioda, malgrado il movimento di opposizione cresca, e i problemi si accumulino. Ma il bello del nucleare viene dopo, un “dopo” che dura decenni, ma a ben vedere migliaia di anni. Perché le centrali nucleari una volta chiuse dovrebbero essere smantellate (decommissioning), e si dovrebbero conferire o trattare le enormi quantità di residui radioattivi (non solo scorie, perché il plutonio è un materiale di enorme e pericolosissimo interesse strategico). Basti pensare all’Italia, dove i 4 reattori che avevamo costruito sono chiusi da più di un quarto di secolo: il decommissioning è agli stadi iniziali, il combustibile esausto è andato poco a poco in Francia per il ritrattamento (con i treni di trasporto radioattivo inviati alla chetichella, senza la dovuta informazione alle popolazioni attraversate, contestati dagli attivisti che lo hanno appreso ma vengono regolarmente manganellati), e un giorno ci verrà “restituito” il plutonio; mentre gli altri residui radioattivi sono tuttora conservati in depositi “temporanei” (!), il cui stato diviene sempre più precario ed allarmante. D’altra parte non è mai stato costruito un deposito nazionale, dopo il tentativo del governo Berlusconi di imporlo nel 2003 a Scanzano Ionico, dove vi fu una rivolta delle popolazioni (tra l’altro venne dichiarata per l’occasione una “emergenza nucleare” che non è mai stata revocata!). Insomma, per concludere questa galoppata, il nucleare è una strada senza ritorno e senza uscite. E per mezzo secolo l’industria nucleare ha pensato solo al business di costruire nuove centrali, senza preoccuparsi minimamente della coda del ciclo nucleare, per cui i problemi si sono sempre accumulati, fino a diventare insostenibili. Forse è addirittura superfluo precisare che le considerazioni fatte per l’energia nucleare nulla tolgono all’esigenza, pressante, di sviluppare alternative energetiche. Ma questo discorso non può essere affrontato qui.

Articolo tratto da Pressenza

Fonte: il cambiamento

Chernobyl, i pericoli del metallo riciclato

Materiali ferrosi radioattivi abbandonati da 25 anni: è il nuovo allarme dall’Ucraina post Chernobylcernobyl

Alcune foto scattate dalla BBC mostrano i relitti ferrosi abbandonati nell’area di Chernobyl: 27 anni fa, quando esplose il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, causando uno dei peggiori disastri ambientali dell’epoca europea moderna, centinaia di mezzi di soccorso (tra vigili del fuoco, elicotteri, ambulanze, mezzi della polizia e dell’esercito) si precipitarono sul posto per tentare di arginare i danni e di trarre in salvo la popolazione e i lavoratori della centrale. Alla costruzione del primo “sarcofago”, quel guscio tanto fragile quanto necessario a contenere i danni della radioattività, tutti quei mezzi di soccorso furono semplicemente abbandonati: troppo radioattivi per pensare di poterli riutilizzare, troppi numericamente per pensare di poterli smaltire in sicurezza; abbandonati in un campo a poche centinaia di metri dal reattore, come mostrano le foto della BBC, per ben 25 anni. Il problema, che comincia a balzare alle cronache, è che quei rottami sono ancora là ma il problema no, quello si espande, sempre più velocemente, sempre più minacciosamente: quella distesa di metallo, dichiarata off-limits dal governo ucraino, continua ad emanare fortissime radiazioni, livelli tali (al momento sui dati c’è una guerra di segretezza) che dovrebbero costringere l’Ucraina a stoccare tutti questi materiali ferrosi radioattivi in un altro “sarcofago”: una messa in sicurezza che non finisce mai. A questo si aggiunge inoltre un problema non da poco, che è già all’attenzione dell’Unione Europea: secondo diverse segnalazioni numerose persone sarebbero state viste dentro e nei pressi del grande campo di vetture, incuranti del rischio radiazioni e dei pericoli per la salute, intenti a trafugare metalli preziosi: dal rame rubato dai binari e dai cantieri dell’alta velocità ai metalli trafugati direttamente all’interno delle centraline elettriche, oggi il “ratto” dei metalli arriva dentro uno dei luoghi più pericolosi del Continente. L’obiettivo è sempre quello: il rame, ma a che l’alluminio, il ferro, il piombo, tutti metalli che si piazzano facilmente sul mercato usato, riutilizzato per nuovi prodotti. Un riutilizzo che però non ha proprietà decontaminanti dalle radiazioni nucleari, che restano e continuano dunque a fare danni, anzi: una piccola quantità di metallo radioattivo può contaminare le restanti parti metalliche del nuovo macchinario. Usare metalli contaminati per la creazione di nuovi prodotti di consumo è dunque una pratica assolutamente da scongiurare: non solo i nuovi prodotti in quanto tali, ma anche le apparecchiature utilizzare per il loro trasporto, la lavorazione, l’imballaggio. Gli scaffali dei negozi. L’Università di Berkeley, in uno studio condotto di recente, in cui si dimostra come migliaia di prodotti di largo consumo contengano alti valori di radioattività, mette in risalto come sia praticamente impossibile stabilire la provenienza di determinati materiali per la produzione di prodotti di largo consumo. L’Università di Berkeley punta il dito in particolare proprio sull’ex blocco sovietico, sull’India e sulla Cina, sollevando un problema riscontrato ad esempio sui prodotti da combustione, come il pellet, da arredamento, come il parquet, e di largo consumo (automobili, elettrodomestici).

