Summit biogas e biometano: ‘Eccellenza italiana modello esportabile di sostenibilità, occupazione e sviluppo’

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Dall’evento Biogas Italy in corso a Roma, la filiera del biogas/biometano in agricoltura può contribuire a ridurre le emissioni in atmosfera­ (-197 mln ton/CO2 evitate al 2050), creando oltre 21mila posti di lavoro e 16 mld di € in gettito all’Erario al 2030, per un totale di 85,8 mld di € di ricadute economiche. La filiera italiana del biogas e del biometano in agricoltura, la seconda per grandezza in Europa e la quarta al mondo, si riunisce oggi a Roma al Nazionale Spazio Eventi – Rome Life Hotel per il secondo e ultimo giorno del summit annuale Biogas Italy. L’evento – patrocinato da Presidenza del Consiglio dei Ministri, MiSE, MiPAAF e MATTM – ha coinvolto i massimi esperti internazionali del settore per fare il punto sul ruolo del comparto del gas rinnovabile da agricoltura nelle pressanti sfide ambientali che attendono il nostro Paese. Le aziende agricole italiane produttrici di biogas sono tra le più avanzate al mondo nel settore. L’eccellenza del “modello italiano” è riconosciuta anche dal gruppo di ricerca internazionale coordinato dal professor Bruce Dale della Michigan University, già consulente del governo USA, e comprendente i professori Jorge Hilbert dell’INTA Argentina, Jeremy Woods dell’Imperial College London, Tom Richard della Penn State University e Kurt Thelen della Michigan State University. Il gruppo del prof. Dale ha decretato la possibilità e l’opportunità di “esportare” il modello italiano del Biogasfattobene® ad altre latitudiniper rispondere già oggi alle necessità pressanti di riduzione delle emissioni, di produzione energetica rinnovabile e di valorizzazione economica delle aziende agricole. Secondo le stime del gruppo di lavoro, l’Argentina potrebbe sostituire completamente le importazioni di gas naturale con biogas prodotto con il metodo Biogasfattobene®; negli USA le potenzialità del Biogasfattobene® potrebbero superare del 20% quelle del gas di origine fossile.

Il biogas non è una bioenergia come le altre – dichiara Piero Gattoni, Presidente del CIB – Consorzio Italiano Biogas – in quanto, se “fatto bene”, non solo produce energia rinnovabile e programmabile, ma diventa anche uno strumento essenziale per decarbonizzare le pratiche agricole correnti, rendendo concreta la prospettiva di un’agricolturacarbon negative. Tutto ciò è perseguibile grazie alla maggiore capacità produttiva del suolo e a pratiche agronomiche che favoriscono lo stoccaggio del carbonio nel terreno”.

Il gas rinnovabile può avere un ruolo fondamentale nel permettere al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi imposti dagli Accordi di Parigi e di arrivare al traguardo di un’economia a emissioni zero entro il 2050. Secondo stime CIB, l’Italia sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. Uno studio presentato oggi dalla società di consulenza ambientale Althesis parte da questa stima per definire uno scenario al 2050, dove un potenziamento della produzione di biometano potrebbe evitare emissioni di CO2 per 197 mln di tonnellate. Lo sviluppo della filiera consentirebbe, inoltre, già entro il 2030, di creare oltre 21mila posti di lavoro e di generare un gettito tributario di 16 mld di € tra imposte sulle imprese e fiscalità di salari e stipendi. Le ricadute economiche complessive al 2030 si misurerebbero in 85,8 mld di €, di cui 17,7 mld € nell’uso elettrico, 15 mld € nel settore dei trasporti e 53,1 mld € grazie all’immissione nella rete.

Uno studio commissionato da Gas for Climate  consorzio formato dalle principali aziende europee di trasporto di gas (Enagas, Fluxys, Gasunie, GRTgaz, Open Grid Europe, SNAM, TIGF­) e da CIB ed EBA – e presentato oggi da Ecofys, società di consulenza energetica e climatica leader a livello internazionale, riconosce il ruolo fondamentale del gas rinnovabile nel percorso di decarbonizzazione dell’economia europea.

Un impianto biogas – aggiunge Gattoni –, se connesso sia con la rete gas sia con la rete elettrica, diventa una piccola bioraffineria, flessibile e decentralizzata in grado di produrre biometano, elettricità, calore, fertilizzanti organici. Il greening della rete gas fa diventare la rete stessa un’infrastruttura che raccoglie energia rinnovabile dal territorio, la concentra, la accumula e la trasporta a costi competitivi. L’energia può essere usata dove e quando è più conveniente e nella forma più consona, come elettricità, carburante, combustibile per i fabbisogni di calore dell’industria.

“E’ evidente che il nostro Paese si trova ad avere una risorsa verde d’inestimabile valore – conclude il Presidente CIB Gattoni – per questo chiediamo che venga sostenuta in modo adeguatole nostre aziende hanno bisogno di un quadro normativo chiaro e definito per poter effettuare gli investimenti necessari a introdurre nelle loro attività le tecnologie più performanti e più sostenibili a disposizione sul mercato. Il varo del decreto biometano, ad oggi ancora in fase di valutazione da parte della Commissione UE, potrebbe gettare le basi per una forte crescita del nostro comparto e consentire alle nostre aziende di velocizzare il processo di decarbonizzazione dell’economia nazionale, nel rispetto degli impegni presi con gli Accordi di Parigi”.

