Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.9541-10298

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

Fonte: ilcambiamento.it

Orto bioattivo: oltre il biologico. Il cambiamento che passa dal cibo che mangiamo

L’agricoltura bioattiva non è una semplice alternativa all’agricoltura tradizionale ma un vero e proprio impulso alla consapevolezza a 360 gradi sul nostro cibo: dalla sua produzione alle sue qualità organolettiche e nutrizionali.orti

Si tratta di una visione che parte dalla centralità del rispetto alla terra, ai suoi tempi e cicli naturali, garantendo nel tempo la sua rigenerazione. I sistemi di lavorazione intensivi, infatti, impoveriscono gradualmente il suolo che deve essere continuamente arricchito con sostanze chimiche di sintesi per essere in grado di produrre in continuazione ed assicurare profitto. L’agricoltura bioattiva si propone come un nuovo metodo agronomico fondato su basi scientifiche e misurabili che trae il fondamento da leggi microbiologiche e naturali. L’approccio è una combinazione delle scienze e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa e nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto delle leggi naturali dalle quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati, orti urbani, piccoli orti come in campo aperto.

Ne parliamo con Andrea Battiata, ideatore del metodo, agronomo e Consigliere della Società Toscana Orticultura.

Può presentarsi?

Sono un Osservatore della Natura e neovegetariano flessibile. Riassumendo molto brevemente, da agronomo, ho avuto esperienza nell’allevamento di vacche da latte in Maremma per poi dedicarmi al vivaismo e alle piante ornamentali. Da quando sono diventato principalmente vegetariano ho studiato un metodo per produrmi cibo veramente nutriente per non dipendere da quello che trovavo in commercio che non mi soddisfaceva.

Che cos’è un orto bioattivo?

L’ortobiottivo è un esempio di come sia possibile produrre cibo ad alto contenuto nutrizionale (nutraceutico – bioattivo) prendendosi cura della fertilità naturale del terreno. Racchiude i meccanismi microbiologici osservati nel biotopo più fertile in natura: la foresta pluviale.

Come funziona esattamente?

Non è necessario lavorare la terra, non ci sono arature né zappature. Il suolo è naturalmente ricco ma in seguito alle lavorazioni viene alterato. Rigirando il terreno si interrompe, infatti, l’azione combinata degli essudati radicali, dei residui organici e dei batteri generando uno squilibrio. L’agricoltura tradizionale interviene utilizzando sostanze chimiche e fertilizzanti di sintesi. L’effetto però è temporaneo, il suolo si impoverisce dando la possibilità dello sviluppo di patologie. L’agricoltura tradizionale inquina, inoltre, le falde acquifere. Il suolo non viene mai compattato per far sì che ci sia la giusta areazione e non si usano concimi. Cerchiamo di ricreare ciò che accade normalmente in natura: una piantagione densa di piante a differenti stadi di crescita con diverse caratteristiche. Le radici non vengono estirpate e le erbe spontanee fanno parte di questo sistema. Si copre il terreno con una pacciamatura attiva: rami di bosco frammentati. Si tratta del sistema che in Francia si chiama BRF (Bois e Rameaux Fregmentés) che permette di risparmiare acqua. Le ramaglie sminuzzate arricchiscono il suolo e trattengono l’acqua consentendone un notevole risparmio. Il terreno normalmente migliora in breve tempo. C’è inoltre l’associazione delle piante in modo mirato. Le associazioni benefiche aiutano a controllare i parassiti.

Quali sono i vantaggi?

Avere la possibilità di far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, sali minerali, enzimi, antiossidanti in modo da riappropriarci della nostra salute, recuperare il rapporto con la natura acquisendo consapevolezza delle stagioni e dei cicli naturali, fare più esercizio fisico e aiutare il nostro pianeta. Si diventa custodi della Terra: si contribuisce alla conservazione della biodiversità, si recuperano tecniche tradizionali ormai sostituite da tecniche industriali.

Chi ha avuto l’idea, quanti siete e come siete partiti?

Più che di un’unica idea parlerei di un’ “esigenza” condivisa. Siamo in molti a sentire la necessità di alimentarci in modo sano ma spesso non sappiamo come farlo né come trovare un cibo prodotto da qualcuno di cui ci si possa fidare. A dire il vero chi è stato a darmi lo stimolo o, possiamo dire a provocarmi, è stata mia moglie! Ero insoddisfatto del cibo che trovavo e mi ha provocato dicendomi di coltivarmi da solo il cibo che volevo. Così, con l’aiuto di colleghi agronomi, agricoltori, università e appassionati, ho messo insieme i pezzi di un puzzle già esistente dandogli organicità e concretezza.

Qual è il vostro progetto?

Mettere in atto azioni tangibili per riprendere il controllo di quello che mangiamo. Proporre un metodo che superi il concetto di biologico e che sia in grado di garantire la qualità del cibo prodotto e non soltanto la certificazione della filiera. I progetti aperti in questa visione sono molti, con università (ricerca scientifica e sostenibilità), con le scuole primarie e secondarie, con l’Orto botanico di Firenze, con aziende agricole del territorio, etc…

Quali sono le differenze con un orto sinergico e con quello biodinamico? Puoi farci qualche esempio pratico anche relativamente al suolo, alla semina, alla pacciamatura e altre pratiche?

Abbiamo preso dalle esperienze del passato inclusa quella della Hazelip e di Steiner. Abbiamo semplicemente attualizzato i loro principi e integrato con quello che abbiamo imparato recentemente dall’osservazione della natura aiutati dalle ricerche scientifiche di laboratorio.

Qual è il vostro obiettivo?

Elenco di seguito gli obiettivi che è possibile raggiungere con l’ortobioattivo

ª  realizzazione di un terreno ad alta fertilità naturale

ª  produzione ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici

ª  rendere il sistema di facile gestione

ª  non usare alcun mezzo meccanico: il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato

ª  risparmio idrico con la copertura permanente del terreno

ª  assenza di inquinamento delle falde acquifere

ª  ottenere insalate con bassi contenuti di nitriti

ª  utilizzo materie prime locali (sabbie vulcaniche locali vs torba di importazione)

ª  attivare meccanismi di fertilità autorigenerante

Rispetto a un orto tradizionale com’è la produzione?

Qualitativamente gli ortaggi sono ricchi in sostanze nutraceutiche – bioattive. Quantitativamente la resa è dalle 5 alle 10 volte superiore.

Tutti possono fare un orto bioattivo?

Certamente! Una volta avviato è semplicissimo da gestire. Basta garantire che una volta raccolto (senza estirpare le radici) si ripiantino subito altri ortaggi e che venga mantenuta la pacciamatura.

E’ immaginabile un’agricoltura bioattiva su larga scala e quindi non solo per l’orto di casa?

Certamente. E’ la sfida in corso quest’anno. Abbiamo già esteso il metodo ad un appezzamento di terreno in grado di soddisfare il fabbisogno di molte famiglie per tutto l’anno.

Quanto è grande il vostro orto?

Ne esistono molti e il metodo di Ortobioattivo può essere applicato anche su sodo e non necessariamente solo su letti rialzati. Comunque, il più grande realizzato su letti rialzati ha una superficie di circa 500mq ed è in espansione!

Quanti orti bioattivi esistono in Italia o all’estero, se ce ne sono?

In italia sono circa 30. All’estero ci sono progetti per le isole canarie ma ancora è troppo presto per svelare i prossimi passi!

