Maltempo, Legambiente: ‘Italia continua ad essere impreparata al cambiamento climatico. Governo approvi un piano nazionale di adattamento’

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L’associazione ribadisce “l’urgenza di un piano nazionale di adattamento al clima e una normativa che fermi il consumo di suolo, insieme ad un’intensa attività di prevenzione. Le città non possono essere lasciate da sole a fronteggiare impatti di questa dimensione dovuti in primis ai cambiamenti climatici”

Dal Veneto alla Sicilia, dalla Liguria al Lazio, compresa l’isola di Ischia, sono tanti i territori colpiti in questi giorni e in queste ore dal maltempo con frane, esondazioni, trombe d’aria e tutto ciò che ne è conseguito. Da ultimo la strage di alberi nei boschi del Trentino, dell’Alto Adige, Veneto e Friuli e il maltempo che si è abbattuto sulla provincia di Palermo  dove si contano al momento dodici morti. Il clima sta cambiando, ormai è un dato di fatto, eppure l’Italia continua ad essere impreparata. È quanto torna a denunciare Legambiente ribadendo l’urgenza di un piano nazionale di adattamento al clima e una normativa che fermi il consumo di suolo, insieme ad un’intensa attività di prevenzione. Le città non possono essere lasciate da sole a fronteggiare impatti di questa dimensione dovuti in primis ai cambiamenti climatici, che amplificano gli effetti di frane e alluvioni e che stanno causando danni al territorio e alle città mettendo in pericolo la vita e la salute dei cittadini.

“In queste ore – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – il primo pensiero va purtroppo alle vittime e ai dispersi e ribadiamo la piena disponibilità e supporto ai tanti soccorritori impegnati in queste ore sui territori colpiti. Le diverse emergenze scattate in questi giorni non possono, però, non richiamare ad una riflessione sul rischio idrogeologico e le conseguenze del cambiamento climatico sempre più evidenti sul nostro territorio, in cui questi fattori spesso sono stati ignorati o sottovalutati e la prevenzione stenta a partire. Nonostante siano state messe in campo nuove politiche per la riduzione del rischio sul territorio, con l’obiettivo di recuperare anni di ritardi negli interventi, purtroppo ancora oggi non se ne vedono i risultati. La dimensione dei problemi che vediamo nei territori legati alla fragilità idrogeologica del Paese, ad una pianificazione e ad una espansione urbanistica che spesso non ne tiene conto e a un clima che sta cambiando, è tale da obbligare a un cambio di strategia e di velocità degli interventi. Si deve passare da un approccio che segue emergenze e disastri a una lettura complessiva del territorio italiano attraverso un Piano nazionale di adattamento e a interventi coerenti e coordinati. Per questo chiediamo al Governo di approvare tale piano nazionale, a cui devono seguire piani su scala regionale e territoriale, strumenti trasversali di cui tener conto anche in tutte le altre pianificazioni, in modo da aiutare così anche i Comuni, che devono individuare rischi e interventi prioritari di prevenzione”.

“Per mettere in campo tutto questo – continua Zampetti – servono risorse adeguate e continuative. Per questo abbiamo proposto già a partire dalla prossima finanziaria di prevedere un fondo di almeno 200 milioni di euro all’anno, per l’erogazione di finanziamenti da destinare ai Piani Clima da parte dei Comuni, e a progetti di adattamento ai cambiamenti climatici , oltre le risorse necessarie per interventi di manutenzione, riqualificazione e riduzione del rischio, a partire dagli spazi pubblici e di allerta dei cittadini. Ma di tutto questo purtroppo nella nuova proposta di finanziaria non ve ne è traccia”.

 

Legambiente ricorda che tra il 1944 ed il 2012 sono 61,5 i miliardi di euro spesi solo per i danni provocati dagli eventi estremi nel territorio italiano e l’Italia è tra i primi Paesi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto con circa 3.5 miliardi all’anno. Ancora oggi, nonostante tutto, continua imperterrita, soprattutto in ambiente urbano la sottrazione di suolo libero per processi di crescita edilizia. Anche a causa della mancanza di una normativa nazionale che intervenga in questo settore. Ma un altro dato è ancora più allarmante e va evidenziato soprattutto alla luce del dibattito sull’ennesimo condono edilizio contenuto nel decreto Genova in discussione in Parlamento in queste settimane. Il consumo di suolo e le nuove edificazioni continuano a riguardare anche le aree considerate a rischio idrogeologico, nonostante i vincoli esistenti. Il dossier Ecosistema rischio di Legambiente riporta come, nonostante nel 78% dei casi (1.145) le perimetrazioni definite dai Piani di Assetto Idrogeologico (PAI) sono state integrate ai piani urbanistici, nel 9% delle amministrazioni si è continuato a costruire nelle aree a rischio anche nell’ultimo decennio. Dato che potrebbe essere anche maggiore se si pensa a quanto è stato costruito in maniera abusiva, spesso in aree a rischio, che oggi non risulta ma che potrebbe essere sanato se andasse in porto il decreto così come è uscito dalla Camera dei deputati, dal momento che si prevede di far procedere le richieste pendenti di condono senza tener conto dei vincoli idrogeologici, sismici e paesaggistici vigenti attualmente nel nostro Paese. E intanto a Casamicciola, a causa del maltempo, nei giorni scorsi è crollato il muraglione di contenimento di un albergo che sorge a poche decine di metri dalla zona rossa del sisma. Dunque il consumo di suolo continua ad essere un problema irrisolto. Per questo per Legambiente è fondamentale che si approvi anche una legge nazionale per fermare gli attacchi e le speculazioni a danno dei territori. Stando all’ultima fotografia fornita da ISPRA e riportata in Ecosistema Urbano 2018 il territorio urbanizzato, che negli anni ‘50 del secolo scorso pesava per il 2,7 per cento delle superfici, nel 2017 dilaga su oltre 2,3 milioni di ettari, il 7,7 per cento del territorio nazionale. Negli anni dal dopoguerra ad oggi si è impermeabilizzata una superficie doppia di quella cumulata nei duemila anni precedenti. Una gestione dissennata che continua ad esporre al rischio milioni di persone: 7.275 comuni (91% del totale) sono a rischio per frane e/o alluvioni (Ispra 2018) e circa 7,5 milioni di abitanti che vivono o lavorano in aree a rischio frane o alluvioni. Su scala nazionale addirittura il 13% delle famiglie italiane vive in aree a rischio idrogeologico.

