Cascina Cuccagna e la rinascita della socialità a Milano

Un laboratorio attivo di socialità urbana e buone pratiche, un punto di riferimento di uso quotidiano a Milano, un vero e proprio avamposto agricolo in centro città, in grado di far rivivere la relazione vitale tra città e campagna. Tutto questo è oggi la Cascina Cuccagna, settecentesca cascina urbana recuperata grazie ad un progetto di rigenerazione dal basso.

Nel cuore di Milano, nascosta tra i palazzi di Corso Lodi, alle spalle di Porta Romana, si trova dal 1695 una delle più attive tre cascine milanesi: la Cascina Cuccagna. La cascina è stata riaperta al pubblico nel 2012, a seguito di un attento restauro conservativo, realizzato e interamente finanziato da un gruppo di associazioni e cooperative sociali. Il progetto per questa cascina è nato grazie all’interesse dimostrato, a partire dal 1998 (quest’anno compie 20 anni!), da parte di un gruppo di cittadini e associazioni che hanno fondato la Cooperativa Cuccagna.

Questo luogo è stato recuperato e viene oggi utilizzato in armonia con la sua destinazione originaria; gli spazi sono gestiti in modo da creare opportunità di lavoro attraverso una rete di competenze, energie, risorse e imprese che danno luogo ad uno spazio di scambio, condivisione e svago accessibile a tutti. Oggi è un amatissimo punto d’incontro, uno spazio aperto alla cittadinanza dove prendono vita attività e progetti legati alla valorizzazione di stili di vita sostenibili, all’alimentazione, a produzioni e consumi consapevoli, al riuso e al riciclo. Cascina Cuccagna invita alla riscoperta di saperi legati alla cultura e al territorio anche con progetti di coesione e integrazione. Negli spazi della cascina l’ACCC (Associazione Consorzio Cantiere Cuccagna) promuove direttamente iniziative e progetti, anche su proposta di cittadini, volontari o associazioni. Nella cascina collaborano molte realtà che gestiscono gli spazi e le numerosissime attività che si svolgono al suo interno.cascina-cuccagna1

Gli abitanti della cascina:

Ass. Culturale Aprile: questa associazione è tra i soci fondatori di ACCC, essa progetta spazi pubblici, promuove e realizza eventi di aggregazione e sviluppa campagne di comunicazione. Ha creato per la Cuccagna diversi progetti ed eventi e condivide con enti pubblici e privati le competenze e le risorse acquisite.

Un posto a Milano: cucina, bar e foresteria. Molto più che una semplice trattoria. Le ricette sono pensate sulla base dei migliori prodotti stagionali del territorio. I principali ingredienti di ogni piatto hanno il riferimento alla provenienza; sul sito, c’è anche la simpatica indicazione del tempo che occorre, a piedi, per raggiungere i diversi produttori. La Foresteria inoltre ha a disposizione 12 posti letto.

La Fioreria: una bottega di fiori di stagione, piante biologiche e fiori poco comuni, provenienti da vivai e produttori virtuosi. Un luogo in cui riempirsi gli occhi di bellezza, il naso di profumi e la testa di ispirazioni.  La Fioreria Cuccagna è un luogo di condivisione e di scambio dove seguire un corso o workshop, ascoltare una presentazione, guardare foto o quadri in mostra temporaneamente.18673202251_afff539bf0_b

Viaggi nella natura: presso questa agenzia, nata dal progetto di Four Seasons – Natura e Cultura, è possibile trovare proposte di viaggi e trekking, creare un viaggio su misura, ricevere suggerimenti per escursioni, consultare e acquistare libri dedicati ai viaggi e alla natura. I libri in vendita sono, per la maggior parte, pubblicati dalla casa editrice Terre di Mezzo, questa promuove il turismo lento alla scoperta delle regioni italiane e non solo.

Ciclofficina: uno spazio di valorizzazione pratica della bicicletta e alla sua manutenzione. L’autoriparazione è concepita come parte di un più ampio progetto culturale che ha l’ambizione di entrare nel quotidiano delle persone e renderle protagoniste del cambiamento. Infatti i laboratori di auto-riparazione assistita sono gratuiti. Alla ciclofficina Cuccagna, nata con la riapertura della cascina, è possibile far aggiustare le proprie bici o comprarne di usate.

Falegnameria: è uno spazio dedicato all’autoproduzione, alla riparazione e al riuso di oggetti in legno, qui vengono creati e sistemati gli arredi per ACCC.

EStà – Associazione  Economia  & Sostenibilità: è un centro di ricerca e formazione che organizza conferenze, seminari e molto altro, per informare, studiare e progettare modelli di sviluppo territoriale, distretti di economia circolare e progetti di innovazione sociale.

Cascina Cuccagna inoltre è attenta ai bisogni della città e dei cittadini: nel 2016 è stato avviato un progetto accoglienza e integrazione, “Cuccagna Solidale”, rivolto a donne migranti,  anche con bambini, appena giunte in Italia da Somalia ed Eritrea. Il progetto poi si è ampliato con “DOLM – Donne Oltre le mura”, per donne sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria o a fine pena, ristrette negli Istituti Penitenziari di Bollate e San Vittore o in carico all’UEPE.  7948813436_88b1286835_b

Alla Cascina Cuccagna inoltre un gruppo di professionisti offre, a chi ne ha bisogno, un servizio di primo orientamento gratuito in ambiti vari: legale, fiscale, di ascolto (relazioni familiari), condominiale, ecc… Qui è possibile affittare gli spazi per gli eventi pubblici e privati e seguire una vasta gamma di corsi: di teatro, fotografia, cucina e nutrimento, yoga, tango, apicoltura, sartoria, giardinaggio e grazie al Carrousel Cuccagna, di handmade (gli oggetti fatti dagli artigiani si possono comprare). Imperdibile poi è l’appuntamento del martedì pomeriggio: il mercato agricolo, in queste ore settimanali è possibile fare la spesa di prodotti locali direttamente dal contadino! Cascina Cuccagna è un vero e proprio avamposto agricolo in centro città, capace di far rivivere, negli stili di vita e nelle pratiche quotidiane, la relazione vitale tra città e campagna.

Intervista: Alessandra Profilio e Paolo Cignini

Riprese e Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/01/io-faccio-cosi-195-cascina-cuccagna-rinascita-socialita-milano/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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“Sognavo di fare la contadina e miei amici mi prendevano in giro!”

