Se condizionatore fa rima con dolore

L’aria condizionata è un gran sollievo, ma va usata con criterio.

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Contro la calura estiva l’aria condizionata in casa, in ufficio e in auto è un gran sollievo. Ma deve essere utilizzato con criterio per non incorrere in fastidiosi dolori e non solo.

Dopo l’inverno, soprattutto se freddo e lungo come quello di quest’anno, chi non ha invocato il sole e il caldo estivo? Ma quando poi arriva la canicola ecco che vorremmo rimangiarci tutto. E non a torto. Però, spesso non sappiamo regolarci, ed ecco che chi possiede un condizionatore, casa o ufficio che sia, ma anche in automobile, mette mano ai comandi e… tendenzialmente spara a mille l’aria fredda. Niente di più sbagliato da fare. È vero, infatti che un ambiente con temperature e umidità troppo elevate e aerazione insufficiente può essere causa di malesseri anche gravi, soprattutto nelle persone maggiormente suscettibili come gli anziani, i malati cronici, bambini molto piccoli e le donne in gravidanza, ma anche l’aria condizionata non è esente da pericoli per la nostra salute. Quando è possibile ben venga il condizionamento, ma con le dovute cautele. Se non si adottano le giuste precauzioni, infatti, ci potremmo ritrovare a combattere con mal di gola,mal di testa o torcicollo , ma anche con disturbi molto più seri come bronchiti , polmoniti e altre infezioni respiratorie. Vediamo quindi come utilizzare al meglio il fresco artificiale.

Manutenzione innanzitutto

Prima di pensare a come utilizzare al meglio i condizionatori, è bene ricordarsi che i malanni non derivano solo da temperature mal gestite. Gli apparecchi devono essere ben funzionanti e, soprattutto, avere i filtri puliti ed efficienti. In caso contrario insieme con l’aria fresca potremmo respirare agenti dannosi. Allergeni, come polveri o pollini, ma anche batteri e virus. Esempi tipici sono i virus del raffreddore o il batterio Legionella pneumophila, conosciuto per aver causato (oltre trent’anni or sono) un’epidemia con cefalea, febbre e malessere generale in un albergo di Filadelfia nel quale, appunto, non erano stati puliti i filtri dell’aria condizionata.

Mai temperature polari

Una volta appurato di avere a che fare con apparecchiature in ordine, evitiamo di farci prendere la mano. Le temperature non devono essere regolate a livelli troppo bassi rispetto a quella esterna. Tenendo anche conto che il nostro organismo è programmato per stare al meglio in ambienti a 25-27°C. Parola del Ministero della Salute. Gli esperti avvertono: la differenza tra i locali in cui si soggiorna (o l’interno dell’automobile) e l’esterno non dovrebbe mai essere maggiore di 5-6 gradi. Gli sbalzi termici sono dannosi soprattutto per bambini e anziani nei quali l’organismo fatica ad adattarsi a cambiamenti termici improvvisi.

Gradi giusti per ogni occasione

Ma non soltanto. Esistono anche momenti particolari nei quali un colpo di freddo è anche più pericoloso. Dopo mangiato, per esempio, un abbassamento improvviso della temperatura può causare rallentamento della digestione, o addirittura provocare una congestione. E poi, attenzione durante la notte. Mentre dormiamo di solito la nostra temperatura corporea si abbassa già da sola poiché il metabolismo rallenta. Con il condizionamento acceso rischiamo quindi di “raffreddarci” troppo senza accorgerci. Con il risultato che la mattina dopo potremmo svegliarci completamente senza voce oppure pieni di dolori, con i muscoli intorpiditi. Dolori muscolari e mal di schiena dovuto a contratture sono infatti frequenti con l’aria troppo fredda. Così come il torcicollo è in agguato in auto, per chi ama viaggiare a temperature troppo basse. In questi casi, un analgesico antinfiammatorio per automedicazione può aiutarci ad affrontare la giornata, ma per evitare questi inconvenienti è bene che ci abituiamo a rinfrescare la stanza prima di andare a letto, per poi abbassare o spegnere il condizionatore durante la notte. Ci addormenteremo freschi, ma senza correre rischi. Ulteriore accorgimento generale è quello di coprirsi ogni volta che si passa dalla calura esterna a un ambiente più freddo e ventilato evitando anche di esporsi direttamente all’aria fredda. Soprattutto se si è sudati. Schiveremo così dolori e fastidiose laringiti e tracheiti.

Nicoletta Limido

Fonte: www.saperesalute.it

In Toscana via libera a chi si autocostruisce la casa

La Regione Toscana riconosce la figura dell’autocostruttore in edilizia. Con la delibera del 12 marzo scorso, l’ente territoriale ha deliberato le “Linee di indirizzo per la sicurezza nei cantieri di autocostruzione e di autorecupero”. Si tratta della prima Regione in Italia a muovere questo passo.autocostruzione

