Duv’Art, dentro le botteghe degli artigiani di Bologna

Dieci botteghe bolognesi sono le protagoniste di “Duv’Art – Le strade dell’artigianato”, un documentario web dedicato alla produzione artigianale di Bologna, ancora viva tra le sue strade, dal centro alla periferia. Una vera e propria visita guidata virtuale tra giovani creativi aperti alla sperimentazione di nuove tecniche e antichi custodi del lavoro dei padri, che tramandano i segreti del saper fare. Sedetevi, rilassatevi e calmate la mente. State per entrare virtualmente dentro dieci botteghe che sembrano essersi fermate nel tempo. Qui si respira ancora il profumo del legno appena intagliato, si vedono mani che accarezzano delle materie prime per dar vita a creazioni uniche che richiamano arti tramandate attraverso le generazioni, ricordando un tempo dove il “saper fare” era, oltre a una necessità, uno stile di vita e dove i pensieri e la creatività si trasformavano in oggetti di uso quotidiano o per le occasioni speciali.

L’artigiana della bottega PG ceramiche dove potrete ammirare traforati, palloncini e bellissime maioliche in ceramica

Ancora oggi all’interno di queste botteghe le creazioni vengono disegnate e realizzate a mano, grazie alla passione di chi ha scelto di salvare e tramandare la qualità, la creatività e l’autenticità, caratteristiche che spesso non vengono considerate in una società che preferisce oggetti risultanti da una catena di montaggio, che costano il meno possibile e che verranno rimpiazzati da altri identici quando non servirà più. 

Duv’Art – le strade dell’artigianato è un progetto realizzato dall’Associazione Culturale Emiliodoc che attraverso un webdoc multimediale racconta le storie di dieci botteghe del territorio bolognese. Abbiamo incontrato Cecilia, giovanissima portavoce del progetto da cui traspare ancora tutta l’emozione e la meraviglia di aver potuto toccare con mano queste creazioni uniche. “È stato difficilissimo – racconta – fare una selezione degli artigiani presenti nel territorio bolognese”. Alcune botteghe si trovano in zone periferiche, altre godono di maggiore visibilità ma ognuna di loro ha una sua unicità ed è portavoce di mestieri e utensili che meritano di essere riportati alla luce.

Nella Bottega Prata si lavora il ferro battuto trasformandolo in lampadari, letti e tantissime altre creazioni originali

“Abbiamo scelto le botteghe che hanno creato una sinergia tra la tradizione e l’innovazione, generazioni attuali che tramandano le tradizioni imparate in famiglia”, continua Cecilia. “Sentire le loro storie, scoprire a cosa serve quell’utensile appartenuto al nonno e tenerlo in mano, è stata un’emozione indescrivibile”.

Il web doc racconta le storie di ognuna di loro, si “passeggia” lungo le strade che sono state disegnate rigorosamente a mano, ricostruendo fedelmente ogni dettaglio delle botteghe affacciate sulle strade. Ci si può soffermare in una alla volta, immergendosi nelle sue creazioni raccontate attraverso brevi video che indugiano in modo minuzioso su ogni dettaglio con il sottofondo del suono degli utensili e delle mani che creano. Ad ogni bottega sono dedicati brevi filmati in cui si mostrano le creazioni e dove vengono narrate le origini, dando voce agli artigiani che mostrano con estrema maestria i loro utensili e le loro tecniche, spesso tramandati dai nonni e che sono per loro insostituibili. Dopo la visita virtuale, vi invitiamo poi a visitare personalmente le botteghe perché le loro storie, i profumi, i suoni e le atmosfere meritano di essere assaporate dal vivo.

Dingi, nata come ferramenta, si è trasformata nel progetto Era, dove vengono recuperarti oggetti che non servono più donando loro nuova vita e trasformandoli in opere d’arte. L’artigianato è un’eccellenza tutta italiana che racconta tradizioni, società e cultura ed è oggi patrimonio dell’Unesco. Riportare alla luce antiche tradizioni e vedere mani che creano e voci che raccontano com’è nato quell’oggetto, quel caffè o quel bigliettino di auguri ha un valore inestimabile.

 Fonte: http://www.italiachecambia.org/2019/03/duvart-dentro-botteghe-artigiani-di-bologna/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

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Rusko: riparare gli oggetti rotti può aggiustare il mondo

Promuovere l’economia circolare attraverso una serie di attività, con un focus specifico sulle riparazioni di oggetti guasti altrimenti destinati a divenire rifiuti. È questo l’obiettivo di Rusko, associazione nata a Bologna e ispirata all’esperienza internazionale dei Repair Cafè: un’iniziativa virtuosa e dall’alto valore sociale ed ecologico che sempre più sta prendendo piede anche in Italia.

“Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…”. Inizio ad ascoltare l’intervista raccolta dai miei colleghi e subito mi viene in mente la celebre strofa della canzone di Gino Paoli che, a pensarci bene, descrive perfettamente l’avvio di una miriade di progetti virtuosi, innovativi e vincenti nati per l’appunto da una chiacchierata informale tra persone affini, una buona intenzione ed un’idea semplice, ma efficace. Ed è proprio così che circa un anno e mezzo fa a Bologna ha preso vita l’associazione Rusko (Riparo Uso Scambio Comunitario), ispirata anche all’esperienza estera dei Repair Cafè: momenti di incontro in cui si riparano oggetti rotti che altrimenti verrebbero gettati via.

“Insieme ad alcuni amici, davanti ad una pizza e una birra, abbiamo iniziato a domandarci cosa avremmo potuto fare concretamente per contribuire al miglioramento di una società che non ci convinceva. Abbiamo buttato giù un’idea, la abbiamo studiata e abbiamo raccolto informazioni su altre esperienze avviate in altri Paesi, in particolare nel nord Europa”, ci racconta Raffaele Timpano, presidente di Rusko. “Abbiamo preso contatti con la Repair Foundation di Amsterdam, promotrice di un modello, quello dei Repair Cafè, che coniuga due valori per noi importanti: partecipazione sociale e rifiuto dello spreco. Tutto quello che serviva per iniziare era un gruppo di persone ben affiatate e luoghi dove svolgere le nostre attività: riparazioni, prima di tutto, ma anche una serie di altre iniziative volte a promuovere l’economia circolare e la sostenibilità”. 

