Waste Recycling e Accademia di Belle Arti di Bologna, al via i laboratori d’arte a impatto Zero

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Grazie alla convenzione firmata oggi giovedì 20 ottobre, l’Officina SCART di Waste Recycling, società del Gruppo Hera, apre le sue porte agli studenti dell’Accademia d’Arte di Bologna per realizzare opere d’arte e di design partendo come materia prima esclusivamente dai rifiuti industriali

E’ stata firmata oggi (giovedì 20 ottobre) una convenzione tra Waste Recycling, società toscana entrata a far parte da quest’anno del Gruppo Hera, il Comune di Santa Croce sull’Arno (Pisa) e l’Accademia di Belle Arti di Bologna, per mano del suo Direttore Enrico Fornaroli.  Grazie alla convenzione, l’Officina SCART dell’azienda toscana accoglierà giovani artisti in formazione dell’Accademia di Bologna che, sotto la guida del loro tutor universitario, potranno partecipare a workshop per la realizzazione di opere d’arte e di design partendo come materia prima solo ed esclusivamente dai rifiuti industriali raccolti presso gli impianti di stoccaggio e selezione di Waste Recycling. La convenzione siglata oggi non è il primo esperimento per Waste Recycling. Un’analoga iniziativa è stata già ampiamente collaudata nel corso dell’ultimo anno con l’Accademia di Belle Arti di Firenze. E per volontà dello stesso Gruppo Hera, da oggi l’Officina SCART rientrerà nell’offerta formativa anche dell’istituzione bolognese: una grande opportunità per far dialogare territorio e impresa, arte e design, rispetto per l’ambiente e formazione universitaria.

“Il progetto SCART è nato quasi vent’anni fa per veicolare l’immagine della nostra azienda in modo creativo e originale” sottolinea Maurizio Giani, Amministratore Delegato di Waste Recycling. “In tutti questi anni abbiamo realizzato decine di lavori e partecipato a numerose mostre ed eventi di respiro anche internazionale, proponendo opere e installazioni artistiche costituite al 100% di scarti di lavorazione. Siamo molto contenti di questo accordo con l’Accademia Bolognese che farà crescere ulteriormente questo progetto grazie al contributo di nuovi soggetti”.

“Siamo molto contenti – dichiara Giuseppe Gagliano, Direttore Centrale Relazioni Esterne del Gruppo Hera – di dare vita a questa importante collaborazione, che in una logica di interesse condiviso valorizza un polo fondamentale per lo sviluppo culturale delle nostre comunità di riferimento, qual è l’Accademia di Belle Arti di Bologna, e una delle più avanzate realtà nel trattamento dei rifiuti, qual è Waste Recycling.”

Waste Recycling sarà il luogo dove periodicamente si svolgeranno lezioni, workshop e altre iniziative nel campo della utilizzazione artistica dei rifiuti industriali. Si tratterà di seminari residenziali che dureranno una settimana e che grazie al terzo soggetto di questo accordo, Il Comune di Santa Croce sull’Arno, vedrà ogni sera i giovani artisti ospitati a Villa Pacchiani, residenza storica messa a disposizione dal Sindaco Giulia Deidda “siamo contenti che la formula messa a punto per l’Accademia fiorentina, adesso sia esportata anche fuori Regione. La nostra Amministrazione crede fortemente nell’importanza e nelle capacità comunicative dell’arte: Santa Croce sull’Arno è parte integrante del distretto industriale del Cuoio ed è per noi fondamentale creare un nesso nuovo tra quelle imprese che qui producono beni o erogano servizi e il territorio. La produzione industriale può generare un valore aggiunto in una forma nuova che attinga al piano di valori indiscutibili come il bello e l’arte. Non a caso ogni anno Villa Pacchiani è sede di importanti mostre che coinvolgono artisti contemporanei di fama internazionale e consolidata come Moataz Nasr, Loris Cecchini e Giovanni Ozzòla. Crediamo che sia altrettanto importante favorire con tutti i mezzi a nostra disposizione la crescita di giovani artisti”. Il Laboratorio sarà diretto dal prof. Roberto Semprini, coordinatore del corso di Design del prodotto all’Accademia di Belle Arti di Bologna e noto professionista del design anche a livello internazionale “sono felice di favorire esperienze che cercano di conciliare il design con l’arte contemporanea. SCART è per eccellenza un design materico che da anni ha sviluppato intuizioni e un’indiscutibile forza comunicativa. Sono certo che questo connubio contribuirà a sviluppare nei nostri studenti quella manualità preconcettuale che ha un effetto formativo e performativo necessario per entrare a testa alta nel mondo del lavoro di serie.”

Fonte: ecodallecitta.it

Bologna, la prima bici che porta Aspasso i disabili

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Si chiama Aspasso il progetto di noleggio di una bicicletta adatta al trasporto dei disabili che arriva per la prima volta in una grande città, Bologna, dopo essere stata già testata con successo a Senigallia. Nella parte posteriore è una normale bicicletta, in quella anteriore ha una sorta di pedana che si integra con la sedia a rotelle in modo che il passeggero non sia costretto a scendere dal suo mezzo. Domani, mercoledì 4 maggio, alle ore 18, Aspasso sarà presentata a Dynamo, la prima velostazione d’Italia: fino al prossimo autunno sarà a disposizione (al costo del noleggio di una bici standard presso Dynamo) dei bolognesi e dei turisti che vorranno servirsene. Unica in Italia, Aspasso ha il pregio di essere molto semplice da usare: in pochi secondi la sedia a rotelle è agganciata in totale sicurezza e, grazie all’innovativo sistema di pedalata assistita e di retromarcia, tutti possono guidare la bicicletta senza sforzo e condurre il disabile a destinazione.

