Brasile, l’Amazzonia strappata alle sue tribù

In Brasile orde di taglialegna invadono la foresta dei Kawahiva incontattatiI, che sono costretti a vivere in fuga, spostandosi di accampamento in accampamento, per fuggire dagli intrusi presenti nella loro terra. L’appello di Survival International.9405-10137

Ondate di taglialegna stanno invadendo il territorio di uno dei popoli più vulnerabili del pianeta. Sono gli ultimi Kawahiva, i sopravvissuti di una tribù più grande i cui membri sono stati uccisi o sono morti per malattie. Lo fa sapere Survival International che lancia un appello perchè associazioni e cittadini facciano sentire la loro protesta presso le autorità brasiliane.

«Di recente i funzionari del FUNAI, il Dipartimento agli Affari Indigeni del Brasile, hanno fermato un gruppo di taglialegna – spiega Survival – Ma poiché questi hanno il sostegno dei politici locali e i funzionari del FUNAI non hanno il potere di arrestare i sospetti, gli uomini sono stati rilasciati. Da allora nel territorio sono arrivate altre ondate di taglialegna. La crisi ha fatto crescere la preoccupazione tra gli attivisti, che temono che la tribù e la sua foresta ancestrale vengano completamente distrutte».

I funzionari del FUNAI lavorano in molte aree del Brasile per proteggere i territori indigeni da taglialegna e altre minacce.

Nell’aprile 2016, il Ministro della Giustizia brasiliano aveva firmato il decreto per creare un territorio indigeno protetto nella terra della tribù e tenere fuori taglialegna e altri estranei. «È stato un importante passo avanti per le terre e le vite dei Kawahiva, arrivato a seguito delle pressioni esercitate da tutto il mondo dai sostenitori di Survival. Il decreto, però, non è stato ancora adeguatamente implementato e oggi il piccolo team che sta lavorando sul campo per proteggere il territorio rischia di subire gravi tagli al suo budget».

«I Kawahiva sono in trappola. Se ci sarà un contatto, per loro sarà devastante. L’unico modo per garantire la loro sopravvivenza è mappare la loro terra e istituire una squadra di protezione permanente del territorio» ha dichiarato Jair Candor, un funzionario esperto del FUNAI. «Altrimenti saranno relegati ai libri di storia, proprio come tanti altri popoli indigeni di questa regione».

«Il Brasile si è impegnato a proteggere la terra dei Kawahiva in aprile, ma il governo si mostra recalcitrante e si rischia una crisi umanitaria urgente e terribile» ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival. «La terra dei Kawahiva è ancora invasa e la loro foresta viene ancora distrutta. È arrivato il momento che il Brasile intervenga come promesso, prima che sia completato il genocidio di un intero popolo».

Il premio Oscar Mark Rylance ha prestato la sua voce per narrare un video che denuncia la difficile situazione della tribù.

Fonte: ilcambiamento.it

Olio di palma: 5 risposte alle domande più frequenti

Che cos’è? Fa male alla salute? Quali sono le conseguenze per l’ambiente? Quali sono i meccanismi di controllo? In quali prodotti lo troviamo? Cinque risposte alle domande più frequenti sull’olio di palma.olio-di-palma-2

La polemica accesa dalle parole del ministro francese dell’agricoltura Ségolène Royale si è chiusa con le scuse a Ferrero, ma l’olio di palma resta al centro dell’attenzione, anche perché questo ingrediente è presente in maniera piuttosto invasiva nella gran parte dei prodotti dolciari e anche in altri prodotti alimentari.

Che cos’è l’olio di palma?

L’olio di palma si ottiene con la pressione a caldo della polpa dei frutti rossi delle palme da olio. Si tratta di un ingrediente facilmente conservabile, apprezzabile per la sua consistenza e utilizzabile anche in altri settori (dalla cosmetica all’igiene personale). L’85% delle coltivazioni a scopo industriale si trovano nel Sud-Est asiatico, in Indonesia e In Malesia. Vista la crescente domanda, anche nazioni di altri continenti (Brasile e Colombia per esempio) si sono lanciate nella sua coltivazione.

L’olio di palma fa male alla salute?

Nonostante una parte dei media lo difenda a spada tratta (in Italia Wired ha più volte preso posizione a favore del suo utilizzo), l’olio di palma può provocare malattie cardiovascolari e forme di obesità che favoriscono l’insorgenza di tumori. È stato calcolato che un Europeo medio consuma una dozzina di litri di olio di palma all’anno.