Chi volesse saperne di più:

www.ortobioattivo.com    ortobioattivo@gmail.com   https://www.facebook.com/ortobioattivo/

fonte: ilcambiamento.it

 

 

«Autoproduzione, così vinco la crisi»

Negli ultimi anni si sta registrando un aumento di persone sempre più consapevoli riguardo a quello che mangiano, che utilizzano per pulire o che mettono sulla pelle. Si osserva una maggiore ricerca del prodotto biologico e sostenibile, ma anche in questo campo ci sono non poche perplessità. Saranno davvero prodotti naturali? Quali sono la loro provenienza e il loro reale impatto sull’ambiente? Sarà giustificato questo prezzo più alto?autoproduzione_

Ed ecco che arriva il momento in cui si decide di coniugare risparmio, salute e ambiente cimentandosi nell’autoproduzione, cioè producendo da soli ciò di cui si ha bisogno a partire dalle materie prime. E c’è anche chi ha fatto dell’autoproduzione la sua pratica quotidiana, e non solo per i motivi elencati prima, ma per una vera ed innata passione. Questa è la storia di Maria Flavia Orlando, 48 anni, mamma, blogger, autrice del libro “Il sapone liquido fatto da me”, autoproduttrice a tutto tondo.

Flavia, quando hai iniziato a dedicarti al fai-da-te?

“Questa passione affonda le sue radici già dalla tenera età: eravamo 5 figli di genitori artigiani e quindi nel nostro sangue ardeva il fuoco dell’autoproduzione. Dal momento che non potevamo permetterci una vita lussuosa, costruivamo da soli i nostri giocattoli a cominciare dal monopattino, sino al prototipo di un motorino a scoppio. Crescendo ho sentito sempre più la necessità di creare ed iniziai ad appassionarmi contemporaneamente di pittura, cucito, bricolage, cucina, ricamo, giardinaggio e cosmetica. La mia mamma mi assecondava mettendomi a disposizione materiale di riciclo, per esempio le stoffe con cui, a soli 8 anni, cucivo tutti i vestitini delle mie bambole di pezza; inoltre dipingevo quadri su assi di legno recuperando le vernici che rimanevano sul fondo dell’impastatrice utilizzata da mio padre per produrre pitture nel suo colorificio artigianale; poi mi dilettavo anche con la cucina, il ricamo e la coltivazione di piantine; per finire, mi dedicavo a creare dei piccoli cosmetici, come per esempio burri di cacao fatti con cioccolata e cera d’api. Per le mie creazioni prendevo spunto da una famosissima enciclopedia che era molto in voga negli anni ’70, di cui ho riletto così tanto le pagine fino quasi a consumarle. Quando mia mamma vide che ottenevo dei buoni risultati, iniziò ad acquistare testi a buon mercato per far sì che io potessi studiare a casa”.

Grazie a studio, passione e dedizione, oggi Flavia è in grado di preparare cosmetici e detergenti naturali ed ecologici e le stesse materie prime, ottenendo prodotti quasi a costo zero. 

“Vivendo immersa in un fantastico bosco di ginepri del Chianti posso coltivare il mio piccolo orto, ricco di piante officinali, e avere la possibilità di cogliere frutti ed erbe che la natura mi dona. Poiché le mie finanze non sono mai state floride, ho sempre dovuto ingegnarmi a fare il più possibile da sola per riuscire a mantenere la mia famiglia composta da me, mio figlio Matteo e il nostro gatto. Quindi non mi sono mai fatta prendere la mano dagli acquisti compulsivi di materie prime di cui posso fare benissimo a meno, in quanto, grazie proprio alla natura, riesco a riprodurre i cosiddetti “attivi”. La mia filosofia di vita è sempre stata “chi fa da sé fa per tre”. La mia innata curiosità e creatività mi hanno portato ad aguzzare l’ingegno e ad inventare un sistema casalingo per ottenere idrolati e oli essenziali da erbe e fiori, semplicemente facendo una modifica alla pentola a pressione e trasformandola in un alambicco per la distillazione in corrente di vapore. Nel mio blog ci sono tutte le indicazioni per praticare questa trasformazione a casa!”.

A proposito del tuo seguitissimo blog “Magica Natura”, com’è nata questa idea?

“Nonostante il lavoro, la famiglia, la casa, ecc., non ho mai smesso di coltivare le mie passioni e realizzare cose nuove. Tutto ciò veniva fatto lontano dal web in quanto non ho mai amato la tecnologia, sino al giorno in cui, nel 2011, una mia amica e collega di lavoro decise di aprirmi un blog perché aveva notato il mio piacere nel condividere ogni mia produzione ed invenzione. Insomma, una volta approdata in questo mondo tecnologico, ho iniziato a conoscere tantissime persone con i miei stessi interessi e questo mi ha spinto a proseguire con ancora più soddisfazione il lavoro che avevo cominciato in età infantile. Sul mio blog si possono trovare informazioni sulle piante medicamentose e sugli oli essenziali, ricette di cucina, ricette di saponi liquidi e solidi e di detersivi, rimedi naturali per la casa e per la persona, gli oleoliti, le materie prime fatte in casa e tanto altro! Anche il libro “Il sapone liquido fatto da me” nasce dalla voglia di condividere i miei studi e la mia esperienza: si tratta infatti di una vera guida alla realizzazione del sapone liquido, grazie alla quale potremo produrre tra le mura domestiche shampoo, bagnoschiuma, sapone da barba, gel doccia e detersivi per la casa”.

Secondo la tua opinione, autoprodurre fa davvero risparmiare?

“Indubbiamente sì, ma solo qualora vengano utilizzate materie prime derivate da un riciclo sensato o facilmente reperibili e a basso costo se non addirittura a costo zero. Capita, però, che all’inizio di un’attività creativo/manuale la spesa iniziale sembri troppo esosa, tanto da indurci a riflettere se non sarebbe il caso di acquistare direttamente un prodotto finito anzichè avvicendarci nel riprodurlo in casa. Ma è davvero necessario acquistare tante materie prime? Secondo il mio punto di vista no! Prendiamo ad esempio il sapone: per farlo in casa sono necessari solo 3 ingredienti di base, cioè olio (generalmente un olio di oliva o di sansa), acqua e soda caustica o idrossido di potassio. A conti fatti il nostro lotto di sapone, da cui ricaviamo almeno 13-14 panetti da circa 100g l’uno, ci viene a costare totalmente circa 4 euro, quindi ogni panetto ammonterebbe a meno di 40 centesimi. Passiamo ora ad esaminare il più semplice dei cosmetici, ovvero una crema base. Se non abbiamo la pretesa di voler imitare una comune crema commerciale, anche questa possiamo realizzarla con semplicissimi ingredienti economici, di facile reperibilità e, soprattutto, senza avere alle spalle studi e studi di cosmetologia e farmacia. Gli ingredienti necessari per realizzare una Cold Cream sono: acqua, olio (anche un extravergine di oliva va bene) e cera d’api. Con questi semplici ingredienti noi saremo in grado di realizzare una crema base multifunzionale da 100g ad un costo totale di circa 1,00€. A seconda della nostra disponibilità economica, possiamo arricchire la crema di oli essenziali e/o sostanze funzionali che soddisfino le nostre esigenze”.

Oltre al risparmio, quali sono i vantaggi dell’autoproduzione nel campo di sapone e cosmetica?

“Saper fare da soli è molto gratificante perché ci rende autonomi e autosufficienti. È una gran bella soddisfazione quella di andare al supermercato evitando lo scaffale dei detergenti senza dover perder tempo a leggere lunghissime etichette di ingredienti sconosciuti e dal nome complicato! Inoltre, sai sempre quello che metti in un prodotto e quindi quello che andrà a contatto con la tua pelle, se qualche componente ti dà dei problemi puoi in ogni momento modificare la composizione andando a creare un prodotto su misura per te. Ancora: possiamo scegliere ingredienti naturali e biodegradabili che rispettano la nostra Madre Terra sdebitandoci per tutti i doni che essa quotidianamente ci offre, senza contare la notevole diminuzione del consumo di flaconi e contenitori di plastica, altamente impattanti sull’ambiente! Infine ho sempre pensato che l’autoproduzione riesca a tenere lontano quella terribile malattia che è la depressione.Nella mia vita ho avuto tantissimi momenti terribili che mi hanno fatto sfiorare questa malattia, quindi per me usare le mani in modo creativo ha sempre significato curare il mio spirito; l’autoproduzione mi permette ogni giorno di scoprire cose nuove che mi riempiono di gioia e mi stimolano a svegliarmi presto ogni mattina, per scoprirne delle altre”.

