“Le Mani nel Petrolio”, tra inquinamento ed estrazioni nella terra di Basilicata

Il libro di Maurizio Bolognetti, giornalista e segretario di Radicali Lucani, “Le Mani nel Petrolio – Basilicata Coast to Coast, ovvero da Zanardelli a Papaleo passando per Sanremo e Tempa Rossa” racconta come la ricerca e l’estrazione del petrolio lucano sia quanto di più dannoso, per l’ambiente, lo stato di diritto e la legalità, nel panorama economico dello sviluppo italiano.

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Il libro “Le Mani nel Petrolio” di Maurizio Bolognetti è una testimonianza puntuale e profondamente analitica di come le estrazioni petrolifere lucane, nel giacimento in-shore di oro nero più vasto dell’Europa continentale, si collochino in un contesto in cui lo stato di diritto è assente, così come assenti sono le misure di sicurezza, i monitoraggi, l’informazione. Un libro (qui la presentazione a Latronico, Potenza) che si legge d’un fiato, che può essere ripreso a pezzo, stirato e riletto, analizzato nei numeri, nei commenti, nelle idee e nella protesta, ponderata e nonviolenta; un libro che in ogni sua pagina macchia di nero le riflessioni del lettore, mostrando uno scenario fondato sulle clientele e sul potere che deriva dall’oro nero e dal denaro. Se è vero che la Basilicata è il più ricco giacimento petrolifero europeo altrettanto vero è che questa Regione rappresenta un laboratorio a cielo aperto, in cui il 65% del suo territorio è oggetto di estrazioni petrolifere (già in atto o prossime venture), compromesso da logiche e prospettive energetiche ed industriali che mirano al profitto, all’omertà, all’avvelenamento del territorio. Una Regione, quella descritta da Bolognetti, che viene raccontata nei suoi aspetti più tetri e misteriosi, scoperchiandone letteralmente il vaso di Pandora fatto da corruzione imprenditoriale, malapolitica, malagiustizia: un quadro che mostra, a tinte fosche, una grande tavola imbandita in cui tutti, nessuno escluso, si siedono compiacenti per rimpinzarsi nel grande “sacco” petrolifero lucano. Se è vero che le royalties petrolifere ammontano al 3% (1 miliardo di euro in cinque anni, secondo il Sole24ore) altrettanto vero è che tutto il resto è profitto, spesso investito in specchietti per allodole per ingraziarsi una popolazione asservita, nel totale silenzio mediatico e politico, nella totale opacità, al potere dell’oro nero. E allora eccola la vera avventura lucana, la vera “Basilicata coast to coast”: la polemica con Rocco Papaleo, non sterile come si potrebbe pensare ma ben ponderata, nella pelosità di una multinazionale (la Total) che finanzia un film apologetico sulla Basilicata (chiaramente non mostrandone i pozzi, le trivelle, i veleni) ma anche tornei di calcio, sagre, fiere (specchi, perline e brillantini). Ecco messe a nudo le realtà di Eni e Shell. Il petrolio, in Basilicata, è un affare che va tutelato: corrompendo, con la manipolazione costante dell’informazione, plagiando le coscienze con promesse vuote come gusci di noce. Maurizio Bolognetti racconta ogni giorno, pagando un prezzo altissimo in termini professionali, politici, personali, il dolore di una Regione stremata dalle estrazioni e dal saccheggio di colossi come Eni, Total, Mitsui, Shell, messa in ginocchio dalla giustizia che processa chi denuncia e non chi inquina, resa cieca dagli enti di controllo (come l’Arpab) aventi i cassetti più profondi e irraggiungibili d’Italia, diventata impotente a causa di una classe politica inefficiente, asservita al potere petrolifero più che a quello dello stato di diritto. I 25 milioni di barili estratti nel 2012 non bastano, il petrolio, quello, non basta mai: e così ai giacimenti attivi della Val D’Agri si aggiungeranno quelli della Valle del Sauro, nel tentativo già avviato di mettere mano anche al petrolio off-shore della Basilicata, quello di fronte la costa ionica. Nel frattempo le maledizioni dell’oro nero si sono abbattute sull’intero territorio: i fanghi di Corleto Perticara, l’inquinamento da bario del “lago di pietra”, il Pertusillo, lo specchio per allodole della card-carburante (che vorrebbe risolvere il paradosso dei prezzi più alti d’Italia alla pompa di benzina). Bolognetti, traspare pagina dopo pagina, riga dopo riga, non si risparmia; denuncia, invoca, protesta, ragiona e fa ragionare, mostra in modo inequivocabile e documentato come la corsa all’oro nero lucano non porta occupazione, prezzi bassi, economia e sviluppo, ma povertà, inquinamento, illeciti:

“Quale sarà l’impronta per niente ecologica e poco sostenibile che lasceranno su un territorio di struggente bellezza le trivelle delle multinazionali del petrolio?”

si chiede Bolognetti. Certamente, di fronte a tutto ciò che potrete leggere in questo libro, resterete sgomenti, con una precisa domanda nella testa: “cosa si può fare?”. Sicuramente andare a vedere la Basilicata, scenderne le statali, attraversarne le provinciali, respirarne l’aria chiedendo, pretendendo, di poterlo fare ancora e ancora. La bulimia politica, che si mostra isterica fuori e compattamente corporativistica nelle sue viscere, ha partorito nuove autorizzazioni e moratorie elettorali: potere e pecunia. Nella totale assenza di stato di diritto.

 

Fonte: ecoblog

Trasferimento di scorie in Basilicata, imprecisa la spiegazione di Sogin: restano tanti punti oscuri

300 agenti hanno scortato un convoglio partito all’alba di ieri dalla Itrec di Rotondella (Mt): forse scorie nucleari dirette all’aeroporto militare di Gioia del Colle?centro_trisaia_di_rotondella-586x392

La versione della Gazzetta del Mezzogiorno

Secondo quanto riportato dalla Gazzetta del Mezzogiorno il comunicato della Sogin non riporta propriamente la verità (ciò non significa che riporti falsità, solo che è l’ennesimo incompleto tassello nella vicenda); secondo la Gazzetta il materiale trasportato in gran segreto, e con uno spiegamento di forze incredibile, da Rotondella a Gioia del Colle è in realtà nitrato di uranile, pare pochi grammi, un sale di uranio attraverso il quale si realizza la preparazione dell’esafluoruro di uranio nell’ambito della produzione di combustibile nucleare. Il nitrato di uranile è il risultato delle operazioni di riprocessamento condotte al centro Trisaia di Rotondella sulle ormai famose barre di uranio provenienti dal reattore Elk River del Minnesota, Stati Uniti. A causa della totale opacità di questa operazione, della quale nemmeno gli enti locali erano stati avvertiti, la Regione Basilicata ha convocato per venerdi prossimo il Tavolo della trasparenza sulle questioni nucleari, che il presidente De Filippo non convocava da due anni. C’è anche da chiedersi: a fronte delle informazioni inesistenti, dei dubbi sui materiali custoditi nel centro Trisaia di Rotondella e dei segreti che aleggiano attorno a quella zona, esiste un piano di evacuazione della popolazione in caso di incidente? Esiste un’informazione periodica dettagliata agli enti pubblici sui materiali contenuti nel centro? Esistono monitoraggi ambientali sulla radioattività nell’area della Trisaia? Perchè questi non sono mai stati resi pubblici?

Sogin: “rimpatriati materiali USA”

Aggiornamento 30 luglio 2013, ore 19:22 – Il clamore sollevato sul mistero del trasporto notturno di scorie nucleari dalla Sogin di Rotondella (Mt) all’aeroporto di Gioia del Colle (Ba), scortato da 300 agenti di polizia, parrebbe così risolto: è la stessa Sogin, in un breve comunicato stampa, a svelare l’arcano:

“In ossequio agli impegni presi dall’Italia in occasione del Vertice sulla Sicurezza Nucleare svoltosi a Seoul nel marzo del 2012, si è concluso oggi il rimpatrio negli Stati Uniti di materiali nucleari sensibili di origine americana, che erano custoditi in appositi siti sul territorio nazionale per attività di ricerca e di sperimentazione.
Il rimpatrio di tale materiale negli USA si inquadra nell’ambito dell’Accordo internazionale tra Stati Uniti e Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM) concernente l’utilizzo dell’energia nucleare a scopi pacifici.”

