Carbone addio. Ma il gas resta

Il governo ha annunciato quella che ha definito “la decarbonizzazione totale” entro il 2025. E meno male che finalmente ci si è arrivati, almeno all’annuncio. Ma poi il premier e il suo ministro hanno frapposto una serie di “se”, “hanno giocato al ribasso” con le rinnovabili, come denunciano le associazioni ambientaliste, e continuano a puntare sul gas.9690-10465

Il premieri Gentiloni, il ministero per lo sviluppo economico Carlo Calenda e dell’ambiente Galletti hanno presentato la cosiddetta “Strategia energetica nazionale” annunciando l’uscita dal carbone entro il 2025.Grandi applausi, ma anche molte richieste di ulteriori garanzie e concretezze.

«Ora è necessario che alla dichiarazione della SEN seguano provvedimenti e politiche: come tutti gli obiettivi, infatti, anche quello del phase out dal carbone, necessita di azioni concrete e operative oppure rischia di rimanere sulla carta» dice il WWF. «Chiederemo al governo di dar corso alle norme attuative, tenendo conto delle indicazioni contenute nel rapporto “Politiche e misure per accelerare la transizione energetica e l’uscita dall’uso del carbone nel settore elettrico”, in cui si dimostra come l’introduzione di adeguate regole finanziarie e meccanismi fiscali non solo possa facilitare l’uscita dal carbone, ma possa tradursi in un vantaggio economico per il nostro Paese».
«Uno degli aspetti probabilmente più critici della nuova SEN è però continuare a puntare sul gas, intendendo erroneamente questo combustibile come adeguato a un serio processo di decarbonizzazione» prosegue il WWF. «La letteratura scientifica ci dice invece come il gas, seppur dotato di performance ambientali migliori del carbone, non debba essere oggetto di massicci investimenti in una fase di transizione già iniziata e avanzata, giacché questo impedirebbe di puntare sulle tecnologie a zero carbonio e, quindi, non consentirebbe di conseguire gli obiettivi climatici stabiliti dall’accordo di Parigi (ossia di contenere l’innalzamento delle temperature planetarie entro i 2°C rispetto al periodo preindustriale, puntando a 1,5°C). Oggi occorre puntare direttamente sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza e sul risparmio energetico, su sistemi di accumulo efficienti, sulle smart grid, su un massiccio riassetto nel sistema dei trasporti. Disperdere risorse su tecnologie “non definitive” rappresenta solo un spreco di denaro e di tempo che il pianeta, come è ormai evidente a tutti, non può permettersi».

Sul tema è intervenuto anche il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio:«Non possiamo pensare di sostituire il carbone con il gas naturale: bisogna investire in smart grid, efficienza energetica e rinnovabili, per limitare al minimo indispensabile il ricorso al gas e la costruzione di nuove infrastrutture come gasdotti o rigassificatori, visto che questo andrebbe anche contro i dichiarati obiettivi di indipendenza energetica. Sul tema della mobilità attendiamo inoltre la definizione di strumenti chiari, non solo in sostegno alle auto elettriche, ma anche in favore di mobilità alternativa e condivisa».

Secondo l’associazione ambientalista è importante che, contestualmente all’abbandono del carbone, si diano ai cittadini gli strumenti per diventare energy citizen, ovvero per autoprodurre energia e diventare consumatori consapevoli.

Greenpeace ha proiettato in questi giorni in Germania un messaggio in diverse lingue per ricordare che non c’è nessun futuro nei combustibili fossili. In Italia, invece, l’organizzazione ambientalista ha lanciato venerdì scorso un tweet bombing, indirizzato proprio al Presidente del Consiglio Gentiloni e al ministro Calenda, per fare chiarezza sulla posizione del governo italiano sul cosiddetto “Winter package”, un pacchetto di misure in discussione in Ue che deciderà il futuro energetico del nostro continente fino al 2030.