La modernità ha sempre relegato in fondo alla scala sociale i contadini e chi appartiene al mondo rurale. Eppure da piccola il sogno di Manuela era proprio quello di vivere in campagna e coltivare la terra. In questa intervista ci racconta la sua storia e ci fa capire perché è così importante sostenere i piccoli agricoltori.

Quando entro nel grande capannone dove ogni giovedì si tiene il mercato di Campi Aperti, riconosco subito il banchetto di Manuela: alcuni tavoli uniti insieme su cui sono esposte pagnotte, torte salate, teglie di lasagne, panini imbottiti e tante altre prelibatezze che rispecchiano perfettamente l’aspetto e il modo di fare della persona che sta dietro al banco: rude e genuino, come tutto ciò che arriva dalla campagna più vera.manuela1

Immagine tratta dal documentario “La Pecora Nera (The Black Sheep)”

Delegata per qualche minuto la gestione delle vendite, ci sediamo su un divanetto e cominciamo a chiacchierare a ruota libera. «Il mio sogno è sempre stato quello di fare la contadina. Gli amici mi prendevano in giro perché ai miei tempi chi lavorava nei campi era in fondo alla scala sociale, ma io ero cresciuta in campagna, insieme a mia zia, e il clima di unione e solidarietà che si respirava nella sua famiglia mi aveva conquistata».

La carriera di Manuela inizia circa trent’anni fa nella Farnia, una delle prime aziende in cui si affrontava un tema come la biodinamica, «che oggi – sottolinea lei – è diventata quasi una moda. Volevo fare la cuoca, non avevo esperienza ma sentivo che cucinando potevo liberare la mia creatività, esprimermi senza essere schiava di strutture mentali».

L’avventura in Farnia dura diversi anni, durante i quali Manuela si avvicina ad altre discipline come l’antroposofia. Ma anche questo ambiente le va stretto e talvolta le da l’impressione di essere troppo chiuso. Nel 2000 finalmente si concretizza il suo sogno e, insieme al marito, acquista un terreno nella montagna reggiana e comincia la sua vita da contadina: «Siamo partiti con un piccolo appezzamento perché non volevo avere un impatto forte sul luogo che ci ospitava, ma costruire mattone dopo mattone la mia attività».manuela4

Attualmente, il suo terreno è di circa 9 ettari e ospita cinque fabbricati, che piano piano i due coniugi stanno ristrutturando. «La gradualità ci aiuta a capire cosa è meglio per noi e per questo luogo». La casa dove vivono è stata restaurata con l’aiuto dell’architetto Federico Venturi, giunto in modo del tutto inaspettato: «Un giorno Federico stava passeggiando nella nostra zona in cerca di notizie sulla sua famiglia – originaria di qui –, ha visto la casa e ci ha chiesto se poteva darci una mano nei lavori. Ha iniziato a vivere con noi e a partecipare alle nostre attività: voleva capire esattamente quali fossero le nostre esigenze per progettare una casa su misura, realizzata con passione e con le risorse del posto. Il risultato è stupendo e in perfetta armonia con il nostro stile di vita e con l’ambiente che ci accoglie».

Nel corso dell’anno, Manuela ospita tante persone che vivono e lavorano con lei per sperimentare la vita rurale. «Moltissimi arrivano qui in cerca di una soluzione alla crisi di valori e personale che stanno attraversando. Io sono contenta perché da un lato li aiuto a trovare una strada, che può essere quella che porta alla campagna, dall’altro, li coinvolgo in uno scambio di saperi ed esperienze che arricchisce sia me che loro». Ma con molta schiettezza, aggiunge che la fa piacere anche perché «in campagna c’è sempre bisogno di braccia: noi siamo in due e da soli non ce la faremmo!»manuela3-1030x555

Immagine tratta dal documentario “La Pecora Nera (The Black Sheep)”

 

Gli ospiti di Manuela spesso si stupiscono per il silenzio assoluto che regna nei boschi dove lei abita: «Alcuni dopo pochi giorni scappano a gambe levate, altri invece non ce la fanno a tornare in città, dove il rumore accompagna ogni istante della vita». Ma ciò che accomuna ciascun frequentatore della sua fattoria è l’amore per la Terra e la ricerca di un’alternativa a una vita alienante, trascorsa a lavorare ogni giorno facendo qualcosa che non gli piace. L’atmosfera che Manuela riesce a dipingere è meravigliosa, autentica e genuina. Ma il progetto può funzionare anche economicamente? Glielo chiedo e mi risponde così: «Noi piccoli contadini siamo sempre in bilico. Certo, potrei aumentare la produzione, acquistare animali e altri pezzi di terra e guadagnare di più. Ma così rischierei di alterare tutte quelle dinamiche non solo biologiche ma anche sociali e relazionali che rendono la mia attività davvero sostenibile. Attualmente seguo tutta la filiera dei miei prodotti, dalla semina alla raccolta, dalla lavorazione alla vendita. Se mi ingrandissi non so se ci riuscirei ancora».manuela2-1030x563

Immagine tratta dal documentario “La Pecora Nera (The Black Sheep)”

 

La verità è che bisogna cambiare il modello economico e tutelare di più i piccoli produttori. «Se si vuole supportare i contadini si deve fare consumo critico e comprare direttamente da loro. I supermercati e le linee biologiche della grande distribuzione sono una condanna per noi, oltre a essere completamente privi del legame con la Terra».

Ma Manuela è consapevole di una cosa: i sogni devono avere i piedi per terra. Per questo ha acquistato una porzione di terreno su cui scorre un torrente e vorrebbe installare delle turbine idroelettriche per produrre elettricità e supportare economicamente l’attività agricola. «Questo ci consentirebbe di non avere affanni e di dedicarci con più serenità alla cura della Terra. In fondo, ci consideriamo solo custodi di questi luoghi e il nostro compito è difenderli e tutelarne la bellezza».

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/11/sognavo-di-fare-la-contadina/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=general

Lavoro in campagna, la nuova scelta delle ragazze

Giovani, laureate, innovatrici e appassionate. Sono le ragazze che hanno deciso di puntare sulla campagna. Da un’analisi della Coldiretti emerge che nel 2015 sono aumentate del 76% le italiane under 34 che hanno scelto di lavorare in agricoltura.

