Il coraggio della condivisione: la comunità “Don Milani” di Acri

Nello Serra ha cominciato 33 anni fa in Calabria ad agire in nome della condivisione e dell’integrazione e oggi, con un bagaglio immenso di esperienze ed umanità, accoglie, insieme agli altri membri della comunità “Don Milani” di Acri tutti coloro che hanno bisogno di ritrovarsi: giovani, anziani, sani e malati, italiani e stranieri. E tutti partecipano con ciò che hanno al benessere collettivo.aceto-di-mele-1

La “Don Milani” è una comunità che vive e opera in una terra difficile, la Calabria. Ma il progetto umano delle persone che ne fanno parte è cresciuto negli anni insieme alla consapevolezza di essere sulla strada giusta. La “Don Milani” di Acri ha 33 anni di vita e oggi accoglie “le persone che scelgono di viverci siano essi giovani, anziani, italiani o stranieri, sani o malati; ognuno dà quello che può o quello che ha e tutti partecipano al benessere collettivo, chi con i soldi della pensione, chi col lavoro” spiega il punto di riferimento del gruppo, Nello Serra. “Il mio pensiero va ancora spesso al 1982, anno in cuiprendemmo la decisione, con un gruppo di giovani portatori di handicap impegnati in un corso di formazione professionale, di fondare una cooperativa alla quale dare un nome emblematico, ricco di significato, quello di Don Milani” spiega Nello. “In molti si domandano perché abbiamo utilizzato un nome così importante. Lo abbiamo fatto perché il priore di Barbiana sperimentò, senza volerne fare un metodo, un modo di fare scuola che motivasse gli allievi a diventare protagonisti del loro progetto educativo. A chi gli chiese, infatti, di scrivere un metodo rispose: non è come bisogna fare a far scuola ma come bisogna essere per far scuola. Da giovane ero affascinato da Lorenzo Milani, vivendomi come uno dei suoi ragazzi bocciati a scuola perché figli di operai e contadini e come loro volevo affrancarmi dalla subalternità. Strada facendo, mi convinse la scelta di andare verso una cooperativa-comunità per tutti”. Una scelta che andava e va in una direzione differente rispetto alle tante strutture esistenti pensate per una “categoria”: anziani, malati mentali, tossicodipendenti, immigrati, ragazze madri, orfani, “che vengono così etichettati e ghettizzati”. “A me è toccato il privilegio di rimanere legato a questa realtà dall’inizio e a volte mi chiedo se sia per la fedeltà al progetto o perché il progetto è fedele a un ideale unificante degli esseri umani a prescindere dalle loro condizioni personali e sociali. Crediamo di avere creato un luogo con spazi e attività in cui le diversità sono esaltate anziché represse, in cui tutto quel che si pensa, si dice e si fa aiuta ad affrontare i bisogni per superarli, imparando ad accettare l’aiuto e a darlo quando è il momento della restituzione. Siamo impegnati a perseguire l’autofinanziamento mediante attività sostenibili che garantiscono un legame con la storia, le tradizioni, le attività tipiche della civiltà artigianale e contadina, soprattutto perseguiamo il ritorno alla terra, con le coltivazioni biologiche su terreni marginali, tuttavia, ricchi di biodiversità che vogliamo conservare e valorizzare. Questo ha creato le condizioni di non dipendenza dai finanziamenti pubblici e/o privati o dal ricorso continuo a campagne di beneficenza. In ogni cosa che facciamo cerchiamo la sobrietà e l’essenzialità e lavoriamo per la conquista di stili di vita che ribaltino le logiche incentrate sull’essere più che sull’avere, guardando a ciò che serve veramente alla vita: consumo critico, corretta e sana alimentazione con cibo buono, possibilmente autoprodotto, ricerca di relazioni fiduciose e solidali, educazione al rispetto della natura, riscoperta del riciclo, del riuso, del baratto. Per fortuna, o forse per meriti conquistati sul campo, godiamo della fiducia e dell’aiuto della comunità locale che abbiamo imparato a stimolare piuttosto che provocare, perciò siamo riusciti ad aiutare giovani con disabilità, ragazze madri, immigrati, giovani con problemi familiari e, in ultimo, anziani, soprattutto non autosufficienti, che sarebbero finiti in strutture dove si muore dopo pochi mesi dal ricovero. Grazie a questa relazione felice siamo riusciti a raccogliere, negli anni, una consistente somma di