«In Europa l’Italia si dice favorevole al capacity payment, ossia al finanziamento con soldi pubblici di centrali a carbone e a gas, senza alcuna restrizione. Sul tema degli energy citizen invece la posizione del governo a Bruxelles è vaga e certamente non virtuosa, mentre la SEN si limita a citare il tema senza dare obiettivi. Inoltre, in Ue, siamo tra i Paesi che non vogliono definire obiettivi più ambiziosi per le rinnovabili, richiesti invece perfino da parte dell’industria elettrica, con Enel in testa. Tutto ciò appare ancor più incomprensibile per un Paese che giustamente ha annunciato l’abbandono del carbone e che dichiara di volersi impegnare a fondo per portare avanti l’Accordo di Parigi», conclude Onufrio.

Sottolinea dal canto suo Legambiente: «Ci aspettiamo che il Governo approvi politiche per lo sviluppo delle rinnovabili già nella Legge di Bilancio, per rilanciarne la crescita e consentire di raggiungere gli obiettivi indicati dalla SEN».

L’obiettivo energetico al 2030 «va ora accompagnato da politiche che spingano davvero le rinnovabili: attraverso l’autoproduzione, che invece è ancora bloccata nel nostro Paese, e gli investimenti nelle smart grid, nell’efficienza, nella mobilità elettrica e sostenibile nelle città, nei sistemi di accumulo» prosegue Edoardo Zanchini dell’associazione.

«Ora davvero servono scelte coraggiose per rilanciare questi interventi, a partire dalla Legge di Bilancio, dopo anni in cui la produzione da rinnovabili ha smesso di crescere in Italia. Altrimenti il rischio è che la produzione da carbone sia sostituita dal gas, vanificando gli obiettivi nella lotta ai cambiamenti climatici. Anche a livello europeo – conclude Zanchini – ci aspettiamo che l’Italia non si metta di traverso, come troppo spesso è avvenuto, rispetto alla scelta di introdurre target più ambiziosi a livello europeo nel pacchetto Energia e Clima al 2030”.

Fonte: ilcambiamento.it

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Stop alle centrali a Carbone: La risoluzione è in Parlamento

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Alla vigilia della Cop21 di Parigi, che si terrà il prossimo 11 dicembre, nel nostro paese si riaccende il dibattito sul percorso da seguire in relazione alle emissioni di CO2. A tale riguardo, è stata presentata una risoluzione in Parlamento da Stella Bianchi (Pd), presidente dell’intergruppo Globe Italia che mette insieme i parlamentari impegnati in materia ambientale. La risoluzione avanza l’esigenza di chiudere progressivamente le centrali a carbone e di porre nuovi limiti alle emissioni di gas serra delle stesse centrali. Il quotidiano Repubblica ha riportato alcuni passaggi del testo elaborato in Parlamento. Ivi, si legge che è necessario muoversi immediatamente perché “le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale […] La pericolosità del carbone è aggravata dal fatto che, oltre al biossido di carbonio, vengono dispersi nell’ambiente mercurio, piombo, arsenico, cadmio e altri metalli pesanti“.

Inoltre, sempre nella risoluzione si fa presente che l’Italia possiede un eccesso di produzione di elettricità, senza tenere in conto l’apporto delle rinnovabili. Per questo motivo, si precisa, un decremento dell’offerta di energia da centrali termoelettriche (con la chiusura di quelle a carbone) non inciderebbe sulla sicurezza del sistema energetico nazionale.

A corroborare la tesi dell’opportunità di chiudere le centrali a carbone c’è anche il parere dell’ UK Energy Research Centre. L’ente ritiene che andare nella direzione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica aumenterebbe i posti di lavoro. A parità di investimenti, le energie rinnovabili darebbero lavoro 10 volte tanto rispetto al settore termoelettrico. E, secondo uno studio di Legambiente, il settore delle rinnovabili, entro il 2020, potrebbe arrivare a creare 250mila posti di lavoro, più altri 600mila inerenti ad ambiti professionali connessi e all’indotto. Stella Bianchi ha aggiunto che “alla conferenza di Parigi si dovrà definire una road map per arrivare a un sistema produttivo carbon neutral […] E una delle prime mosse dovrà essere la messa al bando delle centrali a carbone […] L’Italia può essere capofila in Europa di questo processo virtuoso per sostituire un combustibile ad alto impatto ambientale con le rinnovabili e l’efficienza“.

