Nuovo bando per bonifiche amianto, priorità alle scuole

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I comuni italiani che vogliono progettare un’attività di bonifica dall’amianto dagli edifici pubblici hanno tempo fino al 30 aprile per presentare la domanda online. Lo prevede il nuovo bando del ministero dell’Ambiente (decreto 562/2017), in attuazione della norma del Collegato Ambientale. I comuni italiani che vogliono progettare un’attività di bonifica dall’amianto dagli edifici pubblici hanno tempo fino al 30 aprile per presentare la domanda online. Lo prevede il nuovo bando del ministero dell’Ambiente (decreto 562/2017), in attuazione della norma del Collegato Ambientale che assegna 16 milioni di euro in tre anni fino al 2018 alla progettazione preliminare e definitiva di interventi di bonifica dall’amianto.
Il nuovo decreto definisce ulteriori dettagli sulle modalità di accesso, sui criteri di valutazione e formazione della graduatoria, con i relativi allegati tecnici per la documentazione di supporto alla domanda, mentre i criteri per accedere al fondo restano quelli fissati dal decreto del 21 settembre 2016: hanno precedenza gli edifici scolastici o entro un raggio non superiore a cento metri da asili, scuole, parchi gioco, strutture di accoglienza, ospedali e impianti sportivi, gli interventi su edifici pubblici già oggetto di segnalazione di enti di controllo sanitari, di tutela ambientale o di altri enti e amministrazioni, quelli con un progetto cantierabile in dodici mesi dall’erogazione del contributo e gli interventi nei Siti d’interesse nazionale o inseriti nella mappatura dell’amianto prevista dal decreto 101 del 2003. Ogni amministrazione può presentare un’istanza con più interventi per un importo massimo finanziabile di 15 mila euro.  Il primo bando riferito all’annualità 2016 si era concluso il 30 marzo dello scorso anno con la presentazione di 235 istanze per diciotto regioni italiane: interventi consistenti sono stati finanziati nel Nord-Ovest (353 mila euro, il 28% degli importi totali) e al Centro (314 mila euro, il 25%).

Fonte: ecodallecitta.it

 

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Bonifiche dei siti inquinati, è solo la ‘burocrazia’ che rallenta i lavori?

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Secondo il ministro Galletti “è possibile bonificare bene, in tempi rapidi, con piena trasparenza” ma ci sono ancora troppe “lungaggini” dovute al “sistema decisionale che risente di una serie di complicazioni procedurali”. È davvero così? Ne abbiamo parlato con Luciano Manna di Peacelink

Qualche giorno fa il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha detto che nel campo delle bonifiche di siti inquinati italiani “negli ultimi anni c’è stata una fortissima accelerazione nelle attività”.  Secondo il ministro i numeri dimostrano che “è possibile bonificare bene, in tempi certi e rapidi, con piena trasparenza e rigorosi controlli” ma che ci sono ancora troppe “lungaggini” soprattutto dovute al “sistema decisionale che risente di una serie di complicazioni procedurali”. Ad esempio “solo per Taranto” ha detto “sono servite ben 40 Conferenze dei servizi per sottoporre ad indagini di caratterizzazione il 44% delle aree perimetrale e per approvare decreti per il 7% di quelle aree”. Per capire se effettivamente è solo un problema di lungaggini, senza le quali i territori dei 40 Siti di Interesse Nazionale tornerebbero puliti e salubri in poco tempo, abbiamo parlato con Luciano Manna, tarantino, giornalista e attivista di Peacelink, uno che conosce bene diversi siti di interesse nazionale.

Luciano cosa ne pensi di quello che sostiene Galletti?  Sembra che i lavori procedano bene secondo il ministro.

“Per quanto riguarda le bonifiche non voglio essere catastrofista, perché spesso gli ambientalisti vengono dipinti così, ma non sarei così tranquillo come Galletti. Io seguo i lavori di diversi Siti di Interesse Nazionale e conosco la documentazione delle relative conferenze dei servizi e posso dire senza paura di essere smentito che in alcuni di questi Sin dove insistono delle attività industriali siamo al punto zero. Cioè sono delle aree che non sono neppure state caratterizzate, oppure caratterizzate molti anni fa”. La caratterizzazione ambientale di un sito consiste nell’insieme delle attività che permettono di ricostruire i fenomeni di contaminazione ambientale, in modo da ottenere le informazioni necessarie alla messa in sicurezza e alla bonifica del sito stesso. “Che cosa si è fatto in tutti questi anni? In certi casi nulla. In alcune di queste aree la messa in sicurezza, che è la fase precedente alla bonifica, non è mai stata avviata”.

Dove ad esempio?

“Be’ in Sicilia nel tratto di costa tra i comuni di Priolo, Augusta e Melilli la situazione è drammatica”. In questo tratto della costa orientale siciliana le industrie petrolifere e quelle chimiche hanno devastato l’ambiente, tanto è vero che per l’alta incidenza di tumori e altre patologie la zona è stata ribattezzata il ‘triangolo della morte’. “A Taranto uguale. E sia a Priolo che a Taranto le ultime caratterizzazioni fatte dalle stesse aziende con le analisi dei campioni prelevati dai loro piezometri, che devono controllare anche acqua, aria e suolo, oltre alla falda, dicono che lo stato di quest’ultima è seriamente compromessa. I risultati sono abnormi, assurdi, e tra poco con Peacelink li pubblicheremo”.

Ecco, Taranto. Vera Corbelli, la commissaria straordinaria per la bonifica della città, nell’elencare alcune opere come l’eliminazione delle scorie radioattive dalla ex Cemerad ha detto nuovamente che Taranto deve diventare un laboratorio delle tecniche di bonifica. Cosa ne pensi?

“Vera Corbelli ha dato dimostrazione di essere una persona seria però mi rendo conto che è stata messa a lavorare in una situazione drammatica. La sua attività sta portando qualche risultato ma non si può vantare come un successo la rimozione dei fusti di Cernobyl, perché togliere quei fusti di scorie radioattive era una cosa più che doverosa. Non può diventare l’esempio di un effettivo lavoro di bonifica. La situazione di Taranto è molto seria, la zona contaminata è vastissima e per bonificarla serve una progettazione seria che può impegnare nel lavoro gli operai dell’ilva per almeno vent’anni. Non lo diciamo noi lo dicono studi applicati in altri contesti europei. A Bilbao la riconversione del siderurgico è partita nei primi anni 2000 e oggi si ritrovano a mangiare pane dalla cultura e non dall’acciaio”.

Peacelink adesso cosa sta facendo?

“L’anno scorso in una relazione trimestrale di Ilva rivolta al ministero dell’ambiente ho intercettato il nome di un documento, una relazione sulla caratterizzazione dell’area parchi dello stabilimento che conteneva dei dati sui terreni e la falda. L’abbiamo chiesta al ministero che ci ha quasi preso in giro scrivendoci di andare a Roma con la pennetta.  Dopo 7 mesi siamo riusciti ad ottenerla da Arpa Puglia. Nella documentazione non c’era solo la caratterizzazione fatta da Ilva ma anche quella in contraddittorio di Arpa Puglia, entrambe relative agli anni 2015/2016 quindi molto recenti”.