denaro (parliamo di qualcosa come un milione di euro) con cui abbiamo costruito una grande casa – senza finanziamenti pubblici – in cui vivere, lavorare, riposare, divertirsi, recuperare forze perdute, riscoprire potenzialità residue. La gente comune ci ha aiutato con piccole offerte, ci ha destinato il cinque per mille sulla dichiarazione dei redditi, ha comprato i prodotti del nostro laboratorio (giocattoli artigianali, fiori di seta, saponi, libri, liquori, tisane, creme e unguenti). Una singola benefattrice ci ha donato il terreno su cui edificare la struttura, una somma di denaro e una casa nel centro storico che non siamo riusciti ancora a ristrutturare e ad abitare”.  Poi la “Don Milani” di Acri ha un’altra peculiarità. “Abbiamo ripreso ad allevare il baco da seta, attività una volta fiorente in Calabria. Con i bozzoli facciamo composizioni floreali e bomboniere per le spose, saponi unguenti e creme; con le more di gelso marmellate e liquori, con le foglie tisane. Nel periodo d’allevamento accogliamo scolaresche e persone interessate alla gelsi bachicoltura, alla sericoltura e alla tessitura. Tra le attività messe in piedi nei circa cinque ettari di terra di proprietà vi è quella dei frutti perduti che sono stati recuperati, delle piante spontanee che utilizziamo per l’alimentazione e la fitoterapia. Grazie alla collaborazione gratuita di un valente chimico, il dottor Silvio Faragò della Stazione della seta di Milano, siamo in grado di estrarre dai bozzoli di seta le proteine cosiddette nobili come la sericina, la fibroina, l’olio di crisalide, sostanze molto valide per la cosmetica che sappiamo utilizzare. Pur empirici, siamo mossi da principi e valori fondamentali mai rigidamente fissati. Prima di tutto la cultura dell’integrazione e del mutuo aiuto: vogliamo abolire la tradizionale divisione delle persone in categorie e stimolare il mutuo aiuto (il più anziano aiuta il meno anziano, il più autonomo aiuta il meno autonomo, il ricco aiuta il povero. Poi crediamo nella natura mutualistica e nel carattere non speculativo: il fine non è il profitto per i soci, ma procurare beni e servizi a condizioni vantaggiose (la “Don Milani” è una onlus. Puntiamo all’autogestione: partendo dal presupposto che la “Casa” è autogestita dagli operatori e dai residenti, essa è bene prezioso, da salvaguardare, innanzitutto da parte di chi la abita e la vive. Pratichiamo la cultura della parità: pur nel rispetto della diversità dei ruoli, le persone hanno pari diritti e pari dignità. Non ci sono operatori e utenti in senso stretto ma tutti sono operatori e utenti allo stesso tempo. Lavoriamo sulla parte sana: anche nelle persone più in difficoltà esiste una parte sana sulla quale scommettere. Ricerchiamo il benessere personale e sociale: obiettivo principale è il raggiungimento del livello più alto possibile di benessere personale e sociale fatto di autostima, di relazione autentica con gli altri, di consapevolezza delle proprie risorse e dei limiti e di capacità di stare, progettare e costruire insieme agli altri. Non vogliamo sostituirci a nessuno, né siamo taumaturghi a cui delegare i problemi della marginalità e del disagio sociale. Vogliamo contaminare, disseminare segni. E’ questo il motivo per il quale non vogliamo convenzionarci con gli enti pubblici. Chi viene da noi devi volerci venire per scelta, non perché qualcuno ce lo manda per scaricarselo. Crediamo nel cambiamento come valore, all’importanza di educare ed educarsi al cambiamento per saper divenire. Sviluppiamo la socialità e la creatività, elementi essenziali della disponibilità al cambiamento. Vogliamo più giustizia sociale: non ci si pone come antagonisti nei confronti della realtà sociale ma come forza che cerca di limitare i danni e a realizzare, nei fatti, una maggiore giustizia sociale. Siamo portatori di una cultura che educa all’ottimismo e alla speranza, ci sforziamo di pensare al nostro lavoro come una provocazione in grado di suscitare attenzione, riflessione, dibattito. Vogliamo essere co-promotori di una cultura basata sulla cooperazione piuttosto che sull’agonismo, sull’ascolto delle ragioni degli altri piuttosto che sull’affermazione esasperata delle proprie e sul giudizio. La nostra esperienza ha un forte radicamento nella comunità locale”.

