Anche l’idroelettrico inquina: ecco perché

Una ricerca dell’Università di Harvard mette a nudo l’inquinamento da metilmercurio causato dagli invasigettyimages-480597262

L’idroelettrico è ritenuto da tutti una fonte pulita, ma secondo una ricerca compiuta da un team dell’Università di Harvard non sarebbe così, anzi, le inondazioni dei bacini idrici delle centrali elettriche immetterebbero negli ecosistemi marini una grande quantità di metilmercurio, ben più di quanto non stiano facendo i cambiamenti climatici. I ricercatori di Harvard si sono concentrati sul caso delle cascate Muskrat, nella regione canadese del Labrador. Dal 2017, la costruzione di un nuovo impianto dovrebbe sommergere un’ampia regione situata a monte di un fiordo, il lago salato Melville, nel quale sono state trovate colonie di microrganismi con un tasso di metilmercurio molto superiore alle attese. A causare l’inquinamento di questa neurotossina è l’incontro fra acqua dolce e salata: la stratificazione dei due tipi di acqua trattiene i detriti a una determinata profondità (fra 1 e 10 metri) nella quale i batteri trasformano il mercurio presente naturalmente in mortale metilmercurio. In sostanza il plancton alimentandosi di mercurio, lo trasforma e inserisce la neurotossina nella catena alimentare. L’inondazione causata dall’attivazione del nuovo impianto idroelettrico andrebbe ad aumentare i livelli di metilmercurio, mettendo a rischio le comunità locali che vivono prevalentemente di pesca. Lo stesso problema avverrebbe negli impianti idroelettrici in progetto nell’Artico. In tal senso, come sottolineano fra le righe i ricercatori di Harvard la fonte sarebbe pulita solamente per chi usufruirà dell’energia da remoto, mentre i costi ecologici degli impianti idroelettrici ricadrebbero totalmente su coloro che vivono nei pressi degli impianti.

Fonte:  Harvard Gazette

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Il nostro futuro nelle mani delle api

Uno studio dell’UE afferma che il 9,2% delle api europee è a rischio estinzione. Mentre in Italia la produzione è calata del 50% in 7 anni. Vittime di pesticidi, inquinamento e cambiamenti climatici, questi meravigliosi insetti riusciranno difficilmente a sopravvivere, mettendo a serio rischio l’intera catena alimentare. Per evitare il disastro istituzioni e associazioni corrono ai ripari.ape_cover

L’allarme sull’estinzione delle api è stato lanciato più volte nel corso degli ultimi anni. Noi dipendiamo anche da loro, visto che 71 delle 100 colture più importanti al mondo si riproducono grazie all’impollinazione. Ma per salvarle, bisogna prima contarle. E’ da poco operativa l’anagrafe delle api, che dà la possibilità agli apicoltori italiani di registrarsi sul portale del Sistema informativo veterinario accessibile dal portale del Ministero della Salute. Operatori delle Asl, aziende e allevatori potranno accedere all’anagrafe per registrare le attività, comunicare una nuova apertura, specificare la consistenza degli apiari e il numero di arnie o le movimentazioni per compravendite. Sul sito www.vetinfo.sanita.it, una sezione pubblica dedicata all’Apicoltura consentirà di avviare la procedura online di richiesta account. D’altronde i numeri parlano chiaro: le api italiane sono diminuite del 40% dal 2008 ad oggi, con conseguente calo della produzione di miele del 50%; siamo quarti nella classifica dell’apicoltura europea; le importazioni sono aumentate del 17%, di contro le esportazioni sono diminuite del 26%. La situazione è preoccupante non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa: in Inghilterra si stima che le api scompariranno del tutto entro il 2020. Gli scienziati la chiamano “Sindrome dello Spopolamento degli Alveari”. E questo fenomeno è stato recentemente confermato da uno studio dell’Unione Europea, denominato “European Red List of Bees”, che censisce 1.965 specie di api del vecchio continente. Bene, il 9,2% è a rischio estinzione, una percentuale che sale a quasi un quarto (25,8%) nel caso dei “bombi”, impollinatori molto importanti della stessa famiglia; il 7,7% (150 specie) è in declino, il 12,6% (244 specie) è più o meno stabile e lo 0,7% (13 specie) è in aumento. Per circa il 56,7% delle specie purtroppo non ci sono dati, esperti e finanziamenti sufficienti, per capire i trend delle popolazioni. Fra questi anche quelli relativi all’ape da miele per eccellenza, la Apis Mellifera, per la quale occorrono nuove ricerche proprio per distinguere le popolazioni selvatiche da quelle “addomesticate”.
Ma quali sono le cause di questo disastro? Le prime due sono da ricercarsi ovviamente nell’uso dei pesticidi e nell’inquinamento. Poi seguono i cambiamenti climatici, la malnutrizione degli insetti e le infezioni, come nel caso dell’Aethina Tumida, il coleottero degli Alveari. Il Ministero della Salute ha già trasmesso una nota agli Assessorati alla Sanità e ai Servizi Veterinari di tutte le Regioni e Province Autonome italiane, ordinando di mettere in atto il Piano di Sorveglianza che il Ministero della Salute ha concordato con il Centro di referenza nazionale per le malattie delle api. Esso prevede controlli clinici condotti su apiari stanziali, da individuarsi in modalità “random”, e in controlli clinici condotti su apiari selezionati sulla base del rischio, adottando i seguenti criteri: a) apiari che hanno effettuato attività di nomadismo fuori Regione o Provincia autonoma; b) apiari che ricevono materiale biologico (api regine, pacchi d’ape, ecc.) da altre Regioni e Province autonome; c) apiari ritenuti a rischio in funzione di altri criteri territoriali o produttivi.
Accanto al contesto istituzionale, numerose sono le iniziative di associazioni ed enti, a cui noi de Il Cambiamento abbiamo dato spazio recentemente (leggi articoli in fondo). Oggi segnaliamo il progetto di Life Gate, “Bee my Future. Le api non fanno solo il miele. Il nostro futuro dipende anche da loro”, che si prefigge l’obiettivo di contribuire alla tutela delle api sostenendo un allevamento che parte da cinque alveari, dati in gestione ad un apicoltore, appositamente selezionato dall’Associazione APAM – Associazione Produttori Apistici della Provincia di Milano, con esperienza decennale e con una profonda conoscenza dell’apicoltura. Il progetto prevede l’acquisto degli sciami e delle attrezzature necessarie (arnie e indumenti di protezione), l’assistenza tecnica all’apicoltore, la verifica e il monitoraggio delle attività e del loro stato di salute. L’apicoltore si occuperà dell’allevamento delle api ricevute in gestione e della produzione di miele in un contesto urbano, all’interno della provincia di Milano. Si seguiranno i principi guida del biologico, che prevedono la disposizione degli apiari in zone con colture e vegetazioni spontanee, che non confinano con aree trattate con pesticidi e lontane almeno mezzo chilometro da zone soggette a smog, utilizzando solamente materiali naturali. L’iniziativa Bee my Future è aperta però anche a tutti coloro che vorranno dare il proprio sostegno. In che modo sarà possibile aderire? Adottando mille api, in un anno, e contribuendo così alla loro tutela e conservazione. A tutti i sostenitori LifeGate manderà un attestato personalizzato e 5 kg di miele di acacia, millefiori o tiglio prodotto dalle api.