Fonte: ecodallecitta.it

 

 

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L’UE investe 98,2 milioni di euro per migliorare la qualità della vita degli europei

Una serie di nuovi progetti integrati LIFE aiuterà otto Stati membri ad applicare la legislazione in materia di ambiente e clima per affrontare sfide quali la carenza idrica, il cambiamento climatico, l’economia circolare e la perdita di biodiversità. I finanziamenti LIFE mobilizzeranno investimenti per altri due miliardi di euro, consentendo agli Stati membri di avvalersi di altri fondi europei, nazionali e privati.heading-newsletter-recupere-recupere

Per gli europei, l’ambiente è una faccenda seria, perché sono consapevoli che da esso dipende la qualità della loro vita. Secondo un recente sondaggio, i cittadini esprimono timori principalmente in merito alle conseguenze del cambiamento climatico, dell’inquinamento atmosferico e dei rifiuti, il cui volume è sempre più ingente. In materia di ambiente e clima, l’Unione europea (UE) si è dotata di normative volte a tutelare la qualità della nostra vita, ma la loro effettiva applicazione può rappresentare una sfida per molti.

“Un euro erogato da LIFE è in grado di mobilizzare 20 euro da altre fonti di finanziamento. Oltre a questo incredibile effetto leva, i progetti integrati LIFE offrono una risposta diretta ai timori dei cittadini europei in merito alla qualità dell’aria e dell’acqua e alle conseguenze del cambiamento climatico.”

Karmenu Vella, commissario europeo per l’Ambiente

È qui che entrano in gioco i progetti integrati, finanziati nell’ambito del programma L IFE per l’ambiente e l’azione per il clima: tali iniziative, infatti, aiutano gli Stati membri ad applicare con efficacia la legislazione dell’UE relativamente a natura, acqua, aria, rifiuti e azione per il clima accrescendo l’impatto dei finanziamenti per piani sviluppati a diversi livelli e assicurandone il successo a lungo termine. Questo nuovo pacchetto di investimenti sostiene progetti in Belgio, Danimarca, Francia, Grecia, Lituania, Malta, Spagna e Svezia.

Conservazione della natura

I progetti correlati alla natura sono cinque, di cui uno danese che si occuperà di creare e collaudare incentivi volti ad aiutare gli agricoltori a gestire i propri terreni in modo più ecologico. L’obiettivo consiste nel rendere economicamente allettanti agli occhi degli agricoltori le attività di pascolo e raccolta di biomassa da aree naturali, grazie allo sviluppo di prodotti specializzati di alto valore, venduti a un prezzo più elevato. I progetti in Grecia, Lituania e Svezia coadiuveranno la realizzazione di una serie di azioni prioritarie a favore della conservazione. Le iniziative previste permetteranno alle autorità competenti di ampliare le proprie capacità di redazione e attuazione sia dei piani per la gestione dei siti che di quelli per le specie, ma saranno al contempo utili per integrare la conservazione della natura in altri settori, come la silvicoltura, l’agricoltura e il turismo. Un progetto francese di ampio respiro mapperà gli habitat marini attorno alla Francia e alla Corsica, garantendo una gestione efficace e trasparente delle aree marine protette a favore di chi dipende dal mare per vivere o ne usufruisce a fini ricreativi.

Una buona gestione dell’acqua

Nell’ambito della direttiva quadro sulle acque, agli Stati membri dell’UE è richiesta la preparazione di piani di gestione dei bacini fluviali che assicurino il buono stato di conservazione dei corpi idrici. A tale proposito, saranno due i nuovi progetti integrati a portare il proprio contributo. Uno è in corso a Malta, dove problematiche quali la carenza idrica, le scarse precipitazioni e l’elevata densità di popolazione rendono impegnativa la gestione delle risorse di acqua dolce. Questo progetto prevede audit idrici, investimenti in misure di trattamento dell’acqua e incentivi per un maggiore riutilizzo. Il bacino del Douro si trova a cavallo del confine fra Portogallo e Spagna. Un nuovo progetto integrato avviato in questa regione, spesso colpita dalla carenza idrica, garantirà una migliore governance delle risorse idriche e una maggiore partecipazione pubblica nella gestione dell’acqua. Poiché si tratta di una zona sensibile per quanto concerne il cambiamento climatico, questo bacino fluviale è a tutti gli effetti un indicatore dei mutamenti che potranno avvenire in futuro in Europa. Pertanto, il progetto può rivelarsi un vero e proprio laboratorio per testare l’adattamento della gestione delle risorse idriche.

I rifiuti sono una ricchezza

Le famiglie della regione francese Provenza-Alpi-Costa azzurra producono rifiuti in quantità significativamente superiore alla media nazionale. Il sostegno all’innovazione nella prevenzione e nella gestione dei rifiuti consentirà di ridurre di molto il conferimento in discarica, in linea con la legislazione dell’UE in materia. Inoltre, servirà a stimolare lo sviluppo dell’economia circolare nella regione.

Efficienza energetica e adattamento ai cambiamenti climatici

In Belgio, gli edifici residenziali sono per lo più vetusti, perciò richiedono il 70 % in più di energia rispetto alla media europea. Oltre a promuovere la collaborazione tra Fiandre e Vallonia, un nuovo progetto integrato aiuterà le due regioni ad adottare politiche di ristrutturazione e riqualificazione per incoraggiare l’efficienza energetica. L’iniziativa prevede la ristrutturazione di più di 8 500 abitazioni in cinque città, ma più in generale intende dare il la alla riqualificazione di tutti gli edifici esistenti in Belgio. Il progetto mira pertanto a offrire un contributo all’obiettivo di riduzione del 75‑80 % delle emissioni di gas a effetto serra e dell’uso di energia entro il 2050. Superando ogni divisione settoriale e coinvolgendo parti interessate chiave, un progetto avviato in Spagna, più precisamente in Navarra, fungerà da esempio per altre regioni che non sono ancora riuscite a mettere in atto la propria strategia in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Tra le azioni previste per aiutare questa regione a conseguire i propri obiettivi climatici entro il 2030 troviamo la realizzazione di indicatori per il monitoraggio del clima e di sistemi per l’allerta preventiva delle alluvioni fluviali e delle emergenze relative al trattamento delle acque reflue.

Dal 2014, anno della loro introduzione, sono stati avviati 25 progetti integrati da autorità competenti di 14 Stati membri, con azioni svolte in 18 paesi. Questi progetti stanno mobilizzando oltre 5 miliardi di euro in finanziamenti complementari stanziati da altri fondi europei, nazionali e privati affinché vengano attuate politiche in materia di ambiente e clima.