«E’ un evento che ha una grande rilevanza sociale, in quanto la Toscana è la prima regione in Italia che di fatto riconosce la figura dell’autocostruttore semplice, non inquadrato all’interno di una cooperativa». Così l’associazione Aria Familiare (Associazione Rete Italiana Autocostruzione Familiare), assieme a tante altre associazioni toscane, commenta il via libera che rende l’autocostruzione un atto riconosciuto. L’associazione ha spinto moltissimi negli ultimi due anni per ottenere questo risultato che ora è arrivato. «Il diritto alla casa è riconosciuto a livello nazionale ed internazionale, ma l’accesso all’alloggio resta di fatto precluso a larghe fasce di popolazione a basso reddito ed è qui che l’autocostruzione potrebbe svilupparsi come pratica a supporto dell’edilizia popolare tradizionale – spiegano dall’associazione Aria Familiare – Fino ad oggi chi voleva autocostruire la propria casa con l’aiuto di amici e parenti non poteva farlo in modo legale se non inquadrando l’autocostruttore entro forme associative onerose economicamente, quali la cooperativa di costruzione che mal si adatta a piccoli gruppi di autocostruttori ed a piccoli interventi quali una casa monofamiliare. Il totale disinteresse fino ad oggi a riconoscere ed incentivare l’autocostruzione familiare è un fenomeno singolare e tutto italiano poichè in gran parte degli stati europei è possibile autocostruire: in Francia in aree extraurbane si possono autocostruire edifici fino a 169 metri quadrati seguendo semplicissime regole e dotandosi di adeguate coperture assicurative; esistono associazioni e scuole che supportano la formazione». Per autocostruzione familiare si intendono piccoli interventi con un piccolo gruppo di autocostruttori, cioè una famiglia o un gruppo di amici; è da distinguere rispetto all’autocostruzione organizzata ed assistita che utilizza la forma consociativa della cooperativa e spesso riguarda interventi su scala più grande. I principi che sottostanno all’autocostruzione familiare sono quelli della sostenibilità sociale ed ambientale». Sociale: «Non solo da un punto di vista economico, poichè nei progetti di autocostruzione si intensificano e si ricuciono le relazioni con la propria comunità e con una rete più vasta di solidarietà; l’esperienza dell’autocostruzione rigenera il senso di appartenenza nei confronti della collettività, innesca processi formativi formidabili». Ambientale: «Perchè solitamente chi si costruisce la propria casa presta particolare attenzione ad usare materiali salubri e quindi naturali, è più facile quindi che ci si approcci a tecniche di bioedilizia, con particolare attenzione alla efficienza energetica, questo ha anche una ricaduta sull’economia locale, poiché materiali e competenze vengono ricercate nel territorio di appartenenza». «Per questi motivi ci piace definire l’autocostruzione familiare anche eco-autocostruzione. In Toscana da due anni si è formata una rete di tante associazioni e persone,(Rete toscana autocostruzione e autorecupero) che ha supportato la Regione Toscana per arrivare a rendere legale e sicura l’autocostruzione familiare. Entro l’anno partiranno circa 12 progetti in autocostruzione, di cui 8 interessati anche da un finanziamento messo a bando dalla Regione stessa. Nelle linee guida regionali è prevista la costituzione di un tavolo tecnico che monitori le varie esperienze, per poi andare ad integrare e migliorare le linee guida stesse, al momento carenti di indicazioni concrete per la conduzione di cantieri in autocostruzione, ma che rappresentano comunque un passo in avanti fondamentale; la Rete toscana di autocostruzione è pronta a dare un considerevole contributo all’interno del tavolo tecnico per riportare dal basso le proprie esperienze. La delibera toscana farà sicuramente da apripista nelle altre Regioni italiane».

A.R.I.A. familiare supporta gli autocostruttori fornendo un aiuto concreto attraverso chiarimenti su tutti gli aspetti burocratici e di rispetto delle norme vigenti e fornendo aiuto per dare risposte adeguate ai reali bisogni di un progetto di autocostruzione che essenzialmente sono:

– utilizzo di tecniche semplici

– formazione adeguata sia sulle tecniche che sulla sicurezza in cantiere,

– poter disporre di una progettazione tecnica “partecipata” che possa rispondere in modo efficace alle necessità degli autocostruttori

– professionisti edili che aiutino gli autocostruttori nelle varie fasi di costruzione.

 

L’associazione sta creando una rete di volontari che potranno in maniera gratuita donare il proprio tempo e capacità presso questi cantieri, dove verranno ospitati e dove ci sarà un importante scambio di saperi e condivisione di principi e di esperienze

 

Fonte: ilcambiamento.it

Yurta, un modo ecologico di abitare la casa. Ma non in Italia

Nata in Mongolia e concepita per essere un’abitazione nomade, quindi facilmente smontabile e trasportabile, è ecologica ed economica. Si sta diffondendo negli Stati Uniti e nell’Europa del Nord, ma non in Italia. Il parere tecnico dell’architetta Michela Tascioni e la storia di Barbara Bertinetti.yurta

