100% di energia da fonti rinnovabili, senza blackout: oggi è tecnicamente possibile

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Tre soluzioni diverse, proposte dai ricercatori di Standford per raggiungere il 100% di energia da fonti rinnovabili, senza rischio di rimanere senza corrente. Tre soluzioni per arrivare all’ autosufficienza energetica, riducendo i danni a salute e clima. Arrivare a produrre il 100% di energia da fonti rinnovabili è un obiettivo che incontra ancora un importante ostacolo, almeno nella mente delle persone: avere la garanzia di una fornitura continua, senza il rischio di blackout.

Nel corso degli anni, gli esperti hanno cercato soluzioni concrete che garantissero l’accumulo dell’energia prodotta, ad esempio dal fotovoltaico, rendendola disponibile nei momenti in cui i pannelli non riescono a produrne in maniera diretta. Ad esempio di notte, quando il sole non è presente, o nelle giornate nuvolose. Ultimamente, i ricercatori dell’Università di Stanford hanno proposto tre soluzioni separate per evitare i blackout tipici dell’energia da fonti rinnovabili. Un modo per alimentare in maniera affidabile almeno 139 Paesi. Ecco di che cosa si tratta.

100% di energia da fonti rinnovabili: le strade da percorrere secondo i ricercatori

Nel loro studio, pubblicato su Renewable Energy, i ricercatori di Stanford propongo tre diversi modi per fornire un flusso di energia costante in vari settori: dai trasporti, al riscaldamento, all’industria.

Lo studio è stato condotto prendendo come punto di riferimento 139 Paesi e sviluppando una roadmap di transizione degli stessi verso la produzione del 100% di energia da fonti rinnovabili entro il 2050, con l’80% della transizione completata entro il 2030.  I risultati sono incoraggianti. Secondo i ricercatori, infatti, non esisterebbe alcun ostacolo tecnico o economico per consentire al mondo intero di arrivare all’indipendenza energetica facendo affidamento solo su una rete elettrica stabile e a basso costo e basata su energia pulita. Una soluzione che garantirebbe la riduzione del tasso di riscaldamento globale e del numero di decessi collegati all’inquinamento atmosferico.

Lo studio

Jacobson, l’autore principale della ricerca, è riuscito a trovare assieme ai suoi colleghi varie soluzioni al problema della stabilità della rete elettrica da rinnovabili. Un risultato importante, afferma, perché il più grande ostacolo all’implementazione su larga scala di energia rinnovabile pulita è la percezione della gente. Il cuore dello studio, quindi, è stata la necessità di abbinare l’energia fornita da vento, acqua e sole, allo stoccaggio e a quella che, secondo i ricercatori, sarà la domanda energetica nel 2050. Per fare questo, gli esperti hanno raggruppato 139 paesi presenti in 20 regioni, vicine geograficamente. Lo studio ha tenuto conto anche della variabilità dell’energia eolica e solare e della domanda in base a orari e stagioni. I ricercatori hanno inoltre fatto affidamento su due programmi di modellazione computazionale. Il primo che gli ha permesso di prevedere la quantità di energia che può essere prodotta da fonti pulite come le turbine eoliche onshore e offshore, il fotovoltaico solare sui tetti e nelle centrali elettriche ecc. Il secondo programma incorporava invece l’energia prodotta da fonti di elettricità più stabili, come le centrali geotermiche, i dispositivi delle maree e delle onde e le centrali idroelettriche e i modi di immagazzinare energia quando era in eccesso.

Le soluzioni trovate

Sulla base di questi studi, i ricercatori hanno ideato i tre modelli per rendere possibile l’indipendenza energetica da fonti fossili. Il fatto che nessun blackout si sia verificato in tre diversi scenari suggerisce che sono possibili molte soluzioni per rendere stabile al 100% la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Non solo: ci sarebbe un forte risparmio anche dal punto di vista economico.
I ricercatori hanno scoperto infatti che il costo per unità di energia in ogni scenario previsto è di circa un quarto più basso se ricorriamo solo alle rinnovabili, rispetto ai combustibili fossili. La maggior parte del risparmio deriva dalla riduzione dell’energia necessaria per estrarre, trasportare e raffinare petrolio, carbone e gas. Non ci sono ostacoli tecnici o economici, dunque. Secondo Jacobson e i suoi colleghi, la vera sfida è riuscire a ottenere la collaborazione fattiva di politica e istituzioni.

