Le zucche, le api e la nostra borsa della spesa

In questi giorni sono fiorite le piante di zucca, il profumo si sente da lontano. Ne seminiamo e piantiamo sempre tante, perché le zucche si conservano tutto l’inverno e sono una risorsa preziosa quando nell’orto rimangono solo cavoli. Così ora c’è questa grande parcella fiorita e rumorosa, anche il ronzio si sente da lontano: in ogni fiore aperto si affollano le api bottinatrici, e poi bombi di tutti i tipi. Ci sono interi alveari, si direbbe, che vanno e vengono dalle nostre zucche.apizucche

Anche a noi, come a tutti, piacciono i fiori di zucca fritti o in frittata o nelle crêpes… Ciononostante, ogni mattina mi limito a raccogliere quelli che stanno sfiorendo e che perciò si sono già richiusi. Lascio gli altri alle api. Perché? Non solo perché ci sono ben pochi fiori ormai, in questa stagione, nelle campagne riarse dal riscaldamento globale, ma anche perché questi fiori sono lontani dalle vigne. Da anni ogni primavera, quando cominciamo a tenere le finestre aperte, api confuse e stordite vengono a ronzare in casa, si aggirano senza scopo nelle stanze, finiscono per accasciarsi moribonde sul pavimento. Ogni mattina ne troviamo qualcuna morta e rattrappita. Ogni settimana sentiamo il rombo dei trattori che spargono veleni sulle vigne del Chianti. Cominciano coi diserbanti e i concimi chimici all’inizio della primavera, proseguono con gli insetticidi e gli anticrittogamici per tutta l’estate, finiscono con gli antimuffa in autunno. Una volta alla settimana almeno (quando piove anche più spesso) alle vigne e all’uva vengono elargiti i più progrediti ritrovati chimico-sintetici: da quando il progresso è arrivato nelle campagne, le campagne non vogliono essere da meno. Così noi vediamo le volpi con l’eczema, le api agonizzanti, i ricci che si trascinano barcollanti a morire sotto i cespugli, gli abitanti delle campagne col cancro. Quasi come quelli delle città, che oltre a respirarli, i veleni, se li mangiano assieme ai prodotti delle campagne. Per questo non colgo i fiori di zucca ancora aperti e freschi: cerco di dare alle api una possibilità in più di sopravvivenza. Quello che, nonostante l’età e l’esperienza, continua a stupirmi, è che invece la maggior parte degli esseri umani della società consumista globalizzata non la diano a sé stessi, quella possibilità in più. L’agricoltura chimico-industriale ha ridotto le campagne a distese tossiche; quando i cosiddetti “fitofarmaci” vengono irrorati, le ditte stesse che li producono raccomandano di non “entrare in campo”, cioè di non riprendere il lavoro prima di quarantotto ore. E’ una precauzione ridicola perché in quarantotto ore dei pesticidi “sistemici” (così li chiamano, e significa che si tratta di prodotti chimici che entrano nel metabolismo della pianta e s’insediano nei tessuti) non sono certo svaniti né si sono diluiti. Tuttavia, anche questa minima precauzione non vale per gli animali, gli escursionisti, le famiglie che fanno una passeggiata nei campi. La pioggia può cadere e portarsi in falda ciò che la pianta non ha già assorbito. Ma ciò che la pianta ha assorbito finirà invece nei nostri piatti. L’agricoltura industriale-intensiva è una creatura della grande industria ed è oggi il terreno di profitto di innumerevoli multinazionali: quelle della chimica sintetica, delle biotecnologie, dei grandi macchinari, del petrolio, delle sementi. Sono enormi e ramificate compagnie industriali e commerciali in grado di condizionare le leggi e le politiche degli stati a tutti i livelli. Sembrano invincibili, ci si sente impotenti di fronte al loro strapotere, ai loro mezzi evidenti e occulti, al loro dominio. Eppure quell’enorme potere glielo abbiamo dato noi. E noi ne siamo anche le vittime. Noi comperiamo cibi impestati e con i nostri soldi erigiamo e rafforziamo ogni giorno il potere della grande industria chimico-agro-alimentare. Noi ce li mangiamo e ne paghiamo le conseguenze.