“Ebbene queste caratterizzazioni dicevano che i terreni e la falda, sia quella superficiale che quella profonda, erano contaminati. Mentre avevamo accesso a questi atti c’è stata una conferenza dei servizi in cui il ministero ha detto ad Ilva, che tra l’altro era sotto commissariamento, di adottare tutte le misure di prevenzione per circoscrivere e limitare la contaminazione citando l’articolo 40 del codice penale, secondo cui ‘non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo con tutte le conseguenze di legge’. E addirittura dice che questo deve farlo il proprietario o il gestore dell’area anche se non responsabile della contaminazione. Noi questa documentazione l’abbiamo depositata alla Procura della Repubblica e adesso c’è un esposto acquisito agli atti del processo Ambiente Svenduto e della nuova indagine penale che riguarda gli anni della gestione commissariale, cioè dal 2012 fino ad oggi”.

“Un’altra cosa che va detta su Taranto è che nel Sin non è mappata la discarica più grande d’Europa, oggetto d’infrazione europea, cioè la Mater Gratiae. Una cosa assurda. Va aggiunto infine che l’aggiornamento Ispra di maggio 2017 ci dice che tutte le prescrizioni dell’AIA non sono ottemperate da Ilva. I parchi minerali, un esempio su tutti, che si sarebbero dovuti chiudere nel 2015 non si possono coprire perché i terreni e la falda sono inquinati e bisogna prima mettere in sicurezza e bonificare. Non si può piantare neppure un palo”.

“La falda in quel punto va verso il Mar Piccolo dove si coltivavano le cozze e chissà quando si potranno coltivare di nuovo, perché la contaminazione è quasi sicuramente irreversibile. A chi dice che il lavoro va tutelato (i lavoratori dell’Ilva e dell’indotto, ndr) io rispondo ma a chi il lavoro lo ha già perso chi ci pensa? Fornaro (l’allevatore al quale tra il 2008 e il 2010 vennero abbattuti 600 ovini, tra pecore e capre, risultati contaminati da diossina e Pcb, ndr) non ha ancora visto un euro dopo i capi di bestiame abbattuti e smaltiti come rifiuti tossici”.

È notizia di ieri che Adriano Riva ha firmato la transazione per il rientro dalla Svizzera in Italia di un miliardo e 330 milioni di euro, somma in gran parte destinata alla bonifica dell’Ilva di Taranto e di cui 230 milioni verranno impiegati per la gestione ordinaria della società. Come riporta il Corriere del Mezzogiorno “la firma posta in uno studio legale milanese da Adriano Riva, imputato per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori, rende esecutivo l’accordo raggiunto lo scorso dicembre tra la famiglia Riva, le società del gruppo, e i commissari straordinari di Ilva”.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Tutto pronto per “Fare i conti con l’Ambiente” 2017! Grande apertura il 17 maggio

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La dimensione “formativa” del “Festival” di Ravenna è cresciuta negli anni, ed attualmente son ben tre le Scuole di Alta Formazione ospitate dall’evento: Rifiuti, Bonifiche e Sistemi Idrici. Si parlerà di economia circolare, startup, sviluppo sostenibile, offrendo il meglio delle Buone Pratiche Internazionali.  “Fare i conti con l’ambiente” scalda i motori e si prepara alla grande apertura del 17 maggio. Il 2017 è anche l’anno del decennale, per una delle manifestazioni “green” più originali del panorama italiano, con un format che miscela informazione, ricerca, contenuti scientifici, cultura e formazione. La dimensione “formativa” del “Festival” di Ravenna è cresciuta negli anni, ed attualmente son ben tre le Scuole di Alta Formazione ospitate dall’evento: Rifiuti, Bonifiche e Sistemi Idrici. Solidarietà, innovazione, nuove tecnologie, arte e scienza: tre giorni ad alta intensità in cui sono previsti 5 main conference, 25 workshop, 2 LabMeeting, 18 eventi ospitati (tra cui le scuole di formazione), 10 eventi culturali.

Si parlerà di economia circolare, startup, sviluppo sostenibile, offrendo il meglio delle Buone Pratiche Internazionali.

Grande spazio sarà previsto sulle tematiche connesse alla mobilità sostenibile con la presentazione di due progetti europei.

Verrà presentato il progetto europeo “RePlaCe Belt” relativo allo studio della modalità di gestione della plastica non da imballaggio che solitamente viene conferita come rifiuto secco non riciclabile o erroneamente all’interno della frazione di imballaggi in plastica (in collaborazione con ETRA ): anche qui tecnologie e soluzioni di frontiera in tema di riciclo.

Sarà presente, come è ormai di consueto, il giornalista del Corriere della Sera Umberto Torelli per una conferenza sul tema – “Startup” il nuovo modo di fare impresa tra opportunità e illusioni per giovani, organizzata in collaborazione con il Rotary Club Ravenna Galla Placidia.

All’interno di Labeinternational, il momento di approfondimento internazionale sulle Best practice & innovation in waste, water management and circular economy, gli esperti italiani incontrano esperti stranieri provenienti da diversi paesi, tra cui Nepal, India e Algeria. Notevole anche il programma degli eventi culturali, con le performance di Emergenze Creative 2017 e l’esposizione di mosaici contemporanei a tema ambientale (in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna) e le iniziative del multiCentro di Sostenibilità Ambientale (CEAS) Ravenna – Agenda 21 in fase di preparazione. Ravenna2017 riconquista il 17 maggio anche “la piazza”, e non si tratta di quella del Popolo ma di quella antistante il meraviglioso Palazzo Rasponi (sede della segreteria organizzativa e di molte iniziative) ove sarà organizzata un’esposizione di modelli elettrici a cura del Multicentro CEAS RA21 (Altra importante anteprima sarà la presentazione il 18 maggio della nuovissima Tesla S85, al top della mobilità elettrica (Piazzetta Serra).

“Essere qua dopo dieci anni evidenzia come rimane sempre alto il bisogno e la necessità di riflessione a livello nazionale sulle tematiche tecniche e di scenario del comparto rifiuti, acqua ed energia – affermano Giovanni Montresori e Mario Sunseri, Direttori della Manifestazione – La forza è nel carattere “open content” e nella sua caratterizzazione di evento organizzato dal basso da una comunità di professionisti, aziende, enti, giornalisti e gente comune che ha creduto da subito al progetto. Gli approfondimenti tematici sono infatti sviluppati da e in collaborazione con reti esterne (associazioni, enti ed aziende), con il contributo del mondo delle università, dei ricercatori, dell’impresa, dei mass-media e del no-profit dedicati sia al mondo tecnico amministrativo sia ai cittadini. Importante ricordare anche il focus formativo, Fare i conti con l’ambiente ospita la quinta edizione del Corso Residenziale di Alta Formazione sulla Bonifica dei siti contaminati; la terza edizione della Scuola di Alta Formazione sulla Gestione dei Rifiuti; e l’esordio della Scuola di Alta Formazione sulla Gestione dei Sistemi Idrici”.