Per saperne di più

http://ec.europa.eu/environment/life/

fonte: https://ec.europa.eu/environment/efe/themes/funding-and-life/eu-invests-eur-982-million-improve-citizens-quality-life_it

 

L’umanità cieca di fronte al cambiamento climatico

Qualsiasi persona di senno, con la propria casa in fiamme e i familiari dentro, farebbe di tutto per salvarli; eppure, nonostante il nostro mondo stia bruciando, la grande famiglia umana non si adopera granchè per salvarsi. Quello dei cambiamenti climatici è uno dei grandi dilemmi contemporanei che vedono l’umanità cieca e pressochè inerme di fronte alla propria veloce estinzione auto-provocata.9800-10586

Fino a una trentina di anni fa eravamo in pochi a dare l’allarme per cercare di porre l’attenzione su un problema di enorme portata come quello del cambiamento climatico e delle sue conseguenze drammatiche. Come da copione, eravamo considerati catastrofisti, eccessivi, si diceva che la situazione non era così grave, qualche esperto aveva pure il coraggio di affermare che il riscaldamento della terra era fisiologico, che erano aspetti ciclici, non c’era nulla di cui preoccuparsi.

Poi si venne a sapere che chi negava i cambiamenti climatici era spesso lautamente prezzolato dalle industrie petrolifere e le stesse pagavano giornalisti o sedicenti esperti per confutare le tesi dei sempre più numerosi scienziati che in maniera indipendente dimostravano la grande pericolosità dei cambiamenti climatici e le dirette responsabilità umane in merito.

Oggi, praticamente più nessuno confuta quello che “i catastrofisti” dicevano già tempo addietro e cioè che i cambiamenti climatici non solo sono un prodotto delle attività umane ma che stanno anche correndo più velocemente del previsto e creando sempre più gravi e irreversibili problemi. Le conferenze sul clima decidono poco e nulla e quel poco che decidono viene persino disatteso; si continua ad andare avanti più o meno come se nulla fosse. Oltre agli ambientalisti, molte personalità stanno dando l’allarme; fra queste anche quello che è considerato uno tra i più grandi scrittori indiani viventi, Amitav Ghosh, che ha dedicato un  libro sull’aspetto della rimozione collettiva del problema dei cambiamenti climatici e il relativo scarso interesse della letteratura per questo tema. Il libro si chiama emblematicamente “La grande cecità” e Ghosh, cercando di capire il perché di questa rimozione collettiva, mette in discussione il paradigma che qualsiasi cosa venga dal progresso (occidentale) sia di per sé positiva e auspicabile.

Analizza come gli uomini nella loro arroganza non si rendano conto che è impossibile imbrigliare la natura e costringerla ai propri voleri spesso del tutto innaturali. Ci parla della rimozione dei rischi facendo esempi di varie città costiere dove la crescita dipende dall’assicurarsi che si chiuda un occhio proprio sui rischi. Scrive delle centrali nucleari in India che a causa di eventi climatici estremi potrebbero avere problemi come in Giappone. E mettendo l’accento sulla scelleratezza e stupidità umana, citando la tragedia della centrale nucleare di Fukushima nota come  “Nel medioevo erano state collocate lungo il litorale delle tavolette di pietra per mettere in guardia dagli tsunami: alle generazioni future veniva detto senza mezzi termini: ”Non costruite le vostre case al di sotto di questo punto!”. I giapponesi non sono di certo meno attenti di qualunque altro popolo alle raccomandazioni degli antenati: eppure, non solo hanno costruito esattamente dove era stato detto loro di non farlo, ma ci hanno piazzato una centrale nucleare.

Siamo sempre alle prese con il nostro ridicolo e suicida progresso che disprezza i popoli indigeni e li giudica inferiori anche se poi sono gli unici che si sono messi in salvo dallo tsunami e considera gli antichi e la loro saggezza ed esperienza come cose di cui non tenere conto. Con un cellulare in tasca, noi ci sentiamo padroni del mondo, tranne quando appunto uno tsunami spazza via noi, il nostro cellulare e le nostre centrali nucleari. Impressionanti erano infatti nelle città giapponesi post tsunami, le code di fronte alle cabine telefoniche, le uniche che funzionavano dopo che erano saltati tutti gli altri modernissimi sistemi di comunicazione.

Anche il grande scrittore indiano per cercare le cause dei cambiamenti climatici giunge alle conclusioni ormai arcinote almeno per chi studia la situazione da tempo e cioè che il sistema della crescita è insostenibile da ogni punto di vista, ecco la sua versione:  Gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza della popolazione mondiale. L’esperienza storica dell’Asia dimostra che il nostro pianeta non consentirà che questi stili di vita siano adottati da tutti gli esseri umani. Non è possibile che ogni famiglia del mondo abbia due automobili, una lavatrice e un frigorifero, non per ragioni tecniche o economiche, ma perché altrimenti l’umanità morirebbe soffocata. E’ stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare cosa ha visto – perché essendo salita su questo palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è :”Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.  In questo suo ruolo di sempliciotto inorridito, l’Asia ha anche messo a nudo, col proprio silenzio, i silenzi sempre più evidenti che stanno al cuore del sistema di governance globale.

Ghosh prosegue citando Gandhi che con profetica lungimiranza già nel 1928 affermava:” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’occidente. Se un intera nazione di trecento milioni di persone (attualmente l’India ha un miliardo e trecento milioni di abitanti n.d.a.) dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette” Questa citazione è sorprendente per la schiettezza con cui va dritto al cuore del problema: i numeri. E’ la dimostrazione che Gandhi, come molti altri, capiva intuitivamente quel che col tempo la storia dell’Asia avrebbe dimostrato: che la pretesa universalista della civiltà industriale era una mistificazione; che uno stile di vita consumista, se adottato da un numero sufficientemente ampio di persone, sarebbe ben presto diventato insostenibile, conducendo all’esaurimento di tutte le risorse del pianeta.

Sarà proprio perchè Amitav Ghosh non è un “esperto”, non è uno scienziato, un economista o un politico, che riesce a capire chiaramente e semplicemente quello che è lampante così come il suo illustre predecessore?  Infatti fa esattamente quello che non fanno le conferenze internazionali sul clima che essendo gestite da politici non possono che barare sulla crescita che non viene mai messa in discussione e quindi non si arriva mai a vere soluzioni ma solo vaghi intenti e rimandi infiniti del problema. Ghosh invece giustamente collega i cambiamenti climatici ad una crescita esponenziale che è insostenibile da ogni punto di vista e contrappone la sostanzialmente inconcludente conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici e l’enciclica papale Laudato sì che invece è estremamente dura nei confronti dell’idea di una crescita infinita o illimitata che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. E’ a causa del paradigma tecnocratico che non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso ed il contesto sociale della crescita tecnologica  ed economica.

