Gli abitanti delle valli contro l’insostenibile inquinamento nell’entroterra ligure

Gli abitanti delle valli Neva e Pennavaire fanno i conti da anni con tre cave presenti in zona, che stanno deturpando l’ambiente circostante e creando emissioni maleodoranti. Un comitato cittadino, costituitosi per tutelare il diritto alla salute degli abitanti, è protagonista di una vicenda giudiziaria dal triste epilogo. Sulle prime alture di Albenga (SV) sorgono due valli ricche di suggestivi itinerari storici e paesaggistici: parliamo delle valli Neva e Pennavaire, che prendono il nome dai rispettivi torrenti che le attraversano. Una ricca e selvatica vegetazione garantisce a turisti e abitanti percorsi immersi in diverse tonalità di verde, falesie d’arrampicata e sentieri escursionistici.

Alcuni dei paesini che sorgono sulle rive di questi torrenti, però, convivono da anni con cave di estrazione che li costringono a fare i conti con le emissioni dovute alla lavorazione di bitume e alla produzione di asfalti e calcestruzzo, che generano esalazioni maleodoranti, danneggiando la quotidianità di chi vive nella zone adiacenti i siti. A pagarne il caro prezzo è anche lo sviluppo del turismo che, vista la conformazione del territorio, è soprattutto di tipo naturalistico.
Non solo: gli abitanti delle valli negli ultimi due anni, probabilmente a seguito dell’aumento della produzione degli impianti, hanno iniziato a registrare un numero crescente di casi di nausee, cefalee, epifore (occhi che lacrimano), dolori e bruciori di gola. E a soffrirne, come spesso accade, sono soprattutto bambini e anziani.

Le cave

Le cave sotto accusa della popolazione locale e del comitato cittadino Val Neva e Val Pennavaire sono tre:
– cava Isola, gestita dalla ditta ICOSE spa, sita nel comune di Zuccarello (SV);

– cava Salita Lampada di Cave Martinetto srl, sita anch’essa nel comune di Zuccarello (SV), al confine con il territorio di Cisano sul Neva (SV);

– cava Pennavaire, nel comune di Castelbianco (SV). Quest’ultima, momentaneamente chiusa, verrà riaperta in quanto ha ottenuto, attraverso il nuovo Piano Cave Regionale (PTRAC), l’autorizzazione per un nuovo ampliamento.

La collocazione delle strutture estrattive peggiora ulteriormente il contenimento delle esalazioni, in quanto sono posizionate molto vicino alle abitazioni: in particolar modo le prime due si trovano a meno di cinquanta metri in linea d’aria dai rispettivi centri abitati. Inoltre, nelle immediate vicinanze di questi impianti si trovano le frazioni Conscente e Martinetto del comune di Cisano sul Neva (SV): località che a causa dei venti subiscono la maggior parte dei disagi provocati dalle esalazioni. All’inquinamento dei siti estrattivi si aggiunge anche quello prodotto dai continui spostamenti dei camion, i quali trasportano i materiali lavorati da una cava all’altra, peggiorando così ancor di più la qualità dell’aria.

L’escalation
«Le conseguenze sulla presenza delle cave nelle due valli, – racconta il comitato val Neva e Pennavaire – presenti da diversi decenni, hanno subito un peggioramento con l’avvento della meccanizzazione: le leggi erano ancora poco stringenti e i due torrenti che danno il nome alle valli hanno subito spesso riversamenti di scarti. I corsi d’acqua si sono così nel tempo svuotati dei loro abitanti naturali e l’agricoltura ha subito un forte contraccolpo».
Gli stabilimenti aggiungono nel tempo alla sola attività estrattiva anche la lavorazione di bitume e la produzione di asfalti e calcestruzzo. Il cambiamento tangibile alla popolazione avviene però nell’estate 2018 quando le esalazioni maleodoranti provenienti dai due impianti aperti, che sino ad allora si presentavano con una cadenza periodica, divengono quasi costanti. Nel 2019 la ditta ICOSE Spa presenta in Regione un progetto per la realizzazione di un nuovo impianto per gli asfalti, in sostituzione dell’attuale, che prevede uno stabilimento alto 32 metri di colore blu con una potenzialità raddoppiata a quella attuale ed una conseguente capacità emissiva.