Il riferimento è agli 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-torio provenienti dal reattore sperimentale statunitense Elk River, importanti in Basilicata tra il 1965 ed il 1970.

Basilicata, le scorie nucleari si muovono di notte in gran segreto

Nella notte silenziosa della Basilicata tra il 28 ed il 29 luglio (alle 3 del mattino) un convoglio carico, si teme, di scorie nucleari è uscito dalla Sogin/Itrec di Rotondella (Mt), scortato da 300 agenti (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza): a bordo del “trasporto speciale” un grande mistero, trasportato in tre ore all’aeroporto militare di Gioia del Colle (Ba). La statale 106 Jonica è stata completamente ed abilmente presidiata dai 300 agenti di scorta, uno spiegamento di forze decisamente ingente in una regione piccola ed inoffensiva come la Basilicata che ha inevitabilmente reso evidente l’importanza del trasporto e della materia trasportata, su cui si sta tenendo uno strettissimo riserbo. Ciò che è certo, ovverosia non coperto dal Segreto di Stato, è che l’impianto Itrec è ubicato all’interno del Centro Enea Trisaia di Rotondella (MT) ed è stato costruito tra il 1965 e il 1970 dal Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare). La Sogin, tra il 1969 e il 1971, in seguito ad un accordo tra il Cnen e la statunitense USAEC (United States atomic Energy commission) ha aperto le porte del centro ed accolto a tempo indeterminato ben 84 elementi di combustibile irraggiato uranio-torio provenienti dal reattore sperimentale statunitense Elk River.

Secondo la Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista) i dubbi che si tratti di materiale radioattivo sono molto pochi:

“[…] materiale radioattivo di cui se ne chiede di conoscere tipologia e quantità sarebbe stato traslocato da o per il centro Itrec di Rotondella verso o da l’aeroporto militare di Gioia del Colle. La Ola, come più volte denunciato, paventa la possibilità che ciò potrebbe preludere alla trasformazione del centro della Trisaia di Rotondella in deposito provvisorio delle scorie radioattive. Quanto accaduto questa notte palesa l’intenzione di procedervi lasciando all’oscuro le amministrazioni comunali ed i cittadini.”

Cosa, questa, in parte già esplicitata nel 2010, quando Nicola Maria Pace(ex procuratore capo di Matera), audito dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti dichiarò:

“[…] Mi riferisco alla giacenza per quanto riguarda l’impianto ITREC di Rotondella di 2,7 tonnellate di rifiuti radioattivi ad alta attività giacenti in strutture ingegneristiche di contenimento, che già vent’anni fa avevano mostrato i segni dell’usura ed erano già «scaduti», secondo il gergo tecnico utilizzato in sede di analisi di rischio, e che, essendo stati corrosi e avendo manifestato cedimenti strutturali, avevano dato luogo ai tre rilevanti incidenti nucleari. […]
L’ENEA ha sempre menato le cose per le lunghe immaginando una forma di solidificazione per cementificazione, ma all’epoca feci una consulenza per dimostrare al più alto livello scientifico possibile che la cementificazione non solo determinava un abnorme aumento dei volumi, fatto da evitare in materia di gestione del nucleare, ma esponeva i materiali al fenomeno del dilavamento, quindi a una possibilità di propagazione nell’ambiente.”