“Quasi quasi scelgo la campagna!”. E lo fanno davvero. Imprenditrici agricole, coadiuvanti familiari, socie di cooperative. Nel 2015 sono aumentate del 76% le ragazze italiane under 34 che hanno deciso di lavorare indipendentemente in agricoltura. Il dato emerge dall’analisi Coldiretti “Più lavoro in agricoltura dall’innovazione – Missione cambiamento: le risposte dei giovani agricoltori”, illustrata alla Fieragricola con le esperienze creative di imprenditori agricoli innovatori che hanno presentato nuovi prodotti e tecnologie.shutterstock_97336082-680x453

La crescita femminile è pari al triplo di quella registrata dai coetanei maschi che aumentano comunque del 27%, sulla base dei dati Istat relativi a primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Va affermandosi così una nuova generazione di 60mila contadini, allevatori, pescatori e pastori che costituiscono uno dei principali vettori di crescita del settore agroalimentare italiano grazie ad una capillare e rapida acquisizione di processi innovativi che favoriscono l’occupazione. Un numero sempre più elevato di ragazzi, riferisce la Coldiretti, decide di dare continuità all’azienda familiare. Tuttavia la vera novità è rappresentata dai cosiddetti agricoltori di prima generazione, ovvero i giovani provenienti da altri settori o da diversi vissuti familiari che decidono di scommettere sull’agricoltura, con passione, innovazione e professionalità. Tra le new entry giovanili nelle campagne – secondo una analisi della Coldiretti/Ixè – ben la metà è laureata, il 57 per cento ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74 per cento è orgoglioso del lavoro fatto ed il 78 per cento è più contento di prima. Peraltro, la scelta di diventare imprenditore agricolo è apprezzata per il 57 per cento anche dalle persone vicine, genitori, parenti, compagni o amici.grow-movie_AMP3944

“C’è un intero esercito di giovani che hanno preso in mano un settore considerato vecchio, saturo e inappropriato per immaginare prospettive future e ne hanno fatto un mondo di pionieri, rivoluzionari, innovatori e attivisti impegnati nel costruire un mondo migliore per se stessi e per gli altri”, ha affermato Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti. Secondo una indagine della Coldiretti, le aziende agricole dei giovani possiedono, una superficie superiore di oltre il 54 per cento alla media, un fatturato più elevato del 75 per cento della media e il 50 per cento di occupati per azienda in più. Ci sono opportunità di insediamento nell’agricoltura italiana per almeno ventimila giovani fino al 2020 con l’approvazione da parte della Commissione Europea di tutti i Piani di sviluppo rurale presentati dall’Italia. Secondo lo studio presentato dalla Coldiretti alla Fieragricola emerge che gli interventi si rivolgono a giovani agricoltori tra 18 e 40 anni non compiuti e possono arrivare ad offrire fino a 70.000 euro a fondo perduto per iniziare l’attività oltre a un contributo a fondo perduto sugli investimenti aziendali che può arrivare sino al 60%. “Abbiamo di fronte una occasione forse irripetibile per sostenere il grande sforzo di rinnovamento dell’agricoltura italiana e di sostenere la competitività delle imprese”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo che ha sottolineato “l’importanza del dialogo con la pubblica amministrazione per rendere più agevole e veloce l’accesso alle misure previste dai Piani”.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2016/02/lavoro-in-campagna-scelta-ragazze/

“Come una città, da centro, diventa periferia e poi campagna è uno spettacolo”. Lettera di un viandante occasionale

In occasione della Giornata Nazionale del Camminare del 12 ottobre, pubblichiamo la lettera di Matteo Volpengo che racconta una camminata di sei ore per arrivare da Torino a Grange di Brione “Attraversare una città piano piano, vederla sfilare, diradarsi e poi sparire. Il primo prato, il primo campo. I primi alberi selvatici, preludio di bosco”380546

Caro Paolo,

questo pomeriggio sono tornato a casa a piedi. Tu abiti praticamente nel centro di Torino, io abito a Grange di Brione, una piccola frazione a ridosso delle montagne. Di mezzo ci sono 20 Km. Ho camminato per sei ore.
Ieri sono venuto giù in bici e ci ho messo 1 ora e 10. Perché non ho fatto anche il ritorno in bici? Perché ho scoperto che il sellino mi dà fastidio: è troppo piccolo e duro. Perché non sono mai andato da Torino a casa mia a piedi.
Perché avevo tempo. E’ stato bellissimo. Anche se all’inizio mi sembrava un po’ un’impresa. Non per la lunghezza del tragitto, sono abituato fin da piccolo a fare lunghe camminate in montagna. E’ che sembra impossibile uscire da una città a piedi, soprattutto quando ti trovi nel suo centro. La maggior parte delle persone che vedi camminare in città fa perlopiù tragitti brevi; per i lunghi spostamenti si usano le automobili o la bici. Nessuno qui esce dalla città a piedi per andare in un posto a 20 Km di distanza, casa. In Africa sì, lo fanno.  Avevo tempo, avevo bisogno di riflettere e di vedere le cose da un altro punto di vista. Già, perché fare a piedi un percorso che sei abituato a fare in macchina o in bici è completamente diverso. Prima di tutto è molto pericoloso, non puoi camminare a piedi su una strada statale, con le macchine che ti sfrecciano di fianco a 80-90 Km orari. Cioè puoi farlo, ma è degradante. Ho provato: ti senti piccolo piccolo, vulnerabile, sfigato, continuamente in balia di questi mostri di metallo velocissimi e pesanti.
E’ un modo per rendersi conto della violenza delle automobili: non perdonano nulla che non vada alla loro stessa velocità e che non sia della loro stessa stazza. Fortunatamente da qualche anno sulla statale che conduce al mio paese hanno costruito una pista ciclabile. Non lungo tutto il percorso però. Insomma, se in bicicletta puoi permetterti di stare in strada insieme alle automobili, a piedi no, cioè puoi, ma proprio se non puoi farne a meno.
Pensa che effetto fa agli automobilisti vedere uno che cammina a bordo strada, lungo una provinciale di campagna, appena fuori dalla città. Poverino. Povero Cristo. Non avrà un posto dove andare. Chissà perché è lì. Che cavolo fa che ancora un po’ lo investo!? Il nostro è un mondo è costruito per le macchine, non per i piedi degli esseri umani. Se vuoi camminare vai in montagna, vai nei parchi, vai in vacanza. Prenditi un week-end, una mezza giornata. Prendi l’automobile (appunto) e recati in un bel posto, lontano dalla tua quotidianità. Sono riflessioni che ti vengono mentre cammini.

