Detersivi fai da te: la lisciva di cenere, biodegradabile e a costo zero

Come recuperare la cenere e farla diventare un detergente a costo zero e totalmente biodegradabile,ottimo per le pulizie di casa.lisciva-di-cenere-640x423

Fare detersivi fai da te è un ottimo modo per non sprecare denaro e soprattutto detergere oggetti, abiti e anche la nostra pelle con qualcosa di naturale e non dannoso per l’ambiente e gli esseri umani. Grazie a Stefania Rossini, una delle nostre esperta di Family – Management, vediamo come farci in casa la famosa lisciva. Tutte le ricette possono essere trovate nel suo libro  “Come vivere con cinque euro al giorno”.

LISCIVA DI CENERE: COME PROCURARSELA.

Anche la cenere di legna (mi raccomando non di pallet), si può riutilizzare. Non tutti abbiamo una bella stufa in casa oppure un camino ma di pizzerie in giro ce ne sono tantissime: saranno ben felici di regalarvene un po’ tanto loro la butteranno sicuramente via.

COME FARE UN DETERSIVO CON LA LISCIVA DI CENERE. 

Prima di tutto setacciare con un setaccio dalle maglie non troppo fini (quello che utilizzate in cucina va bene, purchè poi lo laviate benissimo),e setacciata per bene. Prendete una bella pentola capiente, un bicchiere normale e mettete in proporzione per ogni bicchiere di cenere 5 bicchieri di acqua. Arrivati alla dose che volete ottenere, mischiate bene bene il composto e fate bollire a fuoco vivace, continuando a mescolare. Portato tutto a bollore, abbassate la fiamma e lasciate sobbollire per 2 ore, continuando a mescolare perché il fondo tende ad attaccarsi. Spegnete la fiamma, coprite con un coperchio e lasciate cosi per 24 ore. Il giorno dopo la cenere si sarà depositata tutta sul fondo della pentola: preparate un’altra pentola oppure un catino abbastanza capiente, mettete un colino e un asciugamano sopra la pentola o il catino e scolate la lisciva ottenuta. Lasciate cosi per qualche ora, poi togliete il colino e lasciate il liquido riposare per altre 24 ore circa. Ripetete l’operazione 4 volte, finché il liquido non sarà limpido. Per esperienza è impossibile ottenere un liquido limpidissimo però dopo 4 volte che l’avrete filtrata la lisciva sarà pronta per essere utilizzata. Il prodotto ha scadenza di circa un anno, quindi la potete fare una volta per non pensarci più per mesi. Di solito io la lisciva la metto in bottigliette di plastica recuperate e riciclate con una bella etichetta con scritto lisciva di cenere onde evitare pericoli.

UTILIZZO DELLA LISCIVA:

  • per il bucato a mano: aggiungere 50 ml insieme al solito detersivo del bucato
  • per il bucato in lavatrice: 80 ml per ogni lavaggio
  • per pavimenti: aggiungere 50 ml nell’acqua del secchio
  • per tutte le superficie lavabili, sconsigliato su legno e marmo, ma io sinceramente la utilizzo ovunque e non mi è mai accaduto nulla: riempite uno spruzzino di lisciva e a piacere ma facoltativi olii essenziali di limone tee tree qualche goccia, spruzzare sulla parte da pulire ,mi raccomando però utilizzatene poca perché davvero ha un ottimo potere pulente.

Fonte: nonsprecare.it

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Sprout, la matita che si pianta

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La matita, strumento essenziale e semplicissimo, rivisitato da designer e case produttrici in mille forme, si trasforma in chiave green e diventa generatrice di vita. Sprout è una matita da usare finché non diventa così corta da non poterci più scrivere e non resta altro da fare se non piantarla nella terra. Una matita dalle due vite e dalla doppia utilità, ispirata dall’idea di alcuni scienziati e colta da originali designer.