La yurta è un’abitazione mobile adottata da molti popoli nomadi dell’Asia tra cui mongoli, kazaki e uzbeki. Loro la chiamano “gher”, ovvero casa ricoperta di feltro. Si può erigere e smontare in poche ore ed è facilmente trasportabile. Nonostante la Mongolia abbia subìto un processo di urbanizzazione, la yurta continua ad essere utilizzata dalla maggior parte della popolazione. E sta pian piano diffondendosi negli Stati Uniti e in Europa, soprattutto quella del nord, e in piccolissima percentuale anche in Italia. Non come abitazione ma come struttura ricettiva turistica. Ma il nostro, si sa, è un Paese strano e difficile. Talmente particolare che ci sono delle difficoltà burocratiche per l’installazione di una semplice yurta. Prima di addentrarci nel discorso, vediamo però com’è fatta. Dal sito www.yurta-silentbreeze.com, uno dei produttori italiani, leggiamo: “Sopra la struttura della yurta vengono sistemati successivi strati, il primo è formato da un tessuto bianco in cotone che diventerà il rivestimento interno, a vista. Su questo viene posato lo strato di feltro, prima i due pezzi del tetto poi le pareti. Questo strato è fondamentale, e senza di esso la struttura per quanto bella non potrebbe essere chiamata “Yurta”. Il feltro, oltre a isolare dal freddo e dal calore, ha la funzione di tenere compatta e integra la struttura e di ancorarla al terreno. Sopra il feltro viene posto lo strato impermeabile, fondamentale per i nostri climi umidi. Al quale se ne può aggiungere un altro di cotone o poliestere. Tutti questi strati sono poi fissati con delle corde resistenti alla circonferenza, lungo i muri della gher”. Sono dunque delle abitazioni particolari, ecosostenibili, e di un’utilità importante: con una spesa contenuta di poche migliaia di euro, si va in generale dai 3.000 euro per quelle di dimensioni più piccole, attorno ai 20 mq, ai 20.000 euro per quelle di dimensioni più grandi, circa 100 mq, ci si può dotare di un’abitazione dove vivere. Una grande alternativa per chi vuole farsi una casa senza ricorrere alla richiesta di mutui bancari e senza cementificare l’ambiente circostante. Ma, come scritto sopra, il nostro è un Paese strano e difficile. Tale da non contemplare l’argomento in questione a causa di un vuoto normativo. «Consideriamo che la parola “auto-costruzione” – afferma l’architetta Michela Tascioni – atto primigenio dell’uomo, legato al soddisfacimento del bisogno di trovare riparo, è un concetto totalmente assente nel quadro normativo italiano, nel quale manca un sistema che ne definisca regole, modalità e strumenti dell’edificazione in autocostruzione. Ci sono in realtà il D.P.R. 380/2011 e il D.Lgs 81/2008 che, però, disciplinano i lavori fatti in autonomia, ma non la possibilità di costruirsi una casa». Non solo. Ma più cerchiamo i decreti, più rimaniamo senza parole. «Pensando alla yurta come sistema costruttivo reversibile, quindi temporaneo – continua l’architetta – mi viene in mente un’altra mancanza nel quadro normativo; infatti oltre al “buco” sull’autocostruzione ve n’è un altro importante legato alle “costruzioni temporanee”». Le quali sono definite come “strutture assimilabili, per dimensioni e caratteristiche funzionali, a dei manufatti edilizi ma destinate ad un uso circoscritto nel tempo ed a soddisfare esigenze che non abbiano il carattere della continuità. Le loro caratteristiche (materiali utilizzati, sistemi di ancoraggio al suolo etc.) devono essere tali da garantirne una facile rimozione”. «Capirai bene che la questione dell’uso circoscritto nel tempo – conclude Tascioni – mal si coniuga con l’utilizzo di un sistema temporaneo (nel nostro caso la yurta) ad uso abitativo». E a testimonianza di quanto detto, riprendiamo la storia di Barbara Bertinettigià trattata dal nostro giornale nel marzo del 2013. In sintesi, la sua famiglia acquista un terreno edificabile a Brosso, in provincia di Torino, con l’intenzione di costruirvi una casa ecologica in legno. Il progetto ben presto si blocca e, per mancanza di mutuo, Barbara decide di installare una yurta sopra il seminterrato dell’abitazione, che nel frattempo era stato già ultimato. Ma i permessi non vengono concessi. Com’è andata a finire questa storia? «Nella primavera 2014 – afferma Barbara – abbiamo avuto un nuovo incontro col Comune. Il sindaco si è detto dispiaciuto ma, scartabellando e ricercando, non erano riusciti a rendere fattibile il progetto della yurta, né come abitazione né come bed and breakfast. La nostra risposta è stata molto decisa: avremmo comunque messo la yurta nel nostro giardino, in barba a tutte le leggi comunali, anche perché avevamo ricevuto la lettera di sfratto dall’abitazione dove eravamo in affitto». A quel punto qualcosa si muove. Pochi giorni dopo Barbara riceve la telefonata dal geometra che seguiva i lavori, il quale le propone di rendere agibile il garage o seminterrato, in accordo con in Comune. «Io non ero assolutamente d’accordo, ma alla fine, su consiglio di mio marito, abbiamo accettato, sia perché avevamo paura delle conseguenze legali sia perché non avevamo nessuna voglia di creare disagio ai nostri bambini». Nel giro di pochi mesi il progetto viene approvato. Il garage viene rivestito internamente in legno e materiali naturali ma «sta di fatto che l’involucro è di cemento, siamo per metà sottoterra, ci stiamo da 11 mesi e abbiamo già – era ovvio e prevedibile – problemi di umidità. E’ tutto assurdo: il Comune ha dato l’abitabilità dentro ad un garage, in cemento e per metà sotto terra, a noi che siamo una famiglia con 2 bambini, piuttosto che darci la possibilità di posizionare una struttura assolutamente ecologica come la yurta, solamente perché non hanno trovato una legge o una deroga che facesse al caso. Io ci avrei visto solo ripercussioni positive, per noi come famiglia, innanzitutto perché ora starei a spendere i miei pochi soldi rimasti come parrebbe a me e non in deumidificatori e interventi di esperti per toglierci l’umidità da casa, e poi per il Comune, per aver avuto il coraggio di dire di sì ad una occupazione assolutamente naturale del suolo, di nostra proprietà peraltro. Per non dire di quante persone mi hanno scritto dicendomi che sarebbero volentieri venute a dormire nella yurta che volevo adibire come B&B, integrando il nostro reddito e creando anche un piccolo circolo di affari per le attività morenti del paese…Che dire. Triste, povera, vecchia Italia. Il cambiamento fa paura».

Fonte: ilcambiamento.it

SISTEMA “OFF GRID”: IN ITALIA TERMINATA LA PRIMA CASA AUTOSUFFICIENTE AL 100%. STACCATA DALLE RETI DEL GAS E DELLA LUCE. TUTTO VIENE “AUTOPRODOTTO”. ECCO COME FUNZIONA

Petrolio addio! Nelle Marche la prima casa off-grid autonoma e scollegata dalle reti. E’ stata inaugurata la prima casa off grid d’Italia che ha definitivamente detto addio al petrolio perché  autosufficiente e staccata da luce e gas. È stata realizzata a Monsano, in provincia di Ancona, ed è la prima casa italiana completamente indipendente da fonti fossili inquinanti, scollegata dalla rete elettrica nazionale e dalla tradizionale fornitura di gas. A far diventare realtà ciò che fino a poco tempo sembrava impossibile è stata la Energy Resources, un’azienda marchigiana particolarmente attenta al problema dell’impatto ambientale e al risparmio energetico, capitanata dal lungimirante Enrico Cappanera.Schermata-2014-11-01-alle-14.32.48

Grazie alle tecnologie green sviluppate negli ultimi anni, l’azienda è riuscita a mettere a punto un progetto rivoluzionario: realizzare abitazioni che non siano più dipendenti dal petrolio!