Mangiare. Mangiare una volta era una cosa semplice. Non tanto tempo fa. Quando i campi di grano erano pieni di papaveri, nelle mele potevi trovare il verme e nell’insalata le lumache. Quando s’insegnava ai bambini a riporre la frutta con delicatezza, altrimenti si sarebbe ammaccata. Quando le sostanze chimiche sintetiche usate in Italia erano poche decine e nessuna di esse veniva sparsa sui campi e sul cibo. Adesso sono circa centomila, diecimila più diecimila meno, e centinaia di esse vengono irrorate sui campi e mischiate ai cibi, come se fossero ingredienti indispensabili di qualche stregonesca ricetta. Ecco, mangiare è diventata una faccenda complicata e anche pericolosa. Perché non abbiamo l’assaggiatore, come i signori e i sovrani rinascimentali. E anche se l’avessimo, la sua sorte servirebbe alla generazione seguente, perché gli “inventori” di sostanze sintetiche si sono fatti scaltri: aggiustano le dosi e le sostanze in modo che nuocciano poco alla volta, come hanno fatto coi veleni per i topi, che così non riescono a collegare causa ed effetto, e nemmeno noi ci riusciamo. Non ci riesce nemmeno il dottore che, quando gli portate vostro figlio (che mangia alla mensa scolastica dei cibi precotti o abita vicino a un campo di grano diserbato o va ai giardinetti disinfestati dalla ASL con parecchie sostanze chimiche di sintesi) con vomito e diarrea, vi dice che è un virus e vi ordina un antibiotico. Si sa che i virus neanche li vedono, gli antibiotici, proprio come se non ci fossero. Ma il medico vi dirà che è per “precauzione”. Per dare una bella disinfestatina all’organismo del meschino, che ogni giorno viene invaso dalle sostanze chimiche di sintesi, tutte anti-biotiche, cioè contrarie alla vita. Poi, quando la zecca lo punge, gli viene lo choc anafilattico e la colpa se la prende la zecca. Se lo choc anafilattico si manifesta dopo l’antibiotico, la colpa se la prende il bambino, che era “predisposto”. Mangiare. Mangiare deve essere pro-biotico. Ecco la Santa Trinità delle cose probiotiche: respirare, bere, mangiare. Mangiare biologico. Se non ce la facciamo a mangiare proprio tutto tutto biologico, facciamo in modo che siano biologiche le cose di tutti i giorni, quelle che consumiamo di più e che dovrebbero rinnovare ogni giorno la nostra vita, e non inquinarla e crearle nuove difficoltà ogni giorno. Costa di più. Il biologico costa di più. E’ vero ed è anch’esso un fatto logico: quando compriamo cibi bio paghiamo anche il lavoro del contadini, e quasi al suo giusto prezzo. Cosa che non succede quando compriamo frutta e verdura fatte dagli schiavi nei paesi schiavi, o fatte industrialmente da agricoltori che oramai subiscono la concorrenza involontaria di quegli schiavi e lo strozzinaggio dell’industria agroalimentare. Una patata bio può costare dieci, venti centesimi in più di una patata impestata. Però costerà molto meno di un pomodoro impestato fuori stagione. Una mela bio costa dieci, venti centesimi in più di una mela impestata, però costa meno di un’impestatissima banana. Si può mangiare biologico e spendere poco, proprio come si può mangiare impestato e spendere più del necessario a forza di merendine, caramelle, patatine artificiali, budini di plastica, bibite colorate artificiali, cappuccini e brioches surgelate al bar. E la carne! Quel lusso per i nostri nonni o genitori, riservato alla domenica o poco più, e che adesso nei supermercati ti “tirano dietro” con offerte da tre, quattro euri al chilo! Gli allevamenti intensivi sono una vergogna di questa epoca che, spero vivamente, farà un giorno inorridire i nostri discendenti. Come i campi di sterminio nazisti, le torture di Guantanamo, le bombe atomiche e quelle al fosforo, la vivisezione e il traffico di organi e molte altre nefandezze insite in una società basta sul dominio, che è la forma di follia più perniciosa. Ma, mentre della maggior parte di tali nefandezze non siamo complici e ci sentiamo impotenti a farle cessare, per quel che riguarda gli allevamenti intensivi i carnefici siamo noi: quelli che consumano allegramente bistecchine di vitello e petti di pollo. Settanta miliardi di animali sul nostro pianeta vivono segregati in condizioni di sofferenza inaudita, fisica e psichica, dal primo all’ultimo giorno di una vita innocente e martirizzata senza scopo, per soddisfare appetiti insani e altrettanto privi di scopo. Il cinquanta per cento dell’agricoltura mondiale serve a nutrire tali animali, compresi milioni di tonnellate di mais e soia transgenici,che in Europa sono proibiti per il consumo umano ma permessi e abbondantemente importati per nutrire gli animali d’allevamento. Per cui, se mangiate carne d’allevamento intensivo in abbondanza, fate anche il pieno di OGM e buon pro vi faccia. Le multinazionali di tutto il mondo hanno in mente un disegno davvero “globale”: impadronirsi della vita. Per questo non bastano le guerre, il petrolio, la chimica sintetica, gli OGM e i robot che sparano e bombardano, ci vuole anche il dominio sull’agricoltura: vogliono essere padroni del cibo. A tale scopo brevettano organismi viventi, fanno incetta di terre fertili, distruggono la piccola agricoltura e tutte le conoscenze agricole nate dall’esperienza umana di millenni. Nell’agricoltura industriale, che i suoi cultori pretendono essere l’unica in grado di nutrire il mondo, gli sprechi sono la regola e la necessità: essa si fonda sul consumismo e dunque lo spreco è benvenuto, che sia spreco di lavorazioni del terreno, di prodotti chimici, di frutta e verdura buttate al macero, di cereali usati per nutrire animali di cui poi si consumerà un terzo della carne o meno. E’ tanto vero lo spreco e l’inefficienza di tale agricoltura, che oggi l’energia consumata per produrre un qualsiasi frutto, ortaggio ecc. è molto maggiore dell’energia che tali prodotti hanno insita in sé. E, colmo del ridicolo, oggi si coltivano milioni di ettari di cereali o leguminose per farne carburante o combustibile per le centrali a biomasse, mentre non coltivandoli si risparmierebbe più energia di quella che si produce. Ma tutta questa follia fa girare soldi che vanno nelle tasche della grande industria. Ma chi ha dato alle multinazionali, Monsanto in testa, e ai loro accoliti, il potere con cui ora conducono la guerra di conquista? Gli stessi contadini, che si son fatti succubi di pesticidi e agricoltura industriale, e… noi, noi tutti, i consumatori di prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento industriale, che abbiamo riempito i loro forzieri e adesso…Adesso, se non li fermiamo, anche con i nostri consumi, con le scelte quotidiane, che hanno tanto peso sulla politica e sull’economia: un peso inimmaginabile, e lo dimostra il fatto che “essi” le temono più di ogni altra cosa, e cercano di condizionarle in tutti i modi… invece di impadronirsi della vita, finirebbero per impadronirsi soltanto della morte. Ogni zucca biologica, come le mie, avrà nutrito api e bombi; ogni zucca impestata le avrà uccise. E così è per i meli, i peri, i ciliegi, i legumi: i loro fiori e i loro frutti sono fonte di vita o dovrebbero esserlo. Nella nostra borsa della spesa sta la risposta.

Dorme nella corolla

l’ape spossata dal tardivo inverno,

l’accoglie la calendula

e se ne stanno immobili

dentro i loro colori

di sole.

L’ape è leggera

non inclina il fiore,

forse la calendula

sta medicandola

coi suoi poteri magici:

estratti di luce

misteri del sasso

e della terra.

Ambedue hanno

un secondo fine

ed è la vita.

Fonte: ilcambiamento.it

A Casa Di Bio: pizza itinerante per un’alimentazione sostenibile

Ristorazione biologica in versione itinerante per contribuire a rendere le persone consapevoli dell’importanza delle proprie scelte alimentari. Sono nati così i progetti “A casa di Bio” , ideati da Alessandro Beffa e Chiara Quiri che hanno saputo unire una forte motivazione etica ad un’innovativa idea imprenditoriale.

L’idea è quella di portare alimenti biologici e locali a fiere ed eventi legati all’ecologia ma, su richiesta, anche a convegni e feste private. Tutto è partito nel 2008 da un BioBar con prodotti biologici e solidali, per poi concentrarsi, a partire dal 2011, sulla pizza. È nata cosi la BioPizza itinerante: una vera e propria pizzeria mobile con forno a legna. Apprezzata in tutto il mondo, la pizza diventa così anche uno strumento di cultura e un’occasione per riflettere sull’importanza di cosa scegliamo come nostro “carburante” e sull’impatto che il cibo ha sull’ambiente. La BioPizza si contraddistingue per l’impasto semintegrale a lunga lievitazione e per l’utilizzo di ingredienti biologici, a km 0 e di ottima qualità. In poche ore vengono sfornate centinaia di pizze, servite poi in piatti realizzati con materiali riciclabili. Oltre alla pizza, vengono proposti primi vegetariani e vegani, bibite bio, birra artigianale a km0, erbazzone, panini e dolci senza zucchero e vegani.img_20120409_183254_595

