Centrali nucleari europee: catorci atomici

Scrive Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”: «Le centrali nucleari dell’UE hanno un’età media di 30,6 anni. Praticamente, sono dei catorci atomici che vengono mantenuti accesi alla faccia del buonsenso».9576-10338

Riprendiamo l’intervento di Dario Tamburrano, vicepresidente dell’Intergruppo del Parlamento Europeo “Common Goods and Public Services”, comparso QUI

Questo dato e quelli seguenti, salvo se diversamente indicato, sono tratti da “The world nuclear industry status report” redatto nel 2015 da esperti indipendenti. Valgono le considerazioni che faceva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, all’indomani di Fukushima:  più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. E a proposito di Fukushima: le migliaia e migliaia di crepe nei reattori nucleari del Belgio sono state scoperte durante i controlli effettuati in seguito all’incidente nucleare in Giappone. Eppure quei reattori (insieme ad altri decisamente stagionati) sono stati recentemente riaccesi. E’ proprio il caso di dire che da Fukushima l’UE non ha imparato nulla, per parafrasare il titolo del convegno cui abbiamo partecipato la scorsa settimana a Bruxelles e contemporaneamente riassumere tutti i discorsi. Il grafico qui sotto mostra l’età dei 128 reattori nucleari in funzione nell’UE. Come quelli seguenti, fotografa la situazione al mese di luglio del 2015.

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I 128 reattori accesi nell’UE costituiscono circa un terzo di quelli attivi in tutto il mondo. Ecco la loro distribuzione per classi di etàdt_cattura-2

Il picco del nucleare UE è stato toccato nel 1989, quando erano accesi 177 reattori: circa un quarto in più di quelli attuali.dt_cattura-1

Ci sono state tre “ondate” di costruzione di centrali nucleari: due piccole negli Anni 60 e 70 ed una grande negli Anni 80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati.dt_cattura-3

L’85% dei reattori nucleari europei è concentrato in otto Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE. La cartina che mostra la loro distribuzione nello spazio è stata pubblicata dall’European Nuclear Society.dt_cattura-4

Sarebbe saggio spegnere i 128 catorci atomici dell’UE. Ma l’atomo è una maledizione che si proietta sempre nel futuro: secondo un documento di lavoro della Commissione Europea visto dalla prestigiosa agenzia di stampa Reuters all’inizio di febbraio, per smantellare il vetusto parco nucleare e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro. Attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi. Bisognerà pur trovarli e imparare la lezione: mai spendere un centesimo per il nucleare, che – oltre ad essere pericoloso – inghiotte soldi come una voragine senza fondo. Al momento sembra che l’UE – come non ha imparato da Fukushima – non voglia imparare nemmeno questa lezione e tende a considerare praticabile la costruzione di nuove centrali. Ma è un’altra storia. Cercheremo di raccontarla nel giro di pochi giorni.

Fonte: ilcambiamento.it

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La chiusura del nucleare tedesco non porterà ad un aumento del carbone

Secondo uno studio della Böll Foundation, saranno le energie rinnovabili a prendere il posto del nucleare da qui al 2023

Il carbone non avrà un futuro in Germania; uno studio della Böll Foundation dimostra che saranno le fonti rinnovabili a prendere il posto dell’energia attualmente prodotta dalle centrali nucleari che verranno chiuse da qui al 2023. Come si vede dal grafico qui sotto, le rinnovabili sono passate da 46 a 152 TWh in 10 anni e dovrebbero aggiungere altri 100 TWh nel prossimo decennio, che compenseranno esattamente l’ attuale produzione delle centrali nucleari ancora in esercizio. Il carbone diminuirà del 20% da 286 a 228 TWh, sia per l’antracite di migliore qualità (hard coal) che per la lignite (brown coal). Per un vero phase out del carbone bisognerà purtroppo attendere oltre la metà degli anni venti. La Germania ha commesso un grave errore strategico, costruendo troppe centrali a carbone negli anni scorsi, che ora non possono lavorare a pieno ritmo, a causa dei prezzi spinti al ribasso dalle rinnovabili, mentre si sta fortunatamente rinunciando ad aprire nuove miniere.