Una situazione drammaticamente descritta nel libro “La Peste Italiana – Il caso Basilicata” di Maurizio Bolognetti. Questa volta, è facile immaginare altri trasferimenti simili in passato, il trasloco non è passato inosservato agli ambientalisti (talvolta definiti “terroristi” nella Regione della remissione di tutti i peccati ambientali), che si sono immediatamente attivati per chiedere delucidazioni sul tema, invocando un sacrosanto principio di trasparenza (a maggior ragione quanto trasferiscono rifiuti nucleari nottetempo passandoti sotto la finestra di casa). Tutti, dallo stesso Bolognetti alla Ola, dal Comitato No Scorie Trisaia al M5s, si sono appellati al sottosegretario agli interni, il lucano Filippo Bubbico, chiedendo chiarimenti in materia:

“[…] vorremmo chiedere cosa hanno trasferito, nottetempo, dalla Trisaia di Rotondella all’aeroporto di Gioia del Colle o – e la cosa sarebbe di certo ancora più preoccupante per noi lucani – da Gioia del Colle alla Trisaia. E di domande senza risposta sulla Trisaia e su tutto quello che è ruotato attorno a quel centro ne abbiamo fatte tante e tante ancora vorremmo farne. Qualcosa ci ha raccontato la buon’anima del dott. Nicola Maria Pace. Resta di certo il mistero del Capitano Natale De Grazia, deceduto in circostanze misteriose. Ma anche quello, mistero era e mistero resterà.”

si chiede Bolognetti in un comunicato: una linea simile tenuta anche dalle associazioni, dai comitati, dai molti cittadini di Basilicata oramai stanchi dei silenzi istituzionali, delle perle ai porci dei bonus benzina e della situazione di degrado ambientale che attanaglia questo meraviglioso territorio.

Fonte: ecoblog

 

Eolico, la “ribellione” di Matera

L’eolico in Basilicata è, secondo le denunce di molti, una vera e propria El Dorado per le lobby energetiche: ma i materani, forse, non ci stanno159479783-432x287

Pensare di creare un parco eolico di media grandezza(44 turbine) su un territorio comunale dichiarato patrimonio Unesco non può non far scatenare un dibattito pubblico approfondito, a tratti feroce, su come produrre energia pulita tutelando contemporaneamente le bellezze orografiche della murgia materana: Matera ha incantato gli ispettori Unesco a tal punto da decidere di tutelare non solo il suo centro storico, i Sassi, ma anche la sua splendida cornice, i meravigliosi campi di grano che, d’oro giallo, sono stati celebrati dalla letteratura, dal cinema, dalla poesia. Il progetto, denunciato già a dicembre del 2011, prevedeva la costruzione di 14 turbine eoliche da 135m d’altezza (35Mw la produzione energetica) da installare in località Masseria Verzellina, Matera, e sarebbero state visibili sia dal capoluogo di provincia lucano sia da Gravina, cui si sarebbe dovuto aggiungere un secondo progetto (stessa azienda, Marcopolo Engineering Spa) da 9 turbine a Montalbano Jonico (Mt): in totale (tra Matera e Montalbano) i 57.7Mw di energia che verranno prodotti dal vento copriranno il fabbisogno delle 15mila famiglie materane e di tutta l’area industriale della città dei Sassi. Sacrificio del paesaggio per esigenze energetiche, qualcosa che già si vede in altre parti del sud Italia: dal Salento all’area del Vulture, dalla val di Noto al casertano, l’eolico è diventato un business degno di tutto rispetto: una gestione verticistica delle fonti energetiche rinnovabili (i cui incentivi e ricavi vanno a beneficio unico delle società energetiche) che ha creato grandi parchi eolici in territori da 600.000 abitanti (come in Basilicata, 2000 torri entro la fine del 2013): la logica è gettare al vento l’energia prodotta dal vento, intascando più gli incentivi (le aziende) che non i benefici energetici, ambientali e, perchè no, economici (per l’utilizzatore finale). Un progetto cresciuto, levitato come il pane (che a Matera è qualcosa di sacro): la Regione ha già approvato la costruzione di ben 44 torri eoliche, tutte nel territorio del Comune di Matera; quando i lucani si sollevano, significa che è davvero troppo (Matera fu la prima città italiana a sollevarsi contro il regime fascista). Comune, associazioni varie, albergatori, Ordini di architetti, ingegneri, agronomi, cittadini, persino l’Università della Basilicata, tutti uniti in un fronte comune per dire basta allo sfruttamento indiscriminato di un territorio che deve le sue fortune proprio al paesaggio, alla bellezza, alle meraviglie che qui si possono osservare, respirare, mangiare, vivere.