Fonte: ambientebio.it

 

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Taranto, blackout alla raffineria Eni: fuoriuscita di liquido grigiastro in mare e fumo nell’aria

La Capitaneria di Porto rassicura: “È tutto sotto controllo”.Le-fiamme-e-il-fumo-a-Eni-di-Taranto-620x350

Nella raffineria Eni di Taranto c’è stato, nel pomeriggio di lunedì 8 luglio, un blackout, probabilmente dovuto a un fulmine caduto durante un violento nubifragio. Ci sono state fiamme e molto fumo nero nell’aria (come è possibile vedere dalle foto pubblicate su Twitter da alcuni tarantini). Qualcuno ha addirittura pensato che la nuvola scura provenisse dall’Ilva, invece si trattava della raffineria Eni. Secondo quanto riferito poco dopo l’incidente dal presidente di Peacelink Taranto Alessandro Marescotti, l’aria era diventata irrespirabile vicino alla raffineria, dove si trovavano alcune imbarcazioni, e nel quartiere Tamburi e ciò che ha destato più preoccupazione è il fatto che i tubi, andati in pressione durante il blackout, hanno liberato del liquido grigiastro in acqua. Si è formata una chiazza estesa circa 80 metri lineari e larga 10 metri spinetta sotto la costa dal moto ondoso che ha così contenuto il materiale evitando che si disperdesse al largo. Per questo la Capitaniera di Porto ha fatto sapere che la situazione è sotto controllo, che non c’è il rischio che il liquido, un prodotto idrocarburico molto leggero, si disperda in mare. Gli esperti dell’Arpa analizzeranno il materiale per capire meglio di che cosa si tratta. Appena si è diffusa la notizia e prima delle rassicurazioni della Capitaneria di Porto, Angelo Bonelli, presidente nazionale dei Verdi, ha manifestato l’intenzione di presentare una denuncia in procura a Taranto perché le centraline perimetrali di monitoraggio previste dall’Aia non sarebbero attive.
La preoccupazione degli ambientalisti è giustificata dal fatto che il liquido fuoriuscito è sembrato materiale di raffinazione misto a petrolio, poi definito un prodotto idrocarburico molto leggero dalla Capitaneria di Porto. I risultati delle analisi condotte dall’Arpa dovrebbero chiarirne l’entità.

Fonte: ecoblog

Picco dell’Uranio nel 2015 secondo uno studio svizzero

L’Uranio a buon mercato è prossimo alla fine: il fisico Dittmar prevede un picco di estrazione nel 2015 e poi un calo progressivo che forzerà una diminuzione della produzione termonucleare compresa tra l’1% e il 2% annui.

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Un interessantissimo e recente articolo del fisico svizzero Michael Dittmar dall’eloquente titolo La fine dell’Uranio a buon mercato  gela brutalmente le aspettative di chi sogna una rinascita nucleare nel 21° secolo. Sulla base della velocità di esaurimento delle miniere esistenti o in programma (1), lo studio stima che il picco della produzione dell’Uranio verrà raggiunto nel 2015 a 58000 t, per calare successivamente a 54000 nel 2025 e a 41000 nel 2030 (linea tratteggiata nel grafico in alto). L’Uranio estratto e arricchito non basterà quindi a soddisfare la domanda dei reattori esistenti (linea nera), nemmeno se questa calasse dell’ 1% o del 2% all’anno (linee blu e azzurra). (2)

Le conclusioni di Dittmar disegnano un futuro piuttosto nero per il nucleare civile, con risvolti socio-politici inquietanti:

«In effetti, riteniamo che sia difficile evitare scarsità di fornitura anche con una riduzione graduale della produzione dell’energia nucleare dell’1% all’anno. Suggeriamo quindi che sia nell’ordine delle cose una decrescita del nucleare a livello mondiale. Se una simile decrescita non verrà perseguita in forma volontaria, la fine delle forniture di Uranio a buon mercato sarà inevitabile. Alla fine alcune nazioni non saranno in grado di poter acquistare sufficiente Uranio, con conseguente riduzione involontaria e caotica della produzione, con cali di tensione, blackout o peggio.»