Il programma completo delle 60 iniziative con la Guida all’Evento è disponibile sul sito www.ravenna2017.it

Fonte: ecodallecitta.it

“Il Green Act che serve all’Italia”. Legambiente presenta a Roma la controproposta al governo Renzi

 

Fiscalità ambientale, città, bonifiche, energia, rifiuti, mobilità nuova, trasporti, dissesto idrogeologico, natura, turismo, fondi strutturali: proposte concrete e misure immediatamente applicabili per far ripartire il Paese. Il presidente Cogliati Dezza: “Non abbiamo bisogno di un green washing della politica governativa ma di azioni utili per cambiare l’Italia”382058

L’Italia è tra i paesi europei maggiormente colpiti dalla crisi, dove la recessione ha fatto esplodere tutti i fattori di debolezza economica, sociale e istituzionale esistenti, eppure, l’Italia ha la concreta possibilità di avviare una ripresa “ambientale” dell’economia e dei consumi. Nel corso della recessione, infatti, gli elementi di efficienza e sostenibilità ambientali si sono irrobustiti. Nonostante l’assoluta mancanza di politiche esplicite e di idonee scelte di governo, l’economia e la società italiana hanno gestito in maniera più efficiente le risorse, hanno consumato meno energia, prodotto più energia da fonti rinnovabili e riciclato più rifiuti, trasformato stili di consumo in un senso più sostenibile. A differenza di altri paesi ciò non è avvenuto per una scelta deliberata ma è ugualmente avvenuto.
Partendo dall’analisi dello stato del Paese, confermata dai parametri di Ambiente Italia 2015, il rapporto annuale sullo stato del Paese realizzato dall’istituto Ambiente Italia e Legambiente, l’associazione ambientalista ha presentato oggi a Roma “Il Green Act che serve all’Italia”, un documento che avanza proposte concrete e misure immediatamente applicabili per affrontare le sfide del futuro. In 11 schede sono stati presentati i temi fondamentali per realizzare la svolta di cui c’è bisogno e che quindi dovrebbero trovare cittadinanza nel Green Act annunciato dal Premier Renzi per marzo 2015, traducendosi anche in proposte legislative: fiscalità ambientale, città , bonifiche, energia, rifiuti, mobilità nuova, trasporti, dissesto idrogeologico, natura, turismo, fondi strutturali. Tutti temi che hanno strettamente a che fare con lo sviluppo economico del Paese, con la possibilità di creare filiere produttive e nuova occupazione, di produrre più benessere per tutti nel momento stesso in cui garantiscono risposte ai bisogni dei cittadini in termini di sicurezza, salute e qualità della vita. Al convegno, aperto da Duccio Bianchi, dell’Istituto Ambiente Italia e Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale Legambiente, hanno partecipato il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, il Sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Ilaria Borletti Buitoni, il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Gianluca Galletti e poi Paolo Acciai (Segretario Filca Cisl), Catia Bastioli (AD Novamont), Marino Berton (Coordinamento Free), l’on Chiara Braga, l’on Pippo Civati, Erasmo D’Angelis, Capo Struttura Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche di Palazzo Chigi, Roberto Della Seta (Green Italia), il Sindaco di Pavia Massimo De Paoli, Stefano Landi (Economista Luiss Roma), Gaetano Maccaferri (Vicepresidente Confindustria), l’on Giulio Marcon, la sen Paola Nugnes, l’on Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente e Territorio Camera dei Deputati), Fabio Refrigeri (Assessore Infrastrutture, Politiche Abitative, Ambiente – Regione Lazio), Riccardo Sanna (Coordinatore politiche economiche CGIL), Paolo Buzzetti (Presidente Ance), Maurizio Marcelli (Responsabile Ufficio Salute, ambiente, sicurezza Fiom Cgil).  Dalla foto scattata da Ambiente Italia 2015 vediamo che il Pil procapite nel 2014 è sceso poco sotto la media europea (prima della crisi era superiore del 10%). La disoccupazione è cresciuta e a fine 2014 il tasso ha raggiunto il 12,8% (il 21% nel Mezzogiorno), rispetto al 10% della media europea. Ma il problema principale dell’Italia è la non occupazione: nel 2014 le persone occupate sono meno del 56% della popolazione tra i 15 e i 64 anni con una distanza marcatissima dall’Unione Europea (il 65,5%). Ancora più marcata è la differenza nel tasso di occupazione femminile (il 46%). Recessione e politiche di austerità hanno causato l’incremento delle persone in condizioni di deprivazione materiale e di esclusione sociale, con una incidenza molto accentuata nel Mezzogiorno (il 46% della popolazione). Sono cresciute le diseguaglianze nella distribuzione del reddito. In Italia il 10% più povero detiene il 2,2% dei redditi, mentre il 10% più ricco ne detiene il 24,6%. Cala drammaticamente la qualità del capitale umano: l’Italia è, tra i 28 paesi dell’Ue, quello con il più basso tasso di istruzione universitaria tra i giovani e uno dei cinque – con Spagna, Malta, Portogallo e Romania – con il più alto tasso di giovani (18 – 24 anni) che non frequentano o che sono privi di un titolo di studio di scuola media secondaria. Abbiamo un crescente ritardo nell’innovazione tecnologica e di prodotto con la completa stasi della capacità brevettuale: mentre in tutti i paesi vi è stata negli ultimi dieci anni una crescita del numero di brevetti (globalmente il 50% in più, il 20% in più nella UE), in Italia il numero resta fermo, meno di 5.000 annui. E’ il sintomo inequivocabile della marginalità tecnologica del Paese. Se non produciamo innovazione è anche perché non investiamo in ricerca e sviluppo. Complessivamente gli investimenti sono pari all’1,2% del Pil e sono rimasti statici durante la recessione (mentre in Europa sono cresciuti). La spesa per ricerca e sviluppo in Italia è pari al 62% della media europea, al 40% c.a di quella della Germania e della Svezia. Ma la vera emergenza per il futuro è rappresentata dai Neet, not (engaged) in Education, Employment or Training. Il 26% di coloro che hanno tra 15 e 29 anni non studiano, non lavorano, non sono in un qualche processo formativo. A parte la Grecia, è il massimo valore registrato in tutta l’Unione Europea. E il Mezzogiorno è di gran lunga l’area europea con i più alti livelli di esclusione. In questa situazione di recessione abissale, l’economia italiana ha ottenuto risultati sorprendenti in alcuni settori ambientali, una conversione ecologica sostanzialmente spontanea, in parte determinata dalla recessione stessa che ha spinto le aziende verso comportamenti più attenti e virtuosi. In Europa tra il 2004 e il 2013 il consumo di materia si è ridotto del 15% ma in Italia i progressi sono stati maggiori: il consumo assoluto è diminuito del 32% (255 milioni di ton di materiali in meno all’anno estratti dal pianeta) e la produttività delle risorse è cresciuta ben del 40%. Ciò grazie soprattutto alla riduzione dei consumi energetici, dei consumi di metalli (con un maggior riciclo) e dell’attività edilizia. Nel 2013 i consumi lordi di energia primaria sono scesi a 173 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, l’1,9% in meno rispetto al 2012 e per il 2014 si prevede una ulteriore contrazione. E’ proseguita una forte contrazione dei consumi petroliferi e di gas e una crescita delle fonti rinnovabili. E’ tornata a migliorare l’efficienza energetica dei processi di produzione e di consumo. Nel 2014, invece, ha fortemente rallentato la corsa delle rinnovabili, che pure continuano a crescere sia in termini assoluti che come quota sul totale della produzione energetica. In termini di produzione elettrica è ancora cresciuto il fotovoltaico (+10%), ed è rimasta stabile la produzione eolica. Nel 2014, il 44% della produzione nazionale di energia elettrica deriva da fonti rinnovabili (102.000 GWh da idroelettrico, geotermico, eolico e fotovoltaico e circa 17.000 stimate da biomassa, rifiuti e bioliquidi), il massimo mai raggiunto, in crescita ulteriore rispetto al 2013 (era circa il 39%). Nel settore elettrico, in particolare, l’Italia diventa il terzo principale produttore europeo di elettricità derivante sia dall’insieme delle rinnovabili (dopo Germania e Svezia) sia dalle rinnovabili non idroelettriche (dopo Germania e Spagna). Nel 2012, secondo i dati Eurostat, in Italia sono stati riciclati oltre 53 milioni di tonnellate di rifiuti. In valore assoluto, l’Italia è il Paese europeo con le maggiori quantità recuperate dopo la Germania. Ciò dipende soprattutto dalla specificità del sistema industriale italiano che consente un elevato riciclo interno degli scarti industriali e addirittura richiede una consistente importazione di materie seconde. La recessione e la conversione energetica hanno poi consentito all’Italia di abbattere significativamente negli ultimi anni le emissioni climalteranti. Dopo una forte crescita tra il 1990 e il 2005, nel 2013 le emissioni climalteranti sono il 16% inferiori a quelle del 1990. Ciò che è straordinario è che tutto ciò è avvenuto in assenza di politiche pubbliche e di investimenti mirati tanto che in Italia alcune questioni ambientali continuano a ripresentarsi sostanzialmente senza soluzione: la concentrazione di PM10 (e delle frazioni più fini), resta elevata e il 30% della popolazione è esposto a concentrazioni superiori alla norma; nel settore dei rifiuti urbani siamo in affanno. Nell’insieme, l’Italia giunge a poco meno del 40% di raccolta differenziata e a poco più del 40% a discarica (la Germania arriva a poco meno del 65% di differenziata e a poco più dell’1% a discarica). Il consumo di suolo rimane un problema: tra il 1989 e il 2006 il suolo consumato sale al 6,6%, al ritmo di 265 kmq all’anno e poi rallenta per giungere al 2010 al valore del 6,9%. Un fenomeno particolare è quello dello sprawling: la crescita di case sparse e di piccoli nuclei abitati, la proliferazione di capannoni, svincoli, parcheggi, centri commerciali. A peggiorare la situazione, l’urbanizzazione delle aree costiere e l’abusivismo. Il ricco patrimonio culturale e paesaggistico dell’Italia ha poi un impatto economico diretto marginale (le entrate dei musei e monumenti statali ammontano a soli 126 milioni di euro) e lo stesso turismo italiano conosce una forte stasi, sia in termini di visitatori che di fatturato. In rapporto agli abitanti, le presenze turistiche dell’Italia sono inferiori del 25% a quelle della Spagna o della Grecia. “Il Green Act che serve all’Italia – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – deve rappresentare una scossa e aprire un nuovo indirizzo di politica economica, fiscale, industriale, culturale. Serve un disegno strategico che avvii un percorso organico fatto di misure concrete, da subito operative per realizzare quel cambio di passo necessario a rompere con le idee di sviluppo del Novecento, perché dal boicottaggio delle rinnovabili allo Sblocca Italia non c’è stato nessun segnale di cambiamento, come se questi temi non fossero urgenti e non rappresentassero una parte sostanziale del rilancio del Paese. Eppure oggi nell’edilizia nell’energia, nei rifiuti come in agricoltura è evidente che vi sia spazio solo per chi punta su innovazione e qualità ambientale. Il mondo è cambiato e l’Italia oggi ha una reale possibilità di trovare una propria bussola nella globalizzazione valorizzando quelle risorse, vocazioni e talenti che tutto il mondo ci invidia e utilizzando la chiave del clima come opportunità per permettere a famiglie e imprese di ridurre consumi energetici e importazioni di fonti fossili. Ma per fare ciò occorre accompagnare e promuovere il cambiamento con una chiara prospettiva di investimenti e regole”.  Affinché il Green Act possa dispiegare fino in fondo le sue potenzialità e rappresentare l’avvio di una strategia complessiva che coinvolge il sistema paese e che gli fa fare un salto di qualità, ci sono anche alcune precondizioni imprescindibili, che determineranno il successo o il fallimento di ogni politica di innovazione. Parliamo di questioni strutturali che riguardano l’assetto di base del paese come legalità, istruzione, cultura.