Fonte: ecoblog

 

Ennesima fuga di acqua radioattiva a Fukushima, gli incidenti sono ormai quotidiani

Continuano gli incidenti nella centrale di Fukushima: ultimo in ordine cronologico una nuova fuga di 42m³ di acqua radioattiva nella notte tra il 17 e il 18 aprile.8284234184_f8f11ad724_k-586x439

Tepco, Tokyo Electric Power Company che gestisce la centrale nucleare di Fukushima Daiichi, ha notato un abbassamento dei liquidi nel Serbatoio numero 2 la notte del 17 aprile: la perdita si sarebbe consumata proprio nelle vasche per la decantazione di acque radioattive, più precisamente nel passaggio dal Serbatoio 2 a quello, più sicuro, H2; Tepco ha interrotto l’operazione di trasferimento il pomeriggio del 17 aprile per riprenderla la mattina del 18, quando ha verificato che le acque erano passate da 707m³ a 665m³.

L’allarme è scattato immediatamente ma, complice anche la nottata di buio durante la quale si è verificata la perdita, Tepco ad oggi non è in grado di dire con certezza dove sia finito il liquido radioattivo: il capo del team di esperti dell’Agenzia Internazionale per l’energia atomica AIEA Juan Carlos Lentijo aveva già esortato Tepco ad incrementare la stabilità dell’impianto, ma questo nuovo incidente è la dimostrazione che troppo poco è stato fatto. Tra l’altro, secondo l’Agenzia France-Presse, ieri mattina è stato riattivato il sistema di raffreddamento della piscina contenente combustibile esaurito del reattore numero 2, spento dopo l’allarme topi di circa un mese fa. La nuova perdita di acqua radioattiva è avvenuta immediatamente dopo la presentazione di una serie di misure atte a garantire maggior sicurezza, linee guida redatte proprio da Tepco: era la giornata del 17 aprile e la mattina dopo la centrale si sarebbe ritrovata con 42m³ di acqua contaminata in meno. Tepco ha specificato di voler eliminare ogni rischio: evitare che si possano infiltrare animali nei quadri elettrici e trasferire le acque radioattive in vasche più sicure sono le due priorità principali, ma al primo trasferimento di liquami ecco registrare la perdita.

Abbiamo sentito la necessità di agire per evitare il ripetersi di certi incidenti. Naturalmente sarebbe stato meglio farlo prima, ora dobbiamo accelerare questo processo per risolvere le carenze ed i ritardi sin qui accumulati.