Per saperne di più: www.Comunitadonmilani.it e www.Bachicoltura.it.

Chi voglia meglio conoscere fatti specifici, esperienze vissute, storie di vita, programmi e progetti futuri ha la possibilità di farlo chiedendo una copia del libro “Guarda che fa quel matto di Nello Serra” edito dalla casa editrice Progetto 2000 di Demetrio Guzzardi. Nel libro è riassunta l’utopia che è in fondo una filosofia di vita, è una vita spesa per capire che la pace vince sulla guerra se è disarmo unilaterale; che il perdono vince sulla vendetta se è perdono vero; che l’ interesse altruistico se autentico vince sull’indifferenza; che l’ amore supera l’odio se è amore operoso e generoso; che l’agire per l’intesa funziona di più dell’agire per un fine…

 

Fonte: ilcambiamento.it

Olio, il finto “made in Italy” con il sistema delle fatture false

Parassiti e mosca olearia decimano la produzione e gli olivicultori acquistano da Turchia e Tunisia le olive per far quadrare i bilanci. La siccità e la mosca olearia hanno reso più povera la stagione degli olivicultori e alcuni di loro si sono organizzati per mantenere inalterati o quantomeno vicini agli standard i quantitativi della loro produzione. Come? Con un sistema di false fatturazioni che, secondo quanto affermato da Coldiretti, permetterebbe agli olivicultori di Calabria e Puglia di raddoppiare la propria produzione con olio proveniente dalla Tunisia o dalla Turchia. A ogni quintale prodotto sulla carta in Italia, ne corrisponde altrettanto prodotto altrove, nel migliore dei casi d’oliva, nel peggiore con semi o con le sanse ovverosia gli scarti. Il documento contabile procurato di frodo trasformo l’olio cattivo e di bassa qualità in olio “made in Italy”, con la maggiorazione di prezzo e la migliore spendibilità nell’export che ciò comporta. I parassiti come la mosca olearia e la siccità hanno decimato la produzione: se la media del raccolto annuo è di sei milioni di quintali, quest’anno si è a malapena raggiunto il milione di quintali. Puglia e Calabria sono, rispettivamente, la prima e la seconda regione come superficie coltivata a ulivi. L’olio “taroccato” fa dei giri enormi e dopo che le olive turche sono state lavorate, imbottigliate ed etichettate ripartono per i mercati americani e europei con la dicitura “made in Italy”.

La questione fondamentale è che la olivicultura in Italia è concorrente di paesi più poveri del nostro che lavorano a costi molto più bassi. Noi quindi non siamo competitivi e viviamo una situazione di crisi endemica. Gli olivicultori che in anni passati hanno truffato con le integrazioni della Comunità europea, adesso che le condizioni sono più restrittive nei controlli visto che c’è maggiore tracciabilità, usano questo altro metodo per far quadrare i conti delle aziende,

spiega il marchese Pierluigi Taccone, a capo dell’azienda agricola Acton di Leporano, 300 ettari nella piana di Gioia Tauro.72551783-586x387

Fonte:  Repubblica

© Foto Getty Images –

Massimiliano Capalbo e le “Orme nel Parco”: cambiare la Calabria è un’impresa eretica (possibile)!

“Se quello che fate non vi diverte, smettete di farlo e subito”. Sono le parole di due economisti svedesi che si leggono sul blog di Massimiliano Capalbo, fondatore di “Orme nel Parco”, a commento di una carriera intensa nel turismo e nella comunicazione. E infatti la sua attività imprenditoriale nasce proprio da una passione, “come tutte le cose che meritano di essere realizzate”, racconta. “Orme nel parco” viene inaugurato nel 2008 ed è il primo parco avventura eco-esperenziale della Calabria, l’ingresso è gratuito e si pagano solo le attività che si decide di svolgere.