Ogni fine settimana da aprile ad ottobre “A casa di Bio” fa tappa all’Ecoparco di Vezzano, in provincia di Reggio Emilia: un luogo dove si promuovono stili di vita sostenibili, dove gruppi, scuole e cittadini possono immergersi nella natura, vivendola in prima persona. L’Ecoparco è anche una vetrina del territorio dove le buone iniziative, le aziende virtuose, la biodiversità del luogo, i prodotti locali vengono proposti e fatti conoscere. Con l’obiettivo di diffondere consapevolezza sull’importanza delle scelte alimentari, “A casa di Bio” cura anche una Mostra sull’alimentazione ecologica e naturale . Il percorso della mostra invita a porre l’attenzione su ciò che portiamo a tavola, con particolare attenzione ad alcuni principi fondamentali (biologico, locale ed equo solidale) e offre la possibilità di scoprire i segreti per preparare in casa il pane con il lievito madre naturale, macinare e mescolare i cereali, fare la pasta in casa, coltivare le erbe e le spezie, lo yogurt, i germogli, il latte vegetale, l’aceto e tanto altro ancora. L’idea è quella di guidare le persone che prendono parte alla mostra alla scoperta di un modo diverso di vivere il rapporto con la cucina, con particolare attenzione ad alcuni principi fondamentali tra cui quello delle “3V” (vario, vegetale, vivo).197960_156982527694390_7266801_n

“A casa di Bio” rappresenta anche uno degli innumerevoli esempi di come, di fronte ad una crisi, si possa reagire con intraprendenza, costruendo un’opportunità. “Nessuno viene nella mia pizzeria? Io porto la pizzeria dalla gente e la faccio bio, con gli ingredienti del posto”. Come ci racconta Alessandro Beffa, è così che – grazie anche ad un finanziamento di Mag 6  – è nata la loro ditta a conduzione familiare. Da allora, è stata tutta un’altra pizza!

Visualizza “A casa di Bio” sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

Il sito di “A casa di Bio” 

Fonte : italiachecambia.org

“Anche il biologico torni alla produzione locale”

Da 35 anni impegnati nell’agricoltura biologica con un’azienda in costante crescita e con un recente +13% nelle vendite. I membri della cooperativa La Terra e il Cielo fanno il punto di un’attività in cui hanno sempre creduto ma che oggi “conosce scenari inattesi perché molti vi vengono a cercare solo il business”. A parlare è Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa.cooperativa_terra_cielo

La cooperativa è in crescita? Com’è la situazione attuale in un mondo dove il biologico non rappresenta più una nicchia sconosciuta?

“Noi siamo da 35 anni nel biologico; oggi il mondo del bio è diventato interessante per i grandi gruppi e ci siamo accorti che le cose sono cambiate. Ora ci sono anche scandali, 30 anni fa c’erano solo gli idealisti che credevano nella coltivazione naturale, oggi tanti si buttano solo per business. Ma nonostante la crisi e gli scandali, il biologico cresce in maniera costante, secondo i dati Nomisma del 17 %. Anche noi rispettiamo questa tendenza con una crescita noi del 13%. Il problema però è che, mentre il biologico cresce, non tutte le aziende bio fanno altrettanto. Questo vuol dire che arrivano sempre più prodotti bio dall’estero e non sempre c’è trasparenza. La sfida è promuovere l’agricoltura biologica vera, perché sennò rischiamo di perdere un altro treno importante. Non è facile, le istituzioni in questo non ci danno una mano. Il biologico ha difficoltà non perché non produce reddito, ma perché è schiacciato dalla burocrazia. Il problema enorme è dato dai contributi che hanno generato una burocrazia spaventosa alla quale inginocchiarsi: se non arrivano l’azienda fallisce. L’obiettivo sarebbe arrivare a non chiedere nessun contributo. Il 40% del bilancio della comunità europea va all’agricoltura, ma realmente alle aziende agricole finisce molto meno. Noi abbiamo fatto un calcolo nella regione Marche dove alle aziende finisce il 25%. Conosco bene anche la regione Veneto dove abbiamo una cooperativa associata da diversi anni; lì alle aziende arriva solo il 18%. I soldi quindi vengono fagocitati prima di arrivare agli agricoltori. Il contributo schiavizza il produttore agricolo, noi dobbiamo slegarci da questo”.

Quali sono la mission e l’ideologia di base della cooperativa?

“Siamo un’azienda pioniera nel biologico. Quando abbiamo iniziato nel 1980 eravamo un gruppo di giovani, venivamo dagli anni ’70, poi ci siamo ritirati in campagna con l’idea finale di portare sul mercato dei prodotti sani. Il Comune di Senigallia decise di concederci un affitto politico, siamo rimasti in piedi con donazioni ed è partita l’esperienza di 32 ettari di agricoltura naturale, nell’ottica di rispettare l’ambiente e l’operatore agricolo, tutelare l’economia rurale e anche esportare l’agricoltura bio dei paesi extra Cee senza andar dietro alle speculazioni del mercato. Siamo partiti come cooperativa di conduzioni terreni, poi negli anni stavano nascendo aziende bio ed è venuto fuori il problema di come e dove commercializzare i prodotti. Nell’85 abbiamo modificato lo statuto perché c’era l’esigenza di unire le aziende, siamo passati a cooperativa di soci lavoratori”.

Quali sono i principi a cui non si deve rinunciare nonostante la crisi economica e la concorrenza?

“Naturalmente è la qualità del prodotto ma occorre tener conto del fatto che i prezzi dei prodotti alimentari non sono reali, vengono abbassati talmente tanto da non considerare i costi sociali e ambientali. Prendiamo ad esempio un pollo da allevamento intensivo; se andiamo a calcolare tutti i costi ambientali e sanitari che ha quel prodotto, che costa pochissimo, dovrebbe allora costare molto di più rispetto a quanto lo paghiamo. So purtroppo che ci sono persone che magari non arrivano alla fine del mese, ma non è giusto mangiare cibi non adeguati. Peraltro quel modo di produrre diventa concorrenza sleale. È tutto da rifondare; non si parlare di pasta a 39 centesimi al mezzo chilo, perché solo la semola di grano duro viene a costare più della pasta. Bisognerebbepuntare a un prodotto di qualità a un prezzo giusto, né troppo né poco, senza speculazioni in ribasso e in rialzo. Noi stiamo facendo questo. Stiamo nel nostro piccolo tentando di fare questo perché non è semplice. Anche nel mondo del biologico purtroppo c’è tanta concorrenza sleale, ci sono tantissimi prodotti che non sono tracciati. Io mi metto in concorrenza con chi mi garantisce una filiera tracciata italiana, con chi garantisce un prezzo giusto ai produttori. La pasta è il nostro prodotto principale; tutto il nostro prodotto integrale è macinato a pietra, nel mercato integrale invece ci sono anche il mulino a cilindri che non è ideale per ottenere un buon prodotto (la pasta bianca usa quello a cilindri). La maggior parte della pasta integrale in Italia non è veramente integrale: prendono la semola e la crusca e le mettono insieme. Che concorrenza è questa! Il mulino a pietra è fondamentale, lascia il germe e il suo contenuto proteico. Anche nell’ultima fase, la pastificazione a essiccazione lenta e a bassa temperatura, c’è un mondo da scoprire. Oggi sia nel convenzionale ma anche nel biologico, la maggior parte delle paste sono essiccate ad alta temperatura, così il calore distrugge tutte le sostanze nutritive, in pochissimo tempo avviene una perdita nutrizionale.  L’Istituto Nazionale della Nutrizione, dopo l’avvento alla fine anni ’70 dell’alta temperatura, ha condotto una ricerca sugli amminoacidi e la perdita nutrizionale: essiccando a 50 gradi risulta essere del 22%, a 80 gradi è del 47%. Oggi si essicca a 120 gradi! Noi impieghiamo 24 ore per essiccare la pasta, gli altri 4 ore. Noi cerchiamo di fare un prodotto di qualità. Chiaramente costa di più e chiaramente chi non ha soldi fa più fatica a comprarlo, se però ci si organizza con i gruppi d’acquisto noi possiamo portare il prodotto a un prezzo molto più interessante. È chiaro che se noi vendiamo ai distributori, i distributori al negozio e il negozio al consumatore ci sono tanti passaggi e il prezzo aumenta; se c’è il rapporto diretto con il gruppo d’acquisto costa molto meno”.