COME È NATA L’IDEA DI SPROUT

Forse l’ispirazione è sorta guardando schizzi degli scienziati del passato, come Darwin, che illustrò l’attecchimento di una massa di polline sulla punta di una matita, a testimoniare la consistenza naturale dei materiali che compongono questi storici strumenti di scrittura.sprout-matita-b_300x155

In alto: G.B. Sowerby, “A. Massa di polline di O. mascula, appena attaccatasi alla matita / B. Massa di polline di O. mascula, dopo l’azione di abbassamento”. Fig. 2 di C. Darwin, The various contrivances by which Orchids are Fertilized by Insects, 1862

Sono stati dei creativi di un team specializzato in  product design and development, chiamato  Democratech ad avere la geniale idea. Dovevano “creare  un prodotto per l’eco-ufficio del futuro” e così hanno pensato ad un prodotto 100% eco che servisse non solo durante il suo periodo di uso  per quello che appariva ma che avesse una seconda vita!
Il team della Democratech pensa che sicuramente questo prodotto sarà in grado di sensibilizzare gli utenti e soprattutto i bambini, che oggi sono coloro che maggiormente usano le matite. Per realizzare il progetto è stato stanziato un importo di 25mila dollari, ma le vendite già hanno largamente superato le premesse.
 COME FUNZIONA SPROUT

Innaffiatela e dopo appena una settimana vedrete spuntare i primi germogli di una varietà diversa a seconda del seme che scelto. L’acqua con cui si innaffia la matita scioglie l’involucro biodegradabile che la riveste e nutre il seme in essa contenuto.
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QUALI SONO LE VARIETÀ DI PIANTA CHE POSSO TROVARE IN COMMERCIO

Al momento sono tantissime le varietà all’interno della matita, ma le più richieste pare che siano: basilico,calendula,pomodoro ciliegino, melanzana, pepe verde, jalapeño, menta, prezzemolo, rosmarino, salvia, timo.sprout-matita-d_300x155

Gli stessi ideatori parlano di un risultato inatteso che dimostra come anche le idee più semplici e realizzabili con poco possano diventare dei grandi progetti.  L’importante è crederci! Si spera che idee come quella di Sprout stimolino la creatività e spingano ad utilizzare nuovamente strumenti tradizionali per il disegno a mano libera.

fonte: architettura ecosostenibile

 

Sette idee ‘luminose’ che aiutano i più poveri

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Portare l’elettricità nei villaggi dell’Africa e dei paesi più poveri del mondo promuovendo l’energia solare come risorsa energetica sociale aperta a tutti: è questo l’obiettivo delle tante associazioni umanitarie e delle Nazioni Unite che di recente hanno affrontato l’argomento nel rapporto ‘Sostenibilità ed equità’ in cui sostanzialmente si invoca l’accesso universale alle energie rinnovabili. Ecco una selezione di sette invenzioni e iniziative che potrebbero trasformare nel giro di pochi anni questo auspicio in realtà.

 

1. Lampade solari portatili. Una soluzione al problema delle pericolosissime (poiché facilmente infiammabili) e dannose(sia per la salute dell’uomo che per l’ambiente) lampade a kerosene arriva dall’associazione ‘Nuru’ che opera in Ruanda per aiutare le popolazioni più povere e bisognose. Si tratta di piccole luci a LED portatili e ricaricabili dal costo estremamente contenuto, ideali per illuminare piccoli ambienti domestici e aiutare i ragazzi a leggere e scrivere. E non è tutto. Per offrire un lavoro e una retribuzione stabile alle comunità locali, Nuru ha assunto piccoli imprenditori del luogo per la distribuzione delle lampade.

2. Solar Sister. Nata nella punta sud-sahariana del continente africano l’associazione Solar Sister riunisce le donne che hanno voglia di ‘cambiamento’ – per sé e per la comunità di appartenenza – ma desiderano anche svolgere un’attività lavorativa remunerata. Con un piccolo investimento iniziale necessario ad acquistare il kit di lavoro e i corsi di formazione necessari, queste ‘sorelle della luce’ vengono preparate alla distribuzione di lampade solari in sostituzione di quelle a kerosene, per conto di imprenditori locali che a loro volta offrono cure mediche, cibo, istruzione e assistenza. L’attività ha anche l’obiettivo di sensibilizzare le persone all’utilizzo di fonti energetiche più sicure ed economiche. Un approccio innovativo al problema della povertà.

3. Notebook a pannelli solari. Progettato per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, il Gyy iUnika è un notebook dotato di pannelli solari in grado di fornire l’energia necessaria al suo utilizzo. La scocca è composta da bio-plastiche e materiali biodegradabili come cellulosa e amido. Ecco un esempio di eco-gadgetcapace di democratizzare l’uso della tecnologia.