Quali sono le conseguenze ambientali della produzione di olio di palma?

Secondo la FAO la cultura della palma da olio è responsabile del 17%-27% della deforestazione in Indonesia e dell’80% della deforestazione in Malesia. Gli alberi non sono le uniche vittime delle coltivazioni intensive di questa pianta: ogni anno molte specie endemiche (fra cui 5000 orangutan) vengono minacciate dalla trasformazione del loro habitat.

Quali sono i meccanismi di controllo?

Ferrero, l’azienda chiamata in causa dalla polemica di questa settimana, dichiara sul suo sito che la sostenibilità dell’olio di palma utilizzato nei suoi prodotti è garantita dall’RSPO. L’RSPO è un’associazione senza scopo di lucro che, dal 2004, raggruppa tutta la filiera dell’olio di palma, dai produttori ai consumatori, dalle associazioni ambientaliste alle aziende che trasformano il prodotto. L’ente certifica il 18% dell’olio di palma prodotto qualora questo non partecipi alla deforestazione e rispetti i diritti fondamentali dei milioni di lavoratori e piccoli coltivatori interessati dalla produzione di questo ingrediente. Un rapporto dell’associazione Les Amis de la Terre sottolinea come la RSPO classifichi come “sostenibile” anche l’olio di palma coltivato utilizzando il pesticida paraquat. Fra gli organismi di controllo vi è anche il TFT (The Forest Trust) che ha lo scopo di aiutare le aziende a rispettare l’ambiente e le popolazioni locali.

Quali prodotti non utilizzano l’olio di palma?

Basta prendersi un quarto d’ora per leggersi le etichette dei biscotti e delle merendine presenti in un qualsiasi supermercato per accorgersi di come l’olio di palma abbia letteralmente invaso il mercato dei prodotti trasformati lasciando ben poche possibilità di scelta ai consumatori. Il Fatto Alimentare ha prodotto qualche mese fa una lista dei prodotti alimentari distribuiti nei nostri supermercati che scelgono ingredienti alternativi all’olio di palma: si tratta, ovviamente, di prodotti che si trovano a dovere competere con la concorrenza di chi utilizza un ingrediente a basso costo per ridurre i costi di produzione e aumentare i propri margini di ricavo. Qualche azienda, Alce Nero per esempio, lo ha totalmente eliminato dai propri prodotti. Un atteggiamento pionieristico che potrebbe essere presto imitato da alcuni big.

Fonte: ecoblog.it

Brasile, zanzare transgeniche contro la dengue

Nel solo Brasile, la dengue ha fatto 800 morti in cinque anni e 7 milioni di persone si sono ammalate negli ultimi quindici. Poco conosciuta in Europa, la febbre dengue è una malattia tropicale che può avere decorso mortale e può essere trasmessa dalla puntura delle zanzare. Dall’inizio di quest’anno ben 229 persone sono morte per la dengue nel solo Brasile, il Paese maggiormente toccato dalla malattia, basti pensare che nel territorio del più popoloso Paese sudamericano sono stati segnalati ben 7 milioni di casi in quindici anni. Negli ultimi cinque anni 800 persone hanno perso la vita a causa di questo virus. Il Ministero della Salute brasiliano ha annunciato di avere liberato in natura delle zanzare transgeniche che avranno il compito di lottare contro le epidemie della malattia. Il ministero ha anche riferito che nelle prime 15 settimane del 2015 745.900 brasiliani hanno contratto la malattia con un +234% rispetto allo stesso periodo del 2014. Soltanto nello stato di Sao Paulo sono statire gistrati oltre 401.564 casi, di cui 169 mortali. Giovedì scorso, nella città di Piracicaba sono state rilasciate 100mila zanzare geneticamente modificate che avranno il compito di contrastare il dengue. Queste zanzare si accoppieranno con le femmine non transgeniche, ma la loro progenie non arriverà all’età adulta riducendo drasticamente la popolazione della Aedes aegypti, vettore della malattia. Si tratta di una tecnologia messa a punto nel 2002 nel Regno Unito dalla Oxitec che ha inaugurato a Campinas (a 100 km da San Paulo) un laboratorio che è in grado di produrre 550mila zanzare OGM alla settimana.