Fonte: Dynamo 

Bologna, al via la campagna contro l’abbandono dei rifiuti

Dopo i buoni risultati sulla raccolta differenziata, con picchi del 60% nel centro storico, il comune e Hera, puntano a contrastare il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti con una campagna ad hoc

Bologna sta dimostrando una buona risposta e collaborazione nell’impegno a separare i rifiuti: i cittadini, con costanza e sacrificio, hanno portato la raccolta differenziata a una media del 45% con un picco di quasi il 60% nel centro storico, dove sono entrate in funzione le mini isole interrate e la raccolta domiciliare con sacchi.
Parallelamente, il fenomeno degli abbandoni ha fatto registrare negli ultimi tempi una crescita, non solo di materiali di grandi dimensioni, ma anche di sacchetti di rifiuti. La maggior parte dei bolognesi rispetta le regole, ma c’è chi si chiama fuori e in strada abbandona di tutto, quasi che la città fosse di altri.bologna

Ogni volta che si cambiano abitudini di vita è normale che ci siano fenomeni di questo tipo. Non è una situazione di emergenza, ma non vogliamo permettere che poche persone danneggino l’immagine della città – spiega il Sindaco Virginio Merola – e complichino la vita ai cittadini che nella stragrande maggioranza fanno la loro parte. Per questo abbiamo chiesto ad Hera di sviluppare una campagna mirata per far comprendere che chi abbandona i rifiuti offende la sua stessa città e dobbiamo davvero collaborare tutti nel rispetto delle regole“.

Il capillare lavoro di informazione che ha accompagnato il grande cambiamento delle isole interrate nel centro storico e la raccolta domiciliare – assieme all’introduzione della calotta nel quartiere Savena – ha indubbiamente sortito un effetto positivo, visto il balzo in avanti registrato nella raccolta differenziata. Nel centro storico si è passati da un 17% di rifiuti raccolti separatamente a oltre il 60%, mentre al quartiere Savena, dal 47% al 57%. Ma sono ancora troppi i comportamenti difformi e fuori dalle regole che tendono a offuscare gli sforzi compiuti quotidianamente dai cittadini che si impegnano. Per porre un freno l’Amministrazione Comunale, in collaborazione con Hera, ha deciso di mettere in atto un’articolata serie di azioni e strumenti, con lo scopo di ricordare le regole che stanno alla base della separazione dei materiali e della convivenza civile in una città. E’ nata, quindi, una campagna informativa rivolta principalmente a coloro che, ignorando i giusti comportamenti, “offendono Bologna”. Un messaggio che vuole, al contempo, “insinuare” un senso di “colpa” e dare a chi le regole le rispetta la certezza che l’Amministrazione vigila e argina.
Da qui il contenuto della campagna: una macchina in sosta dove non dovrebbe essere – le strisce pedonali – ricorda l’illecito e la multa. Una macchina fatta però con tutto ciò che nella strada viene trovato: sacchi di vari colori, elettrodomestici, materassi e tanto altro… Autobus, poster, flyer nella TARI e depliant multilingue saranno gli strumenti per comunicare con residenti, studenti e commercianti e risvegliare il senso civico.

Gli abbandoni: qualche numero

Nel 2015 in città sono state recuperate in strada oltre 5.000 tonnellate di rifiuti (sia ingombranti vari che RAEE): di questi, solo 820 tonnellate erano rifiuti per i quali era stata concordata la collocazione con appuntamento per il ritiro gratuito. Solo tramite l’app il rifiutologo.it sono giunte oltre 9.000 segnalazioni di abbandono.
Un fenomeno importante non solo per l’immagine complessiva della città, ma anche per quello che significa in termini economici il recupero di materiali lasciati senza preventivo accordo. Agli abbandoni di materiali di più grandi dimensioni si è unita anche l’abitudine di lasciare in strada, in giorni e orari non corretti, sacchi di carta, plastica e indifferenziato che, invece, hanno un giorno e orario di esposizione prestabiliti.

Lo scorso anno le GEV (guardie ecologiche volontarie) hanno elevato quasi 700 sanzioni a fronte di circa 1.000 ispezioni. Tutto questo ha contribuito a generare una maggior percezione di degrado e sporcizia che mal si accorda con lo sforzo importante che è stato fatto fino ad ora per rendere Bologna una città i attrattiva per i turisti e gradevole e pulita per chi la abita.

Fonte: Comune di Bologna

 

#viaggiareispirati: Turismo e solidarietà

Ecco una nuova puntata della rubrica curata da Destinazione Umana, tour operator specializzato nel turismo di relazione. Oggi parleremo di turismo e solidarietà, visitando due strutture che accompagnano l’attività più classica di ricezione e ospitalità con un importante impegno nel campo del volontariato.