PER APPROFONDIRE

Le potenzialità del biometano. Il biometano è il risultato di un processo di upgrading del biogas che a sua volta si ottiene dalla digestione anaerobica di biomasse agro-industriali, quali sottoprodotti agricoli, reflui zootecnici, colture di integrazione, dalla frazione organica dei rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenziata. In Italia sono operativi quasi 2000 impianti di biogas, dei quali l’80% in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.400 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,8 miliardi di metri cubi l’anno. Potenzialmente il nostro Paese potrebbe produrre entro il 2030 fino a 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole, pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. La filiera del biogas-biometano risulta inoltre il settore a maggiore intensità occupazionale tra le rinnovabili con 6,7 addetti per MW installato e ha già favorito la creazione di oltre 12 mila posti di lavoro stabili e specializzati.

Il quadro normativo. Il biometano è stato disciplinato per la prima volta con l’approvazione del decreto interministeriale 5 dicembre 2013, che ne ha autorizzato l’utilizzo nell’autotrasporto, nella rete nazionale del gas e nella cogenerazione ad alto rendimento. L’immissione nella rete nazionale del gas non è stata, tuttavia, pienamente regolamenta e ora si attende l’approvazione di un nuovo decreto (attualmente in fase di valutazione da parte della Commissione Europea) che dovrebbe prevedere la revisione dell’intervallo temporale per l’accesso agli incentivi; un target annuo minimo di immissione di biometano in rete; un sistema di contabilizzazione che valorizzi maggiormente i benefici ambientali prodotti dalla digestione anaerobica.

Il CIB è un consorzio nazionale che rappresenta tutta la filiera del biogas agricolo, dai produttori di biogas, ai produttori di impianti e servizi per la produzione di biogas e biometano. I suoi obiettivi sono la promozione, la diffusione e il coordinamento delle attività di tutto il settore del biogas in Italia. Il CIB promuove attivamente il modello del Biogasdoneright® o Biogasfattobene® come modello sostenibile e concreto per la produzione di alimenti, foraggi ed energia che nel contempo permette la decarbonizzazione del settore agricolo. Attualmente il CIB conta quasi 800 aziende associate e più di 440 MW di capacità installata. Per ulteriori informazioni: www.consorziobiogas.it

Fonte: ecodallecitta.it

 

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Presentato a Ecomondo il Protocollo d’Intesa della Piattaforma Tecnologica Nazionale sul (Bio)metano

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Nasce una struttura partecipata dalle principali realtà del settore; al via attività congiunte per promuovere il biometano.

Presentato oggi a Ecomondo alla Fiera di Rimini il Protocollo d’Intesa tra i membri della Piattaforma Tecnologica Nazionale sul (Bio)metano. Industria, trasporti, settore agricolo, utilities e associazioni ambientaliste si uniscono affinché l’Italia diventi produttore di un biocarburante avanzato 100% made in Italy. Prodotto sia dai sottoprodotti di origine agricola e dalle colture di integrazione, sia dalla frazione organica dei rifiuti urbani, il biometano rappresenta una soluzione per il conseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti in settori diversi. Si attende dalla Commissione Europea il via libera al testo, voluto dal Governo italiano, che promuoverà il comparto.

Rimini, 8 novembre – Realizzare iniziative comuni finalizzate a promuovere lo sviluppo e il ruolo del biometano verso la società civile,  le università,  le organizzazioni e le istituzioni pubbliche e private in genere. Questo lo scopo principale del Protocollo d’Intesa presentato oggi dalla Piattaforma Tecnologica Nazionale sul (Bio)metano con il coordinamento di CIC, Consorzio Italiano Compostatori e CIB, Consorzio Italiano Biogas, e la partecipazione di Anigas, Assogasmetano, Confagricoltura, Fise-Assoambiente, Italian Exhibition Group, Legambiente, NGV Italy, Utilitalia. La Piattaforma intende, inoltre, valorizzare le soluzioni tecnologiche innovative per far sì che l’Italia diventi uno dei principali produttori di biometano ed esprima tutto il potenziale nel futuro greening delle attività produttive, della rete gas e della mobilità. Nei giorni in cui si tiene la conferenza COP23 di Bonn e nel pieno della fiera Ecomondo, i membri della Piattaforma, le cui attività saranno coordinate da CIB e CIC, si sono impegnati a costituire una struttura organizzativa composta da rappresentanti di tutte le realtà coinvolte. Un incontro di cui Ecomondo, la principale fiera internazionale dedicata alla green e circular economy, si è fatta promotrice, stimolando la nascita di questo soggetto. Obiettivo della Piattaforma e del Protocollo è quindi dare impulso concreto allo sviluppo del settore che potrebbe essere innovativo per la bioeconomia nei prossimi anni. Con un adeguato sistema legislativo a supporto, infatti, l’Italia sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 10 miliardi di m3 di biometano al 2030, di cui almeno 8 da matrici agricole (pari a circa il 12-13% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale), non solo senza ridurre il potenziale dell’agricoltura italiana nei mercati alimentari, ma accrescendo la competitività e sostenibilità delle aziende agricole. La capacità di coprire il fabbisogno italiano annuo passerebbe così dall’attuale 12-13% al 25%. I nuovi investimenti creerebbero, inoltre, 15 mila nuovi green jobs. Già oggi l’Italia è il secondo produttore di biogas europeo dopo la Germania e il quarto produttore mondiale dopo Cina, Germania e Stati Uniti.

Premiato Montello, il primo impianto che immette biometano nella rete di trasporto nazionale

Durante la presentazione del Protocollo d’Intesa, la Piattaforma Tecnologica Nazionale sul (Bio)metano ha premiato Montello Spa di Bergamo che con il suo impianto, consorziato CIC, è il primo esempio in Italia nella produzione di biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e nell’immissione di biometano nella rete nazionale gas.