Ghosh conclude con una analisi che riporta in auge le vere e profonde conoscenze che proprio in un ambito di crisi saranno una possibile salvezza, citando anche il recupero dei legami comunitari e delle abilità manuali, aspetti centrali di cui già da tempo abbiamo scritto nei nostri testi.

Nel corso degli ultimi decenni la parabola della Grande Accelerazione ha coinciso con la traiettoria della modernità: ha portato alla disgregazione delle comunità, a un individualismo e un’anomia sempre più accentuati, all’industrializzazione dell’agricoltura e alla centralizzazione dei sistemi distributivi. Allo stesso tempo ha rafforzato il dualismo mente-corpo al punto da produrre l’illusione, propagandata in modo così potente nel cyberspazio, che gli esseri umani si siano liberati dai vincoli materiali al punto da essere diventati personalità fluttuanti scisse da un corpo. L’effetto cumulativo di tutto ciò è la progressiva scomparsa di quelle forme di sapere tradizionale, abilità materiali, arti e legami comunitari che, con l’intensificarsi dell’impatto del cambiamento climatico, potrebbero invece fornire un sostegno a un gran numero di persone in tutto il mondo – soprattutto a coloro che ancora oggi sono legati alla terra. Ma la rapidità con cui la crisi sta avanzando potrebbe quantomeno impedire che alcune di queste risorse scompaiano.

Non può che essere un aspetto positivo, in una situazione di grande cecità che personalità di questo tipo giungano anche loro a conclusioni simili a quelle che da tempo enunciamo e le portino alla grande ribalta anche se poi lo stesso Ghosh deve sconsolatamente notare che pure giornali attenti alle tematiche ambientali come il Guardian o l’Indipendent danno molta più importanza e risalto alle vacanze all’estero ad alto tasso di emissioni e alla Formula 1, che non alle notizie sul cambiamento climatico.

Ma forse, chissà, possiamo ancora rinsavire e levarci la benda dagli occhi.

Fonte: ilcambiamento.it

 

 

Le tre querce: la via della saggezza secondo Berrino, Petrini e Pistoletto

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A partire dai grandi macrotemi della salute, dell’arte, dell’agricoltura e dell’alimentazione, i tre saggi si sono confrontati secondo un punto di vista comune, ovvero quello del cambiamento responsabile e comunitario. L’evento è stato realizzato con la partecipazione di “Slow Food”, “La Grande Via” e “Cittadellarte – Fondazione Pistoletto”, ed il supporto di Italia Che Cambia. Si è tenuta venerdi 15 marzo presso l’Aula Magna Cavallerizza dell’Università degli Studi di Torino, l’attesa conferenza dal nome “Le tre querce”, riferimento chiaro e diretto ad un albero considerato sacro sin dai tempi più remoti e dall’aspetto forte ed imponente. La conferenza, che ha visto la partecipazione integrata di tre grandi Maestri quali Franco Berrino, Carlo Petrini e Michelangelo Pistoletto, è stata un’occasione per focalizzarsi sul fatto che tali tematiche, superando i limiti della loro apparente differenza e settorialità, fanno in realtà parte di una stessa e grande visione comune che guarda nella medesima direzione, ovvero quella di dare vita a nuove consapevolezze nei comportamenti e nelle abitudini di vita delle persone. A prova di ciò, la conferenza è stata caratterizzata da uno scambio reciproco di esperienze e suggestioni, che hanno generato un vero e proprio flusso di pensieri e riflessioni condivise.

Eija Tarkiainen, moderatrice dell’evento, ha saputo coordinare ed indirizzare il confronto tra le argomentazioni trattate, incoraggiando e facendo emergere di punti di incontro comuni.tre-querce-via-saggezza-berrino-petrini-pistoletto-1521420079

La premessa della conferenza si è focalizzata da subito su alcuni grandi interrogativi: “come realizzare un cambiamento nella vita di tutti noi, come rigenerare l’uomo, come rinnovare la società e risanare la terra?” In tale ottica, Carlo Petrini ha spiegato come queste tre realtà siano profondamente interconnesse, in relazione alla nostra salute e alla nostra felicità. Le grandi sfide del giorno d’oggi sono ormai sotto gli occhi di tutti: il cambiamento climatico “sta generando delle profonde trasformazioni, in relazione alle quali il sistema alimentare è vittima e carnefice: vittima perché il cambio delle colture sta generando degli sconquassi enormi, allo stesso tempo carnefice perché il sistema alimentare nel suo complesso produce emissioni che influenzano l’effetto serra”. Egli parla di ‘radicalità etica’, secondo cui non bisogna aver paura di andare controcorrente rispetto ad un’economia ormai malsana; bisogna invece passare dall’essere consumatori a coproduttori, mangiando ciò che produciamo ed aiutando in questo modo l’economia. D’altra parte, Franco Berrino approfondisce il discorso sottolineando come la monocultura, causi problemi molto gravi a cui bisogna rispondere riflettendo sulle responsabilità che i nostri Paesi e noi tutti abbiamo nei confronti della sua evoluzione. Rispetto al grande tema della crescita esponenziale della popolazione, egli sostiene che “non dobbiamo produrre più cibo, dobbiamo produrre diversamente”.  Michelangelo Pistoletto in tale ottica si domanda “come ciascuno di noi può fare qualcosa e partecipare senza essere pluriconsumatore”. Egli sostiene che bisogna passare da una mono individualità e da una mono possessione ad una condizione di dualità, dove ci siamo “io e l’altro” ovvero “io e la società”, in un equilibrio tra natura e artificio, natura ed economia, natura e politica. A Cittadellarte questa tematica è stata trattata sotto il punto di vista politico: sostituire al termine ‘Democrazia’, il termine ‘Demopraxia’, partendo dal termine ‘praxis’ (ovvvero pratica), che permetta alle persone non solo più di delegare, ma bensì di praticare, o meglio, demopraticare.