Nasce il Comitato

Ed è proprio a seguito delle non reazioni della Regione che un gruppo di abitanti dei comuni limitrofi agli stabilimenti ha deciso di creare un comitato a salvaguardia della salute dei concittadini. Dopo aver studiato e analizzato la documentazione accessibile, a luglio dello scorso anno, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura di Savona, firmato da oltre 600 persone tra abitanti e frequentatori del territorio. All’esposto fa seguito, nel settembre dello stesso anno, anche un ricorso al TAR Liguria dove si sottolineano le incongruenze del nuovo impianto e si richiede un’analisi approfondita. Il ricorso viene firmato da 46 persone direttamente coinvolte e due associazioni: WWF e Verdi V.A.S. La sentenza del TAR respinge le istanze, permettendo così alla società che gestisce l’impianto di continuare nel progetto di ampliamento e riattivazione.  Il comitato è stato inoltre condannato a pagare 2.000€ per ogni controparte. Un epilogo sconfortante per un comitato nato con il solo scopo di difendere la salute pubblica. Eppure la Provincia di Savona aveva riconosciuto, attraverso l’Autorizzazione Unica Ambientale 2019, l’esistenza di problematiche ambientali, tanto da ordinare modifiche ad uno degli impianti.

Il PTRAC

Dei tre impianti si parla anche nel recente PTRAC (Piano Territoriale delle Attività di Cava), approvato con validità ventennale attraverso la Deliberazione del Consiglio Regionale n. 16 del 29 febbraio 2000, divenuto poi effettivo in consiglio regionale a giugno 2020. Il documento suggerisce alle due realtà estrattive attualmente attive, come esito istruttorio, “l’ampliamento areale per coltivazione congiunta con cava Isola”, ovvero l’accorpamento in un unico soggetto. La strategia proposta sarebbe a garanzia degli attuali posti di lavoro (80). La Regione, inoltre, suggerisce la realizzazione di un tunnel sotterraneo che metta in collegamento le due realtà, così da ridurre i tempi di trasporto del materiale e l’inquinamento conseguente. In questo nuovo Piano si prevede, come accennato in precedenza, un ampliamento estrattivo pari a circa 5 milioni di m3 di materiale. L’area adiacente di proprietà di cava Salita Lampada è già pronta e le sorti del territorio sembrano essere già segnate.

L‘investimento a discapito di salute e ambiente

«Oggi – scrive il comitato Val Neva Val Pennavaire – è il profitto a fare da padrone. Macchinari sempre più sofisticati “mangiano” la montagna in tempi brevissimi e i moderni Piani Cava si avvalgono delle “modifiche al Piano”, così ecco spuntare crateri quando le pareti hanno terminato il loro compito. Oppure da cavatori ci si trasforma in produttori di asfalti, in modo da rimarcare anche con la “puzza” chi detta le condizioni di “benessere” nel nostro territorio.
Con la compiacenza delle istituzioni a tutti i livelli, ecco sorgere mausolei in cemento armato, capannoni e manufatti industriali in aree di vincolo dove i cittadini “normali” sono diffidati dal modificare anche solo una finestra della loro abitazione. Si sceglie di convogliare il traffico pesante di centinaia di camion al giorno in un paesino, alla confluenza delle due valli, strutturato ancora come ai tempi dei carri, e costringere gli abitanti di esso a usare la massima attenzione prima di affrontare l’uscio di casa. Per finire, si è concesso altro territorio da cavare, senza considerare che stiamo parlando di qualcosa che non si può ricreare: queste ferite resteranno nella memoria delle generazioni future, così come noi le abbiamo ereditate dai nostri nonni prima e dai nostri padri poi. Il futuro del nostro territorio è facile da immaginare: rimarrà tutto come sempre, nonostante le “belle” parole, rilasciate dai fautori di questo Piano, tanto di moda in questo momento. A sentirli pare quasi di ascoltare Greta Thunberg, con la differenza che, come la pandemia ci ha appena insegnato, non ci sarà più concesso altro tempo se non si invertirà la rotta da questo tipo di sviluppo».