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Fonte:  Le Monde

© Foto Getty Images

Brasile: la siccità spinge verso il ritorno al carbone

Nel 2015 molte metropoli brasiliane potrebbero essere costrette al razionamento dell’energia elettrica a causa della crisi idrica dei bacini artificiali.

Il Brasile, la locomotiva dell’economia sudamericana, deve continuare a viaggiare a pieno regime e per farlo deve sostenersi con un adeguato approvvigionamento energetico. La siccità che ha colpito il Paese negli ultimi mesi sta mettendo con le spalle al muro il Governo e, invertendo la tendenza che l’aveva vista prediligere le fonti rinnovabili, Brasilia sembra intenzionata a tornare al carbone e alle risorse fossili per sostenere il suo sviluppo economico. Secondo l’Observatorio do Clima le statistiche sulle emissioni sono preoccupanti: dopo dieci anni di miglioramenti il livello dei gas serra è tornato a crescere con un + 7,8% rispetto al 2012. La situazione è destinata a peggiorare anche perché i nuovi impianti termici a carbone vedranno la luce nel 2017. Sotto le presidenze di Lula e Rousseff il Paese sembrava avere intrapreso la strada delle rinnovabili, sia con gli incentivi all’eolico che con le politiche favorevoli al fotovoltaico.

Dopo la vittoria di Dilma Rousseff alle presidenziali, nell’ultimo mese qualcosa è cambiato: il Governo federale ha permesso ad aziende che producono energia dalle fonti fossili di concorrere insieme ai produttori di impianti fotovoltaici che prima partecipavano a gare d’appalto riservate esclusivamente alle rinnovabili. La sfida sarà, dunque, a tutto campo con i produttori di energie rinnovabili contro quelli da fonti fossili. Gli impianti termici consentiranno al Brasile la risoluzione a breve termine delle problematiche connesse alla recente siccità, la più grave degli ultimi 80 anni, che ha messo in crisi i bacini idrici artificiali che garantivano il rifornimento a grandi metropoli come San Paolo e, grazie alle centrali idroelettriche, fornivano energia al 70% del Paese. In attesa della costruzione delle centrali a fonti fossili, il 2015 sarà un vero rompicapo, con il rischio che molte metropoli siano costrette ai razionamenti. Rimarranno i problemi a medio e lungo termine: il ritorno delle fonti fossili, infatti, non farà altro che acuire i fenomeni di alterazione climatica che oggi fanno scarseggiare l’energia per mandare avanti il Paese.PARAGUAY-BRAZIL-ITAIPU

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Dal Brasile il miele delle api senza pungiglione

La preservazione di queste api è un tassello importante nella conservazione della biodiversità degli ecosistemi brasiliani. A Terra Madre 2014 noi di Blogo abbiamo incontrato tre ragazzi che hanno attraversato l’Oceano Atlantico per far conoscere nel Vecchio Continente le api indigene senza pungiglione che sono native del Brasile e e producono piccole quantità di miele con proprietà nutrizionali e medicinali ineguagliabili. Pedro Faria Gonçalves (portavoce del gruppo nel video di apertura), Francisco Melo Medeiros ed Ezinaldo Belfort Mendes provengono da diverse aree del Brasile ma si sono uniti per “raccontare” questo miele che, grazie alla minore concentrazione di zuccheri e alla consistenza più liquida è ricco di antibiotici. Queste sostanze antibiotiche, associate a grandi quantità di vitamine, minerali e zuccheri fanno di questo miele uno dei prodotti naturali con il maggior potere medicinale che si conosca. Prodotto in forma artigianale e in piccola scala, il miele di ape senza pungiglione è un prodotto nobile, che presenta sapori sorprendenti e un aroma concentrato di fiori silvestri. Fra i tipi di miele prodotti da queste api, ne segnaliamo sei: Mandaçaia, Jataí, Tujuba, Tubuna, Guaraipo e Manduri. Di questi ne abbiamo testati tre e possiamo assicurarvi che sono diversissimi fra loro e altrettanto differenti dai sapori e dagli aromi dei nostri mieli: la consistenza liquida e la scarsità di zuccheri li rende molto intensi e simili ad alcuni liquori. Le api indigene senza pungiglione sono essenziali per la perpetuazione delle foreste selvagge e sono responsabili dell’80% dell’impollinazione di questi ecosistemi. Un tassello importantissimo per salvare la biodiversità: in tutto il Brasile sono addirittura 400 le specie di api che garantiscono la conservazione di alcuni fra gli ecosistemi più vari ed eterogenei del pianeta.terra-madre-2-620x311

Foto e video | Davide Mazzocco

Fonte: ecoblog.it

Amazzonia, deforestazione da record

Il disboscamento torna ai ritmi da record del passato: ogni ora si perde una superficie pari a 210 campi da calcio.