I temi e le proposte di Legambiente:

#1 _ FISCALITÀ AMBIENTALE: chi inquina paga, chi innova risparmia In Italia ogni anno vengono stanziati 5,7 miliardi di euro di sussidi alle fonti fossili.

Le proposte:

Adeguare i canoni delle concessioni demaniali. Eliminare i sussidi alle fonti fossili.

Eliminare la possibilità per i Comuni di utilizzare gli oneri di urbanizzazioni per le spese correnti.

Applicare subito l’Articolo 15 della Delega Fiscale (fiscalità ambientale ed energetica).

#2_ CITTÀ: rigeneriamole

Solo nelle città metropolitane italiane vivono 20 milioni di persone.

Le proposte:

Una struttura di missione per indirizzare e coordinare interventi di rigenerazione urbana

Disincentivare consumo del suolo, incentivare e semplificare le procedure per la riqualificazione dei condomini
Rendere operativo il fondo per l’efficienza energetica e stabilire i criteri per l’accesso di privati e enti pubblici.
Escludere dal patto di stabilità gli interventi di riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio pubblico.
Approvare subito il DL in materia di “Contenimento del consumo di suolo e riuso del suolo edificato”.
#3_BONIFICHE: risanare le ferite

Sono oltre 100mila gli ettari di terreno da bonificare. Solo il 3% è stato ad oggi bonificato.

Le proposte:

Istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti orfani (modello Superfund).

Trasparenza negli appalti, legalità, fine dei commissariamenti, maggiori controlli ambientali.

Puntare sulle bonifiche in situ.

#4_ENERGIA: Italia rinnovabile

Nel 2014 il 44% della produzione nazionale di energia elettrica è derivato da fonti rinnovabili. L’efficienza energetica per unità di prodotto e di servizio è +9,5% nel periodo 2000 – 2013.

Le proposte:

Introdurre regole chiare e trasparenti per l’approvazione dei progetti da rinnovabili

Garantire e semplificare l’autoproduzione di energia per Comuni, famiglie, aziende

Cancellare miliardi di euro di sussidi alle fonti fossili dalle bollette.

#5_RIFIUTI: ridurre e riciclare prima di tutto In Italia il conferimento di rifiuti in discarica costa al massimo €25 per tonnellata; il 37% dei rifiuti urbani viene ancora smaltito in questo modo, in Sicilia il 93%.

