Trasparenza sui passaggi di denaro da Big Pharma ai medici: perché fa paura il Sunshine Act italiano?

È in corso di esame alla CommissioneAffari Sociali della Camera la proposta di legge che introduce l’obbligo ditrasparenza nei passaggi di denaro tra aziende farmaceutiche e medici. Tra le organizzazioni e le associazioni del settore c’è chi è completamente favorevole e chi esprime anche “timori”…

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È all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera la proposta di legge soprannominata “Sunshine Act italiano”, dal testo di legge analogo vigente in America che detta le regole per la trasparenza nel passaggio i denaro tra Big Pharma e gli operatori sanitari.

L’associazione “No Grazie Pago io” (operatori sanitari e medici che rifiutano qualsiasi erogazione dalle aziende farmaceutiche) ha partecipato alle audizioni davanti alla Commissione come parte della delegazione della Rete Sostenibilità e Salute (RSS), collaborando alla stesura e alla presentazione di una memoria messa agli atti dalla commissione.

«La nostra memoria – spiegano i NoGrazie – guarda con favore alla proposta di legge per un Sunshine Act italiano; chiede che l’iter per la sua approvazione sia rapido e che siano presi in considerazione altri attori, oltre a industria del farmaco e medici, per esempio l’industria degli alimenti per l’infanzia e le associazioni di pazienti». Anche Slow Medicine faceva parte della delegazione RSS; la loro memoria è leggibile QUI

Le audizioni hanno riguardato anche altri soggetti.

La FNOMCEO, per esempio, ha sottolineato che “il Codice di deontologia medica già prevede apposite disposizioni in materia di conflitto di interessi” e che “il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici … prevede che il dipendente pubblico deve rispettare i principi di integrità, correttezza, buona fede, proporzionalità, obiettività, trasparenza, equità e ragionevolezza e agire in posizione di indipendenza e imparzialità, astenendosi in caso di conflitto di interessi”, ma “al tempo stesso non possiamo accettare che passi una cultura di criminalizzazione e di pregiudizio nei confronti della intera categoria professionale medica. Noi crediamo che eventuali strumentalizzazioni possano incrinare il rapporto di fiducia che esiste tra medico e paziente e non siano funzionali al sistema salute”.

La proposta di legge per il Sunshine Act, tuttavia, riguarda solo la trasparenza delle transazioni finanziarie tra industria e medici, senza criminalizzare o strumentalizzare nessuno. Anche la Fondazione GIMBE ha partecipato alle audizioni, facendo un appello ad “evitare di demonizzare i trasferimenti di denaro, che non necessariamente sono correlati a fenomeni corruttivi”.

«Rispettiamo ovviamente tutte le posizioni – dicono i NoGrazie – ma non capiamo perché la trasparenza incuta tanti timori».

Ecco il testo della Memoria presentata dalla Rete Sostenibilità e Salute.

«Nel 2012, negli USA, l’industria farmaceutica ha speso circa 27 miliardi di dollari in promozione, di cui 3 per la promozione diretta al pubblico e 24 per quella diretta ai medici (1). Dato che la spesa totale per farmaci è di circa 300 miliardi di dollari, la promozione rivolta ai medici vale circa l’8% di questa spesa. Non è facile, e forse non è nemmeno possibile, trovare dati sulla spesa per la promozione ai medici in Italia. Ma se la percentuale fosse simile a quella USA, si tratterebbe di circa 2.4 miliardi di euro su una spesa annuale per farmaci che si aggira sui 30 miliardi. E stiamo parlando solo di farmaci, ai quali bisogna sommare la spesa per la promozione di tutti gli altri dispositivi sanitari, per la diagnostica, per terapie non farmacologiche di vario tipo, per la riabilitazione, per la nutrizione (compresa quella infantile), ecc. Come sono spesi questi 2.4 miliardi di euro? Difficile saperlo, ma dato che l’industria farmaceutica è globale, sono probabilmente globali anche le strategie di marketing. La torta, quindi, non sarà molto diversa da quella degli USA, nella figura qui sotto. Circa la metà dei soldi potrebbero essere spesi per le attività dei rappresentanti, solo in Italia chiamati informatori scientifici. Altre fette importanti riguardano la distribuzione di campioni, il finanziamento di eventi formativi e la spedizione di materiale promozionale di vario tipo. Vale la pena notare che a pagare per tutto ciò sono i cittadini, visto che la spesa per marketing è sicuramente integrata nel prezzo dei farmaci, sia che lo paghi direttamente il consumatore sia che lo finanzi il sistema sanitario nazionale (SSN).

Che la spesa per marketing dia un ritorno è più che certo. Nessun amministratore delegato potrebbe essere confermato da un’assemblea annuale di azionisti se non potesse dimostrare che per ogni euro speso in marketing ne introita 2 o 3 (questa è una stima, perché non ci sono dati a disposizione, ma è una stima considerata verosimile). Questo ritorno si basa ovviamente su un aumento di vendite dei prodotti oggetto di promozione commerciale. Una revisione sistematica pubblicata nel 2017 mostra che le attività mostrate nella figura qui sopra sono invariabilmente associate a un aumento delle prescrizioni (in media di due volte e mezza), spesso inappropriate e di minore qualità, e a un aumento relativo dei costi (2). Prescrizioni con percentuali più elevate di farmaci ancora sotto brevetto rispetto alle alternative equivalenti. Non stupisce che la spesa per il marketing possa superare anche di due o tre volte quella per la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci (3).

La RSS ritiene che, ai fini della sostenibilità del SSN, sia necessario regolare in maniera restrittiva il marketing dei farmaci e di tutti gli altri dispositivi sanitari e tecnologie diagnostiche, con l’obiettivo di ridurre l’eccesso, spesso inutile o dannoso, e in ogni caso costoso, di prestazioni sanitarie (4). Ma per regolare il marketing, bisogna conoscerlo. È quindi necessario, in primo luogo, sapere nel modo più accurato possibile come l’industria della salute spende i soldi che investe per la promozione rivolta ai medici e ad altri operatori sanitari. Per questo, la RSS è favorevole al Sunshine Act (usiamo questo termine per brevità e perché è ormai entrato nel linguaggio comune di chi si occupa di questi temi), una legge che imponga trasparenza su tutte le transazioni finanziarie (in denaro, beni o servizi) tra produttori di farmaci, dispositivi medici o altri prodotti sanitari e operatori, associazioni e istituzioni sanitarie.

Per essere efficace, questa legge deve avere, secondo la RSS, le seguenti caratteristiche:

obbligare a notificare tutte le transazioni finanziarie, di qualsiasi tipo e per qualsiasi valore che superi i 10 euro per singola transazione, o i 100 euro annuali nel caso di ripetute transazioni di scarso valore.

imporre severe sanzioni in caso di mancata notificazione, o di tentativi di aggirare la legge (per esempio con transazioni in nero, o a prestanome, o su conti esteri, ecc.).

• inserire tutte le transazioni, con dati identificativi da stabilire (compresa la ragione di ogni transazione) in un registro pubblico che possa essere facilmente consultabile e analizzabile da chiunque, dai semplici cittadini ai rappresentanti delle istituzioni, passando per ricercatori e giornalisti.

Dovrebbe inoltre applicarsi a transazioni finanziarie da parte di qualsiasi industria in qualche modo relazionata con la salute. Per esempio, molte attività educative e di ricerca dei pediatri sono sponsorizzate, oltre che dai produttori di farmaci e vaccini, da quelli di alimenti per l’infanzia (Nestlé, Mellin/Danone, Plasmon, Humana, ecc.), con conseguenze negative su inizio, esclusività e durata dell’allattamento, e relativi danni alla salute di madri e bambini (5,6). Queste transazioni devono essere coperte dalla legge. Infine, dovrebbero ricadere nell’ambito della legge anche le transazioni nei confronti delle associazioni di pazienti; alcune di queste sono infatti finanziate dall’industria farmaceutica che ne approfitta per promuovere l’uso dei suoi prodotti (7).