Eccoci a un nuovo appuntamento con la rubrica #viaggiareispirati, per farvi conoscere gli aspetti più curiosi e particolari del mondo del turismo responsabile e relazionale attraverso gli esempi portati dalla rete di Destinazione Umana. La prima puntata è stata dedicata alla disabilità. Oggi invece parleremo di turismo e solidarietà, presentandovi due strutture che uniscono all’attività ricettiva un profondo impegno che da un lato le mette in contatto con popoli e culture differenti, dall’altro li vede prodigarsi per aiutare chi ne ha bisogno.asko1

Le prime destinazioni umane che hanno fatto della solidarietà la loro ragione di vita sono Pierpaolo e Antonio, un medico e un infermiere salentini, fondatori e gestori del bed&breakfast Asko. Il nome con cui hanno battezzato la loro attività ricettiva è quello di un quartiere di Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia. Qui, da anni, portano avanti alcuni progetti sanitari, in particolare uno che sin dal 2004 li vede collaborare con un orfanotrofio che accoglie i bambini sieropositivi. Il b&b Asko, situato a Merine, nei pressi di Lecce, ha il duplice obiettivo di costituire una fonte di sostentamento economico per i progetti di volontariato e di dare libero sfogo alla passione di Antonio e Pierpaolo per l’accoglienza e l’ospitalità. La struttura è un ponte fra Salento e Africa, arricchita di mobili, accessori e piante provenienti dall’Etiopia e intrisa di odori e sapori africani. Nel cuore di Bologna invece, si trova l’Albergo del Pallone. Sin dal 2009, questa struttura accoglie viaggiatori ma anche immigrati, disoccupati e altre categorie  di persone che versano in una momentanea situazione di fragilità. I turisti e i bisognosi d’aiuto si trovano a condividere l’ospitalità e le attività proposte dall’albergo, con il risultato che vengono favorite l’integrazione e l’accoglienza. In questo modo, si crea anche una bella commistione fra turismo e solidarietà, viaggio e inclusione sociale. pallone1-1030x685

La struttura è gestita dalla Cooperativa Sociale La Piccola Carovana, che ha vinto un bando comunale di assegnazione. Questa onlus porta avanti percorsi di inserimento lavorativo, di assistenza socio-sanitaria e di servizi educativi per minori ed è fortemente radicata su tutto il territorio provinciale, dove intrattiene rapporti di collaborazione con le amministrazioni sui fronti sociale, educativo e occupazionale.

L’ambiente dell’albergo è dinamico e amichevole: si può cenare all’Osteria del Pallone, chiacchierare e giocare insieme nelle sale comuni o partecipare alle attività culturali, come concerti, cineforum, conferenze e serate a tema. Il tutto respirando un clima di reciproca e positiva contaminazione: culture, storie e situazioni differenti che si incontrano. Chi sta viaggiando per svagarsi, chi per conoscersi, chi per inseguire la speranza di una vita migliore.

Fonte:  http://www.italiachecambia.org/2016/02/viaggiareispirati-turismo-e-solidarieta/

Arvaia, la cooperativa agricola dei cittadini

Arvaia è un esperimento di agricoltura supportata dalla comunità (CSA) che è partito a Bologna nel 2013. Si tratta di una cooperativa agricola in cui tutti i soci, sia quelli semplici che quelli lavoratori, condividono il rischio d’impresa, costruendo un circuito produttivo e distributivo chiuso e resiliente. L’obiettivo è quello di riappropriarsi della sovranità alimentare. Arvaia in bolognese vuole dire pisello. Ogni baccello ne contiene diversi, di dimensioni e consistenze differenti, ma tutti ugualmente buoni. È lo stesso principio della cooperativa agricola che sette cittadini hanno fondato nel 2013 ispirandosi al modello di Community Supported Agricolture, l’agricoltura supportata dalla comunità.

CSA: I CONSUMATORI DIVENTANO PRODUTTORI

«Potremmo definire la CSA anche “agricoltura solidale” – spiega Cecilia, una socia che fa parte del gruppo dei fondatori –, poiché è il passaggio successivo al gruppo d’acquisto solidale. Gli aderenti non sono più solo consumatori critici, ma diventano loro stessi imprenditori insieme ai contadini».

Arvaia nasce per costruire un’alternativa alla logica della monetizzazione del cibo. Claudio, responsabile della comunicazione, approfondisce il concetto: «Il modello di riferimento è quello visto a Ginevra con il Jardin de Coccagne e, soprattutto, a Friburgo, con Gartencop. In queste esperienze di CSA cadono le abituali distinzioni tra produttori e consumatori, perché entrambi condividono rischi e benefici dell’impresa agricola. Sono “circuiti chiusi”, dove i prodotti agricoli non devono sottostare alle regole del mercato».

Questo vuol dire anche assumersi il rischio d’impresa, che viene condiviso da chi produce e chi acquista e poi consuma il cibo: «All’inizio della stagione – spiega Cecilia – ciascun socio investe una quota per finanziare le spese di produzione. Questo consente ai soci lavoratori di beneficiare di un budget per portare avanti l’attività e ai soci fruitori di avere l’approvvigionamento di ortaggi garantito per tutto l’anno».

L’intenzione è importare il modello di CSA in Italia, dove i più evoluti tentativi di comunità che supportano l’agricoltura sono ancora i Gruppi di Aquisto Solidale. «L’idea comune è quella di recuperare la “sovranità alimentare”, ovvero il controllo sui mezzi di produzione di ciò che mangiamo».arvaia5

MA COME FUNZIONA ARVAIA?

 

Oggi la cooperativa conta 280 soci effettivi, di cui circa 150 fruiscono della produzione agricola.Ogni socio, tranne pochi casi, rappresenta un nucleo familiare. I soci occupati a tempo pieno sono quattro, coadiuvati saltuariamente da lavoratori stagionali, tirocinanti dall’Istituto agrario o dalla Facoltà di Agraria, oltre che dai soci che volontaristicamente aiutano nelle attività di supporto, come la distribuzione degli ortaggi o la pulizia dalle piante infestanti.