Biometano: benefici per la gestione dei rifiuti, per l’agricoltura e per i trasporti

Prodotto sia da sottoprodotti di origine agricola e colture d’integrazione, sia dalla frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata, la produzione e l’utilizzo del biometano avviene evitando di liberare il carbonio sequestrato nei giacimenti di combustibili fossili. Per questo, il biometano rappresenta un contributo agli obiettivi di contenimento dell’aumento della temperatura fissati dall’Accordo di Parigi per il contrasto ai cambiamenti climatici. La valorizzazione del biometano – sottolinea la Piattaforma – acquisirebbe un ruolo strategico in accordo con i principi dell’economia circolare nella gestione dei rifiuti urbani, in agricoltura e nel sistema trasporti.

Il CIC stima ad esempio che entro il 2020 si arriverà ad una raccolta di rifiuti organici intorno a 8 Mton/anno, di cui 6 Mton/anno costituiti da FORSU. Se tutta la frazione umida dei rifiuti urbani fosse riciclata negli impianti dedicati, oltre ai 2 Mton/anno di fertilizzante organico si potrebbe generare un quantitativo di biometano pari a circa 300.000.000 kg/anno, più che sufficienti ad alimentare le flotte di mezzi destinati alla raccolta di tutti i rifiuti urbani prodotti. In ambito agricolo, ricorda il CIB, sono attivi oltre 1300 impianti con una potenza installata di 1200 MW. Dal 2009 il settore della digestione anaerobica in agricoltura ha sviluppato investimenti per oltre 4 miliardi di euro creando 12 mila posti di lavoro, che potrebbero raddoppiare entro il 2020. Sul fronte dei trasporti, un veicolo a biometano, ad esempio, ha le stesse emissioni di un veicolo elettrico alimentato interamente a energia prodotta da fonte eolica, ovvero 5 gC02eq/Km, il 97%  in meno di un analogo veicolo alimentato a benzina. Inoltre, per i motori alimentati a metano e biometano sono praticamente assenti le emissioni di particolato (-90/95% rispetto al gasolio) e gli ossidi di azoto sono ridotti del 50%.

Chi è il CIC

Il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) è l’associazione italiana per la produzione di compost e biogas. Il Consorzio, che conta più di 130 soci, riunisce imprese e enti pubblici e privati produttori di fertilizzanti organici e altre organizzazioni che, pur non essendo produttori di compost, sono comunque interessate alle attività di compostaggio (produttori di macchine e attrezzature, di fertilizzanti, enti di ricerca, ecc.). Il CIC promuove la produzione di materiali compostati, tutelando e controllando le corrette metodologie e procedure. Promuove le iniziative per la commercializzazione e la corretta destinazione dei prodotti ottenuti dal compostaggio e svolge attività di ricerca, studio e divulgazione relative a metodologie e tecniche per la produzione e utilizzazione dei prodotti compostati.
Maggiori informazioni sul sito istituzionale: www.compost.it

Fonte:  agenziapressplay.it

Iveco presenta l’autobus a metano con le bombole sul tetto

Il gruppo CNH Industrial ha lanciato il nuovo Iveco Crossway Low Entry Natural Power a metano: ha le bombole sul tetto per risparmiare spazio.http _media.ecoblog.it_e_e1c_iveco-presenta-lautobus-a-metano-con-le-bombole-sul-tetto1

Il nuovo Iveco Crossway Low Entry Natural Power è l’autobus interurbano a metano di nuova generazione del gruppo CNH Industrial. Presentato il mese scorso, questo bus per il trasporto di passeggeri è ingegnerizzato in modo da avere l’alimentazione a gas senza però incidere sullo spazio utile interno. Apparentemente è un normale Crossway Low Entry, cioè a pianale ribassato, ma il motore è alimentato al 100% a gas naturale (ed è compatibile con il biometano) per limitare le emissioni di CO2 rispetto al classico bus diesel, rispetto al quale perde solo leggermente in potenza: 360 cavalli invece di 400. Il peso, rispetto al modello diesel, è di circa 750 chili in più a causa delle bombole di gas compresso da 1.200 litri che, come detto, sono state piazzate dove non rubano spazio: sul tetto. Neanche l’altezza complessiva del mezzo è cambiata e risulta identica all’equivalente bus a gasolio. L’unica cosa che cambia realmente sono le emissioni, inferiori, di CO2 e particolato.

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Se alimentato con biometano, poi, le emissioni equivalenti di CO2 sono inferiori del 95% rispetto al diesel. Questo autobus da 12 metri di lunghezza e a basse emissioni può trasportare fino a 45 passeggeri per 600 chilometri con un pieno di gas. Appena presentato, ha già vinto il primo premio: il Sustainable Bus Award 2018 nella categoria Intercity.

Fonte: ecoblog.it

Aerobico o anaerobico? Proviamo a capire una querelle romana

Queste differenti modalità di trattamento dell’organico sono uno degli elementi di dibattito sulle soluzioni da adottare per risolvere le criticità di Roma.387470_1

Aerobico o anaerobico? Ma anche integrazione tra i due processi. Queste differenti modalità di trattamento dell’organico sono uno degli elementi di dibattito sulle soluzioni da adottare per risolvere le criticità di Roma nella gestione dei rifiuti.