È fattibile mettere in pratica un Sunshine Act italiano? Il fatto che una legge simile sia già applicata in altri paesi da alcuni anni depone a favore di una risposta positiva a questa domanda. Come si sa, il Sunshine Act è in vigore dal 2011 negli USA ed include attualmente informazioni sulle transazioni di oltre 2000 ditte con oltre 900.000 medici, per un totale annuale di circa 25 miliardi di dollari (8). Ha permesso a ricercatori accademici, per esempio, di analizzare i flussi finanziari a seconda della specializzazione dei medici (9,10). Ha permesso ad associazioni per la difesa dei diritti dei cittadini di comprovare che i medici che ricevono più soldi dall’industria farmaceutica tendono a prescrivere più farmaci di marca (11). Ha permesso a giornalisti di scoprire che un famoso oncologo di New York aveva omesso di dichiarare i suoi conflitti d’interesse, del valore di oltre 3 milioni di dollari, nel firmare articoli per importanti riviste scientifiche e nel promuovere specifiche terapie per il carcinoma del seno in numerosi congressi, terapie che avevano alternative meno costose e che si sarebbero per di più rivelate di scarsa validità. L’oncologo ha dovuto rassegnare le dimissioni dopo che il New York Times ha svelato i suoi legami con l’industria (12).

Leggi simili al Sunshine Act USA sono in vigore da alcuni anni anche in alcuni paesi dell’Unione Europea: Francia, Portogallo, Danimarca, Grecia, Romania, Lituania e, ultimo arrivato, Belgio. La legge francese è più ampia di quella statunitense e ha dei criteri di notificazione più stringenti, ma le multe in caso di inadempienze sono minori (13). Sfortunatamente, oltre ai rapporti annuali dell’amministrazione francese sui dati inseriti nel registro, non sono disponibili articoli che analizzino volumi e distribuzione dei pagamenti ai medici. Considerazioni simili valgono per le leggi negli altri paesi citati dell’Unione Europea (14).

Anche se è presto, eccetto per USA e Francia, per un giudizio sulla fattibilità di un Sunshine Act, tutte le informazioni che abbiamo finora a disposizione tendono verso una risposta positiva. Anche l’Unione Europea sembra convinta della fattibilità della legge, visto che, attraverso il Progetto Anticorruzione e Trasparenza, ha finanziato in Colombia l’elaborazione del Sunshine Act, e del relativo registro pubblico delle notificazioni (15). Se si può fare in Colombia, è molto probabile che si possa fare anche in Italia. Ci sono alternative? Alcune multinazionali del farmaco, come per esempio la GlaxoSmithKline, hanno dichiarato l’impegno a una totale trasparenza, in alcuni paesi, nei riguardi delle loro transazioni finanziarie con medici e altri operatori sanitari. Un simile impegno, a livello europeo, è stato preso da EFPIA (la Federazione Europea delle Industrie e delle Associazioni Farmaceutiche) nel 2013. Si tratta di un codice etico volontario, sia per le ditte sia per i medici, che facilita la pubblicazione delle transazioni finanziarie su qualche tipo di registro privato, cioè di proprietà delle ditte. Questa proposta è stata fatta propria in Italia da Assobiomedica (16). Peccato che non funzioni. Innanzitutto perché il fatto che sia volontario, e non obbligatorio, rende la trasparenza incompleta per definizione. Poi perché la consultazione e l’analisi dei database è praticamente impossibile: i dati sono in formato pdf, a volte non si può nemmeno scaricare un file pdf ma si deve procedere a forza di screenshot, in alcuni casi i dati sono in ordine alfabetico per nome e in altri per cognome, in altri casi nomi e cognomi sono preceduti da prof e dott (per cui è impossibile seguire un ordine alfabetico), raramente si riesce a scaricare i dati in un formato analizzabile (tipo excel), per cui si dovrebbe copiarli uno a uno. Si immagini il tempo di lavoro che ciò comporterebbe se si volessero analizzare le transazioni finanziarie delle oltre 200 imprese che operano in Italia (17).

L’inferiorità di un sistema basato su codici volontari rispetto ad uno ispirato al Sunshine Act è stata recentemente confermata da uno studio che ha condotto un’analisi comparata in 9 paesi europei: Francia, Germania, Olanda, Gran Bretagna, Lettonia, Svezia, Spagna, Portogallo e Italia.18 Oltre alla completezza, sempre superiore nei sistemi di legge rispetto a quelli volontari, lo studio conferma la difficoltà di accedere e soprattutto di analizzare i dati in questi ultimi. Gli autori raccomandano un Sunshine Act europeo che standardizzi i registri sulle transazioni finanziarie tra industria e medici in tutti i paesi, facilitando così il compito di cittadini, giornalisti, associazioni, ricercatori e istituzioni che desiderino analizzare i dati per semplice curiosità o per capire se e come porre dei limiti a questo enorme passaggio di denaro, per ridurne le conseguenze dannose. In conclusione, la RSS è a favore di una legge come il Sunshine Act, purché sia efficace, risponda cioè alle caratteristiche sopra elencate. La RSS, tuttavia, ritiene che il Sunshine Act non risolva tutti i problemi. Dopo i primi due anni di funzionamento negli USA, per esempio, non ha (ancora) portato a una riduzione delle transazioni finanziarie né in quantità né in valore (19). Il Sunshine Act rende solo trasparenti queste transazioni, permette di sapere quanto denaro passa di mano, da chi a chi e per quali ragioni. Permette di identificare i conflitti di interesse finanziari creati da queste transazioni. Potrebbe avere effetti a medio termine, come conseguenze di scelte di consumatori più consapevoli, raggiunti da informazioni più trasparenti relative a produttori ed erogatori di prestazioni sanitarie. Ma in ogni caso, alla fin fine, spetterà al legislatore e a chi amministra il SSN, auspicabilmente su pressione di gruppi di cittadini, decidere se transazioni e conflitti d’interesse stanno causando danni alla salute dei cittadini e alla sostenibilità del sistema, ed agire di conseguenza con altri interventi

1 https://www.pewtrusts.org/en/research-and-analysis/fact-sheets/2013/11/11/persuading-the-prescribers-pharmaceutical-industry-marketing-and-its-influence-on-physicians-and-patients

2 Brax H et al. Association between physicians’ interaction with pharmaceutical companies and their clinical practices: A systematic review and meta-analysis. PLoS ONE 2017;12(4): e0175493

3 Gagnon MA, Lexchin J: The cost of pushing pills: a new estimate of pharmaceutical promotion expenditures in the United States. PLoS Med 2008;5(1):e1

4 https://www.sostenibilitaesalute.org/wp-content/uploads/2018/07/Appropriatezza-e-Linee-Guida-tra-provescientifiche-bisogni-della-singola-persona-e-interessi-commerciali.-RSS.pdf

5 Piwoz EG, Huff man SL. The impact of marketing of breast-milk substitutes on WHO-recommended breastfeeding practices. Food Nutr Bull 2015;36:373-86

6 McFadden A et al. Spotlight on infant formula: coordinated global action needed. Lancet 2016;387:413-5

7 McCoy MS. Industry support of patient advocacy organizations: the case for an extension of the Sunshine Act provisions of the Affordable Care Act. Am J Public Health 2018; 108:1026-30

8 Litman RS. The Physician Payments Sunshine Act: implications and predictions. Pediatrics 2018;141: e20171551

9 Agrawal S, Brown D. The Physician Payments Sunshine Act: two years of the open payments program. N Eng J Med 2016;374:906-9

10 Parikh K et al. Industry relationships with pediatricians: findings from the open payments Sunshine Act. Pediatrics 2016;137:e20154440

11 Ornstein C et al. Now there’s proof: docs who get company cash tend to prescribe more brand name meds. ProPublica, 17 March 2016

12 Top cancer researcher fails to disclose corporate financial ties in major research journals. By Charles Ornstein and Katie Thomas, New York Times, September 8, 2018

13 Life Sciences Legal Update

14 Santos A. The sun shines on Europe: transparency of financial relationships in the healthcare sector. Health Action International, Amsterdam, 2017

15 https://www.minsalud.gov.co/Paginas/Farmaceuticas-deberan-reportar-pagos-a-actores-del-sistema.aspx

16 http://www.dottnet.it/articolo/24879/convegni-e-viaggi-per-i-medici-ecco-il-codice-etico-di-assobiomedica

17 https://www.aboutpharma.com/blog/2017/02/22/458650/

Fonte: ilcambiamento.it

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Big Pharma colonizza i “mercati emergenti”. Grazie alle ong

Grazie alle Ong, le grandi industrie farmaceutiche hanno colonizzati in paesi in via di sviluppo meglio definiti «mercati emergenti». Bene, dunque, per loro che aumentino i malati, perché i sani sono consumatori mancati.pharma-1

La scienza medica in Occidente e nei cosiddetti “mercati emergenti” (è la definizione che ne danno le multinazionali e le loro varie agenzie di servizi) è totalmente nelle mani delle grandi industrie farmaceutiche, a loro volta ormai emanazioni dei consorzi finanziari globali e sotto il loro completo e costante controllo. Come potremmo dire? Tutti insieme costituiscono una delle filiali o ramificazioni dell’Impero Globale.

