Smog, nuovo studio sull’esposizione ai diesel: “Gravissimi cambiamenti nel sangue”

University of British Columbia, 16 volontari asmatici chiusi in una stanza a respirare emissioni diesel paragonabili a una strada di Pechino: “In poche ore abbiamo osservato cambiamenti del sangue che potrebbero avere un impatto a lungo termine. L’impatto sull’organismo è stato molto più forte di quanto previsto” | Lo studio381561

Basterebbero due ore di esposizione ai gas diesel per causare danni significativi – e a lungo termine – al corpo umano. Le particelle inquinanti sarebbero in grado di alterare l’espressione genica nell’uomo, secondo uno studio canadese della University of British Columbia (UBC), realizzato da un gruppo di ricercatori guidati da Chris Carlsten e pubblicato sulla rivista ‘Particle and Fibre Toxicology‘.
Nel corso della ricerca, 16 volontari adulti non fumatori ma asmatici sono stati invitati a stare in una stanza chiusa. Hanno quindi respirato aria filtrata o scarico di motori diesel, con un inquinamento del livello di una strada a Pechino. L’impatto sull’organismo e’ stato molto più forte di quanto previsto dagli scienziati. “In poche ore – ha detto Carlsten – abbiamo osservato cambiamenti del sangue che potrebbero avere un impatto a lungo termine“. Secondo gli scienziati, infatti, l’esposizione a particolato altera un meccanismo chimico che influisce sul Dna umano.
Il passo successivo per i ricercatori sarà quello di trovare un modo per riparare il danno. “Quando si riesce a dimostrare l’esistenza di cambiamenti che si verificano troppo in fretta spesso significa che è possibile invertire gli effetti osservati sia con una terapia, un cambiamento nell’ambiente o addirittura una dieta”, ha detto Carlsten.
Lo studio: Short-term diesel exhaust inhalation in a controlled human crossover study is associated with changes in DNA methylation of circulating mononuclear cells in asthmatics

Fonte: ecodallecitta.it

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Incentivi alle rinnovabili, le novità previste dal decreto Fare bis

La bozza del provvedimento prevede novità in materia di ritiro dedicato e prezzo minimo garantito, che sarebbe abolito. Cambiamenti che non piacciono all’associazione Assorinnovabili376412

Non piace molto, all’associazione Assorinnovabili, la bozza del cosiddetto Decreto Fare bis che circola da qualche giorno e che, al netto della crisi di Governo in atto, dovrebbe introdurre delle modifiche al sistema di incentivi per le rinnovabili. Prima di tutto, la bozza (vedi allegato) prevede l’eliminazione del prezzo minimo garantito, pagato al produttore nel momento in cui immette l’energia elettrica nella rete. Questo, infatti, dovrebbe essere sostituito con il prezzo di mercato, spesso inferiore. Novità anche in materia di ritiro dedicato, che al momento prevede che, su richiesta del produttore, l’energia rinnovabile prodotta venga ritirata dal Gse (Gestore dei servizi energetici) a un prezzo fissato dall’Aeeg (Autorità per l’energia elettrica e il gas). Attualmente, inoltre, per produzioni relative a impianti di potenza non superiore a 1 MW e fino a un limite di produzione di 2000 MWh annui, il prezzo di ritiro è superiore ai prezzi di mercato. Secondo lo schema di Decreto del Fare bis, invece, per gli impianti a fonti rinnovabili incentivati con questo meccanismo il prezzo di ritiro dovrebbe essere pari al prezzo zonale orario, con una riduzione stimata degli oneri in bolletta di circa 170 milioni di euro all’anno. Secondo Assorinnovabili (leggi il comunicato) le misure previste penalizzerebbero i “pionieri della generazione distribuita”, colpendo in modo retroattivo oltre 10.000 piccoli impianti a fonti rinnovabili. Le novità in cantiere, tra l’altro, non finiscono qui: la bozza di decreto prevede infatti una diversificazione di durata e percentuale degli incentivi per il fotovoltaico, allo scopo di ridurre il loro peso sulla bolletta elettrica. I produttori potranno decidere se continuare a godere degli incentivi già previsti, oppure optare per una diminuzione del sussidio, che durerebbe però sette anni in più. Sempre per limitare l’impatto delle rinnovabili sulla bolletta elettrica degli italiani, infine, la bozza di provvedimento propone di immettere sul mercato delle obbligazioni di durata anche trentennale. L’obiettivo è quello di ottenere in questo modo finanziamenti tali da ridurre del 15-20% il peso degli incentivi sulle tariffe elettriche.