Ricordiamo che il carbone non è solo pericoloso (per l’Università di Stoccarda ha prodotto 22300 decessi nel 2010), ma potrebbe diventare a breve anche un settore in cui non sarebbe più conveniente investire. Forti fenomeni di disinvestimento si registrano già oggi, come nel caso del Fondo sovrano norvegese che ha deciso di non puntare più sull’elettricità a carbone.

Fonte: ecoblog.it

Greenpeace blitz a La Spezia con la Rainbow Warrior contro le centrali a carbone

Greenpeace compie una delle sue azioni spettacolari a La Spezia presso la centrale E.Montale di Enel per evidenziare quanto questi impianti per la produzione di energia siano vecchi e inquinanti. Greenpeace in azione a La Spezia lascia a bocca aperta per la spettacolarità del suo intervento: un gruppo di attivisti scala una gru nel Porto utilizzata per il movimento carbone destinato alla centrale elettrica Eugenio Montale dell’Enel. L’azione rientra nell’ambito del tour Non è un Paese per fossili compiuto attraverso la nave Rainbow Warrior.via-dal-carbone-620x350

La Rainbow warrior sarà a Genova proprio domani 27 giugno dove presenta il tour nato per promuovere le energie rinnovabili con l’obiettivo di sensibilizzare cittadini e istituzioni. All’incontro di domani che si terrà nella sala conferenze della Rainbow Warrior dovrebbero partecipare i sindaci di Genova, La Spezia e Savon e l’assessore regionale alla Salute Claudio Montaldo. La necessità di intervenire in Liguria è impellente poiché la Regione ospita tre centrali a carbone.concorso-620x350

Per sensibilizzare i cittadini il comitato Spezia Via dal Carbone ha lanciato lo scorso mese di maggio il concorso La centrale Enel della Spezia: come la vediamo e come la vorremmo noi bambini vinto da Alessandro il cui disegno che vedete in alto è entrato nello striscione di Greenpeace come testimonianza dei più giovani a voler respirare aria pulita. Greenpeace fa pressing poiché il 1° luglio l’Italia inizia il semestre di presidenza nell’Ue e ribadisce l’associazione ambientalista che:

le fonti fossili non sono né sicure né convenienti come vogliono farci credere: si pensi che la sola centrale a carbone di La Spezia, secondo uno studio che abbiamo commissionato all’Università di Stoccarda, causa oltre 70 morti premature l’anno.

Purtroppo la politica energetica del giovane-vecchio Matteo Renzi va in direzione opposta: siamo alla promozione delle trivellazioni off shore e dell’apertura allo shale gas. Per manifestare la propria volontà affinché il governo italiano cambi direzione nelle politiche energetiche Greenpeace sta promuovendo anche una petizione on line con cui aderire alla Dichiarazione di Indipendenza dalle energie sporche e pericolose. Il tour peraltro consente anche di visitare la nave nei seguenti porti: Genova sabato 28/06, dalle 11 alle 20; domenica 29/06, dalle 10 alle 18; Palermo sabato 05/07, dalle 14 alle 20; domenica 06/07, dalle 10 alle 20; Capodistria venerdì 25/07, dalle 15 alle 19; sabato 26/07, dalle 10 alle 18;Brindisi sabato 02/08, dalle 11 alle 20; domenica 03/08, dalle 10 alle 18.

Fonte:  Speziapolis
Foto | ViadalCarbone @ Facebook

L’utopia del carbone pulito nell’onesto dossier del National Geographic

La filiera dell’energia a carbone viene analizzata in 26 pagine corredate da splendide foto dal National Geographic, un lavoro giornalistico pulito e onesto che fa riflettere anche sullo stato dell’informazione in Italia

Il carbone è tutto intorno a noi, parafrasando una famosa pubblicità. In Italia abbiamo 13 centrali a carbone che inquinano, perché bruciare carbone inquina. National Geographic molto coraggiosamente pubblica un reportage di 26 pagine dedicato proprio al carbone e analizzando questo carburante, il suo uso e le prospettive in maniera completa e complessa. Ne fa una egregia disamina SpeziaPolis che racconta in effetti il perché il carbone sia ancora una delle forme di energia fossile tra le più usate e del perché la lobby del carbone ci tenga tanto a accentrare ulteriormente il suo potere proprio su questo combustibile.carbone-360x360

NatGeo intervista il presidente di Assocarboni, WWF e l’ISPRA che sottolinea come:

le emissioni di particolato delle centrali a carbone in Italia sono trascurabili mentre è significativo l’impatto per gli ossidi di zolfo e per i metalli pesanti.