“Cosa facciamo stasera, prof?”

“Quello che facciamo tutte le sere, Mignolo, tentiamo di conquistare il mondo!”

Per conquistare il mondo con i farmaci, oltre ad avere in mano l’istruzione e la carriera dei medici presenti e futuri, bisogna che aumentino gli ammalati. Ogni persona sana è un consumatore mancato, un cliente perso. Ora, bisogna dire che lo sviluppo industrial-capitalistico ha già fatto tutto il possibile per ammalarci, dai pesticidi agli additivi e conservanti sintetici, dai rifiuti tossici al cloro nell’acqua potabile, dagli allevamenti intensivi ai telefoni cellulari, dal trasporto privato di persone e merci e conseguente intasamento di strade con milioni di auto e camion che intasano l’aria di melma tossica, tutto il suo progresso nuoce alla salute umana e non. Adesso però tocca alle multinazionali del capitalismo global-farmaceutico fare l’impossibile: ottenere che ogni umano o animale domestico sulla faccia deturpata del pianeta diventi loro cliente. Non uno di meno!

La malattia cronica e inguaribile (ma curabile, naturalmente) è quella che prediligono e, se non c’è, non si scoraggiano. Con l’aiuto della “scienza”, dei media e dell’OMS si può benissimo inventarla. Colesterolo, pressione sanguigna, diabete, per esempio, si prestano particolarmente a trattamenti a vita di pazienti (anche troppo) occidentali. Basta far sì che gli “scienziati” al vertice delle scientifiche istituzioni (corporazioni) e al vertice delle varie agenzie sanitarie sovranazionali decidano di abbassare il tasso dei suddetti, colesterolo ecc. e tutti diventiamo ammalati cronici. Dimostrando così senza più ombra di dubbio alcuno che la scienza è

Chi crea l’opinione, per esempio, nel caso del colesterolo che deve abbassarsi sempre di più (chissà se possiamo vivere anche senza di esso, se continua così lo sapremo presto) è la European Society of Cardiology (Società Europea di Cardiologia), che definisce sé stessa una no-profit. Ma guarda. Si vede che sono tutti volontari che, finito il lavoro, si dedicano alla cura dei cardiopatici indigenti. No. Forse la parola “Società” è più appropriata. Sapete, quelle aziende dove ci si associa per fare profitti tutti insieme. Infatti, se andate a vedere il programma del loro congresso, troverete una parte “fieristica” dedicata all’industria. L’industria del farmaco e suoi annessi e connessi. Lì ci sono tutte, anche quelle che non avete mai sentito nominare. A questo punto, credere o non credere a ciò che dice la scienza è solo questione di fede, come credere alle fate, al malocchio o, se vogliamo fare un salto di qualità, come credere in un Dio o nell’altro. Non ho niente contro gli dei, né contro le fate. L’importante è che non facciano male a nessuno, né loro né i loro credenti. Per quel che riguarda la scienza medica, avrei molti dubbi sulla sua innocuità. Tutte quelle pilloline per abbassare colesterolo, pressione e glicemia, per esempio, non sono affatto prive di effetti collaterali anche gravi. Che a volte neanche il nostro medico conosce, anche perché non ha il tempo di informarsi su tutte le nuove medicine che quotidianamente i piazzisti del farmaco gli propongono.

Ma passiamo ora ai “mercati emergenti”. Anche lì si può contare sul no-profit, ovvero sulle ONG, per salvare milioni di persone dalla malattia.

“In cosa investiamo, stasera, prof?”

“Investiamo nella malaria, Mignolo”

Quella della malaria e dei suoi rimedi è una storia particolarmente interessante da molti punti di vista.

Esiste una pianta, l’Artemisia annua, che cresce in Asia e che è usata da secoli nella fitoterapia cinese, in grado di curare la malaria. E’ una pianta medicinale priva di effetti collaterali e che funziona egregiamente. L’uso fitoterapico della pianta naturale, cioè delle sue foglie, risulta anzi molto più efficace dei medicinali sintetici a base del suo principio attivo.

Già negli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso i cinesi, quando cominciarono la loro personale conquista economica dell’Africa (in forma di collaborazione, a differenza dell’Occidente, benché sul modello sviluppista che l’Occidente ha imposto al mondo), si portarono dietro l’Artemisia Annua e i suoi semi come prevenzione e rimedio contro la malaria e, dato che il suo uso si diffondeva nel continente, la progredita scienza industrial-mercantile si diede da fare a cercare un rimedio per questa epidemia di medicina naturale, del tutto in contrasto con il suo progresso. Così, utilizzando l’Artemisia Annua (non sono riusciti a farne a meno, anche se ci hanno sicuramente provato), hanno creato dei medicinali sintetici a base di Artemisina, principio attivo della pianta. L’Artemisina è tossica, a differenza della pianta. Succede. La vita non è semplificabile, come sembrano credere gli scienziati dello “sviluppo” e degli affari. L’Artemisia Annua è un organismo vivente, le sue componenti innumerevoli e le loro relazioni imperscrutabili. Però, mentre la pianta uno se la poteva coltivare dietro casa o in un barattolo sul balcone, i medicinali a base di Artemisina li deve comperare. Oppure il suo governo li deve comperare per lui. A basso prezzo però, perché con grande spirito filantropico la Sanofi  Aventis rinuncia al brevetto. Difficile brevettare il principio attivo di una pianta naturale, e comunque non si può brevettare la pianta che lo produce e che uno può coltivarsi sul balcone. Ma si può, con l’aiuto di Medici Senza Frontiere e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, far esultare i media per la bontà e la buona volontà delle multinazionali farmaceutiche. “Nasce l’antimalarico senza brevetto, così l’Africa potrà curarsi da sola” era il trionfante titolo de La Repubblica nel 2007.

Non è che magari l’Africa si è sempre curata da sola, prima che arrivassimo noi ad ammalarla? Comunque il basso prezzo era garantito anche dal fatto che il nuovo e strepitante medicinale veniva prodotto in Marocco, sempre per aiutare l’Africa. Peccato che non funzioni e, nonostante la cura venga protratta per sempre più tempo e a dosi sempre più alte, il Plasmodium Falciparum, il parassita della malaria, se la ride dell’Artemisina, mentre probabilmente il fisico dei pazienti trattati non ci trova niente da ridere. In più, c’è sempre il rischio che la gente torni alle tisana di foglie di Artemisia Annua e che guarisca. Alla fine però un rimedio lo hanno trovato, e che rimedio: il vaccino. Così, malati o sani, tutti diventano clienti, pardon, pazienti.  E che il vaccino non funzioni è un vantaggio: invece di sostituirsi ai farmaci a base di Artemisina, vi si assomma. Vaccino più trattamento con farmaci, che bel mercato procura la malaria. Che il vaccino non funziona lo dicono tutti, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Perché non funziona? Perché la malaria non è un virus né un batterio, è un parassita. Hanno provato ad iniettarlo morto nei “pazienti” e, naturalmente, non li ha immunizzati, ora provano con quello vivo e il risultato (il risultato della sperimentazione che loro riferiscono) è di un’immunizzazione che non arriva al 40% pur schiaffando in corpo ai bambini (africani) ben quattro dosi di vaccino. In compenso aumentano gli effetti collaterali: meningite e… malaria. E se lo dicono loro…
E allora? Niente paura, la moderna scienza fa volare gli asini. Dopo questi bei risultati, dati dalla sperimentazione sui bambini africani del vaccino RTS,S detto anche Mosquirix, della Glaxo, si passa a una più larga sperimentazione e “Ghana, Kenya e Malawi guidano la sperimentazione del vaccino contro la malaria”, esultano la Nazioni Unite, e “Il primo vaccino della malaria arriva in Ghana, Kenya e Malawi” esultano gli uomini d’affari.