Da dove provengono i prodotti che vendete?

“La nostra cooperativa è composta da 100 aziende agricole soprattutto piccole, il 95% marchigiane, più qualcuna fuori regione per tutelarci negli anni di raccolto scarso. Quest’anno è stato disgraziato per il raccolto; abbiamo aziende in Lazio e una cooperativa in Basilicata per sopperire alle annate difficili”.

Quali sono i vostri prodotti principali?

“La pasta perché produciamo grano duro qui nelle Marche. Abbiamo 80 tipologie di pasta bio, di semola, bianca, linee trafilate al bronzo, integrale e semi integrale di farro. Inoltre abbiamo ripreso vecchie varietà dei contadini come la pasta di fave. Abbiamo anche recuperato i grani antichi, oggi le sementi convenzionali sono selezionate per fare grande produzione ma non qualità. Il primo cereale che abbiamo recuperato è stato l’orzo, una varietà scomparsa che andava molto negli anni guerra quando c’era il blocco del caffè. Allora tutti si erano organizzati con caffè d’orzo mondo. È una varietà più buona e nutriente rispetto all’orzo normale. Anche il farro è stato rilanciato dal mondo bio, ma pure il Senatore Capelli. Abbiamo il grano antico Taganrog, molto presente in epoca romana qui da noi, poi surclassato da altre varietà e finito stranamente in Ucraina. È stato riportato in Italia dalla zona del mar Nero, infatti si chiama così perché Taganrog è una città sul mar Nero. Stiamo lavorando con i cereali antichi perché ci siamo accorti che non danno intolleranza al glutine anche se contengono più glutine rispetto ai grani moderni. I grani creati nel dopoguerra hanno portato un disastro totale. I grani antichi vengono riconosciuti e digeriti dall’organismo che invece non  riconosce i grani che hanno subito modifiche genetiche. È un lavoro di riscoperta di queste varietà”.

Vi siete scontrati con il mondo della grande distribuzione?

“Il nostro fatturato è per il 60% in Italia e per il 40% all’estero. In Italia il 60% è diviso tra distributori, direttamente ai negozi, ai Gas e, localmente, alla grande distribuzione. In particolare per i gruppi d’acquisto abbiamo un listino a parte, questo merita attenzione perché abbiamo un listino commerciale e uno dell’economia solidale anche perché noi siamo stati promotori della rete di economia solidale delle Marche (resMarche) e collaboriamo con la res nazionale. Se uno acquista poco prodotto lo paga di più; se il Gas si impegna a fare un acquisto minimo annuale ottiene sconti. Garantiamo anche trasparenza dei prezzi, forniamo tutti i calcoli del costo del prodotto: chiariamo quanto paghiamo il grano, i costi che abbiamo (trasporto, stoccaggio, macinazione, pastificazione) fino al costo della pasta finale, più i nostri costi generali, più il 2% di utile (una cooperativa deve comunque avere un piccolo utile per sopravvivere). Inoltre il 2% del fatturato generato dai Gas (1% noi e 1% Gas) va a progetti di economia solidale. Quest’anno faremo presto l’assemblea, c’è un patto chiamato Adesso pasta! Chi ha firmato il patto può partecipare all’assemblea e decidere con noi a chi destinare il 2% (circa 4-5mila euro all’anno). L’anno scorso sono andati all’associazione no OGM, l’anno prima a un’associazione in Brianza che lottava contro un’infrastruttura che rovinava azienda biologiche. Inoltre nelle Marche vendiamo anche alla grande distribuzione solo in un discorso di economia locale. Anche perché se vai a trattare con i grandi gruppi a livello nazionale hai costi elevati; a livello locale, invece, ti cercano loro perché hanno bisogno dello specchietto per le allodole. Quindi siamo presenti in diversi supermercati”.

Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono un vero produttore bio, che permettono all’utente di avere garanzie certe? La solita critica che i diffidenti del biologico fanno è che nessuno può garantire che un prodotto sia biologico davvero. Ora che anche i grossi produttori/distributori (Coop, Conad… ) si sono messi a fare bio, cosa fa realmente la differenza?

“Di produttori storici siamo rimasti pochissimi, noi crediamo nella salvaguardia del piccolo produttore a livello sociale, ambientale perché dove ci sono le grandi aziende è un discorso diverso. La piccola azienda tutela e presidia di più il territorio, però è anche quella più in difficoltà, non riesce a stare dietro ai costi più alti. L’agricoltura industriale ha fallito, sia quella convenzionale che quella biologica. Ci sono 3 tipi di agricoltura bio: l’agricoltura biologica di frode; quella del contributo, cioè quella di chi semina solo per prendere il contributo; e l’ultimo tipo, l’agricoltura di piccola scala dei piccoli produttori. Con piccoli produttori intendo sui 50 ettari. In Italia c’è una grande discussione sulle frodi del biologico e si parla allora di rendere le regole più restrittive. Ci rimettono i piccoli agricoltori perché sono schiacciati dalla burocrazia che si crea intorno ai contributi. Che è spaventosa. A noi è successo qui nella nostra valle l’anno scorso, hanno tolto i contributi a diverse aziende associate. I grandi speculatori pensano solo a compilare i registri aziendali, invece un agricoltore chinato a coltivare la terra può sbagliare una data o un campo e allora viene tagliato fuori. Quindi bisogna rendere più severe le regole nel modo giusto sennò sono sempre i grandi produttori che vanno avanti a frodare e i piccoli a rimetterci. La FAO dimostra in uno studio che ancora per quasi il 70% il mondo mangia con i piccoli produttori e non con l’agricoltura industriale. Ora che l’agricoltura industriale ha fallito, ci propongono gli OGM. Noi dobbiamo opporci e salvaguardare le piccole aziende; nel bio è giusto che ci sia la certificazione per garantire il consumatore, però le certificazioni costano sempre di più e una piccola azienda fa fatica”.

Secondo i parametri convenzionali bisogna sempre incrementare la produzione e crescere per essere concorrenziali; voi che intenzioni avete?