«Portiamo l’agricoltura in città», prosegue Cecilia. «Ci troviamo a soli sette chilometri dal centro di Bologna e fra i nostri soci ci sono persone di ogni tipo, dal medico all’operaio, dallo studente al pensionato.Ogni sabato si fa “agrifitness”: i soci fruitori vengono insieme a noi nei campi per condividere il piacere di lavorare insieme e stare a contatto con la natura». Ma le attività non finiscono qui: si tengono assemblee a cadenza regolare per approvare il bilancio e decidere la strategia. Durante tutto il corso dell’anno, vengono organizzati feste e momenti di approfondimento e formazione che rientrano nella missione principale di Arvaia: rendere consapevoli le persone, a partire dai propri soci, riguardo il rapporto con la terra, l’alimentazione, l’agricoltura.

«L’agrifitness è nata per gioco – ricorda Claudio –, ma ora abbiamo addirittura codificato i movimenti aerobici con l’aiuto di un esperto del settore. Siamo diventati Fattoria Didattica e abbiamo un articolato programma di formazione per le scuole. Inoltre, ospitiamo continuamente persone che vogliono vedere con i propri occhi come funziona la nostra CSA e che sperano di poter replicare il modello a casa loro. Infine, abbiamo una convenzione con l’Università di Bologna in base alla quale ospitiamo i tirocini dei laureandi in Agraria».arvaia1

BIOLOGICO? NO, GENUINO!

 

Il biologico è una scelta scontata, ma vuole essere un biologico davvero “contadino”, attento ai valori ecologici, lontano il più possibile dalla dimensione industriale delle coltivazioni intensive. Come ricorda Cecilia, diversi soci della cooperativa provengono dall’esperienza di CampiAperti, legata a Genuino Clandestino, progetto che punta alla naturalità dei prodotti e alla semplificazione della filiera al di là di leggi e certificazioni.

E genuina è stata anche la scelta “politica” di acquisire in affitto 47 ettari di terreno di proprietà del Comune di Bologna, per cui Arvaia paga un canone annuo di 24mila euro, ovvero un prezzo di mercato. «Lo dico a beneficio di quanti pensano che decidere di investire su un terreno pubblico sia stato per Arvaia un affare», sottolinea Claudio. «La nostra è stata una scelta etica, in linea con i principi che stanno alla base del progetto: salvare un terreno pubblico dalla speculazione edilizia e restituirlo alla pubblica fruizione, attraverso la sua riqualificazione a parco agricolo. Questo è un terreno gestito da una comunità di persone – i soci di Arvaia – a beneficio dei cittadini di tutta Bologna».

Per quanto riguarda la distribuzione dei prodotti, i punti disseminati in città servono per la consegna delle “parti” che spettano a ciascun socio, per agevolare chi abita lontano e ridurre l’impatto ecologico degli spostamenti in auto. «I punti coprono parecchie zone di Bologna – spiega Claudio –, ma ne possono nascere altri in base alle esigenze dei gruppi di soci, che li autogestiscono localmente. Fanno eccezione a questa regola i due mercati contadini che facciamo settimanalmente dentro due centri sociali autogestiti, ilLabas e il Vag, dove portiamo circa il 20% della produzione complessiva. Tutto il resto è destinato esclusivamente ai soci».arvaia4-1024x325

I PROSSIMI PASSI

 

A marzo 2015 Arvaia ha vinto un bando comunale che ha ampliato i terreni a sua disposizione, cambiando le prospettive di produzione. «Le varietà prodotte sono destinate a crescere grazie ai nuovi spazi a disposizione», promette Claudio. «Verranno introdotti legumi e cereali e magari anche trasformazioni, come farine e conservati, così da coprire in modo più completo il fabbisogno alimentare dei soci per tutto l’anno. Cambia anche la “scala” economica con cui confrontarsi, ma il nostro meccanismo è solido, perché partecipativo. Fuori dalle logiche della produzione di mercato, senza alcuna esigenza di produrre profitto, ma dovendo esclusivamente puntare a coprire le spese di produzione abbiamo buone possibilità, diversamente da chi fa agricoltura contadina individualmente».  

Arvaia è un esperimento sociale che deve fare i conti con le abitudini culturali del nostro Paese.«Navighiamo a vista», conclude Claudio. «L’obiettivo dei prossimi anni è consolidare il sistema e renderlo sempre più efficiente in termini di impiego di risorse umane ed economiche. Poi vorremmo divulgare il modello per incentivare la sua replica in altri luoghi del Paese, perché forse è questo l’unico modo per salvare l’agricoltura contadina».

 

Visita il sito di Arvaia.

 

Consulta la scheda di Arvaia sulla mappa dell’Italia Che Cambia.

 

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2015/11/io-faccio-cosi-96-arvaia-cooperativa-cittadini/

Luoghi di Sosta Pedonale: riprendiamoci la socialità urbana!

Sapete come si chiama l’anziana che abita al primo piano del vostro condominio? O quanti figli ha il barista sotto casa? Oppure da dove vengono gli studenti che stanno nell’appartamento di fronte al vostro, con cui condividete il pianerottolo? Probabilmente no, non lo sapete. Perché la socialità urbana ormai si è persa e le relazioni di vicinato sono quasi inesistenti. Ma ci sono delle spiegazioni precise a questo fenomeno e anche delle soluzioni molto interessanti. Vediamo quali!

Siamo a Bologna, un gigantesco laboratorio di esperienze virtuose, legate in particolare alla sfera della socializzazione. Lì nasce il fenomeno delle Social Street. Lì c’è la culla della Transizione in Italia. E lì, nel 2007, Stefano Reyes, giovane architetto che si dedica in particolare allo studio dell’urbanistica, realizza una tesi di laurea che parla delle piazzette di strada o luoghi di sosta pedonale. «L’idea – ci racconta Stefano – era quella di costruire delle mini-piazzette per favorire l’incontro di chi abitava o lavorava nella strada,partendo da quella che viene chiamata “zona universitaria”, nel pieno centro di Bologna, dove spesso si verificano problemi di integrazione fra studenti e residenti, giovani e anziani».