Immaginate una natura vergine – la Sila – un bosco di faggi tra scoiattoli e cinghiali, a 1600 metri di altezza in località Tirivolo di Zagarese. Dal giorno della sua inaugurazione sono passati per il parco oltre 120 mila visitatori. “Considero il successo di Orme nel Parco uno smacco dimostrativo per tutta la Calabria”, confida Massimiliano, “perché ha sfatato una serie di luoghi comuni usati come scuse per giustificare l’incapacità imprenditoriale delle persone”.

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Massimiliano ha percorso la propria strada controcorrente, contando solo sulle proprie idee. “Abbiamo sconfessato chi dice che in Calabria si può fare impresa solo con i fondi pubblici, perché noi non ne abbiamo ricevuti”, spiega il fondatore del parco avventura. All’inizio Massimiliano organizzava jeep tour con il suo socio Giovanni Leonardi solo durante l’estate, ma per farlo diventare un lavoro a tempo pieno iniziano a cercare fondi per dare solidità al loro progetto. Trovano finanziamenti privati, grazie a un imprenditore emiliano che decide di scommettere sulla loro idea. “Abbiamo smentito anche il luogo comune che vede l’assenza di infrastrutture come un ostacolo”, prosegue, “perché qui inizialmente non c’era neanche la copertura per la rete telefonica, siamo a 20 Km dal centro abitato più vicino e mancava persino la rete elettrica”. Oggi il parco è ancora immerso in una natura vergine e l’aria campionata in questo angolo di mondo è risultata essere la più pura d’Europa. Le strutture create per i turisti hanno un impatto praticamente inesistente sull’ambiente: gli impianti per i servizi di base dei visitatori sono realizzati in legno e potrebbero essere rimossi in qualunque momento.10665205_10152781112767177_7418670711782803678_n

Chi si avventura nel parco può scegliere ogni tipo di attività, dai percorsi acrobatici all’arrampicata sportiva, dal trekking al giro in Mountain Bike. All’interno del parco è stato realizzato anche il primo percorso eco-sensoriale, un sentiero dotato di installazioni per le sollecitazioni sensoriali da provare in solitudine o in compagnia, secondo i gusti. Non solo attività fisica, ma anche arte, enogastronomia e storia per la valorizzazione del territorio. Oltre ad essere un’idea innovativa per la regione, “Orme nel parco” ha creato una decina di posti di lavoro, senza mai bussare alle porte del politico di turno per chiedere favori o raccomandazioni. “Basta guardarsi intorno e chiedersi quali sono le possibilità che offre il territorio” chiarisce Massimiliano, “non avendo inseguito il miraggio dell’industrializzazione la nostra regione ha avuto la fortuna di scampare alle deturpazioni cui sono stati sottoposti molti atri territori”. E aggiunge: “Sento dire che molti giovani lasciano la Calabria, o altre terre, perché non c’è nulla. Ma proprio dove non c’è nulla abbiamo la possibilità di creare tutto”. Ed è proprio per diffondere questo messaggio, per parlare della sua esperienza e innescare quella rivoluzione culturale di cui – ne è convinto – la Calabria ha bisogno, dal 2011 segue il progetto “InContro” un ciclo di conferenze per le scuole. Attraverso il suo esempio, ha l’obiettivo di dimostrare che il vittimismo di gran parte del Sud Italia è solo un deterrente che ostacola la creazione di qualcosa di buono. Non c’è solo la sua esperienza da raccontare ai ragazzi degli ultimi anni delle superiori, ma anche quella di tutte le imprese calabresi che agiscono in maniera simile e seguono la stessa filosofia di vita, in una parola “Ereticamente”.Capalbo

 