Rispetto al tema della salute, Franco Berrino afferma che non si dovrebbe parlare di ‘diritto alla salute’ quanto di ‘responsabilità alla salute’: mantenerci sani è nostra responsabilità quotidiana; il consumo di molti farmaci sarebbe evitabile con un diverso stile di vita basato su cibo sano anziché su cibi prodotti attraverso trasformazioni industriali o cibi spazzatura. Per questo diventa prioritario aumentare la consapevolezza di ciò che mettiamo nel piatto, per la propria salute e per la salute del pianeta. Partendo dalla necessità di riconsiderare visioni e scelte comuni, Carlo Petrini sostiene che dobbiamo ricostruire delle dimensioni comunitarie; “la comunità – infatti – è in grado di accettare le sfide più grandi perché ha la sicurezza affettiva”. Si tratta quindi di aprirsi maggiormente alla cosiddetta ’intelligenza affettiva’ che accompagni ‘l’intelligenza cerebrale’. Facendo riferimento alla storia del nostro paese, “la ricostruzione o meglio, la rigenerazione, è partita proprio dalle comunità”.tre-querce-via-saggezza-berrino-petrini-pistoletto-1521420220

Un altro argomento su cui si sono confrontate le nostre tre querce è stato quello della bellezza vista nelle sue varie forme. Secondo Michelangelo Pistoletto, pensare alla bellezza come un fatto puramente estetico e predeterminato è limitante: la bellezza è un insieme di sensibilità che conducono al concetto di anima e, come definito nella Trinamica, ovvero la scienza delle relazioni e degli equilibri, ragione e sentimento devono produrre qualcosa di nuovo, creando insieme una società nuova e diversa.

Franco Berrino si inserisce in tale discorso introducendo i concetti di bellezza ontologica, cioè la bellezza intrinseca delle cose, quella esistenziale, ovvero delle persone realizzate spiritualmente e la bellezza artistica, per la quale talvolta dobbiamo essere guidati per poterla comprendere appieno. Egli sostiene che bisogna riacquisire tutte queste forme di bellezza ed afferma: “non avviciniamoci mai a una persona, a un fiore o ad un albero con indifferenza, perché sono dei capolavori della natura”.

Carlo Petrini, in quest’ottica, cita la cultura ebraica, dove “bello e buono si sintetizzano in una sola parola e non è possibile creare bellezza se non c’è passione, che rappresenta ciò che permette di trasformare il mondo”.

I tre Maestri si sono confrontati infine sul concetto di ricerca dell’identità e su ciò che li ha spinti a trovare la loro passione per ciò in cui credono. “Noi abbiamo un’identità nostra che deve corrispondere all’identità del mondo, non solo a un’identità assoluta e individuale” afferma Michelangelo Pistoletto. Franco Berrino aggiunge che “il senso della vita è quello di migliorare le cose, dare un contributo. La mia gioia è la sensazione di essere utile”, mentre Carlo Petrini parla della bellezza del ‘diritto a sbagliare, per apprendere e imparare dalla vita.

Foto copertina
Didascalia: Berrino, Petrini, Pistoletto
Autore: Lorena Di Maria

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/tre-querce-via-saggezza-berrino-petrini-pistoletto/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Earth Hour, un’ora a luci spente. Il 24 marzo l’iniziativa mondiale del Wwf

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Dal Pacifico alle coste atlantiche si spegneranno monumenti, luoghi simbolo, compresi Colosseo e Basilica di San Pietro, sedi istituzionali, uffici, imprese e abitazioni private di tutto il mondo con centinaia di eventi e iniziative speciali sul web e nelle migliaia di città coinvolte. Un’ora riempita da centinaia di milioni di gesti simbolici, come spegnere le luci della propria casa e dei monumenti, che si trasformano in un appello planetario contro il cambiamento climatico e per la difesa del Pianeta. È questa l’energia positiva di Earth Hour – Ora della Terra, la più grande mobilitazione globale del WWF che tornerà sabato 24 marzo, dalle 20.30 alle 21.30 di ciascun paese. Dal Pacifico alle coste atlantiche si spegneranno monumenti, luoghi simbolo, compresi Colosseo e Basilica di San Pietro, sedi istituzionali, uffici, imprese e abitazioni private di tutto il mondo con centinaia di eventi e iniziative speciali sul web e nelle migliaia di città coinvolte in un vertiginoso gioco colorato dell’ON-OFF delle icone mondiali.  Quest’anno, per l’undicesimo compleanno di Earth Hour, la parola d’ordine sarà Connect2Earth, a sottolineare il legame tra il nostro benessere e l’equilibrio dei boschi, la purezza delle acque, la bellezza e ricchezza di vita e di specie. Per condividere globalmente l’importanza di questo legame è nata la piattaforma connect2earth.org, creata in partnership con il Segretariato della Convenzione sulla Diversità Biologica delle Nazioni Unite per approfondire temi come salute degli oceani, economie sostenibili, azioni concrete sul clima. Il progetto è sostenuto dal Ministero dell’Ambiente della Germania e l’International Climate Initiative.
Il messaggio planetario dell’Ora della Terra trasmetterà la volontà di impegnarsi singolarmente e collettivamente nel contrasto al cambiamento climatico, una sfida che è possibile vincere soltanto unendo le forze. Nel 2017 l’effetto domino dell’Ora della Terra ha registrato numeri da capogiro: 7000 città e oltre 184 paesi e regioni del mondo, centinaia di milioni di persone e per l’hashtag#EarthHour oltre 3 miliardi di azioni social rendendo ancora più popolare il tema della necessità di agire sui cambiamenti climatici. Nelle edizioni passate Earth Hour ha ispirato milioni di persone che hanno chiesto politiche sul clima più stringenti e azioni concrete sulla biodiversità: tra i risultati maggiori, la creazione di un’area marina protetta di oltre 3,4 milioni di ettari in Argentina, 2.700 ettari di foresta protetta in Uganda e leggi più severe sulla tutela di foreste e aree marine in Russia. Anche quest’anno l’evento italiano ha ottenuto il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’ANCI. Come main partner ci sarà Sofidel, azienda partner del WWF Italia nota in particolare per il marchio Regina e prima grande impresa in Italia ad aver aderito nel 2008 al Programma WWF Climate Savers.

“La biodiversità e la natura sono alla base della nostra esistenza e garantiscono benessere, salute, economia, felicità. Sono le fondamenta della nostra vita sul pianeta. Oggi stiamo spingendo il pianeta e i suoi sistemi naturali ai limiti della possibilità di sostenerci: Earth Hour è l’occasione per usare il nostro potere, sia come individui che come collettività, mettendo in moto azioni concrete per salvare il sistema Terra. Siamo grati a quanti, anche quest’anno, hanno voluto affiancarci come nostri partner e a chi ha aderito all’evento. Ci auguriamo che Earth Hour possa crescere non solo come numero di adesioni ma anche come effetto positivo e dirompente per la difesa della biodiversità e la lotta ai cambiamenti climatici in Italia”, ha dichiarato Donatella Bianchi, Presidente di WWF Italia.

