Scuolabus elettrici, in USA e Canada si fa sul serio

Blue Bird e Lion Bus annunciano investimenti e partnership sui nuovi autobus elettrici per il trasporto scolastico.http _media.ecoblog.it_a_a53_scuolabus-elettrici-in-usa-e-canada-si-fa-sul-serio

L’elettrificazione del parco autobus negli Stati Uniti e nel Canada procede, concentrandosi anche sugli scuolabus destinati al trasporto degli alunni a scuola. Due grandi aziende nordamericane del settore, infatti, hanno già modelli di autobus elettrici e si stanno muovendo per assicurarsi l’infrastruttura di ricarica. La statunitense Blue Bird ha presentato due scuolabus elettrici, il Type A Micro Bird G5 il Type D poco dopo aver ricevuto un finanziamento dal Department of Energy (DOE) americano da 4,4 milioni di dollari a dicembre scorso per lo sviluppo di un terzo modello: il Type C Vision elettrico. il primo bus elettrico di Blue Bird risale addirittura al 1994, ma era un prototipo dimostrativo mentre i nuovi modelli incorporano le più recenti tecnologie in fatto di motori elettrici, batterie ed elettronica. Attualmente i bus elettrici di Blue Bird hanno batterie da 100 a 150 kWh, con una percorrenza massima di 130-160 km. Non moltissimi, ma più che sufficienti per fare diverse volte il percorso casa-scuola tipico di uno scuolabus. Proprio per questo l’azienda sta lavorando sulla tecnologia Vehicle to Grid (V2G), che permette di cedere alla rete elettrica l’energia immagazzinata nelle batterie, vendendola e guadagnandoci. Per mezza mattinata, infatti, uno scuolabus sta fermo ad aspettare l’uscita dei bambini da scuola e può vendere la sua energia (immagazzinata di notte, quando costa di meno) proprio quando essa costa di più. Tutto questo abbassa notevolmente i costi complessivi di esercizio dei mezzi, il che si traduce in un semplice concetto: scuolabus più economici per i genitori. La canadese Lion Bus, altra società nordamericana che produce autobus e scuolabus, sta facendo esattamente lo stesso percorso: pochi giorni fa ha annunciato l’accordo con Power Energy Corporation, una controllata di Power Corporation of Canada, per lo sviluppo dei suoi bus elettrici.

Lion al momento è concentrata sullo sviluppo di un minibus dedicato al trasporto di disabili e studenti, che verrà lanciato sul mercato nel 2018. La società produce già il modello eLion, con 72 passeggeri di portata massima, batterie LG da 130 kWh e una percorrenza di 90-150 chilometri per carica. Cioè, come dice la stessa azienda, fino a 15 volte la lunghezza del percorso medio tra casa e scuola.

Fonte: ecoblog.it

Carburante dall’inquinamento atmosferico? In Canada ci provano

La canadese Carbon Engineering ha inaugurato un impianto che ha come obiettivo di trasformare il CO2 inquinante e dannoso per la salute e per l’ambiente in un combustibile

Trasformare le sostanze e i materiali inquinanti in risorse potrebbe non essere più soltanto una prerogativa dei materiali solidi come alluminio, vetro e plastica. La canadese Carbon Engineering, infatti, propone di trasformare l’inquinamento atmosferico in combustibile. Il cofondatore della società si chiama David Keith ed è un fisico dell’Università di Harvard, mentre fra i finanziatori vi sono addirittura personalità come Bill Gates. Recentemente la Carbon Engineering ha inaugurato una fabbrica a Squamish, nella British Columbia che è stata realizzata proprio con l’obiettivo di trasformare il CO2 inquinante e dannoso per la salute e per l’ambiente in un combustibile. Un sistema di ventilatori presenti dentro la fabbrica convoglia l’aria in una soluzione liquida con un’alta percentuale di anidride carbonica in modo da ottenere anidride carbonica purificata. L’aria pulita viene rilasciata, mentre il liquido viene riutilizzato per il ciclo successivo con un processo “ispirato” da quello svolto dagli alberi. L’aspetto più interessante della tecnologia inventata dalla Carbon Engineering è quello di riuscire a captare un inquinamento già diffuso e disperso nell’aria. Finora, infatti, tutte le soluzioni contro l’inquinamento atmosferico riguardavano la parte precedente al rilascio, mentre questo prototipo interviene a posteriori. L’impianto pilota di Squamish imprigiona una tonnellata di anidride carbonica al giorno. Naturalmente bisognerà rendere il più economico e agevole possibile l’ultima fase del processo, quella in cui l’idrogeno (separato dall’ossigeno) verrà associato al biossido di carbonio creando così il combustibile idrocarburico.