Fonte: ilcambiamento.it

Oleodotto Civitavecchia-Fiumicino posto sotto sequestro

L’oleodotto resterà sotto sequestro fino a quando non saranno installati adeguati sistemi di controllo per prevenire furti di carburante.

Sabato 3 gennaio 2015 – Il giudice per le indagini preliminari di Civitavecchia, Massimo Marasca, ha oggi ordinato il sequestro dell’oleodotto Civitavecchia-Fiumicino dal quale a novembre era fuoriuscito del cherosene provocando un disastro ambientale nel Maccarese e una moria di animali. Il danno era dovuto ad alcuni furti e ora il gip ne ha disposto il sequestro finché non saranno istallati adeguati sistemi di controllo per impedire che si verifichino altri reati di questo genere.

Maccarese, disastro ecologico: cherosene fuoriesce da oleodotto Eni

Lunedì 10 novembre 2014

Da giorni nella zona nord del comune di Fiumicino, tra Palidoro e Maccarese, si sta verificando una grave emergenza ambientale ed ecologica a causa della fuoriuscita di cherosene da un oleodotto dell’Eni. A provocare la perdita sono stati dei tentativi di furto del carburante per aerei. La rete interna dei canali che irrigano i campi agricoli da Palidoro a Maccarese e che ospitano pesci e uccelli si è riempita di cherosene. Si tratta di canali che confluiscono nell’Arrone.

Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, ha fatto sapere che sarà inviata un’informativa su quello che è successo sia alla Procura sia all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa). Intanto i volontari del WWF e della Lipu hanno perlustrato i canali di Maccarese e soprattutto lungo il canale Tre Cannelle hanno trovato numerosi animali morti, tra cui testuggini, garzate, nutrie, galline d’acqua e germani reali. Come ha comunicato Riccardo Di Giuseppe del WWF, oggi i volontari si sposteranno a monitorare anche l’entroterra e i campi agricoli, perché è probabile che lì vengano ritrovati morti altri uccelli che si sarebbero nutriti con i pesci avvelenati o agonizzanti. Intanto alcune anatre e nutrie sono state soccorse e portate al Centro di recupero di Roma, ma, avvertono ancora i volontari, la catena alimentare di tutti gli animali della zona è stata intaccata a più livelli e anche altri uccelli, volpi, tassi, donnole e faine che vanno a svernare da quelle parti potrebbero essere in pericolo. Degli esemplari sono stati prelevati da un veterinario della Asl per fare degli accertamenti, mentre al Rio Tre Cannelle, dove sono state poste delle barriere oleo assorbenti, è giunta una biologa del comune di Fiumicino.

Il sindaco Montino ha spiegato che il disastro con il passare del tempo ha assunto conterni pesanti e ha aggiunto:

“Mi attendevo, nonostante lo sforzo ed il lavoro dei tecnici sul campo, una maggiore reazione da parte dell’Eni, è mancato un piano di sicurezza”

Ovviamente nella zona c’è il divieto assoluto di utilizzo dell’acqua, non si può pescare né chiaramente far abbeverare gli animali al pascolo in tutti i tratti inquinati dalla fuoriuscita.
È ancora in corso l’azione di bonifica e di assorbimento del carburante mediante l’uso di panne galleggianti oleoassorbenti e autobotti che stanno aspirando il cherosene riversatosi nei canali.Schermata-2014-11-10-alle-11.17.50

Foto © Twitter

Fonte: ecoblog.it

Sicurezza alimentare, abbassati i livelli massimi accettabili delle sostanze tossiche

La commissione del Codex Alimentarum abbassa i livelli massimi accettabili per piombo, arsenico, farmaci e pesticidi nei prodotti alimentari.