Attraversare una città piano piano, vederla sfilare, diradarsi e poi sparire. Il primo prato, il primo campo. I primi alberi selvatici, preludio di bosco.Non è bello come un parco nazionale, ma molto reale, vicino, interessante. Come una città, da centro, diventa periferia e poi campagna è proprio uno spettacolo, a cui i nostri occhi non sono più abituati. Quasi quasi rinuncio alla bici. Ti rendi conto delle distanze, misuri umanamente le distanze. Siamo abituati ad essere costantemente al di sopra dei ritmi del nostro corpo: 20 minuti in macchina, 1 ora in bici, 6 ore a piedi. Tempo, passi, paesaggio, sudore, corpo, il proprio corpo che cammina, osserva, comprende.

E’ strano camminare dove tutti gli altri procedono in auto o al massimo in bici (questo succede appena uscito dalla città).
I piedi non amano l’asfalto, nemmeno quello della pista ciclabile; vorrebbero il sentiero, la terra, i sassolini, l’erba.

Appena posso procedo nei campi adiacenti la strada, pieni d’erba. Cammino dove pochissimi altri hanno camminato. Trovo nel prato un cd musicale rotto, lanciato in corsa da qualche autovettura. Recupero il cd e lo tengo in mano fino al primo cestino dell’immondizia, nei pressi di una fabbrica di cuscinetti a sfera.

E dopo il primo paese finalmente la campagna, che mi consente di lasciare la molto trafficata strada provinciale per darmi alle stradine costellate di villette, che poi diventano strade sterrate, e le villette diventano cascine, più rade e circondate da campi e natura.

Compaiono gli orti strapieni di cibo, dove generazioni e generazioni hanno imparato a trarre il massimo da piccoli spazi. I primi alberi da frutto. E’ incredibile la differenza fra le villette e le cascine. Le villette sono rigorosamente separate dal circostante, con ringhiere e cancelli, un cartello ad indicare la sorveglianza di telecamere collegate a centrali di polizia. Non ti senti il benvenuto. I prati dei giardini tutti rasatissimi e perfetti, alberi ornamentali a completare la composizione.
Le case bellissime, troppo belle, troppo finte. E’ tutto al di sopra della realtà, della natura selvatica, del contatto manuale con la terra. Le cascine invece emanano polvere, sono dello stesso colore del circostante, si integrano perfettamente con il paesaggio. Sono aperte, con grandi aie protette da cancelli che una volta non c’erano.
Vedi una vecchia signora nell’orto, che fa piccoli lavori, vestita in modo semplice.
Le villette sembrano piovute dall’alto, a schiacciare il paesaggio ed imporre la loro forma.
Le cascine rispecchiano l’integrazione con l’ambiente delle persone che vi abitano dentro. Il bosco ed i prati continuano nei muri e oltre le pareti. Trovo un melo solitario in mezzo a un campo, a ridosso di un piccolo laghetto da cui sporgono canne. Ecco del cibo perfettamente umano, non ho bisogno di cuocere, cucinare o preparare. Stacco e mangio, buonissime mele rosse. E non sto facendo del torto a nessuno perché la maggior parte della frutta giace a terra semi-marcia. Anzi, faccio un favore all’albero gettando il torsolo lontano, offrendogli la possibilità di propagarsi.
Incontro un cucciolo di gatto grigio-chiaro-tigrato, lungamente ci facciamo le coccole finchè io mi siedo sulla strada e lui si adagia tranquillo sulle mie gambe. Assaporo il tramonto e il vibrare delle fusa.
E la strada sterrata s’inoltra nei campi, mi trovo sulla cresta di una collina che avevo mille volte costeggiato in auto o in bici. Ora intorno a me ci sono solo alberi, campi, uccellini. Il cielo sopra la testa si fa più vasto. Vedo chiaramente le prime montagne avvicinarsi. Ecco il secondo paese e di nuovo, a ritroso, la solita sequenza: cascine, strada asfaltata, villette. Domando la strada più conveniente ad un signore in bici ed una signora a piedi che stanno chiacchierando tranquillamente ai bordi della strada poco frequentata. A me rispondono in italiano mentre fra loro, per mettersi d’accordo sul tragitto, comunicano in piemontese. E io mi rendo conto di come sia più immediato il dialetto, più semplice, più vicino alla realtà delle cose, più vivo, organico, mobile. Meno ingessato dell’italiano. Scopro che il dialetto sta alla lingua italiana come le cascine alle villette. Penso ai grandi poeti italiani, che mi hanno ispirato così tanto. E penso ai grandi poeti dialettali, pure novecenteschi, che non ho letto. E a cosa mi sono perso.  Ritorno in piena campagna, ogni tanto mi devo fermare per ammirare un albero particolarmente grande. Mi si rimescola il sangue nella pancia, il mio cuore si riempie di gratitudine. Dev’essere perché sono poco abituato alla bellezza dei grandi alberi.
La chioma e i rami ti danno un’impressione di ordine, armonia, eleganza, e allo stesso tempo di ricchezza, varietà e complessità. Caos e ordine convivono perfettamente. Gli alberi e i paesaggi della natura sono inesauribili come i più grandi dipinti della tradizione pittorica. Bisognerebbe fermarsi a guardare gli alberi come ci si ferma davanti a un Picasso (o Giotto, Leonardo, Caravaggio, metteteci chi volete). E lo stesso vale per prati, farfalle, ruscelli, cieli, uccelli, montagne. I contorni delle montagne all’orizzonte! Le venature delle rocce, lo zampillare dell’acqua. Per non parlare dei suoni, odori, sensazioni tattili, gusto… E tutto questo mentre sto tornando semplicemente a casa, a due passi da asfalto e tralicci.