Nasce così Rusko, che significa Riparo Uso Scambio Comunitario ma che in bolognese vuol dire anche spazzatura. “Abbiamo voluto giocare proprio su questa ambivalenza: una cosa considerata inutile può avere una nuova vita ed un valore sociale ed ecologico. Un nome che qui a Bologna ha riscosso subito molto successo”.

Raffaele Timpano ci spiega la filosofia che sta alla base della loro esperienza. “Ci siamo interrogati sui cicli di vita sempre più brevi dei prodotti industriali e sul legame che esiste tra le persone e gli oggetti, ovvero sulla totale dissociazione che si è venuta a creare con l’avvento del consumo di massa: oggi le persone non si chiedono più da dove vengono gli oggetti e come vengono realizzati. I prodotti vengono acquistati, usati e poi buttati nella spazzatura. Un sistema insostenibile, insomma, che noi vogliamo contribuire a superare”. Partendo, appunto, dalla promozione dei Repair Cafè, iniziativa nata qualche anno fa in Olanda e che ora si sta diffondendo anche in Italia. Si tratta di incontri tra persone che vogliono riparare oggetti malfunzionanti. “Alcune persone partecipano ai Repair cafè che organizziamo per curiosità, altre per passare del tempo in compagnia, altre ancora perché animate da uno spirito ecologista – ci spiega Raffaele – Inoltre nei quartieri più popolari abbiamo visto anche famiglie che ricorrono alle riparazioni per necessità. È molto diverso l’approccio tra centro e periferia, nelle zone periferiche spesso abbiamo conosciuto immigrati che si sorprendono per la nuova diffusione della pratica della riparazione nel nostro Paese e ci raccontano gli usi dei loro territori. Si creano così degli scambi molto interessanti”.

Rusko, che conta ora circa una trentina di volontari, al momento non ha una sede fisica. “Andiamo dove ci invitano – dice Raffaele – Un luogo fisico non è fondamentale ma è più funzionale per l’attrezzatura. Ecco perché il nostro prossimo obiettivo è trovare un posto dove stabilirci”.

Ma come funziona? “Qualche giorno prima dell’evento mandiamo una mail agli interessati indicando luogo e ora dell’appuntamento – continua Raffaele – Alcuni ci chiedono prima informazioni circa la possibilità di riparare un oggetto o meno. L’unica condizione che noi poniamo è la partecipazione attiva della persona alla riparazione. La persona si presenta quindi nel giorno stabilito con il prodotto malfunzionante e partecipa al tavolo della riparazione al quale solitamente siedono alcuni volontari particolarmente abili, a volte anche professionisti (di elettronica, sartoria, biciclette). Nel 2018 sono stati portati da noi soprattutto piccoli apparecchi elettrici come frullatori o asciugacapelli. Solitamente i guasti sono abbastanza banali e quindi risolvibili. A volte però vengono portati anche apparecchi più complessi la cui riparazione richiede più tempo. In base al tipo di prodotto la persona si siede accanto al ‘tutor’, si analizza il problema dell’apparecchio in questione e si prova a risolverlo insieme. Si crea così un’interazione normalmente assente nei rapporti di mercato che solitamente sono così strutturati: ‘Io ti pago per risolvermi un problema, quello che fai non mi interessa’.

Ovviamente il grado di partecipazione può essere maggiore o minore rispetto al grado di abilità di chi porta gli oggetti. Soprattutto in questa zona, che ha un tessuto industriale ancora vivo, ci sono anche tanti pensionati molto esperti. È così che abbiamo trovato molti volontari, ex lavoratori appassionati di riparazioni. Noi lavoriamo con la comunità e per la comunità e lo facciamo incondizionatamente. Non chiediamo niente a chi partecipa ai Repair Cafè ma chi vuole può lasciare un contributo per sostenere le attività della nostra associazione. Se le istituzioni vogliono collaborare o sostenerci sono ovviamente le benvenute”. 

Raffaele è infatti convinto che se le istituzioni riconoscessero il valore sociale di queste iniziative e le sostenessero si potrebbero fare moltissime cose: ad esempio corsi di formazione per la manutenzione, per l’alfabetizzazione informatica, per l’efficientamento energetico delle case, corsi di artigianato o per l’inserimento sociale di persone svantaggiate. “Le prospettive sono molto ampie”.

Raffaele ci parla anche di un aspetto che ci sembra molto interessante: il diritto alla riparabilità. “Negli anni ’60 se compravi un oggetto ricevevi anche un manuale per la riparazione. Oggi al contrario quando acquistiamo qualcosa leggiamo sulla confezione: ‘non smontare’, ‘non aprire’, ‘non sostituire la batteria’. Dobbiamo rivendicare il diritto alla riparabilità dei nostri oggetti. È necessario cambiare il modo in cui vengono progettati gli oggetti: bisogna progettare in modo modulare per far sì che i pezzi siano sostituibili e dovrebbe essere introdotto l’obbligo di rendere disponibili i pezzi per le sostituzioni. Serve, insomma, una progettazione pensata per avere un impatto zero”.  

“Noi crediamo molto nell’urgenza di un cambio del paradigma culturale e dei meccanismi del sistema. Una frase che rappresenta molto la nostra filosofia è quella pronunciata da Einstein: ‘Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose’. Ecco perché dobbiamo ridurre il nostro livello di consumo, interrogarci sulla quantità di rifiuti che produciamo, cominciare a mettere noi stessi in discussione. Questo si può fare, magari, partendo proprio dalla riparazione, un punto che tocca alcuni tasti psicologici molto interessanti. Ultimamente sta prendendo forza l’idea che i rifiuti siano una ricchezza: io credo invece che dovremmo cercare in primis di ridurli, anche attraverso la riparazione che, peraltro, serve anche a prendere coscienza delle proprie capacità. La soddisfazione psicologica che deriva dal riuscire a riparare qualcosa è grande, è quasi terapeutica!”. 