Un’ultima domanda: hai dei progetti per il futuro legati al settore dell’autoproduzione?

“Il mio vero sogno nel cassetto, sin dall’infanzia, è quello di possedere una fattoria e di creare una piccola comunità autosufficiente. Sognavo gli ecovillaggi quando ancora questi non esistevano!! O meglio, esistevano in una certa misura nei piccoli borghi dove l’artigianato locale era molto apprezzato e dove in realtà sussisteva ancora uno strascico di baratto. Infatti ricordo che, per esempio, le mie zie mi chiamavano per preparare le torte di compleanno dei miei cuginetti ed in cambio io ricevevo delle stoffe con cui potevo cucirmi i vestitini; oppure ricamavo un asciugamano per una delle mie maestre e questa mi regalava un libro; o la mia vicina di casa parrucchiera, in cambio dei miei burrocacao al cioccolato, mi tagliava i capelli gratis. Insomma era uno scambio di beni e servizi che faceva comodo un po’ a tutti e mi piacerebbe fosse il modo di vivere del futuro!”

QUI il blog di Flavia

e la sua pagina Facebook

https://www.facebook.com/Magica-Natura-305885399440448/

fonte: ilcambiamento.it

L’Unione Europea all’attacco del cibo biologico

agricoltura-biologica

Al Parlamento Europeo, nella Bruxelles ferita dagli attacchi terroristici, si discute delle normative che regolamentano agricoltura e allevamento biologico. Negli scorsi giorni sono emersi i dettagli delle revisioni dell’Europarlamento al testo della Commissione Europea; ora il testo rivisto passerà alla fase di concertazione fra Commissione, Parlamento e Stati. La tendenza che emerge è quella di un preoccupante allineamento del biologico al convenzionale. Innanzitutto il testo prevede che solamente gli erbivori possano mantenere il diritto di pascolare all’aria aperta e fra le proposte si trovano anche il taglio della coda, delle corna e la castrazione, soluzioni simili a quelle degli allevamenti industriali. Un altro nodo della questione riguarda i prodotti trasformati: finora la percentuale consentita di ingredienti non bio era del 5%, mentre la Commissione Europea aveva addirittura deciso di proibire in toto gli elementi convenzionali. Il Parlamento Europeo, al contrario, spinge affinché sia possibile utilizzare ingredienti convenzionali in mancanza di quelli bio. In questo caso gli ingredienti non bio possono essere eccezionalmente autorizzati. Uno degli aspetti più paradossali è l’intenzione di introdurre una norma secondo la quale i prodotti provenienti da Paesi extra Ue che, a causa di “condizioni climatiche e locali specifiche”, non rientrano nei parametri europei possano comunque avvalersi del marchio bio. Infine c’è il tema controverso della possibilità di coltivare nella stessa azienda prodotti convenzionali e prodotti biologici. La Commissione Ue aveva suggerito che si potesse fare solamente in una iniziale fase di riconversione dell’azienda agricola, ma il Parlamento ambisce a una deregolamentazione in tal senso. In Italia il biologico è cresciuto del 17% nel 2015 rispetto all’anno precedente, ma minarne i principi di fiducia sui quali si fonda la disponibilità dei clienti a pagare di più per mangiare più sano appare come una scelta difficile da comprendere e da digerire.

Fonte:  La Stampa

Figli di un Bio minore

Quando ci si trova, con amici o conoscenti a parlare di biologico, le argomentazioni più frequenti sono spesso le seguenti: i prezzi sono proibitivi, è roba per ricchi, non tutti se lo possono permettere, va di moda, è qualcosa di esclusivo per gente che vuole mostrare, non credo che ci sia davvero tanta differenza con la produzione convenzionale, è tutta una buffonata, i pesticidi si usano lo stesso, solo in misura ridotta. Ma è veramente così?

cibi_bio

Soprattutto, però, c’è la questione dei prezzi. Ma come mai il biologico costa di più? Per chi vive in città ed ha a disposizione solo i punti vendita specializzati effettivamente non c’è questione: i prezzi sono molto alti sia per il fresco che per il confezionato. Coltivare biologico è impegnativo, ci vogliono tecniche aggiornate che richiedono molto lavoro. La terra e gli animali allevati non vengono sfruttati come nella produzione tradizionale e daranno quindi una resa inferiore. Biologico significa quanto più possibile naturale. E naturale significa una produzione con tempi e modi diversi, sicuramente più lenti di quelli dell’agricoltura convenzionale che risponde ai bisogni di consumatori che vogliono tutto, sempre, subito, in grandi quantità e a basso costo. La logica è basata sulla velocità e sulla riduzione dei costi, a prezzo della qualità e di conseguenza della salute. Ma i costi sono davvero ridotti? Apparentemente sì, per noi che compriamo al dettaglio ma se facciamo un conto da un diverso punto di vista, vediamo che non è esattamente come sembra.

Ci sono persone che si trovano in reali condizioni di difficoltà e le loro urgenze immediate non permettono di acquistare cibo biologico. Lo trovo giusto e responsabile se si è effettivamente in condizioni limite e con la responsabilità di una famiglia sulle spalle. Tuttavia molte persone continuano a spendere molti soldi per carrelli strapieni di cibo spazzatura, inutile quando non dannoso da un punto di vista nutrizionale e deleterio per il nostro portafoglio, di cibo già pronto, già lavato, già cotto, già porzionato quando sono cose che potremmo fare da noi in poco tempo. Si spendono centinaia di euro per un parrucchiere, per una vacanza dall’altra parte del globo, per vestiti nuovi quando sappiamo che i nostri armadi strabordano di abiti mai messi di cui neanche ci ricordiamo. Accumuliamo cellulari uno sull’altro quando ancora funzionerebbero perfettamente solo per avere l’ultimo modello con più funzioni che non useremo mai, siamo disposti ad avere un tablet a persona in casa, una tv ad alta definizione per camera, un nuovo arredamento del tutto inutile a rate. Bruciamo letteralmente, e senza pensarci troppo, quasi 2000 euro in un anno per fumare un pacchetto di sigarette al giorno che ci costerà, a lungo termine, altro denaro per curare le malattie che avrà causato. Siamo attratti da quel pacchetto così conveniente per andare in palestra 24 ore su 24 che non useremo mai,  frequentiamo in tutta tranquillità ristoranti e bar che ci danno un po’ di relax a prezzi esorbitanti, siamo felici di acquistare auto nuove che pagheremo per i prossimi dieci anni e che non ci piaceranno più l’anno prossimo lasciandoci a maledire il giorno che ci siamo fatti abbindolare da quella tale pubblicità.  Siamo abituati, però, a dire che il biologico costa troppo e non possiamo permettercelo. Non abbiamo, spesso, la consapevolezza di tutto questo perché le pubblicità fanno bene il loro compito, la televisione lavora essenzialmente per questo e noi siamo troppo distratti tra lavoro e incombenze quotidiane per fermarci un momento. Se ci sono punti vendita del biologico sicuramente non alla portata di tutti, ci sono anche circuiti meno frequentati e conosciuti che propongono spesso le stesse cose a un prezzo nettamente inferiore. Oltre ai GAS, ci sono mercati biologici settimanali o mensili in molte città. I prezzi sono onesti e accettabili, spesso uguali o di poco superiori a quelli dei grandi supermercati che propongono cibo non bio. Adesso anche molti discount offrono prodotti biologici certificati, ultimamente anche nel fresco e i prezzi sono molto convenienti. Per fare qualche esempio, si trovano uova a 25 centesimo l’uno, latte a un euro al litro, pasta a un 1,80 al chilo, frutta o verdura a meno di due euro. Non siamo sicuramente ancora ai livelli di altri paesi europei come la Germania, dove esistono veri e propri discount del biologico in cui si trovano prodotti a prezzi ancora più accessibili: il miele a 7 euro, lo yogurt a meno di 3, le mele a poco più di 2,  il formaggio a 3 euro. E, ancora, il pane a 1,50 o l’olio di oliva extravergine a poco più di 4 euro. Sempre per chilo di prodotto. Tuttavia, i discount italiani con una linea biologica sono sempre di più. Esistono, inoltre, contadini appena fuori città fuori dal circuito dei mercati che non assicurano un vero e proprio biologico ma di certo i loro prodotti sono più sani di quelli prodotti dall’agricoltura intensiva e sono a km zero. Vi sono, poi, altre possibilità: coltivare un orto presso le associazioni di orti condivisi o allestirne uno sul nostro balcone. Questo non soddisferà tutto il nostro fabbisogno familiare ma sicuramente inizieremo a portare sulla nostra tavola del biologico fatto da noi, perfettamente alla nostra portata. Veniamo invece ai costi del cibo prodotto dall’agricoltura intensiva e convenzionale. Non si tratta di soldi che spendiamo direttamente quando acquistiamo il prodotto ma di costi differiti e indiretti che però prima o poi siamo tutti costretti a pagare. La produzione biologica è basata sul rispetto e la salvaguardia delle risorse e dei cicli naturali, sulla convinzione dell’importanza della biodiversità e del benessere negli allevamenti, sull’esclusione di prodotti chimici di sintesi per concimare o combattere le malattie di piante e animali. La produzione intensiva, invece, è basata su principi completamente diversi: produrre in quantità, avere la massima resa possibile, sfruttare la terra, usare pesticidi e fertilizzanti chimici. Con conseguenze serissime sull’inquinamento dell’aria e dell’acqua e sull’impoverimento del suolo.