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Fonte: ecoblog.it

In Germania la crescita delle rinnovabili sta mettendo in difficoltà il carbone

In Germania si sta sostituendo il parco di centrali nucleari con una potenza analoga in centrali a carbone. E’ una scelta miope, perchè le attuali centrali iniziano a soffrire per i bassi costi dell’energia indotti dalle fonti rinnovabili1

Spesso si ripete che la Germania è tornata a investire nelle centrali a carbone per compensare la sua uscita dal nucleare entro il 2022. Questo non è esattamente vero, perchè le 8 centrali a carbone attualmente in costruzione  (nella foto in alto il deposito di carbone della futura centrale di Moorburg) sono state programmate tra il 2006 e il 2010, quindi prima dell’incidente di Fukushima. Altre 6 centrali in progetto sono state sospese e ben 20 sono state definitivamente cancellate. Queste centrali, più due già entrate in servizio,  potrebbero fornire una potenza totale di 11,5 GW e sarebbero quindi grosso modo in grado di sostituire l’attuale produzione nucleare, anche se con un incremento di 70 Mt di emissioni di CO2 (l’8% delle emissioni tedesche). Non avranno tuttavia  vita facile, perchè la concorrenza delle energie rinnovabili sta iniziando a creare seri problemi alle centrali a carbone. La produzione rinnovabile ha fatto crollare i prezzi dell’energia elettrica, e nei pomeriggi festivi questi scendono a zero, oppure diventano addirittura negativi. Ciò significa che in questi periodi le grandi compagnie sono disposte a pagare i cittadini perchè venga consumata energia elettrica, pur di evitare di scalare verso il basso l’attività delle grandi centrali a carbone che hanno un elevato carico di base e sono poco flessibili. Si inizia a parlare di chiudere le miniere di lignite (carbone con elevato tasso di emissioni) ed anche alcune vecchie centrali. Sarebbe forse meglio fermare la costruzione delle nuove centrali prima che sia troppo tardi. Si tratta di investimenti sbagliati  che rispondono a logiche vecchie di reti centralizzate e poco flessibili, l’esatto contrario delle smart grids che riescono a gestire meglio il traffico fluttuante dell’energia rinnovabile. Ogni euro investito nel carbone è un euro rubato alle fonti rinnovabili, allo sviluppo di sistemi di accumulo e alle reti intelligenti. E i primi a comprenderlo dovrebbero essere proprio quelli che gestiscono il business del carbone.

Fonte: ecoblog

Chernobyl 27 anni dopo: Legambiente lancia una petizione europea

Legambiente lancia una petizione europea per chiedere alla Comunità Internazionale interventi concreti per aiutare i bambini che vivono ancora nelle zone contaminate ed effettuare monitoraggi indipendenti della radioattività nell’ambientecernobil

Fra qualche giorno, precisamente venerdì 26 aprile, ricorrerà il 27esimo anniversario dell’incidente di Chernobyl che sconvolse il mondo sollevando nell’opinione pubblica un dibattito diffuso sulla costruzione delle centrali nucleari. Per non dimenticare quel tragico evento, Legambiente lancia su Change.org una petizione europea per chiedere alle istituzioni e alle organizzazioni governative interventi e progetti concreti a favore dei bambini e delle famiglie rimaste vittime della contaminazione. Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Daniel Cohn-Bendit, co-presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, Monica Frassoni, co-presidente del Partito verde europeo, Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Linosa, Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, Roberto Saviano, scrittore, Andrea Segrè, professore Ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata all’università di Bologna, Gino Strada, fondatore di Emergency, Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, sono alcuni dei firmatari del documento che ha come punti chiave la ricollocazione residenziale, il monitoraggio ambientale indipendente delle zone radioattive e gli interventi di bonifica. A 27 anni dall’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, nelle aree maggiormente contaminate della Bielorussia, della Russia e dell’Ucraina vivono circa 5 milioni di persone. Il villaggio di Gden, distante 15 chilometri dall’impianto, ha una popolazione di 250 abitanti: il 10% sono bambini che bevono e mangiano acqua e cibi contaminati.