“Ha ragione Moody’s – ha commentato Cappanera – ora le multinazionali possono realmente preoccuparsi, è finita l’era del petrolio. Operazioni come questa rendono più concreti i concetti legati alla terza rivoluzione industriale ed aprono le porte ad una nuova stagione per l’umanità, dove sarà la generazione distribuita di energia elettrica da fonti rinnovabili a ripristinare l’equilibrio tra uomo e pianeta“.

Un grande successo per un’azienda di grande rilievo, che ha saputo investire nello sviluppo eco-sostenibile, dando origine al fortunato SES – Smart Energy System, un impianto di energia intelligente, capace di integrare l’abitazione con un sistema di gestione dell’energia. Il risultato? Non solo una grande soddisfazione per Cappanera e la sua realtà, ma soprattutto “una reale democrazia energetica“, che spalanca le porte a tutti “a dispetto delle grandi manovre di multinazionali dell’energia, di governi poco lungimiranti e di istituti di credito ancora legati ad un sistema basato sulle fonti fossili ed al loro monopolio“. Nell’abitazione si produce energia pulita a impatto e chilometri zero: qui viene prodotta, gestita distribuita e utilizzata, senza la necessità di reti, intermediari o filiere di distribuzione.Schermata-2014-11-01-alle-14.28.37

Anche Francesco Del Pizzo, AD di Terna Plus – ha continua l’ad di Energy Resources – scommette su un futuro dove i sistemi di accumulo di energia serviranno a stabilizzare la rete elettrica esistente, garantendo la crescita delle rinnovabili. D’altronde Jeremy Rifkin ha basato le sue teorie su cinque pilastri di sviluppo principali dove la micro produzione di energia ed il suo accumulo serviranno ad uscire dall’empasse energetico e dalla crisi economica ed ambientale globale“.

Quello che fino ad oggi è stato definito consumatore – ha concluso Cappanera – deve trasformarsi finalmente in produttore capace di orientare le proprie scelte in modo consapevole: sapere quanta energia si ha possibilità di produrre, e quindi di utilizzare, è fondamentale anche per rilanciare i concetti di risparmio energetico e riduzione delle emissioni inquinanti”.

Alla luce di questo, oggi non è ancora più ridicolo parlare di nucleare?

Fonte: grandecocomero.com

Foglio d’alluminio: 15 (ri)usi intelligenti

In tanti lo conoscono come “carta stagnola”. Altri lo chiamano “carta argentata”. Ma il nome corretto per identificarlo è “foglio d’alluminio”, un imballaggio che protegge i nostri cibi, fatto di alluminio al 100% e infinite volte riciclabile, ma non solo. Ecco 15 modi per riusarlo in modo intelligente380269

Il foglio d’alluminio da sempre si presta agli usi più disparati e la giornalista del portale WELLME, Marta Albè, ha riassunto 15 sorprendenti modi per poterlo usare e riusare. Eccoli per voi, suddivisi in utilizzo per la casa, per la moda e la bellezza, per gli alimenti e per le pulizie domestiche.

Per la casa

1) Prima di iniziare ad imbiancare le pareti di una delle stanze della casa, ricoprite la maniglia della porta con

della carta stagnola, in modo che essa non si sporchi con la vernice e evitando di doverla rimuovere.
2) Per facilitare lo spostamento di mobili pesanti, rivestite i loro piedini di supporto con della carta stagnola, in modo da poterli sollevare solo di poco e da riuscire a trascinarli senza rovinare il pavimento.
3) Il telecomando sembra non funzionare più? Può darsi che le molle che sorreggono le batterie si siano allentate. E’ possibile rendere il tutto più stabile aggiungendo un pezzetti di carta d’alluminio tra la molla e la batteria.

Moda e bellezza

4) Per prolungare la durata di una saponetta, asciugala e rivestila con della carta stagnola, in modo che possa essere sempre protetta dall’umidità e dall’acqua, anche quando si trova vicino al lavandino.

5) Un trucco per stirare in metà tempo consiste nello stendere un foglio di carta stagnola al di sopra dell’asse da stiro su cui appoggerete gli abiti. Con il ferro stirerete la parte superiore e la carta stagnola contribuirà a stirare per voi la parte inferiore, assorbendo e trattenendo il calore.

6) La carta stagnola può essere utilizzata per proteggere le bacchette degli occhiali nel caso dobbiate indossarli mentre sui vostri capelli avete in posa una maschera curativa che potrebbe ungerle o dell’henné che potrebbe macchiarle.
7) Per alcuni tessuti molto delicati è solitamente sconsigliato procedere alla stiratura con il ferro da stiro, ma nel caso fosse necessario rimuovere delle pieghe, stendete sull’asse da stiro un foglio di carta stagnola e appoggiate su di esso l’abito. Passate con il ferro al di sopra dell’abito senza toccare il tessuto, mantenendo una distanza di qualche centimetro, fino a quando le pieghe non saranno scomparse.

Per gli alimenti

8) Per ammorbidire lo zucchero di canna, nel caso si sia indurito formando un unico blocco, rivestite una teglia con della carta stagnola e versate su di essa lo zucchero, quindi riscaldatelo in forno per alcuni minuti, fino a quando sarà possibile sgretolarlo.