Vorrei anche scrivere dei boschi visti da lontano, dove ogni albero s’integra perfettamente con gli altri e tutti insieme sembrano una famiglia affiatata, con tanti membri di altezza, forma e colori differenti.
Come ci farebbe bene a noi umani imparare dai boschi… Ecco. In questo crescendo di sensazioni sono arrivato a casa, non prima di avere incontrato un gregge di mucche dirette al macello e due uomini a cavallo.
Sono arrivato piacevolmente stanco ed appagato. Certo, fare questo tragitto a piedi ogni volta che mi devo recare o tornare da Torino sarebbe molto complicato. Soprattutto quando dispongo dell’alternativa di automobile e bicicletta.
Ora però si tratta di una nuova possibilità fra le mie corde, che sicuramente continuerò a sperimentare, perché mi rende felice. E sicuramente cercherò di trasformare e organizzare la mia vita in modo che gli spostamenti a piedi, anche lunghi, siano sempre più comuni ed agevoli. Mi sono dilungato, ma lo sentivo necessario.
Un abbraccio,

Matteo

Fonte: ecodallecitta.it

Siamo tutti pedoni | La campagna nazionale

Nelle città italiane si registra il 43% delle vittime della strada, contro una media europea del 34%, che in molti paesi scende anche sotto il 25%: il 42% dei morti in città è un pedone o un ciclista. 7.000 morti e oltre 200.000 feriti in dieci anni. Il 30% dei pedoni perde la vita mentre attraversa sulle strisce379273

Siamo tutti pedoni è una campagna nazionale che vuole richiamare l’attenzione sulle tragedie che coinvolgono il più debole utente della strada per far crescere la consapevolezza che questa strage può essere evitata. Facendo rispettare le regole, educando ad una nuova cultura, rendendo più sicure le strade, attuando un’azione repressiva più incisiva, suscitando un protagonismo diffuso a favore di questa impresa civile. La campagna vuole anche sottolineare il valore del camminare non solo per la mobilità ma anche per la salute e l’ambiente. Vuole sensibilizzare al rispetto del diritto alla mobilità di portatori di handicap, anziani, genitori con passeggino evitando il parcheggio selvaggio e l’occupazione degli spazi riservati.

I dati degli incidenti

Nelle città italiane si registra il 43% delle vittime della strada, contro una media europea del 34%, che in molti paesi scende anche sotto il 25%: Le città italiane sono più insicure. Il 42% dei morti in città è un pedone o un ciclista: per migliorare la sicurezza stradale occorre partire dai centri urbani e intervenire prima di tutto proteggendo l’utenza debole. 7.000 morti e oltre 200.000 feriti in dieci anni: sono i dati impietosi sulle tragedie che coinvolgono i pedoni. Il 30% dei pedoni perde la vita mentre attraversa sulle strisce e oltre il 50% delle vittime ha più di 65 anni. “Tragedie che pesano di più perché sarebbero in parte evitabili – sostiene Piero Angela dalle pagine del libretto distribuito in tutta Italia nell’ambito della campagna di sensibilizzazione “Siamo tutti Pedoni” – se venissero rispettate le regole e introdotti limiti di velocità compatibili con l’idea di mettere al centro delle città le persone e non i motori”.

Siamo tutti pedoni 2014

La nuova campagna 2014 partirà a fine maggio e coinvolge 300 soggetti coordinati del Centro Antartide di Bologna con il sostegno dell’Osservatorio per l’educazione stradale e la sicurezza dell’Emilia Romagna e dei sindacati pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil, la campagna si pone l’obiettivo di cambiare la cultura di chi guida e per accrescere la sensibilità sociale ai problemi di chi si muove a piedi. La campagna si rivolge in primo luogo ai conducenti di auto e moto, principali responsabili delle tragedie stradali. Ma più in generale punta a parlare a tutti: per costruire una nuova cultura della strada serve l’aiuto di ciascuno e comportamenti corretti sia da parte di chi guida che da parte di chi cammina.
Per farlo, si avvale di materiali informativi e spazi comunicativi promossi da comuni e istituzioni, ma conta soprattutto su ciascuno di noi, che siamo tutti utenti della strada. Comportarci correttamente e sensibilizzare amici e conoscenti sul tema è un gesta che non costa nulla e può salvare tante vite. “Chi cammina lo fa anche per te – ricorda Milena Gabanelli sul libretto della campagna – guardalo con simpatia. Ti sarà più facile rispettarlo”.

L’adesione formale

Da quest’anno è possibile aderire alla campagna con 2 modalità: Adesione elettronica: non verranno forniti materiali stampati, ma verranno messi a disposizione i file per stampare in proprio i materiali occorrenti. Adesione con fornitura di materiali: verranno forniti i materiali stampati. In entrambi i casi è possibile chiedere la personalizzazione con il proprio logo. L’adesione elettronica senza personalizzazione è gratuita, negli altri casi è richiesto un contributo spese. Per aderire è necessario compilare la scheda di adesione ed inviarla entro l’11 aprile al numero di fax 051/260922. Per la fornitura gratuita dei materiali alle associazioni contattare il Centro Antartide al numero di telefono 051/260921 o scrivendo a info@centroantartide.it

Scarica i materiali comunicativi:

– Il libretto 2014

All’interno, oltre alle illustrazioni di Jezek Ricci e Tonioni, troviamo le vignette di VauroPillininiGomboli Mausoli. I testi di approfondimento sono quest’anno particolarmente qualificati: hanno collaborato Sergio Dondolini, Direttore Generale Sicurezza Stradale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; Marco Giustini, dell’Istituto Superiore di Sanità; Giulietta Pagliaccio, Presidente FIAB; Dario Manuetti, dell’associazione La Città Possibile di Torino, Giovanni Vassallo, http://www.piedibus. it, Mauro Palazzi, Medico Specialista in Sanità Pubblica e Medicina dello Sport oltre ai segretari nazionali dei sindacati pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil Carla Cantone,Gigi Bonfanti e Romano Bellissima. I testimonial di questa edizione sono invece, oltre agli ormai consueti Diabolik Dylan DogMassimo GramelliniMilena GabanelliVito e Lucio Allocca e Germano Bellavia di “Uno posto al sole”. Come ormai da tradizione anche quest’anno il “padre nobile” della campagna è Piero Angela.