La Foresta amazzonica continua a essere in pericolo. Le numerose campagne ambientaliste e i piani di conservazione messi in campo dalla politica non riescono a evitare che questo patrimonio mondiale di biodiversità sia progressivamente rosicchiato, albero dopo albero, kmq dopo kmq. Sia in Brasile che in Perù sono tante le storie di attivisti uccisi per essersi opposti ai mercanti di legname. E dopo qualche anno di “tregua” relativa, il disboscamento è tornato a essere selvaggio. Le ultime brutte notizie arrivano dal Brasile, dove si trova il 60% della foresta amazzonica. Qui a settembre la deforestazione è cresciuta del 290% su base annua, distruggendo un’area boschiva di 402 km quadrati, vale a dire una superficie come quella di Milano, Firenze e Napoli messe insieme. L’ennesimo allarme arriva da Imazon, un’organizzazione no profit brasiliana che, dati satellitari alla mano, ha quantificato le perdite di area boschiva. I 402 km quadrati sono stati interamente disboscati per destinare il terreno ad altro uso. A questi si aggiungono le aree degradate, quelle cioè molto colpite dal disboscamento oppure arse. La superficie interessata nel mese scorso è stata di 624 km quadrati, con una crescita esponenziale rispetto ai 16 km quadrati del settembre 2013. Le norme che tutelano la foresta pluviale non mancano, ma farle rispettare non sembra facile: contadini e boscaioli sono andati avanti abbattendo aree inferiori ai 25 ettari, rimanendo al di sotto della soglia che riusciva a monitorare il sistema satellitare usato dal governo brasiliano fino a poco tempo fa. La settimana scorsa gli attivisti di Greenpeace hanno scoperto un traffico illecito di legname usando i localizzatori gps, installati su camion sospettati di usare rotte proibite per far uscire dal Brasile gli alberi abbattuti e venderli in altri mercati, anche europei. Monitorare l’area verde considerata il “polmone della Terra”, del resto, è un’impresa ardua. L’Amazzonia si estende su una superficie di oltre 7 milioni di km quadrati, di cui 5,5 milioni di zona boschiva. Negli ultimi 50 anni, come più volte denunciato dal Wwf e dalle altre associazioni ambientaliste, la foresta ha perso quasi un quinto della sua superficie. Nonostante 53 milioni di ettari nel solo Brasile siano protetti, ogni minuto viene bruciata o tagliata una superficie grande quanto tre campi e mezzo di calcio. In un’ora sono 210 campi da calcio. Il 60% della Foresta amazzonica si trova in Brasile, dove per otto anni consecutivi, fino al 2012, la deforestazione aveva mostrato un decremento grazie a politiche più stringenti. Nel 2013, tuttavia, il tasso di disboscamento è tornato a crescere, con un +29% su base annua. Un’inversione del trend che, molto probabilmente, verrà confermata anche quest’anno.52222601-586x390

Fonte:  Ansa

© Foto Getty Images

In Brasile la magistratura vuole mettere al bando il glifosato e altri pesticidi

La procura federale ha chiesto la sospensione dell’uso per rivalutarne la tossicità sull’uomo e l’ambiente, dopo che nel decennio passato la quantità di pesticidi impiegata è triplicata. In Brasile, il Procuratore federale ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di sospendere l’uso del glifosato, l’erbicida più usato nel paese sudamericano. La messa al bando riguarda anche altri pesticidi (2,4-D, metil paratione, lactofem, phorate, carbofuran, abamectina, tiram e paraquat) Le azioni giudiziarie sono due: La prima intende obbligare l’agenzia nazionale di sorveglianza per la salute (ANVISA) a rivalutare la tossicità di otto principi attivi di pesticidi sospettati di causare danni alla salute e all’ambiente; la seconda mette in discussione la registrazione del 2,4-D usato sugli infestanti a foglia larga. Il ministero dell’Agricoltura sospenderà la registrazione dei prodotti fino al termine dell’indagine. La grande diffusione della soia OGM resistente al glifosato è la principale responsabile dell’abnorme consumo di erbicidi in Brasile: tra il 2003 e il 2008 l’area di coltivazione della soia geneticamente modificata è passata da 7 a 14 milioni di ettari e nello stesso periodo il consumo di erbicidi usati sulla soia è triplicato. La soia OGM tollera l’erbicida glifosato e questo avrebbe dovuto darle un vantaggio competitivo su altre erbe infestanti, ma tramite la selezione naturale, ora si sono diffuse numerose specie resistenti al glifosato. Questo ha portato gli agricoltori a consumare più erbicida e a usarne varietà più tossiche. La risposta del biotech è stata analoga, visto che sono allo studio varietà di soia resistenti a più erbicidi. In questa folle corsa agli armamenti, i perdenti sono la salute umana e l’ambiente, per cui bene ha fatto la magistratura ad imporre una battuta d’arresto. Questo intervento segue di poche settimane il bando al glifosato imposto dal governo dello Sri Lanka a causa delle gravi patologie renali causate ai contadini.brasile