Sostanzialmente NatGeo effettua una ricerca approfondita sull’intera filiera energetica dall’estrazione del carbone alla combustione nelle centrali elettriche. E’ una filiera inquinata in ogni sua fase e resta tale, seppur si dovesse riuscire a contrastare in qualche modo il dannoso effetto delle emissioni.

Un referendum per chiudere le 13 centrali a carbone in Italia

Analizza NatGeo anche la soluzione proposta dello stoccaggio della CO2, ovvero di uno di quegli argomenti sbandierati dai sostenitori del carbone ma di cui non abbiamo applicazioni reali se non esperimenti:l’ambaradan costa troppo oltre a poter sortire effetti sulla staticità dei sottosuoli. E poi chiosa nel reportage Nomisma energia:

Il carbone pulito non esiste: bisogna dirlo chiaramente. Per un chilowattora di energia elettrica il carbone emette circa 800 grammi di CO2, contro i 350 grammi del metano e l’assenza di emissioni del fotovoltaico o del nucleare. E vale anche per Civitavecchia, tra le centrali più moderne al mondo.

Scrive Marco Cattaneo direttore NatGeo Italia:

D’altra parte il carbone è responsabile, in tutto il processo che va dall’estrazione alla produzione di energia, del 40 per cento delle emissioni in anidride carbonica in atmosfera. In altre parole, è il principale responsabile del riscaldamento globale provocato dalle attività umane. Che fare? Eliminarlo in tempi brevi pare impossibile. Anzi, la crescita economica di paesi come la Cina e l’India ne sta aumentando il consumo. E le nuove tecnologie per intrappolare l’anidride carbonica, illustrate in queste pagine da Michelle Nijhuis, sono ancora in fase sperimentale. Ma il carbone pulito è un’utopia.

Non è esente dalla discussione l’America per cui il presidente Barack Obama con il Clea Air Act ha lanciato un chiaro segnale in merito alla necessità di ridurre le emissioni a causa delle implicazioni sulla salute umana. Anche l’Europa sostiene politiche a favore dell’aria pulita e abbiamo anche noi un clear air Act, il CAFE.

L’EPA negli Stati Uniti valuta nuovi limiti per le emissioni delle centrali a carbone

Infine ribadisce Speziapolis:

Gli scienziati ribadiscono che le soglie non escludono gli effetti sanitari, dipendono dall’azione sinergica di un insieme di inquinanti che interagendo tra loro possono amplificare enormemente e in maniera non prevedibile la propria azione nociva, anche quando si trovassero a basse concentrazioni ambientali. Di questi aspetti, e in questi termini, al momento in Italia pare se ne occupino in prevalenza le Procure pur tra mille difficoltà. E una buona parte – inascoltata – della comunità scientifica, a onor del ve

Fonte:  Speziapolis
Le belle foto del National Geographic

Smog, arriva la prima causa di un cittadino contro il Governo Cinese

In Cina la protesta contro lo smog comincia a uscire dalla rete: dopo le statue imbavagliate e la maratona in mutande e maschera antigas, nello stesso mese arriva il primo caso di azione legale intrapresa da un privato cittadino contro il Governo, accusato di non aver fatto abbastanza contro l’incredibile smog378300