C’è subito una rapida evoluzione e la tesi si trasforma in un progetto che coinvolge altri architetti e volontari: «Passando alla fase della sperimentazione pratica, ci siamo accorti che si trattava di un’iniziativa più sociale che architettonica. Lo scopo era quello di apportare piccole modifiche alle caratteristiche dell’ambiente urbano, creando uno spazio che ospitasse chi abitava la strada, chi ci lavorava e chi ci passava semplicemente, favorendo la sosta e il dialogo fra i vari utenti». In pratica, si pensò a un’area corrispondente a uno o due posteggi auto delimitata e arricchita con panchine, tavoli, sedie, fiori, ombrelloni, fontanelle e qualsiasi altro elemento d’arredo che la potesse rendere confortevole e accogliente. L’obiettivo? «Creare uno spazio che mettesse insieme tutti: chi ha una casa, chi sta in affitto, chi ha un negozio, chi fa acquisti e così via. Insomma, tutti coloro che condividono la vita in una strada».

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Nei suoi primi anni di vita il progetto è cresciuto molto, incontrando approvazione e supporto da parte di tante persone, prime fra tutte quelle toccate direttamente dall’iniziativa: «I volontari si sono riuniti, fondando l’Associazione Centotrecento – dal nome della via dov’è nata la prima piazzetta – e hanno cominciato a coinvolgere la cittadinanza, che ha risposto con entusiasmo. Le piazzette erano temporanee, ma rimanevano allestite per periodi sempre più lunghi, perché la frequentazione era continua e abbondante. Venivano organizzate cene, mercatini del baratto, letture di poesie. Ciascuno portava qualcosa per abbellire lo spazio e renderlo più fruibile, cominciando a sentirlo proprio». Il gruppo di progettisti era sempre in strada a parlare con gli abitanti, a condividere critiche, fatiche, opinioni, suggerimenti. Non erano solo spazi dedicati alla progettazione: «Per prima cosa si stava insieme – ricorda Stefano –, perché quello della creazione delle idee collettive non è un lavoro laboratoriale, ma è un momento per stringere legami, per creare comunità».

Purtroppo, il successo trasversale e diffuso che hanno avuto i luoghi di sosta pedonale, non è riuscito a contaminare l’amministrazione. «Nei cinque o sei anni in cui il progetto è andato avanti, il Comune ha dato solo un paio di contributi sporadici. Questo ci è dispiaciuto molto, sia perché il dialogo con le istituzioni è un aspetto che va curato, sia perché le piazzette forniscono in maniera sia diretta che indiretta dei servizi importanti per la comunità». Infatti, oltre ai benefici immediati, come la sperimentazione di nuove forme di socialità, ci sono anche ricadute positive secondarie: «Una strada presidiata dai suoi abitanti e fruitori è una strada più pulita e più sicura, che quindi ha bisogno di meno manutenzione e minor controllo da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, si assiste a una riduzione di tutti i costi sociali legati alla sanità e ai servizi assistenziali, perché i cittadini sono più sereni e quindi più sani. Anche il tessuto commerciale fiorisce, generando circuiti economici locali, resilienti e virtuosi».pranzo

La politica urbanistica di Bologna e di molti altri Comuni italiani è incompleta: «Le opere mirate a rendere le città più vivibili – denuncia Stefano – sono spesso intrise di retorica e populismo». In effetti, molte pedonalizzazioni mettono al centro aspetti che in realtà non sono fondamentali né per la coesione sociale, né per l’uso pedonale della città. Sono basate su ripavimentazioni e altri costosi interventi estetici, ma trascurano le infrastrutture funzionali al raggiungimento dell’obiettivo primario, ovvero far incontrare e dialogare le varie categorie di fruitori della strada: residenti, negozianti, studenti, anziani, bambini, lavoratori.

«Al contrario, lo scopo principale è quello di creare zone commerciali con una valenza sociale nulla, ma con un elevato ritorno economico, sfruttando un processo che in urbanistica viene definito di “gentrificazione”: l’offerta merceologica si uniforma su prodotti costosi, omologati, e taglia fuori molte persone. Il mercato immobiliare si adegua a questa tendenza e i prezzi aumentano. Si elimina ciò che è gratuito, come panchine, fontanelle e aree verdi. Non si installano servizi che invece sono richiesti dalla cittadinanza, come i bagni pubblici. Tutto è finalizzato a creare zone franche dedicate al consumo». Il risultato? Si verifica quello che Stefano chiama “effetto paguro”: «Queste aree vengono investite da enormi flussi di consumatori, che però non hanno alcun legame con il tessuto sociale della strada o del quartiere. Così, gli abitanti si rannicchiano in casa spaventati e non avviene alcuna interazione, non c’è aggregazione sociale».

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Un’aggregazione sociale è il momento in cui le persone si incontrano e riescono ad avere una comunicazione che è comprensibile per tutti e che consente un accrescimento reciproco. Un’aggregazione e basta è quello che succede quando le farfalle si accumulano attorno a una lampadina. «La politica urbanistica e le iniziative dei cittadini, come il nostro progetto dei luoghi di sosta pedonale, devono essere finalizzate a creare spazi di incontro e di contatto fra le persone. Non è facile, perché ciascuno ha il proprio linguaggio e le proprie abitudini, che spesso sembrano incompatibili le une con le altre. Ma noi ci siamo resi conto che si riesce far nascere un dialogo anche dove sembrava impossibile. E questo è il primo passo per creare una comunità coesa e solidale».