“Gli eretici esistono contro, ma vivono per” sintetizza Massimiliano. Sicuro che la sua attività non fosse l’unica eccezione di successo nella sua regione, inizia a girare la Calabria in lungo e in largo per trovare i suoi “simili”. Nel 2010 fonda un blog – “Ereticamente” appunto – per valorizzare queste esperienze, e nell’anno successivo organizza a Zagarise il “Primo Raduno Nazionale delle Imprese Eretiche”. Noi abbiamo partecipato al raduno che si è tenuto in Calabria nel settembre scorso e in questa occasione ci siamo confrontati con Massimiliano Capalbo sul desiderio e progetto comune di dar vita ad una “Calabria che Cambia”. È come un gioco di enigmistica, bisogna tracciare le linee tra un punto e gli altri per disegnare le sembianze di un territorio. La Calabria ha già scelto un’altra strada rispetto a quella indicata dai media mainstream, si tratta solo di farla emergere. Questa moltitudine silenziosa è una minoranza, “c’è ancora tanto pessimismo tra i calabresi e l’entusiasmo bisogna iniettarlo prima in se stessi, poi negli altri”, conclude, “ma è dal micro che si passa al macro”. E per Massimiliano e gli altri eretici come lui, il cambiamento è già in atto.

 

Fonte : italiachecambia.org/

Un piccolo comune della Calabria abolisce la Tasi grazie agli impianti fotovoltaici

A san Lorenzo Bellizzi, in provincia di Cosenza, l’amministrazione comunale ha deciso di non adottare la Tassa sui servizi indivisibili per l’anno 2014 grazie ai benefici economici conseguenti all’installazione di impianti fotovoltaici nei terreni acquistati a Corigliano Calabro, Cassano allo Ionio e Francavilla Marittima380102

Cosa collega la Tasi ad un investimento nel settore fotovoltaico? L’esperienza di un piccolo comune calabrese in provincia di Cosenza. A san Lorenzo Bellizzi, infatti, la Tasi, la Tassa sui servizi indivisibili, non si paga e il motivo per cui gode di questa agevolazione è da attribuire all’amministrazione comunale. Due anni fa, il Comune ha deciso di investire sul fotovoltaico installando impianti nei terreni  di Corigliano Calabro, Cassano allo Ionio e Francavilla Marittima dove vigeva l’autorizzazione per la realizzazione di impianti fotovoltaici su serra. Questa operazione ha permesso di portare in attivo il bilancio economico della città e, conseguentemente, di agevolare i cittadini abbassando la pressione fiscale. Come ha riferito Antonio Cersosimo, il sindaco della città, l’investimento fatto nel 2012 ha portato benefici economici già dall’anno successivo all’acquisto e garantirà un introito per i prossimi 25 anni.
Ancora, all’abolizione della Tassa sui servizi indivisibili il comune calabrese ha concesso l’esenzione del pagamento delle tasse per cinque anni per i proprietari degli immobili situati nel centro storico che decideranno di ristrutturare l’abitazione.

 

Fonte: ecodallecitta.it

Olio extravergine d’oliva biologico falso, sequestri tra Puglia e Calabria

E’ dall’alba di stamane che tra Puglia e Calabria si sta svolgendo una maxi operazione per smascherare la produzione e commercializzazione di falso olio extravergine d’oliva biologico. Il giro d’affari basato sulla vendita di olio extravergine di oliva biologico fruttava circa 30 milioni di euro all’anno a tre associazioni a delinquere che si muovevano tra Puglia e Calabria. Peccato però che nelle bottiglie, di olio biologico non se ne trovasse neanche una goccia. E così che dall’alba di stamane è in atto una vasta operazione di controlli e sequestri tra la Puglia e la Calabria per smascherare i falsi produttori di olio di oliva extravergine biologico. L’operazione è stata disposta dalla Procura della Repubblica di Trani e condotta dalla Guardia di finanza di Andria in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Ispettorato Repressione Frodi di Roma e Bari) e l’Agenzia delle Dogane. Il bilancio dei controlli conta 16 ordinanze di custodia cautelare (di cui 2 in carcere) e il sequestro preventivo per 15 aziende che sotto la guida di tre associazioni a delinquere facevano girare un commercio da 30 milioni di euro all’anno. Imprenditori pugliesi con la complicità di altri imprenditori calabresi trasformavano olio di oliva comunitario, in genere proveniente dalla Spagna in pregiato olio di oliva biologico italiano. La truffa era organizzata alla perfezione e si basava sulla produzione di fatture false che comprovavano l’acquisto dell’olio biologico in Italia. In realtà le tre associazioni a delinquere di cui due facenti capo a un imprenditore di Adria compravano olio dalla Spagna e lo etichettavano come extravergine biologico italiano. Sotto sequestro anche 400 tonnellate di olio la cui qualità risulta scadente perché o contaminato o miscelato con altri grassi di provenienza sconosciuta.469829929-620x350

Il danno d’immagine per l’agricoltura biologica è altissimo considerato che è uno dei pochi settori che fa registrare una crescita a due cifre. Ogni anno il mercato del bio in Italia fattura 21,5 miliardi di euro e impiega 50 mila persone miliardi di euro e i contraffattori ne sono attratti.