9) Se non possedete una sacca da pasticcere o un’apposita siringa, ma volete cimentarvi comunque nella decorazione di una torta, piegate a cono un foglio di carta stagnola e lasciate una piccola apertura sulla punta. Dopo averlo riempito con la crema per decorare, ripiegate la parte superiore, in modo da evitare di sgocciolare.

10) Per evitare che il pane ancora caldo si raffreddi in attesa dell’arrivo degli ospiti, rivestite una ciotola o un cestino con della carta stagnola e riponete all’interno di essa il pane avvolto in un tovagliolo.

11) Se vi accorgete che durante la cottura di una torta nel forno la sua superficie tende a diventare dorata prima del tempo, ricoprite la teglia con della carta stagnola quando il dolce giunge a metà cottura.

Per le pulizie domestiche

12) Per rendere splendenti i vostri oggetti in metallo, ricoprite una ciotola con della carta in alluminio, versate all’interno di essa acqua fredda e due cucchiaini di sale, quindi lasciateli in immersione per almeno tre minuti prima di risciacquarli e asciugarli.

13) Per rendere più semplice la pulizia del caminetto o del barbecue, ricoprite con della carta stagnola le zone in cui temete che la cenere si accumuli maggiormente, in modo da poterla rimuovere con facilità.
14) Per prolungare la vita della vostra paglietta d’alluminio, conservatela, dopo averla asciugata con attenzione, in un contenitore rivestito con carta stagnola, oppure avvolgete direttamente con essa la paglietta stessa.
15) Se avete la necessità di affilare il vostro paio di forbici, la maniera più semplice per intervenire consiste nel procedere nel taglio di alcuni fogli di carta stagnola.

Fonte: ecodallecitta.it

Unione Italiana Ristoratori: “Portarsi a casa gli avanzi? E’ giusto. Gli italiani si vergognano, i turisti no”.

“Se un cliente chiede di potersi portare a casa il cibo avanzato non c’è nessun motivo per non fornirgli questo servizio. Il problema è che non lo fa quasi nessuno, si teme la brutta figura. E invece è un modo intelligente per non sprecare, né cibo né denaro” Intervista a Mario Palmieri (Vicepresidente UIR)380127

Andare al ristorante, non riuscire a terminare il cibo ordinato, e non trovare il coraggio di fermare il cameriere che porta via il piatto, perché chiedere di incartarci gli avanzi “pare brutto”. Una scena tanto comune in Italia quanto incomprensibile per un turista americano, fedele alla filosofia della doggy bag.  Di doggy bag si cominciò a parlare negli anni Settanta, quando il termine divenne di moda fra la stampa statunitense. Fin dall’inizio però, il riferimento al presunto cane in trepidante attesa di una pappa da chef, ebbe un carattere sostanzialmente ironico: non sempre le pietanze contenute nelle doggy bags finivano nella ciotola del quadrupede. Soprattutto quando l’avventore era perfettamente consapevole di non possedere alcun quadrupede.

Ma allora perché in Italia la prassi di portarsi a casa gli avanzi fa così fatica a farsi strada? Sono gli italiani che si vergognano o i ristoranti che non collaborano? Ne abbiamo parlato con Mario Palmieri, Vicepresidente di Unione Italiana Ristoratori.  “Il cliente ha tutto il diritto di portarsi a casa il cibo che non è riuscito a terminare, e – sempre che ne faccia richiesta – la cosiddetta doggy bag, per quanto il termine sia fuorviante, è una prassi condivisa e diffusa fra i ristoratori. Ma è la domanda ad essere scarsissima. Non ci dovrebbe essere nessuna preclusione da parte dei ristoratori, e infatti non c’è, ma sono i clienti a non avere questa abitudine, che invece in altri Paesi, e negli Stati Uniti in particolare, è assolutamente banale. In Italia ci si vergogna. Si ha paura del giudizio, e non solo del ristoratore, ma anche di chi è seduto agli altri tavoli. Farsi impacchettare il cibo avanzato viene ancora percepito come un segno di povertà, di bisogno”.

Secondo un sondaggio on line pubblicato da Coldiretti, un italiano su tre si sarebbe portato a casa gli avanzi almeno qualche volta, e il 10% lo farebbe regolarmente. Un risultato che sembrerebbe trovare ben pochi riscontri empirici…

Infatti non è assolutamente così. Può capitare nei locali più frequentati dai turisti, soprattutto in città come RomaFirenze o Venezia, dove forse si arriverà ad un 15-20% di richieste, ma non certo fra i locali, soprattutto se non sono giovanissimi. Fra i ragazzi è un po’ diverso, ci si fa meno problemi, ma non parlerei certo di una prassi a cui gli italiani siano avvezzi. Va anche detto però che l’opportunità di chiedere una doggy bag dipende anche dal genere di ristorante. Di solito ci si fa incartare il pesce, un buon secondo, piatti di qualità e serviti in porzioni abbondanti. Non avrebbe molto senso farlo in un luogo dozzinale o in un ristorante dalla cucina minimal insomma…
Al di là della timidezza del cliente, i ristoratori sono sempre attrezzati per venire incontro a un’eventuale richiesta?
Sarebbe un guaio se non lo fossero: per impacchettare gli avanzi di un pasto bastano delle vaschette di alluminio, mi sembra improbabile che una cucina di un ristorante non sappia dove trovarle. Oltretutto non sono necessari contenitori che garantiscano particolari prestazioni termiche, a differenza degli imballaggi da asporto per il take away. Se ordino una pizza mi aspetto che il cartone in cui è contenuta non la lasci raffreddare, ma se chiedo che mi mettano da parte gli avanzi di un pasto non pretendo certo che arrivino a casa ancora caldi.