– Il manifesto della campagna

Fonte: ecodallecittà.it

Una campagna per riportare i bambini a giocare all’aperto

Presentato a Cinemambiente 2014, il film di David Bond ha lanciato una campagna per ricostruire il rapporto fra le nuove generazioni e la natura

Smartphone, iPad, computer e televisioni calamitano l’attenzione delle nuove generazioni. Fra i nativi digitali dilagano obesità, depressione e difficoltà di apprendimento, ma il dato più allarmante è il fatto che, anche a causa della mancanza di attività all’aria aperta, le giovani generazioni hanno un’aspettativa di vita inferiore a quella dei loro genitori. Project Wild Thing, il documentario presentato ieri a Cinemambiente all’interno della sezione La casa di domani, inizia con queste premesse e si fa campagna per la ricostruzione di una rapporto più stretto fra le nuove generazioni e la natura. Artefice dell’operazione è il regista David Bond che parte dalla propria esperienza personale, dallo scarto fra la sua vivacità infantile e la sedentarietà “digitalizzata” dei suoi figli, per spingerli a varcare l’uscio di casa. La parte più interessante del film è la pianificazione della strategia di marketing. Bond riflette sul fatto che i brand che catalizzano l’attenzione delle nuove generazioni rubando spazio al tempo dedicato alla natura, lo fanno, paradossalmente utilizzando frequentemente immagini che richiamano la natura: Apple, Disney, Mattel, Samsung e tanti altri marchi mettono la natura sui loro cartelloni pubblicitari per vendere prodotti digitali. David inizia allora a chiedersi come si possa vendere il “brand natura”: pone la questione a esperti di marketing e di brand management. E poi crea una campagna nazionale, Project Wild Thing, che ha avuto grande successo conquistando migliaia di genitori britannici. Sul sito del progetto è possibile tutte le attività e i consigli del network. Anche se – secondo i dati Unicef – i bambini italiani passano molto più tempo all’aperto rispetto a quelli britannici, riscoprire i giochi della natura sarebbe importante anche nel nostro Paese, anche perché, come viene ben sottolineato nel film, l’amore per la natura e la sua protezione nascono proprio creando questo forte legame nei primi anni di vita.Immagine25-620x350

Foto | Project Wild Thing

Fonte: ecoblog.it

Primark con Greenpeace per la campagna contro l’inquinamento chimico dell’abbigliamento

Il colosso britannico Primark si impegna eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose dalla sua filiera aderendo alla campagna globale Detox di Greenpeace

Primark unisce a Burberry per diventare la seconda azienda di abbigliamento a firmare l’adesione alla campagna Detox di Greenpeace international. Questa notizia arriva poche settimane dopo la presentazione dell’ ultimo rapporto di Greenpeace che denuncia la presenza di sostanze chimiche pericolose nei vestiti per bambini in vendita in 12 catene di abbigliamento internazionali.A member of the enviromental group Green

Ha detto Ilze Smit Attivista per la campagna Detox di Greenpeace International:

L’impegno di Primark dimostra che è possibile lasciarsi alle spalle l’abbigliamento inquinato. Dai rivenditori come Primark alle case di lusso come Burberry, i marchi si stanno impegnando per porre fine a questo incubo tossico. I ritardatari come Adidas e Disney devono agire subito per fermare una volta per tutte questi piccoli mostri pericolosi.

Primark ha accettato di eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose in tutti i suoi prodotti e processi di produzione entro il 2020 garantendo inoltre la trasparenza della catena di approvvigionamento e richiedendo agli impianti di produzione di caricare i dati sugli scarichi chimici pericolosi attraverso una piattaforma accessibile al pubblico. Sulla base di questo movimento progressivo per migliorare le condizioni e la trasparenza nella catena di fornitura, Greenpeace esorta Primark a risolvere le questioni sociali legate al benessere di chi lavora per produrre i suoi prodotti. Mentre la campagna Detox chiede per i grandi marchi di abbigliamento di avere capi che non inquinino , Greenpeace ritiene che buone condizioni di lavoro e tutela ambientale debbano andare di pari passo

Fonte: ecoblog

L’effetto serra: il fantasma del palcoscenico

Una presenza spesso impalpabile per i media, una quotidiana e catastrofica realtà per gli esseri viventi piccoli e grandi, per la vita intera.termometro_cambiamento_climatico

Pochi giorni fa, il 10 novembre, ho cucinato una padella di zucchine con relativi fiori. Le zucchine a novembre sono fuori stagione, noi non mangiamo verdure fuori stagione, ma quelle zucchine erano del nostro orto. Il nostro orto non è in Sicilia o in Marocco, è a cinquecento metri di altezza nella Toscana centro-settentrionale. Le zucchine alla fine di agosto avevano detto “basta” e cominciato a ingiallire e seccare. Poi, dopo un ottobre intero a venti gradi e oltre, hanno pensato di essersi sbagliate e hanno ricominciato a vegetare e dare frutti e fiori. Intanto, i boschi sono ancora verdi. Di un verde spento che vira al marrone spento. Le rose in giardino stanno fiorendo e così i tagete; in giardino sta anche crescendo una bella pianta di pomodoro, il cui seme sarà stato nel terriccio del composto con cui abbiamo concimato le piante. I cavoli invece sono attaccati inesorabilmente da lumache e chiocciole che, a novembre, non sono in letargo mentre dovrebbero, ma sono vispe e probabilmente si stanno riproducendo fuori stagione. L’altro giorno, mentre raccoglievamo le olive, ci siamo “beccati” una dose abbondante di punture di zanzare. A novembre. Non è un’annata eccezionale, è il normale, tragico andamento dell’effetto serra negli ultimi decenni. Nonostante ci siano “autorevoli” personaggi e famigerati scienziati che continuano a negarlo, con una faccia tosta degna di miglior causa. Lo negano anche di fronte ai risultati di ricerche rigorosissime, accuratissime, approfondite e decennali degli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

“Gli dei accecano coloro che vogliono perdere” (Pindaro).