“Per organizzarci al meglio dovremmo fare un salto di qualità nel percorso produttivo e ci manca un anello nella filiera della pasta (che è il 70 % della produzione): il pastificio. Collaboriamo con un pastificio artigianale da 32 anni. Il problema è che questo pastificio non ha futuro, il titolare va in pensione e gli eredi non ne vogliono sapere. Siamo quindi costretti a fare il salto di qualità e ammoderneremo pastifici vuoti. È ovvio che per fare un pastificio devi avere un fatturato minimo. Crescere è importante, ma noi non vogliamo diventare una grande azienda nè crescere solo per fare fatturato. Vorremmo solo vendere a un prezzo giusto. Comunque siamo per un’economia di sussistenza su piccola scala; abbiamo un fatturato di 20 milioni di euro quindi siamo piccoli. Dagli anni 80, ma soprattutto dai 90, abbiamo iniziato a vendere all’estero. Ci sono problemi di impatto ambientale ed economici e preferiamo privilegiare lo sviluppo di un’economia più locale. Stiamo promuovendo aziende della nostra valle, la valle del Nevola da Arcevia a Senigallia, nelle Marche. Tutti i Comuni eccetto uno hanno iniziato ad acquistare i prodotti e con i sindaci stiamo promuovendo l’agroalimentare bio, sviluppando l’agricoltura bio e le energie rinnovabili. In base consumi nazionali pro capite di pasta, nella nostra valle si consumano 24000 quintali di pasta all’anno; noi produciamo 8000 quintali di pasta all’anno rifornendo tutta l’Italia ed esportando in più di 20 paesi del mondo. È assurdo! La nostra produzione basta per un terzo della popolazione della zona, è chiaro che non riusciremo mai a venderla tutta qui ma dobbiamo puntare sull’economia locale”.

http://www.macrolibrarsi.it/data/partner/2867/31489.html

fonte: ilcambiamento.it

Banca Etica scommette sul biologico: venti milioni di credito e non si ferma

Venti milioni di euro, a tanto ammonta il credito che Banca Etica ha in corso con le aziende agricole del biologico, cifra che potrebbe aumentare dopo l’accordo siglato di recente con Federbio. Una scelta di campo, «perché anche se siamo nel campo del profit, il biologico rappresenta un’agricoltura sostenibile che ha ricadute positive sulla salute dell’uomo e dell’ambiente» spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica.agricoltura_biologica_banca_etica

Aiab è tra i soci fondatori di Banca Etica, che a sua volta ha contribuito alla nascita di Icea, ente di certificazione del biologico. Ora è arrivato anche l’accordo con Federbio ad ampliare ancor più la gamma delle possibilità garantite agli operatori di un settore in crescita «che incontra e rispetta in pieno quelle che sono le nostre finalità, cioè un uso responsabile del denaro per finanziare quelle realtà che apportano valore aggiunto positivo alla nostra società in una visione di economia sostenibile» spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica. Quello dell’agricoltura biologica è stato il primo settore al quale la banca cooperativa si è rivolta quando ha deciso di aprirsi anche ai settori del profit, mentre prima si dedicava solo al non profit. «Ci siamo resi conto che si può fare molto di positivo anche in questo senso, si può contribuire anche così al bene comune e alla salvaguardia dei diritti – aggiunge Biggeri – il biologico è stato una scelta di campo decisa, perché è sostenibile e rispettoso della salute dell’uomo e dell’ambiente». Questa scelta è stata ora coronata dalla convenzione con Federbio, Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica. Banca Etica finanzia le aziende che vogliono iniziare, quelle che vogliono ammodernarsi e anche quelle che vogliono convertirsi, prevedendo prestiti che hanno a che fare con l’attività specifica dell’azienda ma anche, per esempio, l’installazione di dispositivi che permettano di utilizzare energie rinnovabili, come i pannelli fotovoltaici. Un grande aiuto, dunque, per chi ha le idee chiare su quale direzione imboccare nel rispetto della sostenibilità e dell’ambiente e che spesso non riesce invece a ottenere linee di credito dalle banche mosse da interessi ben meno nobili. Tanti, poi, al di là del mondo del biologico, sono i progetti sui quali Banca Etica ha concentrato la propria attenzione, fungendo a volte da vero e proprio volano per realtà che poi si sono affermate e hanno proseguito sulle loro gambe, con basi solide. «Come ad esempio la Cooperativa siciliana Lavoro e Non Solo che lavora le terre confiscate alla mafia. Abbiamo poi un’operazione di workers buyout con un’azienda ceramica della provincia di Reggio Emilia,la GresLab, dove i lavoratori hanno rilevato la fabbrica dai precedenti proprietari  e hanno dato vita a una cooperativa. Ci sono poi le operazioni che riguardano scuole che hanno installato sui tetti i pannelli solari grazie all’impegno dei genitori, i progetti con Medici senza Frontiere per i quali abbiamo anche un conto dedicato e i gruppi di autocostruzione. Poi ancora i salvataggi delle Case del Popolo dell’Arci in Toscana quando rischiavano di essere tutte vendute a privati. Voglio poi anche citare – prosegue Biggeri – il consorzio Abn di Perugia che è partito dal nulla grazie a noi e ora è un colosso con esigenze di credito di diversi milioni di euro.  Insomma, vogliamo essere un acceleratore di quell’economia che produce le cose “giuste”, le cose positive, quelle che fanno bene a noi e al territorio».

Fonte: ilcambiamento.it

Biologico, boom di vendite in Italia: +17% nei primi 5 mesi del 2014

Nonostante la crisi dei consumi nel settore alimentare cresce il segmento dei prodotti biologici che fa registrare un incremento record del 17,3 per cento proprio nella GDO e per i prodotti confezionati

I prodotti biologici piacciono e convincono gli italiani tanto che sono gli unici prodotti che fanno registrare una impennata nei volumi di vendita. Mentre per il resto del comparto alimentare si registra una flessione dell’1,4% l’incremento riguarda i prodotti confezionati con marchio bio venduti nella grande distribuzione: tra gli scaffali gli italiani scelgono:

pasta, riso e sostituti del pane (+73 per cento), zucchero, caffè e tè (+37,2 per cento), biscotti, dolciumi e snack (+15,1 per cento). Aumenti piu’ contenuti – precisa la Coldiretti – si rilevano invece per gli ortofrutticoli freschi e trasformati (+11 per cento), le uova (+5,2 per cento), i lattiero-caseari (+3,2 per cento) e le bevande bio (+2,5 per cento).