“Earth Hour è la dimostrazione di come un’idea semplice possa ispirare le persone ad agire per proteggere la Terra. Sarà un’ora dedicata a riflettere sul ruolo vitale che biodiversità e natura giocano per le nostre vite, una scintilla capace di galvanizzare l’azione per una trasformazione verso un futuro più sostenibile”, ha detto Cristiana Paşca Palmer, Segretario Esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD). “Il Segretariato della CBD è lieto di lavorare con il WWF e con tutte le persone nel mondo desiderose di costruire un movimento in cui il singolo e le comunità creano una connessione personale con la Terra. Le riflessioni, le discussioni e le azioni avviate oggi contribuiranno a proteggere la biodiversità a livello locale, nazionale e globale e ci guideranno in un viaggio verso una vita in armonia con la natura”.

LA “TUA” ORA DELLA TERRA:

Per scoprire tutti gli appuntamenti, modalità di partecipazione, curiosità in Italia e nel mondo sul sito oradellaterra.org

Si potrà seguire e condividere l’evento con #oradellaterra.

TUTTI IN BICI PER IL CLIMA. 

La sera di sabato 24 marzo si potrà partecipare a Earth Hour in centinaia di modi diversi: dalle cene a lume di candela agli eventi di piazza previsti in tutta Italia. Il WWF ha anche organizzato da nord a sud speciali marce in bicicletta in diverse città italiane, grazie anche alla collaborazione con FIAB, tra cui Bologna, Napoli, Lecce e Catania. L’evento centrale sarà a Roma con la “Pedalata per il Clima”, totalmente gratuita, che partirà dal Colosseo alle 20.30 subito dopo lo spegnimento (punto di incontro alle 20.00) per raggiungere alle 21.30 la Basilica di San Pietro. Il corteo speciale, che si snoderà per le vie della capitale, è stato organizzato la collaborazione di Granfondo Campagnolo Roma, la piattaforma di bike sharing a flusso libero oBike o.bike/it, applicazione di ultima generazione scelta per il suo impegno ad una mobilità sostenibile, salutare e user-friendly e il mobility partner Moovit company.moovit.com/it.

CAOS CLIMATICO. 

Il cambiamento climatico è una delle minacce più devastanti per gli ecosistemi, la biodiversità, la straordinaria ricchezza della vita sulla Terra. Il 2017 si è chiuso come il secondo anno più caldo mai registrato, insieme al 2015 e dopo il 2016. Ma nel 2017 non c’era El Niño, il fenomeno periodico provocato dal surriscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico, quindi il dato è ancor più preoccupante. In questo secolo si sono anche avuti 17 dei 18 anni più caldi mai registrati, contando anche il 2000.  Tra le tante specie simbolo colpite dal climate change il WWF Italia ha scelto il leopardo delle nevi, per il quale sostiene concretamente i progetti di tutela. Questo splendido felino per millenni ha dominato le cime più alte dell’Asia, dall’Himalaya al Karakorum, vivendo tra i 3.000 e i 4.000 metri di altitudine e adattandosi alle condizioni più estreme. Purtroppo il riscaldamento globale sta distruggendo il suo habitat: la specie è ridotta a meno di 7000 individui e l’effetto clima sull’Himalaya potrebbe cancellare il 30% del suo habitat. Lo stato di salute della specie è strettamente connesso con quella umana: ben 3 miliardi di persone vivono grazie alle risorse idriche dei 7 grandi fiumi asiatici alimentati dalla catena himalayana e la sofferenza dei ghiacciai derivata dal riscaldamento globale è un pericolo anche per loro.

SIAMO TUTTI CONNESSI CON LA TERRA:

La Terra ci sostiene, non solo dal punto di vista fisico: ecco qualche numero che rende evidente la nostra connessione con i sistemi naturali.

– Un terzo delle 100 città più grandi del pianeta utilizzano acqua pulita che proviene da aree forestali protette;

– Sin dall’avvio dell’agricoltura (12.000 anni fa) l’uomo ha utilizzato circa 7.000 specie di piante diverse

– Nella medicina tradizionale e in quella moderna utilizziamo oltre 70.000 diverse specie di piante. Oltre il 60% delle medicine sintetiche, incluse aspirina, digitale e chinino, provengono da specie naturali;

– Almeno il 35% della produzione mondiale agricola è assicurata dalla capacità riproduttiva degli insetti impollinatori.

– Oggi il 15% del consumo di proteine mondiale è assicurato dai prodotti della pesca

– L’acidificazione degli oceani può minacciare il plankton, il sostegno principale delle grandi creature marine tra cui balene e pesci di grossa taglia.

 

Fonte: ecodallecitta.it

 

Le tecnologie per aspirare CO2 dall’aria non sono la soluzione contro il cambiamento climatico

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È categorico il giudizio degli esperti del Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC), sulle cosiddette “Net”, le tecnologie per le emissioni negative di cui si sente parlare sempre più spesso. “L’unica soluzione è il taglio delle emissioni”

I sistemi e le tecnologie per aspirare l’anidride carbonica dall’aria non funzioneranno sulle enormi scale necessarie a fermare il cambiamento climatico, l’unica soluzione è il taglio delle emissioni. È categorico il giudizio degli esperti del Consiglio consultivo scientifico delle accademie europee (EASAC), sulle cosiddette “Net”, le tecnologie per le emissioni negative di cui si sente parlare sempre più spesso. Dalla semplice piantagione di alberi alla filtrazione di CO2 dall’aria, le tecnologie che per alcuni possono essere la “pallottola d’argento” nell’arrestare il riscaldamento globale, rischiano paradossalmente di provocare enormi danni all’ambiente stesso e sono anche estremamente costose. Praticamente tutti i percorsi tracciati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi richiedono un enorme dispiegamento delle tecnologie NET dopo il 2050, perché i tagli alla CO2 attesi sono troppo lenti per arrivare ad emissioni zero in tempi rapidi. L’IPCC calcola che nella seconda metà del secolo dovranno essere catturate e immagazzinate circa 12 miliardi di tonnellate all’anno di emissioni, circa un terzo di quelle attuali prodotte nel mondo. Il rapporto dell’EASAC, che fornisce consulenza all’Unione europea ed è composto dalle accademie scientifiche nazionali dei 28 Stati membri, avverte che affidarsi alle tecnologie Net, invece che alle riduzioni delle emissioni, potrebbe comportare un grave riscaldamento globale e “gravi implicazioni per le generazioni future”. La prospettiva più high-tech è quella di filtrare la CO2 direttamente dall’aria, ma attualmente nel mondo esiste solo un impianto del genere che intrappola solamente 1.000 tonnellate all’anno. Oltre alle difficoltà tecniche, non esiste anche un’imposta diffusa o significativa sulle emissioni di CO2. “Al momento nessuno lo farà, perché nessuno pagherà”, ha detto il Professor John Shepherd dell’Università di Southampton, tra gli autori del report. Ciononostante, il documento afferma che la ricerca e lo sviluppo sui NET devono continuare perché potrebbero svolgere un ruolo importante e più piccolo nel trattare le emissioni che sono molto difficili da evitare, come quelle del settore aeronautico. Il suo messaggio tuttavia è abbastanza chiaro: non bisogna rimandare la pulizia dell’aria per altri 50 anni, si deve ridimensionare l’uso irrealistico delle emissioni negative nei modelli climatici e aumentare l’ambizione per arrivare ad emissioni zero il più rapidamente possibile.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Il Piemonte brucia e con esso la nostra indifferenza