La Commissione del Codex Alimentarum si è riunita a Ginevra, in luglio, per adottare una serie di norme che hanno abbassato i livelli massimi accettabili di piombo nel latte artificiale e nell’arsenico nel riso. Questa commissione – nata nel 1963 per iniziativa dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – ha il compito di sviluppare standard alimentari uniformi, linee guida e codici, a livello globale, per la promozione di un cibo più sicuro e nutriente. Quattro sono gli ambiti principali delle decisioni prese alcune settimane fa. Innanzitutto il Codex Alimentarius ha raccomandato che il latte artificiale non abbia un contenuto di piombo superiore a 0,01 mg per kg, uno standard dimezzato rispetto al precedente di 0,02 mg per kg. Questo per tutelare i neonati dagli effetti negativi che il piombo può arrecare al cervello e al sistema nervoso. Viene introdotto, per la prima volta, un livello massimo di arsenico nel riso standardizzato in 0,2 mg per kg. L’esposizione prolungata a questa sostanza può provocare lesioni tumorali e alla pelle, nonché diabete, malattie cardiache e danni al sistema nervoso del cervello. L’arsenico è presente in quantità elevate in alcune regioni e il riso risulta particolarmente esposto poiché la sua coltivazione necessità di grandi quantità di acqua che rischia di essere contaminata. Divieto assoluto, invece, per alcuni farmaci veterinari che contengono sostanze vietate (cloramfenicolo, verde malachite, carbadox, furazolidone, Nitrofural, clorpromazina, stilbeni e olaquinadox) i cui residui possono finire nella catena alimentare, in carne, latte, uova e miele. Valori massimi sono stati ritoccati anche nell’impiego di pesticidi per l’agricoltura (con un limite massimo di 0,02 mg per kg per il diserbante diquat che si utilizza sulle banane o sui chicchi di caffè), mentre è stato adottato un nuovo codice d’igiene per minimizzare la contaminazione delle spezie nelle fasi di produzione.mais1-586x439

Fonte:  Food Safety News

© Foto Getty Images

I rifiuti alimentari, diete greening diventano gli obiettivi politici dell’Unione

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RELAZIONE SPECIALE / La Commissione europea vuole aiutare i consumatori a ridurre gli sprechi alimentari, facendo ‘meglio prima’ e ‘utilizzo da parte di’ date più chiara sulla confezione. Ma le misure di verde le nostre diete non si fermeranno qui, con attenzione politici ‘girando per tutta la catena alimentare. Con quasi 80 milioni di cittadini europei che vivono al di sotto della soglia di povertà e 16 milioni a seconda aiuti alimentari, il Parlamento europeo ha  lanciato una crociata contro gli sprechi alimentari . Fino al 50% di cibo commestibile e sano è sprecato in UE famiglie, supermercati, ristoranti e lungo la catena di approvvigionamento alimentare ogni anno, il Parlamento ha detto, chiedendo misure urgenti per affrontare la questione. In una  risoluzione  adottata nel mese di gennaio, i legislatori hanno invitato la Commissione europea a dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025, con l’adozione di una gamma completa di misure. “Ci aspettiamo niente di meno che una strategia comunitaria convincente che guiderà tutti i 27 Stati membri ad affrontare sistematicamente la questione”, ha detto Salvatore Caronna, eurodeputato socialista in Italia che ha redatto la risoluzione del Parlamento sui rifiuti alimentari.

L’educazione dei consumatori inizia a scuola

In Parlamento, Anna Maria Corazza Bildt, un eurodeputato svedese del Partito popolare europeo centro-destra (PPE), sta conducendo una campagna di base per educare i consumatori sui rifiuti alimentari, iniziando con i bambini della scuola. La moglie del ministro degli Esteri Carl Bildt ha spiegato che i bambini possono essere insegnato a comprendere il valore del cibo, utilizzando i propri sensi – tatto, aspetto e odore – invece di buttare via. A casa, semplici passi possono essere adottate per evitare di sprecare il cibo, Corazza Bildt ha detto EurActiv in un’intervista . “Si tratta di guardare la temperatura nel vostro frigorifero a casa o prendere una piccola porzione due volte invece di una grande porzione”. Al ristorante, Corazza Bildt sta incoraggiando i clienti a portare a casa il cibo che non mangiano e comprimerle in un “doggy bag”. “Non dovrebbe essere imbarazzante per portarlo a casa come fanno negli Stati Uniti”, ha detto EurActiv.”Basta portare a casa”.  I residui di lavorazione è anche di “fare shopping intelligente” al supermercato, Corazza Bildt ha continuato. “Un sacco di persone stanno buttando via alimentare a base di ‘meglio prima” date “senza capire che il prodotto è ancora buono da mangiare, osservò.

