Audi bonifica una ex raffineria a Ingolstadt

Il mega cantiere da 75 ettari verrà completato a fine 2022, al posto della raffineria un campus di ricerca Audi.IN-Campus GmbH: Audi and the city of Ingolstadt remediate refine

Ci vorranno altri quattro anni per portare a termine l’ultimo progetto di Audi nella sua città natale, Ingolstadt. Si tratta di un grosso lavoro di bonifica di un sito industriale altamente contaminato, una ex raffineria di Bayernoil chiusa dall’agosto 2008 e acquistata da Audi a novembre 2015. Al posto del sito chimico sorgerà il nuovo IN-Campus di Audi, un centro ricerca con 1.400 dipendenti specializzati in nuove tecnologie, sicurezza di guida, energia. Nel maggio 2016 Audi e la città di Ingolstadt hanno firmato il protocollo di intenti che dava il via ai lavori. La prima fase è stata quella di bonificare il sito, altamente inquinato dopo oltre 40 anni di attività petrolchimica. Si è proceduto, e si sta ancora procedendo, a rimuovere gli inquinanti volatili che si sono depositati al suolo, scavare a lavare il terreno (circa 600 mila tonnellate) per recuperarne almeno il 90%, a depurare le acque reflue delle attività di bonifica. Al termine delle operazioni 15 ettari dei 75 complessivi verranno destinati a opere naturalistiche e paesaggistiche di compensazione ambientale, il resto diventerà il nuovo IN-Campus di Audi. Un campus situato in posizione strategica: non lontano dagli stabilimenti produttivi della casa dei quattro anelli, il sito è ben collegato alla rete stradale e autostradale. La grande estensione, tutta contigua, permetterà ad Audi di creare un unico grande campus. Non è prevista la cementificazione di nuove aree, rispetto a quelle già occupate dal vecchio sito chimico. Christian Lösel, sindaco di Ingolstadt commenta: “Sono particolarmente fiero che un importante mattone del futuro di Ingolstadt abbia trovato casa dopo la profonda bonifica del vecchio sito di raffinazione. E’ una vittoria per la città e per l’ambiente“. Gli fa eco Thomas Vogel, Managing Director di IN-Campus GmbH (la società di AUDI AG che costruirà e gestirà il campus): “Vedo questo progetto come una enorme opportunità. Sviluppando questo sito, stiamo dando un enorme contributo alla regione e alla trasformazione di Ingolstadt in un polo dell’high-tech“.

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Fonte: ecoblog.it

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Amianto, credito di imposta al 50% per le rimozioni sui capannoni

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Un emendamento al Collegato Ambiente approvato dalla Commissione Ambiente del Senato ha stanziato 5,536 milioni di euro per il 2015 e 6,018 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016 e 2017 per fornire un credito di imposta del 50% a tutte quelle imprese che effettueranno interventi per rimuovere le coperture in amianto dei loro capannoni o eventuali altri componenti. Il rimborso per le spese sostenute nei lavori di manutenzione avverrà con il credito di imposta e potrà compensare debiti pregressi nei confronti della Pubblica Amministrazione. Il Governo ha approvato nei giorni scorsi un emendamento a hoc avanzato nello scorso mese di marzo. I benefici verranno riconosciuti a coloro che effettueranno interventi di bonifica sia sui beni che sulle strutture produttive e sarà ripartito in tre quote annuali di pari importo. Visto che si comincerà con gli interventi realizzati nel 2016, gli anni in cui si potrà usufruire dei benefici fiscali saranno 2017, 2018 e 2019. È previsto un tetto di spesa complessivo di 5,667 per ognuno degli anni 2017, 2018 e 2019, mentre il credito di imposta non viene riconosciuto per interventi di importo inferiore ai 20mila euro. Va inoltre ricordato che il credito di imposta non concorre alla formazione del reddito e nemmeno della base imponibile Irap. Per accedere ai benefici del credito di imposta occorrerà compilare il modello F24 online.