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L’impianto di Squamish e l’idea della Carbon Engineering non sono un caso isolato visto che in Svizzera la Climeworks prevede di vendere l’anidride carbonica catturata per venderla a una vicina serra in modo da potenziare lo sviluppo dei vegetali lì coltivati.

Fonte:  Repubblica | Carbon Engineering

 

Il lungo viaggio delle farfalle monarca

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Quella della farfalla monarca (Danaus plexippus) è una delle più straordinarie migrazioni conosciute. La farfalla più conosciuta d’America, nominata “insetto nazionale” nel 1989, possiede una resistenza al volo davvero invidiabile visto che si è riusciti a monitorare un esemplare capace di percorrere 2112 km in 46 giorni. Questa sua incredibile resistenza consente alla farfalla di coprire, alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno la distanza che separa gli Stati Uniti Occidentali dalla California o il Canada Meridionale e gli Stati Uniti Centrali e Orientali da una valle situata in Messico, a 3000 metri, nella quale si concentrano circa 14 milioni di farfalle in appena un ettaro e mezzo di superficie. Negli scorsi giorni migliaia di esemplari della farfalla hanno fatto sosta nel Wendy Park di Cleveland, in Ohio. Molti amanti della natura sono accorsi da tutto lo Stato per godersi uno spettacolo eccezionale: queste farfalle sono piuttosto difficili da avvistare, anche perché la loro popolazione è in continua diminuzione. La prossima primavera la stessa rotta verrà percorsa a ritroso e così via, sempre inseguendo le temperature che consentono la sopravvivenza di queste farfalle dalla colorazione arancione e nera.

Fonte: ecoblog.it

In Appennino c’è chi fila la lana degli asini

Anna è arrivata in Italia dal Canada poco più di 3 anni fa, innamorata perdutamente di una razza di asini in via di estinzione, i Poitou. Da allora ha creato tutto un mondo intorno a loro per contribuire a salvarli. Nel 2013 ha fondato Terra Tashi Academy, fila la lana dei suoi asini Poitou, organizza corsi di filatura e tintura e ospita singoli e gruppi nella natura del suo “rifiugio” sull’Appennino tosco-emiliano.terratashi