‘Best before’ e ‘l’uso da’ date

Chiamate del Parlamento hanno trovato un’eco favorevole a Bruxelles, con la Commissione europea guardando norme di etichettatura più chiare per i consumatori. Chantal Bruetschy, capo unità per l’innovazione e la sostenibilità a salute e dei consumatori il servizio della Commissione (DG Sanco), ha detto che le etichette più chiare dovrebbero evitare cibo commestibile da oggetto di dumping, “senza compromettere la sicurezza alimentare”. Parlando ad un  workshop degli interessati EurActiv sui rifiuti alimentari , ha detto che molti consumatori possono buttare via il cibo perché sentono che non è più sicuro da mangiare. “Dal punto di vista del consumatore, l’etichettatura è spesso male interpretato a causa della mancanza di comprensione sulla distinzione tra il ‘meglio prima di’ data (criteri di qualità) e l”uso da’ data (questione di sicurezza),” ha detto Bruetschy EurActiv nei commenti inviati via email spedito dopo il workshop 30 maggio. “La Commissione chiarirà in stretta cooperazione con gli Stati membri”, ha continuato, dicendo questo sarà fatto attraverso una “spiegazione comune” distribuito agli Stati membri, le organizzazioni dei consumatori, rivenditori, operatori del settore alimentare e banche alimentari. Bruetshcy ammonito, tuttavia, di ri-scrittura di leggi in materia di etichettatura alimentare dell’UE del tutto, dicendo che “non c’è bisogno di ri-aprire la normativa in materia ‘di informazioni sugli alimenti ai consumatori’,”  che è stata adottata nel 2011 dopo molti anni di negoziati.  Sul fronte retail, ha detto esenzioni fiscali potrebbero anche incoraggiare i supermercati ad organizzare le donazioni a enti di beneficenza alimentari, invece di disfarsene. Una pietra miliare di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030 sarà il nostro scritto in una comunicazione dovuta in seguito nel 2013, ha aggiunto.

Greening la catena di approvvigionamento alimentare

L’azione dell’UE sul greening settore alimentare non si fermerà a rifiuti e dovrebbe presto essere esteso ad affrontare l’intera filiera – dal campo alla tavola. Secondo la Commissione europea, il settore alimentare e delle bevande contribuisce a circa il 23% del consumo globale delle risorse, il 18% delle emissioni di gas a effetto serra e il 31% delle emissioni acidificanti. Nel settembre dello scorso anno, l’esecutivo Ue ha presentato la sua  roadmap per l’Europa una risorsa efficiente , che definisce una visione per il 2050 per un’economia più snella che consuma meno risorse naturali. Ha individuato la catena alimentare come uno dei settori in cui è necessario intraprendere ulteriori azioni per raggiungere gli obiettivi dell’UE di sostenibilità più ampi. “Entro il 2020, incentivi alle più sano e più sostenibile la produzione e il consumo di cibo saranno diffusi e avranno guidato una riduzione del 20% in input di risorse della catena alimentare,” il documento di visione dichiarato. Un  rapporto del Comitato della Commissione europea sulla ricerca agricola , pubblicata nel febbraio 2011, aveva già fatto quel punto, chiedendo “un cambiamento radicale dei consumi alimentari e della produzione” per affrontare la sfida scarsità di risorse e rendere il sistema agro-alimentare europeo più resistente a potenziali crisi di approvvigionamento. “Il settore agro-alimentare dovrebbe considerare che vi è la possibilità di affrontare positivamente la sfida ed essere il primo a conquistare il mercato mondiale per la produzione sostenibile di cibo sano in un mondo di scarsità e l’incertezza”, dice il rapporto.

Impronta di carbonio

Queste avvertenze non sono passati inosservati tra le aziende alimentari e delle bevande. Negli ultimi anni, il concetto di  footprinting ambientale  è diventata un argomento di vendita per il settore, con più attenzione concentrandosi su  emissioni di anidride carbonica e le food miles  – o il numero di chilometri cibo viaggia prima che atterri sul piatto dei consumatori. Gli ambientalisti del WWF, l’organizzazione globale di conservazione, hanno colto al volo l’occasione di una campagna per la produzione locale e prodotti biologici. “La scelta di stagione cibo coltivato localmente può essere un passo significativo per ridurre al minimo l’impatto ambientale della nostra dieta”, ha detto il WWF EurActiv. A livello dell’UE, la Commissione europea sta anche valutando la possibilità di adottare  un sistema di etichettatura di anidride carbonica per i prodotti commerciali  che potrebbero includere un sistema di classificazione per i prodotti alimentari e di altri prodotti simili ai ben noti marchi di consumo energetico visto su frigoriferi e lavatrici.