Fonte: https://www.italiachecambia.org/2020/09/insostenibile-puzza-entroterra-ligure/?utm_source=newsletter&utm_medium=email

Marmo, le cave cambiano il paesaggio delle Alpi Apuane

Il business del marmo arricchisce solamente le aziende, devastando il territorio montano delle Alpi Apuane

DANBY, VT - OCTOBER 25:  George Bush Jr. climbs to the top of a marble wall as he helps cut it into blocks inside the mine at the Vermont Quarries' Corporation Danby Quarry, which is located inside Dorset Mountain October 25, 2005 in Danby, Vermont. Some of the marble from the mine is used in the creation of tombstones for soldiers killed in Iraq and Afghanistan who will be buried in Arlington National Cemetery. Danby Quarry is the biggest underground marble quarry in the world, over a mile long with a footprint of twenty five acres and reaching six levels deep.  (Photo by Joe Raedle/Getty Images)

Negli ultimi vent’anni si è scavato più che nei precedenti 2000 anni di storia delle cave delle Alpi Apuane. E la Commissione tutela ambiente montano del Club Alpino Italiano lancia un grido d’allarme sostenendo che le montagne appenniniche rischiano di scomparire in nome del profitto. Secondo le stime del Cai per ogni tonnellata di marmo in blocchi estratta ne vengono distrutte dieci di montagna. Si tratta di un’attività che ogni anno mangia 4 milioni di tonnellate di montagna, circa un milione e mezzo di metri cubi. L’industria del marmo ha dato vita, nel corso degli anni, a 765 cave: 150 sono quelle ancora attive e una settantina sono inserite all’interno del Parco Regionale Alpi Apuane. Le cave vengono concesse dai comuni (Massa, Carrara, i Comuni della Versilia, della Lunigiana e della Garfagnana) e le proprietà sono concentrate in poche famiglie. Fra queste vi è anche la famiglia Bin Laden che con la sua Cpc Marble & Granite Ltd ha acquistato nel 2014 il 50% della Marmi Carrara pagando a quattro famiglie proprietarie 45 milioni di euro. Quanto guadagnano i comuni? Attualmente Carrara incassa dal marmo 15 milioni di euro che potrebbero essere molti di più se i canoni delle concessioni non fossero irrisori: nel 2012, per esempio, a fronte dei 15 milioni di guadagno del Comune di Carrara, le imprese operanti nel settore del marmo hanno guadagnato 168 milioni di euro. Al comune è dunque andato l’8,8% del guadagno complessivo. Anche i dati sull’occupazione confermano che il marmo non ha portato posti di lavoro: nella media 2009-2012 il tasso di disoccupazione complessivo è stato dell’8,8% e quello giovanile del 21,1%, mentre a Massa Carrara le percentuali hanno fatto registrare, rispettivamente, un 11,6% e un 30,5%. C’è poi l’aspetto dell’impatto ambientale della lavorazione, con i fiumi Cartara e Frigido e i loro affluenti che si tingono di bianco a causa della marmettola, la polvere di taglio, residuo della lavorazione del marmo. Per gli abitanti della zona oltre al danno la beffa: i costi della depurazione, infatti, finiscono nelle bollette degli utenti. Senza dimenticare i passaggi dei camion che fanno la spola dalle cave. AS fronte di questa situazione, il nuovo piano paesaggistico della Regione Toscana ha messo a tutela le Alpi Apuane sopra i 1200 metri. I vertici del Parco si battono contro una norma regionale che 25 anni fa ha imposto che dato un quantitativo 100 di marmo, l’80% può essere di frammenti e il 20% di blocchi. Si tratta di un’eredità del passato, di quando il marmo veniva estratto con la dinamite: con le nuove tecnologie i detriti possono essere evitati.