Intervista: Francesco Bevilacqua e Paolo Cignini

Realizzazione video: Paolo Cignini

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L’amore per la Natura diventa un lavoro. La storia di Gianluca

Da piccolo amava esplorare la Natura del suo giardino di casa; dopo la scuola ha continuato studiarla all’università; oggi Gianluca Maini ha trasformato la sua passione in un lavoro. Ha lasciato la città, si è trasferito in Appennino e lavora come guida ambientale, facendo ciò che ama e avvicinando tante persone al mondo naturale.  Sin da piccolo Gianluca ha avuto la passione per la Natura e per gli esseri che la abitano, manifestando la volontà di esplorarla, conoscerla meglio, entrare in contatto profondo ed empatico con essa. Crescendo ha dato corpo a questa passione, che adesso è diventata anche il suo lavoro. Non solo! Vuole trasmettere il suo amore per l’ambiente anche alle giovani generazioni, facendo scoprire loro l’Appennino, che da qualche anno è diventato la sua casa.gianluca-1

Quand’è stato che hai sentito il “richiamo della Natura” e cosa ti ha spinto a trasferirti in montagna e dedicarti all’ambiente naturale?

Fin da piccolo ho avuto un contatto diretto con l’ambiente naturale e i suoi abitanti, sperimentando ogni giorno e ampliando via via le mie esplorazioni: dal giardino di casa all’Appennino tutto sommato il passo è breve se sei curioso! Da questa passione è scaturita la voglia di studiare per bene l’oggetto della mia curiosità: mi sono laureato a Bologna in Scienze Biologiche, specializzandomi con una laurea magistrale in Scienze Naturali. Pian piano ma inesorabilmente, testardamente e con un po’ di fortuna, è nato anche il mio lavoro, fatto di spostamenti e appostamenti, di bambini e adulti, di valli e crinali: il trasferimento in montagna è venuto di conseguenza, per comodità e innamoramento del luogo di lavoro.

Ci puoi parlare delle proposte delle settimane verdi, che proponi anche in collaborazione con Destinazione Umana?

Andiamo particolarmente orgogliosi delle nostre Settimane Verdi: nate dalla passione e dalla competenza di alcuni nostri soci, prima tra tutti Melania, permettono di far vivere ai ragazzi il contatto più autentico con l’ambiente. È un contatto talvolta severo, che avviene però in totale sicurezza; è un contatto autentico, che fa emozionare, divertire e rinsaldare i rapporti tra i partecipanti. Le attività sono tante e diverse, adatte a tutti, ma hanno un filo conduttore: la vita nell’ambiente naturale, per crescere camminando insieme. Autonomia e socializzazione a braccetto con divertimento e ambiente salutare: rafting, orienteering, campi tendati, avventure notturne…ce n’è per tutti i gusti!gianluca-3

Secondo te è importante avvicinare i ragazzi e i bambini al mondo naturale, magari anche in maniera leggera e giocosa?

Sicuramente: come dicevo l’ambiente naturale insegna tanto e in tempi come oggi, sovraccarichi di tecnologia, aiuta a ritrovare le cose autentiche, cui non siamo più abituati. Dalla curiosità per ciò che ci circonda alla volontà di socializzare, senza dimenticare la salubrità dei crinali: si gioca ma si cresce!

Se dovessi suggerire a un “cittadino” di trascorrere un po’ di tempo in montagna, cosa gli diresti per convincerlo?

Non sono sicuro sia la cosa migliore raccontare qualcosa. Spesso si ha in mente la montagna alpina: conosciuta, turistica e accogliente. Bisognerebbe portarlo su, appassionarlo, raccontargli in loco le storie degli anziani, fargli sentire e osservare gli animali, fargli assaggiare i prodotti del bosco: incredulo di avere un tesoro a pochi chilometri dalla città, sono convinto che tornerebbe!

Cosa ti ha dato l’Appennino, come ha cambiato la tua vita?

L’Appennino è autentico, difficile e selvaggio. A livello pratico mi ha fornito un lavoro – assurdo no? Tutti scendono in città per cercarlo! –, a livello emozionale mi ha dato tutto ciò che difficilmente si ritrova in città. Passo per idealista, ma avere l’occasione di vedere l’aquila volteggiare sopra la testa quando esci la mattina di casa non è cosa da poco per me.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/06/amore-natura-diventa-lavoro-storia-gianluca/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

Instabile Portazza, il luogo abbandonato auto-ristrutturato dai cittadini

A Bologna c’è Instabile Portazza, uno spazio sociale nato grazie alla riqualificazione da parte dei cittadini di un vecchio palazzo pubblico abbandonato e degradato. In maniera condivisa e partecipata, gli abitanti della zona si sono auto-organizzati e hanno aperto un dialogo con le istituzioni, rimboccandosi le maniche e provvedendo loro stessi alla ristrutturazione e all’organizzazione di attività per la comunità. Dalla periferia di Bologna arriva una bellissima storia di riappropriazione di spazi abbandonati, di auto-organizzazione, di cittadini che di fronte al degrado e alla mancanza di spazi sociali non rimangono con le mani in mani aspettando un intervento dall’alto, ma si rimboccano le maniche e agiscono. È la storia di Instabile Portazza, che fino a pochi anni fa era un inquietante palazzone abbandonato dalla cattiva gestione pubblica, maltrattato dal tempo e dagli atti vandalici, avvolto in un fitto strato di vegetazione spontanea, desolatamente vuoto e inutile.

Proprio lì incontriamo Jacopo e Luca, due ragazzi che fanno parte del gruppo di cittadini che hanno deciso di ridare vita a questo ammasso di cemento e farlo diventare un bene a disposizione della comunità, bisognosa di spazi e luoghi di socialità.