I dati sono stati snocciolati al SANA – Salone Internazionale del Biologico e del Naturale che chiude a Bologna domani e dove si vive grande entusiasmo per questo mercato in netta espansione. Conferma la tendenza al rialzo anche lo studio Nomisma per Federbio rivela che negli ultimi 12 mesi le famiglie italiane che hanno acquistato almeno un prodotto bio dal 53% del 2012 al 59% del 2013 (più 2,2 milioni di famiglie acquirenti) e che la spesa pro-capite è passata dai 28 euro del 2011 ai 39 euro attuali. Il mercato in Italia vale 2,32 miliardi di euro e la crescita è del 6,7 per cento rispetto al 2012 con una quota bio sulla spesa totale del + 1,96 per cento.86541117-620x350

Spiega Coldiretti:

Ben il 45 per cento di italiani mette cibi biologici nel carrello regolarmente o qualche volta con un fatturato stimato pari a 3,5 miliardi per il 2014

Secondo l’indagine Nomisma emerge che ciò che innesca nei consumatori la preferenza per il biologico riguarda proprio lo stile di vita per cui si sceglie di essere molto attenti ai cibi che si portano a tavola. Infine il 2015 si prospetta radioso con il 19 per cento dei consumatori che annuncia di voler aumentare la spesa di biologici e con il 70% che dichiara di volerla tenere stabile; appena l”11 per cento dichiara di volerla ridurre. Per il 2015, infine, le famiglie intervistate non prevedono un’inversione di tendenza: il 19% dichiara che aumenterà la spesa bio nel 2015; il 70 per cento annuncia che la manterrà stabile, mentre solo l’11% prevede di ridurla.

Fonte:  Coldiretti, Italiafruit

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Olio extravergine d’oliva biologico falso, sequestri tra Puglia e Calabria

E’ dall’alba di stamane che tra Puglia e Calabria si sta svolgendo una maxi operazione per smascherare la produzione e commercializzazione di falso olio extravergine d’oliva biologico. Il giro d’affari basato sulla vendita di olio extravergine di oliva biologico fruttava circa 30 milioni di euro all’anno a tre associazioni a delinquere che si muovevano tra Puglia e Calabria. Peccato però che nelle bottiglie, di olio biologico non se ne trovasse neanche una goccia. E così che dall’alba di stamane è in atto una vasta operazione di controlli e sequestri tra la Puglia e la Calabria per smascherare i falsi produttori di olio di oliva extravergine biologico. L’operazione è stata disposta dalla Procura della Repubblica di Trani e condotta dalla Guardia di finanza di Andria in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Ispettorato Repressione Frodi di Roma e Bari) e l’Agenzia delle Dogane. Il bilancio dei controlli conta 16 ordinanze di custodia cautelare (di cui 2 in carcere) e il sequestro preventivo per 15 aziende che sotto la guida di tre associazioni a delinquere facevano girare un commercio da 30 milioni di euro all’anno. Imprenditori pugliesi con la complicità di altri imprenditori calabresi trasformavano olio di oliva comunitario, in genere proveniente dalla Spagna in pregiato olio di oliva biologico italiano. La truffa era organizzata alla perfezione e si basava sulla produzione di fatture false che comprovavano l’acquisto dell’olio biologico in Italia. In realtà le tre associazioni a delinquere di cui due facenti capo a un imprenditore di Adria compravano olio dalla Spagna e lo etichettavano come extravergine biologico italiano. Sotto sequestro anche 400 tonnellate di olio la cui qualità risulta scadente perché o contaminato o miscelato con altri grassi di provenienza sconosciuta.469829929-620x350

Il danno d’immagine per l’agricoltura biologica è altissimo considerato che è uno dei pochi settori che fa registrare una crescita a due cifre. Ogni anno il mercato del bio in Italia fattura 21,5 miliardi di euro e impiega 50 mila persone miliardi di euro e i contraffattori ne sono attratti.

Fonte:  Andria Live

© Foto Getty Images

Spesa di stagione: i prodotti del mese di Febbraio

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Frutta tanta frutta, solo frutta! Sì, perché se a febbraio il tempo non accenna a placarsi significa che i malanni di stagione sono sempre dietro l’angolo. Meglio premunirsi e continuare a comprare arance che non solo fanno bene ma allontanano i sintomi del raffreddamento. Se poi siete stanchi  di arance, mandarini e clementine ed avete bisogno di vitamine, i kiwi fanno al caso vostro. PotassioFosforo, Magnesio, Vitamina C, Calcio, Ferro e fibre ecco il patrimonio di questo gustosissimo frutto. I dietologi e i nutrizionisti li consigliano perché ricchi di acqua e proteine e danno un basso apporto calorico, solo 40 calorie per 100 gr di frutto. Ottimi per le diete, i kiwi diventano eccezionali nella prevenzione delle anemie e per contrastare gli effetti dei radicali liberi. Altri frutti di stagione sono le mele, i pompelmi ricchi di fibre,flavonoidi, vitamine A, B, C e pectine, e infine i limoni. Quest’ultimi possono essere utilizzati per delle deliziose insalate, mentre le scorzette possono essere grattugiate e mangiate, ricordate però di accertarvi che il frutto sia biologico. Bere succo di limone poi serve ad abbassare il livello del colesterolo, allevia i sintomi del mal di gola e aiuta a digerire i grassi. Strofinare poi uno spicchio di limone sui denti, una volta alla settimana, li rende più bianchi. Tra le verdure del mese di febbraio troviamo bietole, carciofi, carote, cavoli e cavolfiori, cicoria, cipolle, indivia riccia, lattuga invernale e spinaci. Quest’ultimi  hanno un basso contenuto di calorie, sono ricchi di minerali e fanno bene al cuore e al pancreas. Ricordatevi di comprarli solo se sono freschi e con le foglie verdi. La presenza di foglie gialle e appassite sono infatti sintomo di prodotto scadente. A fine Febbraio poi è possibile raccogliere le foglie del tarassaco ottime da consumare crude, per quanto riguarda invece il pesce, febbraio è il mese ideale per sogliola e spigola mentre sardina, merluzzo e sgombro pur essendo tipici di questa stagione sono considerate specie a rischio di estinzione. Attenti dunque alla spesa, un occhio più attento salvaguarderà la salute e il portafogli.

 

Fonte: tuttogreen.it

Apre a Milano il ristorante crudista e biologico GreenInc

Un ristorante crudista e biologico ricco di prodotti freschissimi: si chiama Green Inc e ha appena aperto a Milanomg-0751

Mangiare bene è la prima eccezionale forma di prevenzione per la salute e cura per la bellezza che possiamo mettere in atto.GreenInc ristorante crudista e vegetariano che ha aperto da poche ore a Milano in via Via Meravigli 16, fa di questa visione un menù completo da gustare sia nelle sue sale sia da asporto. Per ogni piatto proposto dallo chef sono elencate le proprietà benefiche e quali elementi apporta all’organismo per migliorare le funzionalità dei sistema immunitario o per effetti anti-aging per la pelle.