ha dichiarato Naomi Hirose, a capo della Tepco, in una conferenza stampa. Secondo l’Agenzia internazionale però il rischio è che ci vogliano almeno 40 anni prima che si consideri il pericolo concluso e la centrale chiusa (sempre se i giapponesi vorranno davvero chiuderla): i danni subiti dall’impianto sono così ingenti che risulta impossibile anche per l’ente internazionale dare un tempo certo per le operazioni di messa in sicurezza. Gli incidenti sono quotidiani: dopo la perdita del 17-18 aprile è toccato a 14 lavoratori, il 19 aprile, entrare erroneamente in contatto con l’acqua radioattiva; gli operai, lavoratori per una ditta incaricata da Tepco, non indossavano protezioni e indumenti atti a garantire la loro sicurezza, ma sono stati accuratamente allontanati dalle domande indiscrete della stampa: spariti nel nulla. Di recente invece sono stati pubblicati i dati relativi alla radioattività da cesio; nelle piscine di due scuole nella zona di Fukushima sono stati rilevate radiazioni da cesio ivi depositato di 100.000 becquerel per chilogrammo: secondo la legge giapponese il governo dovrebbe rimuovere ogni sostanza che superi gli 8.000 becquerel per chilogrammo. Il mantenimento delle strutture provvisorie, a due anni dal disastro, mai sostituite da Tepco con altre definitive, sta provocando incidenti con una regolarità spaventosa: nonostante l’esercizio a minimizzare il problema attuato continuamente dal governo nipponico l’area metropolitana di Tokyo, secondo alcune ricerche citate da Fukushima Diary il livello di contaminazione di quell’area (40 milioni di persone) è più alto di quello della zona di evacuazione di Chernobyl. Il sito di Fukushima Daiichi appare estremamente vulnerabile: il terremoto del 14 aprile a largo della costa di Fukushima, 5,3 della scala Richter, ha dato un’ulteriore colpo alla struttura fatiscente. Roditori, serpenti e animali fanno il resto del lavoro, infiltrandosi e rosicchiando il rosicchiabile, dimostrando giorno dopo giorno la precarietà dei dispositivi attualmente in uso nella centrale e l’inadeguatezza delle misure adottate fino ad ora.

Fonte:  The Asahi Shimbun

 

Chernobyl 27 anni dopo: Legambiente lancia una petizione europea

Legambiente lancia una petizione europea per chiedere alla Comunità Internazionale interventi concreti per aiutare i bambini che vivono ancora nelle zone contaminate ed effettuare monitoraggi indipendenti della radioattività nell’ambientecernobil

Fra qualche giorno, precisamente venerdì 26 aprile, ricorrerà il 27esimo anniversario dell’incidente di Chernobyl che sconvolse il mondo sollevando nell’opinione pubblica un dibattito diffuso sulla costruzione delle centrali nucleari. Per non dimenticare quel tragico evento, Legambiente lancia su Change.org una petizione europea per chiedere alle istituzioni e alle organizzazioni governative interventi e progetti concreti a favore dei bambini e delle famiglie rimaste vittime della contaminazione. Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Daniel Cohn-Bendit, co-presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, Monica Frassoni, co-presidente del Partito verde europeo, Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Linosa, Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, Roberto Saviano, scrittore, Andrea Segrè, professore Ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata all’università di Bologna, Gino Strada, fondatore di Emergency, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, sono alcuni dei firmatari del documento che ha come punti chiave la ricollocazione residenziale, il monitoraggio ambientale indipendente delle zone radioattive e gli interventi di bonifica. A 27 anni dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, nelle aree maggiormente contaminate della Bielorussia, della Russia e dell’Ucraina vivono circa 5 milioni di persone. Il villaggio di Gden, distante 15 chilometri dall’impianto, ha una popolazione di 250 abitanti: il 10% sono bambini che bevono e mangiano acqua e cibi contaminati.

Le istituzioni fanno finta di non vedere che queste zone morte, entro un raggio di 30 km dalla centrale esplosa, si stanno ripopolando. Tutto ciò è inaccettabile: serve una seria presa di coscienza della situazione e doverosi interventi per ridurre i rischi e gli effetti della contaminazione, e l’insopportabile pericolo dell’oblio. Senza interventi tempestivi tutte le persone che vivono nelle terre contaminate sono destinate a morire. Con questo appello chiediamo alla comunità internazionale, a partire dalla Commissione europea, di intervenire subito con programmi e progetti di ricollocazione residenziale per i bambini e le persone che ancora oggi vivono in villaggi all’interno delle zone morte; di sostenere progetti internazionali di monitoraggio ambientale per meglio studiare l’evoluzione della contaminazione radioattiva e attivare così interventi specifici e mirati di bonifica. Infine chiediamo di fermare la costruzione della nuova centrale nucleare già avviata nel nord della Bielorussia, a 50 km chilometri dal confine con la Lituania,

spiega Stefano Ciafani, vice-presidente di Legambiente.