Chi vive in campagna non ha bisogno di ricerche scientifiche a meno che non sia stato anche lui accecato, non dagli dèi, ma dal fragore cacofonico dei media ufficiali, impegnati a distogliere l’attenzione da qualsiasi riferimento ai disastri ambientali che vada al di là della macabra superficialità. L’evidenza quotidiana e stagionale glielo dimostra senza possibilità di dubbio. In trent’anni, nella zona del Chianti in cui vivo, sono scomparsi prima i peschi: gelate sempre più tardive, estati sempre più calde; poi gli albicocchi: a loro sono bastate le gelate sempre più tardive; infine i ciliegi: non sopportano calure e siccità estreme. I vecchi ricordano quando da bambini andavano a rubare le ciliegie primaticce in questo o quel podere particolarmente fornito di rigogliosi e generosi ciliegi primaticci. I pomodori degli orti, che un tempo qui da noi maturavano verso la fine di giugno, ora cominciamo a mangiarli in agosto, perché tutte le piantine messe a terra prima di maggio, sono destinate a soffrire e ammalarsi per temperature che, magari estive in marzo, si abbassano improvvisamente intorno ai dieci gradi in aprile, a maggio, e negli ultimi anni persino nella prima metà di giugno. Un clima in convulsioni che stermina gli impollinatori: la primavera scorsa tacevano tutti i loro ronzii, i fiori disertati sfiorivano tristemente senza allegare. Chi coltiva la terra e produce il cibo sa che ogni anno per lui e per le sue creature diventa più difficile. La vita delle piante, la vita degli insetti e degli animali selvatici è sempre più precaria, non della naturale precarietà di tutte le vite, ma della precarietà di una nave nella tempesta. La tempesta è un clima che sta diventando inadatto alla vita come si è sviluppata sul nostro pianeta in centinaia di migliaia di anni. L’11 novembre 2013 un vento di tramontana soffiava con raffiche a ottanta chilometri orari; un vento di tramontana “eccezionale”, dovuto alla “eccezionale” discesa della temperatura di circa dieci gradi in una notte. Squassava i cipressi come se volesse strapparli dalla terra, faceva cadere coppi dal nostro tetto e da quello dei vicini, strappava le foglie ancora verdi degli alberi nel frutteto e nel bosco. La strada che porta a casa nostra è ora coperta di un tappeto di foglie, come dovrebbe essere in autunno, peccato che le foglie (di quercia) siano verdi. Mentre un amico di Alzano Lombardo nello stesso giorno mi diceva al telefono che da loro, quattrocento chilometri più a nord, era una giornata primaverile da camicia e giacchetta. Quando ero bambina in Lombardia a novembre mettevamo il cappotto, dopo il soprabito in ottobre e la giacca sopra il golf in settembre. Eppure mi sembra di sentire come trapani nel cervello le voci dal tono sicuro e arrogante che dicono che questi eventi eccezionali ci sono sempre stati. Ma è vero! Il problema è che non sono più “eccezionali”! Sono ormai quotidiane eccezionali tempeste, eccezionali siccità, piogge eccezionali, freddi eccezionali, caldi eccezionali. Ma una società ormai in preda a un marasma non inferiore a quello climatico tenta ancora di negare l’innegabile. I Padroni del vapore pagano scienziati (una parte infima ormai) e organi di “informazione” (la gran parte ormai) per negare, mettere in dubbio, o semplicemente omettere, nascondere, confondere. Nelle Filippine un tifone apocalittico, come non se ne sono mai verificati prima, uccide decine di migliaia di persone, non si sa quante e probabilmente non lo sapremo mai, ma la notizia nel giro di due giorni viene spazzata sotto il tappeto: bisogna dimenticarla e, soprattutto, evitare di mettere in relazione questo “evento eccezionale” nella sua intensità (ossia ricorrente in quelle zone, ma a un altro livello di impeto però) con l’eccezionale riscaldamento del pianeta. Dobbiamo continuare a produrre, consumare, inquinare, distruggere, distruggerci.

Non dobbiamo allarmarci, riflettere, correre ai ripari: che ne sarebbe dell’economia, del PIL, dei profitti, del dominio?

Ma che ne sarà di loro, dei dominatori, dei loro figli e nipoti? I potenti e i loro servi hanno scoperto la formula magica per l’invulnerabilità e l’immortalità?

O sono semplicemente incapaci di comprendere?

Quelli che venivano chiamati “scemi di guerra”? Il risultato di una società aggressiva, feroce, competitiva, che seleziona ai suoi vertici i più psicologicamente disturbati?

Il guaio è però che al giorno d’oggi noi gente comune, noi che ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli e magari anche per il futuro del pianeta e di tutti i viventi, abbiamo contratto la malattia degli “scordoni”: non abbiamo più memoria, spirito d’osservazione, capacità critica. E questo grazie alla nostra (tossica) dipendenza dagli “organi d’informazione”. Se la televisione ci dice che piove, usciamo con l’ombrello anche se c’è il sole. Se televisione, radio, giornali ci bombardano con le manfrine sul debito pubblico e la necessità di “tagliare” (lo stato sociale, ovviamente, non le grandi opere), noi ci preoccupiamo del debito pubblico. I “media” sono ormai i nostri sacerdoti, la nostra religione, la nostra cultura, la nostra memoria; grazie a loro non siamo più in grado di vedere la vita, la realtà. E così tutti in coro ci dimentichiamo l’effetto serra e le sue devastazioni e, se a novembre a Milano ci sono venti gradi all’ombra, diciamo: “Che bella giornata!”. Mentre dovremmo correre a comprarci il manuale dell’autosufficienza, convincere quattro amici e creare di corsa una comune agricola biologica fondata sulla permacultura, con le pale eoliche per l’energia, e sbrigarci a imparare a tessere la lana e il lino e ad addestrare cavalli e asini per viaggiare e trasportare.

Ma come? Siamo matti? Qui si vuole tornare all’età della pietra? Al neolitico?

Niente paura. Le popolazioni più longeve del pianeta sono popolazioni di agricoltori e piccoli allevatori che vivono in luoghi rimasti fuori dal gran flusso del “Progresso”; che vivono in maniera poco diversa da come vivevano i loro antenati nel neolitico, in genere immuni alle cause legali, agli assassinii, al ridurre i propri simili in schiavitù. Sono popolazioni arretratamente felici.

«Un po’ di pazzia a primavera

è opportuna anche per un re,

ma Dio protegga il folle

che pondera su questo portentoso spettacolo

sull’intero esperimento verde

come se fosse roba sua».