Visita il sito dell’Associazione Centotrecento.

Fonte : italiachecambia.org

Limite di 30 km/h a Milano, Torino e Bologna

Le tre città del Nord Italia adottano il limite di velocità di 30 km/h. Soltanto le principali arterie di scorrimento conserveranno gli attuali limiti. Milano, Torino e Bologna hanno deciso di adottare il limite di 30 km/h in ambito urbano. Si tratta del primo risultato concreto ottenuto dagli Stati Generali della Mobilità che si sono tenuti negli scorsi giorni a Bologna e che nel 2016 si svolgeranno a Torino. Al Governo e agli enti locali era stato chiesto di compiere una serie di azioni volte a decongestionare le città e a rendere efficienti gli spostamenti, migliorando anche la sicurezza. Gli Stati Generali sono stati organizzati dalla Rete Mobilità nuova che riunisce 200 associazioni e hanno visto la partecipazione di 520 persone tra amministratori nazionali e locali, imprese, enti di ricerca, urbanisti, associazioni, organizzazioni di categoria e cittadini. Al termine della tre giorni conclusasi ieri è stata redatta la carta di Bologna che individua una serie di priorità utili a rendere moderna, sicura ed efficiente la mobilità, innanzitutto l’elaborazione di un piano nazionale per la mobilità urbana, quindi l’adozione a livello nazionale di target atti a portare sotto il 50% gli spostamenti compiuti in auto dentro il territorio urbano. Ma il primo importante passo è il limite dei 30 km/h, con eccezione delle principali arterie di scorrimento. Milano, Torino e Bologna dopo gli esperimenti positivi compiuti negli ultimi anni cambieranno la loro viabilità. Nel piano è compresa anche l’adozione dell’ISA (Intelligent Speed Adaption) come standard di sicurezza per il controllo e la limitazione della velocità delle automobili.
Passare da una città dove i 50 chilometri orari sono la regola e i 30 l’eccezione all’esatto contrario, introducendo il limite di 30 nei centri abitati e l’eccezione a 50 sulle principali arterie di scorrimento è un atto di grande coraggio da parte di queste tre grandi città. La loro scelta può davvero aprire la strada a un nuovo modello di mobilità urbana con gerarchie completamente capovolte: non più soprattutto auto e poi tutto il resto, ma pedoni, ciclisti, trasporto pubblico e pendolari al primo posto in un’ottica di reale efficienza, qualità e sicurezza dello spostamento. Peraltro limitare la velocità a 30 all’ora non è una penalizzazione per gli automobilisti i cui tempi di percorrenza urbana resterebbero praticamente invariati, è invece un modo per far sì che tutti gli utenti della strada possano fruire al meglio dello spazio pubblico,
spiega Legambiente dati alla mano. Ma gli automobilisti capiranno che andare ai 50 km/h fa solamente arrivare più velocemente al prossimo semaforo rosso?

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Fonte:  Legambiente

E’ Bologna la città più eco-mobile d’Italia

Nell’ottavo rapporto di Euromobility sulla mobilità sostenibile nelle principali 50 città italiane emerge un Paese diviso tra nord e sud. Ai primi 10 posti della classifica solo città del centro nord. La Capitale chiude al 24esimo posto.euromobility