Esultano per gli stessi motivi, non avranno anche gli stessi obiettivi?

Manca ancora qualcuno, ma se vuotiamo il sacco viene fuori. La filantropia mondiale. Prima di tutto, lo avrete indovinato, la Bill & Melinda Gates Foundation. Dicono di aver speso (investito) due miliardi di dollari per combattere la malaria, e dicono di star facendo pressione sui governi di qua e di là dal mare perché ne spendano anche loro. Poi abbiamo PATH, una ONG internazionale che si occupa di “medicina” a tutto campo, dai farmaci e dai vaccini agli strumenti diagnostici a quelli digitali. PATH e la Bill & Melinda Gates Foundation sono sempre assieme, come lo squalo e la remora. Questa no-profit si occupa di profitti, investimenti, affari, rischi politici ed economici, naturalmente nel campo sanitario  e per la salute delle aziende sanitario-farmaceutiche globali.  Nelle biografie dei suoi capi si parla di milioni di dollari guadagnati, di sviluppo finanziario-industriale. Ci si rivolge ai clienti. Da questo punto di vista PATH è un compendio estremamente istruttivo dell’intreccio tra istituzioni sovranazionali, finanza internazionale e suoi “derivati” come Big Pharma, organizzazioni così dette no-profit e governi (l’ultima ruota del carro). Comunque, per essere una no-profit, PATH di profitti ne fa parecchi anche di suo, dato che ha bilanci e risorse ammontanti a parecchi milioni di dollari.  Poi, se proprio non vogliamo farci mancare nulla, diamo un’occhiata anche alle risorse della benemerita MSF o DWB, ONG internazionale che noi chiamiamo Medici Senza Frontiere. E che distribuisce e somministra artesunato-amodiachina soprattutto ai bambini sotto i cinque anni e alle donne incinta, che nel 2015 si vantava di aver “trattato” 735.000 bambini in Niger, Ciad e Mali, 17.000 nella Repubblica Centrafricana, e ben 1.800.000 persone in Sierra Leone. Inoltre, distribuisce zanzariere trattate con gli insetticidi, sempre per proteggere gli africani dalla malaria. E chi li protegge dagli insetticidi? Siamo seri ed esaminiamo seriamente i vari “trattamenti” che MSF elargisce agli africani. Ci sono vari studi condotti da ricercatori cinesi, cambogiani, britannici, americani, che lavorano in prestigiosi e insospettabili centri di ricerca, i quali dimostrano che l’Artesunato-amodiachina, alle dosi consigliate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è neurotossico ed epatotossico. Ciononostante, l’OMS continua a consigliarlo e MSF a somministrarlo. Quanto alle zanzariere impestate, immagino che gli africani vadano in giro indossandole dalla testa ai piedi, altrimenti a cosa servono?

Le zanzare non si aggirano solo all’interno delle abitazioni, non ti pungono solo quando sei a letto a dormire. Ma forse servono alle ditte che li producono. Pensate, l’UNICEF fa un congresso annuale con i fornitori di zanzariere impestate contro la malaria; un congresso di affari, dove l’UNICEF è il compratore.  Coi nostri soldi, che passano dalle tasse agli “aiuti allo sviluppo”, e coi soldi degli africani, che passano dai loro governi alle nostre multinazionali e/o alla Banca Mondiale in forma di debito. Naturalmente le aziende delle zanzariere impestate sono grosse compagnie occidentali, gli africani si devono accontentare di qualche briciola e delle zanzariere avvelenate e, poiché non sanno cosa farsene e, fortunatamente, non pensano di indossarle, le usano per pescare, creando senza colpa alcuna altro danno a sé stessi e al mare di cui vivono e di cui viviamo tutti, anche se non ce ne ricordiamo. Una piccola curiosità, per voi che siete curiosi. Le zanzariere avvelenate sono trattate con insetticidi detti piretroidi. Come per l’Artemisina, si tratta di sostanze chimico-sintetiche tossiche e persistenti, che imitano una sostanza naturale, il piretro. Il piretro è un fiore, tossico per gli animali a sangue freddo e solo per loro. Il piretro naturale si usa nell’agricoltura biologica, avendo la precauzione di non farlo finire in corsi d’acqua (i cui abitanti sono tutti a sangue freddo), e di non irrorare a destra e a manca e a qualsiasi ora, per non uccidere gli insetti indiscriminatamente. Dopo alcune ore, comunque, perde anche le sue proprietà tossiche per insetti, rettili e pesci, e non lascia traccia. Il maggior coltivatore mondiale di questa pianta è il Kenia ma l’Africa non se ne giova. Noi prendiamo i suoi fiori di piretro per farci il nostro insetticida biologico e a loro mandiamo le zanzariere impregnate di insetticidi chimico-sintetici tossici. Medici Senza Frontiere non distribuisce il piretro keniota, insegnando agli africani delle zone malariche come usarlo, ma distribuisce, istigata da UNICEF e OMS, le zanzariere delle multinazionali danesi e americane ecc. e gli insetticidi di altra bella gente, che tra l’altro fa anche farmaci. Non domandiamoci perché, non lo sapremo mai con certezza. Imperscrutabile è l’animo e il cervello umano. Qualcos’altro possiamo però sapere. Che il bilancio di MSF Stati Uniti era nel 2017 di 349 milioni di dollari e rotti. Che le spese di Medici Senza Frontiere a livello globale, nel 2017, erano di un miliardo e seicentoquattordici milioni di euro. Quindi, una potenza economica. Non ci meraviglieremo dunque di venire a sapere che la paga base dei suoi direttori USA è di 102.000 dollari l’anno, mentre quella del suo direttore esecutivo britannico è di “solo” 79.716 sterline. Nell’aprile 2017, adesso magari sarà qualcosina di più. Poi si chiamano “volontari”! E’ chiaro che sono volontari, non c’è mica bisogno di costringerli.

Fonte: ilcambiamento.it

Le strategie di marketing di Big Pharma per il 21° secolo

Big Pharma non ha più motivo di nascondersi, ha strategie di marketing commerciale pianificate e decise, si dà ormai per sottinteso (senza che si vedano resistenze a questo approccio prevalente) che i farmaci siano un prodotto di consumo di cui spingere la vendita.

big farma

Ed ecco allora che sul British Medical Journal viene pubblicato uno studio dal titolo Ethical drug marketing criteria for the 21st century (Criteri per un marketing farmaceutico etico per il 21° secolo), dove quella parola, “etico”, per alcuni può anche stonare…

Ecco cosa dice l’articolo, in sintesi.farma

Traduzione e adattamento di Luca Iaboli

Si ringrazia l’associazione No Grazie Pago Io

Fonte: ilcambiamento.it

Big Pharma e la Fondazione Gates: «Cavie per le industrie farmaceutiche»

Nonostante i profitti annuali si aggirino intorno ai mille miliardi di dollari, l’industria farmaceutica mondiale ultimamente ha avuto un declino critico della quantità dei profitti, e di questo declino ritiene colpevoli le leggi che regolano le sue attività.9640-10412

Vi proponiamo la traduzione integrale, a cura di Sonia Savioli, dell’articolo comparso su Global Research qualche tempo fa.