Ai tempi della giunta Marino, era stata avanzata la proposta di creare degli “ecodistretti con impianti anaerobici dove i rifiuti si sarebbero trasformati in biogas” ricorda il quotidiano La Stampa. La nuova giunta guidata da Virginia Raggi,invece, così come indicato nel piano Ama per la gestione dei materiali post-consumo 2017 – 2021, prevede la costruzione di impianti per la valorizzazione della frazione organica con “l’individuazione di aree per la costruzione di impianti di compostaggio aerobico che possano trattare almeno 120.000 tonnellate di organico”.

Legambiente, che in un comunicato “ribadisce le 4 mosse per liberare la capitale dai rifiuti”, indica tra le misure da adottare, “la costruzione di 10/15 impianti anaerobici per la gestione dell’organico e la produzione di biometano. La frazione organica – sottolinea l’associazione – pesa per circa il 30% del totale dei rifiuti urbani e a Roma, al superamento del 65% di differenziata come previsto per legge, sarebbe di circa 500.000 tonnellate annue; per smaltirle sarebbero necessari 10/15 digestori anaerobici per il trattamento dell’organico e la produzione di biometano, impianti piccoli, a zero emissioni e miasmi. La giunta invece si era detta favorevole alla costruzione di 3 impianti aerobici, scelta che Legambiente ritiene sbagliata, pensando che non si possa condannare un territorio che ha sopportato già così tanto, a miasmi perenni provenienti da impianti i cui progetti sono ancora sconosciuti, la localizzazione altrettanto e le persone non coinvolte nelle scelte”.

C’è da ricordare, tuttavia, che recentemente l’attuale l’assessora alla Sostenibilità Ambientale di Roma, Giuseppina Montanari, i vertici di Ama e numerosi rappresentanti del Comune e dei Municipi di Roma, sono stati in visita al Polo Ecologico di Acea Pinerolese Industriale S.p.A., realtà all’avanguardia che integra un impianto di depurazione acque reflue, al trattamento anaeorobico dei rifiuti, al compostaggio aerobico e all’impianto di produzione di biometano. “Una visita molto utile” aveva affermato in quella occasione l’assessora Montanari “perché mi sembra ci sia un esempio virtuoso di valorizzazione dell’organico”.

Ma quali sono i principali vantaggi e svantaggi dei due processi? Riprendiamo a questo proposito un documento del Consorzio Italiano Compostatori: La digestione anaerobica produce energia rinnovabile (biogas) a fronte del compostaggio aerobico che consuma energia; gli impianti anaerobici sono in grado di trattare tutte le tipologie di rifiuti organici indipendentemente dalla loro umidità, a differenza del compostaggio che richiede un certo tenore di sostanza secca nella miscela di partenza; gli impianti anaerobici sono reattori chiusi e quindi non vi è rilascio di emissioni gassose maleodoranti in atmosfera, come può avvenire durante la prima fase termofila del compostaggio; nella digestione anaerobica si ha acqua di processo in eccesso che necessita di uno specifico trattamento, mentre nel compostaggio le eventuali acque di percolazione possono essere ricircolate come agente umidificante sui cumuli in fase termofila; gli impianti di digestione anaerobica richiedono investimenti iniziali maggiori rispetto a quelli di compostaggio la qualità del digerito, in uscita dalla digestione anaerobica, è più scadente di quella del compost aerobico.

Tuttavia, si legge ancora nel documento, l’integrazione dei due processi può portare dei notevoli vantaggi, in particolare: si migliora nettamente il bilancio energetico dell’impianto, in quanto nella fase anaerobica si ha in genere la produzione di un surplus di energia rispetto al fabbisogno dell’intero impianto; si possono controllare meglio e con costi minori i problemi olfattivi; le fasi maggiormente odorigene sono gestite in reattore chiuso e le “arie esauste” sono rappresentate dal biogas (utilizzato e non immesso in atmosfera). Il digerito è già un materiale semi-stabilizzato e, quindi, il controllo degli impatti olfattivi durante il post-compostaggio aerobico risulta più agevole, si ha un minor impegno di superficie a parità di rifiuto trattato, pur tenendo conto delle superfici necessarie per il post-compostaggio aerobico, grazie alla maggior compattezza dell’impiantistica anaerobica; si riduce l’emissione di CO2 in atmosfera (Kubler and Rumphorst, 1999) da un minimo del 25% sino al 67% (nel caso di completo utilizzo dell’energia termica prodotta in cogenerazione); l’attenzione verso i trattamenti dei rifiuti a bassa emissione di gas serra è un fattore che assumerà sempre più importanza in futuro.

Foto: impianto biometano Acea Pinerolese

Fonte: ecodallecitta.it

 

Fiat Panda #BioMetaNow: 80mila chilometri con il biometano

Grazie al progetto #BioMetaNow, una Fiat Panda percorrerà 80 mila km con il biometano prodotto da Gruppo CAP.

