Nasce la Scuola di Agricoltura Indigena

L’idea è del gruppo che ha deciso di costituire l’ecovillaggio “La casa rotta”, a Cherasco, in provincia di Cuneo. Hanno dato vita a un progetto che hanno chiamato “Scuola di agricoltura indigena”, «e cioè un’agricoltura che non distrugge la vita ma la genera continuamente» dicono gli ideatori.

La Scuola di Agricoltura Indigena nasce dallo sviluppo del progetto in agroecologia dell’ecovillaggio La Casa Rotta e dell’organismo agricolo Nuove Rotte.

Il termine “indigeno”, come spiegano i promotori, ha un’etimologia latina e significa “generare”.

«Ci piace usarlo perché la parola GENERARE indica un’agricoltura che non distrugge la vita ma la genera continuamente – spiegano dall’ecovillaggio “La casa rotta” – L’agricoltura indigena attinge a tecniche non solo locali e pone l’accento sull’intima relazione che esiste tra l’essere umano e l’universo».

«Con agricoltura indigena intendiamo l’insieme di tutte le osservazioni, le tecniche e le conoscenze che per migliaia di anni hanno accompagnato l’evoluzione e la sopravvivenza dell’uomo, inserendolo all’interno di un ambiente in modo armonico – spiegano ancora dall’ecovillaggio – Spesso in passato l’agricoltura era di competenza non solo dei contadini ma anche dei sacerdoti, dei monaci, degli alchimisti e di tutti coloro che studiavano la vita e il suo mistero e la natura in genere era il campo di indagine perfetto. È un patrimonio ricchissimo che va riscoperto: il nostro compito principale è rinnovarlo e adattarlo per renderlo comprensibile ai problemi della nostra epoca (ad esempio l’inquinamento o i cambiamenti climatici) o alla modernizzazione, al nuovo stile produttivo e alle nuove tecniche e tecnologie».

La biodinamica e la permacultura sono buoni esempi di sincretismo tra antico e moderno in agricoltura e «nella scuola di agricoltura indigena  si attinge a queste due grandi pratiche filosofiche e a una miriade di ulteriori tecniche, tradizioni, esperimenti».

Inoltre i membri dell’ecovillaggio propongono un lavoro di osservazione interiore che precede il lavoro in campo.

«In tutte le culture indigene c’è sempre stato e ci sarà sempre un rapporto univoco e preciso tra il microcosmo (l’uomo) e il macrocosmo (l’ambiente): ciò che osservo dentro lo posso trovare fuori e viceversa, sicuramente in forma diversa ma con lo stesso principio che le unifica. Questo permette un duplice vantaggio: poter osservare da entrambe le parti la stessa cosa, pensarla, sentirla e praticarla nel modo giusto al momento giusto ti permette di padroneggiare la tua conoscenza in qualunque situazione! Quindi, in sintesi, durante ogni lezione cerchiamo di percepire dentro di noi quello che poi mettiamo in pratica in campo».

La Casa Rotta non è nuova a questo tipo di progetti; si pone infatti come una sorta di polo di ricerca pratica di agricolture naturali e stili di vita che arricchiscono l’individuo sia sul piano fisico che spirituale. «Ha cioè l’obiettivo di aumentare la sinergia tra l’uomo e la natura lavorando molto sull’atteggiamento dell’essere umano quale essere sociale e naturale – spiegano i promotori – La pratica dell’agricoltura indigena oltre che aiutare la Madre Terra e produrre cibo nutriente e vitale, infonde responsabilità, coraggio e creatività perché propone un processo di conoscenza e auto conoscenza continuo molto profondo».

La Casa Rotta, tramite l’agricoltura indigena, crea collegamenti tra individui, hobbisti e aziende che vogliano autoprodursi il cibo, conoscere la natura  facendone il proprio lavoro. «In un’era permeata di individualismo e di digitalizzazione, dove il tessuto sociale è iperconnesso ma nella concretezza della vita reale è sempre più sfibrato, la creatività e la collaborazione nella visione e nella pratica sono qualità fondamentali per nuovi modi di fare impresa tra le persone. La manualità unita alla conoscenza vera e interiore dei processi è una qualità sempre più preziosa dato il continuo sovraccarico di informazioni puramente mentali con cui il nostro essere viene sollecitato quotidianamente».

Ma vediamo cosa offre la scuola di agricoltura indigena.