Fonte:  Andria Live

© Foto Getty Images

Cave: seimila ferite aperte. L’Italia si dissangua anche così

Il Rapporto di Legambiente sulle escavazioni nel nostro paese è impietoso e fornisce dati sconcertanti: da nord a sud le cave sono quasi seimila, oltre sedicimila quelle dismesse e monitorate dove spesso non sono state effettuate le opere di bonifica e recupero. E i cavatori guadagnano molto ma pagano canoni irrisori. Il territorio ancora una volta svenduto.cave_di_ghiaia

Enormi crateri come ferite aperte sul territorio costellano i paesaggi italiani. Da Nord a Sud le cave attive in Italia sono 5.592, quelle dismesse e monitorate addirittura 16.045, mentre se aggiungessimo anche quelle delle regioni che non hanno un monitoraggio (Calabria e Friuli Venezia Giulia) il dato potrebbe salire a 17 mila. Nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito a ridurre le quantità dei materiali lapidei estratti, i numeri rimangono comunque impressionanti: un miliardo di euro di ricavo, 80milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 31,6milioni di metri cubi di calcare e oltre 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali estratti nel 2012. Sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5% di tutti i materiali cavati in Italia, soprattutto nel Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, ossia di materiali di pregio dove sono minori le quantità estratta ma rilevantissimi i guadagni e gli stessi impatti (dalle Alpi Apuane al Marmo di Botticino-Brescia, alla pietra di Trani). A governare un settore così importante e delicato per gli impatti ambientali è a livello nazionale tuttora un Regio Decreto del 1927, con indicazioni chiaramente improntate a un approccio allo sviluppo dell’attività oggi datato. Inoltre in molte regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, si riscontrano rilevanti problemi per un quadro normativo inadeguato, una pianificazione incompleta e assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive.

Il Rapporto cave 2014 di Legambiente è sconcertante.

“Occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini – attraverso regole di tutela efficaci in tutta Italia e canoni come quelli in vigore negli altri Paesi Europei. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili”. Nel complesso, la situazione si può giudicare leggermente migliore al centro-nord, dove il quadro delle regole è in gran parte completo con Piani cava – lo strumento che indica le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava – periodicamente aggiornati, mentre non vi sono Piani in vigore in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata. Il Piemonte ha solamente Piani di indirizzo e rimanda alle Province l’approvazione del Piano. Questa situazione di incertezza lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede le autorizzazioni, ma considerando il peso che interessi economici e criminalità organizzata, in particolare nel Mezzogiorno, hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree cava, si comprende perché bisogna correre ai ripari e regolamentare il settore. Prelevare e vendere materie prime del territorio è un’attività altamente redditizia eppure i canoni di concessione pagati da chi cava sono a dir poco scandalosi. In media infatti, si paga il 3,5% del prezzo di vendita degli inerti ma esistono situazioni limite come nel Lazio, in Valle d’Aosta e in Puglia  dove il prelievo degli inerti costa solo pochi centesimi e regioni come Basilicata e Sardegna dove si cava addirittura gratis. Le entrate degli enti pubblici attraverso i canoni di prelievo sono dunque ridicole in confronto ai guadagni del settore: il totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, è arrivato nel 2012 a 34,5 milioni di Euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori risulta pari a un miliardo di Euro. Solo per fare un esempio, in Puglia nel 2012 sono stati cavati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori e solamente 827mila euro al territorio. Ma anche dove si pagano canoni leggermente superiori, come nel Lazio ed in Valle d’Aosta, il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è di 1 a 40. Nel Lazio la Regione ricava meno di 4,5 milioni di euro contro i quasi 190 milioni di euro del volume d’affari complessivo con i prezzi di vendita. Quello che emerge dunque, è l’enorme e netta differenza tra ciò che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici ed il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni, in  quelle dove il canone richiesto non arrivano nemmeno ad un decimo del loro prezzo di vendita come in Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana ed Umbria, ma anche in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti. In Sicilia e Calabria, con l’introduzione per il primo anno del canone di concessione, le regioni ricavano rispettivamente 208 e 420mila euro per l’estrazione di sabbia e ghiaia a fronte dei 10 milioni ricavati dai cavatori in Sicilia ed ai quasi 15 milioni ricavati in Calabria. “In un periodo di tagli alla spesa pubblica – ha concluso Zanchini – è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. E’ possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela”. Raggiungere questi obiettivi in tempi brevi, secondo Legambiente è possibile, e per questo l’associazione chiede: di rafforzare tutela del territorio e legalità (attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc.); di aumentare i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio (gli attuali 34,5 milioni di Euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, potrebbero diventare ben 239 milioni, se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito. Ad esempio in Sardegna si potrebbe passare da 0 a 17 milioni di euro); spingere l’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi.