Sul lungo termine che ripercussioni ha questo tipo di produzione sulla nostra salute? Quanto è compatibile con noi e col nostro ambiente? Sappiamo ormai che molte malattie sono strettamente legate al nostro stile di vita e al nostro modo di alimentarci: diabete, ipertensione, obesità, in molti casi il cancro. E queste patologie, a loro volta, una volta presenti, sono la causa, a catena, di altre malattie con cui dovremo avere a che fare per il resto della nostra vita con enormi ripercussioni sulla nostra qualità di vita, sulla nostra famiglia e, ancora una volta, sul nostro portafoglio. Quanto spendiamo in farmaci e terapie una volta ammalati? In quanto possiamo monetizzare i danni sul nostro vivere quotidiano e di conseguenza sulle nostre relazioni e sul nostro lavoro? Quanto ci costa, come comunità, dover provvedere a risolvere con bonifiche costosissime l’alterazione dell’ambiente naturale a ogni livello? Forse sono costi che non avevamo considerato ma che prima o poi ognuno di noi sarà chiamato a pagare. Possiamo dare il nostro contributo a cambiare le cose informandoci nelle nostre città su modi alternativi di acquistare e consumare biologico per poter cambiare la rotta a cominciare dalle nostre piccole e piccolissime scelte quotidiane.

Fonte: ilcambiamento.it

Nelle Langhe un Barolo biologico e di qualità

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Monforte d’Alba, nel cuore delle Langhe, la cantina Josetta Saffirio ha scelto di percorre una strada alternativa nella produzione del Barolo: trattori più leggeri per non compattare troppo il terreno, riduzione dei prodotti chimici usati nei vigneti, utilizzando solo quelli ammessi dall’agricoltura biologica, un sistema di packaging sostenibile, una corretta gestione dei rifiuti. La vendemmia 2015 nasce sotto i migliori auspici, grazie al clima favorevole dei mesi estivi e fra le soluzioni adottate dalla cantina Josetta Saffirio vi è l’utilizzo di rame e zolfo che non entrano nel ciclo linfatico e consento all’azienda vitivinicola – che produce 30-35mila bottiglie l’anno e possiede 5 ettari di vigne – di ottenere la certificazione di sostenibilità EcoProWine. La cantina si trova a Monforte d’Alba, uno degli undici comuni di produzione del mitico vino Barolo, inserito nel contesto paesaggistico che un anno fa è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità. Fra le buone pratiche messe in atto da questi coltivatori attenti all’ambiente vi è, per esempio, l’erba tra i filari per ridurre l’erosione provocata dalle acque superficiali.

“Siamo partiti per esigenze di salute. Perché con i prodotti che utilizzavamo dell’agricoltura tradizionale stavamo male, io non riuscivo più ad andare nel vigneto. Poi siamo andati avanti. E a maggior ragione abbiamo percorso questa strada quando ci sono nati i figli”,

spiega la titolare Sara Vezza Saffirio che ha ricevuto in eredità i terreni da sua nonna Josetta. Una scelta “green” che si spera possa fare scuola.

Fonte:  Askanews

Foto Davide Mazzocco

Le zucche, le api e la nostra borsa della spesa

In questi giorni sono fiorite le piante di zucca, il profumo si sente da lontano. Ne seminiamo e piantiamo sempre tante, perché le zucche si conservano tutto l’inverno e sono una risorsa preziosa quando nell’orto rimangono solo cavoli. Così ora c’è questa grande parcella fiorita e rumorosa, anche il ronzio si sente da lontano: in ogni fiore aperto si affollano le api bottinatrici, e poi bombi di tutti i tipi. Ci sono interi alveari, si direbbe, che vanno e vengono dalle nostre zucche.apizucche