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Una Fiat Panda Natural Power percorrerà 80 mila chilometri alimentata con il biometano prodotto da Gruppo CAP, il gestore del Servizio Idrico Integrato della Città Metropolitana di Milano. E’ questa la sperimentazione del gruppo FCA. La vettura effettuerà nell’arco del test alcune verifiche da parte del CRF (il Centro Ricerche di FCA) che valuterà quali effetti il biocarburante avrà sul motore TwinAir di 0.9 cm3. La Fiat Panda, consegnata al Gruppo CAP Presso il Mirafiori Motor Village di Fiat Chrysler Automobiles di Torino, sarà alimentata con il biometano prodotto dai reflui fognari trattati nell’impianto di Niguarda-Bresso. Lì il Gruppo CAP sta trasformando i suoi depuratori in bio-raffinerie e punta ad aprire nel milanese il primo distributore di biometano a km zero. Secondo i calcoli dell’azienda, il solo depuratore di Bresso potrebbe produrre quasi 342 mila chilogrammi di biometano, quanto basta per alimentare 416 veicoli per 20mila chilometri all’anno. Il percorso di prova della Fiat Panda sarà accompagnato dall’hashtag #BioMetaNow, che racconterà sui social network le tappe del progetto. Secondo FCA, con una Fiat Panda alimentata al 100% con biometano estratto da reflui fognari la riduzione di emissioni di CO2 può raggiungere il 97% rispetto allo stesso modello a benzina invece del 31% di quella di un’auto alimentata a metano. Il biometano presente le stesse caratteristiche del metano ma viene prodotto da fonti rinnovabili o a zero impatto: si può ottenere da acque di scarto, dagli scarti di biomasse di origine agricola e dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani. E’ risaputo che il metano è il carburante più rispettoso dell’ambiente. Inoltre abbonda in natura e non necessita del trasporto con autocisterne. Grazie alle minime emissioni nocive e con un particolato ridotto praticamente a zero, le auto a metano potrebbero contribuire a ridurre l’inquinamento dei veicoli in città. Il paradosso è che nella stessa città dove questa sperimentazione è in atto, l’amministrazione comunale ha da poco imposto il pagamento di “Area C” ai mezzi a metano (e a quelli alimentati a GPL).

Fonte: ecoblog.it

Biometano: in Italia il limite è tutto legislativo

Il biometano viene definito da molti “il carburante del futuro”: come suggerisce il suo stesso nome, il biometano è il metano di origine biologica prodotto dalla fermentazione batterica in anaerobiosi (assenza di ossigeno) dei residui organici provenienti da residui vegetali o animali. biometanoday_001

Senza additivi chimici il biometano garantisce una maggiore autosufficienza energetica e la possibilità di essere utilizzato nei veicoli a gas naturali già in commercio. La scelta di utilizzare il biometano come carburante è, oggi, sempre più una scelta di tipo ambientalista: nell’ottica di emissioni di CO2 in atmosfera infatti un’auto spinta da biometano può essere quasi paragonabile ad una vettura elettrica, con appena il 3% di emissioni se rapportato al 100% di un benzina e al 69% del metano classico: come ricordano i nostri colleghi di Blogo Motori infatti, se al momento è il metano il carburante fossile meno inquinante sul mercato – esso riduce del 23% le emissioni di CO2 rispetto ai motori a benzina – ma il biometano potrebbe rappresentare una nuova e più efficace svolta in termini di emissioni di inquinanti. Proprio oggi questo carburante è protagonista di una convention organizzata a Bologna da Legambiente, al centro del quale ci sarà il quadro normativo sul biometano e i suoi sottoprodotti, il funzionamento degli impianti di produzione di biogas e biometano e un’occasione per fare il punto con stakeholders e addetti ai lavori sullo stato dell’arte e il ruolo delle bioenergie nel nuovo sistema energetico italiano e nell’ambito della bioeconomia europea:

“La produzione di biometano è un anello fondamentale per il corretto trattamento dei rifiuti biodegradabili nell’ambito del nuovo scenario dell’economia circolare europea. A tal proposito, è fondamentale costruire impianti di digestione anaerobica, in particolare nel centro sud Italia che ne è ancora sprovvisto. Questi impianti sono, purtroppo, ancora poco noti e molto osteggiati ed è fondamentale attivare adeguate campagne d’informazione. Anche il settore agricolo può dare il suo contributo, tenendo conto però dell’efficienza dell’uso del suolo, dando priorità agli scarti agricoli e alle biomasse di integrazione rispetto alle colture dedicate, e senza entrare in conflitto con la produzione di cibo. Migliorando la propria competitività sul mercato, il biometano può contribuire a ridurre significativamente le emissioni del settore agricolo che in Italia rappresentano oltre il 7% delle emissioni complessive di gas climalteranti. […] La possibilità di sfruttare le infrastrutture esistenti per la distribuzione del biometano, come la rete gas che attraversa il nostro Paese è un aspetto particolarmente interessante di questo biocombustibile in quanto dà la possibilità di utilizzarlo facilmente e subito nella copertura dei fabbisogni domestici. È necessario, però, completare definitivamente il quadro normativo che ancora oggi vieta l’immissione del biometano in rete, pratica utilizzata invece da molti anni in diversi paesi europei. Anche l’autotrazione ne beneficerebbe, perché il biometano potrebbe essere utilizzato nei camion per trasporto merci di lunga percorrenza, in sostituzione del gasolio, ben più inquinante”

ha dichiarato in un comunicato stampa il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani. I nostri colleghi di Blogo Motori sono stati in visita al Polo Ecologico di Pinerolo, in Piemonte, dove hanno potuto osservare il processo di generazione del biometano dalla materia organica: il processo inizia con il recupero dei rifiuti organici, come l’umido raccolto dalle abitazioni e da ristoranti, mense e mercati. Tramite il setaccio – un macchinario industriale composto da una serie di rulli – la materia viene selezionata per separare il contenuto organico dalla plastica. Successivamente avviene la trasformazione in liquido e il materiale viene pompato in serbatoi da 180 metri cubi, per portarlo infine nei digestori, dove subisce un processo di decomposizione che avviene ad opera dei batteri. Il biogas viene depositato in un gasometro da 3300 m3.