Misurare l’impatto ambientale

Tuttavia, entrambi i regolatori e gli attivisti ambientali sono desiderosi di notare che l’impatto ambientale dell’industria alimentare è più ampio di quanto lontano il cibo viaggia. “La maggior parte delle emissioni di gas serra dal cibo non viene dal food miles, viene da come viene coltivato il cibo, quello che viene utilizzato nel terreno e per alimentare il bestiame”, il WWF, ha detto. “Ci sono anche gli impatti delle modalità di conservazione, usato e cosa succede ai rifiuti.” Aziende agro-alimentari hanno ascoltato queste preoccupazioni e hanno iniziato a sviluppare le proprie iniziative per ripulire il loro agire ambientale. Recentemente, hanno sviluppato una  metodologia di valutazione armonizzata  per misurare gli impatti ambientali, come l’uso di acqua o di emissioni di anidride carbonica. FoodDrinkEurope, un gruppo industriale, messo insieme una  visione di sostenibilità per il 2030 , che elenca l’azione in tre settori: 1) di sourcing sostenibile, 2) l’efficienza delle risorse e 3) consumo sostenibile, concentrandosi sul lato del consumatore. “Ora questo buon lavoro deve essere preso alla fase successiva, e attuate in azioni reali sul terreno che garantisce i consumatori ricevano informazioni precise circa la sostenibilità delle scelte che fanno”, ha dichiarato Janez Potočnik, Commissario per l’ambiente dell’UE. “E ‘nell’interesse diretto del settore alimentare, in modo che coloro che realmente investono risorse nel miglioramento del loro impatto sono premiati per i loro sforzi, che non sono respinti come’ green washing ‘,” Potočnik ha aggiunto. La Commissione dovrebbe seguire sulla tabella di marcia l’efficienza delle risorse più tardi nel 2013, con una comunicazione sulla alimentare sostenibile.

Diete verdi

Attivisti ambientali, tuttavia, non vogliono sforzi dell’UE per fermare lì, e hanno iniziato a studiare il legame tra le scelte alimentari delle persone, l’ambiente e la salute pubblica. Il WWF ha raccolto informazioni sulle abitudini alimentari in Spagna, Francia e Svezia. Non sorprende, carni rosse e cibi preconfezionati altamente trasformati cavata peggio per ragioni sia ambientali e sanitarie. “L’assunzione di alimenti trasformati a base di carne rossa e ad alto contenuto calorico è aumentato. Queste tendenze hanno conseguenze negative per la salute pubblica e l’impatto sul clima delle diete nazionali,” il rapporto del WWF detto. Problemi di salute di dieta-correlate, citati nella relazione sono l’obesità, le malattie cardiovascolari, il diabete (tipo II) e tumori. Una soluzione win-win per i bilanci sanitari pubblici e del pianeta, gli attivisti sostengono, sarebbe quello di adottare una dieta più sana e più verde in base ai seguenti principi:

  • mangiare più vegetali;
  • ridurre lo spreco alimentare;
  • mangiare meno carne;
  • ridurre alimenti altamente trasformati; e
  • comprare cibo sostenibile certificata.

“Se adottato, una tale dieta non solo ha il potenziale per migliorare la salute dei cittadini europei, ma la capacità di fornire una riduzione del 25% delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dai paesi pilota catene di approvvigionamento alimentare entro il 2020”, il WWF ha detto. Sia i consumatori compreranno resta da vedere.

POSIZIONI: 

EurActiv ha tenuto un workshop degli interessati sui rifiuti alimentari il 30 maggio. Guarda un highlight video qui:

Fonte: euractiv.com

No agli ogm: i centri sociali occupano l’Efsa

I centri sociali di Emilia Romagna, Nord Est e Marche hanno occupato nei giorni scorsi la sede dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, per dare il via a una campagna contro l’intropduzione massiccia degli ogm in Italia e in Europa.ogm_efsa