Fonte: ecoblog.it

Alla Banca Mondiale piacciono le grandi dighe

Le grandi dighe sono tra i progetti più impattanti e devastanti in diverse parti del mondo. La Banca Mondiale però le finanzia da anni e, stando ai recenti piani di investimenti, continuerà a farlo ancora più in grande stile. Calpestando ambiente e popolazioni.grandi_dighe

La realizzazione di dighe di grandi o grandissime dimensioni  comporta danni ambientali e costi economici ed umani che risultano, stando ai dati, assolutamente controproducenti.  Questo però non sembra preoccupare la Banca Mondiale, anzi essa è  da molto tempo in prima linea nel finanziamento di dighe e sbarramenti fluviali tra i più grandi del mondo. In Italia la storia ha dimostrato la pericolosità e i costi delle grandi dighe, che fortunatamente non hanno avuto una così larga diffusione come in altre nazioni.  La Banca Mondiale da molto tempo è impegnata con tutte le sue forze nel promuovere la costruzione di tali opere e si prepara a finanziare enormi progetti idraulici. In tempi di crisi economica mondiale, la BM imbocca la  via percorsa ormai anche da paesi come il Brasile e la Cina. I progetti riguardano in particolare ilCongo, l’Himalaya e il bacino dello Zambesi. Già dal luglio 2013 la Banca Mondiale ha adottato un nuovo programma energetico che prevede appunto di aumentare i prestiti ai grandi progetti idroelettrici e ai gasdotti. Ha finanziato più di 600 grandi dighe in 60 anni e supporta attualmente 150 progetti in corso nel settore idroelettrico. La metà di essi sono in Africa e nel Sudest Asiatico. Questi progetti sono tuttavia meno colossali rispetto alla prossima generazione di opera che si preannuncia. Un esempio è costituito dalle dighe Inga 1 e 2 costruite sul fiume Congo. Dopo che un gruppo di finanziatori ha speso miliardi in questi progetti, l’85% dell’elettricità della Repubblica Democratica del Congo è destinata a grandi industrie forti consumatrici di energia e… alla popolazione urbana!  Mentre meno del 10% della popolazione delle zone rurali ha accesso all’elettricità. La Banca ha scelto nel luglio 2013 di finanziare il progetto Inga 3 sempre sul fiume Congo per 12 miliardi di dollari, il più costoso mai proposto in Africa, oltre a due progetti di parecchi miliardi sullo Zambesi. Queste tre opere dovrebbero servire a produrre elettricità per le compagnie minerarie e i consumatori delle classi abbienti dell’Africa del Sud. Le ONG che lavorano sulla dipendenza energetica sono allarmate per questa scelta, fatta in uno dei paesi più poveri e più corrotti dell’Africa. I progetti Inga 1 e 2 non hanno portato alcuno sviluppo economico, ma hanno aumentato il peso del debito e in un periodo di fragilità idrogeologica le grandi dighe aumenteranno la vulnerabilità climatica dei paesi poveri. A chi paventa e prevede disastri ecologici e tragedie umane per le popolazioni private di terra e sostentamento e costrette a sfollare, la BM si difende. “Non si tratta più delle dighe dei vostri nonni” ha detto infatti Julia Bucknall, responsabile del settore idrogeologico dell’istituto internazionale. Cosa cambia rispetto alle dighe “dei nostri nonni”? Soltanto il fatto che vengono pubblicati miriadi di rapporti sull’impatto ambientale che, così come le dighe stesse, verranno addebitati ai paesi che ne “beneficiano”, il cui debito aumenterà e con esso la loro dipendenza dalle grandi industrie e istituzioni finanziare  occidentali. La diga Lom Pangar in Cameron è un esempio di medio progetto finanziato dalla Banca. Inonderà 30.000 ettari di foresta tropicale tra cui il parco nazionale Deng Deng, un rifugio per gorilla, scimpanzè e altre specie minacciate. Il progetto è destinato ad alimentare un’industria di alluminio, che consuma già la maggior parte di energia del Cameron.
E tutto quell’alluminio non serve di certo al Cameron. Magari servirà per le lattine delle nostre bibite. Soluzioni migliori esistono già. In questi ultimi dieci anni a livello mondiale i governi e gli investitori privati hanno prodotto più energia dall’eolico che dalle dighe. Anche il solare ha reso più degli investimenti idroelettrici. Queste due fonti di energia sono più efficaci delle dighe per rifornire l’Africa sub sahariana. L’agenzia Internazionale dell’Energia ha dimostrato che l’elettrificazione in rete ottenuta dai grandi progetti idroelettrici non è efficace per le zone rurali, che non sono densamente popolate. Sono efficaci invece le energie rinnovabili e decentrate. Queste presenterebbero il triplo beneficio di aumentare l’accesso all’energia, proteggere l’ambiente e non incentivare il cambiamento climatico. L’Agenzia raccomanda che più del 60% dei fondi siano investiti nelle energie rinnovabili. Ma la Banca Mondiale tra il 2007 e il 2012 ha accordato 5,4 miliardi di dollari per le dighe contro  2 miliardi complessivi per eolico e solare. Il programma si concentra sempre su progetti di grandi opere idrauliche. Ne sorgeranno anche in Nepal, nella fragile regione dell’Himalaya, con l’obiettivo di esportare l’energia in India. E in Italia? Il nostro territorio fortemente antropizzato non consente di realizzare progetti di grande portata ed è ormai finita l’era delle dighe che, complice lo sviluppo industriale ed economico, sono state realizzate in gran parte dagli anni 50’ alla fine degli anni 90’. Ma se nel nostro paese non ci sono più vallate e fiumi da sfruttare in maniera massiccia, le aziende del settore non stanno con le mani in mano. Infatti Enel collabora nella costruzione di grandi dighe nel mondo a discapito di popoli indigeni e di patrimoni naturalistici, come nel caso degli enormi impianti da realizzare in Cile e in Guatemala. Se l’acqua è un diritto per tutti i cittadini del mondo, ne consegue che nessuno dovrebbe avere il diritto  di sciuparla, deviarla, imbrigliarla nel nome del profitto monetario ed energetico; ma si sa, in questi tempi di globalizzazione i diritti degli alberi, dei popoli primitivi e dei fiumi sono sempre meno considerati, soprattutto da istituzioni il cui scopo è salvaguardare e incrementare ad ogni costo i profitti dei potenti, come la Banca Mondiale .