Nonostante i profitti annuali si aggirino intorno ai mille miliardi di dollari, l’industria farmaceutica mondiale ultimamente ha avuto un declino critico della quantità dei profitti, e di questo declino ritiene colpevoli le leggi che regolano le sue attività. Un gruppo di esperti USA ha calcolato che il costo di realizzazione di una nuova medicina si aggira sui 5.8 miliardi di dollari, il 90 per cento dei quali sono utilizzati per la Fase III della sperimentazione clinica richiesta dalla US Food and Drug Administration e dalle corrispondenti agenzie europee (si tratta di test condotti su ampi gruppi di soggetti umani al fine di confermare i risultati e gli effetti collaterali di nuovi vaccini e altre medicine). La multinazionale di consulenza di affari Mc Kinsey & Company ha definito la situazione “drammatica” e ha chiesto con forza ai dirigenti di Big Pharma di prendere in considerazione soluzioni che vadano oltre il semplice rimaneggiare i costi  di base. In primo luogo la delocalizzazione delle sperimentazioni nei mercati emergenti, dove i test di controllo dei medicinali sono a buon mercato, facili e veloci. E’ in questo specifico contesto che bisogna guardare all’intervento della fondazione Gates nella fornitura di vaccini e contraccettivi. Pesantemente coinvolta negli interessi di Big Pharma, la fondazione Gates per la sua posizione è in grado di facilitare strategie farmaceutiche studiate appositamente per il terzo mondo, dove “per accelerare le trasformazioni degli studi scientifici in soluzioni utilizzabili, noi cerchiamo la strada migliore per valutare e definire potenziali interventi –come, per esempio, candidati per i vaccini- prima che si inizino dispendiosi e lunghi test clinici.”

In un linguaggio chiaro la Fondazione Bill e Melinda Gates promette di dare la sua assistenza a Big Pharma per eludere i regolamenti in vigore in Occidente, proponendo sperimentazioni brevi e a basso costo nelle periferie. Gli strumenti di questa assistenza sono le istituzioni create dalla Fondazione Gates, come la GAVI Alliance, il Global Health Innovative Technologyes Fund, e il Program for Innovative Technology in Health (PATH), partner pubblico-privati che dichiarano di volersi dedicare a salvare vite nel terzo mondo. Ufficialmente indipendenti ma finanziate largamente da Gates per funzionare come strumenti della Fondazione, queste organizzazioni cominciarono a condurre sperimentazioni cliniche su larga scala in Africa e nel sud dell’Asia verso la metà dell’anno 2000. L’Africa presto sperimentò  “un incremento senza precedenti della ricerca sanitaria coinvolgente esseri umani”, in particolare di quelli “afflitti dalla povertà e senza istruzione”. I risultati, come si poteva prevedere, furono letali. Nel 2010 la Fondazione Gates finanziò la Fase III della sperimentazione di un vaccino per la malaria della GlaxoSmithKline, somministrando il trattamento sperimentale a migliaia di bambini in sette paesi africani. Ansiosi di assicurarsi l’approvazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, necessaria per ottenere l’autorizzazione a distribuire il vaccino in tutto il mondo, Glaxo e BMGF (Bill e Melinda Gates Foundation) dichiararono che la sperimentazione aveva avuto un successo strepitoso e la stampa riportò acriticamente la pubblicità. Pochi si presero la briga di dare un’occhiata più da vicino ai documenti riguardanti lo studio clinico, che rivelavano che i risultati della sperimentazione erano di 151 morti e avevano causato “seri effetti collaterali” (paralisi, epilessia, convulsioni) in 1048 dei 5949 bambini tra i 5 e i 17 mesi. Storie simili emergono nell’ambito della campagna finanziata da Gates in Ciad con il vaccino MenAfriVac, dove rapporti non confermati riferiscono che tra i 50 e i 500 bambini vaccinati a forza contro la meningite hanno sviluppato paralisi. Citando altri abusi un giornale sudafricano dichiarò “Siamo cavie per i fabbricanti di medicinali”. E’ stato in India però che il coinvolgimento della BMGF nella collaborazione con Big Pharma per la prima volta è balzato alla pubblica attenzione. Nel 2010 sette ragazzine tribali in Gujarat e Andhra Pradesh morirono dopo le iniezioni di HPV           (vaccino contro il Papillomavirus), facevano parte di uno studio su larga scala finanziato dalla Fondazione Gates e amministrato da PATH. I vaccini, sviluppati da Glaxo e Merck furono somministrati a circa 23.000 ragazzine tra i 10 e i 14 anni, con il pretesto di salvaguardarle dal cancro della cervice che avrebbero potuto sviluppare in tarda età. In seguito, esaminando i dati della sperimentazione, i medici indiani valutarono che almeno 1200 ragazzine avevano subito gravi effetti collaterali o sviluppato patologie autoimmuni come risultato delle somministrazioni. Nessun ulteriore controllo o cura medica fu offerta alle vittime. Le seguenti inchieste rivelarono diffuse violazioni delle norme etiche. Inermi bambine dei villaggi furono spinte a gruppi nella sperimentazione, i loro genitori messi sotto pressione dai rappresentanti di PATH perché firmassero il consenso su documenti che non erano in grado di leggere, vantando falsamente la sicurezza e l’efficacia della medicina. In molti casi le firme furono semplicemente falsificate. Una commissione parlamentare indiana appurò che la campagna vaccinale finanziata da Gates era in realtà una sperimentazione su larga scala, condotta su iniziativa delle aziende farmaceutiche e mascherata da “studio di controllo” allo scopo di aggirare le regole legislative.

La Commissione stabilì che PATH aveva “violato tutte le leggi e i regolamenti governativi sulle sperimentazioni cliniche” con una “evidente violazione dei diritti umani e con l’abuso di bambini”. La Fondazione Gates non si scomodò a rispondere alle accuse ma nella sua “lettera annuale” auspicò ancora più Ricerca e Sviluppo nell’ambito medico nei paesi poveri, e riaffermò la propria fede nel “valore di ciascuna vita umana”.

Creare mercati

Sperimentando il vaccino per il Papillomavirus in India la Fondazione Gates non stava soltanto facilitando i test clinici a basso costo ma stava anche fornendo assistenza nella creazione di nuovi mercati per un prodotto insicuro e inefficace. La versione della Merck del vaccino, chiamata Gardasil, fu introdotta nel 2006 assieme a una poderosa campagna di marketing che produsse vendite annuali per 1.5 miliardi di dollari. Il vaccino fu proclamato “il prodotto dell’anno” da Pharmaceutical Executive, per “aver costruito un mercato sul nulla”. Aiutata dagli entusiastici consensi dei vertici medici, Merck infine convinse gli americani che il Gardasil avrebbe protetto le loro figlie dal cancro della cervice.

In realtà il vaccino è di dubbia efficacia: “la relazione tra infezione da papillomavirus in giovane età e sviluppo del cancro 20 o 40 anni dopo non è provata… Il virus non sembra particolarmente dannoso, dato che quasi tutte le infezioni da papillomavirus vengono risolte spontaneamente dal sistema immunitario. Alcune donne possono sviluppare lesioni cervicali precancerose e forse cancri della cervice. E’ impossibile al momento prevedere in quali donne e perché possa succedere”