Le istituzioni fanno finta di non vedere che queste zone morte, entro un raggio di 30 km dalla centrale esplosa, si stanno ripopolando. Tutto ciò è inaccettabile: serve una seria presa di coscienza della situazione e doverosi interventi per ridurre i rischi e gli effetti della contaminazione, e l’insopportabile pericolo dell’oblio. Senza interventi tempestivi tutte le persone che vivono nelle terre contaminate sono destinate a morire. Con questo appello chiediamo alla comunità internazionale, a partire dalla Commissione europea, di intervenire subito con programmi e progetti di ricollocazione residenziale per i bambini e le persone che ancora oggi vivono in villaggi all’interno delle zone morte; di sostenere progetti internazionali di monitoraggio ambientale per meglio studiare l’evoluzione della contaminazione radioattiva e attivare così interventi specifici e mirati di bonifica. Infine chiediamo di fermare la costruzione della nuova centrale nucleare già avviata nel nord della Bielorussia, a 50 km chilometri dal confine con la Lituania,

spiega Stefano Ciafani, vice-presidente di Legambiente.

Legambiente pone l’accento sulla ripopolazione delle zone del disastro, sulle coltivazioni, sugli allevamenti in loco e sui bambini, le vittime incolpevoli della presunzione degli adulti che ancora credono di poter controllare la natura in ogni momento.

Via | Comunicato stampa

Stress test nucleari: “disattesa la lezione di Fukushima”

La lezione di Fukushima non è stata appresa e molti degli impianti restano profondamente insicuri. A lanciare l’allarme è un nuovo rapporto di Greenpeace sugli “stress test” ai quali sono state sottoposte le centrali nucleari europee.

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Un nuovo rapporto di Greenpeace sugli “stress test” ai quali sono state sottoposte le centrali nucleari europee lancia un allarme: la lezione di Fukushima non è stata appresa e molti degli impianti restano profondamente insicuri. Questo anche perché molti problemi dipendono da limiti intrinseci dei progetti, difficili, se non impossibili, da risolvere. A giungere a tali conclusioni è il rapporto “Updated review of EU nuclear stress-tests”, opera del fisico Oda Becker, già coautore dell’analisi indipendente dei risultati degli “stress test” commissionata da Greenpeace nel 2012. Dopo il disastro di Fukushima, nel 2011, gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno progettato una serie di “stress test” per rassicurare i cittadini europei in merito ai pericoli che potevano derivare dalla presenza nell’UE di 132 reattori nucleari (più altre 5 in Svizzera). Doveva essere un esercizio trasparente, per condurre a piani d’azione nazionali in grado di fronteggiare le possibili criticità emerse dagli stress test. Ma proprio l’analisi di tali piani porta a risultati sconfortanti: a dispetto di investimenti anche ingenti, infatti, numerosi aspetti importanti e ben noti non sono stati affrontati; alcune delle questioni che pure sono state affrontate, poi, saranno risolte tra anni, lasciando nel frattempo i cittadini europei esposti al rischio. Il rapporto di Greenpeace si focalizza in particolare sui problemi di alcune centrali nucleari estremamente problematiche, in Belgio, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia. Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Queste centrali sono una fonte di rischio non solo per i cittadini del Paese che le ospita, ma anche per quelli degli Stati confinanti. In particolare, non si sta tenendo conto dell’invecchiamento degli impianti e tutto ciò rischia di cancellare le migliorie che saranno effettuate. Tra le centrali menzionate nel rapporto di Greenpeace ce ne sono due, Krsko in Slovenia e Muleberg in Svizzera, che minacciano anche gli italiani per ragioni comuni: i terreni sismici sui quali sono costruite e il pericolo di inondazioni. Nel caso di Muleberg, in particolare, il disegno strutturale è limitato, l’età avanzata, il sistema di raffreddamento in caso di emergenza non è adeguato, e la prevenzione per la produzione di idrogeno (gas esplosivo) insufficiente: un impianto da chiudere senza ulteriori discussioni. L’Italia è pericolosamente coinvolta in un’altra delle centrali “a rischio”, quella di Mochovche, in Slovacchia, che minaccia anche Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Si tratta infatti di un impianto di proprietà dell’italiana Enel, esposto a rischio di terremoti fino a quando, nel corso del decennio, non saranno realizzate adeguate protezioni. L’eventuale installazione di sistemi di ventilazione filtrati sarà oggetto di analisi, anche se la loro necessaria presenza è una delle lezioni più importanti di Fukushima. La Slovacchia inoltre rifiuta di analizzare cosa potrebbe succedere se il “guscio” del reattore si rompesse e molte delle misure dedotte dagli stress test verranno implementate solo nei prossimi anni. Greenpeace ha dimostrato che esistono valide alternative al nucleare che aiutano anche nella lotta contro il cambiamento climatico, oltre che nel raggiungimento di altri obiettivi come l’indipendenza energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti di energia. “Una progressiva eliminazione del nucleare combinata con misure di efficienza energetica e sviluppo di fonti rinnovabili è l’opzione più sicura – conclude Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia – Gli impianti più vecchi e rischiosi devono essere chiusi immediatamente”.