Un nutrito gruppi di attivisti dei centri sociali del nord Italia (Coalizione Centri Sociali dell’Emilia Romagna, Centri sociali del Nord est e Centri sociali delle Marche) ha portato avanti un’azione dimostrativa nei giorni scorsi nei confronti dell’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare con sede a Parma. Vestiti con tute e cappucci bianchi, hanno attaccato adesivi e lanciato slogan al megafono contro la coltivazione degli Ogm. I manifestanti sono entrati e hanno raggiunto il piano rialzato, scortati dalle forze dell’ordine, ma l’Efsa ha fatto evacuare la sede a tutti i suoi dipendenti. Forti i momenti di tensione con le forze dell’ordine: negli scontri sono rimasti feriti alcuni manifestanti, un agente e due dirigenti della polizia, un ufficiale dei carabinieri. Gli attivisti hanno accusato le forze dell’ordine di avere reagito in “maniera violenta” e hanno attaccato l’Amministrazione comunale: “La reazione della polizia è stata allucinante. Il sindaco del movimento 5 stelle e la città si sono piegati all’inceneritore, non si accorgono delle strane dinamiche di Efsa sugli ogm e sono prontissimi a scatenare una repressione incredibile contro attivisti che non hanno fatto altro che portare fisicamente delle domande a Efsa”. Il sindaco Pizzarotti ha commentato: “Le proteste sono sempre legittime fintanto che rientrano nei giusti canoni del viver civile. Ci sarà la necessità di fare chiarezza, mi confronterò con le istituzioni preposte per capire che cosa è accaduto e come si sono svolti i fatti. L’importante è garantire oggi e domani l’integrità e la sicurezza della città”.    “Con l’occupazione dell’EFSA rilanciamo pubblicamente una campagna di conflitto aperto e diretto contro l’introduzione degli OGM in Italia e in Europa – hanno spiegato i manifestanti – Centri sociali, ambientalisti, attivisti, agricoltori, in molti ci stiamo organizzando  con la rabbia degna che anima gli agricoltori dal Sudamerica all’india, le comunità rurali di tutto il mondo riunite ne La Via Campesina, i fauchers francesi che hanno respinto la Monsanto cacciandola dalla terra. Le colture OGM, così come l’agricoltura industriale, esercitano una violenza inaccettabile sull’agricoltura, sull’ambiente e sui nostri corpi. Gli OGM non hanno altra ragione di esistere che il profitto delle multinazionali che li producono e il controllo che consentono sulla catena alimentare e l’agricoltura: il pensiero magico che li accompagna è solo un contrabbando ideologico. Non sono più produttivi, inducono un utilizzo smodato e crescente di diserbanti, disastrosi per l’ambiente e pericolosi per la salute, e determinano l’insorgere ormai incontrollato di infestanti e insetti resistenti, pongono serie criticità e preoccupazioni per l’effetto sulla salute umana. Con le altre monocolture intensive sono tra le principali cause dei cambiamenti climatici e della crisi ecologica. Riducendo la biodiversità, impoverendo i terreni e introducendo l’inaccettabile principio del copyright minano alle radici la sicurezza e la sovranità alimentare, la libertà di scelta e di produzione di cibo delle comunità, la condivisione delle risorse alimentari. Tutto questo è inaccettabile e non siamo disposti ad attendere lo svolgersi dei giochi di ruolo delle lobbies: non lo fanno coloro che si fanno agenti delle multinazionali, che forzano la legalità, in Friuli come in altre parti d’Europa, e forzano soprattutto i confini del bios con conseguenze irreparabili. Per questo abbiamo occupato l’EFSA, l’Authority che dovrebbe garantire la sicurezza alimentare ma che sicuramente nel caso degli OGM garantisce soltanto, insieme alla Commissione Europea, una facile via di accesso alle multinazionali. Non un parere negativo è stato mai espresso: a detta dell’EFSA perché il livello scientifico delle richieste è sempre stato molto alto. Stranamente però molti governi e scienziati sono spesso stati in profondo disaccordo con questa conclusione basata su documentazione fornita dalle stesse multinazionali senza alcuna verifica indipendente e quasi sempre a partire da dati non pubblicati. Le linee guida di EFSA per il processo di valutazione dei rischi sono scandalose. Le multinazionali hanno la totale libertà di determinare gli elementi essenziali per la valutazione del rischio, e le metodologie prese in considerazioni sono state formulate da, o con, tecnici che lavorano per le stesse multinazionali.  L’elemento principale del processo, la “valutazione comparativa del rischio”,  gemella della “sostanziale equivalenza” dell’ente USA, fu definito da scienziati (in particolare Kuiper e Kok) che lavoravano per l’ILSI, un istituto finanziato dalle multinazionali biotech, in collaborazione con personale alle dirette dipendenze delle stesse multinazionali (Monsanto, Bayer, Dow, Syngenta), e che poi ricoprirono cariche di primaria importanza nella valutazione del rischio per gli OGM. EFSA seguì successivamente il suggerimento di ILSI di ritenere la valutazione comparativa l’elemento principale del processo di valutazione e, in pratica, una valutazione in sé anziché soltanto il primo di una serie di passaggi obbligatori. La valutazione comparativa non ha un reale valore scientifico, come minimo perché non ha nessuna definizione quantitativa e non tiene conto della specificità genetica che non ha niente a che vedere con l’ereditarietà e la normale regolazione genica. Nonostante ciò sarebbe sufficiente a rigettare le piante OGM, se fosse applicato rigorosamente. Infatti è dimostrato che le piante OGM NON sono “sostanzialmente equivalenti” alle piante non-OGM da cui sono derivate poiché mostrano importanti differenze nei nutrienti e nelle proteine, nonché nel livello di tossine e allergeni (nel qual caso queste differenze sono classificate come “non biologicamente rilevanti” dagli stessi scienziati che hanno definito le linee guida).
Il trucco usato dalle multinazionli è di attuare la valutazione comparativa non tra la pianta OGM e la linea isogenica non-OGM da cui è derivata ma con un database vastissimo che include molte varietà non isogeniche, coltivate in luoghi e tempi diversi (alcune anche più di 50 anni fa), in modo da ampliare la variabilità di riferimento includendo anche varietà inusuali con valori atipicamente alti o bassi di alcune componenti. EFSA riconosce validi questi stessi database creati dalle multinazionali senza richiedere alcuno studio più rigoroso. (E tutto ciò, notiamo, è addirittura contrario alla direttiva Europea sul rilascio di piante OGM)  Non è richiesta la valutazione degli effetti combinati di differenti erbicidi o differenti tossine espresse dalla pianta, nonostante gli effetti sinergici non siano prevedibili o conosciuti.  Non è richiesta la valutazione a sé stante di piante che combinino più tratti genetici specifici.  Non è richiesta una valutazione degli effetti su organismi non-target a tutti i livelli della catena alimentare, ma solo dei livelli più bassi, né è richiesta una valutazione completa degli effetti cumulativi a lungo termine. Non c’è alcun obbligo esplicito per la pubblicazione dei dati sperimentali prodotti dalle multinazionali, in modo che essi siano accessibili per studi indipendenti. A questo proposito, annota un editoriale di Scientific American (13 agosto 2009), “è impossibile verificare che le piante ogm si comportano come viene detto [..] perché le compagnie biotech hanno il potere di veto sul lavoro di ricercatori indipendenti [..]
Solo studi che siano stati da loro approvati approdano alle riviste [..]”. Tutto questo è inaccettabile e renderebbe ridicolo, se non fosse oltraggioso, la pretesa delle direttive europee in materia di coltivazione delle piante OGM, per le quali la valutazione della loro sicurezza è affidata a livello Europeo proprio a EFSA. E se non bastasse, sarebbe sufficiente incrociare le dichiarazioni della Monsanto (“Monsanto non dovrebbe dover rispondere della sicurezza del cibo biotech. Il nostro interesse è di venderne il più possibile. Assicurarne la sicurezza è il lavoro delle agenzie governative (FDA, l’agenzia USA per la sicurezza alimentare, corrispettivo di EFSA). Philip Angell, Monsanto’s director of corporate communication, NYT magazine, 25 ottobre 1998″) con quelle di EFSA, così come appaiono dalle sue linee guida (“Non è previsto che EFSA produca studi indipendenti, poiché è onere del proponente di dimostrare la sicurezza della pianta GM in questione”) per comprendere come la questione degli OGM è esattamente quello che appare: un conflitto aperto fra il biocapitalismo e la libertà per la difesa della terra, del cibo, della salute e dell’ecosistema”.