4. Educazione illuminata‘. Promossa dalla Selco Solar, ‘Luce per l’innovazione’ è un’iniziatica rivolta ai bambini delle zone rurali più povere dell’India che oggi non hanno ancora accesso ad un’istruzione adeguata ed ai servizi primari. Nato per incentivare le famiglie a provvedere all’istruzione dei figli, il progetto è finanziato per il 90% dall’associazione umanitaria e per il restante 10% dalle popolazioni locali. La prima scuola ad aver beneficiato del contributo ha avuto lampade solari per i suoi studenti e pannelli solari per il funzionamento di caricatori energetici in grado di garantire 10 ore di luce, valide non solo per lo studio ma anche per la sopravvivenza nelle abitazioni.

5. Kiran, la lampada solare. Realizzata con luci a LED ad altissima efficienza e un piccolo pannello solare posto nella parte superiore della struttura, Kiran è una lampada in grado di ricaricarsi alla luce solare diretta in sole 8 ore. Un bell’esempio di come la tecnologia intelligente in grado di migliorare la qualità della vita di molte persone che non hanno accesso diretto all’elettricità.

6. Solvatten, purificatore d’acqua. Quello di portare l’energia elettrica nelle comunità più povere e disastrate è solo la punta dell’iceberg. L’accesso all’acqua potabile, infatti, è una priorità che non può essere più ignorata. A dare il proprio contributo alla causa ci ha pensato l’inventore svedese Petra Wadstrom che ha inventato un sistema di depurazione dell’acqua alimentato con l’energia del sole. Il sistema, infatti, sfrutta i raggi UV per purificare l’acqua contenuta nella speciale tanica.

7. d.light, per illuminare la povertà. d.light è una società di design indiana specializzata nella realizzazione e distribuzione di lampade a LED per tutte le persone del mondo che non hanno energia elettrica. L’obiettivo di D.light è sostituire le lanterne a kerosene con la luce sicura e brillante della tecnologia LED che – tra le altre cose – consente di abbassare notevolmente le emissioni di CO2 nell’atmosfera. D. Light è balzata agli onori della cronaca per avere creato una lanterna solare considerata il sistema di illuminazione più economico e sostenibile in commercio e vincitrice del premio Ashden Award.

Fonte. tuttogreen

Mi vesto di bamboo!

La fibra che si ricava dalla pianta infestante è biodegradabile e anallergica di Romina Rossi4

Negli ultimi anni si registra una crescita di richiesta di bamboo a livello mondiale. Il legno di questa pianta – famosa soprattutto per essere l’unico alimento di cui si ciba il panda – viene usato per molteplici scopi, tutti ecologicamente compatibili: per la fabbricazione di carta, mobili, parquet, oggettistica in legno, e persino per tessuti e filati!

Una pianta amica dell’ambiente

Il bamboo fa parte della famiglia delle Bambusa, con fusto tipico delle graminacee (grano, riso e mais), composto da nodi cilindrici e internodi cavi da cui nascono i germogli e le foglie. È una delle piante più diffuse – ne esistono circa 1300 specie – in Asia, ma oggi si trova anche in Europa, Nord e Sud America e in Africa, dato che si adatta a qualsiasi clima. Cresce spontaneamente e molto in fretta – circa 60 centimetri al giorno per arrivare alla propria grandezza massima in 4-5 anni – tanto da essere considerata una pianta infestante molto resistente. In Cina e in Asia, dov’è molto diffusa, l’uomo non la coltiva, ma si serve di quella che nasce naturalmente (si diffonde per radice). Si tratta quindi di una pianta naturale al 100%, che non ha bisogno di pesticidi o concimazione. Inoltre, il bamboo nutre il terreno su cui cresce, senza impoverirlo, ed è in grado anzi di ripulirlo di eventuali sostanze nocive. La sua capacità di assorbire grandi quantità di biossido di carbonio trasformandolo in ossigeno, ne fa una pianta in grado di combattere l’effetto serra. In estremo Oriente il bamboo è usato da sempre e nei secoli passati il legno veniva usato per realizzare ogni tipo di oggetto, comprese zattere in grado di navigare alla perfezione. Ancora oggi, con il bamboo si possono fabbricare biciclette, ponti, case e strumenti musicali.  In Cina, dov’è considerata la pianta della longevità, data la lunga vita che raggiunge la pianta, il bamboo viene usato per preparare birra, grappa e tè oltre a vari medicinali per disturbi vari.