Fonte:  Public Policy

Rimozione amianto: credito di imposta del 50% per chi bonifica

In caso di approvazione, a partire dal 2016, sarà previsto un credito di imposta per chi deciderà di bonificare edifici e beni produttivi contaminati da amianto. Un credito di imposta del 50% per aiutare chi decide di bonificare edifici e beni produttivi dall’amianto: è questo l’obiettivo di un emendamento presentato dal Governo al Collegato Ambientale allo studio del Senato per l’approvazione definitiva. In caso di approvazione, gli imprenditori che, a partire dal 2016, dovessero avviare interventi di rimozione e smaltimento di strutture in amianto, potranno beneficiare di un credito di imposta del 50% sulle spese sostenuto, a partire dai 20mila euro. Questi bonus verranno finanziati con una spesa di più di 17 milioni di euro suddivisa in tre tranche annuali da 5,667 milioni di euro l’anno, dal 2017 al 2019. Il credito di imposta sarà ripartito e utilizzato in tre quote annuali di pari importo e non inciderà né sulla formazione del reddito, né sull’imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap). Nell’emendamento anti-amianto il Governo ha inserito anche la proposta della creazione di un Fondo per la progettazione degli interventi di bonifica di beni contaminati da amianto: in tal senso la dotazione finanziaria è di circa 17,5 milioni di euro, di cui 5,536 milioni di euro per il 2015 e 6,018 milioni di euro sia per il 2016 che per il 2017. A regolare il funzionamento del Fondo sarà un decreto del Ministero dell’Ambiente che individuerà anche i criteri di priorità per la selezione dei progetti ammessi al finanziamento. Secondo i dati aggiornati al novembre 2014 i siti da bonificare in Italia sono oltre 35mila.534745721-586x388

© Foto Getty Images

Fonte: ecoblog.it

Amianto: 85 anni per la bonifica totale in Italia

Oltre 35mila i siti da bonificare, 1957 quelli già bonificati e 571 quelli parzialmente bonificati.

Da 23 anni l’amianto è fuorilegge, ma la presa di coscienza del problema è molto più recente. Soltanto il megaprocesso all’Eternit conclusosi con il clamoroso verdetto della Cassazione è riuscito a portare alla ribalta dei grandi organi di informazione un problema che investe l’Italia intera e non soltanto coloro che hanno lavorato nei centri di produzione e lavorazione dell’asbesto. Le bonifiche sono solo all’inizio e il tema della rimozione della fibra killer è stato al centro dei lavori nella terza edizione della Consensus Conference italiana per il controllo del mesotelioma maligno della pleura svoltasi a Bari, con la partecipazione dei maggiori esperti della patologia al cospetto di giuristi, operatori dell’informazione, istituzioni pubbliche e private e associazioni di vittime e familiari. Il Ministero dell’Ambiente ha presentato i dati aggiornati a novembre 2014: in Italia, i siti che ancora devono essere bonificati sono 35.521, quelli già bonificati sono 1957 e quelli che lo sono stati soltanto parzialmente sono 571. L’area più a rischio è Casale Monferrato dove il “polverino” ha già fatto 1700 vittime, poi, in giro per l’Italia ci sono gli stabilimenti Fibronit di Barie di Broni (Pv), Eternit Siciliana di Priolo (Sr), la cava di Monte San Vittore di Balangero (To), l’altro stabilimento Eternit di Bagnoli (Na), la ex Liquichimica di Tito (Po), la cava di Monte Calvario a Biancavilla (Ct) e quella di Emarese (Ao). Questo soltanto per rimanere ai siti più grandi e problematici. Ogni anno vengono dismesse 380mila tonnellate e, considerando che sul territorio italiano sono stimati circa 32 milioni di tonnellate di questo materiale, ci vorranno circa 85 anni per portare a termine la bonifica di tutti i siti contaminati. Le vittime dell’amianto sono all’incirca 3000 all’anno, 1500 delle quali muoiono per mesotelioma. In quindici anni, dal 1993 al 2008 sono stati 15mila i casi di questa neoplasia, una media di mille all’anno, ciò significa che il fenomeno è in crescita. I tempi di latenza vanno da 20 a 45 anni dall’inizio dell’esposizione, l’età media della diagnosi è, infatti, di 70 anni. Notizie confortanti arrivano sul fronte delle cure: i ricercatori del dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, in collaborazione con i colleghi dell’Ospedale San Antonio e Biagio di Alessandria sono infatti riusciti a sperimentare una nuova tecnica mirata per identificare i geni mutati responsabili della ridotta sopravvivenza nel mesotelioma.

In questo modo è stato individuato un alto numero di mutazioni geniche legate alla precoce progressione del tumore e alla riduzione della sopravvivenza. L’identificazione di queste alterazioni consentirà di valutare il ruolo delle terapie a bersaglio molecolare in questa neoplasia,

ha spiegato Giorgio Scagliotti, direttore del dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino.