Poco a poco cambieranno idea gli italiani?

Io credo di sì, ma sarebbe importante riuscire a diffondere una nuova filosofia della ristorazione, che in qualche modo aiuti il cliente a fare la richiesta, magari esplicitando questa possibilità per vincere l’imbarazzo.
Se la parola doggy bag è fuorviante, come si potrebbe chiamare?

Forse non ci ha ancora pensato bene nessuno. Così su due piedi, mi viene in mente qualcosa di un po’ buffo, come “fruizione del pasto risparmioso”. O “Spending review menu”. No, non è facile. Ma il concetto deve essere questo: non c’è nulla di cui vergognarsi a portarsi a casa gli avanzi. Al contrario, è un bel messaggio contro lo spreco, di denaro e di cibo.

Fonte: ecodallecitta.it

Il detersivo ecologico fatto in casa

Bicarbonato-di-sodio

Tutti sappiamo benissimo che le sostanze chimiche alla base dei detersivi o degli ammorbidenti che utilizziamo abitualmente sono tra le peggiori sostanze inquinanti per l’ambiente. Gli annunci pubblicitari alla televisione ci illudono con prodotti miracolosi, contraddistinti da meravigliose fragranze e soprattutto efficaci contro le macchie. Esiste un’alternativa altrettanto efficace, ma meno inquinante? Certo che sì! Continuate a leggere questo articolo per saperne di più!

I vantaggi di preparare a casa un detersivo ecologico Detersivo-ecologico

 

Non si tratta solo di trovare un’alternativa un po’ più economica e non vi stiamo nemmeno suggerendo di adottare uno stile di vita hippy, quello di cui stiamo parlando è di circondarvi di prodotti più salutari che non siano pericolosi per la vostra salute. Tenete presente che i saponi e i detersivi che trovate in commercio impregnano gli indumenti di sostanze nocive, gli stessi indumenti che poi vengono a contatto con la nostra pelle o quella dei nostri figli. A lungo andare, queste quantità di elementi chimici possono provocare una serie di malattie che ignoriamo perché non ne siamo consapevoli. Utilizzando, invece, dei detersivi naturali, potremo prenderci cura non solo del pianeta e dell’ambiente che ci circonda, ma anche della nostra salute. Il detersivo di cui vi parleremo in questo articolo è biodegradabile al 100%, pulisce a fondo il bucato e lo rende morbido. L’unica differenza rispetto ai normali detersivi è che quando rimuovete il bucato dalla lavatrice, non sentirete il caratteristico profumo. Ad ogni modo, è più naturale e più sano, non preoccupatevi!

Come preparare il vostro detersivo ecologico?Detersivo-ecologico2

Di cosa avete bisogno?

  • Una grattugia o un robot da cucina
  • Una bilancia di precisione per poter pesare gli ingredienti
  • 75 grammi di saponenaturale (quello di Marsiglia, ad esempio, è molto indicato)
  • 1 bicchiere di bicarbonato di sodio
  • 1,5 litri di acqua
  • Un recipiente grande oppure un flacone da 2 litri per conservare il vostro detersivo fatto in casa
  • 20 gocce di olio essenziale, quello che volete o che più vi piace, da aggiungere al detersivo per conferirgli una lieve profumazione, ad esempio l’olio essenziale di lavanda, di rosa mosqueta, etc.

Come potete preparare il vostro detersivo?

  • Non preoccupatevi, non impiegherete più di 15 minuti per prepararlo. La prima cosa da fare è grattugiare il sapone naturale. Se lo fate a mano, ovviamente ci metterete più tempo, quindi vi consigliamo di usare il robot da cucina, anche per evitare di farvi male alle mani.
  • Una volta grattugiato il sapone, il passo successivo è metterlo nel recipiente che avete scelto di utilizzare. Successivamente, dovrete aggiungere anche il bicchiere di bicarbonato di sodio.
  • A questo punto dovete riscaldare il litro e mezzo di acqua fino a quando non avrà raggiunto il bollore. Fate attenzione a non bruciarvi quando la verserete nel recipiente o nel flacone che avete scelto.
  • Versate l’acquaun poco per volta e agitate il flacone di tanto in tanto per far sì che tutti gli ingredienti si mescolino per bene. Una volta finito, aggiungete le 20 gocce di olio essenziale. Il vostro detersivo avrà una gradevole profumazione, oltre ad essere un prodotto completamente ecologico e naturale. Che ci crediate o meno, il vostro detersivo è pronto! Non dovete fare altro che usarlo!
  • Dopo una settimana potrete notare un cambiamento nella consistenza del detersivo, ma non vi preoccupate, il suo potere pulente non è cambiato e potrete utilizzarlo fino a quando non lo avrete finito. La quantità di detersivo da mettere in lavatrice è la stessa dei normali detersivi industriali. Fin dai primi lavaggi vedrete ottimi risultati!

Fonte:  viverepiusani.com/

Il risparmio energetico a casa: come vivere meglio risparmiando e tutelando l’ambiente

Il risparmio energetico a casa, un tema molto concreto che riguarda tutti noi. Ecco qualche semplice suggerimento molto pratico che ci permetterà un notevole risparmio energetico in bolletta ed anche una qualità di vita più equilibrata e con meno impatto sull’ambiente.risparmio-energetico-a-casa-e1322468520362-400x250

Dal corretto isolante termico per la vostra abitazione, alla scelta delle lampadine a LED,  e persino qualche dritta su come vestirvi, eccovi tutto quello che vi può servire per ridurre i consumi energetici!