Fonte: il cambiamento

RISCHIO AMBIENTE E SALUTE:Nucleare, OGM, Cellulari, moria delle Api e Nanotecnologia

 

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Rischi per l’ambiente e la salute: nel rapporto EEA Late lessons from early warnings non si parla solo del passato, ma anche delle questioni più scottanti di oggi: nucleare, OGM, telefoni cellulari, pesticidi e nanotecnologie. L’approccio dell’agenzia europea per l’ambiente è ispirato al principio di precauzione. E’ responsabilità dei poteri pubblici e delle aziende valutare i rischi per la salute e non solo cantare acriticamente le lodi per ogni innovazione che arriva sul mercato.  Vediamo ora in brevissima sintesi (l’originale conta 800 pagine!) cosa dice il rapporto sulle questioni emergenti.

 

 Centrali nucleari. Secondo gli esperti, le catastrofi di Chernobyl e Fukushima mostrano che la valutazione della probabilità di un grave incidente nucleare è attualmente sottovalutata, perché basata su assunzioni preconcette che non tengono conto di tutti i possibili fattori (errore umano, terremoto, atto terroristico).  E’ inoltre fondamentale un follow up scrupoloso delle popolazioni nelle aree colpite, visto che i danni alla salute si possono manifestare anche in un arco di quarant’anni.

 

OGM e agricoltura biologica: due approcci opposti. I raccolti da organismi geneticamente modificati sono pensati per monocolture a elevato input idrico ed energetico: sono altamente produttive (1), ma largamente insostenibili per la dipendenza da fonti non rinnovabili. Il sistema di proprietà intellettuale dei diritti riduce inoltre il potenziale di innovazione.

 

I metodi scientifici dell’agricoltura biologia sono per loro natura più partecipativi e pensati per valorizzare il ruolo multifunzionale dell’agricoltura nel produrre cibo, migliorare la biodiversità e i servizi dell’ecosistema e provvedere lavoro e sicurezza per le comunità locali. Per avere successo devono però avere un maggiore range di incentivi e di quadri normativi di supporto.

 

Telefoni cellulari e rischi per il cervello. L’International Agency for Research on Cancer dell’OMS ha classificato i campi elettromagnetici emessi dai telefoni mobili nel gruppo 2B come “possibili carcinogeni umani”. Anche se l’insorgenza di patologie dipende da una molteplicità di fattori, secondo l’EEA i governi e men che meno le aziende produttrici hanno preso sul serio questi avvertimenti. I benefici delle comunicazioni mobili devono associarsi ad una maggiore percezione del rischio per la salute.

 

Pesticidi e morte delle api. Da oltre un decennio si conosce il legame tra i pesticidi neonicotinoidi usati per la concia dei semi e la morte di massa delle api, eppure al legislazione è ancora carente nel proteggere una specie fondamentale per il suo servizio naturale di impollinazione. L’EEA osserva giustamente che il lavoro degli scienziati deve essere valutato per il loro merito scientifico e non sulle conseguenze per le aziende VIP della chimica.

 

Nanotecnologia. Mentre si prospettano miracoli da questa ultima nata tra le discipline scientifico-tecniche, non si valutano ancora con sufficiente attenzione i rischi che potrebbero insorgere dallo spostamento di questa tecnologia “dai lavoratori al mercato”. Occorre per questo integrare preoccupazioni ambientali e sanitarie nella progettazione dei nanodispositivi.

 

(1) In realtà, la tanto decantata maggiore resa degli OGM non corrisponde a realtà come nel caso ben documentato della soia.

 

Fonte:ecoblog