A questo punto, il biogas viene utilizzato per produrre energia elettrica o termica, oppure viene trasformato in biometano grazie ad un lavaggio ad acqua, che elimina CO2, e una serie di filtraggi per separare gli altri gas dal metano. Il quale è distribuito come “bio” se puro al 99%.  Come sottolinea Legambiente il problema legato al biometano, in Italia, non è tanto relativo alla produzione quanto più agli impianti di distribuzione: oggi gli impianti a biometano nel nostro Paese sono soltanto 7, di cui 6 a scopo dimostrativo, eppure il potenziale producibile all’anno 2030 potrebbe raggiungere gli 8,5 miliardi di metri cubi. Ad oggi in Italia il biometano è utilizzabile solo da chi lo produce e questo rappresenta un limite legislativo enorme per lo sviluppo di questo carburante.

Fonte: ecoblog.it

Sottoscritto a Rimini il manifesto della piattaforma tecnologica nazionale del biometano

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La piattaforma unisce industria, trasporti, settore agricolo, utilities ed associazioni ambientaliste per far sì che l’Italia diventi produttore di uno dei biocarburanti avanzati più promettenti.

Rivedere l’intervallo temporale per l’accesso agli incentivi; prevedere entro il 2030 un target annuo minimo di immissione di biometano in rete pari ad almeno il 10% del metano immesso in rete nello stesso periodo; prevedere un sistema di contabilizzazione che valorizzi la capacità delle imprese agricole e degli impianti di digestione anaerobica e compostaggio di sequestrare la CO2 in atmosfera; istituire un Registro delle Garanzie di Origine del biometano per sviluppare un mercato attivo di scambi che faccia emergere il legame di valore tra biometano ed emissioni evitate di carbonio; modificare la regolamentazione del mercato dei CIC (certificati di immissione in consumo). Sono queste alcune delle azioni, volte al consolidamento e allo sviluppo della produzione di biometano in Italia, ribadite oggi a Ecomondo alla Fiera di Rimini in occasione della firma del documento programmatico della Piattaforma Tecnologica Nazionale (Bio)Metano. Con il coordinamento di CIC, Consorzio Italiano Compostatori e CIB, Consorzio Italiano Biogas e la partecipazione di Anigas, Assogasmetano, Confagricoltura, Fise-Assoambiente, Legambiente, NGV Italy, Utilitalia. La Piattaforma intende valorizzare le soluzioni tecnologiche innovative per far sì che l’Italia diventi uno dei principali produttori di biometano ed esprima tutto il potenziale nel futuro greening delle attività produttive, della rete gas e della mobilità. Prodotto sia da sottoprodotti di origine agricola sia dalla frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata, il consumo del biometano avviene evitando di liberare il carbonio sequestrato nei giacimenti di combustibili fossili, quasi senza ulteriori emissioni climalteranti. Per questo, stando alle Direttive Europee, il biometano rappresenta una possibile soluzione per il conseguimento degli obiettivi fissati dalla Conferenza Cop 21 di Parigi per il contrasto ai cambiamenti climatici. Una risorsa strategica dunque, per la quale tuttavia nella normativa nazionale mancano ancora alcuni punti regolamentari necessari che impediscono l’avvio dei progetti, un corretto sostegno agli stessi e quindi l’operatività del settore. Un passo importante è stato intanto fatto nelle ultime settimane con l’attesa pubblicazione delle procedure applicative per l’immissione in rete da parte del GSE. Secondo i firmatari della Piattaforma, l’Italia, con un adeguato sistema legislativo a supporto, sarebbe nelle condizioni di raggiungere una produzione di 8,5 miliardi di metri cubi di biometano al 2030, non solo senza ridurre il potenziale dell’agricoltura italiana nei mercati alimentari, ma accrescendo la competitività e sostenibilità delle aziende agricole. Guardando infatti alle potenzialità italiane, l’Italia è il secondo produttore di biogas europeo, dopo la Germania: a fine 2015 risultano operativi nel Paese circa 1.555 impianti biogas, il 77% dei quali alimentato da matrici agricole.

Fonte: ecodallecitta.it

 

Biometano per auto dagli scarichi fognari: a Milano sono pronti

Ottenere dai depuratori biometano a km 0, un esempio di vera economia circolare. Valeria Albizzati, FCA: “l’impatto ambientale di un’auto a biometano da acque reflue è persino inferiore a quello di una vettura elettrica”386395_1

340.000. Sono i cittadini serviti dal depuratore milanese di Bresso-Seveso sud – Niguarda, a nord di Milano, l’impianto che tratta gli scarichi fognari di una parte di Milano nord (Niguarda) e dei comuni di Bresso, Cinisello Balsamo, Cormano, Cusano Milanino e Paderno Dugnano. Da uno dei maggiori depuratori gestiti dal Gruppo Cap, la realtà industriale pubblica che gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Milano, Monza e Brianza, Pavia, Varese, Como, sta nascendo un innovativo progetto in grado di ottenere biometano dai reflui fognari, che potrebbe produrre 341 tonnellate di questo biogas, sufficienti ad alimentare circa 420 veicoli che percorrono 20.000 km l’anno. In sostanza, vorrebbe dire fare il pieno di carburante con acqua (sporca).386395_2

Il “biometano” deriva dal biogas prodotto dalla digestione anaerobica (in assenza di ossigeno) di biomasse in ambiente controllato (digestore) o in discarica, in seguito alla decomposizione dei rifiuti, o dal gas derivante dalla gassificazione delle biomasse. In questo caso, lo si ottiene dai fanghi risultanti dalla depurazione delle acque nere.
Il promettente progetto d’innovazione del Gruppo CAP è stato illustrato il 29 settembre, durante l’ultima presentazione del Bilancio di Sostenibilità e del Bilancio ambientale dell’utility milanese, presso la sede di Lifegate. Una collaborazione che vede, come partner del settore automobilistico, il gruppo FCA. Una Panda a metano, è stata già alimentata con il carburante prodotto dai reflui fognari trattati nel depuratore di Niguarda-Bresso. Per l’azienda che gestisce acquedotto, fognatura e depurazione nella Città Metropolitana di Milano, si tratta di un ottimo esempio di economia circolare che sta spingendo il gruppo a trasformare i principali dei suoi circa 60 depuratori in bioraffinerie, in grado di produrre ricchezza dalle acque di scarto. Significativi anche i risparmi, con un costo di produzione del biometano di 0,58 €/kg, sensibilmente inferiore ai circa 0,9 €/kg a cui il metano è oggi acquistabile sul mercato. Insomma, sarebbe un immenso potenziale energetico, disponibile, ma attualmente non ancora sfruttato.