Legambiente pone l’accento sulla ripopolazione delle zone del disastro, sulle coltivazioni, sugli allevamenti in loco e sui bambini, le vittime incolpevoli della presunzione degli adulti che ancora credono di poter controllare la natura in ogni momento.

Via | Comunicato stampa

Cinghiali radioattivi, ultime notizie: è allerta anche per i funghi della Valsesia

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Non è certo stagione di funghi, ma dall’Istituto Zooprofilattico dell’Asl di Vercelli, il direttore Pier Luigi Cazzola lancia l’allarme per la prossima estate. I valori di cesio 137 fuori dalla norma sarebbero infatti attribuibili anche ai funghi della Valsesia, veri e propri recettori di radioattività e, soprattutto, alimento non disdegnato dai cinghiali. È chiaro che i controlli andavano fatti prima. E non stupiamoci se tra 300 anni troveremo ancora tracce del Cesio 137, l’isotopo fuoriuscito dalla centrale russa nel 1986 e che si è depositato nel terreno ha detto Cazzola, aggiungendo come dopo i test ai primi 27 esemplari che hanno fatto scattare l’allarme se ne siano aggiunti altri 150 campioni cacciati negli ultimi mesi. Entro maggio i test dovrebbero arrivare a circa un migliaio di campioni.  Cazzola ha anche ricordato come, in passato, tracce di cesio 137 siano state trovate anche nel latte bovino e di capra degli alpeggi cuneesi.

Il sindaco del comune di Boca nega responsabilità dell’ex Pulinet

18 marzo, ore 17,25

Mirko Mora, sindaco di Boca, è intervenuto in merito all’interrogazione sostenuta al Consiglio Regionale del Piemonte dal consigliere Paolo Tiramani riguardo alla presenza di Cesio 137 nei 27 cinghiali abbattuti di recente. Secondo Tiramani qualora emergesse una provenienza dei suini dalla bassa Valsesia, si renderebbe necessario “approfondire l’eventuale presenza di ulteriori contaminanti nel sito della ex Pulinet, al centro delle note questioni legate a un giro di rifiuti sospetti, che è già stato oggetto di bonifica ma che forse potrebbe riservare ancora qualche preoccupazione”. Mora che come amministratore ha seguito e chiuso personalmente la vicenda dell’ex Pulinet si fa garante della messa in sicurezza del sito, “svuotato da qualsivoglia rifiuto”. Mora sottolinea, inoltre, come le tre verifiche effettuate sul sito (di cui l’ultima da parte dell’Arpa di Ivrea su mandato della Regione Piemonte) abbiano dato valori di radioattività prossimi allo zero.

 

Scattano le verifiche del Ministero

14 marzo, ore 16,30

Gli ufficiali dei Comandi Nas e Noe hanno presentato al procuratore della Repubblica di Vercelli; Paolo Tamponi, una relazione preliminare riguardante il ritrovamento di cinghiali radioattivi in Valsesia. Al termine della riunione, l’alto magistrato ha interessato il sostituto procuratore Enzo D. Basso affinché deleghi i carabinieri a procedere con le verifiche avvalendosi di organi tecnici per: 1) compiere indagini utili a comprendere se vi siano eventuali profili di rischio per la salute pubblica, 2) effettuare campionamenti e analisi di matrici alimentari di terra e di acqua nella zona di abbattimento degli animali risultati contaminati. I prelievi campione verranno effettuati nei prossimi giorni dai militari dell’arma e saranno successivamente sottoposti all’esame dell’Ispra di Roma e di Istituti di referenza nazionale.

Entro tre settimane la conclusione delle analisi radiometriche

13 marzo, ore 9,30

Si concluderanno entro tre settimane i controlli sui cinghiali contaminati dal cesio 137 trovati in Valsesia. A condurre le analisi, per conto del Ministero della Salute, sono l’Arpa e l’Istituto zooprofilattico piemontesi.