Le proposte:

Penalizzare lo smaltimento in discarica con un aumento dei costi di conferimento (ecotassa).

Eliminare gli incentivi per il recupero energetico dai rifiuti Incentivare e premiare la riduzione dei rifiuti, il recupero di materia, gli acquisti verdi.

Rispetto delle scadenze e delle multe per gli obietti della raccolta differenziata.

#6_MOBILITÀ NUOVA: pedoni, pedali, pendolari

La mobilità urbana assorbe il 97% di tutti gli spostamenti.

Le proposte:

Fissare target nazionali di spostamenti individuali su mezzi privati a motore, per ridurli drasticamente.
Far viaggiare in sede protetta e in corsie preferenziali almeno un terzo dei percorsi della rete di trasporto pubblico di superficie.
Introdurre nel nuovo Codice della Strada, attualmente in discussione in Parlamento, un nuovo limite di velocità a 30km orari su tutta la rete viaria dei centri abitati.

#7_TRASPORTI: #cambiareverso alle infrastrutture

Sono tre milioni i pendolari che ogni giorno si muovono in treno in Italia. Rispetto al 2009 le risorse da parte dello Stato per il trasporto pubblico su ferro e su gomma sono diminuite del 20%.

Le proposte:

Priorità alla mobilità nelle aree urbane: 50% della spese per opere pubbliche.

Aumentare e ammodernare i treni in circolazione e rendere competitivo il servizio ferroviario.

Regioni: razionalizzare orari e linee, aumentare investimenti (5% del bilancio)

Superare il fallimento della Legge Obiettivo

#8_ DISSESTO IDROGEOLOGICO: azioni per prevenire

Sono 6 milioni gli italiani che vivono o lavorano in aree ad alto rischio idrogeologico.

Le proposte:

Basta con i vecchi progetti rimasti nei cassetti per anni, serve qualità nella progettazione

Non più difesa passiva ma politiche di prevenzione: spazio ai fiumi e naturalizzazione del territorio.

L’unità di missione garantisca l’efficacia a scala di bacino, non solo interventi puntuali

Istituire le Autorità di distretto, con strumenti adeguati per raggiungere gli obiettivi delle direttive comunitarie.

L’adattamento ai cambiamenti climatici e la riduzione del rischio procedano insieme e non più su binari separati

#9_NATURA: investire sulla biodiversità conviene

I parchi hanno attirato il 3,7% dei pernottamenti nazionali, pari a 14 mln di presenze.

Le proposte:

Garantire una fiscalità di vantaggio per le comunità che custodiscono i servizi ecosistemici.

Completare l’istituzione della Rete Natura 2000 e delle aree protette marine e terrestri.

Evitare nuove procedure di infrazione da parte dell’UE per la mancata applicazione delle Direttive in materia.

#10_TURISMO: l’Italia oltre la grande bellezza

Secondo l’Eurobarometro 2012, ambiente e natura sono il primo fattore di fidelizzazione turistica.

Le proposte:

Integrazione delle diverse vocazioni e risorse territoriali per diversificare e destagionalizzare.

Sostenere e incrementare i servizi per il turismo dolce e non motorizzato.

Incentivare l’adozione di un sistema di indicatori per la gestione sostenibile delle destinazioni

Favorire l’acquisizione di competenze turistiche anche a professionisti di altri settori (agricoltori) e mettere ordine nei sistemi regionali delle guide turistiche.

#11_ RISORSE EUROPEE 2014-2020: sfide e opportunità

Oltre 100 miliardi di risorse resi disponibili dal quadro finanziario europeo per il periodo 2014-2020.

Le proposte:

Allocare almeno il 20% delle risorse disponibili per il clima il 5% per lo sviluppo urbano sostenibile.

Stabilire target ambiziosi e obbligatori per tutti i fattori fisici (es. tonn. di CO2 eq. di risparmio)

Semplificare i processi decisionali, mettere in atto sistemi di monitoraggio e verifica della spesa.

I fondi siano volano delle politiche ordinarie, per spenderli bene e spenderli tutti.

Fonte: ecodallecitta.it

Amianto, il Ministero dell’Ambiente stanzia 135 milioni di euro per le bonifiche

La cifra coprirà le bonifiche fino al 2017 dando la precedenza ai siti contaminati di Casale Monferrato, Bagnoli, Bari, Balangero, Biancavilla, Broni ed Emarese. È di 135 milioni di euro in tre anni l’entità dei fondi destinati alle Regioni interessate dallebonifiche dell’amianto. Attuando quanto previsto dalla legge di stabilità dello scorso 23 dicembre, il Ministero dell’ambiente ha deliberato un finanziamento che coprirà le bonifiche fino alla fine del 2017. Prioritari saranno i siti di Casale Monferrato e Napoli Bagnoli, poi toccherà alla Fibronit di Bari, a Balangero, in Piemonte, al sito di Biancavilla, in Sicilia, a Broni, nel Pavese, e a Emarese, vicino ad Aosta. Dopo i clamori suscitati dalla sentenza di Cassazione del processo Eternit, il premier Matteo Renzi aveva incontrato i famigliari e promesso di attivarsi per sbloccare i fondi per le opere di rimozione e bonifica dell’asbesto. Dei 135 milioni di euro, 75 verranno utilizzati per i siti di Casale e Bagnoli (25 all’anno) e 60 per le altre aree contaminate (con una media annua di 20 milioni di euro di interventi). La maggior parte delle risorse è destinata al Piemonte regione che oltre a Casale Monferrato deve gestire anche la “buca” dantesca della miniera di asbesto di Balangero. I fondi – secondo quanto dichiarato dall’assessore piemontese all’Ambiente, Alberto Valmaggia, verranno impiegati al di fuori del patto di stabilità. A Casale Monferrato i manufatti inseriti in procedure fallimentari movimenteranno un fabbisogno di 11 milioni di euro e il comune ha messo a punto un pacchetto di incentivi e convenzioni con banche e imprese finalizzate a incentivare le bonifiche. Per Bagnoli accanto ai 20 milioni del recente stanziamento ci saranno anche i 48 milioni a disposizione del custode giudiziario.154674418-586x389

Fonte: Sole 24 Ore

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Amianto sugli elicotteri: bonifiche e controlli sanitari non partono

La denuncia di un militare all’Huffington Post. A un anno e mezzo dalle prime rivelazioni sono stati messi solamente sigilli sulle componenti in amianto. In attesa dei nuovi elicotteri. Secondo uno specialista della Marina Militare intervistato dall’HuffPost invece della bonifica si attende che gli elicotteri con componenti in amianto arrivino a fine ciclo. È passato quasi un anno e mezzo dalle prime denunce, nell’agosto 2013, i merito alla presenza di parti in amianto in condizioni di insicurezza sugli elicotteri della Marina Militare, gli stessi che all’epoca venivano impegnati nelle operazioni di Mare Nostrum. Sono passati diciassette mesi eppure i piloti continuano a guidare elicotteri nei quali l’amianto è stato solamente sigillato, ma non rimosso. Inoltre, secondo quanto riferito dal militare a Stefano Pitrelli dell’Huffington Post, non sarebbero state eseguite le visite mediche necessarie per capire se i militari stiano rischiando la salute a bordo degli elicotteri da bonificare. Nello scorso febbraio la Procura di Torino, con l’instancabile Raffaele Guariniello, ha aperto un’indagine che coinvolge i vertici di Agusta Westland. I soldati della Marina Militare denunciano da mesi l’inazione come dimostra la delibera del Co.Ce.R datata 3 marzo 2014. Al Capo di Stato Maggiore veniva segnalata la preoccupazione dei militari per la “problematica dell’amianto presso gli aeroporti della Marina Militare, gli Hangar a bordo delle navi e a bordo degli elicotteri stessi” e veniva richiesto

  1. a) se ci sono state e/o sono in corso verifiche circa la presenza di amianto presso i siti succitati;
    b) quali sono stati i risultati delle verifiche qualora già effettuati;
    c) quali azioni sono state intraprese in caso di presenza (bonifiche, informazioni al personale, fornitura di protezioni, ecc).