La strada della produzione di biometano dal biogas offre una serie di altri vantaggi: lotta al cambiamento climatico, perchè il metano ottenuto dal biogas è in grado di sostituire perfettamente quello di origine fossile e può così contribuire alla riduzione dei gas serra; riduzione della dipendenza dalle importazioni perchè l’Italia, secondo importatore al mondo di gas naturale, ne importa 70 miliardi di metri cubi, e il biometano potrebbe compensare il progressivo esaurimento del metano di estrazione nazionale, che rappresenta circa il 10% del consumo; sviluppo dell’economia locale, perchè la produzione di biogas crea posti di lavoro, nella logistica, nella progettazione e costruzione di impianti.

Alla presentazione del progetto hanno partecipato diversi esponenti che hanno dimostrato l’attenzione verso l’ambiente e il loro impegno nella lotta al riscaldamento globale nei loro ambiti: oltre a Lifegate, il Kyoto Club, la Fondazione Triulza e l’agenzia fotografica Contrasto.

Secondo Valeria Albizzati, sustainable mobility manager del gruppo automobilistico Fca, “viaggiare con un mezzo alimentato a metano porta già a un risparmio economico fino al 60 per cento e a un taglio della CO2 fino al 20 per cento rispetto a un veicolo a benzina. Ma l’impatto ambientale di una vettura alimentata a biometano prodotto dalle acque reflue delle città è persino inferiore rispetto a quello di una vettura elettrica la cui energia deve pur essere prodotta in qualche modo, spesso attraverso fonti non rinnovabili. Ecco perché questo biometano è l’esempio perfetto di economia circolare: non sfrutta le risorse, non usa materie prime e rimette in circolo ciò che viene ‘rifiutato’”.

In Italia ci sono già più di 1.100 distributori a metano e il numero è destinato a crescere soprattutto grazie alla ricerca verso la produzione di biocarburanti. Il biometano per auto da scarichi fognari è un’innovazione che ora è in attesa delle norme necessarie che le consentano di svilupparsi e di raggiungere il consumatore finale. Secondo molti esponenti del settore, “uno dei numerosi casi in cui il legislatore è in ritardo rispetto alla sperimentazione e alla ricerca”.

“Puntare sulla sostenibilità per una grande azienda pubblica come CAP significa prima di tutto innovare, sperimentare e progettare il futuro delle nostre città. Un futuro in cui l’acqua e l’energia saranno sempre più preziose – ha dichiarato Alessandro Russo, Presidente di Gruppo CAP – Trasformare i depuratori in bioraffinerie in cui dall’acqua sporca nascono nuovi prodotti, riaprire i canali e le rogge costruiti nel medioevo per ridurre l’impatto delle bombe d’acqua, mettere in campo le tecnologie più avveniristiche per il controllo dell’acqua potabile e della falda, sono tutte tessere del mosaico di sostenibilità che CAP sta componendo con la grande collaborazione delle istituzioni e degli stakeholder. Questa bellissima giornata in cui tutti insieme presentiamo il frutto di questo lavoro appassionante ci riempie di orgoglio.”

di Stefano D’Adda

fonte : ecodallecitta.it

Cop21, Italia ancora non ratifica: “È come se l’accordo di Parigi non ci fosse mai stato”

“Il ministro Galletti ha affermato di voler trasmettere in Parlamento la proposta entro il mese di settembre. In realtà quello che preoccupa è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti”. L’intervento di Gianni Silvetrini per Eco dalle Città dopo la ratifica da parte di Cina e Usa dell’Accordo di Parigi386113_1

di Gianni Silvestrini (direttore scientifico di Kyoto Club)

La ratifica da parte della Cina e degli Usa è molto importante perché avvicina a una rapida entrata in vigore dell’Accordo sul Clima. Se questo avverrà prima del cambio di presidenza negli Stati Uniti, si eviterà tra l’altro il rischio di un loro defilarsi (degli Usa, ndr) per i prossimi quattro anni, anche in caso di vittoria di Trump. Ma queste novità evidenziano anche la debolezza e le divisioni dell’Europa la cui ratifica deve passare attraverso un’adesione da parte di tutti i paesi. Così se Francia e Ungheria hanno già ratificato, questo passaggio non è ancora stato avviato o concluso per gli altri paesi, Italia inclusa.386113_2

Il ministro Galletti ha affermato di voler trasmettere in Parlamento la proposta entro il mese di settembre. In realtà, aldilà della lentezza nell’attivazione delle procedure necessarie, quello che preoccupa è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti e di un coordinamento delle politiche nei vari settori: un vuoto preoccupante, tanto più che nelle scorse settimane sono stati proposti gli obiettivi di riduzione al 2030 per i settori non ETS (escludendo cioè le industrie energivore) che per l’Italia sono del 33% rispetto alla media 2016-18. In realtà ci sono singole iniziative interessanti: pensiamo alla proposta di finanza innovativa per avviare la riqualificazione energetica “spinta” del patrimonio edilizio, all’avvio dell’incentivazione del biometano, alle riflessioni in atto sul lancio della mobilità elettrica… ma sono azioni scoordinate in assenza di un piano complessivo con obiettivi di riduzione verificabili. E manca un coordinamento che per l’ampiezza delle politiche deve essere gestito presso la presidenza del consiglio. Il governo, insomma, dovrebbe prendere sul serio la sfida climatica e, a partire da questa, dovrebbe indirizzare la ricerca sui filoni più promettenti, avviare una politica industriale innovativa, rilanciare l’occupazione.