Fonte: il cambiamento.it

Plastica nel Lago di Garda: i polimeri sono entrati nella catena alimentare

Secondo la rivista Current Biology, le microparticelle di polimeri sono già entrate nella catena alimentare degli invertebrati d’acqua dolce118603482-586x389

Il Lago di Garda finisce sull’autorevole rivista Current Biology e, purtroppo, non per una buona notizia. Il più grande lago italiano, infatti, è invaso dalla plastica, da microparticelle di polimeri che rischiano di soffocarne la fauna ittica. L’allarme arriva da un pool di ricercatori guidato dai biologi Natalia Ivleva della Technische Universität di Monaco di Baviera e daChristian Laforsch dell’Università di Bayreuth che hanno scoperto come la plastica stia ormai entrando nella catena alimentare che interessa gli invertebrati d’acqua dolce. Nell’articolo pubblicato su Current Biology, una delle più autorevoli riviste di biologia al mondo, si parla di “un mondo di plastica nel cuore dell’Europa” e si spiega come la zona più a rischio sia quella delle spiagge settentrionali. Gli studiosi sono rimasti negativamente sorpresi dai tassi di inquinamento da polimeri riscontrati alle foci dei molti affluenti alpini che si gettano nel Lago di Garda. La quantità di microparticelle rilevata nella parte settentrionale del lago è risultata essere dieci volte superiore a quella delle acque a sud del bacino del Garda, il che farebbe pensare che la plastica arriva dalle catena alpine vicine al lago, quelle di Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto. Ma c’è un’altra pista che sembra essere più credibile e, cioè, che sia il vento Ora a spingere i rifiuti dalla pianura lombardo-veneta verso nord, finendo in quel vero e proprio “collo di bottiglia” che è l’estremità settentrionale (e trentina) del Lago di Garda. Ma anche questa non sarebbe una buona notizia: significherebbe una presenza ancora più massiccia nelle acque di pianura.

Fonte:  Current Biology

 

Mercurio negli oceani: sotto accusa il carbone

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La contaminazione da mercurio potrebbe essere più estesa del previsto. Ad indicarlo è la scoperta che anche i microrganismi che vivono nell’oceano aperto, e non esclusivamente quelli delle coste, convertono il mercurio inorganico in una sostanza tossica che può essere assimilata dai pesci. Pubblicata sulla rivista Nature Geoscience, la scoperta si deve al gruppo coordinato da Joel Blum, dell’università del Michigan, e chiarisce in che modo il mercurio contamini il pesce in mare aperto. I ricercatori hanno infatti dimostrato che l’80% della forma tossica del mercurio presente nei pesci dell’Oceano Pacifico settentrionale, e chiamata metilmercurio, viene prodotta nelle profondità oceanica dai batteri che si cibano di materia organica. Per nutrirsi, i batteri scompongono la materia organica e trasformano il mercurio presente in essa nella forma tossica. Disciolto in acqua, il mercurio contamina la catena alimentare marina e arriva anche all’uomo, che lo assimila in particolare consumando pesci di grossa taglia, come pesce spada e tonno. Gli effetti sulla salute umana possono includere danni al sistema nervoso centrale, al cuore e al sistema immunitario. Particolarmente vulnerabile è il cervello in via di sviluppo nei feti e nei bambini. I principali responsabili dell’inquinamento ittico sarebbero i grandi impianti industriali di Cina e India, alimentati prevalentemente a carbone – una delle fonti d’emissione del mercurio – e soliti a scaricare nei corsi fluviali i prodotti di scarto della fabbricazione, senza alcuna attenzione alla tutela dell’ambiente. Il pesce così esposto al mercurio è in grado di transitare per migliaia di chilometri, con numerosi rilevamenti lungo le coste degli Stati Uniti occidentali e delle Hawaii. Il mercurio rilasciato dalle industrie scende nelle profondità dell’oceano si fissa al materiale organico, al plancton e diventa cibo per i pesci. La sostanza non è solo tossica per gli animali, ma anche per gli umani. Particolarmente preoccupanti sono poi le previsioni per il futuro. I dati indicano infatti che la quantità di mercurio negli oceani aumenterà nei prossimi decenni e, nel Pacifico in particolare, potrebbe raddoppiare entro la metà del secolo.