«Nel 2014, grazie alla social street di zona – racconta Jacopo –, abbiamo iniziato a chiederci cosa fare. Abbiamo fatto delle ricerche scoprendo la sua storia e abbiamo capito che l’interesse di tutti era entrarci e trasformarlo in uno spazio per la comunità».

Sin da subito il progetto è partecipato e condiviso. I primi incontri con i residenti hanno lo scopo di capire quali sono le loro esigenze e cosa vorrebbero per la zona in cui vivono. Ciò che manca in questo “quartiere dormitorio” sono gli spazi sociali dove ritrovarsi, le attività da condividere, i servizi e le occasioni per coltivare le relazioni umane.instabile-portazza-1

«Abbiamo raccolto le idee ed elaborato un progetto parlando con gli interlocutori – ACER e Comune di Bologna – e siamo partiti». La prima mossa era ristrutturarlo, renderlo di nuovo vivibile. Ma come fare senza soldi e senza attrezzature? Semplice: con la condivisione!

«Ci siamo chiesti: “Quali sono le nostre competenze? Cosa siamo disposti a imparare?”. Quindi ci siamo affidati alla condivisione dei saperi: due domeniche al mese ci siamo ritrovati all’in-cantiere e ciascuno trasmetteva agli altri le proprie competenze, spiegava cosa fare e come farlo e imparava ciò che non sapeva».

Tutti insieme, i cittadini della zona si sono messi in gioco, hanno dedicato tempo e sudore al progetto e hanno creato un contenitore. Dopodiché è partita la seconda fase: riempirlo! Questo è stato possibile grazie al nutrito gruppo di associazioni che partecipano all’iniziativa, come Promuovo, Architetti di strada, Leila, Camelot, Metropolis. «Da soli – ammette Jacopo – non andremmo da nessuna parte».instabile-portazza-4

Dopo quasi quattro anni la trasformazione non è ancora completa, ma questo non-luogo è tornato a vivere. È davvero entusiasmante vedere che là dove prima c’erano polvere, rifiuti e calcinacci oggi si svolgono concerti, corsi di auto-costruzione, cineforum, repair cafè, lezioni di musica e tante altre attività. Giovani e anziani si ritrovano e stanno insieme, riappropriandosi degli spazi comuni. Centinaia di cittadini e decine di associazioni hanno dimostrato che far rinascere e riqualificare il territorio è possibile: dal basso, in maniera condivisa e partecipata, senza tanti soldi, ma con consapevolezza e voglia di fare!

 

Intervista: Francesco Bevilacqua e Daniela Bartolini
Riprese: Daniela Bartolini
Montaggio: Paolo Cignini

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2018/04/io-faccio-cosi-208-instabile-portazza-abbandonato-auto-ristrutturato-dai-cittadini/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

 

FICO Eataly World: un grande affare per chi?

A metà novembre si è inaugurato FICO Eataly World, la Fabbrica Italiana Contadina, ovvero il grande affare. Grande affare per chi? Sicuramente per Farinetti e colleghi, non per Bologna che ospita FICO nell’area del mercato ortofrutticolo; e nemmeno per l’Italia.9704-10478

Come spiega anche Il Sole 24 Ore, «il Comune di Bologna ha fatto la sua parte, cedendo i diritti d’uso dell’area (la proprietà resta pubblica, una cinquantina di milioni di valore), del resto si è fatto carico Prelios Sgr che attraverso il Fondo Pai ha raccolto risorse da 26 partner istituzionali (in prima fila il Caab, gli enti di previdenza professionali e il sistema cooperativo) per realizzare un progetto aperto, che ora prevede anche la costruzione di un albergo con 200 camere e porterà il valore complessivo dell’investimento a 165 milioni di euro. Ma il plafond complessivo è di 400 milioni, ci sono margini per ulteriori iniziative. La gestione è affidata a Fico Eataly World, società controllata dal gruppo internazionale di Farinetti assieme a Coop Alleanza 3.0 e al sistema cooperativo emiliano».

Ma perché le istituzioni locali si mettono al servizio di un centro commerciale privato? Non mi addentrerò nell’analisi della commistione di potere e interesse tra Hera (inceneritore a meno di 2 km), il Comune di giunta PD e le Coop emiliane.
Racconterò la mia esperienza e mi farò domande. Il tour a pagamento (15 euro a testa) consiste in una camminata lungo le attrazioni, in cui vengono passate in rassegna le aziende presenti negli enormi spazi da terminal americano (pur non avendone visti, me ne posso immaginare facilmente uno: il più alto e il più lungo, a garanzia dei bisogni di sicurezza del popolo d’oltreoceano). Nel discorso di apertura si parla dell’importanza che FICO dà al chilometro zero, ovvero alla produzione in loco delle materie prime che, ci dicono, rappresenta il 90 % del cibo che viene venduto qui, sotto forma di mortadella, di panino, di focaccia, di bottiglia di vino, di birra…Dopo essere passati davanti alla prosciutteria, la gentile signorina o, pardon, l’Ambasciatore della biodiversità come si definisce, ci accompagna fuori per vedere gli animali, ovvero la materia prima che tutti fotografano quasi fossero gli ultimi esemplari sulla Terra. Per la precisione, risultano gli unici esemplari di animali vivi a FICO.  Ma come fanno a rifornire il 90% della carne che viene servita nel grande supermercato? “Non è possibile”, mi dice la signorina e la mia domanda risulta paradossalmente senza senso nonostante la sua premessa sul cibo locale. Non mi sembra di essermi sbagliata. A questo punto, parlando di FICO come fornitore, si intende il gruppo Coop-Eataly. Quindi il cibo arriva dalla grande distribuzione, e come ormai tutti possiamo immaginare, non è sinonimo di eccellenza, né di cibo locale. Ma d’altronde l’etica sembra essere una parola vetusta e all’entrata, il settimo punto riassuntivo dei valori di FICO, lo enuncia chiaramente: qui vendiamo l’identità italiana con profitto (a me suona male …). E ho anche capito perché all’entrata, campeggino, attaccati alle colonne, i cartelli con il comandamento “Non rubare”. È un vessillo odierno, della nostra epoca ma non solo, compensare ciò che ci appartiene come mancanza o errore, con un’accusa o una censura rivolta ad altri. Nel 2015, il ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina, dichiarava: “FICO racchiuderà in un logo unico la produzione del cibo italiano, dal campo fino alla forchetta.“

