Fuga dalla città. Una seconda vita sulle colline piacentine

Il nuovo documentario della serie “TERRE”, prodotto e ideato dalla casa di produzione MaGestic Film, racconta del ritorno di Stefano Malerba sulle colline piacentine, per occuparsi dei vigneti un tempo coltivati dai suoi avi. Dopo anni trascorsi in giro, Stefano realizza con grande tenacia il sogno di una vita semplice e a contatto con la natura. Ma gli ostacoli sono numerosi e i risultati dei propri sforzi non sono quelli sperati.

PiacenzaEmilia-Romagna – Reinterpretando un vecchio proverbio, Stefano Malerba – protagonista del secondo episodio della serie di documentari “TERRE” – è convinto che lasciare la strada vecchia per la nuova non sia mai una cattiva idea. Anche quando, dopo anni trascorsi in giro per il mondo, la vita lo riporta a casa, tra i vigneti delle colline piacentine. Era il 2007 e Gualdora, la sua allora nascente azienda vinicola, era molto di più di una brillante trovata imprenditoriale. Un sogno per l’appunto e l’inizio di una vita diversa, lontano dalla città. Nato e cresciuto a Milano, Stefano lavora per anni nel settore delle telecomunicazioni, dividendosi tra la sua città, il Sudafrica e Madrid. Il tempo trascorso nella metropoli spagnola è il preludio alla sua nuova vita: «Già avevo l’allergia alla città – ironizza Stefano – e Madrid è una super città. Milano mi sembrava un paesino al confronto. Questo ha forzato la voglia di cambiamento che sentivo da anni». E così lascia un lavoro che sa far bene ma che non è ciò che vuole e si trasferisce in Val Tidone, nel comune di Ziano Piacentino, la terra delle sue origini.

Sulle dolci pendici collinari della valle, dove la vite viene coltivata da millenni, Stefano impianta pregiate varietà di uva. Ha l’aria di essere un perfezionista, uno che non vende solo un prodotto, ma una “filosofia”. Barbera, Bonarda, Malvasia e Chardonnay sono i principali vini che produce nella sua cantina. Dietro c’è la ricerca inesausta di un prodotto di alto livello.

Nella sua azienda tra le colline piacentine, Stefano sceglie di coltivare le sue viti biologicamente e non perché tale certificazione sia di per sé una garanzia indiscutibile di qualità. La sua è una scelta consapevole, frutto di domande, studio ed esperienza. «Nel biologico sono ammessi solo prodotti non di sintesi. Nel caso dei fungicidi, ad esempio, si utilizzano solo rame e zolfo, che sono due metalli la cui efficacia fungicida è provata. C’è una limitazione nell’uso del rame perché si tratta di un metallo pesante. Ma siamo certi che non faccia male alla terra e alla vite?», si chiede Stefano, convinto che purtroppo nel mercato la certificazione valga di più del prodotto in sé. Tuttavia, dal suo punto di vista, la fiducia nel produttore è ciò che alla fine pesa di più sul piatto della bilancia, al di là di ogni certificazione di origine. Nel documentario la storia di Gualdora è un racconto amaro. Alle immagini delle colline assolate al ritmo lento della natura si alternano scene di duro lavoro, avvolte nei colori delle brevi giornate invernali. La vita in campagna appare tutt’altro che bucolica: si fatica a tirare avanti, soprattutto in un’azienda piccola dove bisogna spartirsi il lavoro tra pochi. Per Stefano le cose non sono andate come si sarebbe aspettato: «Io sognavo che un’azienda come Gualdora potesse stare in piedi. Il discorso non è arrivare a fine anno. Se vuoi crescere devi continuare a investire e se non investi non cresci e rimani lì».

I debiti, le gelate, i raccolti andati persi, gli ingenti costi per una piccola azienda costretta a barcamenarsi tra mille difficoltà, diventano un cappio, sempre più stretto. No, la campagna non è più quella di una volta, verrebbe da dire. Vivere in modo semplice, come si faceva un tempo, richiede in realtà grandi sacrifici. Le stagioni non sono più facilmente prevedibili e così una gelata ti devasta il raccolto e vanifica il duro lavoro di un anno. In una scena Florencia, la compagna di Stefano, mostra i danni irreparabili della pioggia, che in una sola notte ha sventrato il fianco della collina, trascinando dietro di sé ogni cosa. Ma questo non fa scalpore: se è una piccola azienda a non farcela, non importa a nessuno.