 

Fonte:  Casa e Clima

© Foto Getty Images

Oleodotto Civitavecchia-Fiumicino posto sotto sequestro

L’oleodotto resterà sotto sequestro fino a quando non saranno installati adeguati sistemi di controllo per prevenire furti di carburante.

Sabato 3 gennaio 2015 – Il giudice per le indagini preliminari di Civitavecchia, Massimo Marasca, ha oggi ordinato il sequestro dell’oleodotto Civitavecchia-Fiumicino dal quale a novembre era fuoriuscito del cherosene provocando un disastro ambientale nel Maccarese e una moria di animali. Il danno era dovuto ad alcuni furti e ora il gip ne ha disposto il sequestro finché non saranno istallati adeguati sistemi di controllo per impedire che si verifichino altri reati di questo genere.

Maccarese, disastro ecologico: cherosene fuoriesce da oleodotto Eni

Lunedì 10 novembre 2014

Da giorni nella zona nord del comune di Fiumicino, tra Palidoro e Maccarese, si sta verificando una grave emergenza ambientale ed ecologica a causa della fuoriuscita di cherosene da un oleodotto dell’Eni. A provocare la perdita sono stati dei tentativi di furto del carburante per aerei. La rete interna dei canali che irrigano i campi agricoli da Palidoro a Maccarese e che ospitano pesci e uccelli si è riempita di cherosene. Si tratta di canali che confluiscono nell’Arrone.

Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, ha fatto sapere che sarà inviata un’informativa su quello che è successo sia alla Procura sia all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa). Intanto i volontari del WWF e della Lipu hanno perlustrato i canali di Maccarese e soprattutto lungo il canale Tre Cannelle hanno trovato numerosi animali morti, tra cui testuggini, garzate, nutrie, galline d’acqua e germani reali. Come ha comunicato Riccardo Di Giuseppe del WWF, oggi i volontari si sposteranno a monitorare anche l’entroterra e i campi agricoli, perché è probabile che lì vengano ritrovati morti altri uccelli che si sarebbero nutriti con i pesci avvelenati o agonizzanti. Intanto alcune anatre e nutrie sono state soccorse e portate al Centro di recupero di Roma, ma, avvertono ancora i volontari, la catena alimentare di tutti gli animali della zona è stata intaccata a più livelli e anche altri uccelli, volpi, tassi, donnole e faine che vanno a svernare da quelle parti potrebbero essere in pericolo. Degli esemplari sono stati prelevati da un veterinario della Asl per fare degli accertamenti, mentre al Rio Tre Cannelle, dove sono state poste delle barriere oleo assorbenti, è giunta una biologa del comune di Fiumicino.

Il sindaco Montino ha spiegato che il disastro con il passare del tempo ha assunto conterni pesanti e ha aggiunto:

“Mi attendevo, nonostante lo sforzo ed il lavoro dei tecnici sul campo, una maggiore reazione da parte dell’Eni, è mancato un piano di sicurezza”

Ovviamente nella zona c’è il divieto assoluto di utilizzo dell’acqua, non si può pescare né chiaramente far abbeverare gli animali al pascolo in tutti i tratti inquinati dalla fuoriuscita.
È ancora in corso l’azione di bonifica e di assorbimento del carburante mediante l’uso di panne galleggianti oleoassorbenti e autobotti che stanno aspirando il cherosene riversatosi nei canali.Schermata-2014-11-10-alle-11.17.50

Foto © Twitter

Fonte: ecoblog.it

Isochimica, ad Avellino è pericolo amianto

In attesa della bonifica dello stabilimento avellinese, va avanti il procedimento giudiziario a carico di 24 persone146635841-586x390