Asl rassicura la popolazione: esclusi rischi di contaminazione alimentare

12 marzo ore 20,30.

Per rassicurare tutti i cittadini rispetto agli alimenti e ai rischi connessi con la radioattività causata da contaminazione da cesio 137, la Asl di Vercelli ha organizzato un incontro con i cacciatori e messo a disposizione un numero di telefono 0161-593026 a cui risponderanno esperti che forniranno chiarimenti circa il consumo di alimenti. Rispetto al consumo di carni di cinghiale o di altri alimenti contaminati risponde Arpa Piemonte in un comunicato in cui spiega:

Concentrazioni un po’ più elevate per taluni alimenti sono state sporadicamente trovate in aree specifiche, come ad esempio il già citato biellese: si è giunti tuttavia, al massimo, a 20 Bq/kg per il latte vaccino e a 90 Bq/kg per il latte di capra. Tutto ciò conduce a una stima di dose per la popolazione valutabile in 1-2 microSv/anno (uno-due milionesimi di Sv all’anno), cioè 500 – 1000 volte meno del limite di legge pari a 1 mSv/anno (un millesimo di Sv all’anno) come stabilito dal D.Lgs 230/1995. Questa stima di dose non è influenzata significativamente da un consumo episodico di carne con le contaminazioni rilevate. E dunque le ipotesi di contaminazione guardano sempre più alla possibilità che il Cs137 sia presente nell’ambiente a causa del rilascio da parte della centrale nucleare di Chernobyl che attualmente tra molti incidenti si sta tentando di sigillare.

ARPA Piemonte esclude contaminazioni da Trino e Saluggia

9 marzo ore 9,00

L’ARPA Piemonte ha escluso in un comunicato stampa che le tracce dell’isotopo radioattivo Cs 137 rinvenuto nei 27 cinghiali provengano dal Piemonte:

I risultati dei monitoraggi, ad oggi, effettuati da Arpa Piemonte indicano anche che tale contaminazione ambientale non è attribuibile alla presenza dei siti nucleari dismessi di Trino e Saluggia.

Cinghiali radioattivi contaminati da Cesio 137 proveniente da Chernobyl

Ore 15,28 Secondo le prime ipotesi l’origine del Cesio 137 rinvenuto in 27 cinghiali della Valsesia in provincia di Vercelli potrebbe provenire dall’incidente nucleare di Chernobyl avvenuto nel 1986. A considerare questa possibilità esperti e studiosi che ricordano che il Cesio 137 è rilasciato dalla fissione nucleare. Spiega Stefano Ciafani vicepresidente di Legambiente:

Il Cesio 137, l’isotopo fuoriuscito dal reattore esploso dall’incidente di Chernobyl e caduto sui territori italiani, è infatti ancora presente in molti terreni e può concentrarsi in alcune specie vegetali e animali, come funghi e selvaggina. Per questo è importante stringere la maglia dei controlli anche sui prodotti alimentari, perché la vicenda dei cinghiali ci ricorda che la coda avvelenata del disastro di Chernobyl non si è ovviamente esaurita. In ventisette cinghiali abbattuti in Valsesia, in provincia  di Vercelli, fra il 2012 e il 2013 sono state trovate tracce di cesio 137 oltre la soglia prevista in caso di incidente nucleare.  Si tratta di un isotopo radioattivo che è stato rilasciato sia nell’incidente di Chernobyl del 1986 che in quello di Fukushima del 2011. Dopo il ritrovamento del cesio 137 nella lingua e nel diaframma dei 27 cinghiali il ministro della Salute Renato Balduzzi ha immediatamente attivato i carabinieri del Nucleo antisofisticazioni e del Nucleo operativo ecologico che dispone, al suo interno, di una sezione inquinamento da sostanze radioattive.