Fonte: il cambiamento

L’iniziativa contro lo spreco alimentare di Last Minute Market per il 2013 è ‘Carta spreco zero’

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Lo spreco alimentare che si verifica quotidianamente è uno dei più grandi paradossi di un mondo nel quale una buona parte della popolazione muore di fame o è a rischio di morte e malnutrizione a causa di sufficiente cibo disponibile, mentre un’altra parte della popolazione, più ridotta ma in aumento, combatte contro l’obesità. Tali estremi si riscontrano non solo tra diversi Continenti, ma anche all’interno dello stesso Stato o della stessa città. Contro queste differenze, ma anche contro un uso scorretto e una mancata valorizzazione delle risorse ambientali, si schiera la nuova campagna 2013 di Last Minute Marketspin off dell’Università di Bologna-Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari nato nel 1998 e divenuto nel corso degli anni una realtà d’eccellenza internazionale nel recupero delle eccedenze alimentari. Dal 2010, l’associazione è impegnata in campagne annuali europee per sensibilizzare contro gli sprechi alimentari. Tema centrale, quest’anno è la carta. Con la campagna “Carta Spreco Zero“, già sottoscritta da 231 Comuni italiani. In una situazione economica e sociale difficile, nella quale il 6% delle famiglie italiane ammette le proprie difficoltà nel garantirsi i pasti quotidiani, le amministrazioni firmatarie si impegnano ad attivare il decalogo di buone pratiche contro lo spreco alimentare che rende subito operative le indicazioni della Risoluzione del Parlamento europeo contro lo spreco. Non solo il cibo è al centro del prezioso decalogo, ma tutte le energie e le materie prime che vengono coinvolte nei processi produttivi di alimenti che finiscono poi per venire sprecati. Il fine ultimo è quello di ottimizzare l’intera catena alimentare europea, dai piccoli produttori e consumatori sino ai più complessi sistemi della grande distribuzione e della ristorazione, dove si registrano le maggiori quantità di sprechi. Firmando la carta, i Comuni si impegnano a rendere immediatamente attive le proposte contenute nel decalogo, in vista del raggiungimento dell’obiettivo UE, concordato proprio grazie all’azione internazionale di Last Minute Market, di ridurre gli sprechi alimentari del 50% entro il 2025. In particolare, il catalogo prevede il sostegno al recupero dei prodotti scartati dall’industria agroalimentare per la ridistribuzione alle persone al di sotto del reddito minimo, l’incentivazione della vendita a prezzo scontato di prodotti prossimi alla scadenza, attivazione di progetti di educazione alimentare, la semplificazione delle etichette per gli alimenti e l’istituzione di un osservatorio per gli sprechi alimentari.

Fonte: tuttogreen

Alle Hawaii i pesci mangiano plastica: i rischi per l’uomo

Nelle isole Hawaii il 19% dei pesci catturati presenta residui plastici nell’organismo. Risalendo la catena alimentare potrebbe danneggiare anche l’uomo 88613690-586x374

Uno se le immagina come isole ricolme di frutti e fiori, oasi di natura incontaminata, sfiorate appena dal progresso. Nulla di tutto ciò: alle Hawaii i pesci mangiano plastica e tali quantitativi plastici ingeriti dai predatori, sarebbero in grado di mettere a rischio la salute dell’uomo. Un’equipe di ricerca ha analizzato il contenuto dello stomaco di 600 pesci catturati nel corso degli ultimi sei anni, scoprendo come in sette specie di predatori su dieci siano presenti residui plastici. Non tutti, però, sono colpiti dal ”fenomeno” allo stesso modo: i ricercatori hanno infatti trovato plastica nel 19% dei pesci catturati. La specie con la maggiore quantità presente nello stomaco è l’Opah, conosciuto anche come Pesce Luna, mentre altre specie quantitativamente più numerose, sono risultate meno esposte, su tutte i tonni. Gli effetti dell’ingestione di plastica sulla salute di questi pesci predatori e sugli esseri umani che se ne nutrono restano ancora incerti, ma i risultati dello studio non lasciano dubbi sulla gravità del fenomeno:

I pesci lungo tutta la catena alimentare ingeriscono nel corso della loro vita una qualche forma di inquinamento da plastica,

rilevano i ricercatori americani. Il problema non è limitato all’oceano Pacifico. In un recente rapporto dell’agenzia federale dell’Ambiente tedesca e della Commissione Ue, è stato reso noto come tre quarti della spazzatura che si trova in mare sia plastica, tra cui soprattutto teli, buste e cassette per il pesce di polistirolo. Ovviamente dal fenomeno non si salva neanche il Mediterraneo in cui, come riporta lo stesso studio, la quota di rifiuti di plastica presenti supererebbe l’80%. Qualche anno fa Legambiente aveva addirittura lanciato l’allarme per l’insorgenza, al largo dell’Isola d’Elba, di una vera e propria isola di rifiuti di plastica simile – anche se di superficie inferiore – al più noto Pacific TrashVortex oceanico. Una volta entrata nella catena alimentare, la plastica arriva anche sulle nostre tavole. Una ricerca dell’Università di Siena ha fatto notare che micro particelle di plastica – con uno spessore di meno 5 millimetri, derivate dalla degradazione di rifiuti plastici – interferiscono con le capacità riproduttive delle balenottere. Che sono mammiferi, proprio come l’uomo. Il problema  – al quale è dedicato un lungo capitolo del documentario Trashed – non può più essere relegato a livello locale: è, a tutti gli effetti, un’emergenza globale.

Fonte:  Ansa