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La Val di Susa e il Piemonte sono in fiamme. “Non sorprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente”. Agiamo adesso. Spegniamo gli incendi e cambiamo la nostra energia. Sono giorni che il Piemonte brucia. Giorni che vediamo foto, video o vere fiamme illuminare le notti di questo fine ottobre quasi estivo.  Giorni e notti che assistiamo impotenti allo svanire di ettari di terra, boschi, foreste, ecosistemi. Le nubi di fumo raggiungono le città, le fiamme lambiscono i paesi della Val di Susa, i canadair volano impotenti e allora qualcuno si accorge e si lamenta. I piromani, borbotta qualcuno. Il fato ingrato esclama qualcun’altro. E invece, purtroppo, la causa è un’altra, la colpa è la nostra. Nostra che per anni abbiamo contribuito inerti e indifferenti al cambiamento climatico. Nostra che ci scaldiamo e combattiamo quando toccano la salute dei nostri figli, ma nulla facciamo per non cancellare il loro futuro. Nostra che vogliamo la casa in inverno a 24 gradi e in estate a 16. Nostra che usiamo l’auto per andare a comprare il latte. Nostra che votiamo i politici in base alle false promesse sul lavoro e nemmeno gli domandiamo cosa intendono fare per clima e ambiente. E ora, dopo decenni in cui si parla di cambiamento climatico, non piove da mesi. Il Piemonte è un’unica distesa di terra secca in cui per fortuna svettano ancora foreste millenarie. Ma se arrivano le fiamme…

Non soprendiamoci almeno. Mentre le lacrime dovute al fumo o al dolore rigano i nostri volti non scagliamoci contro il piromane di turno o lo Stato assente. Ricordiamoci di quante volte abbiamo ascoltato con insofferenza chi ci invitava a fare attenzione ai nostri consumi. Pensiamo a quante volte alla prima estate fresca abbiamo esclamato “altro che riscaldamento del pianeta”! Senza nemmeno sapere che il cambiamento climatico prevede sbalzi sempre più forti e non un caldo costante.

Luca Mercalli lo ha scritto anni fa. Dobbiamo preparci. Qui non si tratta più di fermare il cambiamento climatico, ma di adattarci al nuovo mondo che abbiamo costruito. Un mondo con siccità e bombe d’acqua, con estati lunghissime o estati assenti. Un mondo diverso ma ancora abitabile se decidiamo ADESSO, una volta per tutte, di fare di questa battaglia la nostra priorità. Vogliamo un futuro per noi, per i nostri figli e per le altre creature che popolano i nostri boschi e le nostre pianure? Allora fermiamo il cambiamento climatico. Informiamoci, cambiamo stile di vita, agiamo, votiamo con coscienza. E, nel frattempo, spegniamo questi incendi.

Per sapere cosa puoi fare concretamente vai alla sezione clima delle visioni 2040. Scopri come puoi cambiare il tuo impatto e cambia gestore di energia elettrica passando ad uno cento per cento rinnovabile!

Fonte: http://piemonte.checambia.org/articolo/incendi-piemonte-indifferenza/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

Il 2015 è stato l’anno più caldo di sempre

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Lo si sapeva da mesi, ma ora è ufficiale: il 2015 è stato l’anno più caldo della storia moderna. La National Aeronautics and Space Administration (NASA) e la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) che compiono il monitoraggio delle temperature sulla terraferma e negli oceani lo hanno confermato congiuntamente mercoledì 20 gennaio. Secondo la NOAA il 2015 ha superato di 0,9°C la media del XX secolo e di 0,16°C il picco del 2014, secondo la NASA il superamento è stato di 0,87°C rispetto alla media del XX secolo e di 0,13°C al di sopra del 2014. Il 2015 è di gran lunga l’anno più caldo della storia e nella graduatoria precede, nell’ordine, 2014, 2010, 2013, 2005, 2009 et 1998. Il mese di dicembre (con temperature sopra lo 0 al Polo Nord!) ha battuto tutti i record superando di 1,11° C la media del secolo scorso. Nove dei dodici mesi del 2015 hanno stabilito i record mensili di temperatura media: solo gennaio, febbraio e aprile fanno eccezione. Le anomalie termiche registrate un po’ in tutto il mondo sono da attribuire a El Niño, questo fenomeno naturale ciclico che si verifica periodicamente (fra i 3 e i 7 anni) e si caratterizza per un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale e un’inversione degli alisei: il combinato di questi due fenomeni, per il gioco delle correnti oceaniche e atmosferiche, genera sconvolgimenti meteorologici di grande ampiezza su scala globale. Il fenomeno in corso dovrebbe terminare in estate e ciò lascia prevedere che anche i primi mesi del 2016 saranno più caldi della norma. Bernie Sanders, candidato democratico alla Casa Bianca, ha commentato la notizia con un tweet:

Il dibattito è finito. Il cambiamento climatico è reale e causato dall’attività umana. Questo pianeta e la sua gente sono in difficoltà.