Ad Avellino l’aria è avvelenata dall’amianto. È una storia che  Andrea Spinelli Barrile vi aveva raccontato mesi fa e che, purtroppo, si arricchisce quotidianamente con le cifre dell’emersione di un dramma che per troppo tempo è stato tenuto nascosto. La bomba ecologica si chiama Isochimica, un’azienda dismessa nel cui cortile sono a tutt’oggi depositati 500 enormi cubi di cemento-amianto friabile e deteriorato. Sotto terra le tonnellate di amianto sono 2276 e i periti nell’aria hanno rilevato fibre libere e respirabili. Lo scorso 31 ottobre l’Arpac ha prescritto la necessità di una pulizia dell’area esterna, tanto più che l’Asl ha segnalato al sindaco che i teli che ricoprivano i cubi di cemento-amianto sono risultati distrutti dalle intemperie e dagli agenti atmosferici. Gli esami sono stati depositati nell’ambito del procedimento giudiziario a carico di 24 persone fra cui vi sono dirigenti dell’azienda, amministratori del comune, dell’Arpac, dell’Asl e della giunta comunale del 2005. Il capo della procura avellinese Rosario Cantelmo e il pm Elia Taddeo hanno avviato un’indagine che è sfociata in un sequestro d’urgenza dello stabilimento poiché resta altissimo il pericolo che le fibre d’amianto si liberino nell’aria con il rischio di causare mesoteliomi pleurici e peritonali. Il dramma dell’Isochimica inizi nel 1990 quando l’azienda viene incaricata di operare la scoibentazione di 2500 carrozze delle Ferrovie dello Stato. L’amianto invece di essere condotto in discariche ad hoc, veniva sotterrato in profondità dagli operai che operavano senza protezioni e, talvolta, a mani nude. Vent’anni dopo quelle persone si stanno ammalando. All’interno dello stabilimento i blocchi di cemento amianto non si contano, i teli di protezione sono deteriorati, così come i silos dentro i quali, secondo quanto dichiarato dagli ex dipendenti, sarebbero custoditi quintali i residui tossici. Il tutto a pochi metri di distanza da un campo da calcio dove si allenano i ragazzini. Nella zona ci sono case e scuole. Le madri si sono riunite in un comitato:

I nostri bambini hanno diritto ad avere l’aria pulita e non a vivere e giocare con il mostro alle spalle. Le istituzioni devono farsi carico subito di una bonifica, altrimenti tra altri venti anni scopriremo tutti di essere ammalati.

Ma la bonifica è stata sospesa con una delibera e affidata alla curatela fallimentare dell’Isochimica. La prevenzione è ferma. La polvere killer, invece, continua a diffondersi e l’unico argine possibile è, ancora una volta, la magistratura.

Fonte:  Corriere

 

Fukushima, “la bonifica nucleare è in mano alla mafia”

Il coordinamento della decontaminazione di Fukushima si basa sulla criminalità organizzata. A denunciare la presenza della mafia nel progetto di bonifica della centrale nucleare giapponese è il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research”.fukushima__impianto9