«L’agricoltura ha senza dubbio tanti ruoli – spiegano i promotori – produrre cibo per altri esseri, cibo che può essere una medicina per corpo, mente e spirito; creare relazioni tra individui e opportunità di avvicinarsi ai grandi misteri della natura. L’agricoltura è una delle attività umane con le più grandi potenzialità perché permette di: osservare e interagire con tutti i regni; vivere in interazione diretta con loro in tutte le sue fasi compresa quella della nascita e della morte (i due più grandi e affascinanti avvenimenti della vita di tutti gli esseri viventi); osservare le relazioni tra gli esseri e le straordinarie bellezze della Natura; allargare la sfera delle relazioni al Cosmo, ai pianeti alle costellazioni».

«In questo modo nasce un nuovo agricoltore che è in relazione con se stesso e allo stesso tempo un coordinatore armonioso, in quanto l’agricoltura indigena è una sintesi tra scienza, mistica, filosofia e arte. La scuola ha la finalità di formare agricoltori come guardiani del paesaggio, in grado di osservare, conoscere e agire, abili nel capire le strategie da usare nei vari contesti. Per arrivare a questo verranno insegnate varie linee guida e le ricette base da applicare nelle diverse situazioni, sia di progettazione, sia di pratica quotidiana che di emergenza,  in modo da saper far fronte a ogni situazione. L’agricoltore è la chiave: molto più che la pratica agricola, la sua forma mentis, la sua moralità e la sua capacità di ‘sentire’ l’ambiente, la sua fantasia creativa verranno sollecitate in modo che si sviluppi la percezione su più piani».

La Scuola di Agricoltura Indigena si rivolge chi si approccia per la prima volta all’agricoltura e lo vuole fare in un modo totalmente rispettoso della natura conoscendo e usando le forze che ci mette a disposizione; a chi ha un progetto di comunità intenzionale o ne è attratto e vuole muoversi verso l’autosufficienza alimentare; ai piccoli coltivatori interessati ad una nuova metodologia di coltura sostenibile/rigenerativa, produttiva e del tutto rispettosa dell’ambiente; a chi vuole fare un percorso di autoconoscenza attraverso la comprensione delle forze che agiscono nel microcosmo (uomo) e nel macrocosmo (natura/agricoltura)».

Il corso di quest’anno è già iniziato, restano gli appuntamenti di luglio, settembre, ottobre, novembre e dicembre.

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Fonte:ilcambiamento.it

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Metrogranda, Cuneo e le sue “sorelle” unite in un percorso circolare

Il progetto coinvolgerebbe il capoluogo insieme a Saluzzo, Savigliano, Fossano, Cavalermaggiore, Bra, Cherasco, Bastia e Mondovì. A qualche giorno dalla vista di Matteo Renzi al cantiere Tav di Chiomonte, in Piemonte si parla di un progetto in tutto e per tutto speculare all’Alta Velocità, nato per iniziativa del Politecnico di Torino è battezzato Metrogranda. Il progetto è innovativo e i suoi costi sarebbero davvero irrisori, con grandi benefici per la popolazione della Provincia di Cuneo, la cosiddetta “Granda” come il nome Metrogranda sottintende. L’idea è creare una “metropolitana” provinciale unendo in un viaggio circolare Cuneo alle altre città della pianura della Provincia Granda: partendo dal capoluogo il treno andrebbe a Saluzzo, quindi a SaviglianoFossanoCavallermaggioreBraCherasco,Bastia e Mondovì per poi rientrare su Cuneo. In tutto 150 chilometri di percorso con un breve tratto di “ramo secco” da rivitalizzare, quello che andava – fino alla terribile alluvione del 1994 – da Bra a Mondovì passando per Bastia Mondovì. L’anello di Metrogranda permetterebbe un’agevole connessione con altre linee ferroviarie piemontesi, interconnettendosi con la Torino-Savona, la Torino-Alba-Asti e la Torino-Ventimiglia. Qualche anno fa si era ipotizzato di riconvertire il “ramo secco” in una pista ciclabile, ora, in controtendenza con le politiche di trasporto di una Regione Piemonte che negli anni dell’amministrazione Cota ha tagliato treni e tratte soprattutto nella provincia più grande del Piemonte, un gruppo di lavoro del Poli torinese presenta un progetto teso al recupero della mobilità sostenibile. Sabato 13 settembre il comitato che sostiene Metrogranda ha organizzato una camminata da Bra a Cherasco per portare attenzione su questo interessante progetto di recupero della mobilità dolce.metrogranda-620x641

Fonte:  Salviamo il Paesaggio