Fonte:  AdnKronos

© Foto Getty Images

Cave: seimila ferite aperte. L’Italia si dissangua anche così

Il Rapporto di Legambiente sulle escavazioni nel nostro paese è impietoso e fornisce dati sconcertanti: da nord a sud le cave sono quasi seimila, oltre sedicimila quelle dismesse e monitorate dove spesso non sono state effettuate le opere di bonifica e recupero. E i cavatori guadagnano molto ma pagano canoni irrisori. Il territorio ancora una volta svenduto.cave_di_ghiaia

Enormi crateri come ferite aperte sul territorio costellano i paesaggi italiani. Da Nord a Sud le cave attive in Italia sono 5.592, quelle dismesse e monitorate addirittura 16.045, mentre se aggiungessimo anche quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia) il dato potrebbe salire a 17 mila. Nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre le quantità dei materiali lapidei estratti, i numeri rimangono comunque impressionanti: un miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, ossia di materiali di pregio dove sono minori le quantità estratta ma rilevantissimi i guadagni e gli stessi impatti (dalle Alpi Apuane al Marmo di Botticino-Brescia, alla pietra di Trani). A governare un settore così importante e delicato per gli impatti ambientali è a livello nazionale tuttora un Regio Decreto del 1927, con indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato. Inoltre in molte regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive.

Il Rapporto cave 2014 di Legambiente è sconcertante.

“Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – attraverso regole di tutela efficaci in tutta Italia e canoni come quelli in vigore negli altri Paesi Europei. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili”. Nel complesso, la situazione si può giudicare leggermente migliore al centro-nord, dove il quadro delle regole è in gran parte completo con Piani cava – lo strumento che indica le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava – periodicamente aggiornati, mentre non vi sono Piani in vigore in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata. Il Piemonte ha solamente Piani di indirizzo e rimanda alle Province l’approvazione del Piano. Questa situazione di incertezza lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede le autorizzazioni, ma considerando il peso che interessi economici e criminalità organizzata, in particolare nel Mezzogiorno, hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree cava, si comprende perché bisogna correre ai ripari e regolamentare il settore. Prelevare e vendere materie prime del territorio è un’attività altamente redditizia eppure i canoni di concessione pagati da chi cava sono a dir poco scandalosi. In media infatti, si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti ma esistono situazioni limite come nel Lazio, in Valle d’Aosta e in Puglia  dove il prelievo degli inerti costa solo pochi centesimi e regioni come Basilicata e Sardegna dove si cava addirittura gratis. Le entrate degli enti pubblici attraverso i canoni di prelievo sono dunque ridicole in confronto ai guadagni del settore: il totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, è arrivato nel 2012 a 34,5 milioni di Euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori risulta pari a un miliardo di Euro. Solo per fare un esempio, in Puglia nel 2012 sono stati cavati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente 827mila euro al territorio. Ma anche dove si pagano canoni leggermente superiori, come nel Lazio ed in Valle d’Aosta, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40. Nel Lazio la Regione ricava meno di 4,5 milioni di euro contro i quasi 190 milioni di euro del volume d’affari complessivo con i prezzi di vendita. Quello che emerge dunque, è l’enorme e netta differenza tra ciò che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici ed il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni, in  quelle dove il canone richiesto non arrivano nemmeno ad un decimo del loro prezzo di vendita come in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana ed Umbria, ma anche in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti. In Sicilia e Calabria, con l’introduzione per il primo anno del canone di concessione, le regioni ricavano rispettivamente 208 e 420mila euro per l’estrazione di sabbia e ghiaia a fronte dei 10 milioni ricavati dai cavatori in Sicilia ed ai quasi 15 milioni ricavati in Calabria. “In un periodo di tagli alla spesa pubblica – ha concluso Zanchini – è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. E’ possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela”. Raggiungere questi obiettivi in tempi brevi, secondo Legambiente è possibile, e per questo l’associazione chiede: di rafforzare tutela del territorio e legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio (gli attuali 34,5 milioni di Euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, potrebbero diventare ben 239 milioni, se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito. Ad esempio in Sardegna si potrebbe passare da 0 a 17 milioni di euro); spingere l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi.

Fonte: il cambiamento.it