Il menù del GreenInc ritorante crudista e biologico a Milano

GreenInc è un progetto di Nina Maier e Martina Muehlhofer, due amiche tedesche che propongono la tendenza dei locali di raw and organic food – cibo crudo e biologico – ma all’italiana e con i piatti della cucina mediterranea. Ecco dunque comparire nel menù la lasagna cruda che appaga i palati vegan e crudisti con strati di zucchine e avocado legati da salse a base di pesto con pomodori secchi, basilico e anacardi; ci sono poi le insalate che mettono assieme ingredienti dalle proprietà antiossidanti come ravanelli, melagrana, anacardi, albicocche, uvetta; per i più affamati o che preferiscono gusti meno decisi ci sono pane di zucca, pane di lino e pane di segale con formaggi, salumi e verdure con ingredienti tutti biologici. Ancora se proprio si ha tantissima fame nel menù viene proposta la selezione “Get Satisfied” con la Provence’s Ratatouille con melanzane, zucchine, pomodorini, cipolle e erbe che per le sue proprietà è antiossidante, diuretica e aiuta il sistema immunitario; oppure le tagliatelle alla salsa di carciofi benefiche per digestione e colesterolo e per i più tradizionalisti hamburger di carne di manzo con cipolle uova e barbabietole. Infine il progetto si completerà tra qualche settimana quando sarò proposto il GreenInc kit ovvero il pacchetto di 7 giorni di dieta detox con pasti completi o consegnati a casa o consumati in ristorante abbinati al corsodi Power Yoga domicilio.

Fonte. ecoblog

Sana 2013,Vandana Shiva inaugura il Salone del biologico e del naturale

Si svolge a Bologna, dal 7 al 10 settembre, la venticinquesima edizione del Salone Internazionale del biologico e del naturale. Tutte le informazioni sulla manifestazione

 

 sabato 7 a martedì 10 settembre torna Sana 2013, il Salone Internazionale del biologico e del naturale, la manifestazione di riferimento nel settore dei prodotti bio e naturali che quest’anno compie 25 anni. A tagliare il nastro dell’edizione che festeggia il quarto di secolo sarà Vandana Shiva, la scienziata ed ecologista fondatrice dell’associazione Navdanya e del Centro per la Scienza, la Tecnologia e la Politica delle Risorse Naturali di Dehra Dun (India). Nel suo intervento Semi di libertà, giardini di speranza. L’agricoltura biologica per salvare il mondo si concentrerà, oltre che sul ruolo che va riconosciuto all’agricoltura.

biologica, anche sulla campagna internazionale da lei promossa a tutela della biodiversità dei semi, contro i brevetti delle sementi industriali. All’inaugurazione sarà presente anche Maurizio Martina, sottosegretario alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali con delega all’EXPO 2015 di Milano, mentre ad animare e coordinare l’apertura ci sarà Serena Dandini, la conduttrice televisiva che ha dato alle stampe Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini.

La manifestazione fieristica – l’unica, in Italia, interamente dedicata al biologico certificato – è in programma al Quartiere Fieristico di Bologna ed è organizzata da BolognaFiere in collaborazione con Federbio, con il patrocinio dei Ministeri delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, dell’Ambiente, dello Sviluppo Economico e di Expo 2015 di Milano, e il supporto di Ifoam.

Sana 2013 propone ai visitatori, professionali e non, i prodotti dell’agricoltura biologica, a base di erbe officinali e i cosmetici naturali e biologici.

Sana 2013, i settori e gli eventi

Tre sono i settori merceologici della manifestazione:

1) L’alimentazione: è il settore dedicato esclusivamente alle aziende con produzioni biologiche certificate, la cui verifica delle certificazioni è affidata a una Commissione di controllo esterna, composta dai rappresentanti degli organismi di certificazione.

2) Il benessere: si tratta del settore dedicato alle aziende coon produzioni bio certificate e naturali a base di erbe officinali.

3) Altri prodotti naturali: propone una selezione dei prodotti a basso impatto ambientale da utilizzare in casa p nella vita quotidiano e, anche in questo caso, le certificazioni sono affidate a una commissione interna.

Saranno circa 100 i momenti di incontro dell’edizione 2013, fra convegni, incontri e workshop. Verrà consegnato il terzo Sanaward Benessere che premierà le Erboristerie che abbiano maggiormente investito sull’innovazione e sul servizio al cliente. Nell’area Sana Novità verranno esposti 150 prodotti innovativi, mentre nell’Osservatorio Sana saranno presentati i risultati di ricerche delle quali potranno beneficiare le aziende del settore. Con Sana Academy gli operatori del settore potranno prendere parte a corsi di aggiornamento sui temi di maggiore attualità condotti da esperti italiani ed internazionali.

Sana 2013: dove, quando, biglietti e contatti

Dove: Quartiere Fieristico di Bologna

Ingressi: Ingresso Aldo Moro e Piazza Costituzione

Data: da Sabato 7 a Martedì 10 Settembre 2013

Orari di apertura: Da Sabato 7 a Martedì 10 Settembre 2013 dalle 9:30 alle 18:30

Biglietti: Ingresso gratuito per operatori del settore, previa registrazione. Visitatori € 20,00

Show Office
BolognaFiere S.p.a.
Piazza Costituzione 6 – 40128 Bologna
Tel. 39.051.282111 – Fax. 39.051.6374031
sana@bolognafiere.it

Parcheggi: http://www.bfparking.it

Come arrivare a Bologna Fiere

Dall’aeroporto

L’Aeroporto Internazionale Guglielmo Marconi è direttamente collegato a BolognaFiere con il comodo servizio navetta AEROBUS BLQ. Il servizio è attivo in occasione di tutte le manifestazioni fieristiche (escluso Motorshow) e il prezzo della corsa semplice è di 5 euro. Per ulteriori informazioni consulta il sito: http://www.bologna-airport.it

Dalla stazione Fs

La Stazione Centrale di Bologna si trova a soli 10 minuti da BolognaFiere ed è collegata agli ingressi di Piazza Costituzione e Viale Aldo Moro dalle linee 35, 35/ e 38.

Dall’autostrada

Da Firenze, Milano e Ancona: prendere direttamente l’uscita “BOLOGNA FIERA” sull’autostrada A14. Da Padova: tangenziale uscita 8 per Ingressi Nord, Michelino, Moro e Parcheggio Michelino; tangenziale uscita 7 per Ingresso e Parcheggio Costituzione.

In autobus

Il Quartiere Fieristico di Bologna è raggiungibile ogni giorno con le linee ATC a tariffa urbana 28 – 35 – 35/ – 38 – 39 e durante le manifestazioni fieristiche, con la linea speciale diretta BLQ AEROBUS Aeroporto-Fiera.