Il prestigioso Journal of American Medical Association pose apertamente la domanda se i rischi del vaccino non superassero i potenziali benefici. Man mano che emergevano gli inconvenienti del Gardasil, le donne americane ed europee cominciarono a rifiutare il vaccino; nel 2010 la rivista Fortune dichiarò il Gardasil un “bidone” dal punto di vista economico, dato che le vendite scendevano del 18 per cento all’anno. Il vaccino identico della Glaxo, Cervarix, subiva un identico declino. Miliardi di introiti e di profitti erano bloccati. A questo punto entrò in campo la Fondazione Gates. Il suo principale strumento era la GAVI Alliance, lanciata nel 2000 dalla BMFG (Bill and Melinda Gates Foundation) con “lo scopo dichiarato di alzare il livello del mercato dei vaccini”. La Gavi ebbe i fondi dagli acquisti co-finanziati di vaccini da parte dei Ministri della Sanità del terzo mondo, nell’attesa di trovare “fondi su larga scala necessari per sostenere programmi a lungo termine di immunizzazione” e di “porre le basi che permetteranno ai governi di continuare i programmi di immunizzazione per lungo tempo anche dopo la fine del sostegno di GAVI”. In soldoni: BMGF compra gli stock di medicinali che non hanno incontrato una sufficiente domanda in Occidente, li spedisce nelle periferie a prezzo scontato e porta a casa accordi a lungo termine di forniture ai governi del Terzo Mondo. Nel 2011 GAVI tenne un incontro grandemente pubblicizzato a Dhaka, nel quale, con l’approvazione entusiastica del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon, annunciò una campagna mondiale per diffondere il vaccino HPV (Papillomavirus) nel Terzo Mondo “se i paesi (in via di sviluppo) dimostreranno la loro capacità di distribuire il vaccino più di due milioni di donne e bambine in nove paesi potranno essere protette dal cancro della cervice entro il 2015”. La Glaxo adottò un “Modello Globale di Disponibilità di Vaccini” che prevedeva aumenti di prezzi scaglionati per “permettere una transizione ai paesi poveri con l’aiuto di partner come l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanita, e GAVI”. Nel frattempo PATH si precipitava a completare un progetto su larga scala di cinque anni “per produrre e diffondere informazione in ambito pubblico per l’introduzione dei vaccini HPV” in India, Uganda, Perù e Vietnam. Un rapporto del parlamento Indiano osservò: “Tutti questi paesi hanno dei programmi di vaccinazione statali che, se ampliati per includere il Gardasil, significheranno degli enormi benefici finanziari per i… produttori”. Secondo le dichiarazioni fiscali del 2012 Merck fu in grado di avere un balzo del 35 per cento nelle vendite mondiali di Gardasil, a seguito tra l’altro di “risultati favorevoli in Giappone e nei mercati emergenti” dove “l’aumento delle vendite vede i vaccini al primo posto”. Evidentemente un medicinale che a buona ragione era giudicato con sospetto dagli americani era però buono abbastanza per le donne del terzo mondo. Altri medicinali pericolosi, che non hanno avuto successo sui mercati occidentali, hanno ricevuto attenzioni simili dalla Gates Foundation. Norplant, un contraccettivo sottocutaneo che sterilizza le donne per cinque anni, fu eliminato dal mercato USA dopo che 36.000 donne accusarono gravi effetti collaterali non rivelati dai produttori, tra  cui eccessive emorragie mestruali, vertigini, depressione, nausea, cefalea. Leggermente modificato e rinominato Jadelle, lo stesso medicinale è ora promosso a tutto spiano in Africa da USAID, dalla Fondazione Gates e dai suoi affiliati. Un recente articolo nel sito collaterale della Fondazione Gates, Impatient Optimist, sorvola sui suoi pericoli e afferma falsamente che il medicinale non ha avuto successo negli USA perché inserire e rimuovere il dispositivo era “scomodo”. Con il sostegno della Fondazione Gates, tuttavia, Jadelle “ha giocato un ruolo fondamentale nel fornire gli impianti al terzo mondo”, e presto sarà completato da un secondo clone del Norplant, , l’Implanon della Merck. Un contraccettivo ugualmente pericoloso, il Depo-Provera della Pfizer, recentemente ha ricevuto l’imprimatur della Fondazione Gates per la distribuzione alle donne povere di tutto il mondo. Negli USA e in India i gruppi femministi hanno lottato contro l’approvazione di questo farmaco per decenni, vista la lista allarmante di effetti collaterali, che includono “sterilità, emorragie, diminuzione della libido, depressione, ipertensione, aumento di peso, infezioni vaginali, perdita di capelli, offuscamento della vista, dolori delle articolazioni, crescita dei peli facciali, acne, crampi, diarrea, rash cutanei, stanchezza, gonfiori degli arti e potenzialmente irreversibile osteoporosi. Dopo che la Food and Drug Administration USA cedette alle pressioni dell’industria farmaceutica e approvò il medicinale nel 1992, alcuni studi scoprirono una marcata disparità razziale tra le donne bianche e quelle afro americane nelle prescrizioni di Depo-Provera, che portarono all’accusa che “questa forma di controllo delle nascite a lungo termine è abitualmente prescritta alle donne di colore per privarle della possibilità di controllare autonomamente la loro stessa capacità riproduttiva”. Alle donne americane bianche e alle donne europee, al contrario, questo medicinale viene prescritto solo raramente e il più delle volte come trattamento per l’endometriosi, il che riduce molto il suo potenziale commerciale in occidente. Perciò la Pfizer avrà un enorme beneficio dal programma portato avanti dalla Fondazione Gates, che annunciava a colpi di grancassa, al summit di Londra per la Pianificazione Familiare del 2012, di voler distribuire il medicinale a milioni di donne nell’Asia del sud e nell’africa subsahariana entro il 2016.

Facciamo i calcoli. Se 120 milioni di donne diventeranno nuove consumatrici di Depo-Provera, a un costo medio stimato tra i 120 e i 300 dollari l’anno a donna, il risultato è tra i 15 e i 36 miliardi di nuove vendite all’anno, un bel guadagno a fronte di una spesa di 4 miliardi in ricerca. La pubblicità della Fondazione Gates vuole far credere che il suo aggressivo sostegno a questo discreditato medicinale sia semplicemente una risposta alle richieste delle donne povere. “Molte donne africane vorrebbero usare i contraccettivi sottocutanei ma non possono permetterselo” proclama il presidente e manager di PATH, Steve Davies. L’attivista per i diritti riproduttivi Kwame Fasu non è d’accordo: “Nessuna donna africana accetterebbe che le venisse iniettato, se fosse davvero a conoscenza dei pericolosi effetti collaterali di questo contraccettivo”.

Fonte: ilcambiamento.it

 

Più soldi da Big Pharma, più il medico prescrive: ecco le prove

Più soldi un medico riceve dalle aziende farmaceutiche più farmaci brand (di marca) prescrive, anche un solo pasto offerto può fare la differenza. Così recita il sottotitolo di un recentissimo documento di ProPublica.(1) Eppure, malgrado il problema sia assodato, le cose non cambiano.ricetta_medica