  • Uno dei problemi a monte è: sappiamo davvero quanta energia consumiamo? Senza un dispositivo di monitoraggio dell’energia, è veramente difficile capirlo. Perciò, un’ottima idea sarebbe quella di procurarsene uno. Lo trovate  anche sul web, ci sono molte soluzioni di domotica domestica in grado di visualizzare a dirvi quanti Kw state consumando, come ad esempio la Presa e il Monitor Conta Energia EcoDHOME.
  • Le prese elettriche sono tra i killer del consumo: quante volte lasciamo sotto carica più del dovuto computer e cellulari? potrebbe fare al caso vostro uno stand-by Killer per migliorare l’efficienza energetica: interrompe in automatico la fornitura di corrente elettrica quando i dispositivi hanno finito di caricare o sono spenti. Se non volete comprarla, staccate sempre le spine quando non usate un apparecchio!
  • Utilizzate lampade a risparmio energetico ma ancora meglio convertitevi direttamente alle lampade a Ledche sono il futuro del basso consumo.  Le lampadine Led consumano l’80% in meno e durano ben 25 volte di più di quelle a incandescenza. Anche la diffusione della luce delle lampadine Led è stata migliorata, per cui sarete avvolti da una calda e morbida illuminazione! E il vostro portafogli ringrazierà!,
  • Procuratevi un termostato intelligente come Nest ad esempio. Saprà lui quando è il momento di riscaldare e raffreddare l’ambiente. Soprattutto, eviterà gli sprechi, in particolare quando non siete in casa.
  • Fate un audit energetico. Siate consapevoli dei consumi energetici delle vostra casa: è come fare un check-up completo dal medico: dopo, siete inevitabilmente più sicuri! L’audit serve soprattutto per individuare dove ci sono perdite di calore per procedere, eventualmente, con un isolamento!
  • Cercate di valutare anche in ambito di assemblee condominiali soluzioni come ad esempio il teleriscaldamento, sarà una battaglia condominiale ma vale la pena combatterla 
  • Sigillare tutte le perdite della casa con l’isolamento. E ricordate: non è mai troppo. Anche se non vi sembra così, ci sono migliaia di posti, fessure, spifferi dalle finestre, ecc..dove il vostro calore scappa!, vu suggeriamo anzi una Termografia per capire quale sia il reale stato di isolamento e dispersione termica della vostra abitazione.
  • Finestre a doppio vetro. Sono il miglior investimento, sia per la protezione dal freddo e dal caldo, sia per i rumori esterni. Ma se avete una casa “anzianotta” magari di quelle del centro storico, allora il consiglio è quello di sigillare il più possibile, anche nelle zone intorno al vetro. La legge finanziaria anche nel 2012 vi aiuterà a detrarre il 55% della spesa.
  • Usate in maniera intelligente le tende, vi aiuterà per trattenere il calore o la frescura d’estate. Ad esempio, se la vostra casa riceve i raggi solari per qualche ora al giorno, sappiate che questo è un potentissimo mezzo di riscaldamento! In questo caso tirate via le tende o mettete ben al lato e raccogliete più raggi è possibile! Tenetele ben in vista, invece, d’estate per il filtraggio dei raggi solari!
  • Vestitevi secondo la stagione. Anche in casa. Se indossate un bel maglione non sentirete la necessità di regolare il riscaldamento a temperature tropicali, anzi. Babbucce calde, ben coperti e…sarete nel comfort più totale!
  • Siete delle cuoche provette? scoprite come utilizzare al meglio il forno elettrico. Se fate spesso biscotti o cibi che richiedono la cottura in un forno inoltre potreste comportarvi come facevano le antiche popolazioni: spegnete il riscaldamento e raccoglietevi in cucina attorno al forno. Sarà intimo e il profumo dei vostri manicaretti contribuirà a riscaldarvi

Se riuscirete a mettere in pratica questi accorgimenti pratici, avrete ottimizzato il risparmio energetico della vostracasa con anche benefici in termini di risparmio sulla vostra bolletta elettrica da non disprezzare.

Fonte: tuttogreen.it

Guida alle piante disinquinanti da casa

E’ possibile ridurre l’inquinamento in casa? Può essere fatto anche scegliendo intelligentemente le piante da tenere in casa.  Sì, la scelta delle piante d’appartamento può essere fatta in maniera consapevole tenendo conto delle diverse proprietà disinquinanti che hanno le varie piante e quindi contribuendo in modo significativo a migliorare la qualità dell’aria indoor.donna-con-pianta-400x250

Che poi la scelta sia importante, lo si capisce anche vedendo statistiche che dicono che nelle nostre case ed uffici, l’aria è assai più inquinata rispetto all’ambiente esterno, data la presenza di materiali per la costruzione e l’isolamento più o meno dannosi per la qualità dell’aria, impianti di riscaldamento / raffrescamento che sollevano polveri e molte altre piccole e grandi insidie. Sicuramente ci sono delle buone abitudini che ci possono aiutare in questo senso (non tenere a mille il riscaldamento e ventilare spesso l’ambiente per dirne due), ma anche le piante possono darci una mano. Ma quali sono le piante ideali per le nostre case? Quali le piante con le maggiori proprietà disinquinanti?

Vediamo le varie piante in funzione degli agenti inquinanti più frequentemente presenti in casa.

Formaldeide: Contro la formaldeide, sostanza utilizzata nella produzione di numerosi materiali per l’edilizia e nella fabbricazione dei mobili, che è anche la principale fonte di inquinamento indoor, le seguenti piante sono specialmente idonee: le piante di ficus, l’edera, il pothos, la palma, la Phoenix Roebelenii, la Dracaena fragrans (il famoso Tronchetto della felicità) o l’Aglaonema.

Ammoniaca: presente in molti dei nostri detergenti per la casa, l’ammoniaca è una sostanza tossica che può fare danni alle vie respiratorie in particolare. Non solo, studi recenti confermano il fatto che l’ammoniaca danneggia il feto in donne incinte che siano esposte all’ammoniaca. Contro questa sostanza, azalee, palme, l’anthurium, il ficus e l’edera sono assai efficaci

Fumo e benzene: piante come Edera, sanseviera, DracaenaPhilodendron, Azalea e le piante di Falangio (Chlorophytum) hanno ottime proprietà nel trattenere il fumo ed il benzene, altro fattore di inquinamento indoor.