L’unica soluzione a detta dello specialista intervistato da HuffPost è stata quella di ricoprire con un sigillante la componentistica in amianto. Una soluzione che doveva essere temporanea, ma che rischia di diventare permanente:

Il prodotto adoperato finora è un sigillante, non serve a bonificare l’amianto. Mentre la bonifica, quella vera, andrebbe fatta per rimozione, non per isolamento. Con questo tipo di ‘soluzione’ si sta tutelando sul serio il personale, o si sta forse privilegiando l’attività operativa?

si chiede il soldato che ipotizza che la Marina Militare voglia portare con queste modalità i vecchi elicotteri SH-3D e AB-212 fino alla fine del loro ciclo, sostituendoli progressivamente con gli SH-90. Secondo l’ipotesi dello specialista la Marina Militare tenterebbe, così, di evitare gli altissimi costi di bonifico per un mezzo alla fine della propria vita operativa.

Il problema sanitario resta e, secondo quanto riferito dal militare, non vi è stato alcun tipo di controllo sanitario nei confronti di chi è stato esposto all’amianto durante la sua attività. Anche questo tipo di controlli rappresenterebbe un costo:

Possono anche venirmi a dire che le fibre aerodisperse sono entro i limiti di legge, ma quando cambio una guarnizione si sprigiona fibra. E pure per un istante, l’ho respirata. Ma questo, a chi come me lavora sugli elicotteri, finora non è mai stato riconosciuto. Ufficialmente, io non sono mai stato esposto.

Si prenderà tempo aspettando la sostituzione consci del fatto che le malattie del personale esposto emergeranno magari fra 20 o 30 anni com’è stato per Eternit? Il Ministero della Difesa difenderà innanzitutto la salute dei propri dipendenti?

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Fonte: Huffington Post

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Italia dei veleni: bambini a rischio, ma la ricerca non viene finanziata

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In questi ultimi mesi, purtroppo, ci siamo abituati a scoprire, giorno dopo giorno, un’Italia avvelenata, dove convivono le Terre dei Fuochi, le discariche abusive, i terreni contaminati, le persone che muoiono di tumore. A dare un quadro ancora più netto della pericolosità insita di questi luoghi, un tempo decantati per la loro bellezza, arriva in questi giorni il terzo dossier “Sentieri” dell’Istituto superiore di Sanità, sugli effetti sulla salute delle popolazioni esposte ai Sin, i Siti di interesse nazionale per le bonifiche. Lo studio ha il compito di approfondire il livello di compromissione della salute dei 5 milioni di italiani che vivono in territori tendenzialmente pericolosi, in prossimità di discariche, di industrie e di terreni inquinati. I risultati, come ci si poteva aspettare, non sono rincuoranti. La cosa che stupisce ancora di più, però, è che l’importanza di sviluppare questo filone di ricerche per comprendere meglio l’incidenza che questi veleni hanno sui nostri bambini viene, tutt’oggi, sottovalutata. Spesso non ci facciamo caso, ma i bambini corrono, giocano e respirano quell’aria malsana ricca di inquinanti. Il loro metabolismo è più veloce del nostro, per questo sono più esposti a rischi di malattia.

Quelli che vivono vicino alle aree contaminate hanno un rischio di morte più alto del 4%, già nel primo anno di vita. Oltre a questo, però, non ci è dato sapere, visto che il primo progetto di studio epidemiologico dedicato ai bambini che vivono in queste aree compromesse continua a giacere nei cassetti dell’Istituto superiore di Sanità. Parte di questi dubbi e l’assoluta necessità di indagare gli effetti di tutti questi veleni sulla salute dei bambini lo sono chiari nel nuovo rapporto “Sentieri”, di cui abbiamo parlato prima. Il settimo capitolo, in particolare, affronta questo tema, poco esplorato e soprattutto delicatissimo, dei rischi per la salute infantile. Per poter condurre la terza parte dello studio, i ricercatori dell’ISS hanno lavorato su tre banche dati diverse, incrociando le rilevazioni sulla mortalità aggiornate al 2010, l’incidenza oncologica per gli anni 1996-2005 e dati di ospedalizzazione relativi al periodo 2005-2010. Dalle analisi emergono con forza: la gravità dell’esposizione all’amianto, che genera mesotelioma e tumore maligno della pleura; una maggiore incidenza di tumore del fegato, legato a un “diffuso rischio chimico nei SIN”; le patologie del sistema urinario, per le quali si ipotizza un nesso causale legato ai solventi alogenati dell’industria calzaturiera. Non ultime le malattie respiratorie e i tumori al polmone. Le conclusioni di questi dati dovrebbero fungere da campanello d’allarme per la politica sanitaria e ambientale, spingendo chi di dovere ad acquisire maggiori conoscenze dei contaminanti presenti nei territori e delle conseguenze a essi legate. Ma non solo. Si sa che sono 5 milioni gli italiani che vivono in uno dei 44 siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin); di questi, un quinto sono bambini e giovani al di sotto dei 20 anni d età, la fascia più fragile ed esposta. Tuttavia su di loro grava un buco informativo che si spera possa essere colmato nel più breve tempo possibile. La sottostima di questo problema, fa notare il Fatto Quotidiano, era già nota agli esperti italiani.

Un anno fa, durante un workshop organizzato dal Dipartimento ambiente e prevenzione primaria (Ampp)dell’Iss, erano state descritte le evidenze epidemiologiche disponibili sui fattori di rischio ambientale per l’insorgenza dei tumori infantili riferiti a 23 siti, su 44, di interesse nazionale per le bonifiche e coperti dalla Rete dei registri tumori (Airtum).

Secondo i dati, in quei particolari siti, “sono stati registrati circa 700 casi di tumori maligni tra i ragazzi di età compresa tra 0 e 19 anni (più di 1.000 casi includendo anche i giovani adulti, 0-24 anni). Con picchi nelle realtà più compromesse della mappa dei veleni: a Massa Carrara, area interessata dal siderurgico e petrolchimico, le esposizioni agli inquinanti hanno portato a un eccesso di mortalità del 25% nei bambini sotto l’anno di vita e del 48% in quelli da 0 a 14 anni. A Taranto gli stessi valori sono superiori del 21% e del 24%, a Mantova – tra industrie metallurgiche e cartarie, petrolchimico e discariche e area portuale – addirittura del 64 e 23%”.