Lei si chiama Anna Grilli e… fila la lana degli asini. E nemmeno asini qualunque, bensì i rarissimi e minacciati Baudet du Poitou. Ne ha due, Rosalie e Pitu, registrati al libro genealogico HARAS in Francia e l’intenzione è quella di aumentare il numero. Per questo organizza campagne di raccolta fondi e cerca soci. Nel suo casale sull’Appennino tosco-emiliano ospita anche singoli e gruppi che abbiano voglia di conoscere gli animali e di trascorrere giornate a contatto con la natura nella bellissima val di Taro. Poi organizza programmi autunnali per la raccolta di funghi, castagne e noci, trekking e corsi di filatura e tintura della lana e lavoro a maglia. Ma Anna non ha sempre fatto questo mestiere, viene da scelte radicali, da un cambiamento totale. «Ho lavorato per 25 anni nel mondo professionale delle telecomunicazioni come analista in Canada e negli Stati Uniti per il settore pubblico e privato, dirigendo la progettazione delle infrastrutture di telecomunicazioni e la configurazione dei sistemi PBX. Nei primi anni ’90 ho preso un anno sabbatico e ho viaggiato per tre anni in giro per il mondo; in quel periodo vivevo con i gruppi di minoranza per imparare stili di vita e culture primitive» spiega Anna. «Poi mi rifugiai in Gaspésie, una delle cinque regioni del Québec marittimo dove vivevo con i Micmac, popoli e ho imparato i rituali indigeni e l’erboristeria. Nel 1996 ho deciso di tornare alla mia pratica professionale, ho vissuto in molte parti del Canada e Stati Uniti. Ho messo in pratica le mie conoscenze e capacità artistiche, giardinaggio biodinamico, mantenendo razze rare e minacciate di pollame. Nel 2004 ho lasciato nuovamente il lavoro e ho viaggiato nel Sud-Est asiatico. Nel 2008, sono andata ad Assisi, dove la mia vita ha preso una piega diversa. Appena tornata in Canada dopo il pellegrinaggio, ho deciso di dedicare la mia vita a salvare gli animali rari e in via di estinzione e ho acquistato Rosie e Pitu. Gli asini Poitou sono di origine preistorica e nel 1977 erano soltanto 44 in tutto il mondo. La razza si sta riprendendo. Nel 2011 mi sono trasferita in Italia con i miei animali, in un piccolo villaggio sugli Appennini dove abbiamo fondato Terra Tashi Academy per offrire un luogo d’appoggio per i pellegrini di tutte le età». E Anna è affascinata anche dalla lana che i suoi asini producono. «La lana è una meraviglia, ci unisce con il pensiero tramite un filo all’infinito» spiega. «La mia curiosità mi ha spinto verso un mondo primitivo, dove la vita é più serena e pacifica, portandomi a vivere e viaggiare allo scopo di conoscere questa realtà attraverso i paesi dell’Oriente, seguendo il sentiero della seta e le culture di popoli indigeni. La famosa “Silk Road” dove il tempo non viene scandito, dove il presente consiste nel badare alla propria sopravvivenza e nel custodire l’ambiente per il bene di tutti. Dai popoli primitivi si impara umiltà, consapevolezza, condivisione di valori essenziali». Anna veniva dall’Italia prima di trasferirsi in Canada, è nata in una casa di contadini, «dove ho potuto conoscere ancora una vita sobria e autarchica» spiega. Poi è emigrata in Canada con la famiglia, dove ha vissuto per 43 anni, «entrando in contatto con una società di consumismo di massa e diventandone vittima». Oggi è di nuovo nel luogo da cui era partita, «seguo uno stile di vita essenziale e rustico e porto avanti la mia piccola accademia per la di salvaguardia di animali in via d’estinzione. Ho iniziato a filare la lana degli asini Poitou per stimolare l’interesse e creare un ambiente unico per il loro benessere e la loro salvaguardia.  La lana d’asino Poitou è comparabile alla lana di Alpaca, una lana di qualità superiore». Nel suo casale e sulla sua terra Anna vive di raccolte, ortaggi, prodotti naturali e attività d’artigianato con la lana. «Stiamo iniziando progetti di coltivazione di semi antichi con l’aiuto di sostenitori e donazioni. Facciamo corsi di filatura di lana, tintura della lana con piante officinali, terra cruda, trekking con asini tutto l’anno per il pubblico. Tutto nella consapevolezza che vivere di e con semplicità è vera vita».

Info: www.terratashi.com

Fonte: ilcambiamento.it

Energie fossili e rinnovabili a confronto a Cinemambiente

Dall’Alaska al Burkina Faso, dal Canada alla Francia, Energized di Hubert Canaval mette a confronto i vari tipi di energia facendo il punto della situazione sull’impatto ambientale delle diverse opzioni

Le illusioni di una politica energetica comune, tesa alla riduzione delle emissioni e di politiche aventi l’obiettivo di limitare le conseguenze dei cambiamenti climatici vengono ridotte a favole per adulti dopo aver assistito a Energized di Hubert Canaval, proiettato ieri in anteprima nazionale al festival Cinemambiente. I disastri ecologici come quello della Deepwater Horizon e della centrale di Fukushima non sono moniti, ma soltanto incidenti di percorso, la devastante fenomenologia di un inarrestabile ideale sviluppista che la crisi è riuscita a rallentare per qualche anno. Anche la speranza che le nazioni e i gruppi di potere che reggono l’economia mondiale si possano sedere a un tavolo per fissare direttive condivise atte a limitare lo scioglimento dei ghiacciai è una favola. Energized ci mostra come sia ormai dato per scontato lo scioglimento del permafrost e, quindi, la conseguente corsa alla spartizione della “torta” artica. Stati Uniti, Canada, Russia e, in misura minore Danimarca e Norvegia stanno preparando le flotte da dirigere verso il Polo Nord. Nel 2025 quando la riduzione della calotta artica consentirà di muoversi con disinvoltura al Polo Nord inizierà lo sfruttamento di un territorio nel quale si ipotizza siano custoditi il 13% dei giacimenti mondiali di gas e il 30% delle riserve globali di petrolio. Gli Stati le cui acque si affacciano sul Polo Nord smaniano dalla voglia di piantare bandiere ed è probabile che fra un decennio la lotta per tracciare i confini delle acque territoriali alzerà la tensione fra le nazioni chiamate in causa. Le energie alternative? Energized mostra alcune delle possibilità per uscire dal gregge: il fotovoltaico in Burkina Faso, le biomasse e l’olio di girasole in Austria. Il problema è solo ed esclusivamente politico. Il patto di ferro fra politica e potentati economici prevede un accentramento del controllo dell’energia, mentre le fonti rinnovabili ne sono una redistribuzione democratica. Le impressionanti immagini di Fort McMurray, la regione dell’Alberta nella quale si estraggono le sabbie bituminose che alimentano il sogno di autonomia energetica di Stati Uniti e Canada, sono la macroscopica evidenza di una scelta condivisa tanto dall’occidente, quanto dai Brics. È una triste evidenza, ma questo è quanto: lo spazio per le energie alternative è circoscritto a comuni, regioni e nel migliore dei casi a nazioni-laboratorio. Corpi estranei dell’economia neo-liberista e post-industriale, le fonti pulite sembrano essere respinte, sempre di più, ai margini, a una dimensione locale, quando non individuale. Con la politica che rema contro, come in Italia dove è stato recentemente approvato l’aumento del valore catastale per chi decide di mettere sul tetto pannelli fotovoltaici con una potenza superiore ai 3 kilowatt