Scarica la bozza del decreto Fare bis [0,55 MB]

Fonte: QualEnergia

 

Il global warming e il collasso della produttività del lavoro

Se le emissioni proseguiranno secondo il business as usual, le ondate di calore causeranno una riduzione della capacità lavorativa fino al 60% a fine secolo, con punte fino al 20-30% nelle zone equatoriali e tropicali. I costi derivanti dalla perdita di produttività supereranno tutti gli altri costi imputabili al global warmingRiduzione-produttività-del-lavoro-nel-XXI-secolo-432x337

La produttività è un’ossessione degli industriali che pensano di poter costringere i lavoratori a ritmi sempre più rapidi “per essere competitivi” (1). D’altra parte, esistono soglie minime di produttività per poter garantire “il mondo come lo conosciamo”. Queste soglie minime verranno sempre più messe a rischio dai cambiamenti climatici, come illustra uno studio  della NOAA: l’aumento delle temperature globali farà crescere lo stress da caldo e ridurre la capacità lavorativa, come è illustrato nel grafico in alto (2). Secondo l’analisi il costo della perdita di produttività potrebbe superare tutti gli altri costi indotti dal global warming messi insieme, e non c’è da stupirsi, visto che il lavoro è la base della società umana. (3). Nel probabile caso di emissioni business as usual è prevista una riduzione della capacità lavorativa fino al 60% alla fine del secolo (zona in rosso). La diminuzione potrebbe fermarsi all’80% nell’improbabile  caso di emissioni dimezzate (zona in blu). Ancora più impressionante è la riduzione della capacità lavorativa per zone geografiche (mappa qui sotto). In caso di aumento di 3°C, scenario probabile se si continuerà a inquinare come oggi, nelle zone equatoriali e tropicali la capacità lavorativa potrebbe calare fino al 20-30%.Riduzione-produttività-zone-geografiche-432x174

(1) In Tempi moderni, Charlie Chaplin è stato il primo a cogliere la disumanizzazione di un lavoro in cui gli uomini devono seguire il ritmo delle macchine.

(2) La capacità lavorativa è definita come il rapporto tra la produttività minima annuale e la produttività massima: essendo adimensionale, viene rappresentata come una percentuale.

(3) L’arti. 1 della Costituzione Italiana, prima ancora di essere un omaggio ai lavoratori è un omaggio alla Fisica.

Fonte: ecoblog

Gli oceani più acidi contribuiranno a riscaldare il clima per i cambiamenti del fitoplancton

In un ambiente più acido il plancton rilascia infatti meno solfuro dimetile, sostanza che generando aerosol contribuisce a raffreddare il clima riflettendo più luce solare e formando nubi. L’impatto potrebbe essere notevole, fino a mezzo grado in più nel 2100Phytoplankton_-_the_foundation_of_the_oceanic_food_chain-586x394

Chi segue le questioni ambientali sa che l’eccesso di emissioni di CO2 prodotte dall’uomo sta acidificando gli oceani e che questo sta creando seri problemi per la formazione del guscio calcareo di molte specie viventi, comprese le ostriche.

Come se questo non bastasse, una ricerca appena pubblicata su Nature mostra che  oceani più acidi causeranno ulteriore global warming per i cambiamenti indotti nel fitoplancton. Questi minuscoli esseri vegetali hanno infatti un ruolo importante nella mitigazione del clima, poichè rilasciano solfuro dimetile (quello che al mare dà il tipico odore di salsedine) che in atmosfera contribuisce alla formazione di aerosol che a loro volta riflettono la luce e favoriscono la formazione delle nubi,  fenomeni che riducono il riscaldamento del pianeta. La ricerca del Max Planck Institute mostra che l’acidificazione degli oceani riduce significativamente le emissioni di solfuro dimetile da parte del plancton, con un possibile ulteriore aumento di temperatura di 0,23-0,48 °C entro fine secolo. Quanti sono ancora i fattori che ancora non conosciamo che potrebbero accelerare il riscaldamento? Quanti i feedback positivi che possono scatenare un effetto valanga? Questo dovrebbe insegnarci la massima precauzione e la massima priorità nel combattere i cambiamenti climatici.

 

Fonte: ecoblog