Pechino lo smog sfora pesantemente, e ormai incessantemente, da anni, con conseguenze catastrofiche per la salute dei cittadini. Se dal punto di vista delle polveri di miglioramenti purtroppo non ce ne sono affatto, perlomeno dal punto di vista comunicativo, l’aria sta cambiando. Se fino a pochi anni fa le autorità governative cercavano ancora di occultare la gravità della situazione, lo scandalo del gap tra i dati diffusi dal Ministero dell’Ambiente Cinese e quelli dell’ambasciata statunitense a Pechino ha costretto il Governo a invertire la rotta. Qualche mese fa l’Associazione medica cinese ha ammesso che l’inquinamento dell’aria causa ogni anno almeno mezzo milione di morti premature nel Paese; si discutono soluzioni per le principali fonti dello smog, l’incredibile traffico e le centrali a carbone; si vieta l’accensione di fuochi e si studiano nuove tecnologie per disperdere le concentrazioni in atmosfera, come le piogge artificiali. Ma soprattutto, l’opinione pubblica ha cominciato a farsi sentire: la denuncia sembra finalmente essere uscita dai blog per trasformasi in flash mob e azioni di protesta concrete. Prima le statue degli intellettuali di Pechino sono state imbavagliate con mascherine antismog giganti e poi è stata organizzata una Undie Run, una maratona in mutande e maschere antigas. Ma soprattutto, per la prima volta un cittadino cinese, Li Guixin, che vive nella città di Shijiazhuang, ha deciso di fare causa al Governo Cinese a causa dell’inquinamento dell’aria: secondo l’agenzia Reuters non è ancora chiaro quante possibilità abbia la sua azione legale di essere accolta, soprattutto vista la delicatezza del caso. Anche perché, accolta una, accolte tutte: e attualmente la Cina conta 1.350.695.000 persone…

Fonte: ecodallecittà

59 miliardi di soldi pubblici per centrali a carbone. E’ civiltà?

I paesi del “primo mondo”, quelli dove le parole civilizzazione e industrializzazione hanno accezioni positive, hanno speso in 6 anni 59 miliardi di dollari di soldi pubblici per costruire centrali a carbone. Ma siamo sicuri che questa sia civiltà?centrali_carbone

Dal 2007 al 2013 oltre 59 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici sono stati erogati per sostenere la realizzazione di centrali a carbone. Il Giappone è quello che ha investito di più, poi vengono gli Stati Uniti e la Germania. E la cosa peggiore è che nella maggior parte dei casi questi impianti vengono realizzati ben lontani “da casa propria” secondo il ben noto proverbio “lontano dagli occhi, lontano da cuore”. Così, le proteste i governi più difficilmente le avranno sotto casa. Ma qual è il costo reale, complessivo dell’inquinamento provocato dalle centrali a carbone? Di sicuro ci sono i 59 miliardi di dollari gettati letteralmente sulle braci; poi ci sono i costi ambientali e quelli di salute, incalcolabili. Quindi, proviamo a ribaltare il ragionamento: quanto si risparmierebbe rinunciando al carbone? Tanto, in termini di soldi e di salute. Il flusso di denaro arriva principalmente dalle banche internazionali per lo sviluppo come la World Bank Group, la Banca Europea per gli Investimenti, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e l’Asian Development Bank; poi ancora l’Export-Import Bank degli Stati Uniti. «E’ il momento di mettere in atto misure serie per fare in modo che I finanziamenti pubblici non possano più essere indirizzati a progetti che sostengono l’uso del carbone – ha spiegato Jake Schmidt, direttore delle politiche internazionali sul clima del Natural Resources Defense Council – Innanzi tutto occorre estendere le restrizioni a tutte le tipologie di progetti che utilizzano il carbone e non si può più prescindere dalla necessità di concentrare le risorse esclusivamente sulle fonti pulite di energie rinnovabili».
E che nessuno creda che l’Italia non debba cospargersi il capo di cenere. «Il 72 per cento dell’elettricità prodotta in Italia con il carbone è fatta da Enel, che con questo combustibile fossile produce il 41 per cento del prodotto nazionale – spiega Greenpeace – noi denunciamo da anni questo stato di cose. A partire dal 2006, Greenpeace ha contrastato la scelta a favore del carbone dell’azienda elettrica con azioni e campagne culminate – nel 2012 – nella campagna “Facciamo luce su Enel”. Poi è arrivata la bellissima vittoria di Porto Tolle, dove la Commissione VIA del ministero per l’Ambiente ha bocciato il progetto di conversione a carbone della centrale Enel. Ora Enel, se vorrà perseguire nel più catastrofico degli errori, dovrà presentare un nuovo progetto e un nuovo Studio di Impatto Ambientale. La conversione a carbone, la fonte più inquinante e dannosa per il clima e la salute umana, di una vecchia centrale a olio combustibile nel bel mezzo di un parco naturale, in un ecosistema fragile e prezioso, è sempre stata ed è ancor oggi una enorme sciocchezza».
Eppure di sciocchezze sono cosparse le vie di questo pianeta.