Fonte: il cambiamento.it

Calabria, il comune di Serra San Bruno vende alberi monumentali per fare cassa

Nel bando di gara è previsto l’abbattimento di oltre 2000 alberi

Per un paese come Serra San Bruno, posto nel Parco Naturale Regionale delle Serre, gli alberi sono una specie di riserva aurea. E ora spinto dalla crisi, il sindaco Bruno Rosi ha deciso di sacrificare alcuni degli alberi monumentali del territorio terrese per dare una boccata di ossigeno alle asfittiche casse comunali. Il prossimo 25 marzo – in seguito a una delibera comunale – avrà luogo l’asta pubblica con il sistema delle offerte segrete per la vendita di materiale legnoso ottenuti dal taglio di tre lotti del bosco Archiforo situato nel Parco naturale regionale delle Serre e indicato come “sito di importanza comunitaria – zona di riserva generale orientata”. Com’era prevedibile la pubblicazione della delibera ha scatenato la protesta degli ambientalisti: nel bando di gara si parla dell’abbattimento di 2063 piante di cui 1090 esemplari appartenenti all’abete bianco. Gli alberi diventeranno legna per l’industria e contribuiranno a rimpolpare le casse comunali. Fra gli alberi di Serra San Bruno destinati all’abbattimento era sembrato, in un primo tempo, vi fosse anche un abete bianco alto più di 55 metri e con un tronco di 5 metri e mezzo di circonferenza. Per capire cosa si sarebbe rischiato di perdere basti pensare che in una ricerca di alcuni anni fa, l’Avez di Prinzipe di Lavarone alto 50 metri e largo 4,8 – dunque più piccolo dell’esemplare calabrese – era stato definito come l’albero monumentale più grande d’Europa. Il sindaco Bruno Rosi ha smentito all’Ansa l’abbattimento di alberi di grandi dimensioni: l’unica pianta monumentale per cui è previsto il taglio è un albero che presenta già una “carie” nella parte inferiore. Il taglio del bosco, purtroppo, non è una novità in quest’area dove negli ultimi 13 mesi sono stati abbattuti 9291 alberi. L’allarme è arrivato in Parlamento: l’ex sindaco Bruno Censore, attualmente parlamentare nelle file del Pd, ha presentato insieme a Ermete Realacci un’interrogazione al ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, affinché blocchi la procedura. Fra due settimane l’asta pubblica: la politica riuscirà a intervenire prima che vengano accese le motoseghe?Christmas Trees Are Prepared For Customers

Fonte:  Stretto web

Riapre ‘Orme nel Parco’, il parco avventura più visitato del Sud Italia

Domenica 21 aprile ha riaperto Orme nel Parco, una delle attrattive turistiche montane più visitate del Sud Italia. Con quasi 100.000 presenze registrate nei suoi primi cinque anni di attività, il parco della Calabria si conferma un punto di riferimento per gli appassionati di attività sportive immerse nella natura e all’insegna dell’avventura.orme_parco_calabria