Fonte dei dati   “L’ecologiste”.

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I sette peccatori capitali dei cambiamenti climatici

USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito hanno contribuito per il 62% al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 20057-peccatori-global-warming

Questa è la mappa dei peggiori killer del clima su scala mondiale: l’area di ogni nazione è rappresentata in proporzione al proprio contributo al global warming, secondo una ricerca appena pubblicata della Concordia university, Canada. Le aree in grigio mostrano le dimensioni effettive dei continenti. I primi sette della lista, che si iniziano già a chiamare peccatori capitali del global warming sono USA, Cina, Russia, Brasile, India, Germania e Regno Unito e hanno contribuito per il 62%al riscaldamento medio globale di 0,7 °C tra il 1906 e il 2005. La ricerca ha preso in considerazione le emissioni di CO2 e il loro minore assorbimento per la deforestazione, le emissioni degli altri gas serra oltre all’effetto di segno contrario degli aerosol (1). Germania e UK pesano così tanto anche per il loro ruolo di bruciatori di carbone nella prima parte del ‘900. Tra i primi venti inquinatori compaiono nazioni che ci si aspettava di trovare come Francia, Canada, Giappone e Australia, ma anche new entries abbastanza a sorpresa come Messico, Colombia, Thailandia e Polonia. L’Italia, a nostra consolazione e scherno, non vi è compresa. Nell’ultimo decennio, il nostro paese ha ridotto le emissioni di CO2 del 18%, ma in un certo senso a nostra insaputa: oltre alla crescita delle rinnovabili, non dobbiamo dimenticare la delocalizzazione di molte imprese produttive in paesi in cui è più facile sfruttare la manodopera.