Fonte: il cambiamento

La regione dell’Ontario sarà la prima in nord America a dire addio al carbone

Secondo il primo ministro Kathleen Wynne si tratta dell’azione più significativa in tutto il nord America per combattere il riscaldamento globale. Una delle più grandi centrali a carbone verrà convertita a biomassa.Coal-plant-reflection

Se il governo conservatore canadese è al momento uno dei peggiori nemici dell’ambiente, altrettanto non si può dire del governo liberale della provincia dell’Ontario, la più popolosa della nazione. Come ha annunciato il suo primo ministro Kathleen Wynne, l’Ontario sarà la prima regione del Nord America ad essersi liberata dal carbone. A breve verrà chiusa la centrale di  Nanticoke,  un tempo una delle principali emettitrici di CO2 di tutto il Canada. La centrale diThunder Bay (attualmente ferma) verrà invece convertita a biomasse. L’ Ending Coal for Cleaner Air Act verrà approvato la prossima settimana per dare una base legislativa definitiva all’abbandono del carbone. Secondo il governo dell’Ontario, il carbone stava costando 4,4 miliardi di dollari in danni sanitari, ambientali e finanziari. «La nostra operazione di eliminare il carbone e investire nelle rinnovabili è la più forte azione in tutto il Nord America per combattere i cambiamenti climatici», ha dichiarato Wynne, ed ha perfettamente ragione.Si spera ciò costituisca in incentivo per il grande vicino del Canada, dal momento che le centrali a carbone USA contribuiscono terribilmente ad inquinare l’atmosfera.

Fonte: ecoblog.it

L’eolico non disturba e non fa male come le centrali a carbone

Un sondaggio condotto in Svizzera presso abitanti che vivono a meno di 5 Km di distanza da un parco eolico evidenza che le pale non disturbano la vita delle personeeolico-594x350

La propaganda contro l’energia eolica e i parchi eolici è sempre molto forte. In genere si sostiene che questa fonte di energia rinnovabile ottenuta dal vento non sia né economicamente conveniente e neanche pulita come sembra inquinando non solo i paesaggio ma anche la qualità della vita di chi abita nei pressi di una centrale eolica. Il sondaggio si è reso necessario perché la Svizzera dopo la decisione di dismettere progressivamente le centrali nucleari sta rivendendo il suo piano energetico e l’eolico effettivamente potrebbe rappresentare una delle fonti rinnovabili più interessanti per il piccolo paese stretto tra le Alpi. Nel merito le università Martin Lutero di Halle-Wittenberg e di San Gallo hanno condotto un sondaggio per misurare la qualità della vita delle persone che abitano a meno di 5 Km da un parco eolico. Sono state raccolte le risposte di 467 persone per cui il 76% ha dichiarato di non subire disturbo; il 18% ha riferito di subire un fastidio medio-forte mentre il 6% ha sostenuto di accusare disturbi molto forti per cui il rumore risulta fonte di stress tanto da impedire un sonno regolare. Il 78% comunque si è detto favorevole ai parchi eolici contro il 6% che si è detto sfavorevole mostrando però anche una grande capacità di impegno nel contrastare attivamente contro questa fonte di energia per il 36%. I vantaggi ravvisati dalla maggior parte dei cittadini riguardano la protezione dell’ambiente in quanto sostegno all’uscita dal nucleare e la maggiore indipendenza energetica; gli svantaggi di chi non ama questa fonte di energia riguardano i pericoli per i volatili e la violazione del paesaggio. In Svizzera attualmente sono presenti e attivi 33 grandi impianti eolici per un totale di potenza di 60 megawatt (MW) che nel 2012 hanno prodotto 88 gigawattora (GWh) di energia elettrica ovvero rifornito circa 25.000 famiglie. L’obiettivo è portare la produzione di energia elettrica dai parchi eolici a 600 GWh entro il 2020 e 4.300 GWh entro il 2050. Fin qui l’analisi della Svizzera che non dista un milione di chilometri dall’Italia, dove invece abbiamo la richiesta di 13 associazioni ambientaliste di una moratoria a nuovi impianti eolici e che hanno scritto perciò ai ministri Zanonato, Orlando e Bray. Le associazioni che hanno firmato l’appello sono: Italia Nostra, Presidente Marco Parini – Altura, Presidente Stefano Allavena – Amici della Terra, Presidente Rosa Filippini – Associazione Italiana per la Wilderness, Segretario Generale Franco Zunino e Presidente Onorario Carlo Ripa Di Meana, Comitato nazionale contro fotovoltaico ed eolico in aree verdi, Presidente Nadia Bartoli – Comitato Nazionale per il Paesaggio, Segretario Oreste Rutigliano – Comitato per la Bellezza, Presidente Vittorio Emiliani – Lipu, Presidente Fulvio Mamone Capria – Mountain Wilderness, Presidente Carlo Alberto Pinelli – Movimento Azzurro, Vice Presidente Vicario Dante Fasciolo – Verdi Ambiente e Società (VAS), Presidente Guido Pollice – Rete della Resistenza sui Crinali, Coordinatore Alberto Cuppini – TERRA CELESTE Associazione culturale, Presidente Luisa Bonesio. Sostanzialmente la vertenza delle 13 associazioni riguarda il sistema incentivi alle rinnovabili e scrivono:

Da Associazioni ambientaliste sensibili alla tutela del territorio, ci siamo espressi fin dall’inizio contro gli incentivi che hanno favorito la speculazione a danno del paesaggio, della natura, dei territori collinari e montani, sui crinali appenninici e nel Mezzogiorno, senza portare riduzioni significative, a livello complessivo, dei gas climalteranti.

Ovviamente non una parola contro le 13 centrali a carbone italiane e contro gli incentivi sotto forma di capacity payments oppure per la catttura e stoccaggio della CO2. Non una parola contro i possibili incentivi pari a quasi un miliardo di euro in incentivi che potrebbero essere versati alla nascente centrale a carbone del Sulcis e neanche una parola contro il sistema di incentivazione delle energie fossili tra cui il carbone appunto, di cui ampiamente abbiamo discusso e parlato dopo il libello di Chicco Testa.

Fonte:  Corriere del Ticino

Negli USA l’EPA inizia a porre limiti per l’inquinamento delle centrali a carbone

Gli standard di emissione per le nuove centrali sono quasi dimezzati ed entreranno in vigore entro l’anno. E già si parla di introdurre limiti per le centrali a carbone esistenti.Emissioni-centrale-a-carbone-586x346

Il piano di azione per il clima annunciato da Obama Georgetown University come un vero e proprio  new deal ambientale inizialmente era stato accolto con un po’ di scetticismo sulla sua efficacia, ma ora inizia a concretizzarsi. L’Environmental Protection Agency ha annunciato nuovi limiti per le emissioni inquinanti delle centrali a carbone. I nuovi impianti a carbone dovranno avere emissioni inferiori a 500 kgdi CO2 per MWh prodotto. Le emissioni attuali si situano tra i 700 e i 950 kg di CO2 per MWh, quindi le nuove centrali dovranno avere una riduzione tra il 30 e il 50%. Gli oppositori naturalmente lamentano il fatto che questi nuovi standard non sono raggiungibili con le tecnologie esistenti e farebbero crescere enormemente i costi. Bloomberg parla di “guerra al carbone”. D’altra parte le centrali a carbone sono la principale fonte di inquinamento negli USA e non possono pensare di continuare il business as usual; Lashoff, responsabile del programma climatico del NRDC ha giustamente commentato: «Sostanzialmente l’EPA ha dichiarato che i giorni dell’inquinamento senza limiti sono finiti.» I nuovi standard dovrebbero entrare in vigore entro fine anno, ma l’EPA ha già fatto sapere che entro giugno 2014 proporrà nuovi standard per le centrali a carbone esistenti. Se questa linea riuscirà a prevalere potrebbe essere un passo decisivo per la riduzione delle emissioni, in modo analogo a quanto ha fatto il Clean air act per l’inquinamento atmosferico.