 

Fonte:  NOAA | NASA

 

Starbucks e l’olio di palma

Starbucks ha un grosso problema e a farglielo presente è una coalizione di associazione che ha scritto una lettera al CEO del gruppo, Howard Schultz, sollecitando azioni concrete per far sì che l’olio di palma acquistato non contribuisca più alla deforestazione e al cambiamento climatico. Ma il fenomeno è ben più ampio…starbucks_olio_palma

Il colosso americano delle caffetterie, approdato ormai anche nel nostro paese, è alle prese con critiche molto dure che stanno contribuendo a indebolirne l’immagine. Il problema è l’olio di palma utilizzato dal gruppo, che arriva direttamente dai paesi dove le coltivazioni intensive distruggono le foreste. A inviare una lettera al CEO di Starbucks, Howard Schultz, sono stati il Center for International Policy, Forest Heroes, l’International Labor Rights Forum, il Rainforest Action Network, la Rainforest Foundation Norway, il Sierra Club, il SumOfUs and l’Union of Concerned Scientists (UCS). Nella lettera si esplicita l’invito a non acquistare più prodotti, quali appunto l’olio di palma ma anche la carta, che favoriscono la deforestazione e i cambiamenti climatici. Oltre alla lettera, Starbucks si è visto recapitare una petizione firmata da 300.000 persone. Il gruppo acquista olio di palma soprattutto dal sud est asiatico, dove la foresta vergine viene cancellata per fare posto alle coltivazioni intensive di palma da olio. Peraltro nell’ultimo anno l’Indonesia è stata devastata da continui roghi che hanno prodotto effetti devastanti anche sulla popolazione, facendo ammalare e uccidendo un numero elevato di persone ed esponendo a pericoli 43 milioni di indonesiani. Ma Starbucks non è ovviamente l’unica azienda ad utilizzare massicciamente olio di palma non sostenibile (sempre che esista quello sostenibile!).  Se la produzione annuale nel mondo ha raggiunto i 70 milioni di tonnellate è perchè la richiesta è altissima e va aumentando sempre di più. Si tratta di un ingrediente utilizzato nell’industria alimentare, ma anche nella cosmesi e farmaceutica, nell’agroenergia e nei mangimi per animali. Costa poco, è versatile, inodore, insapore e facilmente lavorabile, quindi le multinazionali lo acquistano in quantità tali da rendere la richiesta, e quindi la produzione, non sostenibile. Non mancano i tentativi di greenwashing. Infatti nel 2004 è nata la tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile, che fornisce una certificazione detta appunto Rspo che dovrebbe garantire una produzione che preserva la foresta primaria. Ma, guarda caso, qualche anno fa Greenpeace ha scoperto che la United Plantations aveva ottenuto la certificazione malgrado continuasse a distruggere le foreste. Di recente l’associazione ambientalista, insieme al Wwf, ha dato vita al Poig, Palm oil innovation group, il cui obiettivo è certificare la sostenibilità dell’olio di palma con criteri più stringenti. Ma c’è chi ha aspramente criticato il fatto che le due associazioni si siano alleate in questa nuova avventura con Ferrero, Danone e AgroPalma! La via d’uscita? Smettere di usare olio di palma, senza però sostituirlo con altri oli da coltivazioni altrettanto insostenibili. Smetterne l’utilizzo significherebbe ritornare alla produzione alimentare artigianale, alla limitazione drastica dell’uso dei mezzi di trasporto in modo che non occorra nemmeno il biodiesel all’olio di palma; significherebbe cambiare paradigma e diminuire i consumi. Utopia? Chissà…

Fonte: ilcambiamento.it

Più alberi e cura dei suoli per combattere il cambiamento climatico

Quando si parla di tecnologie che possano risolvere il problema del cambiamento climatico, si invocano chissà quali meraviglie ancora da inventare o aeroplani che disseminano sostanze chimiche in atmosfera o ancora enormi grattacielo che riescano ad inghiottire l’anidride carbonica. Eppure, secondo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford, la migliore delle soluzioni non è così complessa. Ci sono due cose che abbiamo già a disposizione: gli alberi e il terreno.riforestazione

Per combattere il cambiamento climatico le soluzioni migliori arrivano dagli alberi e dal miglioramento delle condizioni dei suoli: a dirlo il nuovo rapporto dei ricercatori dell’università di Oxford (clicca qui per leggere il rapporto). I costi sarebbero estremamente contenuti, non ci sarebbero rischi. Nello specifico, le due tecniche suggerite dal rapporto sono quelle della afforestazione – piantare alberi anche dove prima non ce n’erano – e l’utilizzo del biochar, un ammendante del suolo che si produce utilizzando carbone di legna. Secondo i ricercatori di Oxford, percorrendo questa strada si riuscirebbe a far invertire la rotta ai cambiamenti climatici, mentre le tecnologie cosiddette ad emissioni negative servirebbero soltanto ad evitare il peggioramento delle attuali condizioni. D’altra parte il quinto recente rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, non lascia àdito a dubbi : il cambiamento climatico è in corso ed è di origine antropogenica, senza più alcun dubbio. Le opportunità di mantenere l’aumento della temperatura media terrestre entro i +2° si stanno inesorabilmente erodendo. La partita non è persa ma il tempo per agire è di pochi anni. Il Rapporto riconosce gli straordinari progressi fatti dalle tecnologie low-carbon, ma i dati pubblicati dicono che le emissioni globali continuano a crescere e che si è arrivati già a +0,7 °C di riscaldamento globale rispetto al periodo preindustriale. Progetti di afforestazione estesa cominciano a vedersi, anche se occorre senza dubbio che questa scelta rappresenti il cambio di paradigma globale. Face the Future sta portando avanti nella sierra dell’Ecuador un progetto di afforestazione comunitario che coinvolge, oltre al governo, le comunità locali. Sono inoltre in corso un progetto di riforestazione nella zona delle mangrovie sul delta del Sine-Saloum in Senegal e uno nel parco nazionale di Kibale in Uganda. In Australia è partita la Carbon Farming Initiative che garantisce agevolazioni ai proprietari di terreni che creano e mantengono foreste e boschi; in Tanzania vengono recuperati terreni agricoli in via di desertificazione piantando alberi con il Bagamoyo Afforestation Project e la lista è lunga, inclusi progetti di forestazione anche nel nostro paese. Non di rado si è di fronte a progetti pensati per utilizzare i meccanismi di compensazione volontaria delle emissioni introdotti dalla comunità internazionale, parallelamente al Protocollo di Kyoto. E’ nato quindi un mercato volontario di acquisto e scambio di certificati e crediti, originato da progetti di riduzione delle emissioni di gas serra in paesi terzi. Naturalmente, il passo auspicabile è che quello della afforestazione e riforestazione e del freno al consumo di suolo e al degrado del territorio divenga un modus operandi e una finalità, non solo un’azione frutto di un calcolo.

Fonte: ilcambiamento.it