Domenica 21 aprile ha riaperto Orme nel Parco, una delle attrattive turistiche montane più visitate del Sud Italia. Con quasi 100.000 presenze registrate nei suoi primi cinque anni di attività si conferma un punto di riferimento per gli appassionati di attività sportive immerse nella natura all’insegna dell’avventura. Con l’avvio della stagione 2013 si accinge ad affrontare il suo sesto anno di attività, un’impresa che può essere considerata ormai matura e ricca di esperienza al punto che il 27 marzo scorso ha partecipato, per conto della Regione Calabria, alla tavola rotonda dal titolo: “Turismo nelle aree forestali: verso le nuove prospettive di valorizzazione delle zone rurali europee” tenutasi a Limoges, in Francia. L’incontro, organizzato nell’ambito del progetto Robinwood Plus di cui Orme nel Parco è lo stakeholder principale per la Calabria, ha avuto lo scopo di discutere e raccogliere i suggerimenti e le raccomandazioni, da fornire alla Commissione Europea, sul turismo sostenibile e praticabile nelle aree forestali. Massimiliano Capalbo, amministratore di Orme nel Parco, ha tenuto una relazione sullo stato dell’arte del turismo post-moderno, ponendo l’accento sulle parole chiave che nei prossimi cinque anni determineranno la scelta, da parte del turista, della destinazione turistica sostenibile. Alla tavola rotonda hanno preso parte, oltre a Massimiliano Capalbo: Giuseppe Maggiolo, in qualità di Presidente del Parco Regionale dell’Aveto in Liguria; Laura Canale, Responsabile degli Affari dell’Unione Europea e dell’Unità delle Relazioni Internazionali per conto della Regione Liguria; Myriam Vandenbossche, Direttrice Aggiunta del Centro Regionale del Turismo della regione di Limousin; Gabriella Fittante, in qualità di Capofila del progetto Destination Mountain per la Provincia di Cosenza; Ari Meriruoko Senior Advisor del Metsahallitus Natural Heritage Services di Kainuu in Finlandia; Ildikò Miklossy, in qualità di Capofila del progetto di Robinwood Plus per il Consiglio Regionale di Harghita in Romania; Roberta Casapietra, dell’Agenzia Regionale per l’Energia della Liguria; Nicola Mayerà in qualità di Capofila del Progetto Robinwood Plus per la Regione Calabria.orme_parco

Il vice presidente del Consiglio Regionale di Limousine, Gérard Vandenbroucke, presente all’incontro, ha assicurato che le raccomandazioni evidenziate e i suggerimenti emersi nel corso del meeting saranno portate nelle opportune sedi politiche della Commissione Europea, come per altro assicurato anche dal Commissario della DG Agricoltura, Lovisa Lilliehöök, presente nella prima giornata dei lavori. “Orme nel Parco non è più solo un’impresa – sottolinea Massimiliano Capalbo – ma è sempre più un’istituzione. Facciamo fatica a separare i due ruoli che quotidianamente si sovrappongono fino a confondersi. Non siamo solo una proposta per il tempo libero ma siamo, e lo saremo sempre di più, una proposta culturale diversa e innovativa che comunica la sua diversità come un valore, incontrando e confrontandosi sempre di più con il proprio pubblico: le scuole, le imprese, le associazioni, le istituzioni. Siamo sempre stati un’impresa responsabile nei confronti del territorio e dei suoi abitanti e lo saremo sempre di più, puntando sulla sostenibilità della nostra attività e delle nostre proposte.” Contribuendo a dare vita all’associazione EreticamenteOrme nel Parco ha avviato un dialogo con gli imprenditori responsabili della regione, organizzando la seconda edizione del “Raduno delle Imprese Eretiche”, che quest’anno si è tenuto a Villaggio Mancuso il 16 e 17 marzo scorsi, con l’obiettivo di creare una rete di operatori capaci di incidere fattivamente sul territorio, attraverso l’iniziativa imprenditoriale vera e appassionata. Inoltre, da due anni a questa parte, attraverso l’iniziativa “InContro” ha avviato un dialogo con i ragazzi delle scuole superiori della regione per spiegare che un’altra Calabria è possibile e che occorre iniziare a puntare sui talenti e le risorse presenti sul territorio per poter immaginare una Calabria migliore.

Fonte: Orme nel Parco

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