 

Fonte: ecoblog

 

Centrali a carbone in Polonia, pressioni su Bruxelles per fermare i progetti a Opole

Come riferisce l’esclusiva di Euractiv, i parlamentari europei e gruppi ambientalisti stanno sollecitando la Commissione europea a intervenire repentinamente per bloccare la costruzione di due nuove centrali a carbone in Polonia176536357-594x350

La Polonia si appresta a costruire due nuove centrali a carbone da 900mW a Opole e sembra abbia violato anche le leggi europee in materia di cattura e stoccaggio della CO2 (CCS). Questa l’esclusiva che presenta oggi Euractiv riferendo che parlamentari europei e associazioni ambientaliste stanno lavorando per fare pressione sulla Commissione europea affinché siano sospesi i progetti. Il primo ministro polacco Donald Tusk, ha annunciato che a Opole oltre all’ampliamento da 1.8GW sarà costruita anche una unità di stoccaggio per la CO2 (CCS) da 2,7 milioni di euro anche se non sono ancora giunte le autorizzazioni, peraltro richieste ignorate da Varsavia. In effetti un anno la Corte Suprema della Polonia aveva stabilito che la costruzione di Opole era legale,poiché il governo non aveva prodotto alcuna direttiva nazionale sui CCS a recepimento delle direttive europee. Il che de da un lato potrebbe aprire la strada a procedure europee per infrazione con multe salate, dall’altro lascia campo libero al Governo polacco di determinare come costruire le centrali a carbone non tenendo conto dell’impatto sull’inquinamento dell’aria se non in riferimento alle normative nazionali e non europee. Ma le emissioni di questo impianto sono state stimate pari a 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica per i prossimi 55 anni. Il che porta molto lontano la Polonia dal raggiungere l’obiettivo del 15% di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020.

Come riferiscono i gruppi ambientalisti la Polonia, unico Stato membro europeo a non aver notificato alla Commissione le misure adottate per conformarsi alla direttiva CCS, il che appunto consente che nello Stato si proceda troppo autonomamente anche a costo poi di pagare salatissime multe alla Ue. Per Jo Leinen parlamentare socialista (S&D) nel MEP, come ha riferito a Euractiv:

E’ molto urgente che la Commissione si attivi per fare pressione sulle autorità polacche e invitarle a seguire le norme UE. Opole è un banco di prova per il fatto che le nostre politiche sono valide o esistenti solo sulla carta.

Leinen con altri sei eurodeputati di cinque gruppi politici il mese scorso ha presentato interrogazioni parlamentari sulla questione al Commissario dell’UE sul clima, Connie Hedegaard. Ora le discussioni in Polonia tendono a sminuire l’impatto inquinante del nuovo impianto a carbone sostenendo che con le moderne tecnologie le emissioni sono ridotte di almeno 6 volte. Il primo ministro Tursk però nonostante sia stato già richiamato in passato dall’Europa per la sua visione sulla politica energetica della Polonia prosegue spedito per la sua strada e anzi proprio lo scorso 6 giugno aveva dichiarato:

Il governo troverà i fondi per sostenere questo investimento.

Ora il braccio di ferro tra Varsavia e Bruxelles riguarda l’inizio dei lavori che sarebbero dovuti partire il 15 agosto e che invece sono slittati al 15 dicembre, il che secondo gli ambientalisti fornisce un lasso di tempo sufficiente a Bruxelles per mettere lo sgambetto e mandare a gambe all’aria il progetto di Varsavia. Riguardo invece il mancato recepimenti della Polonia delle direttive Ue in materia di energie rinnovabili è già partita la richiesta di Bruxelles alla Corte di Giustizia europea di multare Varsavia per 133 mila euro al giorno fino al raggiungimento delle conformità. Ma non risulta che la comunicazione sia stata recepita da Varsavia. In effetti la posta in gioco è davvero alta e si quantifica in investimenti milionari a Opole a cui neanche l’Italia è indifferente se UniCredit Group la inserisce tra le possibili opzioni. Infatti proprio il 14 agosto è stato annunciato che il gigante francese dell’energia Alstom è entrato a far parte del gruppo di costruttori assieme ai polacchi Rafako, Polimex-Mostostal e Mostostal Warszawa. Ora la corsa è contro il tempo per evitare che sia iniziata la costruzione dei due nuovi impianti è iniziato, poiché poi sarà difficile invertire o addirittura bloccare i lavori.

Fonte:  Euractiv, Icis