Anche a noi, come a tutti, piacciono i fiori di zucca fritti o in frittata o nelle crêpes… Ciononostante, ogni mattina mi limito a raccogliere quelli che stanno sfiorendo e che perciò si sono già richiusi. Lascio gli altri alle api. Perché? Non solo perché ci sono ben pochi fiori ormai, in questa stagione, nelle campagne riarse dal riscaldamento globale, ma anche perché questi fiori sono lontani dalle vigne. Da anni ogni primavera, quando cominciamo a tenere le finestre aperte, api confuse e stordite vengono a ronzare in casa, si aggirano senza scopo nelle stanze, finiscono per accasciarsi moribonde sul pavimento. Ogni mattina ne troviamo qualcuna morta e rattrappita. Ogni settimana sentiamo il rombo dei trattori che spargono veleni sulle vigne del Chianti. Cominciano coi diserbanti e i concimi chimici all’inizio della primavera, proseguono con gli insetticidi e gli anticrittogamici per tutta l’estate, finiscono con gli antimuffa in autunno. Una volta alla settimana almeno (quando piove anche più spesso) alle vigne e all’uva vengono elargiti i più progrediti ritrovati chimico-sintetici: da quando il progresso è arrivato nelle campagne, le campagne non vogliono essere da meno. Così noi vediamo le volpi con l’eczema, le api agonizzanti, i ricci che si trascinano barcollanti a morire sotto i cespugli, gli abitanti delle campagne col cancro. Quasi come quelli delle città, che oltre a respirarli, i veleni, se li mangiano assieme ai prodotti delle campagne. Per questo non colgo i fiori di zucca ancora aperti e freschi: cerco di dare alle api una possibilità in più di sopravvivenza. Quello che, nonostante l’età e l’esperienza, continua a stupirmi, è che invece la maggior parte degli esseri umani della società consumista globalizzata non la diano a sé stessi, quella possibilità in più. L’agricoltura chimico-industriale ha ridotto le campagne a distese tossiche; quando i cosiddetti “fitofarmaci” vengono irrorati, le ditte stesse che li producono raccomandano di non “entrare in campo”, cioè di non riprendere il lavoro prima di quarantotto ore. E’ una precauzione ridicola perché in quarantotto ore dei pesticidi “sistemici” (così li chiamano, e significa che si tratta di prodotti chimici che entrano nel metabolismo della pianta e s’insediano nei tessuti) non sono certo svaniti né si sono diluiti. Tuttavia, anche questa minima precauzione non vale per gli animali, gli escursionisti, le famiglie che fanno una passeggiata nei campi. La pioggia può cadere e portarsi in falda ciò che la pianta non ha già assorbito. Ma ciò che la pianta ha assorbito finirà invece nei nostri piatti. L’agricoltura industriale-intensiva è una creatura della grande industria ed è oggi il terreno di profitto di innumerevoli multinazionali: quelle della chimica sintetica, delle biotecnologie, dei grandi macchinari, del petrolio, delle sementi. Sono enormi e ramificate compagnie industriali e commerciali in grado di condizionare le leggi e le politiche degli stati a tutti i livelli. Sembrano invincibili, ci si sente impotenti di fronte al loro strapotere, ai loro mezzi evidenti e occulti, al loro dominio. Eppure quell’enorme potere glielo abbiamo dato noi. E noi ne siamo anche le vittime. Noi comperiamo cibi impestati e con i nostri soldi erigiamo e rafforziamo ogni giorno il potere della grande industria chimico-agro-alimentare. Noi ce li mangiamo e ne paghiamo le conseguenze.

Mangiare. Mangiare una volta era una cosa semplice. Non tanto tempo fa. Quando i campi di grano erano pieni di papaveri, nelle mele potevi trovare il verme e nell’insalata le lumache. Quando s’insegnava ai bambini a riporre la frutta con delicatezza, altrimenti si sarebbe ammaccata. Quando le sostanze chimiche sintetiche usate in Italia erano poche decine e nessuna di esse veniva sparsa sui campi e sul cibo. Adesso sono circa centomila, diecimila più diecimila meno, e centinaia di esse vengono irrorate sui campi e mischiate ai cibi, come se fossero ingredienti indispensabili di qualche stregonesca ricetta. Ecco, mangiare è diventata una faccenda complicata e anche pericolosa. Perché non abbiamo l’assaggiatore, come i signori e i sovrani rinascimentali. E anche se l’avessimo, la sua sorte servirebbe alla generazione seguente, perché gli “inventori” di sostanze sintetiche si sono fatti scaltri: aggiustano le dosi e le sostanze in modo che nuocciano poco alla volta, come hanno fatto coi veleni per i topi, che così non riescono a collegare causa ed effetto, e nemmeno noi ci riusciamo. Non ci riesce nemmeno il dottore che, quando gli portate vostro figlio (che mangia alla mensa scolastica dei cibi precotti o abita vicino a un campo di grano diserbato o va ai giardinetti disinfestati dalla ASL con parecchie sostanze chimiche di sintesi) con vomito e diarrea, vi dice che è un virus e vi ordina un antibiotico. Si sa che i virus neanche li vedono, gli antibiotici, proprio come se non ci fossero. Ma il medico vi dirà che è per “precauzione”. Per dare una bella disinfestatina all’organismo del meschino, che ogni giorno viene invaso dalle sostanze chimiche di sintesi, tutte anti-biotiche, cioè contrarie alla vita. Poi, quando la zecca lo punge, gli viene lo choc anafilattico e la colpa se la prende la zecca. Se lo choc anafilattico si manifesta dopo l’antibiotico, la colpa se la prende il bambino, che era “predisposto”. Mangiare. Mangiare deve essere pro-biotico. Ecco la Santa Trinità delle cose probiotiche: respirare, bere, mangiare. Mangiare biologico. Se non ce la facciamo a mangiare proprio tutto tutto biologico, facciamo in modo che siano biologiche le cose di tutti i giorni, quelle che consumiamo di più e che dovrebbero rinnovare ogni giorno la nostra vita, e non inquinarla e crearle nuove difficoltà ogni giorno. Costa di più. Il biologico costa di più. E’ vero ed è anch’esso un fatto logico: quando compriamo cibi bio paghiamo anche il lavoro del contadini, e quasi al suo giusto prezzo. Cosa che non succede quando compriamo frutta e verdura fatte dagli schiavi nei paesi schiavi, o fatte industrialmente da agricoltori che oramai subiscono la concorrenza involontaria di quegli schiavi e lo strozzinaggio dell’industria agroalimentare. Una patata bio può costare dieci, venti centesimi in più di una patata impestata. Però costerà molto meno di un pomodoro impestato fuori stagione. Una mela bio costa dieci, venti centesimi in più di una mela impestata, però costa meno di un’impestatissima banana. Si può mangiare biologico e spendere poco, proprio come si può mangiare impestato e spendere più del necessario a forza di merendine, caramelle, patatine artificiali, budini di plastica, bibite colorate artificiali, cappuccini e brioches surgelate al bar. E la carne! Quel lusso per i nostri nonni o genitori, riservato alla domenica o poco più, e che adesso nei supermercati ti “tirano dietro” con offerte da tre, quattro euri al chilo! Gli allevamenti intensivi sono una vergogna di questa epoca che, spero vivamente, farà un giorno inorridire i nostri discendenti. Come i campi di sterminio nazisti, le torture di Guantanamo, le bombe atomiche e quelle al fosforo, la vivisezione e il traffico di organi e molte altre nefandezze insite in una società basta sul dominio, che è la forma di follia più perniciosa. Ma, mentre della maggior parte di tali nefandezze non siamo complici e ci sentiamo impotenti a farle cessare, per quel che riguarda gli allevamenti intensivi i carnefici siamo noi: quelli che consumano allegramente bistecchine di vitello e petti di pollo. Settanta miliardi di animali sul nostro pianeta vivono segregati in condizioni di sofferenza inaudita, fisica e psichica, dal primo all’ultimo giorno di una vita innocente e martirizzata senza scopo, per soddisfare appetiti insani e altrettanto privi di scopo. Il cinquanta per cento dell’agricoltura mondiale serve a nutrire tali animali, compresi milioni di tonnellate di mais e soia transgenici,che in Europa sono proibiti per il consumo umano ma permessi e abbondantemente importati per nutrire gli animali d’allevamento. Per cui, se mangiate carne d’allevamento intensivo in abbondanza, fate anche il pieno di OGM e buon pro vi faccia. Le multinazionali di tutto il mondo hanno in mente un disegno davvero “globale”: impadronirsi della vita. Per questo non bastano le guerre, il petrolio, la chimica sintetica, gli OGM e i robot che sparano e bombardano, ci vuole anche il dominio sull’agricoltura: vogliono essere padroni del cibo. A tale scopo brevettano organismi viventi, fanno incetta di terre fertili, distruggono la piccola agricoltura e tutte le conoscenze agricole nate dall’esperienza umana di millenni. Nell’agricoltura industriale, che i suoi cultori pretendono essere l’unica in grado di nutrire il mondo, gli sprechi sono la regola e la necessità: essa si fonda sul consumismo e dunque lo spreco è benvenuto, che sia spreco di lavorazioni del terreno, di prodotti chimici, di frutta e verdura buttate al macero, di cereali usati per nutrire animali di cui poi si consumerà un terzo della carne o meno. E’ tanto vero lo spreco e l’inefficienza di tale agricoltura, che oggi l’energia consumata per produrre un qualsiasi frutto, ortaggio ecc. è molto maggiore dell’energia che tali prodotti hanno insita in sé. E, colmo del ridicolo, oggi si coltivano milioni di ettari di cereali o leguminose per farne carburante o combustibile per le centrali a biomasse, mentre non coltivandoli si risparmierebbe più energia di quella che si produce. Ma tutta questa follia fa girare soldi che vanno nelle tasche della grande industria. Ma chi ha dato alle multinazionali, Monsanto in testa, e ai loro accoliti, il potere con cui ora conducono la guerra di conquista? Gli stessi contadini, che si son fatti succubi di pesticidi e agricoltura industriale, e… noi, noi tutti, i consumatori di prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento industriale, che abbiamo riempito i loro forzieri e adesso…Adesso, se non li fermiamo, anche con i nostri consumi, con le scelte quotidiane, che hanno tanto peso sulla politica e sull’economia: un peso inimmaginabile, e lo dimostra il fatto che “essi” le temono più di ogni altra cosa, e cercano di condizionarle in tutti i modi… invece di impadronirsi della vita, finirebbero per impadronirsi soltanto della morte. Ogni zucca biologica, come le mie, avrà nutrito api e bombi; ogni zucca impestata le avrà uccise. E così è per i meli, i peri, i ciliegi, i legumi: i loro fiori e i loro frutti sono fonte di vita o dovrebbero esserlo. Nella nostra borsa della spesa sta la risposta.