Le nazioni che contribuiscono maggiormente al global warming a causa della sola deforestazione sono nell’ordine: Cina, Brasile, USA, India e Indonesia. In India la perdita delle foreste pesa il doppio delle emissioni di CO2, mentre in Brasile pesa otto volte tanto. Prendere in considerazione le emissioni nazionali è un modo per riconoscere le proprie responsabilità, come riconoscono gli autori nella conclusione dell’articolo:

«Riequilibrare le attuali disuguaglianze tra nazioni nei contributi pro cpaite al global warming potrebbe essere un requisito fondamentale per essere in grado di fare i cambiamenti necessari a ridurre le emissioni e stabilizzare le temperature globali.»

(1) Gli aerosol sono dovuti all’inquinamento e riflettono la luce solare riducendo un po’ il forcing radiativo.  Se non ci fossero stati, l’aumento di temperatura sarebbe stato di 1,3 °C invece che di 0,7 °C. A differenza dei gas serra che rimangono nell’atmosfera per decenni o secoli, gli aerosol restano in sospensione al massimo per qualche settimana. Finché ci saranno emissioni di aerosol, esisterà una situazione stazionaria, mentre quando queste si ridurranno a causa della diminuzione dei combustibili fossili e dell’inquinamento, paradossalmente il global warming crescerà in modo significativo.

Fonte: ecoblog

Combattono per la loro terra a spese della vita: ucciso Vilhalva, leader Guaranì

Ha combattuto insieme alla sua gente per riavere la sua terra, usurpata per ricavare coltivazioni intensive. Ed è stato ucciso. E’ morto accoltellato uno dei leader della popolazione Guaranì, nello stato del Mato Grosso. Ambrosio Vilhalva era stato anche protagonista del film Birdwatchers – La terra degli uomini rossi.Immagine

E’ stato ucciso Ambrósio Vilhalva, leader della popolazione Guarani; da decenni lottava per garantire al suo popolo il diritto di vivere nella terra ancestrale. La notizia è stata diffusa dall’associazione Survival International che da anni segue e sostiene la lotta dei Guaranì nello stato brasiliano del Mato Grosso. Vilhalva sembra che sia stato accoltellato all’ingresso della sua comunità, nota come Guyra Roká.Nei mesi scorsi aveva ricevuto diverse minacce. Ambrósio aveva recitato il ruolo di protagonista nel pluripremiato film Birdwatchers – La terra degli uomini rossi di Marco Bechis, in cui si racconta la lotta disperata dei Guarani per la terra. Aveva viaggiato in diversi paesi del mondo per raccontare la difficile situazione del suo popolo e spingere il governo brasiliano a proteggere la sua terra così come imposto dalla legge. “Ecco cosa vorrei più di ogni altra cosa: terra e giustizia… Vivremo nella nostra terra ancestrale; non ci arrenderemo mai”, aveva detto. I Guarani di Guyra Roká furono sfrattati dalla loro terra alcuni decenni fa, per mano degli allevatori. Per anni hanno vissuto senza niente, sul ciglio di una strada. Nel 2007 hanno rioccupato una parte della terra ancestrale e ora vivono in un piccolo lembo di quello che prima era il loro territorio. La maggior parte della loro terra è stata spianata per far spazio a enormi piantagioni di canna da zucchero. Tra i principali proprietari terrieri coinvolti c’è anche il potente politico locale José Teixeira. Oggi, ai Guarani non è rimasto quasi niente. Ambrósio si era schierato con forza contro le piantagioni di canna da zucchero che occupano la terra della sua comunità e contro Raízen, una joint venture tra la Shell e Cosan che utilizzava la canna da zucchero per produrre biocarburanti. La campagna che la sua comunità aveva condotto insieme a Survival International aveva costretto la Raízen a rinunciare ad approvvigionarsi della canna da zucchero coltivata nelle terre guarani. “Ambrósio ha combattuto con forza contro le piantagioni di canna da zucchero” ha detto un portavoce Guarani a Survival. “Era uno dei nostri leader più importanti, sempre in prima linea nella nostra lotta. Per questo era minacciato. Era una figura davvero molto importante per la campagna dei Guarani per la loro terra, ma ora l’abbiamo perso.”

Fonte: Survival International