L’analisi è (2) uno studio comparativo dei dati relativi ai pagamenti in denaro o altro (pasti) e l’attività prescrittiva dei medici beneficiari. La conclusione è che ricevere compensi a vario titolo comporta una maggiore quantità di prescrizione di farmaci o presidi medicali e soprattutto di prodotti più costosi in quanto sotto copertura di brevetto, i cosiddetti branded. I medici che non avevano ricevuto nulla dalle case farmaceutiche avevano invece una prescrizione più modesta e con meno farmaci griffati. ProPublica è un’organizzazione di giornalisti investigativi indipendenti che lavora indagando sui rapporti fra industria del farmaco e medici negli Stati Uniti.(3) Nel 2010 uscì allo scoperto con la campagna Dollars for Docs,(4) nella quale erano stati messi in rete i nomi di alcuni medici USA con i relativi pagamenti da parte delle case farmaceutiche, per dare modo al pubblico di conoscere le informazioni rese note durante dibattimenti processuali. Con quell’inchiesta uno dei suoi giornalisti vinse il premio Pulitzer. Era un primo tentativo empirico per dimostrare che si prescrivono più farmaci e presidi medicali quando si è stati pagati dall’industria. Nel 2013 ProPublica introduceva il cosiddetto Prescriber Checkup, uno strumento per controllare quanto prescriveva il proprio medico attraverso le assicurazioni statali (Medicare). Nel 2014, da gennaio a dicembre, sono stati pubblicati i dati completi dei pagamenti di tutte le aziende produttrici di farmaci o presidi medicali a tutti i medici USA. Questo è stato possibile tramite il provvedimento denominato Affordable Care Act, altrimenti noto come Sunshine Act. Con questo strumento è stato possibile stabilire con certezza che chi riceve finanziamenti prescrive di più, e viceversa. È stato anche accertato come l’attività prescrittiva dei nuovi prodotti si riferisce spesso a farmaci non innovativi, copia di prodotti già esistenti, nati al solo scopo di erodere quote di mercato. I giornalisti di ProPublica hanno monitorato circa 150mila medici tra quelli che avevano ricevuto più di 1000$ di pagamenti, suddivisi per 5 specialità: medici di famiglia, internisti, cardiologi, psichiatri e oculisti. Tra questi, gli oculisti sono risultati quelli che prescrivono più farmaci branded, seguiti da internisti e medici di famiglia, in coda cardiologi e psichiatri. Attraverso un calcolo statistico si è arrivati a stabilire una correlazione altamente significativa tra medici che ricevono o non ricevono pagamenti e la loro prescrizione di farmaci branded. I medici sono stati divisi in più categorie a seconda dei finanziamenti ricevuti, da uno a più di 5000$. In quest’ultima classe le differenze si sono rivelate più sostanziali. Chi ha ricevuto più di 5000$ in un anno aveva dal 18% al 64% di probabilità in più di prescrivere farmaci branded rispettoalla media. Sono stati definiti very high brand-name prescribers i medici con percentuale di prescrizioni maggiore di almeno due deviazioni standard rispetto alla media per la loro specialità. I medici che avevano ricevuto compensi in danaro avevano da due a tre volte più probabilità di rientrare in questa categoria. L’analisi ha compreso anche l’influenza per diverse forme di pagamento. Ricevere danaro per parlare in pubblico o avere pranzi e colazioni pagati aveva comportato una maggiore attività prescrittiva rispetto al ricevere somme di danaro. Nelle considerazioni finali, ProPublica dichiara onestamente di non conoscere (né aver cercato di stabilire) se vi sia necessariamente una relazione di causa/effetto tra iper prescrizione e finanziamenti ricevuti. In linea teorica è possibile che vi sia soltanto una maggiore fiducia nei farmaci branded da parte di alcuni soggetti e che le case farmaceutiche finanzino di più i medici che già di per sé hanno una maggiore propensione prescrittiva. È possibile che in alcuni casi il medico non sappia che il pranzo gli è stato offerto da un’industria farmaceutica e che sia già un prescrittore di farmaci griffati. Alla fine però una cosa è certa: i medici che hanno ricevuto pagamenti prescrivono da due a tre volte più farmaci costosi e coperti da brevetto, prodotti che non offrono nulla di più dei loro concorrenti. Esistono numerosi studi che attestano come la validità dei farmaci generici sia uguale a quella dei farmaci branded, uno per tutti la ricerca sistematica di Aaron Kesselheim pubblicata nel 2008 su JAMA.(5) I farmaci branded sono pubblicizzati con maggiore forza dei generici e anche se alcuni non hanno una versione generica equivalente, c’è sempre un prodotto non griffato che ha caratteristiche simili. Anche il paziente non percepisce la differenza in quanto a soddisfazione, come una specifica indagine di ProPublica ha testimoniato di recente.(6) L’indagine è stata condotta su 4 statine branded e i loro equivalenti generici e su alcuni farmaci antidepressivi tra i più prescritti. Difficile dunque sostenere che il farmaco branded possieda qualcosa in più del suo equivalente generico. Per Big Pharma, invece, il rapporto fra quantità/qualità delle prescrizioni e danaro ricevuto non esiste. Nel marzo del 2011, in un’indagine condotta da PHRMA (la federazione USA delle ditte farmaceutiche) su 508 medici di tutte le specialità, la maggioranza degli intervistati dichiarava che le prescrizioni sono condizionate solo dalle conoscenze scientifiche e dall’esperienza. Chi prescrive di più lo fa per maggiore attenzione verso i propri assistiti.(7) Al contrario, la ricerca di ProPublica cita numerosi esempi che contraddicono quanto sostenuto da BigPharma. Un medico di famiglia del New Jersey, che aveva ricevuto 66.800$ nel 2014 dalle case farmaceutiche, ha prescritto nel contempo il doppio di farmaci griffati. Più onestamente, un altro medico di famiglia alle soglie dellapensione, che aveva ricevuto 11.700$, ha dichiarato che il suo stipendio sarebbe stato insufficiente senza il contributo dell’ industria. Un terzo medico intervistato, che aveva ricevuto 53.400$, ha minacciato azioni legali affermando che quel contributo professionale era del tutto consentito dalla legge. L’indagine sull’attività prescrittiva dei medici segnala differenze significative da stato a stato, com’era da aspettarsi, ma la consuetudine dei pagamenti è risultata omogeneamente diffusa. Nella ricerca di ProPublica non sono stati inclusi i pagamenti per motivi di ricerca (fanno parte di un’altra indagine), ma solo quelli per dibattiti promozionali, consulenze, viaggi, pasti, regali e altro. Uno dei commenti finali più significativi sottolinea come i pagamenti ai medici producano un circolo vizioso. Più danaro ricevuto, maggiore prescrizione di farmaci costosi da parte di quei medici che riceveranno in futuro più attenzione dalle case farmaceutiche.

Libera traduzione e adattamento di Giovanni Peronato per il gruppo NoGraziePagoIo

  1. https://www.propublica.org/article/doctors-who-take-company-cash-tend-to-prescribe-more-brand-name-drugs
  2. https://static.propublica.org/projects/d4d/20160317-matching-industry-payments.pdf?22
  3. https://www.propublica.org/
  4. https://www.propublica.org/series/dollars-for-docs
  5. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19050195
  6. https://www.propublica.org/article/brand-name-drugs-increase-cost-but-not-patient-satisfaction

7.http://www.phrma.org/sites/default/files/pdf/krcsurveyofphysicians_1.pd

Fonte: ilcambiamento.it

Medicina ribelle: ecco chi non sta al gioco di Big Pharma

Oggi comincia ad esistere una “medicina ribelle”, fatta da medici che hanno deciso di non stare più al gioco di Big Pharma; di non chinare più la testa di fronte al Dio denaro; di non chiudere più occhi e orecchie di fronte a ciò che stride; di non tacere più quando gli interessi vanno smascherati. Questa medicina ribella la racconta il giornalista Andrea Bertaglio nel suo ultimo libro.medicina ribelle

“Prima la salute, poi il profitto” è il sottotitolo del libro del giornalista Andrea Bertaglio (Età dell’Acquario Editore); un’affermazione in netta controtendenza al modo di agire e di pensare di quello che è oggi Big Pharma, il commercio globale non più solo di farmaci ma anche di malattie.

A spiegarci come è nato questo libro è lo stesso autore.

Andrea, cosa ti ha mosso a scrivere “Medicina ribelle”?

L’idea è nata diversi anni fa, insieme a Valerio Lo Monaco, direttore de La Voce del Ribelle, che mi commissionò un’intervista a Raffaele Di Cecco, un medico che si era appunto stancato di vedere certe dinamiche basate sul solo profitto in ambito medico. Da lì mi sono reso conto di conoscerne diversi di medici come lui, e ho pensato di raccontare le loro storie. Ho iniziato a raccogliere spunti e testimonianze e un paio di anni dopo ho parlato della mia idea alla casa editrice Lindau, a cui è piaciuta tanto da farmi partire con il libro a scatola chiusa.

Come hai recuperato le esperienze raccontate?

Attraverso il lavoro giornalistico degli ultimi 10 anni. Scrivo da parecchio tempo di ambiente, e questo mi ha ovviamente fatto entrare in contatto con diversi professionisti della salute. Alcuni di loro, la loro umanità, la loro onestà intellettuale (e non solo), il loro coraggio, mi ha fatto sentire l’esigenza di aiutarli a diffondere il loro messaggio. Mettendoci del mio ovviamente, ossia denunciando certe cose che ho scoperto e che davvero non mi vanno giù.

Come ad esempio?