Bologna conquista la prima posizione e si aggiudica il titolo di città più “eco-mobile” d’Italia. Vince non solo per una buona dotazione di parcheggi a pagamento e di scambio, per il basso indice di incidentalità sulle strade e la dotazione di corsie ciclabili, ma anche per una elevata domanda soddisfatta dal trasporto pubblico e per il servizio di car sharing, nonché per le attività del mobility manager di Area. Sul podio anche quest’anno tutte città del nord, con il secondo posto a Parma e il terzo a Milano; poco sotto, a seguire nelle prime dieci posizioni,Venezia, Brescia, Bergamo, Firenze, Padova,Torino e Genova. Roma chiude al ventiquattresimo posto, mentre chiudono la classifica Siracusa, Reggio Calabria e Potenza. La graduatoria delle città alla ricerca di una mobilità più sostenibile è contenuta nell’ottavo Rapporto “Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città”, elaborato da Euromobility, con il Patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare. Sempre ricca di indicatori questa ottava edizione che tiene conto delle innovazioni introdotte (car sharing, bike sharing, mobility manager), della presenza di auto di nuova generazione o alimentate a combustibili a più basso impatto (gpl, metano, ibride, elettriche), dell’offerta e dell’uso del trasporto pubblico, delle corsie ciclabili, delle zone a traffico limitato e di quelle pedonali. Ma anche dei dati sui parcheggi di scambio e a pagamento, di quelli sulla sicurezza e sulle flotte di veicoli comunali, nonché delle iniziative di promozione e comunicazione a favore della mobilità sostenibile. Quest’anno per elaborare la classifica si è anche tenuto conto, oltre che dei valori assoluti degli indicatori, anche dei miglioramenti registrati nell’ultimo anno. Le 50 città monitorate sono tutti i capoluoghi di Regione, i due capoluoghi delle Province autonome e le città con una popolazione superiore ai 100.000 abitanti. «Questo ottavo Rapporto – dichiara Lorenzo Bertuccio, Direttore scientifico di Euromobility – segnala la progressiva positiva riduzione del tasso di motorizzazione, complice anche la perdurante crisi economica, il continuo aumento dei veicoli a basso impatto come quelli a metano e gpl, ma anche a trazione ibrida ed elettrica,che complessivamente raggiungono l’8.0% del parco nazionale circolante. Ma occorre spingere di più sul pedale dei servizi innovativi: se il bike sharing vede crescere sia il numero di utenti (di circa il 37%) sia il numero di biciclette (+27% circa), come lo scorso anno, invece, ad un incremento del numero di iscritti al car sharing tradizionale (+7,8%) non corrisponde una analoga crescita delle automobili a disposizione dei cittadini, che invece diminuiscono del 4,5%». Nel dettaglio, analizzando voce per voce, sono sempre di più gli utenti del bike sharing in Italia, il servizio delle biciclette condivise: 16 in tutto le città dell’osservatorio nelle quali è presente il servizio, con passi da gigante fatti da Milano, Brescia e Torino. Difficoltà invece si riscontrano nel car sharing (ad un aumento degli utenti corrisponde una diminuzione di auto in flotta), nelle politiche infrastrutturali e negli spazi pedonali. Milano e Cagliari si confermano le città con la maggiore offerta di trasporto pubblico, anche se complessivamente si è registrata una riduzione su tutto il territorio nazionale. Le note positive sono da un lato la riduzione di quasi tre punti percentuali dell’indice di motorizzazione, l’indicatore che misura la consistenza del numero dei veicoli in rapporto alla popolazione residente; e dall’altro l’aumento delle auto a basso impatto. «Dopo 8 anni di studi, intreccio di dati e confronti – sottolinea Roberto Maldacea, neopresidente di Euromobility – si evidenzia sempre più la frattura tra nord e sud Italia, con le prime 10 città virtuose tutte al nord e una fotografia triste e impietosa del nostro stivale. Sappiamo bene che questa situazione è in maniera più ampia lo specchio dell’economia, del trasporto ferroviario, autostradale etc., ma l’inquinamento e la salute dei nostri figli non conoscono confini e la concentrazione di tali fenomeni negativi è anche il risultato della riduzione dei servizi di trasporto pubblico. Colpa la crisi, infatti, quasi ovunque in Italia si è registrato un taglio ai servizi di trasporto pubblico offerti ai cittadini. Il 2015 è un anno topico per l’eco mobilità in Italia: anzitutto per riuscire ad invertire la tendenza negativa del sud Italia, ma anche per iniziare a misurare l’indice di sostenibilità di alcune iniziative come il car & bike sharing, per le quali l’Italia in poco tempo si è aggiudicata una pole position addirittura europea (Milano migliore città europea per il car sharing free floating nel 2014).Come raccomandato dalla Comunità Europea, qualsiasi iniziativa sostenibile, quindi anche l’eco mobilità, deve essere oramai orientata e misurata in funzione dei reali benefici che riesce a generare. EUROMOBILITY, di concerto con il Ministero dell’Ambiente, vuole introdurre innovativi strumenti e piattaforme utili a misurare, con il supporto delle tecnologie digitali, il cambiamento di mobilità dei privati e delle aziende, associandolo soprattutto alle nuove iniziative (car & bike sharing, mobilità intermodale, uso dei mezzi pubblici etc) per poter definire l’indice di sostenibilità dell’eco mobilità in Italia e delle singole iniziative ad essa associate».

Fonte: ilcambiamento.it

Spreco alimentare, ecco la Carta di Bologna | Documento pdf

La “Carta di Bologna contro lo spreco alimentare” è stata ideata per definire azioni comuni per la lotta allo spreco alimentare. 11 punti che saranno condivisi con gli Stati che parteciperanno ad Expo e con l’Hlpe on Food Security and Nutrition della FAO, e verra’ sottoscritta il 16 ottobre 2015, Giornata Mondiale dell’Alimentazione, proprio nel contesto di Expo 2015 a Milano381176

«Lo spreco alimentare nel mondo vale 2060 miliardi: una volta e 1/3 il Pil italiano. Servono strumenti concreti e urgenti per garantire il diritto al cibo e invertire i dati dello spreco alimentare – ha dichiarato Andrea Segrè, presidente di Last Minute Market e del Comitato tecnico-scientifico del Ministero dell’Ambiente per l’implementazione del Programma nazionale di prevenzione dei rifiuti – Per questo oggi (martedì 25 novembre) a Bologna, con il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, nell’ambito del convegno “Stop food waste. Feed the planet” abbiamo presentato la Carta di Bologna, con l’obiettivo di farla sottoscrivere durante Expo dai governi europei, riportando così la questione dello spreco del cibo e del diritto al cibo al centro delle priorità del Governo italiano e dei Governi di tutto il mondo. La “Carta di Bologna contro lo spreco alimentare” – prosegue Segrè– è stata ideata per definire azioni comuni in tema di azioni concrete di lotta allo spreco alimentare, sulla base di una definizione per la prima volta condivisa del ‘food waste’, ma anche di metodologie uniformi di quantificazione dello spreco alimentare, azioni comuni da intraprendere, target da raggiungere e modalità di monitoraggio nel tempo per i risultati conseguiti. Nel mondo oggi un terzo del cibo prodotto finisce sprecato ogni anno lungo la filiera alimentare e 805 milioni di persone risultano ‘cronicamente sottonutrite’. Sappiamo che le percentuali sono ben diverse: laddove in Africa e nel Sud-Est Asiatico si sprecano fra 6 e 11 kg di cibo all’anno, in Europa e Nord America si arriva a 95/115 kg di cibo sprecato. E nella sola Europa, dati 2014 attestano che ogni anno si sprecano oltre 100 milioni di tonnellate di cibo. Così, paradossalmente, lo spreco alimentare ci aiuta a capire per contrapposizione: recuperare il cibo implica comprendere la composizione di questi valori, che non sono soltanto economici e ambientali. Si deve soltanto mangiare, per vivere. E per vivere bene, si deve mangiare bene. È un’equazione ben dimostrata, ormai. Deve essere considerato un diritto per tutti. Questa è la vera sfida sul cibo, e il suo ‘vero’ valore».