«Tante piccole aziende stanno sparendo. Quando chiudono o senti che il titolare si è impiccato perché non ce la faceva più, non è un problema. La gelata di due anni fa ha fatto danni a più di quattrocento aziende della zona. Ma qualcuno lo ha detto in televisione?», denuncia Stefano. Le sue parole d’accusa sono cariche di amara rassegnazione, perché si è destinati a soccombere in un sistema che non tutela affatto le piccole e medie imprese. La vita a Gualdora è raccontata con un carosello di immagini. Le fiere, il vigneto, la cantina, le feste di paese addobbate con i sorrisi di gente semplice e infine le chiacchiere con gli anziani, che hanno lasciato la campagna per ritornarvi da vecchi. Tutti, nessuno escluso, a fare i conti con quel poco che viene dalla terra e non sembra più sufficiente per i bisogni e le comodità a cui siamo ormai abituati da generazioni. «Dal dopoguerra in poi siamo stati cresciuti con l’idea di dover essere qualcosa di meglio dei nostri genitori. E quindi non zappare la terra, ma diventare dirigenti e magari finire a lavorare nella grande distribuzione a leggere le etichette». Ma siamo certi che sia la strada giusta?

Oggi Stefano è tornato a lavorare in ambito commerciale per un’azienda del settore alimentare. «L’agricoltore lo faccio il sabato e la domenica – scherza davanti alla telecamera –, forse è proprio questa la dimensione giusta di Gualdora». Alla fine tutto è cambiato e allo stesso tempo è rimasto uguale. La sua Gualdora, a 35 chilometri da Piacenza e a 65 da Milano, oltre a un’azienda vinicola è un posto tranquillo dove poter trascorrere qualche giorno di pace. Ma soprattutto è il suo riscatto personale. In fondo, anche per essere felici, si deve accettare qualche compromesso.

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2021/11/nuova-vita-gualdora/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Cambiamenti climatici: i viticoltori altoatesini si adeguano

Con questo trend climatico nella Val d’Isarco sarà possibile raddoppiare la superficie dei vitigni167099877-586x392

Fino a un paio di decenni fa il Pinot nero veniva vendemmiato fra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, oggi lo si vendemmia a settembre. Fra le montagne dell’Alto Adige i cambiamenti climatici lasciano il segno e lo fanno a una velocità spaventosa, tanto che in una tavola rotonda organizzata negli scorsi giorni dal Centro di sperimentazione si è parlato di un possibile raddoppio della superficie coltivata nella Val d’Isarco, proprio grazie ai cambiamenti climatici. Attualmente la superficie adibita alla viticoltura ammonta a 5.300 ettari ma la percentuale dei vini bianchi (Pinot Grigio, Gewürztraminer e Chardonnay) è del 55%, mentre quella dei vini rossi è del 45% (Schiava, Lagre in e Pinot Nero). La produzione annua si attesta sui 350mila ettolitri di vino così ripartiti: 70% dalle cooperative, 25% dall’associazione delle tenute vinicole e il 5% da vignaioli indipendenti. Che la viticoltura si stia spostando sempre più a Nord lo aveva già messo in luce Andrea Spinelli Barrile in un post di qualche tempo fa: alla “settentrionalizzazione” del vino si accompagna anche una progressiva anticipazione della maturazione e, dunque, della vendemmia. Nelle terre del Barolo, per esempio,  si è passato dall’ottobre di venti anni fa al settembre di oggi. Naturalmente ogni regione rappresenta un caso a parte e come tale va trattata. L’Alto Adige è un esempio di come i vini possano crescere a livello qualitativo senza però arrivare a cifre troppo esose, proprio grazie alla maggiore disponibilità “innescata” dai cambiamenti climatici. E di vitigni simili ce ne sono parecchi nell’estremo nord del nostro Paese, come, per esempio, quelli di Morgex (Valle d’Aosta) che, a quota 1200 metri, sono i più alti d’Europa. Ora sono l’eccezione che fa notizia, fra qualche decennio, in un’Europa sempre più calda saranno probabilmente la norma.

Fonte : Alto Adige