Questo risultato non mi sembra sia stato raggiunto. Si vede forse nella lista dei GAS (gruppi di acquisto collettivo) una delle 40 aziende qui presenti? Magari Alce Nero, che ho visto su uno scaffale, ma forse non primeggia tra le 40. Ma perché mai avrebbero dovuto inserire grosse aziende tra i produttori a cui le persone si affidano chiedendo trasparenza, fiducia, cibo sano, biologico e locale? La ricerca di qualità è una bufala con i grandi numeri, si rischia sempre di perderla per strada con un’eccessiva industrializzazione della filiera.  Se la qualità a FICO sono i marchi Amadori e Balocchi (solo per citarne alcuni), sicuramente anche questo obiettivo non è stato raggiunto.  Amadori, lo si ricorda qui, è balzato agli onori della cronaca non positivamente con la puntata della trasmissione televisiva Report del 29 maggio 2016

Trasmissione alla quale comunque Amadori ha replicato. Un altro esempio: i due consorzi Grana Padano e Parmigiano Reggiano come possono parlare di eccellenza quando le condizioni delle mucche da latte di alcuni allevamenti che li riforniscono sono stati oggetto di pesanti critiche?

FICO non è un progetto innovativo, non apre strade nuove verso un mondo che se tardasse ancora ad essere realizzato, non lascerebbe speranze. Dove è l’innovazione? Il più grande tetto fotovoltaico? Lo abbiamo già visto. Gli animali nei recinti? Ci sono già le fattorie didattiche sparse per le campagne bolognesi. I metodi di coltivazione? Il biologico e il biodinamico sono citati a lettere cubitali in un’area di FICO in cui si trova una, e dico una sola, azienda che coltiva realmente in modo biodinamico (l’unica che può essere autorizzata ad usare la parola etica). Ve la lascio cercare come caccia al tesoro. Anzi, magari suggerisco questa attrazione a Farinetti. Il biologico è quello di alcune marche note e si trova in pochi scaffali. Nessun piccolo produttore. Per essere innovativi, non solo si sarebbe dovuto vendere praticamente solo biologico (non parole ma fatti) ma cercare esperienze di nuove soluzioni per coltivare e produrre in sintonia con la vita e i cicli naturali. Vorrei dire a Farinetti che il biologico non è il futuro, perché ampliando la visione è probabilmente già il passato. Certo poi se campeggia il mega trattore della New Holland Agricolture, di cosa stiamo parlando?
Ma quale didattica? Quali insegnamenti? Bisogna essere onesti, parlare di un nuovo centro commerciale dove la gente può vedere al di qua di ampie vetrine alcune lavorazione industriali o semi industriali. La gente che vorrà un panino da McDonald andrà in via Indipendenza, quelli che lo vorranno pagare di più (per una qualità migliore sicuramente) si ritroveranno sotto il cartello Prosciutteria di FICO. I bolognesi e gli italiani sarebbero andati fieri di un progetto capace di sviluppare reti per creare una maglia di micro economie sul territorio che fortificasse a più livelli gli abitanti, i piccoli imprenditori e i piccoli venditori, in un’ottica di vera etica e amore per il mestiere. Volete un esempio?
A Bologna il progetto Camilla è rivoluzionario. FICO, a confronto, è la grande illusione perpetuata. Bologna può scegliere tra i due e capire dove tira il vento del cambiamento. Certo per chi guarda i numeri, li troverà solo da una parte.
Se comunque andate a FICO, aiuterete Farinetti &Co. a raggiungere il numero previsto di 6 milioni di visitatori all’anno.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Anna e la sua libreria che regala i libri

Non si vendono né si comprano: in questa libreria chi lo desidera può prendere un libro, senza lasciarne necessariamente un altro in cambio. È questa la filosofia di Libri Liberi, un’esperienza avviata qualche anno fa a Bologna e replicata in altre parti d’Italia. Nel centro di Bologna c’è una libreria nella quale i libri non si comprano né si vendono. Vista la premessa, la mente potrebbe correre al cosiddetto “bookcrossing”.  Anche chi non conosce il termine avrà probabilmente notato che, durante gli ultimi anni, in locali, stazioni sale d’attesa, è sempre più comune trovare scaffali pieni di libri, che si possono prendere, leggere e poi riporre nuovamente in qualche altro luogo simile. Ecco, la libreria di cui vi racconterò è un’esperienza diversa, anche se un po’ simile.IMG_11541

Anna Hilbe e la sua libreria (Foto di Giulio Cioffi)

Libri Liberi, nata nel 2012 per opera di Anna Hilbe, raccoglie e seleziona i libri di quelli che, per un motivo o per l’altro, decidono di liberarsene, e li dona a chiunque voglia leggerli. Se il bookcrossing prevede “un libro per un libro”, in questo luogo non ci sono limitazioni: si può decidere di tenere il volume scelto, di riportarlo, di portarne un altro, o tanti altri, o nessuno in cambio. All’inizio le persone, abituate a un tipo di scambio do ut des, sono in imbarazzo. Alcuni dicono “se non ho un libro da lasciare, io non prendo niente”, nonostante l’invito a portare a casa il volume desiderato. Anna racconta che recentemente, una ragazza che non era mai venuta, continuava a chiedere incredula: “ma davvero posso prendere questo libro?”. Pur in assenza di regole, l’equilibrio fra doni fatti e ricevuti, necessario per la sostenibilità della libreria, viene mantenuto grazie ad un meccanismo che Marshall Shalins avrebbe definito di “reciprocità generalizzata”. Si tratta della stessa modalità di scambio tipica delle famiglie, in cui sono frequenti doni e favori di vario tipo senza che la quantità, la qualità o la tempistica siano necessariamente corrispondenti. Anna, oltre ad aver avuto l’iniziativa per costruire questo luogo, è anche colei che paga affitto e bollette favorendo, attraverso la sua generosità, nuovi circoli virtuosi.11140257_846152572130612_5177357042434078974_n

Lo spazio è piccolo, a volte troppo piccolo per contenere tutti i libri che arrivano, così che una parte dei volumi viene collocata all’interno del garage di fronte, il cui proprietario ha concesso un pezzettino di parete a Libri Liberi. Alcune enciclopedie, per cui non c’era spazio, sono state regalate a Làbas, oggi purtroppo sgomberato, mentre molti dizionari e atlanti vengono consegnati ad associazioni e cooperative impegnate nell’insegnamento dell’italiano per i migranti.