Ma, purtroppo, pare che per l’Italia è come se l’accordo di Parigi non sia mai stato firmato. Ne parlano i principali leader mondiali, ma Renzi su questo tema è totalmente assente.

Fonte: ecodallecitta.it

Legambiente: «Sul referendum trivelle allarmismo strumentale»

Referendum 17 aprile. Legambiente: «Allarmismo strumentale, l’alternativa al gas delle trivelle esiste già, con il biometano si può produrre una quantità di gas quattro volte superiore a quella che si estrae dalla piattaforme entro le 12 miglia. Ma il governo blocca gli investimenti nel biometano».

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L’alternativa alle trivellazioni di gas in Italia esiste già: con il biometano si può produrre una quantità di gas quattro volte superiore a quella che si estrae dalla piattaforme entro le 12 miglia, creando più lavoro e opportunità per i territori. “Il vero grande giacimento italiano da sfruttare – dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – non è sotto i nostri mari ma nei territori, e nella valorizzazione del biogas e del biometano prodotti da discariche e scarti agricoli”.

All’allarme, sollevato sul referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare entro le 12 miglia, su un’Italia messa in ginocchio senza il gas estratto da quelle trivelle e costretta ad aumentare le importazioni dall’estero via nave, Legambiente risponde che sono tutte bugie, citando numeri e studi. Il gas estratto nelle piattaforme oggetto del referendum non arriva al 3% dei consumi nazionali. E, com’è noto, il gas nel nostro Paese arriva attraverso i gasdotti.

“I numeri sono chiarissimi – prosegue Zanchini – già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi. Ma il potenziale per il biometano, ottenuto come upgrading del biogas e che può essere immesso nella rete Snam per sostituire nei diversi usi il gas tradizionale, è in Italia di oltre 8miliardi di metri cubi. Ossia il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia oggetto del referendum. Il problema è che questi interventi sono bloccati proprio dalle scelte del Governo”.

Legambiente ha messo a confronto i dati sulle estrazioni di gas nei mari italiani con il potenziale di sviluppo del biometano in Italia, calcolato dal Cib (Consorzio italiano biogas), e i risultati fanno comprendere il grande vantaggio che l’Italia trarrebbe da questa scelta. Si potrebbero, infatti, realizzare impianti distribuiti in tutto il Paese per produrre biogas e biometano, dalla digestione anaerobica dei rifiuti o di biomasse e scarti agricoli, con vantaggi rilevanti nei territori, sia in termini economici che occupazionali, che di risoluzione dei problemi di smaltimento dei rifiuti. Secondo i dati dell’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) gli occupati nelle piattaforme oggetto del referendum sono 3mila, ossia già oggi meno dei 5mila occupati nel biogas, con la differenza che questi ultimi possono arrivare a superare i 12mila occupati stabili e con potenzialità maggiori proprio al Sud‎ e nelle aree agricole. Ma il problema, denuncia Legambiente, è che questi investimenti sono bloccati da barriere assurde. In primis il fatto, incredibile, che il biometano non possa essere immesso nella rete Snam. Da anni viene, infatti, ritardata l’approvazione di un decreto che dovrebbe permettere qualcosa di assolutamente scontato e nell’interesse generale. Uno stop che ha come unica motivazione quella di non aprire alla concorrenza nei confronti di quei gruppi che distribuiscono gas, come Eni, che sono proprio coloro che possiedono larga parte delle concessioni di gas nei nostri mari. Non si comprende la ragione dei rinvii da parte del Governo Renzi, come dei provvedimenti che hanno tagliato gli incentivi alle rinnovabili, se non con una politica che ha guardato solo a favorire le fossili come quella che, a partire dal decreto Sblocca Italia, ha caratterizzato l’azione del Governo. Del resto, a dimostrare i privilegi di cui godono le estrazioni di idrocarburi è un dato che ha dell’incredibile: 20 delle 26 concessioni che estraggono gas entro le 12 miglia dalla costa non pagano le royalties. La ragione sta nel fatto che sotto una certa quantità l’estrazione è “gratis”, come se quelle risorse non appartenessero agli italiani ma fossero proprietà privata dei gruppi energetici. “Altro che referendum inutile – aggiunge Edoardo Zanchini -. In Italia è in corso un vero e proprio conflitto tra interessi. Fino ad oggi il Governo Renzi, con lo Sblocca Italia e le scelte contro le rinnovabili, è stato dalla parte dei grandi gruppi energetici che controllano petrolio e gas. Il 17 aprile si vota anche per dare un segnale chiaro al Governo, perché l’interesse dei cittadini italiani è quello di cambiare questa realtà fatta di rendite e privilegi e di puntare sulle fonti rinnovabili per creare lavoro in Italia, opportunità per i territori e fermare davvero i cambiamenti climatici”.

 

Fonte: ilcambiamento.it