Emily Dickinson

Fonte: il cambiamento

OGM: “subito decreto o contaminazione inevitabile”

Troppi ritardi nella pubblicazione del decreto contro il mais OGM in Italia firmato il 12 luglio scorso. È quanto denuncia Greenpeace che ha pubblicato ieri un briefing che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais geneticamente modificato della Monsanto.mais__ogm8_

Il decreto interministeriale che vieta la coltivazione di mais OGM in Italia – firmato dopo tanti proclami dai Ministri De Girolamo, Lorenzin e Orlando il 12 luglio scorso – non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale quindi, in pratica, non esiste. Per ricordare al Governo l’urgenza di varare tale provvedimento Greenpeace ha pubblicato ieri il briefing “MON810. Una storia di mais, farfalle e rischi inutili”, che riassume i principali rischi legati alla coltivazione del mais OGM della Monsanto. “La firma del decreto doveva segnare la fine di un periodo di incertezza normativa e una riaffermata garanzia di tutela per consumatori e agricoltori. Purtroppo, si sta trasformando in una beffa nei confronti degli italiani – afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace – anche perché nel frattempo i due campi seminati con mais MON810 in Friuli stanno giungendo a fioritura. A quel punto sarà difficile arginare la contaminazione dell’ambiente e delle coltivazioni adiacenti”. Il mais Bt, compreso il MON810, è un rischio evidente per l’ambiente e per i sistemi agricoli, non solo in Italia, ma in tutta Europa. L’adozione di misure d’emergenza per bloccarne la coltivazione nel nostro Paese è solo un primo passo. L’esperienza del mais Bt, e del MON810 in particolare, mostra che troppi “effetti indesiderati” sono stati scoperti dopo che le autorizzazioni sono state concesse. Gli OGM sono un rischio inutile e inaccettabile, non offrono vantaggi significativi a nessuno se non alle aziende che li brevettano. “È incredibile e inaccettabile che, dopo aver traballato a lungo sotto l’evidente incombenza di una potentissima multinazionale straniera, il Governo italiano sia adesso bloccato e non si riesca a far pubblicare il Decreto. Chi vuole tutelare? Gli italiani, rappresentati all’unanimità dai parlamentari di Camera e Senato che hanno chiesto di bloccare la follia degli OGM, o gli interessi della Monsanto? Siamo stanchi di ripeterlo: il decreto interministeriale deve essere pubblicato subito e i due campi in Friuli decontaminati, senza perdere altro tempo”, conclude Ferrario. Il decreto interministeriale concede alle Regioni diciotto mesi di tempo per definire le necessarie misure per assicurare la “coesistenza” tra mais tradizionale e mais OGM. Il briefing diffuso oggi da Greenpeace ricorda i rischi del MON810 e conferma che la “coesistenza” (una chimera che la stessa Commissione Europea sa perfettamente essere irrealizzabile) non può voler dire altro che gli OGM non hanno cittadinanza in un sistema agricolo come quello italiano che punta sulla qualità.

Fonte: il cambiamento

Il compostaggio domestico senza giardino: “bastano undici vasi”

Pratica diffusa soprattutto fra chi vive in campagna e coltiva un orto o un giardino, molto meno fra chi ha a disposizione soltanto un piccolo balcone e abita in una grande città. Per queste persone il compostaggio domestico è destinato a rimanere un miraggio? Lo abbiamo chiesto a Alberto Confalonieri della Scuola Agraria del Parco di Monza375826

Lorenzo Marinone

Tra le frazioni per cui è prevista la raccolta differenziata l’organico è quella che rende di meno ai Comuni. Carta, plastica, vetro e lattine raccolte separatamente vengono avviate a riciclo con un notevole recupero di materia. L’ organico diventa compost tramite gli impianti di compostaggio che producono anche energia , ma i costi di tutto questo lavoro, dalla raccolta in giù, superano i ricavi. Si può azzerare questa voce grazie alla pratica del compostaggio domestico. Pratica diffusa soprattutto fra chi vive in campagna e coltiva un orto o un giardino, molto meno fra chi ha a disposizione soltanto un piccolo balcone e abita in una grande città. Per queste persone il compostaggio domestico è destinato a rimanere un miraggio? Lo abbiamo chiesto a Alberto Confalonieri della Scuola Agraria del Parco di Monza.
Il compostaggio domestico è una pratica possibile anche per chi abita in una grande città e non ha a disposizione un giardino?

Tecnicamente sì, non ci sono controindicazioni né problemi insormontabili.

A Torino la produzione di organico compostabile pro capite raggiunge i 50-60 kg l’anno. Che possibilità ha una famiglia media (2,5 persone) di utilizzare il compost che ne ricava?

Facciamo due conti. 60 kg l’anno significa 150 kg in totale a famiglia. Considerando che nel corso del processo di decomposizione l’organico arriva a perdere fino al 70% del proprio peso in 12 mesi, a fine anno la nostra famiglia media ottiene circa 45 kg di compost puro (che occupano un volume minimo, adatto a balconi di qualsiasi dimensione). Compost che non può essere utilizzato così com’è, ma va diluito. Questo prodotto infatti ha un’elevata salinità, deve essere mescolato in parti uguali con il comune terriccio. Se poi il compost ottenuto non è perfettamente maturo (cioè “respira” ancora, come si dice in gergo) è possibile che entri in competizione con l’apparato radicale delle piante concimate: diluirlo riduce notevolmente questo rischio.

Per intenderci, a quanti vasi corrispondono questi 45 kg?

Prendiamo i vasi più comuni, quelli rettangolari di dimensioni 20x20x50 cm, quindi con un volume di 0,02 m3. Se la densità del compost è di 0,4 t / m3 allora ogni vaso potrà contenere 4 kg di compost e altrettanti di terra. Questo significa che a una famiglia media serviranno poco più di 11 di questi vasi per utilizzare tutto il compost prodotto; se consideriamo invece un nucleo familiare di 4 persone il numero di vasi sale a 18.

Quindi si produce più compost di quanto è ragionevolmente possibile utilizzare per le piante da balcone, a meno che non si abbia un terrazzo. Sempre che i vicini siano d’accordo. Per quanto riguarda possibili odori sgradevoli?
In realtà anche in questo caso si tratta di un falso problema. Non tutto l’organico è compostabile: bisogna evitare soprattutto gli scarti di origine animale (che possono invece essere conferiti nel bidone della raccolta differenziata dell’organico) perché rilasciano una quantità importante di ammoniaca, che può creare una situazione di disagio per la puzza. Altra regola fondamentale è fare in modo che la compostiera sia ben areata, in particolare rivoltandone regolarmente il contenuto. L’ammoniaca infatti viene rilasciata anche a fronte di un’ossigenazione insufficiente. Tutte operazioni semplici che chiunque può eseguire senza che si vengano a creare problemi per sé e per gli altri.

Fonte: eco dalle città