“Lavoriamo perché si possa produrre energia da fonti rinnovabili e ci piace sapere che quando accendiamo una lampadina la sua luce è prodotta dal sole, dal vento, dall’acqua. Per costruire un “futuro migliore ” però è necessaria una consapevolezza collettiva e seria, che abbia come obiettivo il perseguimento del bene comune, come ad esempio la tutela e la valorizzazione di un patrimonio dell’umanità quali sono i Sassi e il Parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri.”

ha dichiarato Angelo Bianchi dell’associazione Diritti di Cittadinanza di Matera: già la Soprintendenza ai Beni paesaggistici ha dichiarato illegittima la procedura con cui la Giunta regionale ha approvato il progetto in località Matine, che compromette l’integrità del paesaggio a ridosso dell’altopiano murgiano: la Giunta avrebbe disinvoltamente ignorato i presupposti normativi che impediscono la localizzazione di strutture industriali di quella portata in quel territorio. Forse questa è la prima volta che lo sviluppo dell’eolico viene messo in discussione non unicamente da istrionici personaggi come Vittorio Sgarbi(che sull’eolico da anni paventa il rischio mafie, urlando l’indecenza di tali opere che “disintegrano” il territorio) o da associazioni di piccolo calibro: in questo caso si tratta di una presa di coscienza collettiva che mangia, vive del proprio territorio (niente di più vero, a Matera). Un dibattito pubblico che dovrebbe essere affrontato più spesso.

 

Fonte: ecoblog

Legambiente bandiere blu 2013 ecoturismo e mare pulito al top in Sardegna, Basilicata e Puglia

Il mare è più pulito in Sardegna, Puglia e Campania. Questa la classifica Bandiere blu 2013 di Legambiente e TCI che incorona regina dell’estate la spiaggia di Posada in provincia Nuoroposada-620x350

La classifica di Legambiente Bandiere blu 2013 premia il Mar Tirreno con la Sardegna, Basilicata e Puglia al top mentre la regina dell’estate è Posada in provincia di Nuoro, seguita da seguita da Santa Marina Salina (Me) e Pollica (Sa). Tutte le località premiate sono state scelte per rappresentare modelli di eccellenza nell’ecoturismo e capaci di rilanciare l’economia locali dei territori. Le 5 vele della Guida Blu 2013 di Legambiente hanno premiato anche Sicilia, Toscana, Basilicata, Liguria, Umbria e Trentino per la sostenibilità ambientale e la qualità del turismo assieme a 6 luoghi lacustri. Resta anche per quest’anno la Sardegna la regione con la media più alta di vele poiché assieme a Posada hanno conquistato il riconoscimento di Legambiente anche Villasimius (Ca), Baunei (Og) e Bosa (Or); troviamo poi Basilicata e Puglia. Per la Toscana e la Sicilia guadagnano il podio Castiglione della Pescaia (Gr) e Capalbio (Gr), S. Vito lo Capo (Tp) e Santa Maria Salina (Me); la Campania vede le 5 vele con Pollica (Sa) e la Basilicata con Maratea (Pz). Per chi preferisce le vacanze al lago per quest’anno le 5 vele sono state conquistate da Tuoro sul Trasimeno (Pg) perché nonostante l’elevato flusso turistico si è riusciti a rispettare il paesaggio e a tutelarlo; seguono Appiano sulla Strada del Vino (Bz) sul Lago di Monticolo, Fie’ Allo Sciliar (Bz) sul Lago di Fiè nell’Alto Adige, Massa Marittima (Gr) sul Lago dell’Accesa, Molveno (Tn) sull’omonimo Lago in Trentino e Bellagio (Co) sul lago di Como. Ma se avete a cuore una particolare spiaggia che però non è arrivata a essere inclusa nella classifica di Legambiente potete partecipare al concorso La più bella sei tu che si svolge sia su facebook sia su twitter con l’hastag #laspiaggiapiùbella postando le foto e le più belle saranno poi giudicate dagli esperti di Legambiente.