Odore di vernice: I Crisantemi e Philodendron assorbono il Tricloroetilene usato nelle vernici e solventi e sono la scelta ideale in una casa tinteggiata di fresco.

Per umidificare l’aria: piante che emettono vapore acqueo, come DieffenbachiaPothos e Gerbera aiutano in questo senso.

Altre piante sono eclettiche nelle loro qualità anti-inquinamento e si prestano sia per umidificare l’aria (importante, perché fa si che si depositino a terra diverse particelle dannose che altrimenti respireremmo) che per assorbire sostanze nocive: si parla qui dello spatifillo, della Schefflera e della Nephrolepis exaltata (la felce di Boston). Le piante anti-inquinamento sono un modo naturale per migliorare l’aria che respiriamo a casa e conferirle bellezza e colore. Cosa state aspettando?

Fonte: tuttogreen.it

Germogliatore: come usarlo e altri consigli pratici

Coltivare i germogli in casa è semplice, divertente e… salutare! Possiamo coltivare germogli di trifoglio, di soia, di rucolafagioli azuki, mung e tanto altro ancora: è un fai-da-te che non richiede perizia alcuna, non ruba spazio e poi i germogli sono tutti alimenti estremamente pregiati dal punto di vista nutritivo, avendo un notevole contenuto vitaminico e di sali minerali. Altra cosa, i semi costano davvero poco, per cui è anche un modo economico di fare il pieno di salutari vitamine.germogli-trifoglio-400x250

Germogliatore, si o no? Rispondiamo a questa domanda innanzitutto? E’ davvero necessario il germogliatore, ossia quel contenitore in plastica o terracotta, dove riponiamo i semi da fare germogliare? Per quella che è le mia esperienza, il germogliatore è utile per ottimizzare gli spazi, la resa in termini di germogli e semplificare il procedimento complessivo. Ma non è indispensabile. In rete troverete anche altri procedimenti di germogliazione casalinga, come il metodo dei vasetti o il piatto con garza, ma personalmente, specie per chi è alle prime armi e non ha troppo tempo, ritengo che il germogliatore non sia una cattiva idea. L’altra cosa di cui abbiamo bisogno naturalmente sono i semi da germogliare: rigorosamente bio, costano anche davvero poco. Una volta muniti di germogli (nel nostro caso, oggi documentiamo l’ultima germogliata di trifoglio), possiamo cominciare la nostra avventura. Dopo avere tenuto a bagno in acqua i germogli per una notte, la mattina successiva li disponiamo sul germogliatore, che deve essere situato in un luogo luminoso, ma non esposto direttamente ai raggi del sole. Un mobile o un davanzale andranno benissimo: in quest’ultimo caso, fate però attenzione di non avere un calorifero sotto

Giorno della posa: i germogli di trifoglio non hanno bisogno di tantissima acqua: basterà mantenerli umidi. Nel mio caso, qualche spruzzata di acqua con uno spruzzino la sera del primo giorno è più che sufficiente.
Attenzione a non mettere troppa acqua durante la germogliazione, c’è sempre il rischio di ammuffire i germogli. Il secondo giorno, vedrete più chiaramente che i semi si sono spaccati e stanno cominciando a germogliare. Aumentate leggermente le dosi di acqua (circa una tazzina di caffè la mattina e una la sera) e scolate l’acqua che si accumula nella vaschetta inferiore: non buttatela via, è ricca di sali minerali e di vitamine, potete sempre usarla per innaffiare le piante.

 

Provate a fare anche voi i germogli di soia con i germogliatori e i relativi kit di semi che potete acquistare qui:

 

Germogliatore Geo in Plastica - Geo Plus

Voto medio su 75 recensioni: Da non perdere

€ 24.5

Sacchetto Germogliatore - Sprout Bag

Voto medio su 12 recensioni: Da non perdere

€ 9.9001

Geograss Kit per Erba di Grano - Orzo
€ 17.5

 

Il terzo giorno il colore dominante comincia a diventare il verde: i germogli di trifoglio sembrano crescere a vista d’occhio. Noterete come i germogli sul ripiano superiore – più esposti alla luce – crescono più in fretta. Ci basterà invertire la posizione dei vari ripiani per mantenerli alla pari nella crescita. Altra cosa, se germogliate nei mesi caldi, potrà capitare di vedere degli insetti aggirarsi “minacciosamente” attorno ai vostri germogli. Potrete proteggere i germogli con una garzetta che allontanerà gli insetti, ma che non ne impedirà la crescita.

Il quarto giorno i germogli vi sembreranno quasi pronti, ma pazientate ancora un attimo, raramente sono pronti già al quarto giorno. Il quinto giorno i nostri germogli di trifoglio sono prontisi consumano crudi, in modo da potere beneficiare di tutte le loro proprietà nutritive. Su insalate, ma anche su una bruschetta, una fetta di pane imburrata, in una minestra o anche tranquillamente da soli, leggermente conditi come una comune insalata.

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Si possono conservare altri 4/5 giorni dopo la raccolta in frigorifero (ma non congelare), anche perché – a differenza della verdura che comincia a perdere proprietà nutritive dopo la raccolta – i germogli mantengono intatte le loro proprietà anche fuori dal germogliatore. Una cosa importante: non lasciateli nel germogliatore dopo il quinto giorno, anche se cresceranno ancora. Di fatto una crescita eccessiva comporterà una perdita di sostanze nutritive e li renderà poco commestibili.

Fonte: tuttogreen.it