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Foto | Energized

Fonte: ecoblog.it

Il Canada rivendica il polo Nord nella corsa al petrolio artico

Le riserve di petrolio e gas naturale sono meno rilevanti di quello che si vorrebbe fare credere, ma il loro sfruttamento creerebbe comunque enormi rischi ambientaliOrso-polare-Canada

Cercando di giocare d’anticipo, qualche giorno fa il Canada ha rivendicato il possesso del polo Nord presso le Nazioni Unite, nell’intento di assicurarsi la più ampia fetta possibile delle riserve di petrolio e gas della zona artica. E’ improbabile che questa mossa dal vecchio sapore imperialista possa portare a qualche risultato, dal momento che l’area è rivendicata anche da Russia, Stati Uniti e Danimarca, che mantiene ancora la sovranità sostanziale sulla Groenlandia. La Russia sta attuando una politica imperialista ben più aggressiva, come dimostra la vicenda della repressione della protesta di Greenpeace. Molti sostengono che la zona artica possa contenere una quota considerevole delle riserve non ancora scoperte: 15% per il petrolio e 30% per il gas naturale. Dal momento che il concetto di “riserva non ancora scoperta” è piuttosto discutibile dal punto di vita scientifico, sarebbe opportuno confrontare le stime sui giacimenti artici con le riserve provate e tecnicamente estraibili. Secondo l’USGS, a nord del circolo polare potrebbero esserci 12 Gt di petrolio e 6 Gtep di gas naturale, che rappresentano rispettivamente il 5% delle riserve stimate di greggio (235 Gt) e il4% di quelle di gas (187 Gtep). I numeri sono quindi assai più bassi di quanto si vorrebbe fare credere. L’ errore compiuto anni fa da qualche giornalista si riproduce imperturbabile di sito in sito, ma è anche perfettamente funzionale a chi vorrebbe attrarre investimenti per una nuova bolla speculativa. L’estrazione del petrolio nella regione artica si scontra con enormi difficoltà tecniche, come dimostra la sospensione delle trivellazioni nel mare di Beaufort da parte di Shell in seguito agli incidenti accaduti alle sue piattaforme off shore. Come da tempo chiedono i Verdi europei, occorre un trattato internazionale che dichiari l’artico bene comune, sottraendolo alle mire di petrolieri e militari.

Fonte: ecoblog

Alberta, Canada: livelli tossici di mercurio su un’area di 20000 km² intorno alla capitale delle sabbie bituminose

Lo scavo delle sabbie bituminose a Fort Mc Murray causa emissioni incontrollate di mercurio che hanno contaminato un’area grande quasi come la Lombardia. I livelli sono 16 volte superiori ai limiti di legge.Area-contaminata-da-Mercurio-Alberta