Grandi cantieri, grandi affari. Tutto il mondo è paese, incluso il Giappone. Nessuna sorpresa, dunque, se spunta anche a Tokyo il convitato di pietra di molte grandi opere: la mafia. Peccato che l’opera in questione sia la bonifica di Fukushima: in ballo non ci sono treni veloci, ma la sicurezza del pianeta. Contratti complessi e carenza di lavoratori disponibili: per questo s’è fatta avanti la Yakuza, conferma la Reuters. Prima il disastro atomico causato da terremoto e tsunami, poi le menzogne di governo e media per coprire gli errori della Tepco e la reale entità del dramma: le autorità giapponesi non hanno ancora fatto i conti seriamente con l’apocalisse, emergenza sanitaria e contaminazione dell’acqua, dei terreni agricoli e del cibo. “È una guerra nucleare senza una guerra”, dice lo scrittore Haruki Murakami: stavolta “nessuno ha sganciato una bomba su di noi”, i giapponesi hanno fatto tutto da soli: “Abbiamo impostato il palco, abbiamo commesso il fatto con le nostre mani, stiamo distruggendo le nostre terre e stiamo distruggendo la nostra vita”. Con la collaborazione di una potente forza occulta: la mafia. “Il coordinamento della decontaminazione di Fukushima, operazione multimiliardaria, si basa sulla criminalità organizzata del Giappone”, che è “attivamente coinvolta nel reclutamento del personale ‘specializzato’ per compiti pericolosi”, accusa il professor Michel Chossudovsky dell’istituto canadese “Global Research”, in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. “Le pratiche di lavoroYakuza a Fukushima – spiega Chossudovsky – si basano su un sistema corrotto di subappalto, che non favorisce l’assunzione di personale specializzato competente”. Qualcosa che ricorda da vicino gli strani appalti a cascata nei quali si infiltrano le cosche, in Europa e in particolare in Italia, gonfiando i prezzi e spremendo come limoni le aziende che poi i lavori devono farli davvero. “Si crea un ambiente di frode e incompetenza, che nel caso di Fukushima potrebbe avere conseguenze devastanti”, visto che ne va della sicurezza di tutti. In compenso, la manovalanza mafiosa è conveniente: “Il subappalto con la criminalità organizzata è un mezzo per grandi aziende coinvolte nella bonifica per ridurre in modo significativo il costo del lavoro”. Alla criminalità organizzata giapponese, continua Chossudovsky, è affidata anche la delicatissima rimozione delle barre di combustibile dal reattore 4: il minimo errore potrebbe causare conseguenze apocalittiche, a livello mondiale, desertificando il Giappone e investendo di radioattività tutto l’oriente, dalla Cina all’Australia. In ballo, la rimozione con una gru di 1.300 barre di combustibile nucleare: in caso di incidente (anche solo il contatto fra due barre) si calcola che si produrrebbe un’onda radioattiva pari a 14.000 bombe di Hiroshima. Operazione che, a quanto pare, sarà effettuata da aziende non proprio pulite: la “Reuters” documenta il ruolo della Yakuza e il suo “rapporto insidioso” con la Tepco e i ministeri della salute, del lavoro e del welfare. Solo nella prefettura di Fukushima, conferma la polizia nipponica, operano almeno 50 clan, con oltre mille affiliati. Gli investigatori sono al lavoro per tentare di sradicare la criminalità organizzata dal progetto di bonifica nucleare. In una rara azione penale, il boss Yoshinori Arai è stato appena condannato per aver intascato 60.000 dollari facendo la cresta sui salari degli operai, ridotti di un terzo. Il mafioso, continua Chossudovsky, è stato condannato per la fornitura di lavoratori per un sito gestito da Obayashi, uno dei maggiori imprenditori del Giappone, a Date, una città a nord-ovest della centrale di Fukushima, investita dalle radiazioni dopo il disastro. Per un funzionario della polizia, il caso Arai è solo “la vetta dell’iceberg”, perché l’intera bonifica di Fukushima puzza dimafia. “Un portavoce di Obayashi ha detto che la società ‘non ha notato’ che uno dei suoi subappaltatori stava prendendo lavoratori da un criminale”, ma l’azienda si impegna ora a collaborare con la polizia. Peccato che la testa dell’organizzazione sia a Tokyo: ad aprile, racconta “Global Research”, il governo ha selezionato ben tre società implicate nell’invio illegale di lavoratori a Fukushima: “Una di queste, una società basata a Nagasaki denominata Yamato Engineering, ha inviato 510 lavoratori per collocare un tubo alla centrale nucleare in violazione delle leggi sul lavoro”. Tutto questo, per “migliorare le pratiche di business” a scapito della sicurezza. Già nel 2009, aggiunge Chossudovsky, alla Yamato Engineering erano stati “vietati i progetti di opere pubbliche”, a causa di una sentenza che definiva l’azienda “effettivamente sotto il controllo della criminalità organizzata”. Nelle città attorno a Fukushima sono al lavoro migliaia di operai. Tubi industriali, ruspe, dosimetri per misurare le radiazioni. Tutto questo per pulire case e strade, scavare terreno vegetale ed eliminare alberi contaminati, per consentire il ritorno degli sfollati. Centinaia le imprese coinvolte: di queste, secondo il ministero del lavoro, quasi il 70% avrebbe infranto le normative. “A marzo, l’ufficio del ministero a Fukushima aveva ricevuto 567 denunce, relative alle condizioni di lavoro per la decontaminazione: ha emesso 10 avvisi, ma nessuna impresa è stata penalizzata”. Una delle aziende denunciate, la Denko Keibi, prima del disastro forniva le guardie di sicurezza privata per i cantieri. “Di fronte alla incessante disinformazione dei media relative ai pericoli di radiazione nucleare globale – conclude Chossudovsky – l’obiettivo di ‘Global Research’ è quello di rompere il vuoto dei media e di sensibilizzare l’opinione pubblica, indicando le complicità dei governi, dei media e dell’industria nucleare”.