La Guida Blu sarà in libreria dal 3 luglio.

Fonte:  Legambiente

 

Basilicata: Aglianico e petrolio, un binomio da scongiurare

Tra le ricchezze che il territorio di Basilicata può offrire al mondo c’è il suo vino, l’Aglianico del Vulture: oggi i vitigni del Vulture-Melfese sono a rischio a causa delle estrazioni petrolifere che affliggono la Regione, nonostante la tutela della denominazione di origine controllata.

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L’Aglianico del Vulture è un vitigno autoctono a bacca nera caratteristico del nord della Basilicata, nella provincia di Potenza, ai piedi del vulcano spento chiamato Monte Vulture: il vino che qui si produce è di altissima qualità, corposo e strutturato, di quelli che offre il meglio di sè dopo il terzo anno di invecchiamento. Soprannominato da molti “il Barolo del sud” per sottolinearne la vellutatissima sapidità, le sensazioni che può regalare questo prodotto altamente qualitativo sono incredibilmente intense e potenti, al pari dei vini di altissima qualità.

L’Aglianico rappresenta per la Basilicata un patrimonio da tutelare, al pari dei Sassi di Matera, delle Dolomiti Lucane, del mare di Maratea: il suo export crescente ne sottolinea l’internazionalità, che ha rotto le barriere italiane per entrare nelle enoteche di tutto il mondo anche grazie agli endorsement di attori come Nicholas Cage e di registi come Francis Ford Coppola; un patrimonio a rischio, visto che la società petrolifera inglese Delta Energy ha inviato formale richiesta di ispezionare l’area chiamata “La Bicocca”, tra Melfi, Barile e Rapolla, nel vulture-melfese.

Nella sola Barile (Pz)“città del vino” che prende il suo nome proprio dalle botti in cui viene fatto riposare l’Aglianico, sorge a 600m s.l.d.m. e si trova a soli 3km dai laghi di Monticchio (dai quali si ricava anche una deliziosa e dissetante acqua, piuttosto famosa, effervescente naturale), esistono ben 10 cantine di Aglianico, una più prestigiosa dell’altra: Paternoster, Basilisco, Mastrodomenico, i nomi dei vitigni e delle cantine di Barile sono l’equivalente dell’alta nobiltà settecentesca della corte del Re Sole di Francia.

Pensare di trivellare in questo territorio non è solo sbagliato, ma è materia psichiatrica: per questo motivo i produttori vitivinicoli del vulture-melfese annunciano che si batteranno senza sosta per scongiurare ispezioni e trivellazioni petrolifere, di qualunque multinazionale si tratti; partendo dal principio che “petrolizzare” significa rendere sterile e distruggere completamente un territorio, i vitivinicoltori del Vulture hanno emesso un comunicato chiaro come il sole:

Non ammettiamo che questo avvenga o che se ne profili la possibilità consentendo alla Delta Energy di avviare la fase di ricerca di idrocarburi nel nostro bel territorio contornato da vigneti, uliveti e castagneti. Il Vulture deve rispecchiare l’immagine di “area pulita e incontaminata”, carte sicuramente vincenti nella comunicazione del vino legato al suo territorio. […] si ribadisce a tutt’oggi, la ferma volontà di intentare tutte le azioni legali del caso a difesa del proprio diritto all’immagine che sarebbe violato anche solo dalla possibilità che si autorizzi l’istanza propedeutica al permesso di ricerca, nel nostro territorio patria indiscussa dell’Aglianico del Vulture.

Alle proteste dei vitivinicoltori e delle popolazioni del vulture-melfese si aggiungono le rassicurazioni torbide del presidente della Regione Basilicata Vito de Filippo, che ha spiegato come una legge regionale abbia di fatto messo in moratoria le trivelle, dimenticando tuttavia che l’eventuale ordine impartito dal Ministero dello Sviluppo Economico avrebbe priorità su una legge regionale, la quale è stata comunque già dichiarata incostituzionale nel novembre scorso.

Fonte:  Ola – Organizzazione Lucana Ambientalista