Libri Liberi è aperta cinque giorni a settimana e ad Anna si affiancano dei volontari, che “hanno grandi scambi in chiacchiere con quelli che vengono a prendere i libri”. È un posto dove Anna dice di imparare molto: “Vengono segnalati autori e autrici che non conosco, quindi per me è interessante. Poi, quando vedo qualcuno indeciso, gli chiedo che cosa gli piacerebbe leggere, cosa ha letto, per capire un po’ quello che potrebbero volere”.

Si tratta di un luogo vivo, in perenne cambiamento, nel quale non si sa mai con certezza quali e quanti volumi ci siano, dove a volte i “clienti” spezzano quel lieve imbarazzo, tipico di chi condivide uno spazio ristretto con degli sconosciuti, dando il via a piccole discussioni riguardanti la letteratura e la politica. Talvolta passano professori universitari, attuali o in pensione. Uno in particolare recentemente ha portato in dono l’anteprima di una raccolta di poesie francesi. Su ispirazione di Libri Liberi, sono nate fino ad ora altre due librerie simili in Italia, una a Nicotera, l’altra a Trieste, e a novembre è prevista la visita di una donna da Cracovia che vorrebbe raccogliere informazioni per costruire qualcosa di simile in Polonia.

Fonte: http://www.italiachecambia.org/2017/10/anna-libreria-regala-i-libri/?utm_source=newsletter&utm_campaign=general&utm_medium=email&utm_content=relazioni

L’emporio di comunità che anima Bologna

Dalla ferma volontà ed esigenza di una modalità solidale e condivisa per ragionare sui nostri modi di consumare (e per cambiarli) nasce il Progetto Camilla a Bologna. Vi spieghiamo cos’è.9567-10329

“Il progetto per un Emporio di Comunità è nato nel corso del 2016 all’interno del gruppo organizzativo di Alchemilla GAS, Gruppo di Acquisto Solidale di Bologna. L’idea riprende l’esempio ultraquarantennale della Park Slope Food Coop, nata a New York nel 1973. Da qualche anno, in Europa, sono sorte decine di nuove esperienze che si rifanno a quel modello, come La Louve di Parigi e – più vicina a noi per conoscenza diretta – la Bees Coop di Bruxelles”. Susanna Cattini ci parla così del Progetto Camilla che nasce da una lunga esperienza all’interno dei Gruppi di Acquisto Solidale e dall’esigenza di ragionare seriamente sui grandi problemi della distribuzione commerciale per immaginare insieme soluzioni concrete.

Che cos’è un emporio autogestito e solidale?

Si tratta di un punto di approvvigionamento di prodotti di elevata qualità (alimenti biologici, filiere locali, prodotti equo-solidali, sfuso di qualità, cosmesi e detergenti naturali) organizzato in forma cooperativa. E’ autogestito perché tutti i soci della cooperativa dedicheranno una quota del loro tempo alla gestione dell’emporio ed è solidale perché grazie alla collaborazione di tutti i soci, le spese di gestione dell’emporio saranno ridotte al minimo e di conseguenza anche i prezzi di vendita saranno ridotti e il più possibile alla portata di tutte le tasche.

Che cosa vi ha spinto a crearlo?

La lunga esperienza nei Gruppi di Acquisto Solidale e la presenza a Bologna di una solida rete di mercati contadini biologici promossi dall’associazione CampiAperti ci ha consentito di ragionare concretamente sul problema della distribuzione commerciale e ipotizzare una soluzione al problema a partire dalla collaborazione tra soggetti ugualmente schiacciati dal sistema economico: da un lato i consumatori, che vedono progressivamente ridursi il loro potere di acquisto e le possibilità di scelta nei consumi e dall’altro i produttori (agricoli, ma non solo), che trovano nella vendita diretta la sola possibilità di sottrarsi al ricatto della Grande Distribuzione Organizzata e salvaguardare così il loro reddito.

Quali sono le differenze con i GAS?

I Gruppi di Acquisto Solidale sono stati un importantissimo strumento di sperimentazione di democrazia economica che ha insegnato a risolvere i problemi spostando il punto di vista dall’interesse soggettivo all’interesse comune. Incrociando le rispettive debolezze, i consumatori e i produttori che si sono riconosciuti nel comune interesse alla salute propria e del pianeta, hanno gettato i semi di una nuova economia. Il progetto di emporio autogestito e solidale è un passo ulteriore, che consente di allargare l’esperienza del consumo critico, coinvolgendo molte più persone.

Che differenza c’è tra un emporio autogestito e solidale e un supermercato?

L’emporio autogestito e solidale non ha finalità di lucro e mira al bene comune della comunità che lo sostiene. Grazie alla sua organizzazione interna e al rapporto diretto con i produttori – che sostiene con patti di collaborazione – offre ai soci la possibilità di nutrirsi di buon cibo a buon prezzo e, nel contempo, garantisce ai contadini e agli altri fornitori un degno compenso del loro lavoro. Al contrario, il supermercato persegue una finalità di profitto e offre prodotti a basso prezzo grazie alla sua posizione di potere nella filiera, che consente ad esso di imporre ai produttori compensi sempre più bassi. Per molti decenni, i consumatori sono stati indotti ad inseguire il prezzo basso, come se i costi di produzione fossero comprimibili all’infinito. Ora sappiamo che questo era un inganno e il prezzo si paga sempre e comunque. Ciò che non paghiamo oggi in merce, lo pagheremo poi (noi o altri) in minor salute, minori salari, minore occupazione, minore salubrità dell’ambiente, ecc.