Dorme nella corolla

l’ape spossata dal tardivo inverno,

l’accoglie la calendula

e se ne stanno immobili

dentro i loro colori

di sole.

L’ape è leggera

non inclina il fiore,

forse la calendula

sta medicandola

coi suoi poteri magici:

estratti di luce

misteri del sasso

e della terra.

Ambedue hanno

un secondo fine

ed è la vita.

Fonte: ilcambiamento.it

A Casa Di Bio: pizza itinerante per un’alimentazione sostenibile

Ristorazione biologica in versione itinerante per contribuire a rendere le persone consapevoli dell’importanza delle proprie scelte alimentari. Sono nati così i progetti “A casa di Bio” , ideati da Alessandro Beffa e Chiara Quiri che hanno saputo unire una forte motivazione etica ad un’innovativa idea imprenditoriale.

L’idea è quella di portare alimenti biologici e locali a fiere ed eventi legati all’ecologia ma, su richiesta, anche a convegni e feste private. Tutto è partito nel 2008 da un BioBar con prodotti biologici e solidali, per poi concentrarsi, a partire dal 2011, sulla pizza. È nata cosi la BioPizza itinerante: una vera e propria pizzeria mobile con forno a legna. Apprezzata in tutto il mondo, la pizza diventa così anche uno strumento di cultura e un’occasione per riflettere sull’importanza di cosa scegliamo come nostro “carburante” e sull’impatto che il cibo ha sull’ambiente. La BioPizza si contraddistingue per l’impasto semintegrale a lunga lievitazione e per l’utilizzo di ingredienti biologici, a km 0 e di ottima qualità. In poche ore vengono sfornate centinaia di pizze, servite poi in piatti realizzati con materiali riciclabili. Oltre alla pizza, vengono proposti primi vegetariani e vegani, bibite bio, birra artigianale a km0, erbazzone, panini e dolci senza zucchero e vegani.img_20120409_183254_595

Ogni fine settimana da aprile ad ottobre “A casa di Bio” fa tappa all’Ecoparco di Vezzano, in provincia di Reggio Emilia: un luogo dove si promuovono stili di vita sostenibili, dove gruppi, scuole e cittadini possono immergersi nella natura, vivendola in prima persona. L’Ecoparco è anche una vetrina del territorio dove le buone iniziative, le aziende virtuose, la biodiversità del luogo, i prodotti locali vengono proposti e fatti conoscere. Con l’obiettivo di diffondere consapevolezza sull’importanza delle scelte alimentari, “A casa di Bio” cura anche una Mostra sull’alimentazione ecologica e naturale . Il percorso della mostra invita a porre l’attenzione su ciò che portiamo a tavola, con particolare attenzione ad alcuni principi fondamentali (biologico, locale ed equo solidale) e offre la possibilità di scoprire i segreti per preparare in casa il pane con il lievito madre naturale, macinare e mescolare i cereali, fare la pasta in casa, coltivare le erbe e le spezie, lo yogurt, i germogli, il latte vegetale, l’aceto e tanto altro ancora. L’idea è quella di guidare le persone che prendono parte alla mostra alla scoperta di un modo diverso di vivere il rapporto con la cucina, con particolare attenzione ad alcuni principi fondamentali tra cui quello delle “3V” (vario, vegetale, vivo).197960_156982527694390_7266801_n

“A casa di Bio” rappresenta anche uno degli innumerevoli esempi di come, di fronte ad una crisi, si possa reagire con intraprendenza, costruendo un’opportunità. “Nessuno viene nella mia pizzeria? Io porto la pizzeria dalla gente e la faccio bio, con gli ingredienti del posto”. Come ci racconta Alessandro Beffa, è così che – grazie anche ad un finanziamento di Mag 6  – è nata la loro ditta a conduzione familiare. Da allora, è stata tutta un’altra pizza!

Visualizza “A casa di Bio” sulla Mappa dell’Italia che Cambia! 

Il sito di “A casa di Bio” 

Fonte : italiachecambia.org

“Anche il biologico torni alla produzione locale”

Da 35 anni impegnati nell’agricoltura biologica con un’azienda in costante crescita e con un recente +13% nelle vendite. I membri della cooperativa La Terra e il Cielo fanno il punto di un’attività in cui hanno sempre creduto ma che oggi “conosce scenari inattesi perché molti vi vengono a cercare solo il business”. A parlare è Bruno Sebastianelli, presidente della cooperativa.cooperativa_terra_cielo

La cooperativa è in crescita? Com’è la situazione attuale in un mondo dove il biologico non rappresenta più una nicchia sconosciuta?

“Noi siamo da 35 anni nel biologico; oggi il mondo del bio è diventato interessante per i grandi gruppi e ci siamo accorti che le cose sono cambiate. Ora ci sono anche scandali, 30 anni fa c’erano solo gli idealisti che credevano nella coltivazione naturale, oggi tanti si buttano solo per business. Ma nonostante la crisi e gli scandali, il biologico cresce in maniera costante, secondo i dati Nomisma del 17 %. Anche noi rispettiamo questa tendenza con una crescita noi del 13%. Il problema però è che, mentre il biologico cresce, non tutte le aziende bio fanno altrettanto. Questo vuol dire che arrivano sempre più prodotti bio dall’estero e non sempre c’è trasparenza. La sfida è promuovere l’agricoltura biologica vera, perché sennò rischiamo di perdere un altro treno importante. Non è facile, le istituzioni in questo non ci danno una mano. Il biologico ha difficoltà non perché non produce reddito, ma perché è schiacciato dalla burocrazia. Il problema enorme è dato dai contributi che hanno generato una burocrazia spaventosa alla quale inginocchiarsi: se non arrivano l’azienda fallisce. L’obiettivo sarebbe arrivare a non chiedere nessun contributo. Il 40% del bilancio della comunità europea va all’agricoltura, ma realmente alle aziende agricole finisce molto meno. Noi abbiamo fatto un calcolo nella regione Marche dove alle aziende finisce il 25%. Conosco bene anche la regione Veneto dove abbiamo una cooperativa associata da diversi anni; lì alle aziende arriva solo il 18%. I soldi quindi vengono fagocitati prima di arrivare agli agricoltori. Il contributo schiavizza il produttore agricolo, noi dobbiamo slegarci da questo”.

Quali sono la mission e l’ideologia di base della cooperativa?