La semplicità con cui si tende a dare psicofarmaci ai bambini, invece che amarli o educarli. Dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, negli Stati Uniti, il numero delle malattie psichiche diagnosticate è passato da 26 a 395, e ormai ai bambini si danno psicofarmaci come caramelle. Oltreoceano hanno superato l’impressionante numero di 14 milioni quelli in terapia con psicofarmaci per il controllo delle più svariate sindromi del comportamento: dal miglioramento delle performance scolastiche, al controllo dell’iperattività sui banchi di scuola, alle lievi depressioni adolescenziali. E non è un problema solo americano. In Germania sono stati rilasciati lo scorso anno i dati dei bambini diagnosticati iperattivi e quindi probabilmente destinati a terapie farmacologiche: sono 750.000. In Francia, invece, quasi il 12% dei bimbi inizia la scuola elementare avendo già assunto una pastiglia di psicofarmaco. Vi sembra normale?

Ci puoi dare qualche altra cifra?

Il Big Pharma (l’appellativo dato all’industria farmaceutica) impiega un terzo dei ricavi e un terzo del personale per collocare nuovi medicinali sul mercato. Solo negli Stati Uniti, tra il 1996 e il 2001 il numero dei venditori di farmaci è cresciuto del 110%, passando da 42.000 a 88.000 agenti. Non solo, per promuovere i suoi nuovi prodotti questo settore spende ogni anno da 8000 a 13.000 euro per ogni singolo medico. Per quanto riguarda la vendita di psicofarmaci, visto che ne abbiamo parlato poco fa, secondo alcune stime i loro produttori hanno una fetta di mercato da cui incassano 80 miliardi di dollari ogni anno: sono più di 150.000 dollari al minuto.

Che cosa ti ha colpito fra ciò che hai trattato in questo libro? 

Moltissime cose, a partire dalla mole enorme di soldi che ruota intorno al settore farmaceutico, fino al dare per scontato che un po’ di corruzione ci stia, in ogni contesto. Mi ha scioccato il sentirmi dare del “fazioso” solamente perché ho riportato questo dati e queste esperienze con l’ovvio proposito di informare persone che, spesso, invece non vogliono sapere nulla per non intaccare il loro (in)quieto vivere. E mi ha colpito come molta gente, oggi, persa nel paradosso di una società che si crede molto informata, sia convinta di sapere anche più del proprio medico cosa sia opportuno prescrivergli.

Che messaggio vuoi dare ai lettori?

Quello di non dare per scontato che assumere un farmaco o eseguire un’operazione sia positivo, o necessario. Spesso è solo un modo per spillarci più soldi – sia privatamente che collettivamente, attraverso il sistema sanitario. Basti pensare a quando, nel 2004, una commissione di “esperti” negli Stati Uniti ha riformulato la definizione di ipercolesterolemia (l’eccesso di colesterolo nel sangue). In pratica, riducendo i livelli ritenuti necessari per autorizzare una terapia medica, hanno letteralmente triplicato da un giorno all’altro il numero di persone che potevano avere bisogno di cure farmacologiche. Un dettaglio importante: otto dei nove membri di quella commissione lavoravano a quel tempo anche come relatori, consulenti o ricercatori proprio per le case farmaceutiche coinvolte nella produzione di farmaci ipocolesterolemizzanti. E questa è solo la punta dell’iceberg.

Fonte: ilcambiamento.it

Medicina Ribelle
€ 12

Big Pharma
€ 15.8

I mercanti della paura: ecco chi vende (non)soluzioni per (non)problemi

Gli strateghi del market lo sanno bene: se la gente ha paura, è assai più propensa a spendere per comprarsi la “sicurezza”. La gamma è varia: ci sono le grandi paure, come quella dei terroristi, ma ci sono anche le paure “più piccole”, come quella di germi, malattie, i malesseri dei figli. Per ogni paura ci sono un prezzo, un mercato e un ricavo.mercantipaurabusiness

Ci sono le grandi paure,come quella dei terroristi, ma ci sono anche le paure “più piccole”, come quella di germi, malattie, i malesseri dei figli. Per ogni paura ci sono un prezzo, un mercato e un ricavo. E sono sostanzialmente due le ragioni per le quali la gente compra qualcosa: per ottenere ciò che vuole o per evitare ciò che non vuole. I mercanti della paura si focalizzano sulla seconda. E non hanno alcun interesse a stimolare il consumatore a ragionare su quanto il pericolo o la vulnerabilità percepiti siano reali. L’unico interesse è quello di far credere che ci sia una sola soluzione: «Compra il mio prodotto e sarai al sicuro, avrai risolto il problema».

Ma se in realtà il problema è un non-problema, allora la soluzione sarà una non-soluzione.

Qualche esempio?

I prodotti anti-invecchiamento

Stando a quanto ci viene costantemente ripetuto, invecchiare è quanto di più grave e tremendo ci possa capitare. Peccato che sia biologicamente naturale e per di più inevitabile. Ma noi non possiamo invecchiare! E per raggiungere lo scopo abbiamo bisogno di lozioni, creme, pillole, spray, ritocchi chirurgici e chi più ne ha più ne metta. E siamo disposti a pagare tutto ciò fior di quattrini. Peccato che l’inevitabile accadrà comunque. In Italia ilgiro di affari della cosmetica si aggira attorno ai 9-10 milioni di euro, secondo Cosmetica Italia, associazione nazionale imprese cosmetiche. Nel 2013 sono state praticate nel mondo oltre 23 milioni di operazioni di chirurgia estetica. Stati Uniti e Brasile ai primi posti, seguono Messico, Germania e Spagna. L’Italia è al settimo posto della Top 10 dei Paesi e degli interventi più praticati, lo dice la International society of aesthetic plastic surgery (ISAPS).

I prodotti antibatterici

Ci sentiamo ripetere continuamente che i germi ci fanno ammalare e che dobbiamo comprare prodotti che li uccidano e che ci proteggano. La verità è che i germi sono dovunque e non sono eradicabili e inoltre la grandissima maggioranza di essi è innocua per l’uomo. Anzi, molti batteri sono per noi benèfici, allenano opportunamente il nostro sistema immunitario perché la natura li ha creati per quello. L’uso indiscriminato di antibatterici ha portato alla comparsa di super-batteri resistenti a tutto che ora sono altamente pericolosi.

I prodotti per la sicurezza dei bambini

Anche in questo caso, ci sentiamo sempre ripetere che il mondo è pericoloso, che i bambini vanno protetti, si possono ammalare e fare male. E così ci vendono mille prodotti diversi che ci illudono di poter creare intorno ai nostri figli muri alti e spessi per proteggerli da un “tutto” che nemmeno sapremmo definire.

Big Pharma

Il messaggio? Potremmo essere malati e, se ancora non lo siamo, in qualsiasi momento potremmo ammalarci. Ma se non abbiamo sintomi? Potremmo esserlo lo stesso. E via con i costosi screening di massa (pagati con i soldi pubblici, quindi di tutti noi) che producono malati senza sintomi i quali andranno opportunamente “curati” con le opportune pillole. È il disease mongering: mentre un tempo si inventavano medicinali contro le malattie, ora si inventano malattie per generare nuovi mercati di potenziali pazienti. Ogni anno spendiamo 5,1 miliardi di euro in farmaci che non servono a curare vere patologie.

Benessere e fitness

Sembra proprio che al giorno d’oggi per star bene ed essere in forma non si possa fare a meno di sedute di palestra, integratori e trattamenti costosi, farmaci che prevengono tutto il prevenibile, che tengono basso il colesterolo e la pressione e la lista è ancora lunga. Per gli integratori l’Italia detiene addirittura il record di vendita in Europa occidentale: 147 milioni di confezioni l’anno per un fatturato che nel 2014 ha sfiorato i 2,2 miliardi di euro con più di 200 aziende e 54000 tipi di prodotti.

I media

Poi ci sono i media, che fanno la loro parte. Raccogliete per una settimana i titoli che trovate su giornali, tv e web. Poi contate quante volte trovate scritto o sentire dire: Allarme! Pericolo! … incombe…!Allerta! Minaccia! Eccetera. Allora, proviamo a cambiare paradigma. Non chiediamoci: cosa posso fare (o comprare) per risolvere il problema? Chiediamoci invece: ma quello che io credo essere un problema, lo è veramente? E se non lo è, non ho bisogno a tutti i costi di una soluzione.

Fonte: ilcambiamento.it