Il progetto per colmare questo buco informativo, nonostante la sua complessità, ha costi molto ragionevoli: costerebbe circa 350mila euro. Nulla, in confronto ai 250 milioni che nel bilancio del Ministero della sanità vanno sotto la voce “tutela della salute pubblica”. Poco rispetto allo studio approvato sulla sigaretta elettronica (415mila euro) o sul Piano di monitoraggio e di intervento per l’ottimizzazione della valutazione e gestione dello stress lavoro correlato proposto da Inal (480mila euro). Eppure, ad oggi, lo studio proposto dagli epidemiologi su tutti i bambini dell’Italia dei veleni non ha ancora trovato posto. I proponenti si limitano a dire: “Finora, in effetti, non abbiamo avuto fortuna. Abbiamo avuto un momento di gloria nel 2006-2007 con la ricerca finalizzata, poi nel 2009 col Ccm e adesso fatichiamo un po’ ma non demordiamo, stiamo continuando a fare richieste”. Anche perché, fare prevenzione per i bambini, significa fare prevenzione per tutti e quei dati che allo stato attuale non ci sono, potrebbero essere importantissimi. Anche considerato il fatto che ogni giorno, in un punto diverso d’Italia, si scoprono nuovi veleni, nuovi siti contaminati. L’ultimo, quello che riguarda Cassino, nella zona agricola di Nocione, dove un’area di 10mila metri quadrati, intrisa di veleni, dove pascolavano le pecore è stata recintata. Rifiuti ospedalieri e discariche abusive hanno contaminato terra e acqua. Un disastro annunciato, e denunciato ad esempio da Legambiente nel 1998, perpetrato per oltre due decenni e che, ad oggi, richiede almeno 213 mila euro di spesa preventivata per gli interventi.

(Foto: AZRainman)

Fonte: ambientebio.it

Amianto, un piano nazionale per le bonifiche

Fra le proposte della seconda conferenza internazionale Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza, c’è la creazione di una piattaforma online che consenta ai cittadini la segnalazione in tempo reale di amianto sul territorio

Riceviamo dalla segreteria generale dell’ONA Onlus e volentieri pubblichiamo la seguente precisazione:

Il senatore Felice Casson non ha partecipato ai lavori della Seconda Conferenza Internazionale “Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza”, organizzata dall’Osservatorio Nazionale sull’Amianto e tenutasi il giorno 20 Marzo 2014 presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati. La posizione del senatore Casson sulla tematica è di piena condivisione del Piano Nazionale Amianto approvato dal Governo Monti e che tale Piano è stato ampiamente criticato durante i lavori della Conferenza, in quanto inadeguato e parziale rispetto alle reali necessità, a tal punto che l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto ha presentato un proprio Piano alternativo. Alla seconda conferenza internazionale Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza svoltasi la scorsa settimana esperti di diritto del lavoro, medici, scienziati, rappresentanti delle istituzioni e del mondo politico si sono confrontati sul dramma dell’asbesto e sulle modalità per affrontare in modo il concreto la bonifica dei luoghi di vita e di lavoro. Il risultato è un Piano Nazionale Amianto da proporre al Governo Renzi e inclusivo di una piattaforma online che consenta a ogni cittadino la segnalazione in tempo reale di amianto sul territorio nazionale. Dall’entrata in vigore della messa al bando dell’amianto, nel 1992, sono 500mila le tonnellate di materiale killer che sono state bonificate, appena il 2% di quello presente sul territorio italiano. Le cifre parlano di 5mila morti l’anno per malattie asbesto-correlate e di ben 2400 edifici scolastici non del tutto bonificati. Alla politica e al Parlamento il presidente dell’Ona, Ezio Bonanni ha chiesto l’istituzione di una “Commissione d’inchiesta sui tempi della giustizia e sull’uniformità di applicazione delle norme in materia di riconoscimento delle patologie asbesto correlate da parte dell’Inail”. Il senatore Felice Casson, vicepresidente della Commissione Giustizia del Senato, ha sottolineato, in alcune dichiarazioni riportate da L’Espresso, la necessità

che parlamento e governo agiscano in fretta, per intervenire sui conflitti di interesse, ottemperare alle sentenze e ai risarcimenti, oltre che per promuovere la procura nazionale sui danni ambientali e da lavoro.

Come? Quattro sono le vie maestre da seguire secondo Casson, peraltro già stabilite dalla conferenza nazionale indetta nel 2012 dall’allora ministro della Salute Renato Balduzzi: 1) accelerazione delle bonifiche, 2) completamento della mappatura degli edifici inquinati, 3) individuazione di cave adatte allo smaltimento di scarti pericolosi, 4) razionalizzazione della normativa di settore con investimento in ricerca sulle malattie legate all’amianto. Il piano è rimasto sulla carta per mancanza di fondi, ma per Casson – la cui posizione è di piena condivisione del Piano Nazionale Amianto approvato dal Governo Monti ampiamente criticato nel corso della conferenza perché ritenuto “inadeguato e parziale rispetto alle reali necessità” – i fondi vanno trovati, anche perché la piaga-amianto ha costi altissimi sulla sanità pubblica. Altro passaggio importante è, secondo Casson, l’adeguamento del Fondo per l’amianto, attualmente limitato ai lavoratori, a tutte le persone che si ammalano perché finite a contatto con l’eternit a casa, a scuola o anche soltanto nel paese in cui vivono. Per completare la bonifica ci vorranno anni e milioni di euro: i siti industriali di Broni Casale Monferrato sono inseriti fra i siti di interesse nazionale da bonificare al più presto, ma dalla chiusura dello stabilimento casalese è passato più di un quarto di secolo. E nella mappa delle bonifiche ci sono 116 scuole, 37 ospedali e case di cura, 86 uffici pubblici, 27 impianti sportivi e 8 biblioteche che attendono di essere risanate. Un’impresa che non può essere portata avanti che con l’appoggio della politica.146635841-586x390

Fonte:  Comunicato stampa , Espresso

ex Ilva di Genova: 20 milioni di euro per le bonifiche e non paga chi ha inquinato

La lunga storia dell’inquinamento subito dal quartiere Cornigliano a Genova sembra giunto all’epilogo con un conto salatissimo da 20 milioni di euro per bonifiche che non pagheranno però gli inquinatorialtoforno-Ilva-620x350