Vestire naturale

Vista la crescente richiesta del mercato di avere capi d’abbigliamento in materiale ecologico e naturale, anche il settore tessile ha cominciato a interessarsi a questa pianta dalle ottime caratteristiche, raggiungendo risultati sorprendenti. La fibra ricavata dal bamboo è del tutto naturale e biodegradabile al 100%, perfetta quindi per confezionare capi d’abbigliamento. Diversi studi effettuati sulla fibra del bamboo hanno riscontrato che si tratta di materiale anallergico, non irritante, durevole, fresco e morbido sulla pelle e traspirante. È persino antibatterico: al contrario della fibra del cotone in cui proliferano i batteri, nella fibra di bamboo, dov’è presente un antibatterico naturale che si autoproduce naturalmente, i batteri non sopravvivono, per cui la fibra mantiene a lungo la propria azione deodorante senza provocare cattivi odori. Queste caratteristiche ne fanno un tessuto adatto anche all’abbigliamento dei bambini. Capi d’abbigliamento e tessuti in bamboo si possono trovare nei negozi specializzati in abbigliamento di fibre particolari: l’ultima apprezzata caratteristica è il prezzo più economico rispetto ad altri tessuti naturali!

Fonte: viviconsapevole

Torino, storia voci e bilancio del pranzone gratis di Piazza Vittorio

Secondo gli organizzatori sono stati distribuiti 2.800 pasti. Un record in Italia, nonostante non si sia registrato il tutto esaurito. Presente il Ministro dell’Ambiente, interventi di Don Ciotti e altre personalità coordinati da Patrizio Roversi. Da dove venivano e dove sono finiti i materiali “edibili”375142

video di Michele Dicanosa e Giuseppe Iasparra

articolo di Silvia Caprioglio:

Eating City, non c’è stato il caos che qualcuno paventava….non tutta la città si fa attirare dal pasto gratuito: e quindi “Eating City – La città che mangia”, grande pranzo collettivo gratuito in piazza Vittorio, realizzato con prodotti di scarto recuperati dalla grande distribuzione e destinato a 3000 persone, per sensibilizzare sulla lotta agli sprechi alimentari si è svolto senza concitazione. I pasti serviti, secondo gli organizzatori, sono stati 2800, solo 200 in meno di quelli preparati

 

 