Via | Sana 2013

 

“Fabbriche dei materiali” per il Lazio? Alla scoperta dei nuovi sistemi di gestione dei rifiuti residui nell’ottica della sostenibilità e flessibilità

Intervista di Eco dalle Città ad Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza: “Gli impianti di trattamento meccanico biologico del Lazio sono di vecchia concezione, e finalizzati alla produzione di combustibile da rifiuto (ex CDR oggi CSS). Sarebbe invece possibile proporne una riconversione a criteri di maggiore sostenibilità, efficienza e flessibilità”374953

In occasione del dibattito sul futuro dei rifiuti nel Lazio sentiamo spesso parlare di impianti di trattamento meccanico biologico. Coerentemente con quanto richiesto dalla procedura di infrazione dell’Unione Europea, che chiede di attivare prima possibile impianti di pretrattamento del rifiuto residuo, come stabilito dalla Direttiva sulle Discariche 99/31, l’ordinanza del sindaco di Roma dell’aprile scorso ha infatti disposto che i rifiuti della Capitale siano portati temporaneamente presso gli impianti Tmb del Lazio. Ma cosa entra e cosa esce da un impianto di questo tipo? E quale potrebbe essere la strada da prendere per portare il ciclo dei rifiuti di Roma ad una gestione ordinaria e sostenibile? Eco dalle Città lo ha chiesto ad Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza: «Come prima cosa – ha spiegato Favoino – occorre precisare che gli impianti di trattamento meccanico biologico del Lazio sono di vecchia concezione, e finalizzati alla produzione di combustibile da rifiuto (ex CDR oggi CSS). Sarebbe invece possibile proporne una riconversione a criteri di maggiore sostenibilità, efficienza e flessibilità, come avviene nella nuova generazione di impianti a freddo attivi od in corso di realizzazione in molti territori e conosciuti come “Fabbriche dei materiali”». «Per tradurre operativamente i principi di sostenibilità indicati dalla strategia europea di gestione dei rifiuti – ha continuato Favoino – abbiamo anzitutto bisogno di flessibilità ed adattabilità all’aumento delle raccolte differenziate e delle pratiche di riduzione del rifiuto, come richiesto – ed in buona misura imposto – dalle politiche e strategie europee di gestione dei rifiuti. Bisogna sottolineare ancora una volta che il trattamento del rifiuto residuo è solo una condizione accessoria all’elemento centrale di tali strategie, ossia la massimizzazione del recupero di materia, e deve essere coordinato a tale obiettivo prioritario, consentendone la crescita. Qui interviene il primo problema con gli inceneritori, in quanto sono impianti che devono avere un flusso costante di rifiuti nel corso del tempo. Per quanto riguarda il co-incenerimento, in prima battuta pare più flessibile, ma se andiamo ad analizzare i contratti con gli impianti di destinazione, anche questi richiedono determinate tonnellate per periodi medio-lunghi (ad esempio vent’anni). Inoltre ad oggi (tranne che in un paio di casi) tutte le esperienze di co-incenerimento prevedono una tariffa di conferimento da pagare. E qui sta un primo vantaggio per le “Fabbriche dei Materiali”, poiché finalizzandole al recupero di materia non avrò più una tariffa da pagare ma avrò invece introiti dal collocamento dei materiali sul mercato».
Secondo Favoino «gli impianti di trattamento a freddo finalizzati al recupero di materia oltre a rispondere ai bisogni di flessibilità ed adattabilità (in relazione all’andamento della differenziata) possono inoltre soddisfare le necessità di scalabilità (efficienza anche a dimensioni notevolmente inferiori a quelle tipiche per impianti di incenerimento) e dunque di prossimità a seconda degli scenari e delle peculiarità del territorio locale interessato. Inoltre, tutto considerato, per costruire un inceneritore in Italia ci vogliono 7-8 anni. Per un impianto di trattamento a freddo occorrono tempi considerevolmente più brevi (il che consente di dare una risposta veloce alla necessità di pretrattamento, ancora non rispettata in gran parte del territorio nazionale) o in alcuni casi ce li abbiamo addirittura già, come vecchi impianti di TMB, e basta riconvertirli. E’ il caso del Lazio. Qui abbiamo impianti di vecchia generazioni finalizzati alla produzione di CDR per incenerimento e gassificazione. Questi impianti potrebbero essere riconvertiti al recupero di materia con integrazioni e modifiche tecnologiche di piccola entità, riducendo da subito l’avvio a discarica e migliorando le economie complessive del sistema». Com’è fatta una Fabbrica dei materiali? «Un impianto di recupero di materia dal rifiuto residuo (RUR) – ha spiegato Favoino – è costituito da due sezioni parallele di trattamento: in una viene lavorata la frazione residua (sottovaglio) che contiene ancora componenti fermentescibili. Questa viene resa “inerte” attraverso un processo di “stabilizzazione” (del tutto analogo al compostaggio) in modo da minimizzarne gli impatti relativi alla collocazione a discarica. Nell’altra sezione (che tratta il sopravvallo) viene fatto invece il recupero dei materiali, attraverso una combinazione di varie separazioni sequenziali (ad esempio separatori balistici, magnetici, lettori ottici) analogamente a quanto avviene nelle piattaforme di selezione dei materiali da raccolta differenziata. E’ immediato accorgersi che un impianto di questo tipo, è perfettamente adattabile all’aumentare della raccolta differenziata: si aumenterà la lavorazione del rifiuto differenziato (compostaggio dell’organico e selezione delle frazioni CONAI) e si diminuirà parallelamente il trattamento del residuo, lavorando su diverse linee o diversi turni».  «Il concetto di “fabbrica dei materiali” è stato già adottato od è in corso di adozione da parte di diversi territori, che stanno convertendo a questo concetto vecchi impianti di TMB o realizzando siti dedicati; quest’ultimo è il caso ad esempio della Provincia di Reggio Emilia – ha sottolineato Favoino – che ha deciso, nel rispetto degli indirizzi europei sui rifiuti e dei principi di sostenibilità, di chiudere il vecchio inceneritore per puntare su questa tipologia di impianti in modo da accompagnare programmi di massimizzazione progressiva delle RD. Lo stesso concetto potrebbe essere adottato nel Lazio. In questo modo si potrebbe minimizzare fin da subito il ricorso alla discarica e si eviterebbe la necessità di ricorrere a gassificatori ed inceneritori». Favoino ha anche sottolineato che molti territori (Province, Consorzi) hanno iniziato a programmare nella direzione delle “Fabbriche dei Materiali”, oltre che per le esigenze di sostenibilità, economicità e flessibilità già richiamate, anche per evitare i rischi finanziari connessi alla realizzazione di inceneritori dedicati (che a causa della tendenza all’aumento progressivo delle RD e alla riduzione del RU complessivo, sta determinando crisi da sovracapacità di incenerimento in gran parte d’Europa, ed anche in qualche regione italiana); ma anche come risposta alle preoccupazioni sulle ricadute sanitarie. Su quest’ultimo aspetto, pur non tralasciando il tema delle diossine (le cui emissioni hanno di recente causato la chiusura o la sospensione della attività di diversi inceneritori), pare acquisire una attenzione crescente il tema delle nanopolveri (le polveri ultrafini). Su queste ultime si rileva in effetti un certo ritardo dal punto di vista della valutazione degli effetti e delle relative disposizioni regolamentari, motivo che sta portando molte voci della medicina a richiamare il principio di precauzione.

Fonte: eco dalle città