Che ruolo hanno i soci e quanti sono fino ad ora?

La cooperativa è ancora nella fase di progettazione e dunque non ci sono ancora soci, ma il ruolo dei soci sarà determinante in tutti gli aspetti della vita della cooperativa. I soci saranno i soli proprietari dell’emporio, ne guideranno le scelte e lo gestiranno in tutti gli aspetti. Un piccolo numero di dipendenti (anch’essi soci) sarà impegnato a tempo pieno per dare continuità all’attività di gestione che i soci svolgeranno a rotazione, con un impegno limitato a 3 ore al mese ciascuno.

Entro quale data contate di essere operativi?

E’ presto per dirlo, ma se l’interesse raccolto finora si trasformerà in partecipazione attiva e adesione alla nuova cooperativa, è possibile che già alla fine dell’anno si possa realizzare l’emporio.

Come sostenete economicamente il progetto?

Il progetto si sosterrà essenzialmente grazie all’apporto economico dei soci che immaginiamo possano versare una quota media di 100 € ciascuno. Ma non escludiamo che un sostegno economico possa arrivare anche da persone, associazioni o altri soggetti che credono nel progetto pur non aderendo alla cooperativa.

Per chi volesse saperne di più?

Chi volesse saperne di più può contattarci scrivendoci a camilla@inventati.org, o sulla nostra pagina Facebook: https://www.facebook.com/AlchemillaGAS/

Fonte: ilcambiamento.it

Waste Recycling e Accademia di Belle Arti di Bologna, al via i laboratori d’arte a impatto Zero

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Grazie alla convenzione firmata oggi giovedì 20 ottobre, l’Officina SCART di Waste Recycling, società del Gruppo Hera, apre le sue porte agli studenti dell’Accademia d’Arte di Bologna per realizzare opere d’arte e di design partendo come materia prima esclusivamente dai rifiuti industriali

E’ stata firmata oggi (giovedì 20 ottobre) una convenzione tra Waste Recycling, società toscana entrata a far parte da quest’anno del Gruppo Hera, il Comune di Santa Croce sull’Arno (Pisa) e l’Accademia di Belle Arti di Bologna, per mano del suo Direttore Enrico Fornaroli.  Grazie alla convenzione, l’Officina SCART dell’azienda toscana accoglierà giovani artisti in formazione dell’Accademia di Bologna che, sotto la guida del loro tutor universitario, potranno partecipare a workshop per la realizzazione di opere d’arte e di design partendo come materia prima solo ed esclusivamente dai rifiuti industriali raccolti presso gli impianti di stoccaggio e selezione di Waste Recycling. La convenzione siglata oggi non è il primo esperimento per Waste Recycling. Un’analoga iniziativa è stata già ampiamente collaudata nel corso dell’ultimo anno con l’Accademia di Belle Arti di Firenze. E per volontà dello stesso Gruppo Hera, da oggi l’Officina SCART rientrerà nell’offerta formativa anche dell’istituzione bolognese: una grande opportunità per far dialogare territorio e impresa, arte e design, rispetto per l’ambiente e formazione universitaria.

“Il progetto SCART è nato quasi vent’anni fa per veicolare l’immagine della nostra azienda in modo creativo e originale” sottolinea Maurizio Giani, Amministratore Delegato di Waste Recycling. “In tutti questi anni abbiamo realizzato decine di lavori e partecipato a numerose mostre ed eventi di respiro anche internazionale, proponendo opere e installazioni artistiche costituite al 100% di scarti di lavorazione. Siamo molto contenti di questo accordo con l’Accademia Bolognese che farà crescere ulteriormente questo progetto grazie al contributo di nuovi soggetti”.

“Siamo molto contenti – dichiara Giuseppe Gagliano, Direttore Centrale Relazioni Esterne del Gruppo Hera – di dare vita a questa importante collaborazione, che in una logica di interesse condiviso valorizza un polo fondamentale per lo sviluppo culturale delle nostre comunità di riferimento, qual è l’Accademia di Belle Arti di Bologna, e una delle più avanzate realtà nel trattamento dei rifiuti, qual è Waste Recycling.”

Waste Recycling sarà il luogo dove periodicamente si svolgeranno lezioni, workshop e altre iniziative nel campo della utilizzazione artistica dei rifiuti industriali. Si tratterà di seminari residenziali che dureranno una settimana e che grazie al terzo soggetto di questo accordo, Il Comune di Santa Croce sull’Arno, vedrà ogni sera i giovani artisti ospitati a Villa Pacchiani, residenza storica messa a disposizione dal Sindaco Giulia Deidda “siamo contenti che la formula messa a punto per l’Accademia fiorentina, adesso sia esportata anche fuori Regione. La nostra Amministrazione crede fortemente nell’importanza e nelle capacità comunicative dell’arte: Santa Croce sull’Arno è parte integrante del distretto industriale del Cuoio ed è per noi fondamentale creare un nesso nuovo tra quelle imprese che qui producono beni o erogano servizi e il territorio. La produzione industriale può generare un valore aggiunto in una forma nuova che attinga al piano di valori indiscutibili come il bello e l’arte. Non a caso ogni anno Villa Pacchiani è sede di importanti mostre che coinvolgono artisti contemporanei di fama internazionale e consolidata come Moataz Nasr, Loris Cecchini e Giovanni Ozzòla. Crediamo che sia altrettanto importante favorire con tutti i mezzi a nostra disposizione la crescita di giovani artisti”. Il Laboratorio sarà diretto dal prof. Roberto Semprini, coordinatore del corso di Design del prodotto all’Accademia di Belle Arti di Bologna e noto professionista del design anche a livello internazionale “sono felice di favorire esperienze che cercano di conciliare il design con l’arte contemporanea. SCART è per eccellenza un design materico che da anni ha sviluppato intuizioni e un’indiscutibile forza comunicativa. Sono certo che questo connubio contribuirà a sviluppare nei nostri studenti quella manualità preconcettuale che ha un effetto formativo e performativo necessario per entrare a testa alta nel mondo del lavoro di serie.”