«La Carta di Bologna, partita come un decalogo, prevede adesso 11 punti di impegno comune – dettaglia Andrea Segre – ma la piattaforma potrebbe evolvere: la Carta infatti sara’ condivisa in modo ‘partecipato’ con gli Stati che parteciperanno ad Expo e con l’Hlpe on Food Security and Nutrition della FAO, e verra’ sottoscritta il 16 ottobre 2015, Giornata Mondiale dell’Alimentazione, proprio nel contesto di Expo 2015 a Milano».
Al dibattito sulla Carta di Bologna, promossa dal Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, hanno preso parte anche il Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, il Sottosegretario del Governo USA per le politiche alimentari Kevin Concannon, il direttore generale FAO Josè Graziano Da Silva, il Ministro dell’Ambiente del Lussemburgo Carole Dieschbourg, il Presidente Commissione Affari Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini, il Presidente di Confagricoltura Mario Guidi, il Presidente Coldiretti Roberto Moncalvo, la Presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro, il Presidente CIA Dino Scanavino. Nel pomeriggio i lavori si sono concentrati sull’esperienza italiana, con la prima convocazione della Consulta degli Stakeholder del PINPAS.  Successivamente è stata ufficialmente sottoscritta la Rete degli enti territoriali contro lo sprecoSprecozero.net, con un protocollo di intesa tra ANCI, Sprecozero.net e Ministero dell’Ambiente, a sostegno dell’azione dei Comuni contro lo spreco alimentare sul territorio. Alle 17 infine si è svolta la premiazione della 2^ edizione del Premio Whirlpool “Vivere a spreco zero”, che valorizza le buone pratiche di Enti pubblici, imprese e terzo settore in Italia. Sono stati premiato le Regioni Piemonte e Val d’Aosta, la Provincia autonoma di Trento, il Comune di Jesi, Action Aid, Associazione Aleph Gallarate, Coop Ancc, Qui Gorup, Portobello di Modena. Menzioni per la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, ConfAgricoltura, la Provincia di Pesaro Urbino.

Per scaricare la carta clicca qui

(nella foto Andre Segre alla presentazione)

Fonte: ecodallecitta.it

Bologna, il 13 settembre si inaugura la Tangenziale delle Biciclette

Fissata la data per l’apertura dei primi 2,4 km dell’anello ciclabile lungo i viali di circonvallazione della città, che collegherà il centro storico con i percorsi ciclabili già esistenti. L’appuntamento è per sabato 13 settembre alle 16,30 presso i Giardini di Villa Cassarini380116

Si avvicina l’inaugurazione della Tangenziale delle Biciclette di Bologna, l’anello ciclabile lungo i viali di circonvallazione della città che collegherà il centro storico con i percorsi ciclabili già esistenti. Sarà una pista bidirezionale, ricavata sullo spartitraffico centrale dei viali e il resto sul lato esterno della strada vicino ai marciapiedi. (Qui la scheda del progetto). La data fissata per il taglio del nastro è sabato 13 settembre, quando verranno aperti alla cittadinanza i primi 2,4 km, da Porta San Mamolo a via Sabotino e da Porta Galliera a Porta Mascarella, mentre proseguono i lavori per il completamento dei tratti restanti. A lavori ultimati si arriverà ad un anello continuativo di 8 km. Un progetto da due milioni di euro, per cui il Comune di Bologna ha investito 418 mila euro e il ministero dell’Ambiente la parte restante.  “Con un aumento del 34% dei ciclisti a Bologna negli ultimi anni e la mobilità a due ruote arrivata al 10% degli spostamenti urbani, l’apertura dei primi tratti della tangenziale bici è per noi un passo in avanti concreto e decisivo verso una citta’ ancora piu’ a misura di bicicletta” aveva detto qualche tempo fa al Resto del Carlino l’assessore alla Mobilità del Comune di Bologna, Andrea Colombo. Più nel dettaglio dell’opera le parole di Simona Larghetti, presidente della Consulta della bicicletta, che insieme a Palazzo d’Accursio ha promosso e supervisionato il progetto: “In mezzo al verde e sollevati di 30 centimetri rispetto alla carreggiata delle auto, andare al lavoro puo’ essere un’esperienza davvero piacevole. In bici si respira meno smog che dentro l’abitacolo dell’auto, dove la concentrazione delle polveri sottili e’ maggiore”. Per il progetto il Comune ha investito 418 mila euro, mentre 1,6 milioni i soldi da parte del ministero dell’Ambiente). Il ritrovo per inaugurare la tangenziale in sella alla propria due ruote è fissato per le16.30 presso i Giardini di Villa Cassarini, vicino Porta Saragozza e la facoltà di Ingegneria. Previsto un percorso in cui verranno illustrate le caratteristiche dell’opera, in particolare la sicurezza negli attraversamenti alle porte, con il concerto itinerante della Banda Rei e dell’Orchestra Senza Spine, a cura dell’Associazione Vitruvio, che accompagnerà i ciclisti e si concluderà alle 18.30 a Porta Galliera. Lì una performance musicale per fiati, ottoni e campanelli di biciclette, e un piccolo rinfresco di festeggiamento, chiuderanno la giornata.

 

Fonte: ecodallecitta.it