Secondo i ricercatori canadesi, un’area di 20000 km² è contaminata con livelli di mercurio 16 volte superiori ai limiti di legge. La zona si trova naturalmente intorno a Fort Mc Murray, la capitale delle sabbie bituminose dell’Alberta, che si vanta di essere la terza “nazione” al mondo per riserve di petrolio dopo Arabia e Venezuela. La contaminazione maggiore riguarda l’occhio centrale, pari a circa il 10% dell’area. A Fort Mc Murray vivono oltre 60000 persone. Il Mercurio è un potente neurotossico che può causare gravi danni alla nascita e disturbi neurologici e si accumula nella catena alimentare, passando dai vegetali, agli erbivori, ai carnivori (soprattutto pesci) e all’uomo. La situazione è così critica che il ministro dell’ambiente Leona Aglukkaq (quella della gaffe dell’orso) a ottobre ha firmato un trattato internazionale con l’impegno a ridurre le emissioni nell’ambiente. Per gli scienziati il mercurio è la preoccupazione numero uno tra le tossine generate dalle operazioni di conversione delle sabbie bituminose in greggio sintetico. Anche i i gruppi ambientalisti e i nativi canadesi sono preoccupati dell’impatto dell’industria bituminosa sulla pesca, la caccia e la sopravvivenza di tutta la vita selvatica nelle zone a valle degli stabilimenti. I ricercatori hanno trovato alti livelli di mercurio in laghi dall’apparenza incontaminata tra i 10 e i 50 km dalle zone di scavo. La concentrazione di altri metalli come zinco, nickel e vanadio è cresciuta a partire dagli anni ‘60 per raggiungere un picco negli anni ‘90 a causa di un maggiore controllo delle emissioni. Così non è successo per il mercurio che invece ha continuato a crescere indisturbato.

 

Fonte: ecoblog

Ontario, previsione di produzione eolica a 48 ore con errore del 5-10%

Le previsioni del tempo permettono di prevedere anche la produzione eolica delle successive 48 ore con un errore del 5-10%Produzione-prevista-ed-effettiva-di-energia-eolica-Ontario

La regione dell’Ontario, Canada, non è solo riuscita a consegnare il carbone alla storia, ma si sta anche impegnando sul fronte delle rinnovabili: con 1, 7 GW di potenza eolica installata, contribuisce per il 28% alla produzione canadese da vento, che a sua volta si colloca al nono posto nel mondo. L’aspetto più interessante dell’eolico dell’Ontario è tuttavia dato dal servizio di previsione della produzione basato naturalmente sulle previsioni meteorologiche. Il grafico in alto mostra ad esempio le previsioni per la giornata di ieri, 27 novembre 2013, unitamente alla produzione effettiva (1). Sembra che si sia trattato di una giornata particolarmente proficua, dal momento che il load factor è stato intorno al 75%.

L’accordo è buono, con una variazione massima di più o meno 10% durante la giornata e uno scarto complessivo del 5%. Un servizio simile è di grande importanza, perchè in futuro potrebbe permettere di programmare le attività più energivore (almeno a livello domestico) durante le ore di maggiore vento. In un sistema smart, questo potrebbe persino essere svolto in modo semiautomatico dalla domotica, segnalando i giorni migliori in cui attaccare la lavatrice o infornare una torta di mele. L’Ontario intende installare altri 3 GW da qui alla fine del 2015, ma forse anche prima. In questo modo il Canada potrebbe superare anche l’ Italia se noi dovessimo restare fermi, prigionieri come siamo delle lobby fossili antirinnovabili. L’esempio della regione canadese è particolarmente interessante, perchè mostra che non occorre attendere programmi e decisioni dei governi centrali, ma è possibile iniziare ad agire già ora a livello locale.

(1) Le previsioni vengono effettuate per le successive 48 ore e vengono quindi riaggiornate di ora in ora. La curva rossa tratteggiata rappresenta la previsione effettuata nelle prime ore del 27 novembre e non tiene conto dei successivi aggiustamenti nel corso della giornata.

Fonte. ecoblog

Canada, maggiore esposizione agli inquinanti e rischio di leucemia per chi vive sottovento agli impianti di sabbie bituminose

Le concentrazioni di noti inquinanti cancerogeni da 10 a 100 volte i valori di riferimento, con un aumento del rischio di cancro del 25%.Inquinanti-sottovento-Canada-sabbie-bituminose