Articolo tratto da LIBRE

 

Amianto, a Milano 41 milioni di euro per la bonifica delle scuole

Oltre 100 scuole fanno parte del programma di smaltimento dell’amianto avviato dal capoluogo lombardo: entro dicembre, l’amianto sarà rimosso in 16 istituti scolastici55803120-586x390

Le scuole di Milano saranno “asbestos free”, libere dall’amianto. È questa l’ambizione del programma che verrà finanziato dal comune di Milano, dopo le rilevazioni effettuate da una società specializzata in 350 istituti scolastici del capoluogo lombardo.

La rimozione dell’amianto nelle scuole elementari e medie avrà un costo stimato di 41 milioni di euro. In 16 istituti, nei quali è stata accertata la necessità di interventi urgenti, le opere di bonifica sono già partite, negli altri 18, l’amministrazione ha presentato in Regione Lombardia i progetti finalizzati all’ottenimento dei finanziamenti previsti dal Decreto del fare. Ci sono poi altre 70 scuole nelle quali la presenza di amianto è marginale e che verranno prese in esame nel 2014. L’assessore milanese ai Lavori pubblici, Carmela Rozza, ha spiegato che il comune, di concerto con la Regione Lombardia conta di “affrontare in modo definivo la presenza dell’amianto nelle scuole della città”. Per  l’amministrazione comunale è evidente che siano necessarie risorse atte a realizzare una bonifica organica o, nei casi limite, l’abbattimento e la ricostruzione delle scuole chiuse della città.

Siamo impegnati su tutti i fronti per garantire il benessere e la sicurezza degli alunni. Siamo intervenuti con tempestività e attenzione sulle situazioni di difficoltà per assicurare la partenza regolare dell’anno scolastico: ogni alunno dunque ha il suo banco, ogni classe la sua aula, ogni scuola la sua sede,

ha spiegato a Repubblica Francesco Cappelli, assessore all’Educazione e Istruzione.

Già entro dicembre dovrebbero concludersi i lavori di bonifica delle prime 16 scuole, si tratterà prevalentemente di interventi di rimozione dell’amianto nella coibentazione e nelle canne fumarie. In una seconda fase si interverrà sugli impianti di scarico e in alcune parti dei pavimenti.

Fonte:  Repubblica

 

Campania inquinata, De Biase: «Impresa proibitiva la bonifica»

L’ISS Istituto superiore di Sanità sta svolgendo nell’area ex Resit a Giugliano i campionamenti e test per stabilire l’inquinamento e se ortaggi e frutta sono pericolosi per la salute umana106418347-594x350

Immaginate un’are tra le più fertili d’Italia con di fronte il mare, bellissimo e pescoso e pieno di telline. Poi Immaginate che questa terra pari a 2600 campi di calcio, 220 ettari, sia stata inquinata in circa 40 anni ogni giorno, ogni anno. Ebbene in questa zona così ampia il terreno è talmente inquinato, che ha contaminato anche la falda acquifera. La gente intorno, intanto, si ammala sempre più di cancro ma le istituzioni rispondono che la causa va ricercata nei loro stili di vita. Eppure non siamo in un area fortemente industriale ma nella Campania felix con tanti campi intorno agricoli. A inquinare la camorra e le ecomafie che solidali hanno preso i veleni del Nord Italia, Acna di Cengio ad esempio, e dal Nord Europa e li hanno sversati nel ventre Meridionale. D’altronde Carmine Schiavone lo ha appena ricordato 20 giorni fa che nelle zone note a tutti ci sono i veleni. Quali sono? Area Asi verso Novambiente, San Giuseppiello e tra la Resit e Masseria del Pozzo. Scrivono gli esperti dell’ISS:

Alla luce dei dati disponibili ottenuti con le procedure analitiche selezionate si evince che al momento la presenza dei composti organici volatili, maggiormente rilevati nelle acque dei pozzi, non influenza le matrici ortofrutticole coltivate nell’area oggetto dello studio. Quanto detto lascia presupporre che non ci sia per i COV (sostanze volatili cancerogene) un passaggio diretto di contaminazione dalle acque alla pianta e di conseguenza alla parte edibile della pianta stessa. Questa spiegazione diventa necessaria dopo che comitati cittadini e associazioni e anche una testata on line Parallelo 41 hanno proposto a politici e amministratori un banchetto a base dei frutti e ortaggi della terra avvelenata il prossimo 2 novembre. Risponde perciò Mario De Biase commissario di Governo che dalle colonne de Il Mattino di oggi (pag. 53) dice:

Realisticamente la bonifica appare impossibile. Per legge bisognerebbe raccogliere tutti i materiali e rimuoverli e trasportarli altrove. Stesso discorso per le acque. Un impresa proibitiva. Ciò che invece è necessario fare è la messa in sicurezza per fermare l’avanzata di percolato e biogas. E in parallelo bisogna pensare a una massiccia riconversione “no food” sostituendo alberi da frutta con pioppi, boschi e essenze arboree. Immaginiamo che la bonifica sia proibitiva in termini economici proprio come ha sostenuto Carmine Schiavone?