Rinvenuti 27 cinghiali selvatici contaminati da Cesio 137

La prima riunione di coordinamento sul da farsi è prevista per quest’oggi. I cinghiali erano stati prelevati per un indagine sulla trichinellosi, una malattia parassitaria che colpisce tanto i suini domestici come quelli selvatici. Soltanto successivamente gli stessi campioni sono stati sottoposti ai test di screening previsti da una Raccomandazione della Commissione Europea (2003/274/CE) che ha evidenziato valori compresi fra 0 e 5621 becquerel/kilo. Ventisette capi hanno superato la soglia dei 600 becquerel/kilo e sono stati successivamente inviati al Centro di Referenza Nazionale per la Ricerca della Radioattività nel Settore Zootecnico Veterinario dell’IZS di Puglia e Basilicata e al Centro di Referenza nazionale di Foggia dove saranno sottoposti a un secondo test. I cinghiali sono degli animali sentinella delle condizioni di inquinamento dei territori in cui vivono, perché ci forniscono delle informazioni precise grazie ad un certo modo si sfruttare l’ambiente. Quindi, senza fare ipotesi azzardate su gli esemplari positivi al cesio 137, come quella di un retaggio di Chernobyl, una contaminazione degli animali deve richiedere approfondimenti e analisi del contesto ambientale, metereologico e idrogeologico in cui vivono, ha  spiegato Aldo Grasselli segretario nazionale del Sindacato italiano veterinari medicina pubblica (Sivemp).

Fonte: ecoblog

 

Cinghiali radioattivi, ultime notizie: ARPA Piemonte esclude contaminazioni da Trino e Saluggia

9 marzo ore 9,00
L’ARPA Piemonte ha escluso in un comunicato stampa che le tracce dell’isotopo radioattivo Cs 137 rinvenuto nei 27 cinghiali provengano dal Piemonte:

I risultati dei monitoraggi, ad oggi, effettuati da Arpa Piemonte indicano anche che tale contaminazione ambientale non è attribuibile alla presenza dei siti nucleari dismessi di Trino e Saluggia.

E dunque le ipotesi di contaminazione guardano sempre più alla possibilità che il Cs137 sia presente nell’ambiente a causa del rilascio da parte della centrale nucleare di Chernobyl che attualmente tra molti incidenti si sta tentando di sigillare.

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Ore 15,28 Secondo le prime ipotesi l’origine del Cesio 137 rinvenuto in 27 cinghiali della Valsesia in provincia di Vercelli potrebbe provenire dall’incidente nucleare di Chernobyl avvenuto nel 1986. A considerare questa possibilità esperti e studiosi che ricordano che il Cesio 137 è rilasciato dalla fissione nucleare. Spiega Stefano Ciafani vicepresidente di Legambiente:

Il Cesio 137, l’isotopo fuoriuscito dal reattore esploso dall’incidente di Chernobyl e caduto sui territori italiani, è infatti ancora presente in molti terreni e può concentrarsi in alcune specie vegetali e animali, come funghi e selvaggina. Per questo è importante stringere la maglia dei controlli anche sui prodotti alimentari, perché la vicenda dei cinghiali ci ricorda che la coda avvelenata del disastro di Chernobyl non si è ovviamente esaurita.

In ventisette cinghiali abbattuti in Valsesia, in provincia  di Vercelli, fra il 2012 e il 2013 sono state trovate tracce di cesio 137 oltre la soglia prevista in caso di incidente nucleare.  Si tratta di un isotopo radioattivo che è stato rilasciato sia nell’incidente di Chernobyl del 1986 che in quello di Fukushima del 2011. Dopo il ritrovamento del cesio 137 nella lingua e nel diaframma dei 27 cinghiali il ministro della Salute Renato Balduzzi ha immediatamente attivato i carabinieri del Nucleo antisofisticazioni e del Nucleo operativo ecologico che dispone, al suo interno, di una sezione inquinamento da sostanze radioattive. La prima riunione di coordinamento sul da farsi è prevista per quest’oggi. I cinghiali erano stati prelevati per un indagine sulla trichinellosi, una malattia parassitaria che colpisce tanto i suini domestici come quelli selvatici. Soltanto successivamente gli stessi campioni sono stati sottoposti ai test di screening previsti da una Raccomandazione della Commissione Europea (2003/274/CE) che ha evidenziato valori compresi fra 0 e 5621 becquerel/kilo. Ventisette capi hanno superato la soglia dei 600 becquerel/kilo e sono stati successivamente inviati al Centro di Referenza Nazionale per la Ricerca della Radioattività nel Settore Zootecnico Veterinario dell’IZS di Puglia e Basilicata e al Centro di Referenza nazionale di Foggia dove saranno sottoposti a un secondo test.