“Siamo un’azienda pioniera nel biologico. Quando abbiamo iniziato nel 1980 eravamo un gruppo di giovani, venivamo dagli anni ’70, poi ci siamo ritirati in campagna con l’idea finale di portare sul mercato dei prodotti sani. Il Comune di Senigallia decise di concederci un affitto politico, siamo rimasti in piedi con donazioni ed è partita l’esperienza di 32 ettari di agricoltura naturale, nell’ottica di rispettare l’ambiente e l’operatore agricolo, tutelare l’economia rurale e anche esportare l’agricoltura bio dei paesi extra Cee senza andar dietro alle speculazioni del mercato. Siamo partiti come cooperativa di conduzioni terreni, poi negli anni stavano nascendo aziende bio ed è venuto fuori il problema di come e dove commercializzare i prodotti. Nell’85 abbiamo modificato lo statuto perché c’era l’esigenza di unire le aziende, siamo passati a cooperativa di soci lavoratori”.

Quali sono i principi a cui non si deve rinunciare nonostante la crisi economica e la concorrenza?

“Naturalmente è la qualità del prodotto ma occorre tener conto del fatto che i prezzi dei prodotti alimentari non sono reali, vengono abbassati talmente tanto da non considerare i costi sociali e ambientali. Prendiamo ad esempio un pollo da allevamento intensivo; se andiamo a calcolare tutti i costi ambientali e sanitari che ha quel prodotto, che costa pochissimo, dovrebbe allora costare molto di più rispetto a quanto lo paghiamo. So purtroppo che ci sono persone che magari non arrivano alla fine del mese, ma non è giusto mangiare cibi non adeguati. Peraltro quel modo di produrre diventa concorrenza sleale. È tutto da rifondare; non si parlare di pasta a 39 centesimi al mezzo chilo, perché solo la semola di grano duro viene a costare più della pasta. Bisognerebbepuntare a un prodotto di qualità a un prezzo giusto, né troppo né poco, senza speculazioni in ribasso e in rialzo. Noi stiamo facendo questo. Stiamo nel nostro piccolo tentando di fare questo perché non è semplice. Anche nel mondo del biologico purtroppo c’è tanta concorrenza sleale, ci sono tantissimi prodotti che non sono tracciati. Io mi metto in concorrenza con chi mi garantisce una filiera tracciata italiana, con chi garantisce un prezzo giusto ai produttori. La pasta è il nostro prodotto principale; tutto il nostro prodotto integrale è macinato a pietra, nel mercato integrale invece ci sono anche il mulino a cilindri che non è ideale per ottenere un buon prodotto (la pasta bianca usa quello a cilindri). La maggior parte della pasta integrale in Italia non è veramente integrale: prendono la semola e la crusca e le mettono insieme. Che concorrenza è questa! Il mulino a pietra è fondamentale, lascia il germe e il suo contenuto proteico. Anche nell’ultima fase, la pastificazione a essiccazione lenta e a bassa temperatura, c’è un mondo da scoprire. Oggi sia nel convenzionale ma anche nel biologico, la maggior parte delle paste sono essiccate ad alta temperatura, così il calore distrugge tutte le sostanze nutritive, in pochissimo tempo avviene una perdita nutrizionale.  L’Istituto Nazionale della Nutrizione, dopo l’avvento alla fine anni ’70 dell’alta temperatura, ha condotto una ricerca sugli amminoacidi e la perdita nutrizionale: essiccando a 50 gradi risulta essere del 22%, a 80 gradi è del 47%. Oggi si essicca a 120 gradi! Noi impieghiamo 24 ore per essiccare la pasta, gli altri 4 ore. Noi cerchiamo di fare un prodotto di qualità. Chiaramente costa di più e chiaramente chi non ha soldi fa più fatica a comprarlo, se però ci si organizza con i gruppi d’acquisto noi possiamo portare il prodotto a un prezzo molto più interessante. È chiaro che se noi vendiamo ai distributori, i distributori al negozio e il negozio al consumatore ci sono tanti passaggi e il prezzo aumenta; se c’è il rapporto diretto con il gruppo d’acquisto costa molto meno”.

Da dove provengono i prodotti che vendete?

“La nostra cooperativa è composta da 100 aziende agricole soprattutto piccole, il 95% marchigiane, più qualcuna fuori regione per tutelarci negli anni di raccolto scarso. Quest’anno è stato disgraziato per il raccolto; abbiamo aziende in Lazio e una cooperativa in Basilicata per sopperire alle annate difficili”.

Quali sono i vostri prodotti principali?

“La pasta perché produciamo grano duro qui nelle Marche. Abbiamo 80 tipologie di pasta bio, di semola, bianca, linee trafilate al bronzo, integrale e semi integrale di farro. Inoltre abbiamo ripreso vecchie varietà dei contadini come la pasta di fave. Abbiamo anche recuperato i grani antichi, oggi le sementi convenzionali sono selezionate per fare grande produzione ma non qualità. Il primo cereale che abbiamo recuperato è stato l’orzo, una varietà scomparsa che andava molto negli anni guerra quando c’era il blocco del caffè. Allora tutti si erano organizzati con caffè d’orzo mondo. È una varietà più buona e nutriente rispetto all’orzo normale. Anche il farro è stato rilanciato dal mondo bio, ma pure il Senatore Capelli. Abbiamo il grano antico Taganrog, molto presente in epoca romana qui da noi, poi surclassato da altre varietà e finito stranamente in Ucraina. È stato riportato in Italia dalla zona del mar Nero, infatti si chiama così perché Taganrog è una città sul mar Nero. Stiamo lavorando con i cereali antichi perché ci siamo accorti che non danno intolleranza al glutine anche se contengono più glutine rispetto ai grani moderni. I grani creati nel dopoguerra hanno portato un disastro totale. I grani antichi vengono riconosciuti e digeriti dall’organismo che invece non  riconosce i grani che hanno subito modifiche genetiche. È un lavoro di riscoperta di queste varietà”.

Vi siete scontrati con il mondo della grande distribuzione?

“Il nostro fatturato è per il 60% in Italia e per il 40% all’estero. In Italia il 60% è diviso tra distributori, direttamente ai negozi, ai Gas e, localmente, alla grande distribuzione. In particolare per i gruppi d’acquisto abbiamo un listino a parte, questo merita attenzione perché abbiamo un listino commerciale e uno dell’economia solidale anche perché noi siamo stati promotori della rete di economia solidale delle Marche (resMarche) e collaboriamo con la res nazionale. Se uno acquista poco prodotto lo paga di più; se il Gas si impegna a fare un acquisto minimo annuale ottiene sconti. Garantiamo anche trasparenza dei prezzi, forniamo tutti i calcoli del costo del prodotto: chiariamo quanto paghiamo il grano, i costi che abbiamo (trasporto, stoccaggio, macinazione, pastificazione) fino al costo della pasta finale, più i nostri costi generali, più il 2% di utile (una cooperativa deve comunque avere un piccolo utile per sopravvivere). Inoltre il 2% del fatturato generato dai Gas (1% noi e 1% Gas) va a progetti di economia solidale. Quest’anno faremo presto l’assemblea, c’è un patto chiamato Adesso pasta! Chi ha firmato il patto può partecipare all’assemblea e decidere con noi a chi destinare il 2% (circa 4-5mila euro all’anno). L’anno scorso sono andati all’associazione no OGM, l’anno prima a un’associazione in Brianza che lottava contro un’infrastruttura che rovinava azienda biologiche. Inoltre nelle Marche vendiamo anche alla grande distribuzione solo in un discorso di economia locale. Anche perché se vai a trattare con i grandi gruppi a livello nazionale hai costi elevati; a livello locale, invece, ti cercano loro perché hanno bisogno dello specchietto per le allodole. Quindi siamo presenti in diversi supermercati”.

Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono un vero produttore bio, che permettono all’utente di avere garanzie certe? La solita critica che i diffidenti del biologico fanno è che nessuno può garantire che un prodotto sia biologico davvero. Ora che anche i grossi produttori/distributori (Coop, Conad… ) si sono messi a fare bio, cosa fa realmente la differenza?

“Di produttori storici siamo rimasti pochissimi, noi crediamo nella salvaguardia del piccolo produttore a livello sociale, ambientale perché dove ci sono le grandi aziende è un discorso diverso. La piccola azienda tutela e presidia di più il territorio, però è anche quella più in difficoltà, non riesce a stare dietro ai costi più alti. L’agricoltura industriale ha fallito, sia quella convenzionale che quella biologica. Ci sono 3 tipi di agricoltura bio: l’agricoltura biologica di frode; quella del contributo, cioè quella di chi semina solo per prendere il contributo; e l’ultimo tipo, l’agricoltura di piccola scala dei piccoli produttori. Con piccoli produttori intendo sui 50 ettari. In Italia c’è una grande discussione sulle frodi del biologico e si parla allora di rendere le regole più restrittive. Ci rimettono i piccoli agricoltori perché sono schiacciati dalla burocrazia che si crea intorno ai contributi. Che è spaventosa. A noi è successo qui nella nostra valle l’anno scorso, hanno tolto i contributi a diverse aziende associate. I grandi speculatori pensano solo a compilare i registri aziendali, invece un agricoltore chinato a coltivare la terra può sbagliare una data o un campo e allora viene tagliato fuori. Quindi bisogna rendere più severe le regole nel modo giusto sennò sono sempre i grandi produttori che vanno avanti a frodare e i piccoli a rimetterci. La FAO dimostra in uno studio che ancora per quasi il 70% il mondo mangia con i piccoli produttori e non con l’agricoltura industriale. Ora che l’agricoltura industriale ha fallito, ci propongono gli OGM. Noi dobbiamo opporci e salvaguardare le piccole aziende; nel bio è giusto che ci sia la certificazione per garantire il consumatore, però le certificazioni costano sempre di più e una piccola azienda fa fatica”.

Secondo i parametri convenzionali bisogna sempre incrementare la produzione e crescere per essere concorrenziali; voi che intenzioni avete?

“Per organizzarci al meglio dovremmo fare un salto di qualità nel percorso produttivo e ci manca un anello nella filiera della pasta (che è il 70 % della produzione): il pastificio. Collaboriamo con un pastificio artigianale da 32 anni. Il problema è che questo pastificio non ha futuro, il titolare va in pensione e gli eredi non ne vogliono sapere. Siamo quindi costretti a fare il salto di qualità e ammoderneremo pastifici vuoti. È ovvio che per fare un pastificio devi avere un fatturato minimo. Crescere è importante, ma noi non vogliamo diventare una grande azienda nè crescere solo per fare fatturato. Vorremmo solo vendere a un prezzo giusto. Comunque siamo per un’economia di sussistenza su piccola scala; abbiamo un fatturato di 20 milioni di euro quindi siamo piccoli. Dagli anni 80, ma soprattutto dai 90, abbiamo iniziato a vendere all’estero. Ci sono problemi di impatto ambientale ed economici e preferiamo privilegiare lo sviluppo di un’economia più locale. Stiamo promuovendo aziende della nostra valle, la valle del Nevola da Arcevia a Senigallia, nelle Marche. Tutti i Comuni eccetto uno hanno iniziato ad acquistare i prodotti e con i sindaci stiamo promuovendo l’agroalimentare bio, sviluppando l’agricoltura bio e le energie rinnovabili. In base consumi nazionali pro capite di pasta, nella nostra valle si consumano 24000 quintali di pasta all’anno; noi produciamo 8000 quintali di pasta all’anno rifornendo tutta l’Italia ed esportando in più di 20 paesi del mondo. È assurdo! La nostra produzione basta per un terzo della popolazione della zona, è chiaro che non riusciremo mai a venderla tutta qui ma dobbiamo puntare sull’economia locale”.

http://www.macrolibrarsi.it/data/partner/2867/31489.html

fonte: ilcambiamento.it

Banca Etica scommette sul biologico: venti milioni di credito e non si ferma

Venti milioni di euro, a tanto ammonta il credito che Banca Etica ha in corso con le aziende agricole del biologico, cifra che potrebbe aumentare dopo l’accordo siglato di recente con Federbio. Una scelta di campo, «perché anche se siamo nel campo del profit, il biologico rappresenta un’agricoltura sostenibile che ha ricadute positive sulla salute dell’uomo e dell’ambiente» spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica.agricoltura_biologica_banca_etica

Aiab è tra i soci fondatori di Banca Etica, che a sua volta ha contribuito alla nascita di Icea, ente di certificazione del biologico. Ora è arrivato anche l’accordo con Federbio ad ampliare ancor più la gamma delle possibilità garantite agli operatori di un settore in crescita «che incontra e rispetta in pieno quelle che sono le nostre finalità, cioè un uso responsabile del denaro per finanziare quelle realtà che apportano valore aggiunto positivo alla nostra società in una visione di economia sostenibile» spiega Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica. Quello dell’agricoltura biologica è stato il primo settore al quale la banca cooperativa si è rivolta quando ha deciso di aprirsi anche ai settori del profit, mentre prima si dedicava solo al non profit. «Ci siamo resi conto che si può fare molto di positivo anche in questo senso, si può contribuire anche così al bene comune e alla salvaguardia dei diritti – aggiunge Biggeri – il biologico è stato una scelta di campo decisa, perché è sostenibile e rispettoso della salute dell’uomo e dell’ambiente». Questa scelta è stata ora coronata dalla convenzione con Federbio, Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica. Banca Etica finanzia le aziende che vogliono iniziare, quelle che vogliono ammodernarsi e anche quelle che vogliono convertirsi, prevedendo prestiti che hanno a che fare con l’attività specifica dell’azienda ma anche, per esempio, l’installazione di dispositivi che permettano di utilizzare energie rinnovabili, come i pannelli fotovoltaici. Un grande aiuto, dunque, per chi ha le idee chiare su quale direzione imboccare nel rispetto della sostenibilità e dell’ambiente e che spesso non riesce invece a ottenere linee di credito dalle banche mosse da interessi ben meno nobili. Tanti, poi, al di là del mondo del biologico, sono i progetti sui quali Banca Etica ha concentrato la propria attenzione, fungendo a volte da vero e proprio volano per realtà che poi si sono affermate e hanno proseguito sulle loro gambe, con basi solide. «Come ad esempio la Cooperativa siciliana Lavoro e Non Solo che lavora le terre confiscate alla mafia. Abbiamo poi un’operazione di workers buyout con un’azienda ceramica della provincia di Reggio Emilia,la GresLab, dove i lavoratori hanno rilevato la fabbrica dai precedenti proprietari  e hanno dato vita a una cooperativa. Ci sono poi le operazioni che riguardano scuole che hanno installato sui tetti i pannelli solari grazie all’impegno dei genitori, i progetti con Medici senza Frontiere per i quali abbiamo anche un conto dedicato e i gruppi di autocostruzione. Poi ancora i salvataggi delle Case del Popolo dell’Arci in Toscana quando rischiavano di essere tutte vendute a privati. Voglio poi anche citare – prosegue Biggeri – il consorzio Abn di Perugia che è partito dal nulla grazie a noi e ora è un colosso con esigenze di credito di diversi milioni di euro.  Insomma, vogliamo essere un acceleratore di quell’economia che produce le cose “giuste”, le cose positive, quelle che fanno bene a noi e al territorio».

Fonte: ilcambiamento.it