Fonte:  Il Mattino 12 settembre 2013 pag. 53

 

Pcb Caffaro Brescia: via libera alla bonifica, ma dal 2016

Cresce la preoccupazione fra gli abitanti delle zone adiacenti allo stabilimento della Caffaro di Brescia, contaminate dai Pcb102944320-594x350

Questa settimana il Governo ha siglato il via libera alla progettazione delle bonifiche del sito Caffaro di Brescia. Fra la popolazione, l’allarme per i livelli di policlorobifenili (Pcb) 10mila volte superiori ai livelli consentiti dalla legge è alto. In prossimità della fabbrica si coltivano insalate, pomodori e ortaggi che finiscono nella catena alimentare. Gli abitanti dei quartieri di Noce, Chiesanuova e Primo Maggio, nonostante le informazioni connessi all’attività agricola in prossimità della Caffaro, continuano a coltivare, pensando che la contaminazione altro non sia che un bluff. La bonifica, dunque, si farà, ma non in tempi brevi. L’ipotesi più probabile è che i lavori partano nel 2016. Occorre un’indagine approfondita sulla falda, ma, attualmente, è difficile ipotizzare quali soluzioni verranno prese per rimediare al danno fatto dalla Caffaro. Pensare di poter spostare i 3 milioni di metri cubi di terra avvelenata che stanno sotto la fabbrica è pura utopia, così come è altamente diseconomica l’ipotesi di rinchiudere il cono di terra in una barriera di cemento. L’operazione di bonifica più probabile prevede l’utilizzo di una barriera idraulica che utilizzi reagenti per neutralizzare inquinanti quali mercurio e solventi. Per quanto riguarda i Pcb (i fluidi utilizzati nei trasformatori e utilizzati nei trasformatori e lì prodotti fino al 1984) la bonifica potrebbe realizzarsi infilando nel sottosuolo elettrodi in grado di catalizzare le molecole e portarle in superficie. Il Pcb è cancerogeno, ma ancora una volta – come l’amianto, come il nucleare – la sua redditività economica ha posto in secondo piano sicurezza e salute. A Brescia non è solo la Caffaro a essere sotto osservazione: Baratti-Inselvini, Forzanini e Piccinelli e numerosi altri siti industriali potrebbero aver causato gli stessi problemi. Intanto negli scorsi giorni il Kollettivo Studenti in lotta, il Collettivo universitario autonomo e il coordinamento Sos Scuola ha occupato l’Assessorato allo Sport del comune di Brescia per la mancata bonifica del campo d’atletica Calvesi inquinato dai Pcb della Caffaro. L’attività sportiva deve far bene alla salute non metterla a rischio. (…) Non intendiamo accettare nuovi rinvii e non accettiamo obiezioni riguardanti la mancanza di risorse, perchè i soldi per altre opere si trovano: vedi volontà di costruire un nuovo parcheggio sotto il castello, costo 21 milioni di euro, acquisto dell’ex Oviesse, costo 8 milioni e 770 mila euro, acquisto nuova sede della polizia locale di via san Faustino, costo 1,7 milioni di euro; realizzazione o riposizionamento del Bigio, hanno sottolineato gli occupanti in un comunicato. Il bubbone è scoppiato dopo la sera del 31 marzo e un’inchiesta del programma Presa diretta condotto da Riccardo Iacona. Ora la popolazione vuole certezze e un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni che, in alcuni casi, continuano a fare melina. Qualche giorno fa, in un incontro pubblico organizzato dall’amministrazione comunale di Capriano del Colle la dottoressa Lucia Leonardi, responsabile di medicina ambientale dell’Asl, ha ribadito che le analisi saranno “totalmente a carico del cittadino perché la ricerca del Pcb non è considerata dal punto di vista clinico”. Un approccio che – per il momento – è lontanissimo da quello adottato a Casale Monferrato di fronte al disastro ambientale provocato dall’amianto

Fonte:  Corriere