Lo studio delle università della California e del Michigano appena pubblicato su Atmospheric Environment non lascia adito a dubbi: in Alberta il trattamento delle sabbie bituminose causa un aumento delle leucemie nelle zone sottovento. Il grafico in alto mostra la concentrazione di alcune sostanze inquinanti in tre aree residenziali situati sottovento rispetto ai venti prevalenti nel cosiddetto Industrial Heartland (Ind. 1,2, e 3) in un’area rurale lontana dagli impianti petrolchimici (Bkgd. 1) ed un’altra più vicina (Bkgc. 2). Le differenze nel livello di inquinanti sono molto più elevate,  rispetto a quanto potrebbe sembrare a prima vista perchè il grafico è logaritmico (1)da dieci a cento volte in più rispetto ai valori di riferimento. Lo studio ha esaminato anche l’impatto sulla salute dei canadesi, trovando una maggiore incidenza di leucemie e linfomi tra la popolazione più esposta (grafico in basso). Chi vive nei pressi degli stabilimenti petroliferi ha un 25% di probabilità in più di ammalarsi e tale rischio è aumentato negli anni con il crescere della produzione industriale. Il dato è molto significativo, tenuto conto che le registrazioni relative ai tumori non sono sempre molto precise e non hanno molte informazioni correlate (storia lavorativa, durata della residenza in zona). La conclusione dei ricercatori, pur nel linguaggi o misurato di un articolo scientifico, è netta: “suggeriamo che una riduzione immediata delle emissioni di noti cancerogeni come il benzene e l’1,3-butadiene sia prudente e giustificata”.Incidenza-cancro-Alberta

(1) Si tratta di un cosiddetto box-whisker plot (grafico “a scatole e baffi”). Le scatole rappresentano la metà della popolazione di valori, la linea orizzontale è la mediana e i baffi denotano il valore minimo e massimo. Quando il minimo o il massimo sono molto scostati rispetto al resto della popolazione sono indicati come punti singoli (outliers). L’unità di misura è parti per trilione (10^12) in volume (pptv).

Fonte: ecoblog

Canada, cresce la protesta contro gli oleodotti per le tar sands verso l’Atlantico

La ferma opposizione delle comunità locali ha bloccato una stazione di pompaggio per un oleodotto per portare il petrolio da tar sands verso l’Atlantico e in tutto il paese cresce la protesta verso l’energia sporca delle sabbie bituminose

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Cresce in Canada la protesta contro i mega progetti di oleodotti per trasportare il petrolio da tar sands estratto nell’Alberta verso il mare, e riesce anche a ottenere i primi successi. Dopo aver bloccato l’oleodotto verso il Pacifico, ora è la volta dell’oleodotto Atlantico. I baroni delle sabbie vorrebbero invertire il flusso del vecchio oleodotto Portland (Maine) – Montreal (Quebec); costruito nel dopoguerra per portare greggio dal mare al Canada,  invece ora secondo le intenzioni dei petrolieri dovrebbe portare il combustibile ottenuto dalle sabbie bituminose agli affamati mercati americani (vedi mappa in fondo al post). Grazie all’opposizione dei residenti della piccola città di Dunham, dopo cinque anni di battaglie legali è stata finalmente bloccata la costruzione di una stazione intermedia di pompaggio essenziale alla costruzione dell’oleodotto. E’ un’importante vittoria dei cittadini contro colossi multinazionali quali Suncor e Shell. I cittadini del Quebec si stanno anche opponendo ad un progetto alternativo,l’oleodotto Energy East (mappa in fondo) che dovrebbe portare il petrolio verso il mare seguendo una direttrice più a nord, verso il New Brunswick. Il Quebec non vuole più vedere disastri civili e ambientali come quello recente di Lac Megantic, dove il deragliamento di un treno che trasportava 10000 tonnellate di shale oil USA per le raffinerie canadesi ha provocato 47 morti, la distruzione di oltre 30 edifici e danni per 200 milioni di $. L’incidente è il più grave disastro ferroviario canadese dal 1864 ed è avvenuto per cause ancora più stupide dell’incidente di Viareggio, visto che il convoglio di 74 vagoni non era stato ben frenato. Essendo lontani dalla coste, i baroni canadesi del petrolio hanno un bisogno disperato degli oleodotti per ridurre i costi di estrazione e spuntare prezzi più alti sul mercato mondiale. Questo potrebbe portare ad un aumento del costo dell’energia per gli stessi canadesi. Se uniamo questa possibilità al fatto che i colmata 40000 posti di lavoro creati dagli oleodotti si ridurrebbero solo a qualche migliaio di impieghi temporanei, non possiamo dare torto al Guardian quando dice che “gli oleodotti non serviranno a costruire una nazione, perché sono una grande truffa“.Energy-east-pipeline

Fonte: ecoblog