I cinghiali sono degli animali sentinella delle condizioni di inquinamento dei territori in cui vivono, perché ci forniscono delle informazioni precise grazie ad un certo modo si sfruttare l’ambiente. Quindi, senza fare ipotesi azzardate su gli esemplari positivi al cesio 137, come quella di un retaggio di Chernobyl, una contaminazione degli animali deve richiedere approfondimenti e analisi del contesto ambientale, metereologico e idrogeologico in cui vivono, ha  spiegato Aldo Grasselli segretario nazionale del Sindacato italiano veterinari medicina pubblica (Sivemp).

Foto:ecoblog

 

RISCHIO AMBIENTE E SALUTE:Nucleare, OGM, Cellulari, moria delle Api e Nanotecnologia

 

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Rischi per l’ambiente e la salute: nel rapporto EEA Late lessons from early warnings non si parla solo del passato, ma anche delle questioni più scottanti di oggi: nucleare, OGM, telefoni cellulari, pesticidi e nanotecnologie. L’approccio dell’agenzia europea per l’ambiente è ispirato al principio di precauzione. E’ responsabilità dei poteri pubblici e delle aziende valutare i rischi per la salute e non solo cantare acriticamente le lodi per ogni innovazione che arriva sul mercato.  Vediamo ora in brevissima sintesi (l’originale conta 800 pagine!) cosa dice il rapporto sulle questioni emergenti.

 

 Centrali nucleari. Secondo gli esperti, le catastrofi di Chernobyl e Fukushima mostrano che la valutazione della probabilità di un grave incidente nucleare è attualmente sottovalutata, perché basata su assunzioni preconcette che non tengono conto di tutti i possibili fattori (errore umano, terremoto, atto terroristico).  E’ inoltre fondamentale un follow up scrupoloso delle popolazioni nelle aree colpite, visto che i danni alla salute si possono manifestare anche in un arco di quarant’anni.

 

OGM e agricoltura biologica: due approcci opposti. I raccolti da organismi geneticamente modificati sono pensati per monocolture a elevato input idrico ed energetico: sono altamente produttive (1), ma largamente insostenibili per la dipendenza da fonti non rinnovabili. Il sistema di proprietà intellettuale dei diritti riduce inoltre il potenziale di innovazione.

 

I metodi scientifici dell’agricoltura biologia sono per loro natura più partecipativi e pensati per valorizzare il ruolo multifunzionale dell’agricoltura nel produrre cibo, migliorare la biodiversità e i servizi dell’ecosistema e provvedere lavoro e sicurezza per le comunità locali. Per avere successo devono però avere un maggiore range di incentivi e di quadri normativi di supporto.

 

Telefoni cellulari e rischi per il cervello. L’International Agency for Research on Cancer dell’OMS ha classificato i campi elettromagnetici emessi dai telefoni mobili nel gruppo 2B come “possibili carcinogeni umani”. Anche se l’insorgenza di patologie dipende da una molteplicità di fattori, secondo l’EEA i governi e men che meno le aziende produttrici hanno preso sul serio questi avvertimenti. I benefici delle comunicazioni mobili devono associarsi ad una maggiore percezione del rischio per la salute.

 

Pesticidi e morte delle api. Da oltre un decennio si conosce il legame tra i pesticidi neonicotinoidi usati per la concia dei semi e la morte di massa delle api, eppure al legislazione è ancora carente nel proteggere una specie fondamentale per il suo servizio naturale di impollinazione. L’EEA osserva giustamente che il lavoro degli scienziati deve essere valutato per il loro merito scientifico e non sulle conseguenze per le aziende VIP della chimica.

 

Nanotecnologia. Mentre si prospettano miracoli da questa ultima nata tra le discipline scientifico-tecniche, non si valutano ancora con sufficiente attenzione i rischi che potrebbero insorgere dallo spostamento di questa tecnologia “dai lavoratori al mercato”. Occorre per questo integrare preoccupazioni ambientali e sanitarie nella progettazione dei nanodispositivi.

 

(1) In realtà, la tanto decantata maggiore resa degli OGM non corrisponde a realtà come nel caso ben documentato della soia.

 

Fonte:ecoblog