Le miniere sfruttate attualmente hanno concentrazioni di Uranio grosso modo tra l’1% e il 10%. Estrarre il metallo con concentrazioni via via più basse comporta crescenti usi di energeia e movimentazione di roccia, il che rende poco praticabile lo sfruttamento. E’ inoltre fisicamente insensato sfruttare giacimenti con concentrazioni sotto lo 0,01% (3), oppure pensare di estrarre l’Uranio dall’acqua di mare. L’ articolo di Dittmar contiene inoltre una considerazione tanto semplice quanto fondamentale, che tutti gli ineffabili (e metafisici) economisti dovrebbero imparare a memoria:

Il fatto che l’intera domanda europea di Uranio di 21 kt/anno debba essere importata è da sottolineare, perché dimostra che l’Uranio, come tutti i combustibili fossili, è una risorsa finita che non appare magicamente in maggiori quantità solo perchè la domanda spinge il suo prezzo verso l’alto. Come per i combustibili fossili, i dati minerari europei mostrano che l’esaurimento delle riserve e il declino della produzione sono una conseguenza inevitabile della finitezza delle risorse.

(1) I dati storici di produzione delle nazioni che hanno esaurito le loro riserve di Uranio (Germania est, Francia, Rep. Ceca,…) mostrano che la quantità di Uranio effettivamente estratto è stata compresa tra il 50 e il 70% della stima iniziale delle riserve. L’analisi della produzione canadese ed australiana, su cui esistono dati abbondanti, mostra invece che le miniere riescono a produrre in modo più o meno costante per una decina di anni. Combinando queste informazioni, Dittmar ha quindi stimato la produzione futura delle miniere esistenti o in progetto con un margine di errore dell’8-10%. (2) La differenza tra domanda e offerta di Uranio viene oggi coperta dallo smantellamento di vecchie testate nucleari (fino al 1990 si è accumulato molto più metallo di quello consumato nei reattori), ma a causa del picco di produzione questa riserva si esaurirà intorno alla metà degli anni ‘20. (3) In queste condizioni, per ottenere 1 t di Uranio (pari a 40 GWh in una centrale) bisognerebbe scavare 16000 tonnellate di roccia; a quel punto sarebbe più conveniente estrarre 14700 t di carbone che fornirebbero la stessa energia.

 

Fonte: ecoblog

Fukushima: un topo ha causato il blackout

Fukushima: un topo infiltratosi nei quadri elettrici ha provocato il blackout che per 39 ore ha messo in crisi la Tepcotopo-fukushima-586x339

Alla fine, la colpa è stata di un topo, ma non si tratta di un cartone animato. Si tratta del blackout della centrale danneggiata di Fukushima, che ha tenuto in scacco la Tepco per oltre trentanove ore. I tecnici alla fine hanno trovato il corpo bruciacchiato di un roditore all’interno di un quadro elettrico alloggiato su un sistema mobile all’interno di un TIR. Si pensa che il ratto abbia morso alcuni fili, provocando un corto circuito. Il blackout aveva  fermato le pompe dei circuiti di raffreddamento e la temperatura nella piscina del reattore n. 4 era salita fino a oltre 31 °C, rispetto ai 25 consueti. Ora occorreranno diversi giorni per riportare la situazione alla normalità (sempre che si possa parlare di normalità in un posto come questo). Con un certo candore, la Tepco ha ammesso di non avere preso alcuna misura per prevenire le infiltrazioni di animali selvatici nella centrale. Il gigante Tepco sconfitto da un topo… non si tratta solo di una questione di immagine: come giustamente nota Asia Pacific News, questo incidente ci ricorda lo stato precario dell’impianto; a due anni dal disastro non si può proprio dire che la situazione sia sotto controllo.

Fonte. Ecoblog