Fonte: ecodallecitta.it

Bologna, la prima bici che porta Aspasso i disabili

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Si chiama Aspasso il progetto di noleggio di una bicicletta adatta al trasporto dei disabili che arriva per la prima volta in una grande città, Bologna, dopo essere stata già testata con successo a Senigallia. Nella parte posteriore è una normale bicicletta, in quella anteriore ha una sorta di pedana che si integra con la sedia a rotelle in modo che il passeggero non sia costretto a scendere dal suo mezzo. Domani, mercoledì 4 maggio, alle ore 18, Aspasso sarà presentata a Dynamo, la prima velostazione d’Italia: fino al prossimo autunno sarà a disposizione (al costo del noleggio di una bici standard presso Dynamo) dei bolognesi e dei turisti che vorranno servirsene. Unica in Italia, Aspasso ha il pregio di essere molto semplice da usare: in pochi secondi la sedia a rotelle è agganciata in totale sicurezza e, grazie all’innovativo sistema di pedalata assistita e di retromarcia, tutti possono guidare la bicicletta senza sforzo e condurre il disabile a destinazione.

Fonte: Dynamo 

Bologna, al via la campagna contro l’abbandono dei rifiuti

Dopo i buoni risultati sulla raccolta differenziata, con picchi del 60% nel centro storico, il comune e Hera, puntano a contrastare il fenomeno dell’abbandono dei rifiuti con una campagna ad hoc

Bologna sta dimostrando una buona risposta e collaborazione nell’impegno a separare i rifiuti: i cittadini, con costanza e sacrificio, hanno portato la raccolta differenziata a una media del 45% con un picco di quasi il 60% nel centro storico, dove sono entrate in funzione le mini isole interrate e la raccolta domiciliare con sacchi.
Parallelamente, il fenomeno degli abbandoni ha fatto registrare negli ultimi tempi una crescita, non solo di materiali di grandi dimensioni, ma anche di sacchetti di rifiuti. La maggior parte dei bolognesi rispetta le regole, ma c’è chi si chiama fuori e in strada abbandona di tutto, quasi che la città fosse di altri.bologna

Ogni volta che si cambiano abitudini di vita è normale che ci siano fenomeni di questo tipo. Non è una situazione di emergenza, ma non vogliamo permettere che poche persone danneggino l’immagine della città – spiega il Sindaco Virginio Merola – e complichino la vita ai cittadini che nella stragrande maggioranza fanno la loro parte. Per questo abbiamo chiesto ad Hera di sviluppare una campagna mirata per far comprendere che chi abbandona i rifiuti offende la sua stessa città e dobbiamo davvero collaborare tutti nel rispetto delle regole“.

Il capillare lavoro di informazione che ha accompagnato il grande cambiamento delle isole interrate nel centro storico e la raccolta domiciliare – assieme all’introduzione della calotta nel quartiere Savena – ha indubbiamente sortito un effetto positivo, visto il balzo in avanti registrato nella raccolta differenziata. Nel centro storico si è passati da un 17% di rifiuti raccolti separatamente a oltre il 60%, mentre al quartiere Savena, dal 47% al 57%. Ma sono ancora troppi i comportamenti difformi e fuori dalle regole che tendono a offuscare gli sforzi compiuti quotidianamente dai cittadini che si impegnano. Per porre un freno l’Amministrazione Comunale, in collaborazione con Hera, ha deciso di mettere in atto un’articolata serie di azioni e strumenti, con lo scopo di ricordare le regole che stanno alla base della separazione dei materiali e della convivenza civile in una città. E’ nata, quindi, una campagna informativa rivolta principalmente a coloro che, ignorando i giusti comportamenti, “offendono Bologna”. Un messaggio che vuole, al contempo, “insinuare” un senso di “colpa” e dare a chi le regole le rispetta la certezza che l’Amministrazione vigila e argina.
Da qui il contenuto della campagna: una macchina in sosta dove non dovrebbe essere – le strisce pedonali – ricorda l’illecito e la multa. Una macchina fatta però con tutto ciò che nella strada viene trovato: sacchi di vari colori, elettrodomestici, materassi e tanto altro… Autobus, poster, flyer nella TARI e depliant multilingue saranno gli strumenti per comunicare con residenti, studenti e commercianti e risvegliare il senso civico.

Gli abbandoni: qualche numero

Nel 2015 in città sono state recuperate in strada oltre 5.000 tonnellate di rifiuti (sia ingombranti vari che RAEE): di questi, solo 820 tonnellate erano rifiuti per i quali era stata concordata la collocazione con appuntamento per il ritiro gratuito. Solo tramite l’app il rifiutologo.it sono giunte oltre 9.000 segnalazioni di abbandono.
Un fenomeno importante non solo per l’immagine complessiva della città, ma anche per quello che significa in termini economici il recupero di materiali lasciati senza preventivo accordo. Agli abbandoni di materiali di più grandi dimensioni si è unita anche l’abitudine di lasciare in strada, in giorni e orari non corretti, sacchi di carta, plastica e indifferenziato che, invece, hanno un giorno e orario di esposizione prestabiliti.

Lo scorso anno le GEV (guardie ecologiche volontarie) hanno elevato quasi 700 sanzioni a fronte di circa 1.000 ispezioni. Tutto questo ha contribuito a generare una maggior percezione di degrado e sporcizia che mal si accorda con lo sforzo importante che è stato fatto fino ad ora per rendere Bologna una città i attrattiva per i turisti e gradevole e pulita per chi la abita.

Fonte: Comune di Bologna