Il Secolo XIX annuncia che la bonifica per l’area Sottoprodotti (SOT) dell’ Ilva di Genova costerà presumibilmente tra i 15 e i 20 milioni di euro. La terra su cui sorgeva l’acciaieria con la cokeria è intrisa di benzene fin sotto la falda acquifera e occorre impacchettare l’intera zona in una scatola che impermeabilizzi il suolo. A questa soluzione si è giunti dopo molti anni di discussioni e progetti fino all’ultimo definitivo messo a punto dagli esperti de La Sapienza di Roma. E’ previsto anche la messa in sicurezza del torrente Polcevera che passa proprio li sotto. I soldi arriveranno dalla grande cassa dell’accordo di programma tra enti, governo e acciaierie Ilva per cui gli enti locali pagheranno l’onere delle bonifiche. Amaro epilogo dunque che potrebbe essere analogo a quel che si sta prospettando per l’Ilva di Taranto. Vi racconto la storia dell’Ilva di Genova perché presenta molte analogie con la storia dell’Ilva di Taranto avendo in comune la famiglia Riva a gestirle. L’impianto di produzione a caldo di acciaio a Cornigliano, quartiere alle porte di Genova abitato da circa 20 mila persone, era in attività sin dagli anni ‘50. Prima le Acciaierie di Cornigliano erano un azienda pubblica, ovvero l’Italsider poi acquistata dal re dell’acciaio Emilio Riva, rilevandola dalla Cogea consorzio pubblico-privato. Nel 1999 ne viene disposta la chiusura a seguito di una sedie di indagini epidemiologiche condotte per 5 anni dai pm Vittorio Ranieri Miniati, Francesco Pinto e Francesco Cardona Albini che evidenziano quanto il numero di morti a causa dei tumori nelle vicinanze di Cornigliano sia troppo elevato e da attribuirsi all’attività dell’acciaieria. Prima di arrivare alla chiusura definitiva e lasciare in strada 1200 operai con le loro famiglie l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu chiede ai Riva di ridurre le emissioni che rispondono con un rifiuto all’ordinanza. Nel 2011 il Gip Vincenzo Papillo firma il decreto di chiusura. Il ministro per l’ambiente era Willer Bordon e direttore generale del ministero Corrado Clini che si espresse a favore della chiusura dell’area a caldo. Il Tar nel 2001 ferma la proposta dei Riva di impiantare un forno elettrico poiché la zona è talmente inquinata che deve essere sospesa ogni attività industriale. Ma nel caso di Genova e con il governo guidato da Giuliano Amato vi fu unanime consenso nel chiedere la chiusura dell’impianto a caldo a causa delle troppe morti. I Riva imboccano la strada del ricatto occupazionale sostenendo che con la chiusura della cockeria si chiude anche lo stabilimento e che sono così costretti a mandare a casa 1200 operai. Di fatto la chiusura definitiva della cockeria si avrà il 29 luglio del 2005. Nulla di nuovo neanche qui. Il dato interessante ce lo fornisce Andrea Ranieri intervistato da Bruno Ugolini che ripercorre l’arrivo dei Riva all’Ilva. Si parte dal Piano Davignon per la riduzione della produzione dell’acciaio in Europa. E’ li che si decide con il progetto Utopia proposto da Ugo Signorini sindaco di Genovadi chiudere le aree a caldo di Cornigliano sprecate per cosìpochi operai e di delocalizzare tutto a Taranto. Ma L’Italsider che fa una barca di debiti si ritira e viene costituita Cogea con capitali al 70% privati e al 30 %pubblici. Gli imprenditori privati che vi partecipano sono Lucchini e Riva che diventa unico partecipante nel 1988. Ma è nel 1995 che Riva inizia a acquistare tutto pagando una prima rata e sospendendo poi ogni pagamento. Dunque l’inquinamento viene spostato a sud,a Taranto. Dice Andrea Ranieri:

Tutta l’operazione della semplificazione della siderurgia italiana è costata una barca di soldi, mentre la vendita a Riva fece incassare poco. Costarono molto, invece, ad esempio, i prepensionamenti. Io non leggo comunque la vicenda di oggi come una contrapposizione tra le ragioni del lavoro e quelle dell’ambiente. I giudici dicono una cosa importante quando affermano che è stata fatta una scelta (non si tratta di fatalità) tra l’inquinare o il non inquinare. Ovvero di investire per l’efficienza dello stabilimento e non altrettanto per l’ambiente. Le condizioni di rischio non cascano dal cielo, sono una scelta. Il grande balzo in avanti nella produzione e negli utili non è stato accompagnato dalla priorità da dare alla salvaguardia della salute.

Quel che resta sul campo dopo i reati contestati molti dei quali finiti in prescrizione è un terreno profondamente e gravemente inquinato da benzoapirene che sarà inscatolato per proteggere la falda acquifera e il torrente Polcevera. La bonifica non la paga chi ha inquinato ma tutti i cittadini che hanno subito. Perché come sottolinea ancora Ranieri:

Occorre costringere l’imprenditore a impiegare una parte degli straordinari profitti accumulati. Occorre superare la logica di chi dice che se si paga troppo in sicurezza poi certe produzioni se ne vanno dall’Italia.

Fonte:  Archivio storico Corriere, Il fatto quotidiano, Comitato Per Cornigliano

 

Allarme Eternit: “In Italia 30 milioni di tonnellate ancora in uso”

L’Istituto Superiore di Sanità lancia l’allarme al convegno “Progetto Amianto”: fondi carenti, bonifiche inesistenti, gestione misteriosa, ecco come l’Italia smaltisce il proprio amianto858616401-586x389

Quella dell’Eternit è una storia che ha tutta l’aria di essere ben lontana dalla sua conclusione: secondo quanto denunciato dall’Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito del convegno “Progetto Amianto” tenutosi ieri a Roma, l’Italia è ancora molto indietro nelle procedure di smaltimento amianto, come invece previsto da norme che, oramai, hanno 20 anni di vita. Secondo quanto emerso da un recente studio dell’Iss, proposto proprio al convegno, in Italia ci sono ancora 30 milioni di tonnellate di Eternit in uso, una quantità enorme che non si può smaltire solo con gli attuali siti di stoccaggio: 22 discariche specializzate quasi esaurite e un solo impianto di lavorazione per rendere i materiali inerti e, quindi, sicuri per la salute.

“Il trattamento dei rifiuti è un punto nodale: in Italia c’è scarsità di offerta, per quello non riusciamo a far partire le bonifiche. Non sappiamo cosa fare dei nostri rifiuti contenenti amianto. […] La gestione del fine vita dei prodotti contenenti amianto è un problema sia dal punto di vista tecnico, in relazione alla potenziale esposizione a fibre di amianto dei lavoratori e della popolazione, sia dal punto di vista della capacità di smaltimento a livello nazionale”

ha spiegato Loredana Musmeci, direttore del dipartimento Ambiente dell’Iss. I rifiuti pericolosi contenenti amianto rappresentano il 14% di tutti i rifiuti pericolosi prodotti in Italia, un dato che cresce del doppio, ogni anno, grazie alle opere di censimento. Censimento che tuttavia altro non fa che registrare, semplicemente, la presenza di Eternit sul territorio: dei 34mila siti segnalati come “da bonificare” infatti, solo una risibile parte ha registrato interventi di bonifica. Una situazione assurda se pensiamo che la legge 257, che ha messo l’amianto al bando, è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale nel 1992. Il “Progetto Amianto”, la prima attuazione del Piano Nazionale Amianto presentato dal governo Monti in aprile, dell’Iss si concluderà entro dicembre 2014: le prime risultanze, spiega Musmeci, saranno disponibili già in primavera. Le domande sono ancora tantissime e i tempi tecnici per il Piano Nazionale, sembrerebbe, non aiutano a rallentare la strage silenziosa dei morti ammazzati dall’asbesto.

Fonte. ecoblog