Complice il tempo estivo, che a dispetto della crisi deve aver spinto più d’uno alla gita fuori porta, o una comunicazione meno capillare del necessario, o…chissà… abbiamo un sondaggio in proposito… alla fine si è persino avanzato qualcosa. La lusinga del pasto gratis ha attirato 2800 persone, a fronte dei 3000 pasti preparati, sufficienti, in caso di maxi affluenza, anche per 3700 persone. Sotto un solleone che ha sfiorato i 30 gradi, si è tenuto in piazza Vittorio “Eating City – La città che mangia”, un grande pranzo collettivo gratuito preparato con cibo di recupero dalle eccedenze della grande distribuzione della provincia di Torino. Un’iniziativa nell’ambito del programma degli Smart City Days organizzata da Risteco, azienda impegnata nella logistica della ristorazione, con il patrocinio di Fao Onu, per sensibilizzare sul tema della lotta agli sprechi alimentari. Una missione non così facile da conseguire. “Pur se con fatica – spiega Andrea Segrè, animatore dell’evento, professore ordinario di Politica agraria e presidente di Last Minute Market –, sta aumentando la sensibilità contro lo spreco, anche “grazie” alla crisi, che rende sempre più difficoltoso per le famiglie riuscire ad arrivare alla fine del mese”. Missione compiuta per Gaetano Capizzi, direttore artistico di Smart City Days. “È stato il più grande evento di questo tipo in Italia. L’obiettivo era proporre un’azione politica contro gli sprechi per mettere in evidenza un problema reale. La campagna di informazione mirava ad attirare circa 3000 persone, e la risposta della gente non si è fatta attendere. Era importante anche solo supportare l’idea alla base del progetto con la propria presenza, decidendo poi di pranzare altrove come molti hanno fatto”. Ecco dunque i numeri della manifestazione: il menù – caponata, tortino di verdure e una pesca – è stato realizzato con l’impiego di 2 tonnellate di materia prima, 1,5 tonnellate di verdure e mezza tonnellata di frutta. Sono stati 2800, secondo Maurizio Mariani, presidente di Risteco, i pasti serviti; 200 dunque quelli avanzati, destinati, secondo l’impegno dichiarato, alle associazioni di volontariato del territorio, contattate una volta che si è verificato che i pasti preparati non sono stati tutti distribuiti. La materia prima di recupero per più della metà era di “quarta gamma”, recuperata dalla produzione industriale, e per la restante parte – le verdure per la caponata – recuperando l’invenduto dei mercati generali, quindi dal circuito all’ingrosso. I rifiuti prodotti, compresi vassoi e posate biodegradabili, nelle intenzioni dovevano essere tutti di tipo organico; rifiuti urbani differenziabili, raccolti dall’Amiat. Dunque, a monte c’è stato un recupero iniziale di frutta e verdura destinate a diventare “rifiuti speciali” (i rifiuti dell’industria e della grande distribuzione), per i quali vige un sistema di smaltimento ad hoc, e diventati poi , alla fine, rifiuti urbani (tipicamente quelli domestici e della piccola distribuzione). Raccolti quasi tutti come Organico. “Per grandi eventi come Eating City – sostiene Mariani – è difficile andare a ridurre i rifiuti urbani raccogliendo la materia prima di scarto dai piccoli negozi. Il problema è logistico: si rischia che l’inquinamento prodotto per raccogliere gli scarti tra tanti piccoli commercianti sia maggiore del vantaggio riconducibile alla riduzione degli scarti stessi”. Alcune pecche sono inoltre da segnalare nella raccolta dei rifiuti prodotti in seguito all’evento: un bidone non aveva indicata la tipologia di rifiuti da conferire; cumuli di carta sporca sono stati gettati nel bidone della carta invece che in quello dell’organico; i bicchieri, apparentemente di plastica ma in realtà compostabili, sono stati in un paio di casi gettati nella plastica invece che nell’organico. Ma in generale tutto è filato liscio perché attorno ai tavoli dove si è mangiato c’era un solo tipo di contenitore. Le dichiarazioni del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando nel corso di Eating City: “L’articolo 9 della Costituzione parla di tutela del paesaggio – ai tempi non si parlava ancora di “ambiente” –; l’articolo 3 allude a una redistribuzione del reddito. Un evento come Eating City è un modo per raccogliere questi stimoli e sperimentare un modello alternativo di sviluppo. A lungo l’ambiente è stato visto come un vincolo e non come un’opportunità, anche economica, ad esempio di turismo. Occorrerebbe ripensare tutti i ministeri tenendo in considerazione le ripercussioni sull’ambiente. Porterò in Consiglio dei ministri una legge sul consumo del suolo; vorrei riuscire nel corso del mio mandato a far sì che sia introdotto nel Codice penale il reato di delitto ambientale, e che venisse approvata una legge sull’acqua come bene pubblico. Mi piacerebbe lasciare il ministero con meno procedure di infrazione a carico dell’Italia da parte dell’Europa: attualmente, su un centinaio di procedure, oltre 30 sono su questioni ambientali”. Come la sera precedente, anche in occasione del pranzo ci sono state delle proteste dal contenuto ambientalista (riportiamo in allegato il volantino). La sera precedente al Cinema Ambiente era soprattutto una protesta Notav. In questo caso il volantino contestava le aziende della distribuzione alimentare, accusandole di creare in settimana lo spreco che affermano di contrastare in questa estemporanea iniziativa domenicale.

Un aspetto importante: l’organizzazione dei rifiuti al pranzone

Rassegna stampa

Il “menù degli sprechi” è servito Tremila a pranzo in piazza Vittorio – da La Stampa del 03.06.2012

Tutti in coda per il pranzo degli avanzi – da La Repubblica del 03.06.2013

Fonte: ecodallecittà